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Marcoaldi cita Canetti [25]

L’uomo deve imparare a essere consapevolmente molti uomini e a tenerli tutti assieme … Anziché gli altri, dovrà governare le sue proprie personalità; queste avranno nome, egli le conoscerà, potrà comandarle. E la sua avidità di dominio non vorrà più agire sugli estranei … dal momento che ciascuno di noi potrà essere tanti quanti gli riesce di soggiogare.

Varchetta, introduzione a Weick

Nel teatro narrativo di Weick, un suo personaggio, l’arbitro, sottolinea, riferendosi alle regole del gioco, che “non sono nulla sino a che io non le chiamo”. Così dicendo non indica una sua posizione di potere, quanto una sua posizione di responsabilità nei confronti di una realtà che ha contribuito a creare e di cui può/deve rispondere. Sono infatti le nostre azioni che fanno la differenza (xii).

Le persone istituiscono i loro ambienti nel senso che “costruiscono, resistemano, individuano e demoliscono molti aspetti oggettivi dell’ambiente che li circonda […] inseriscono tracce di ordine e letteralmente creano le loro limitazioni”. In questa prospettiva egli ci invita a pensare all’organizzazione come realtà condizionabile e all’idea di fondo che appartiene al grande movimento della seconda cibernetica, idea per la quale in qualche modo il possibile nell’esperienza organizzativa preceda il reale (xii).

Weick indica nell’ambiguità connessa all’esperienza organizzativa contemporanea il passaggio dalla verità al senso della verità, come cioé l’organizzazione si origini solo come risultato di processi conversazionali e di apprendimento reciproco dei soggetti umani […]. In questo senso, ammonisce Weick, non ci sono organizzazioni vere, ma gruppi di donne e uomini che si sono incontrati e conversando sono stati capaci di mettere e tenere assieme, sulla base di un incontro vero, un loro linguaggio vero (xii-xiii).

L’ambiguità non è un accessorio dell’organizzazione, da trattare come spurio ed eventuale, ma è una proprietà emergente dell’organizzazione: l’organizzazione nasce dove l’ambiguità si esprime (xiii-xiv).

Siamo costruttori di senso perché letteralmente “sentiamo il mondo” e costruiamo significati perché ci accoppiamo strutturalmente con i segni del mondo mediante il processo di simbolizzazione (xv).

Il sensemaking, secondo Weick, è l’area di intersoggettività relazionale prodotta dal continuo oscillare e trascorrere da una zona “asemantica” di indeterminatezza, a una zona – attraverso l’ambiguità dell’azione- di riflessività scambievole, nella quale si producono significati e si esprimono immagini e concetti, che contribuiscono a creare l’in-comune (xv).

Nel sensemaking proposto da Weick v’è tutta ancora l’ambiguità dell’agire umano, capace di accogliere sia l’oggettività simbolica del significato, che la non oggettività diffusiva del senso […] (xv).

L’organizzazione appare un territorio di contatto e di movimento continuo, nel quale gli incontri avvengono come condizione di integrazione e nel quale la precarietà e l’incompletezza sono garanzia di un processo emergente e ricorsivo, senza il quale l’organizzazione stessa non può apprendere e cambiare (xvi).

“Intraprendere un processo di sensemaking significa costruire, filtrare, incorniciare, creare la fattualità e trasformare il soggettivo in qualcosa di più tangibile; la relatà dell’organizzazione appare in ogni caso come una realizzazione continua che si struttura tutte le volte che gli attori umani danno senso retrospettivamente alle situazioni in cui si trovano e alle loro creazioni” (xvi).

Weick sostiene che l’arricchimento della nostra esperienza personale – e in questa colloca anche quella organizzativa – dipenderà in sensibile misura dalle parole scelte e utilizzate per uncinare tale esperienza (xix).

Musil: “Il significato riunisce in sé la verità che possiamo riconoscere in esso con le qualità del sentimento che hanno la nostra fiducia, per giungere a qualcosa di nuovo, a una comprensione, ma anche a una decisione, a un persistere sempre rinvigorito, a qualcosa che ha un contenuto psichico e spirituale e ‘pretende’ da noi e da altri un comportamento” (xxi).

Secondo Weick “il concetto di sensemaking è importante […] perché sottolinea l’invenzione che precede l’interpretazione; […] parlare di sensemaking significa parlare della realtà come una realizzazione continua che prende forma quando le persone danno senso retrospettivamente alle situazioni in cui si trovano e alle loro creazioni” (xxi).

Fare è pensare

enakapata3Né carne né pesce. Si intola così una bella nota di Irene Gonzalez su Facebook dove l’autrice scrive ad un certo punto: ” […] Mi piacerebbe che sulla carta di identità di questa persona ci potesse essere scritto: UOMO DI CULTURA, ma è pur vero che la vaghezza a cui queste tre parole sono condannate nel mondo di oggi sparirà difficilmente, visto che a sparire, oggi, è sempre più il significato delle parole e quindi delle cose. E delle persone.
Ecco la mia riflessione: fare cultura è promuovere il pensiero, le idee, la bellezza, l’utilità pratica di qualcosa tanto impalpabile quanto importante per la vita di ogni ora, di ogni tempo, di tutto il tempo […]”.

Da quando non ho più la televisione la sera devo reinventarmi le ore o i minuti prima del sonno. Ieri ho cercato un libro, sono inciampato in Richard Sennett e nel suo L’uomo artigiano, mi sono detto ma sì, è il momento di rileggerlo, nelle prime  tre  righe della prima pagina, quella dei ringraziamenti, ho letto “Voglio dichiarare il mio debito speciale nei confronti del filosofo Richard Foley. Ero arrivato a un punto morto del mio libro, quando Foley mi domandò: “Quale è l’intuizione che la guida?”; d’impulso risposi: Fare è pensare” e non ho avuto più dubbi.

Karl Weick nei suoi vagabondaggi intorno al senso e al significato nelle organizzazioni (Raffaello Cortina, 1997) l’ha definita retrospezione, in estrema sintesi l’attività del ripensare, dell’osservare e dello spiegare a posteriori a partire dall’analisi del vissuto significativo.

Senso, significato, fare, pensare. Per me Enakapata è un pò tutto questo. Sono grato a Irene, a Richard e a Karl (gli ultimi due mi perdonino la confidenza poetica) per avermelo ricordato.