Dato che non lo sapete ve lo dico io: Costantino Menna, 27 anni, da Carbonara di Nola, provincia di Napoli. Si è diplomato al liceo scientifico con 100/100, si è laureato in ingegneria con 110 e lode, è PhD student del Dipartimento di Ingegneria Strutturale, ha un cv da paura per la sua età e poi gioca a pallavolo, campionato di prima divisione, ha una fidanzata splendida almeno quanto lui, esce con gli amici, perché insomma non abbiamo aperto la sezione “secchioni”, sì, “secchione” non è la parola giusta, quella giusta è “impegno” ma su questo sapete già come la penso, basta andare alla voce “fare bene le cose perché è così che si fa”.
Costantino in queste ore sta volando verso la Pennsylvania, destinazione Penn University, su Timu nei prossimi giorni cominceremo a raccontarvi per fare cosa e perché. Sì, perché Costantino ha accettato di raccontarci la sua esperienza lì, di interagire con noi, noi nel senso di me e voi, nel senso di tutti quelli che hanno interesse e voglia di paretecipare a questo blog collettivo a cui spero daremo vita a partire daiprossimi giorni, non appena Cstantino avrà disfatto le valigie e si sarà un attimo ambientato. Sì, spero siate in tanti a partecipare, soprattutto tanti giovani, e tra i giovani i tanti Costantino, nel senso di ragazze e ragazzi normeli, brave/i e preparate/i, che sono in giro per il mondo per conquistarsi un pezzo di futuro. Partecipare è semplice, basta registrarsi su Timu, condividere il metodo che viene proposto, e postare le vostre storie e le vostre opinioni nello spazio commenti. Buona partecipazione.
Non importa come comincia, importa che cominci. Al mitico Jack Kerouac piaceva raccontare che il termine “beat” l’aveva inventato lui nel 1948, quando nel corso di un intervista aveva detto “this is really a beat generation” e poi scriveva che nel 1944 era stato Herbert Huncke, hipsters di Chicago, che in Times Square, a New York, l’aveva avvicinato e gli aveva detto “Man, I am a Beat” (Emanuele Bevilacqua, Guida alla Beat Generation. Kerouac e il rinascimento interrotto), ma tutto questo chi se lo ricorda? Quello che resta è la Beat Generation, con i suoi interpreti, i suoi miti, i suoi personaggi, la sua dannazione e la sua poesia.
Adesso non pensate che io sia impazzito, perché magari ci arrivo ma ancora non ci sono, pensate piuttosto all’idea di una Citizen Reporter Generation che piano piano cresce, si consolida, si diffonde, accede alle notizie e le diffonde seguendo quelle quattro regole lì, accuratezza, imparzialità, indipendenza, legalità, che quando mi chiedono “perché”, e rispondo “perché produrre informazione in maniera partecipata con questo approccio vuol dire cambiare in profondità il concetto di informazione, il modo di farla, il rapporto tra il cittadino e l’informazione, il mestiere del giornalista e tante altre cose ancora” anche i più scettici fanno sì con la testa e mi dicono “certo, sarebbe bello”.
No, non sarebbe bello, è bello. Molto bello. Ma non basta che sia bello, bisogna che tu, tu, tu e poi anche tu e ancora tu decida di partecipare, di sperimentare questa nuova modalità di inchiesta, di contribuire al successo di questa idea.
Iscriversi è facile come su Facebook o altri social network di tipo generalista, partecipare no, ma solo nella prima importante fase, quando vi si chiede di comprendere e condividere un metodo, di adottare un approccio, di essere parte di una comunità che sceglie di fare informazione consapevole, di qualità.
Non ci sono barriere tecnologiche. Baudelaire diceva che una poesia dice un mondo, anche una foto, un breve commento, un testo, una piccola intervista audio, un breve video fatto con un telefonino.
Roberta Della Sala con un video di poco più di 1 minuto ha ripreso 3 donne nigeriane che a Castel Volturno, in provincia di Caserta, sono state tolte dalla strada, che fanno le sarte, che grazie all’opportunità data loro dalla Cooperativa sociale Altri Orizzonti hanno potuto dare una svolta alla loro esistenza, e Gennaro Cibelli continua a documentare con belle foto le tante meravigliose attibvità che vengono realizzate nella sua cittadina, Castel San Giorgio, come ad esempio le cornici che vengono realizzate in una bottga dove vigeva una regola, scritta sulla porta, di questo tipo: “Quello che va quasi bene … non va bene, Pane e Lavoro”.
No, per me la Citizen Reporter Generation non è un sogno, non sono solo, e come diceva Ernesto Guevara, il Che, solo quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà. Figuaretvi quando si sogna in migliaia. Buona partecipazione.
Certo che lo so che non siamo a teatro, ma la prima è sempre la prima, e nel caso specifico è stata una prima senza rete.
Negli ultimi giorni, grazie alla capacità di iniziativa del nostro ospite, Gennaro Cibelli, il fondamentale artefice di questa giornata a Castel San Giorgio, le persone da incontrare, e da intervistare, sono aumentate sempre più, e solo l’affetto che Alessio e Cinzia nutrono nei miei confronti, unito alla mia prepotenza, ha fatto sì che non fossi abbandonato al mio destino. “Vincenzo, sono troppi, così non ce la facciamo”, “guarda che per fare bene le cose ci vuole il giusto tempo”, “sia chiaro che se non viene come dici tu non è colpa nostra”.
Alessio in particolare è preoccupato, mentre in auto facciamo la riunione di redazione che non abbiamo potuto fare prima mi ripete una frase sì e l’altra pure che in tre non possiamo fare il lavoro di una squadra, che gli strumenti tecnici che abbiamo a disposizione non sono adeguati alle mie aspettative, che le cose che lui si è fatto prestare per funzionare bene devono essere provate, sincronizzate, messe in condizione di lavorare al meglio.
Certo che lo so che lui e Cinzia hanno ragione, ma ho ragione anche io, l’idea è piaciuta più di quanto ci aspettassimo, e come direbbe Sun Tzu le opportunità vanno colte, perché così si moltiplicano. Dite che ho esagerato a insistere sul fatto che deve venirne fuori un film di alta qualità? Io dico di no, nell’approccio non possiamo che pretendere il meglio da noi stessi, poi rispetto al risultato dobbiamo essere tolleranti, della serie nessuno è perfetto e poi c’è il contesto e ci sono le circostanze, e rigorosi, nell’analisi degli errori commessi e nella capacità di utilizzare tutti gli strumenti che ci possono aiutare a correggerli. E aggiungo che sono le “prime” così, quelle senza rete, non senza preparazione, che affrontata con il piglio giusto ti permettono di accumulare esperienza, conoscenza, sapere.
Poi man mano che pubblicheremo le nostre interviste voi ci direte cosa ne pensate, ma per me vale mille volta la pena gettare il cuore oltre l’ostacolo se poi Mario Vicidomini, che con il fratello Luigi e un paio di altri familiari porta avanti il pastificio, quando Cinzia mette da parte le sue preoccupazioni e gli fa la domanda che non avevamo concordato, una cosa tipo “ma possibile che da 200 anni voi Vicidomini siete tutti contenti di fare i pastai, che nessuno di voi avrebbe voluto fare altro?, risponde no, che lui un sogno nel cassetto ce l’aveva, che si era diplomato all’Isef, che voleva fare l’insegnate di educazione fisica, che all’inizio questo lavoro non era la “sua” scelta e che però la sua famiglia ha un’approccio, una cultura che l’hanno molto aiutato, e che quando si è scoperto felice perché chi comprava la sua pasta tornava e diceva che gli era piaciuta un sacco ha capito che questa era la sua strada.
Sì, la sera con Mario ne abbiamo riparlato mentre si aspettava l’inizio della presentazione di Bella Napoli, ma il superamento di una insoddisfazione personale attraverso il lavoro, il sentirsi realizzato perché chi compra la pasta che fai tu la trova buona ed è contenta di mangiarla è roba da manuali di sociologia, di psciologia, di marketing. Sì, perché il lavoro anche se costa fatica e sacrifici non è per forza alienazione e sfruttamento. Certo, ci vuole rispetto per il lavoro e per chi lavora, ci vogliono tutele, ci vuole qualità, perchè senza qualità ci sarà sempre qualcuno disposto a fare il tuo stesso lavoro per meno soldi. Sì, io ne sono convinto, è la qualità che salverà l’Italia, non lo sfruttamento. Dite che bisogna lo capiscano le nostre classi dirigenti. Sono d’accordo, ma se non lo capiscono possiamo farglielo capire noi, partecipando, stando in campo, non delegando, facendo le cose per bene. Sì, mi capiterà ripeterlo spesso nei prossi mesi, vale per Castel San Giorgio, vale per il Sud e vale per l’Italia, dobbiamo diventare il Paese dove chiunque fa qualunque cosa cerca di farla bene, sempre, e per questo è rispettato dagli altri che, come lui, cercano di fare bene le cose che fanno. Punto. Per ora.