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Il Sud ha bisogno di poteri locali forti

Qualcuno, se non ricordo male Tullio de Mauro, ha scritto tempo fa che in questo Paese “Maiora premunt” sempre: c’è sempre una ragione, un pericolo o un motivo particolare per il quale non si possono affrontare le cose con la dose sufficiente di profondità, di chiarezza, di attenzione.
E invece di questi tempi “ci sono più cose in questa città e in questo Paese di quante la nostra fantasia potrebbe immaginare”. Cose che cambiano. E che producono disagio, incertezza. Quello stessa che, come ha ricordato con una bella immagine il filosofo Salvatore Veca, Proust provava quando si ritrovava in stanze d’ albergo arredate in maniera per lui non abituale.
Viviamo questa fine del secolo breve avendo da una parte, come si dice, la storia alle calcagna, e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento.
Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare la società. Da qui l’esigenza di scongiurare un ulteriore pericoloso impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno, e di rispondere positivamente alla rottura della connessione tra società e istituzioni e al deterioramento dello spirito pubblico che caratterizza la crisi italiana.
Il problema non è il leader, ma la riconnessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati. E’ su questo terreno che può formarsi una classe dirigente che sappia indicare, innovando, le ragioni di una nuova unità della Nazione, che sappia coniugare autonomia e solidarietà.
Cosa sta succedendo al Nord? E come ciò che lì sta avvenendo influisce sul ruolo del Mezzogiorno d’Italia e sulle relazioni tra le diverse aree del Paese?
E quali sono le conseguenze della eclissi della grande impresa e del capitalismo familistico? Della fine dei grandi insediamenti operai e dei processi sociali ed educativi ad essi connessi? Del fatto che, come ci ricorda Giulio Sapelli, la piccola e media impresa non rappresenta solo un fatto economico ma un esempio di mobilitazione sociale realizzata senza la mediazione delle istituzioni? Di diffusione di una nuova borghesia imprenditoriale a scarso livello di civilizzazione e senza alcun amore per le regole?
E il Sud? Come può contribuire alla definizione di un nuovo patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse civili, umane e produttive a livello locale?
Forse innanzitutto cercando in sè stesso le energie per risolvere i propri problemi. Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della ricerca dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, incentivando l’autonomia, la responsabilità.
Come è noto, la democrazia è fatta di più posti nei quali si partecipa, si decide e si contribuisce a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi.
E poi sostenendo lo sviluppo diffuso. E lo sviluppo diffuso, per non restare soltanto uno slogan, ha bisogno ancora una volta che si rafforzino i Poteri Locali, che si investa in legalità, formazione, infrastrutture avanzate, che si promuovano e si valorizzino anche nel sud le esperienze dei Distretti Industriali, che si incentivino il lavoro autonomo e l’autoimpiego, si rendano formali le 1000 cose che oggi sono informali. E’ questo uno dei terreni, come ci ha ricordato Paolo Macry, sui quali c’è bisogno di molta innovazione. Anche da parte del sindacato.
Si potrebbe concludere dicendo che di queste cose nella nostra città non si discute abbastanza. E che quel che si fa è ancora meno. Sarebbe vero. O meglio, una delle veritè possibili. Ma ci sono altre possibili verità. E una di queste è quella che mi ricorda spesso Tobias Piller, inviato del Frankfurter Allgemeine, dicendomi che a Napoli molti fanno delle cose, ma ciascuno le fa per conto suo.
Forse una delle cose da fare è quella di collegarsi meglio. E di personalizzare di meno. Forse si potrebbe provare a mettere su dei veri e propri “Distretti Sociali e Culturali”. Fondati sulle relazioni. Sulla capacità di fare cose. Di valorizzare esperienze diffuse. Provando, ancora una volta, a ricominciare da tre.

Il potere non si conquista. Si diffonde

Giugno 1996. L’Ulivo ha da poco vinto le elezioni. Dalla “rive gauche” i problemi da affrontare appaiono ancora poco più che nulla di fronte alla soddisfazione di essere al governo del Paese. Ma in realtà essi sono tanti. E complessi.
Nelle parole di Romano Prodi e Walter Veltroni tre questioni ritornano con insistenza. Europa. Scuola. Lavoro. In primo luogo per i giovani del Sud.
In quest’Italia in cui la politica sembra tornare, finalmente, a fare i conti con se stessa e con i problemi del Paese, può essere l’ennesima versione del mitico “I have a dream”, un viaggio simulato nel “Paese che più ti piace”.
O la costruzione paziente e faticosa di un futuro migliore.
Un futuro che nella vecchia logica centralista appare assai poco attraente. Continuare a pensare i problemi, e le loro soluzioni, solo da Roma, è poco più che un non sense.
Non si tratta di invertire il rapporto tra centro e periferia. Ma di costruire una struttura a rete in cui i poteri e le scelte di governo siano diffusi nel territorio, in cui non ci sia più posto per i programmi-elenco-delle-cose-da-fare. Dove contino le idee. I valori. La capacità di risolvere i problemi.
Gli esempi? In politica il federalismo. In economia i distretti industriali e l’impresa sociale. Nella comunicazione Internet.
Il messaggio è: superare il centro. Mettendo al centro le realtà territoriali. Perché è lì che si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando soluzioni.
Alcune cose possono essere avviate subito. Utilizzando appieno le indicazioni del piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione. Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa. Riformando la pubblica amministrazione, a partire dalla dirigenza. Puntando sui giovani e gli anziani, la memoria e l’innovazione.
La stessa Europa non può essere soltanto moneta unica, integrazione economica. L’Europa è anche politiche sociali, una nuova idea di civiltà, di relazioni con il Mediterraneo e con il resto del mondo.
E la politica può riconquistare un ruolo rispetto all’economia se parte da qui, dalla voglia di ripensare, progettare, governare le nazioni e i loro rapporti, dalla voglia di costruire gli Stati Uniti d’Europa.
E’ uno scenario nel quale non c’è posto per il continuismo. Né per la retorica. Compresa quella che si richiama al sacro valore della Patria.
La coesione nazionale si è retta per troppi anni su un debito pubblico che le leadership politiche ed economiche, del Nord e del Sud, hanno lasciato crescere in maniera sconsiderata. Ed è stata una coesione forte fino a quando non ha messo in discussione gli interessi. Quando ciò non è stato più possibile, per le trasformazioni economiche a livello mondiale e per la crisi dello stato sociale a livello nazionale, si sono aperti molti e consistenti problemi. E la crisi della politica ha in qualche modo liberato i rozzismi, gli spiriti animali, cosicchè la corsa al si-salvi-chi-può ha come perso ogni freno inibitorio.
La possibilità di ricostruire nuovi livelli di solidarietà si gioca oggi in larga parte sul terreno del federalismo. Sulla capacità di costruire un nuovo patto, fondato su unità e distinzione, autonomia e solidarietà, tra le diverse aree del Paese.
Del resto, il bisogno di un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non esercita ormai alcuna attrazione.
Spetta innanzitutto al Sud ricercare e proporre questo nuovo patto, fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale, capace di tenere assieme solidarietà ed interessi.
Gli attuali modelli sociali e produttivi stanno introducendo al Nord, in particolare in alcune aree del Nord Est, elementi forti di distorsione e di impoverimento civile e culturale, con giovani che si allontanano troppo presto dallo studio e dalla scuola, in molti casi anche quella dell’obbligo. E al Sud hanno costi insostenibili sul versante dell’occupazione e del vivere civile.
La ricerca di una nuova coesione nazionale non può dunque che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.

Serve a poco utilizzare strumentalmente i problemi del Mezzogiorno. Discutere delle flessibilità salariali come condizione per la ripresa degli investimenti industriali al sud. Enfatizzare le possibilità di migrazione di giovani meridionali verso il Centro Nord.
Certo. Per questa via si può ottenere qualche titolo sulle pagine dei giornali. O sperare di guadagnare spazio nei confronti di governo e sindacati. Ma è una via che non porta lontano. Che non ci fa essere competitivi sui mercati mondiali. Che non fa migliorare la qualità dei prodotti made in Italy.
E’ una via che non segnala lungimiranza. Ma soltanto ostinato, consapevole e colpevole rifiuto ad affrontare i problemi per quelli che sono.
Nel prossimo futuro la quasi totalità dei giovani del nostro Paese saranno meridionali. Giovani che da un Paese civile hanno il diritto di pretendere qualcosa di più che pane e marginalità.
E’ vero. Non viviamo tempi ordinari. Non lo sono i problemi, non lo possono essere le soluzioni necessarie per affrontarli e risolverli.
Ma bisogna creare le condizioni perché un giovane del Sud abbia pari opportunità di quello del Nord. Abbia un lavoro. E ciò passa oggi per la nascita e la diffusione di nuova imprenditorialità. Per la riduzione del costo del denaro e l’attivazione di nuovi strumenti finanziari, ad esempio potenziando uno strumento quale quello del “comitato” e delle procedure previsto dall’attuale legge 44 con l’obiettivo di costruire una “banca innovativa di investimento” volta alla creazione di nuove imprese, che potrebbe attivare direttamente corsi di formazione e gestire tutte le risorse che possono essere, in parte già oggi, capitalizzate.
Il Sud è oggi il luogo a partire dal quale ricostruire, attorno al valore del lavoro, una strategia che tenga assieme innovazione tecnologica, assetti produttivi e costruzione di un nuovo stato sociale, che qualifichi e valorizzi l’enorme risorsa costituita dalle donne, gli uomini, i giovani meridionali.
Bisogna parlare di più e meglio con le nuove generazioni. Verso i giovani oscilliamo spesso tra la solidarietà acritica ed il distacco moralistico di chi ha già visto come andranno le cose della vita. C’è poca capacità (e voglia) di comprendere i problemi dal loro punto di vista. C’è insufficiente attenzione verso il sistema educativo e formativo.
Eppure quando parliamo di educazione e formazione parliamo di strumenti fondamentali per combattere le diseguaglianze sociali del futuro.
Creare lavoro al Sud. E’ questa la frontiera sulla quale si misurerà il successo o il fallimento delle classi dirigenti di questo Paese.
Come farlo, in presenza di risorse scarse (e finalizzate più a risarcire, assistere, tutelare chi un lavoro lo ha perso, che a promuovere nuove occasioni di lavoro), di produttività crescente, di nuovi paesi che competono sempre più e meglio in termini di merci, costi e qualità?
Occorre investire in legalità, socialità, formazione, infrastrutture avanzate. Affermare dal Sud un’idea di mercato che garantisce la libertà d’azione perchè garantisce le regole, le norme che impediscono i monopoli e tutelano una effettiva concorrenza. E puntare decisamente alla creazione di imprese e alla incentivazione del lavoro indipendente e autonomo.
L’impresa, ed i sistemi produttivi, stanno rapidamente cambiando e non è certo un caso che sia un imprenditore come Fossa ad essere chiamato a dirigere la Confindustria.
Il vecchio modello fordista è in via di dissoluzione e le contraddizioni fondamentali non sono più tra capitale e lavoro nella grande impresa. La grande dimensione centralizzata lascia sempre più il posto alla produzione e all’organizzazione a rete, ai distretti industriali e territoriali, ai contesti istituzionali.
La creazione di imprenditorialità diffusa e la valorizzazione delle risorse non solo industriali ma anche culturali, ambientali, storiche e archeologiche, possono rappresentare, come dimostrano proprio le esperienze di governo locale che si stanno producendo nel Sud, un approdo positivo sia per i giovani che per i lavoratori dipendenti.
Si tratta di riprendere l’intuizione di Sylos Labini quando parla di creazione di imprese a mezzo di imprese. La creazione di imprese e di attività autonome va perciò incentivata attraverso politiche ordinarie e non come strumento di gestione di crisi e ristrutturazioni.
L’esperienza dei distretti industriali può aiutare a ripensare il rapporto tra politica industriale e Mezzogiorno.
Non si tratta di istituirli per legge o decreto, ma di rimuovere tutti gli ostacoli che inibiscono queste esperienze e di promuovere tutti i fattori che possono svilupparli.
Nel Sud già esistono realtà di forte concentrazione e specializzazione produttiva, quelli che qualcuno ha definito distretti industriali in nuce. E nel 95 il saldo tra nascita e mortalità delle imprese è stato, in questa parte del Paese, diversamente dalla media nazionale, positivo.
Si tratta dunque di promuovere e proporre strumenti per favorire l’approdo di queste realtà verso i distretti industriali veri e propri.
E’ dentro questa idea dello sviluppo, nella quale la città, il distretto urbano, interagisce con il distretto industriale, che al Sud si può concretamente costruire, anche mediante una profonda riorganizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale e dunque le scelte territoriali degli investitori.
In questo quadro, un contributo fondamentale può venire dal settore delle telecomunicazioni.
All’avvento della comunicazione interattiva sono infatti legate parti consistenti delle possibilità di creare nuovi lavori e di migliorare la qualità della vita, in particolare nei centri urbani. Strade e autostrade telematiche rappresentano oggi per le città, le industrie, le università, i centri di ricerca, quello che la ferrovia ha rappresentato nella seconda metà del diciannovesimo secolo.
Cablare le città utilizzando le infrastrutture già esistenti, facendo nascere vere e proprie reti locali che si aprano a nuovi protagonisti imprenditoriali ci sembra in tale ambito la scelta più utile e redditiva.
Riconoscere il valore del lavoro vuole dire anche creare imprese no profit nelle forme più varie. Esiste un legame profondo tra crescita dell’occupazione, incrementi di produttività sociale e ruolo del Welfare riformato. I servizi alla persona saranno infatti decisivi per impedire che l’ineluttabile sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Cambiare non sarà facile. E, soprattutto, non sarà indolore.
Ma le energie ci sono. Nella società civile, nell’industria, nell’economia, diventano sempre più decisivi l’autonomia, la partecipazione, la collegialità, la capacità di attivare e motivare positivamente energie.
Energie che vanno messe in campo senza esitazione per contribuire al processo di formazione di una nuova classe dirigente. Per costruire dal Mezzogiorno, una politica per il Mezzogiorno. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Il federalismo ci piace perché siamo convinti che imparare a ragionare, e a fare, in quanto soggetti che indicano delle soluzioni ai propri problemi, e che cercano di costruirsele, è una maniera utile per giungere ad un modello di relazioni tra diversi all’interno di una nazione.
Sì! Il federalismo ci piace soprattutto per questo: perché aiuta a pensare, e quindi a essere, contando innanzitutto sulle proprie forze.

Sindacato a rete

Vincenzo Moretti e Rosario Strazzullo

1. Partiamo da un dato di fatto. Negli ultimi anni il sindacato ha svolto nel nostro Paese un ruolo importante. Due esempi per tutti : l’accordo del 23 luglio, con il sistema di relazioni sindacali là definito, e l’accordo sulle pensioni.
Sono stati anni in cui il sindacato, nonostante i molti problemi, ha rappresentato un’evidente anomalia rispetto ad un sistema politico in rovinosa crisi.
Ma il vento sta cambiando. Mentre la politica tenta di rifare i conti con se stessa e coi problemi del Paese, il sindacato segna il passo.
Gli esiti dei referendum sindacali sono stati rapidamente rimossi e non sono stati affrontati con il piglio giusto i due temi che avrebbero potuto consentire di reggere l’iniziativa al livello precedente :l’unità sindacale e il Mezzogiorno.

2. Forse dovrà cambiare radicalmente l’approccio. Forse è sbagliato continuare a pensare, da Roma, di irradiare il verbo sindacale verso le periferie. Che a loro volta pensano di poter arginare il diluvio documentale scegliendo, ad esempio, di fare dei congressi il luogo in cui parlare, se va bene, dei propri problemi particolari e, se va male, di ciò che gli pare.
Se dunque si provasse a mettere al centro le realtà territoriali?
Dato che a questi livelli si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando nuove soluzioni?
Non si tratta solo di invertire il rapporto tra centro e periferia.
Ma di costruire una struttura a rete in cui i punti di direzione sono diffusi nel territorio, sono in grado di definire scelte e obiettivi anche senza la mediazione di Roma, di ripensare i caratteri ed i contenuti del sindacato confederale unitario.
Ci si può riferire a più cose. In politica al federalismo. In economia ai distretti industriali. Nella comunicazione a Internet.

3. Un programma non può limitarsi alla elencazione di cose da fare.
Esso richiede che si combinino idee-forza, valori capaci di suscitare speranze e attese positive e l’indicazione di soluzioni concrete.
E’ quello che il sindacato ha saputo fare con la vicenda delle pensioni.
E’ quello che è indispensabile fare con il lavoro, il mezzogiorno, l’unità sindacale.
Ad esempio utilizzando appieno, contestualmente alla costruzione dell’Europa monetaria, le indicazioni contenute nel piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione.
Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa.
Potenziando il sistema di relazioni sindacali e contrattuali a livello territoriale.
Va promosso, insomma, un nuovo protagonismo del sindacato delle città e delle regioni.
Sulla capacità dei livelli locali di individuare problemi e trovare soluzioni, di affermare autonomia ed esercitare responsabilità, si può credibilmente formare una nuova leva di dirigenti sindacali. E provare a dare un nuovo impulso alla costruzione del sindacato unitario.

L’idea del federalismo e lo sviluppo del Sud

Credo spetti innanzitutto al Sud ricercare e proporre un nuovo patto con il Centro Nord del Paese. Un patto capace di tenere assieme solidarietà ed interessi. Un patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale.
Quel Sud la cui forza lavoro è stata indispensabile negli anni 60, gli anni del boom economico e dell’emigrazione con la valigia di cartone, per sostenere lo sviluppo dell’industria di massa del Nord .
Quel Sud a cui nella metà degli anni 90, complici una fase ciclica di sviluppo e la scarsità di giovani nel centro Nord, viene riproposta, seppure in versione ridotta, riveduta e corretta, l’esigenza di portare i giovani dove c’è il lavoro, al Nord.
Un Sud che se guarda al passato non trova molti motivi di rimpianto.
L’esigenza di costruire un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista, è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non mi sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non ha alcuna attrazione.
La ricerca di una nuova di coesione nazionale non può che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.
Lo sento come un tema forte.
C’è un’idea che a me piace molto, che Riccardo Terzi ha definito come la necessità di un “doppio movimento”.
Un movimento che sposta la nazione, lo Stato, verso l’Europa, e che quindi richiede una capacità di intervento di dimensione europea. E un movimento verso il basso che sposta lo Stato, l’idea della nazione verso i poteri locali, i poteri decentrati, e dunque verso la responsabilità.
Qui vedo la possibilità di indicare idee forze, programmi, soluzioni.
Se la politica deve riconquistarsi un ruolo rispetto all’economia, deve partire anche da queste cose? E dentro queste cose ci può stare una nuova idea forza di nazione e di nazioni in Europa ?
Io credo di sì. E senza immaginare improponibili modelli guardo alla Germania come ad un Paese federale che però ha una forte identità nazionale.
E se è vero che il federalismo nella storia del nostro Paese ha avuto sovente caratteri secessionisti, è anche vero che la dimensione locale è ad ogni livello una risorsa strategica, che richiede quindi istituzioni forti.
Il federalismo può essere una strada buona per fare in modo che queste occasioni non vadano perse.

Come formare finalmente quella vera classe dirigente che non c’è

Datemi un leader, conquisterò il centro, solleverò l’Italia: è il messaggio dominante di questa stagione politica, l’ antidoto che partiti e coalizioni propongono a piene mani per curare i mali che affliggono l’economia e la società italiana.
C’è chi non fa fatica a sostenere che i destini della Nazione dipendono da questi eroi più o meno solitari e chi, come è noto, ha preso la cosa tanto sul serio da autoproclamarsi Unto dal Signore, ma l’idea che la vicenda politica italiana possa sostanzialmente essere risolta dalla definizione del leader e dai rapporti tra leaders attraversa, trovando autorevoli sostenitori, tutti gli schieramenti.
Francamente, non mi sembra una grande idea nè per il centrosinistra nè, ed è l’aspetto certamente più significativo, per il Paese.
Il vento semplificatorio che soffia sulla politica nazionale non può che favorire le forze che guardano al passaggio dalla prima alla seconda fase della Repubblica come ad una gigantesca opera di restyling del vecchio sistema.
Non è stata questa, del resto, una delle idee guida fondamentali che hanno ispirato l’esperienza di governo di Silvio Berlusconi?
E non spetta invece al centro sinistra pensare, progettare, proporre un processo di rinnovamento che coinvolga uomini, regole, culture e sia per questo profondo e consapevole?
Io credo di sì, e che potrà farlo se sarà capace di valorizzare la creatività e le differenze, se alla gerarchia saprà rispondere con la responsabilità, alla centralizzazione con la diffusione ed il decentramento dei poteri, al leaderismo con l’affermazione di una nuova classe dirigente.
Sta qui una questione decisiva.
La mancanza di una classe dirigente, di un ceto intermedio forte, particolarmente acuta nel Mezzogiorno, ha infatti fortemente condizionato la storia del nostro Paese.
In un saggio su Napoli, il Sud, il federalismo, scritto assieme a Luca De Biase, abbiamo sottolineato come proprio a Napoli, per mano di Gaetano Filangieri, sia nata quella “Scienza della legislazione” destinata ad avere un peso decisivo nella formazione del pensiero e dei governi rivoluzionari in Francia ed in Europa e che invece ben poca fortuna ha avuto in patria, dove ha prodotto quella rivoluzione del 1799 che, sono parole di Vincenzo Cuoco, “dovea formare la felicità di una nazione ed intanto ha prodotto la sua ruina”.
Una rivoluzione fallita da un lato perchè, come scrive ancora il grande storico napoletano, essa è stata per il popolo un dono e non un bisogno, e dall’altro perchè anche allora, nonostante l’impegno di uomini come Genovesi, Pagano, lo stesso Filangieri, tra il “sopra” (il re, i nobili, l’alto clero) ed il “sotto” (il popolo) c’era troppo poco “mezzo” ( professori di lettere, frati, preti, avvocati, giudici).
E quando Giudo Dorso, circa un secolo e mezzo dopo, ha sostenuto la necessità che si formassero cento uomini di ferro per dare finalmente soluzione ai problemi del Mezzogiorno d’Italia, egli non ha fatto altro che riproporre, da un diverso versante, la medesima questione.
Questione che ritorna ai nostri giorni come necessità di costruire quella società di mezzo (c’è un’assonanza perfino terminologica con l’ordine mezzano propugnato dal Genovesi) che si ritiene indispensabile per lo sviluppo economico e sociale delle diverse aree del Paese.
Certo, come abbiamo scritto nel documento a fianco riportato, la costruzione di una nuova classe dirigente è un processo certamente più impegnativo della individuazione di un leader ma, come è noto, problemi complessi richiedono necessariamente soluzioni complesse.
D’altro canto, nelle società e nelle economie di tutti i Paesi più avanzati la collegialità, la responsabilità, la partecipazione da un lato, i sistemi aperti e modulari, le reti, gli ambiti territoriali ed i poteri locali dall’altro, diventano ogni giorno più importanti.
E la politica ha senso, riesce ad andare oltre la riproduzione di sè stessa solo se è capace di interpretare quanto avviene nell’ economia e nella società e di governare definendo regole e scelte più utili al loro sviluppo.
Ad un recente summit sulle telecomunicazioni organizzato dalla Telecom l’amministratore delegato della Mondadori, Franco Tatò, ha sostenuto che con l’ormai prossimo avvento della società digitale i due principali fattori di successo saranno rappresentati dall’intelligenza e dall’educazione. E Nicholas Negroponte, guru incontrastato del pianeta digitale, responsabile del Medialab presso il mitico M.I.T. di Boston, ha affermato che in ogni consiglio di amministrazione dovrebbe sedere almeno un quindicenne.
Da quando tempo la politica nel nostro Paese non parla di intelligenza, di educazione, di scuola, di formazione?
E quando è stata l’ultima volta che la sinistra, o il centro sinistra, si è occupato seriamente di giovani? Forse, appena dopo le elezioni del marzo 1993, quando ci si accorse che tra il nulla e le false promesse berlusconiane i giovani avevano scelto queste ultime.
La perdita di identità e di ruolo che colpisce fasce sempre più ampie di società, può essere combattuta e vinta se si defiscono nuovi protagonismi e si diffondono i poteri. Una nuova classe dirigente non può che nascere da qui, dalla verifica sul campo di idee, aspirazioni, comportamenti; dalla costruzione di un sistema nel quale la possibilità di vedere soddisfatta quella che Spinoza definiva la propria utilitas sia strettamente collegata al rispetto delle leggi e delle regole democraticamente definite; da una partecipazione attiva dei cittadini alla vita, alla gestione e al controllo della res pubblica.
In questo quadro, la stessa positiva esperienza dei comitati Prodi va potenziata, ampliata, non lasciata isolata.
In un sistema democratico, non c’è un Cesare al quale dare quel che è di Cesare, anche perchè di suo, Cesare, non ha niente.
E forse, se la maggioranza degli italiani sarà daccordo, si potrà fare anche a meno di affidare il governo del Paese a chi confonde il libero mercato con la tutela dei propri interessi e lo sviluppo economico con la promessa di un milione di posti di lavoro.
Occorre però che il centro sinistra risponda alle suggestioni plebiscitarie proposte dalla destra, mettendo in campo valori, volontà di innovazione e di riforma, definendo per questa via una propria chiara identità .
Può non essere semplice. Ma, come avrebbe detto Jorge Luis Borges, sono davanti a noi futuri diversi che con le nostre azioni individuali e collettive contribuiamo a rendere più o meno possibili. Se ce ne convinciamo fino in fondo, abbiamo potenzialità e risorse sicuramente superiori ai nostri avversari politici.
Forse anche per questo una classe dirigente può valere molto più di un leader.

L’accordo su Alenia è il massimo possibile

Credo si debba provare, in una vicenda complicata come quella dell’Alenia, ad evitare di incrementare il tasso di confusione già di per sè molto elevato. Credo si debba fare nel modo più banale ed efficace che esiste, ragionando, senza pretesa di dire “la” verità, ma provando ad argomentare il proprio punto di vista sul merito dell’accordo e sul modo in cui si debba andare avanti. Per quanto attiene ai contenuti dell’accordo, va ribadito che nessuno ha mai pensato di cantare vittoria, né di fare ovazioni. Oltre alle convinzioni personali, di merito, lo impedisce il fatto che quando si firma un accordo che prevede comunque tagli all’occupazione , un dirigente sindacale, del Sud in primo luogo, nn ha nessun motivo di fare festa. Non a caso, nel comunicato ultimo della segreteria generale della CGIL Campania si parla di “punto di maggiore equilibrio possibile per le attività produttive dell’area napoletana”. Altra cosa è dare un giudizio complessivamente positivo sui risultati che anche e soprattutto grazie alle lotte dei lavoratori è stato possibile conseguire. Questo giudizio lo riconfermo, così come riconfermo che a un certo punto della lotta sarebbe stato più utile, per i lavoratori innanzitutto, passare a forme di inizativa articolata. Io credo che l’accordo, con le ulteriori modifiche conquistate, tuteli in maniera soddisfacente la dignità dei lavoratori che lasceranno l’attività produttiva, consenta una gestione sindacale decentrata che potrà permettere, se usata fino in fondo, di limitare al massimo i danni dell’attuale fase di crisi, mantenga aperta la possibilità di condurre fino in fondo la battaglia, dagli esiti non certi, sul futuro degli stabilimenti campani.
Certo, non sarà un lavoro facile, ma ora è questo il punto sul quale ragionare. In tali situazioni, che per loro natura sono destinate ad avere una notevole incidenza sul futuro industriale e sindacale dell’intera regione, non è mai troppo tardi per tornare a discutere, ad esempio, del ruolo avuto dall’azienda (o dalle aziende?), in questa vicenda e di uno scontro all’interno del management su quello che dovrà essere il futuro assetto strategico del gruppo. Su questo terreno non possiamo permetterci di fare regali a nessuno. L’accordo rappresenta uno strumento utile e necessario per evitare che faccia festa chi progetta di risolvere i problemi del gruppo chiudendo uno stabilimento. Magari quello di Pomigliano.