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Sindacato a rete

Vincenzo Moretti e Rosario Strazzullo

1. Partiamo da un dato di fatto. Negli ultimi anni il sindacato ha svolto nel nostro Paese un ruolo importante. Due esempi per tutti : l’accordo del 23 luglio, con il sistema di relazioni sindacali là definito, e l’accordo sulle pensioni.
Sono stati anni in cui il sindacato, nonostante i molti problemi, ha rappresentato un’evidente anomalia rispetto ad un sistema politico in rovinosa crisi.
Ma il vento sta cambiando. Mentre la politica tenta di rifare i conti con se stessa e coi problemi del Paese, il sindacato segna il passo.
Gli esiti dei referendum sindacali sono stati rapidamente rimossi e non sono stati affrontati con il piglio giusto i due temi che avrebbero potuto consentire di reggere l’iniziativa al livello precedente :l’unità sindacale e il Mezzogiorno.

2. Forse dovrà cambiare radicalmente l’approccio. Forse è sbagliato continuare a pensare, da Roma, di irradiare il verbo sindacale verso le periferie. Che a loro volta pensano di poter arginare il diluvio documentale scegliendo, ad esempio, di fare dei congressi il luogo in cui parlare, se va bene, dei propri problemi particolari e, se va male, di ciò che gli pare.
Se dunque si provasse a mettere al centro le realtà territoriali?
Dato che a questi livelli si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando nuove soluzioni?
Non si tratta solo di invertire il rapporto tra centro e periferia.
Ma di costruire una struttura a rete in cui i punti di direzione sono diffusi nel territorio, sono in grado di definire scelte e obiettivi anche senza la mediazione di Roma, di ripensare i caratteri ed i contenuti del sindacato confederale unitario.
Ci si può riferire a più cose. In politica al federalismo. In economia ai distretti industriali. Nella comunicazione a Internet.

3. Un programma non può limitarsi alla elencazione di cose da fare.
Esso richiede che si combinino idee-forza, valori capaci di suscitare speranze e attese positive e l’indicazione di soluzioni concrete.
E’ quello che il sindacato ha saputo fare con la vicenda delle pensioni.
E’ quello che è indispensabile fare con il lavoro, il mezzogiorno, l’unità sindacale.
Ad esempio utilizzando appieno, contestualmente alla costruzione dell’Europa monetaria, le indicazioni contenute nel piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione.
Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa.
Potenziando il sistema di relazioni sindacali e contrattuali a livello territoriale.
Va promosso, insomma, un nuovo protagonismo del sindacato delle città e delle regioni.
Sulla capacità dei livelli locali di individuare problemi e trovare soluzioni, di affermare autonomia ed esercitare responsabilità, si può credibilmente formare una nuova leva di dirigenti sindacali. E provare a dare un nuovo impulso alla costruzione del sindacato unitario.

L’accordo su Alenia è il massimo possibile

Credo si debba provare, in una vicenda complicata come quella dell’Alenia, ad evitare di incrementare il tasso di confusione già di per sè molto elevato. Credo si debba fare nel modo più banale ed efficace che esiste, ragionando, senza pretesa di dire “la” verità, ma provando ad argomentare il proprio punto di vista sul merito dell’accordo e sul modo in cui si debba andare avanti. Per quanto attiene ai contenuti dell’accordo, va ribadito che nessuno ha mai pensato di cantare vittoria, né di fare ovazioni. Oltre alle convinzioni personali, di merito, lo impedisce il fatto che quando si firma un accordo che prevede comunque tagli all’occupazione , un dirigente sindacale, del Sud in primo luogo, nn ha nessun motivo di fare festa. Non a caso, nel comunicato ultimo della segreteria generale della CGIL Campania si parla di “punto di maggiore equilibrio possibile per le attività produttive dell’area napoletana”. Altra cosa è dare un giudizio complessivamente positivo sui risultati che anche e soprattutto grazie alle lotte dei lavoratori è stato possibile conseguire. Questo giudizio lo riconfermo, così come riconfermo che a un certo punto della lotta sarebbe stato più utile, per i lavoratori innanzitutto, passare a forme di inizativa articolata. Io credo che l’accordo, con le ulteriori modifiche conquistate, tuteli in maniera soddisfacente la dignità dei lavoratori che lasceranno l’attività produttiva, consenta una gestione sindacale decentrata che potrà permettere, se usata fino in fondo, di limitare al massimo i danni dell’attuale fase di crisi, mantenga aperta la possibilità di condurre fino in fondo la battaglia, dagli esiti non certi, sul futuro degli stabilimenti campani.
Certo, non sarà un lavoro facile, ma ora è questo il punto sul quale ragionare. In tali situazioni, che per loro natura sono destinate ad avere una notevole incidenza sul futuro industriale e sindacale dell’intera regione, non è mai troppo tardi per tornare a discutere, ad esempio, del ruolo avuto dall’azienda (o dalle aziende?), in questa vicenda e di uno scontro all’interno del management su quello che dovrà essere il futuro assetto strategico del gruppo. Su questo terreno non possiamo permetterci di fare regali a nessuno. L’accordo rappresenta uno strumento utile e necessario per evitare che faccia festa chi progetta di risolvere i problemi del gruppo chiudendo uno stabilimento. Magari quello di Pomigliano.