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Elogio dell’uomo artigiano

L’importante è capire

New York, 1962. Richard Sennett ricorda il gran freddo, l’incontro con Hanna Arendt, il calore con cui la sua maestra afferma che “le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno”, si accontentano di scoprire “come” farle, rinunciano a chiedersi “perché” (Sennett, 2008). Era accaduto con la bomba atomica, come confermerà Robert Oppenheimer, leader degli scienziati impegnati a Los Alamos; rischiava di accadere ancora, con la crisi dei missili a Cuba e il mondo alle prese con l’incubo di una nuova guerra.

Non ricordo se l’autunno a Napoli fu particolarmente freddo, conservo invece memoria di quello strano miscuglio fatto di incredulità e angoscia che accompagnava le nostre sere. A Secondigliano, a quel tempo, papà, mamma, io e Antonio, mio fratello, vivevamo in una stanza grande con angolo cucina e bagno sulla destra, di fianco al balcone che affacciava sullo stadio e una domenica si e una no si affollava di sedie e di amici, giusto il tempo della partita, campionato Promozione, al posto del biglietto il caffè, lungo, offerto dalla premiata ditta Moretti.

Ricordo che papà aveva comprato da poco il Telefunken, schermo bombato, bianco e nero e la sera l’intero caseggiato si riuniva per ascoltare, sperare, pregare per la pace nel mondo con Papa Giovanni XXIII, anche se noi non è che fossimo proprio credenti, almeno non nel senso impegnativo della parola.

Il lavoro, la missione, la nazione

Tokyo 2007. L’occasione del nuovo viaggio in Giappone mi viene data dall’indagine sull’organizzazione della scienza al Riken, uno dei più importanti istituti di ricerca del mondo. Sarà Angelo Volpi, al tempo responsabile Scienze e Tecnologie dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, a raccontarmi che in Giappone “non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare, lavorare con impegno vuol dire condividere una missione, quella stessa che fa grande la nazione” (Moretti, 2008). Due domeniche dopo, quando scendo per la passeggiata e trovo nel cortile una trentina di volontari di ogni età pronti a pulire prati e strade del Riken non mi sorprendo, così come non mi ero sorpreso il sabato precedente a Odaiba quando salendo le scale che conducono al palazzo della Fuji Tv ero stato rapito dalla cura con cui l’uomo in divisa lucidava i corrimano. Quando io e mio figlio Luca, assistente, interprete, compagno di viaggio, ritorniamo a casa, ci scopriamo vittime di una sorta di jet lag sociale: Napoli è sempre Napoli, Sorrento, Capri e Posillipo visti da casa continuano a sembrarci incantevoli, eppure abbiamo l’impressione di vivere all’incontrario, ci vorrà un po’ per tornare “normali”.

Bella Napoli, bella Tokyo

Napoli 2011. Come sempre più spesso mi accade l’idea di raccontare la città attraverso le storie di persone diverse per età, lavoro, quartiere e però accomunate dall’amore per il loro lavoro è nata per caso, mi ci sono prima abituato e poi entusiasmato, neanche l’uscita del libro basta a fermarmi, continuo a cercare dignità e passione per il lavoro nelle persone che incontro. Nell’ultimo mese ho intervistato Salvatore, dipendente dell’azienda di trasporto locale; Rosa, estetista che ha trovato la sua strada a San Casciano Terme; Lelio, paroliere, musicista, leader dei JFK e La Sua Bella Bionda che il suo spartito lo ha cercato invece tra Londra, Parigi e Napoli; Renato, maestro di chitarra con tanto di laurea al conservatorio, sommelier, lavoratore in scadenza di contratto al museo di arte moderna, laurea magistrale in lingue a un passo, un napoletano che parla inglese, francese, giapponese e russo.

Salvatore dice che solo chi ha fatto la gavetta può capire veramente quanto sia importante il lavoro e perché bisogna rispettarlo, farlo bene, con responsabilità, senza cercare alibi nelle mille cose che non funzionano come dovrebbero. Io non penso sia così, però quando ho scritto su Facebook che un giorno svelerò la differenza tra quelli che sono cresciuti mangiando la zuppa di latte con il pane e quelli che invece la zuppa la fanno con i biscotti un po’ sono stato contento dello scompiglio che si è creato.

Silvio Piersanti mi riporta a Tokyo, racconta su Repubblica di sua moglie Kyoko e di suo figlio Tomoyuki alle prese con il grande terremoto, racconta di Buon’Italia, il negozio dove Kyoko vende olio e miele e altri prodotti italiani, dello psicotsunami che sta sconvolgendo la sua vita, di Kyoko che gli dice “sono sfinita, ma sento la profonda soddisfazione di aver fatto tutto quello che era necessario per me, per la mia famiglia, per il mio lavoro, per il mio Paese. Se ognuno di noi farà la sua piccola parte, riemergeremo anche questa volta”.

Con la testa e con le mani

New York 1962, Tokyo 2007, Napoli 2011, mezzo secolo, tre metropoli e il valore del lavoro. Il lavoro come dignità, come rispetto, come cultura materiale, come voglia di fare le cose per bene perché è così che si fa, come capacità di tenere assieme, nel processo del fare, testa e mani.

Lavoro “in sé” e lavoro “per sé”

Ma esiste ancora questo lavoro di cui parli tu? Maria, 27 anni due giorni prima del prossimo Natale, la questione la prende come avrebbe fatto mio padre, “di faccia”. Il tuo libro è bello – mi dice –, ma ci sono alcune storie, ad esempio quella di Giovanna, la lavoratrice del call center, che si fa fatica a considerare vere. Guarda che io l’ho fatto per un anno e mezzo quel mestiere lì – aggiunge -, e ti garantisco che è un lavoro assurdo, alienante, spersonalizzante, altro che l’apologia del sorriso telefonico. Avrei potuto rispondere che è tutto vero, che basta ascoltare la registrazione per rendersene conto, che di quella storia lì mi è dispiaciuto di non aver registrato il video, che il fatto è che nascere e crescere a via Chiaja è una cosa, al rione Luzzati è un’altra. Sì, avrei potuto farlo, non l’ho fatto. Le ho detto solo che il lavoro di cui racconto io non è il lavoro “in sé”, che da quel punto di vista come darle torto, è il lavoro “per sé”, che insomma quello che cerco io è l’approccio dell’artigiano, quello che ti fa provare soddisfazione nel fare bene una cosa “a prescindere”, qualunque essa sia, pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli. Sì, gli ho detto che sono un uomo in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella “cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”, come diceva Josephine Baker.

Si può fare, si fa

Non so se cerco l’impossibile, penso di no, perché altrimenti Kyoko non avrebbe detto “mi rimbocco le maniche e comincio a spingere fuori del negozio la melma [… di vino e miele …] che copre il pavimento. L’indomani mattina Buon’Italia è aperta”; Sennett non avrebbe scritto che “l’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno”; Renato non avrebbe definito il suo lavoro di maestro di chitarra come “l’umiltà con la quale cerchi di trasmettere qualcosa”, come “il calore che riesci a fare quando fai qualcosa”.

Certo che poi ci vuole equilibrio tra contributi, ciò che il lavoratore dà all’organizzazione, e incentivi, ciò che l’organizzazione dà al lavoratore (Barnard, 1970); certo che il dirigismo e la competitività senza qualità indeboliscono la motivazione e rendono tutto più difficile, in fondo militiamo nel sindacato, ci iscriviamo alla Cgil, anche per superare queste difficoltà; certo che aiuterebbe la presenza di uomini come Adriano Olivetti, che pensava che le sue fabbriche, i suoi negozi, le sue macchine da scrivere, dovessero racchiudere tutta la bellezza e la tecnologia possibile, o come Enzo Ferrari, che intorno alle auto da corsa inventò il mito che il mondo ci invidia; certo che la ricerca del meglio si riferisce all’approccio e non ai risultati dato che siamo persone a razionalità limitata (March, 2002). Rimane il dato di fondo, il bisogno di un ribaltamento culturale, l’urgenza di spostare l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore dei soldi al valore della conoscenza, del sapere, del saper fare.

Fare è pensare

In questi tempi un po’ così si fa fatica a vederlo, ma il lavoro è anche un valore, un bisogno in sé, uno strumento importante per organizzare la propria vita in un sistema di relazioni riconosciute, per soddisfare le proprie aspettative di futuro, per contribuire a creare ricchezza a livello non soltanto economico ma anche sociale. Attraverso il lavoro, il sapere, il saper fare possiamo cercare, in una pluralità di ambiti e di circostanze, di vivere vite più degne di essere vissute. Si, secondo me ha ragione Sennett, fare è pensare. In fondo solo se ci pensi puoi amare veramente ciò che fai.

Per un’etica della convenienza

“Un’idea | un concetto | un’idea | finché resta un’idea | è soltanto un’astrazione | se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia | rivoluzione”. Ricordate? Era Giorgio Gaber che cantava la fatica di usare le parole tenendo assieme il dire con l’agire.

La parola “altro” è da questo punto di vista paradigmatica. Perché se ci si ferma al dire si possono riempire interi volumi, basti pensare alla dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale come patrimonio dell’umanità o a Ryszard Kapuscinski (“l’incontro con l’altro è la più importante delle esperienze”; L’altro, Feltrinelli) e a James Hillman (“l’altro diventa il nostro prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia ci chiama”; La forza del carattere, Adelphi) nelle pagine in cui ricordano Emmanuel Lévinas. E perché persino sul terreno del “dire” le cose non filano mai lisce come piacerebbe a noi.

Il fatto è che le parole chiamano altre parole; che con le parole formuliamo concetti e categorie di pensiero; e che le categorie di pensiero hanno bisogno di essere ri-formulate e re-interpretate.

È il punto, importante, sul quale concordano Jurgen Habermas e Jacques Derrida (Giovanna Borradori, Filosofia del Terrore, Laterza) riferendosi a concetti come “tolleranza”, “dialogo”, “sovranità”, “cosmopolitismo”, “perdono”, “diritto internazionale”, “globalizzazione”.

Per Derrida la tolleranza è il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella sua casa. È attraverso la ridefinizione dei concetti di cittadinanza, tolleranza, cosmopolitismo che si può pensare a una cittadinanza universale che non si associ a un superstato mondiale e a una sovranità nazionale che non si appiattisca su un patriottismo di spirito, di destino e si rispecchi nel rispetto per la costituzione, patrimonio comune dei cittadini. Una tolleranza che non sia paternalista, di matrice cristiana, condizionata e concessa dall’autorità superiore. Da qui l’idea di procedere oltre, verso quel concetto di ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Da qui la richiesta che la differenza dell’Europa sia “nel non rinchiudersi sulla propria identità e nel farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, verso l’altro capo o il capo dell’altro”.

Habermas assegna dal suo canto ai concetti e ai valori democratici propri del mondo occidentale, alla capacità intrinseca della democrazia di dare soluzione a ogni conflitto, la possibilità di risolvere le contraddizioni che caratterizzano la modernità. A suo dire la tolleranza moderna non è unilaterale e monologica come quella introdotta dall’Editto di Nantes ma, posta a base di una democrazia di eguali raccolta attorno alla propria costituzione, diventa dialogica e perfettibile.

Su un piano solo in parte diverso Thomas H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, Laterza) riconduce alla categoria dei diritti di cittadinanza tanto i diritti civili quanto quelli politici e quelli sociali, definendo così un vincolo stretto tra la possibilità delle persone di essere titolari di diritti e la loro appartenenza a una data comunità, mentre Luigi Ferrajoli (I fondamenti dei diritti fondamentali, Franco Angeli) mette in risalto l’antinomia tra il carattere universale dei diritti fondamentali e il loro “confinamento entro gli angusti spazi della cittadinanza statuale”. A suo avviso non possono essere la lotteria biologica e sociale, il paese o la famiglia dove ci ritroviamo a nascere e a crescere a legittimare “il nostro diritto ad avere di più”. Ma è davvero realistica l’idea di una “cittadinanza universale” che superi la dicotomia fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino, “riconoscendo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in quanto semplicemente persone, i medesimi diritti fondamentali”?

Si potrebbe naturalmente continuare con le parole e i loro significati, ma ci pare invece più utile sottolineare che le tante, diverse, interessanti idee di cui abbiamo detto fin qui hanno come principale comun denominatore il fatto di essere fuori moda, di non avere appeal. Le voci di dentro della società italiana sono chiare: tolleranza, ospitalità, diritti? No grazie! Le parole del consenso sono ronde, sicurezza, repressione, esplusione.

Invertire la tendenza? Difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

Si potrebbe ad esempio non farne solo una questione di etica. Quando si parla di accoglienza e di ospitalità, così come di regole e di legalità o di élites e di classi dirigenti il cambiamento accade se e quando appare “conveniente”. Le persone cambiano i loro modi di dire e di agire non tanto quando il cambiamento è giusto ma quando il cambiamento conviene. Forse parte da qui Richard Sennett (L’uomo artigiano, Feltrinelli) quando scrive che oggi più che mai è necessario indagare come si può modificare o regolare il comportamento concreto piuttosto che esortare a un cambiamento di cuori. Di certo è utile partire da qui per affrontare la questione relativa alla determinazione delle condizioni, del contesto, atto a favorire tale cambiamento.

Il filosofo Francois Jullien (Pensare l’efficacia, Laterza) sottolinea a questo proposito l’importanza di puntare sui fattori portanti, di trarre profitto dal potenziale della situazione e fa l’esempio del coraggio, che l’umanesimo europeo considera una qualità umana mentre in Cina è per l’appunto pensato, come del resto il suo complementare, la pavidità, un effetto del potenziale della situazione. “Ora, se il coraggio è inteso non come una virtù, concepita da un punto di vista morale, ma come un effetto del potenziale della situazione, il generale dovrà domandarsi non se le sue truppe sono pavide o coraggiose ma come operare per spingere, o costringere, il suo esercito al coraggio”. E perché la cosa non sembri troppo “altro” rispetto al nostro contesto, ricorda Niccolò Machiavelli (Dell’arte della Guerra) che scrive di Cesare che, dopo averli circondati, comprende che per sconfiggere i germani deve offrire loro una via di fuga, poiché nella situazione di accerchiamento perfetto nel quale si trovano essi non possono che combattere con disperata furia e bellicosità.

Si parli di coraggio o si parli di accoglienza a nostro avviso è di estremo interesse il fatto che quanto più dalle virtù individuali ci si sposta sul terreno del creare e cogliere le condizioni per sfruttare il potenziale della situazione, tanto più c’è bisogno di élites e classi dirigenti all’altezza del compito, il che potrebbe suggerire qualcosa di interessante circa la peculiarità della crisi italiana.

Tornando più specificamente al punto, ancora da Sennett viene una ulteriore sollecitazione quando insiste sulla necessità di pensarci come “immigrati spinti dal caso e dal destino su un territorio che non è nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartene”. Il tema di Sennett è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, ma ancora una volta questo nesso tra “senso di spaesamento e di straniamento” e messa in moto di “pratiche concrete di cambiamento” appare di grande utilità per i nostri “eroici” tentativi di dare senso e concretezza alla cultura dell’accoglienza.

Sentirsi stranieri, cogliere il potenziale della situazione, sfruttare i fattori portanti per cambiare il nostro approccio con l’Altro. Più che un messagigo nella bottiglia, una traccia utile per future esplorazioni.

Fare è pensare

enakapata3Né carne né pesce. Si intola così una bella nota di Irene Gonzalez su Facebook dove l’autrice scrive ad un certo punto: ” […] Mi piacerebbe che sulla carta di identità di questa persona ci potesse essere scritto: UOMO DI CULTURA, ma è pur vero che la vaghezza a cui queste tre parole sono condannate nel mondo di oggi sparirà difficilmente, visto che a sparire, oggi, è sempre più il significato delle parole e quindi delle cose. E delle persone.
Ecco la mia riflessione: fare cultura è promuovere il pensiero, le idee, la bellezza, l’utilità pratica di qualcosa tanto impalpabile quanto importante per la vita di ogni ora, di ogni tempo, di tutto il tempo […]”.

Da quando non ho più la televisione la sera devo reinventarmi le ore o i minuti prima del sonno. Ieri ho cercato un libro, sono inciampato in Richard Sennett e nel suo L’uomo artigiano, mi sono detto ma sì, è il momento di rileggerlo, nelle prime  tre  righe della prima pagina, quella dei ringraziamenti, ho letto “Voglio dichiarare il mio debito speciale nei confronti del filosofo Richard Foley. Ero arrivato a un punto morto del mio libro, quando Foley mi domandò: “Quale è l’intuizione che la guida?”; d’impulso risposi: Fare è pensare” e non ho avuto più dubbi.

Karl Weick nei suoi vagabondaggi intorno al senso e al significato nelle organizzazioni (Raffaello Cortina, 1997) l’ha definita retrospezione, in estrema sintesi l’attività del ripensare, dell’osservare e dello spiegare a posteriori a partire dall’analisi del vissuto significativo.

Senso, significato, fare, pensare. Per me Enakapata è un pò tutto questo. Sono grato a Irene, a Richard e a Karl (gli ultimi due mi perdonino la confidenza poetica) per avermelo ricordato.

L’uomo artigiano | Sottolineato e Note a margine

Il vaso di Pandora –  Hannah Arendt e Robert Oppenheimer (11)
Le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno (11)
Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così. (12)
Discorso e azione come caratteristiche dell’essere umani (14)
Homo Faber (perché) e Animal Laborans (come) (15-16)
Animal laborans, Anomia, Operaio alla catena, Oppenheimer (16)
Che cosa ci rivela su noi stessi il procesos di produrre cose materiali? (17)
E’ possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare (17)
Fare le cose per bene perché é così che si fa (17)

Il progetto – L’uomo artigiano; guerrieri e sacerdoti; lo straniero (18)
La maestria designa un impulso mano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso (18).
L’intimo nesso tra la mano e la testa (18)
La resistenza e lambiguità possono risultare esperienze istruttive; per lavorare bene, l’artigiano deve imparare da quelle esperienze, anziché combatterle (19).
La motivazione cnta più del talento (20).
Motivazione, talento, organizzazione (20)
Il bravo artigiano usa le sue soluzioni per scoprire nuovi territori; nella sua mente, la soluzione di un problema e l’individuazione di nuovi problemi sono intimamente legati (20).
Il bravo artigiano di Sennett e il bravo democratico di Veca. Nella discussione pubblica siamo artigiani della parola? (20)
Mi sembra più realistico indagare come si possa modificare o regolare il comportamento concreto, piuttosto che esortare a un cambiamento dei cuori (21).
La questione “convenienza” (21).

Le tribolazioni dell’artigiano
Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il alvoro ben fatto per se stesso (27).
L’artigiano è la figura rappresentativa di na specifica condizione mana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno (28).