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La struttura delle rivoluzioni scientifiche | Thomas S. Khun

29. Scienza normale significa una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore.

38. La verità emerge più facilmente dall’errore che dalla confusione.

40. Lo scienziato che scrive ha maggiori probabilità di veder danneggiata la propria reputazione professionale che di accrescerne il prestigio.

66. Michael Polanyi ha argomentato che gran parte della riuscita di uno scienziato dipende da una conoscenza tacita, cioè da una conoscenza che è stata acquisita attraverso la pratica e che non può venire articolata esplicitamente.

75. La ricerca governata da un paradigma deve essere una maniera particolarmente efficace di introdurre cambiamenti di paradigma. Le novità fondamentali di fatto e teoriche infatti portano proprio a questo. Prodotte inavvertitamente da un gioco che procede secondo un certo insieme di regole, la loro assimilazione richiede la elaborazione di un altro insieme di regole.
Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1979, pag. 75

76. La scoperta comincia con la presa di coscienza di un’anomalia, ossia col riconoscimento che la natura ha in un certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale; continua poi con un’esplorazione, più o meno estesa, dell’area dell’anomalia, e termina solo quando la teoria paradigmatica è stata riadattata, in modo tale che ciò che era anomalo diventa ciò che ci si aspetta. L’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento, non semplicemente additivo, della teoria; finché  tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici.

89. L’anomalia è visibile soltanto sullo sfondo fornito dal paradigma. Quanto più preciso è tale paradigma e quanto più vasta è la sua portata, tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di un’anomalia e quindi di un’occasione per cambiare il paradigma.

103. Una volta raggiunto lo status di paradigma, un teoria scientifica è dichiarata invalida soltanto se esiste un’alternativa disponibile per prenderne il posto.

105. Abbandonare un paradigma senza al tempo stesso sostituirgliene un altro equivale ad abbandonare la scienza stessa.

117. Coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure nuovi arrivati nel campo governato dal paradigma che essi modificano.

119. Consideriamo qui rivoluzioni scientifiche quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.

119. Le rivoluzioni scientifiche sono introdotte da una sensazione crescente, anche questa volta avvertita da un settore ristretto della comunità scientifica, che un paradigma esistente ha cessato di funzionare adeguatamente nella esplorazione di un aspetto della natura verso il quale quello stesso paradigma aveva precedentemente spianato la strada.

138. I paradigmi forniscono agli scienziati non soltanto un modello, ma anche alcune indicazioni indispensabili per costruirlo. Allorché impara un paradigma, lo scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri tutti assieme, di solito in una mescolanza inestricabile. Perciò quando i paradigmi mutano, si verificano di solito importanti cambiamenti nei criteri che determinano la legittimità sia dei problemi che delle soluzioni proposte.

138. Poiché nessun paradigma risolve mai tutti i problemi che esso definisce e poiché non succede mai che due paradigmi lascino irrisolti proprio gli stessi problemi, le discussioni su paradigmi implicano sempre la stessa questione: quali problemi è più importante risolvere? Questione dei valori.

140. In periodi di rivoluzione, quando a tradizione della scienza normale muta, la percezione che lo scienziato ha del suo ambiente deve venire rieducata: in alcune situazioni che gli erano familiari deve imparare a vedere una nuova Gestalt. Dopo di che, il mondo della sua ricerca gli sembrerà in varie parti incommensurabile con quello in cui era vissuto prima.

180. Poiché i nuovi paradigmi sono nati da quelli vecchi, di solito essi contengono gran parte del vocabolario e dell’apparato, sia concettuale che operazionale, che aveva appartenuto al paradigma tradizionale. Ma raramente essi usano questi elementi ereditati dalla tradizione in maniera del tutto tradizionale. Entro il nuovo paradigma, i vecchi termini, concetti ed esperimenti entrano in nuove relazioni tra di loro.

190. Il punto in discussione consiste invece nel decidere quale paradigma debba guidare la ricerca in futuro, su problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente. Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, avere fiducia che l nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che l vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.

213. Il termine paradigma compare molto presto nelle pagine precedenti e la maniera in cui viene introdotto è intrinsecamente circolare. Un paradigma è ciò che viene condiviso da una comunità scientifica e, inversamente, una comunità scientifica consiste di coloro che condividono un certo paradigma.

214. Una comunità scientifica consiste di coloro che praticano una comunità scientifica.
I membri di una comunità scientifica vedono se stessi e sono visti dagli altri come gli unici responsabili del perseguimento di un insieme di finalità condivise, compreso l’addestramento dei loro successori.

217. Un paradigma governa, innanzitutto, non un campo di ricerca ma piuttosto un gruppo di ricercatori. Qualsiasi analisi di uan ricerca scientifica che sa governata da un paradigma o che infranga un paradigma deve cominciare cn l’individuare il gruppo o i gruppi responsabili.

218. Una rivoluzione è una specie molto particolare di cambiamento che comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi dal gruppo.

219. Le crisi non sono necessariamente prodotte ad opera della comunità che ne fa l’esperienza e che talvolta subisce una rivoluzione in conseguenza di esse.

225. Se tutti i membri di una comunità rispondessero a ciascuna anomalia considerandola come una causa di crisi o abbracciassero ogni nuova teoria avanzata da un collega, la scienza cesserebbe di esistere. Se, d’altra parte, nessuno reagisse alle anomalie o a teorie assolutamente nuove in materie che comportano alti rischi non vi sarebbe quasi nessuna rivoluzione. Il situazioni come queste il ricorso a valori comunemente condivisi anziché a regole comuni che governano la scelta individuale può essere la maniera in cui la comunità distribuisce i rischi e assicura il successo duraturo della sua impresa.

230. La natura e le parole vengono conosciute assieme. Per fare uso ancora una volta dell’utile frase di Michael Polanyi, il risultato d questo processo è una tcita conoscenza che viene appresa facendo scienza piuttosto che acquisendo regole per farla.

232. Stimoli molto differenti possono produrre e stesse sensazioni; lo stessos timolo può produrre sensazioni molto differenti; il percorso dallo stimolo alla sensazione è in parte condizionato dall’educazione.

238. Nell’uso metaforico non meno che in quello letterale del vedere, l’interpretazione comincia là dove finisce la percezione. I due processi non sono gli stessi, e che cosa la percezione lasci all’interpretazione perché la completi, dipende essenzialmente dalla natura e dalla misura della esperienza e dell’educazione precedenti.

244. Tradurre una teoria o una concezione del mondo nel proprio linguaggio non equivale a farla propria. Per ottenere questo effetto bisogna naturalizzarsi nel nuovo linguaggio, bisogna scoprire che si pensa e si opera in, e non semplicemente si traduce da, un linguaggio che precedentemente era straniero.

246. Presi come gruppo o in gruppi, coloro che svolgono attività all’interno delle scienze sviluppate sono fondamentalmente dei solutori di rompicapo. Sebbene i valori cui essi fanno ricorso nelle situazioni in cui si tratta di scegliere una teoria derivino anche da altri aspetti della loro attività, la dimostrata capacità di formulare e risolvere rompicapo presentati dalla natura è, nel caso di conflitti fra valori, il criterio dominante per la maggior parte dei membri di un gruppo scientifico.

247. Si ritiene di solito che una teoria scientifica sia migliore di quelle che l’hanno preceduta non solo nel senso che essa costituisce uno strumento migliore per la scoperta e la soluzione di rompicapo, ma anche perché in un certo modo essa fornisce una migliore rappresentazione di ciò che la natura è realmente.

251. La conoscenza scientifica, come il linguaggio, è intrinsecamente la proprietà comune di un gruppo o altrimenti non è assolutamente nulla. Per capirla dovremo conoscere le caratteristiche specifiche dei gruppi che la creano e la usano.

Quadrare il cerchio | Ralf Dahrendorf

La disuguaglianza sistematica, diversamente dalla diseguaglianza comparativamente accidentale all’interno del medesimo universo di opportunità, è incompatibile con gli assunti civili del primo mondo.

Il compito che incombe sul primo mondo è quello di far quadrare il cerchio tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica.

Nei paesi Ocse benessere economico, sociale e politico sono legati in modo nuovo e inquietante. La ragione è la Globalizzazione.

Il concetto di nazione ha perso buona parte del suo significato economico.

Politica e tecnologia, spinte del mercato e innovazioni organizzative sono tutte cose che cospirano a creare, in aree importanti dell’attività economica, uno spazio completamente nuovo che chiunque, si tratti di aziende o di nazioni, può ignorare solo a proprio rischio e pericolo.

Cosa devono fare aziende, paesi o regioni di ogni parte del mondo se non vogliono condannarsi all’arretratezza ed alla povertà? Occorre Flessibilità.

In assenza di un notevole grado di flessibilità le aziende non possono sopravvivere nel mercato mondiale.

Il termine flessibilità ha finito per indicare soprattutto allentamento dei vincoli che gravano sul mercato del lavoro, ma flessibilità significa anche disponibilità di tutti gli operatori ad accettare i cambiamenti tecnologici e a reagirvi prontamente. In termini di marketing flessibilità è capacità di andare ovunque si offra un’opportunità e di abbandonare ogni posizione in cui le opportunità passate si siano esaurite.

Scegliere tra economia  a retribuzione bassa (Stati Uniti, Gran Bretagna) ed economia ad alta specializzazione (Giappone, Germania).

Scegliere tra contenimento della pressione fiscale e contributiva e alti guadagni (economie anglo americane) e una pressione fiscale e contribuita  sostenuta abbinata ad una bassa distribuzione dei profitti (Giappone ed Europa continentale).

La strada dei bassi profitti rende più probabili gli investimenti a lungo termine ed assegna un ruolo più importante alle banche rispetto al mercato finanziario.

La globalizzazione minaccia la società civile in tanti modi diversi ma tutti di una certa gravità.

La globalizzazione economica sembra essere associata a nuovi tipi di esclusione sociale.

Le disegueglianze in termine di reddito sono aumentate.

Una sistematica divergenza delle prospettive di vita per ampi strati della popolazione è incompatibile con una società civile.

Sottoproletariato, underclass, emarginati sociali, veri svantaggiati: presunti cittadini che in realtà nel loro ambiente sono dei non cittadini, un vivente atto d’accusa per tutti gli altri.

Povertà e disoccupazione minacciano la stessa struttura portante delle società.

La flessibilità non è solo l’altra faccia della rigidità ma anche il contrario della stabilità e della sicurezza.

Almeno in Europa si avvertono strane somiglianze tra fine ottocento e fine novecento. Adesso come allora la gente si è trovata a vivere un periodo di individualismo rampante: il manchesterismo di allora come il thatcherismo di oggi.

L’effetto forse più grave del trionfo dei valori legati alla flessibilità, all’efficienza, alla produttività, alla competitività e all’utilità è la distruzione dei servizi pubblici. Servizio sanitario pubblico, istruzione pubblica per tutti, salario minimo garantito sono vittime di un economicismo sfrenato.

L’indiividualismo ha trasformato non solo la società civile ma anche i conflitti sociali. Anche quando molte persone soffrono per lo stesso destino, non c’è nessuna spiegazione unificata e unificante alle loro sofferenze, nessun nemico suscettibile di essere combattuto e costretto ad arrendersi.

Le persone realmente svantaggiate non rappresentano una nuova forza produttiva nè una forza con la quale si debbano fare i conti. I ricchi possono diventare più ricchi senza di loro; i governi possono essere rieletti anche senza i loro voti; il prodotto nazionale lordo può continuare ad aumentare.

La sensazione che si va diffondendo è che si stia venendo meno ogni certezza: di qui senso di anomia, tramonto di ogni regola, profonda insicurezza.

La libertà fiorisce in un clima di fiducia. La fusione di competitività globale e di disintegrazione sociale non è una condizione favorevole alla costituzione della libertà. Se la libertà sfocia nell’anomia i cittadini cominciano a dubitare della saggezza dei padri delle loro costituzioni e vanno alla ricerca di un’autorità, di un governo forte, autoritario anche se non necessariamente totalitario.

Sviluppo economico nella libertà politica ma senza coesione sociale; sviluppo economico e coesione sociale privi di libertà politica: è questa l’alternativa che hanno di fronte le società moderne?

I valori asiatici e l’autoritarismo politico che ne discende, sono diventati la nuova tentazione. (fustigazione, commenti in Europa, studenti romani).

Abbandoniamo il modello americano, suggerisce la nouvelle vogue politica, e chiediamo all’asia un nuovo modello in cui il progresso economico possa combinarsi con la stabilità sociale e con i valori della conservazione.

Questo periodo di adattamento alla competitività globale, con i suoi costi economici a carico di molti, con la disintegrazione sociale e con i disagi e le sofferenze che ne derivano, con la sua tipica sfiducia nei partiti e nei leader politici tradizionali, mette alla prova la capacità delle democrazie di promuovere il cambiamento senza violenze e senza violazione dello stato di diritto.

Desideriamo la prosperità per tutti e siamo disposti ad accettare  le esigenze poste dalla competitività nei mercati globali.

Aspiriamo a società civili capaci di mantenersi unite e di costituire il solido fondamento di una vita attiva e civile per tutti i cittadini.

Auspichiamo lo stato di diritto e istituzioni politiche che consentano non solo il cambiamento ma anche la critica e l’esplorazione di orizzonti nuovi.

Questi tre desideri non sono automaticamente compatibili.

Sei suggerimenti possibili:
Cambiare il linguaggio dell’economia pubblica. La crescita del prodotto nazionale lordo non può essere un feticcio. Occorre valorizzare il fattore stare bene. Welfare.

La trasformazione in atto della natura del lavoro può funzionare solo se  tutti, fin da giovani, hanno fatto esperienza del mercato del lavoro.

Vanno tagliate le radici dalle quali nasce il sottoproletariato, underclass, svantaggiati di domani ( addestramento professionale, servizi sociali, creazione di comunità).

Le pressioni simultanee verso l’individualizzazione e la centralizzazione insite nel processo di globalizzazione vanno contrastate valorizzando il potere locale.

Occorre consapevolezza dei legami esistenti tra l’insieme di coloro che a vario titolo hanno interesse a un’impresa economica (dipendenti, fornitori, clienti, banche, comunità locali = economia degli stakeholder) e volontà di promuovere nel migliore dei modi gli interessi della gente.

I governi hanno speciali responsabilità nella sfera pubblica e innanzitutto ad essi spetta di trovare un nuovo equilibrio tra qualità del servizio, efficienza e profitto.

NON PERDERE MAI DI VISTA LA NATURA VERAMENTE INTERNAZIONALE, ED IN QUESTO SENSO UNIVERSALE, DEL PROGETTO PER IL PROSSIMO DECENNIO.