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E’ severamente vietato

by Adriano Parracciani
by Adriano Parracciani

Oggi a Roma mi è venuto a trovare Adriano Parracciani e mi ha fatto 3 regali.
Il primo non ve lo dico.
Il secondo è la tela con la bellissima recensione pittorica di Enakapata, vi assicuro che vista dal vivo è una meraviglia.
Il terzo è il titolo di questo post, me lo ha ispirato mentre mi ha accompagnato a Termini, ricordandomi che l’Italia è l’unico paese al mondo dove non basta dire “è vietato” ma bisogna dire “è severamente vietato”.
La cosa mi ha riportato alla mente  quanto mi è  accaduto qualche giorno fa: passeggiavo con mio fratello Antonio per via Chiaia quando ad certo punto siamo sovrastati dalle grida di un vigile urbano e di un negoziante che litigavano a causa del traffico assordante causato dalla rottura del marchingegno elettronico che permette a un paletto di abbassarsi e di alzarsi a seconda se l’automobile ha o meno il permesso per circolare in quella determinata zona.
Il povero negoziante aveva ragione perché l’inferno che si era scatenato non sembrava destinato a finire. Il povero vigile aveva ragione non solo perché il marchingegno non l’aveva rotto lui ma anche perché stava lì proprio per cercare di tenere a  bada gli automobilisti e per aspettare l’arrivo dei tecnici.
Il commento di mio fratello è stato: gli stessi paletti di Bologna (ci vive da  più di 30 anni); difficile da credere, ma siamo l’unico paese in cui non basta sapere che da una parte non si può passare, bisogna creare una barriera che ti impedisca letteralmente di passare.
Mettete assieme Adriano e Antonio e avete la morale della favola. Ci crediamo i più furbi, siamo soltanto i più stupidi del mondo.

Regole, regole, regole

A La legalità come bene pubblico Il Mese ha dedicato la cover story di novembre 2009, in parte anticipando un lavoro più ampio della Fondazione Giuseppe Di Vittorio pubblicato sull’ultimo numero dello stesso anno di Quaderni di Rassegna Sindacale. La forza e la speranza delle donne contro l’illegalità è stato il messaggio con il quale l’Inca Cgil ha voluto caratterizzare l’8 marzo di quest’anno. Iniziative sulla legalità sono state promosse negli ultimi mesi dalla Cgil a Reggio Calabria, a Messina, a Reggio Emilia, solo per fare qualche esempio. Il punto non è che abbiamo visto giusto. Troppo facile. Il punto è che l’emanazione del decreto legge che ha riaperto i termini della presentazione delle liste per le elezioni regionali è un ulteriore tassello di una storia che, tra legittimo impedimento e leggi ad personam, ha come protagonista un ceto dirigente che sta facendo male all’Italia per molte ragioni, in particolare perché, come ha ricordato Marcelle Padovani, sembra ritenere che il potere e la ricchezza assicurino l’impunità.

Regole, regole, regole. Potrebbe essere la versione 2010 del “Resistere, resistere, resistere” di Francesco Saverio Borrelli. Regole per salvare l’Italia. Regole per cambiare i suoi modi di pensare, di essere, di fare.
Di fronte a fatti di questo tipo, l’azione di contrasto non può che essere forte, convinta, duratura, nel Parlamento e nel Paese. Ma siamo sicuri che basti?

È Francois Jullien (Le trasformazioni silenziose) a ricordare che l’azione, anche quando dura, è pur sempre “locale” e che è venuto il tempo di mettere in campo un processo di trasformazione globale, progressivo, in grado di compiersi nella durata.

Tornando al punto, l’idea è che, in particolare quando si parla di regole, il cambamento dura soltanto se si modificano culture, modelli di comportamento e prassi consolidate non solo tra i ceti dirigenti ma anche tra i cittadini. Fa male dirlo, ma nell’Italia di oggi l’intreccio perverso di piccole e grandi illegalità, nei e tra i ceti dirigenti e il popolo, incide in maniera significativa sulla definizione sia di chi è legittimato (il leader eletto dal popolo perciò al di sopra di tutto), sia di cosa è legittimo (le regole come impedimento). Non è solo l’esito di un processo di leaderismo esasperato sempre più difficile da contenere. È anche questione di esercizio della responsabilità a ogni livello che, per affermarsi, ha bisogno di “uomini di ferro”, di tempi lunghi e di trasformazioni profonde.

Se una regola c’è

Il processo decisionale può essere definito come conforme a regole quando le persone e/o le organizzazioni agiscono in base alla propria identità e seguono regole e procedure che ritengono appropriate alla situazione data.

Quando il processo decisionale si sviluppa secondo la logica dell’appropiatezza le domande principali con le quali chi decide si trova a fare i conti sono tre:

1. La domanda sul Riconoscimento:
Che tipo di situazione è questa?

2. La domanda sulla Identità:
Che tipo di persona (o di organizzazione) sono?

3. La domanda sulle Regole:
Cosa fa una persona come me (o un’organizzazione come questa) in una simile situazione?

La logica dell’appropiatezza è strettamente connessa al concetto di identità.

Un’identità è una concezione del sè organizzata in regole per adeguare l’azione alle situazioni.

Bocca di Rosa
Don Chisciotte
Agente 007
Medico
Giudice
Operaio

L’identità definisce l’individuo ma anche i suoi rapporti sociali con gli altri.
Sacerdote e sua comunità religiosa
Soldato, suoi commiltoni e suoi superiori

La faccenda è importante perchè:
Nella prospettiva individuale, le nostre azioni sono il risultato di standard autoimposti e di ruoli e regole che abbiamo deciso autonomamente.
Nella prospettiva sociale, le nostre azioni sono la conseguenza di obblighi precedentemente appresi, da responsabilità e impegni verso gli altri.

Nel primo caso, le identità sono definibili come conseguenza di scelte volontarie. Nel secondo caso, le identità sono qualcosa che si segue e non si sceglie.

[Dizionario del Pensiero Organizzativo]

La cattiva strada

enakapata3Non sempre due indizi fanno una prova ma ieri mattina un’amica, mentre si discuteva delle generazioni più giovani mi ha detto: questi ragazzi si stanno allenando a diventare imbroglioni mentre stasera un’altra mi ha scritto chiedendo cosa rispondere ai giovani che le dicono che gli adulti stanno insegnando loro che bisogna vivere nell’illegalità.
In altri anni non avrei avuto dubbi su ciò che cosa sarebbe giusto dire, oggi si.  Non ho eccessivi dubbi invece su che cosa direi io oggi:
1. che è assolutamente vero che il messaggio di noi adulti, a partire dagli adulti delle classi dirigenti, è che bisogna vivere nell’illegalità (naturalmente tra gli adulti e persino tra le classi dirigenti c’è chi non appartiene a questa schiera, ma in quano aggregati, “adulti” e “classi dirigenti” danno inequivocabilmente questo messaggio);
2. che loro, i giovani, questo messaggio lo devono rifiutare non soltanto per una questione di etica o di giustezza ma anche, soprattutto, per una questione di convenienza, dato che vivere nell’illegalità non è una risposta alle loro esigenze e che a fronte dei pochi che a livello personale ci guadagnano, in quanto “aggregato” i giovani hanno tutto da perdere da questo stato di cose;
3. che ciascuno di noi può fare delle cose concrete per cambiare; se si è studenti, studiando tanto; se si lavora, lavorando col massimo impegno; quando da studenti di legge si diventa avvocati, scegliendo per il proprio studio i più bravi e non i parenti o i raccomandati; all’università, assegnando le  borse di studio ai più meritevoli e così via discorrendo;
4. che ciascuno di noi può fare queste e tante altre cose concrete senza cercare alibi nell’imbroglione della porta affianco; nessuna conquista, piccola o grande che sia, è possibile senza persone disponibili a fare il primo passo, ad assumersi responsabilità, a rischiare di pagare un prezzo in prima persona per lasciare a chi viene dopo un mondo almeno un pò migliore di quello che ha trovato;
5. che l’alternativa alla legalità, al rispetto delle regole, al fare le cose per bene perché è così che si fa c’è, ed è continuare a vivere in un mondo nel quale gli adulti insegnano a vivere nell’illegalità; se per loro va bene, la strada attuale è quella giusta.

Paroliamo

Alternative, Ambiguità, Apprendimento Organizzativo, Aspettative, Attenzione, Leader, Azione, Coalizione, Competenza, Conformità, Contraddizioni, Costruzione del Significato, Cultura Organizzativa, Decisione, Efficacia, Efficienza, Enactment, Identità, Incertezza, Interpretazione, Leadership, Motivazione, Partecipazione, Partner, Potere, Preferenze, Problem Solving, Processo Decisionale, Regole, Retrospezione, Ruolo del dirigente, Scopo, Sensemaking, Serendipity, Sistema Qualità, Soluzioni, Team.

Giocare è facile.
Ognuna/o di voi sceglie una o più parole tra quelle che trova qui sotto e prima propone film, libri, canzoni, quadri, sculture, storie di vita, luoghi, ecc. che ritiene possano essere associate alla parola scelta e poi spiega le ragioni dell’associazione fatta.

Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i

Il Valore della legalità. Conversazione con Marcelle Padovani

Credo di aver avuto intorno ai 14 anni quando ho incrociato per la prima volta l’espressione “anomalia italiana”. Sono passati quarant’anni, sono stati abbattuti il muro di Berlino e le Twin Towers e l’anomalia è ancora tutta lì. Basta dire scudo fiscale, lodo Schifani, lodo Alfano, guardare al modo in cui se ne discute su gran parte della stampa italiana e su quella del resto del mondo per rendersene conto con una evidenza che fa male. Di più. Nell’era Berlusconi l’anomalia è come teorizzata, rivendicata. Si favoriscono gli evasori fiscali, li si premia. Si fanno leggi ad personam, si delegittimano istituzioni e poteri autonomi, si alimenta l’insofferenza verso le regole ad ogni livello. Insomma: perché la partita “cultura della legalità e rispetto delle regole” non è stata ancora vinta dalla democrazia italiana? Quale fase stiamo attraversando?

Di questo e molto altro abbiamo discusso con Marcelle Padovani (Corrispondente permanente di Nouvel Observateur in Italia, autrice di film reportages sulla mafia e di numerosi volumi, tra i quali La Sicilia come metafora, con Leonardo Sciascia, Cose di Cosa Nostra, con Giovanni Falcone, e Mafia, Mafias, uscito in Francia da poche settimane) “Le mie impressioni su questo periodo sono molto contraddittorie – argomenta la giornalista –. Se mi avesse fatto la stessa domanda qualche anno fa è probabile che le avrei risposto con più ottimismo. La cosa che trovo preoccupante è che è diventato legge sparare sulla legge e sulle regole. Quasi come se ci fosse una gara a chi la dice più grossa contro le strutture della convivenza sociale, del rispetto verso l’altro, dell’osservanza, appunto, delle regole. Credo che questo sia uno dei momenti più bui che io abbia vissuto in questo Paese.

Eppure ho vissuto in Italia altri momenti molto duri. Ricordo ad esempio i giorni del rapimento di Aldo Moro. Ricordo tanta angoscia, ma allo stesso tempo una capacità di mobilitazione e di partecipazione che ci portava a incontrarci per strada, nelle piazze, dappertutto, per parlare e confrontarsi. In quel momento lì ho realizzato che il terrorismo in Italia non sarebbe stato sconfitto dalle leggi eccezionali, che per fortuna non ci sono state, o dalla repressione, com’è accaduto ad esempio in Germania, ma dalle persone, dalle piazze, dalle fabbriche, che ebbero in quella fase un ruolo importantissimo.

Ciò che intendo dire è che in quel momento che sembrava così buio c’era una grande consapevolezza di che cos’è uno Stato, e delle ragioni per le quali uno Stato non può venire a patti con dei delinquenti travestiti da rivoluzionari rossi.

Il Mese E oggi?

Padovani Purtroppo nella sensibilità popolare non incontro più questa volontà di rispondere assieme ai grandi problemi, a volte non so nemmeno se ci sia la consapevolezza dei grandi problemi. Mi domando ad esempio se oggi l’italiano medio si interroghi sugli attacchi alla Costituzione, se la famiglia media si lamenti del fatto che l’evasione fiscale cresce, che c’è insofferenza verso tutto ciò che è diverso, che non c’è più voglia di rispettare e neanche più semplicemente di tollerare chi non la pensa come te. Penso di no, e penso che questa mancanza di sentire comune sia preoccupante.

Il Mese: Rispettare le regole è giusto, eppure il fatto che sia giusto non basta a farle rispettare. Perchè la cultura delle regole si diffonda e si traduca in pratiche c’è bisogno che i cittadini siano indotti a ritenere “conveniente” il rispettarle. Da osservatrice, “esterna” ma non troppo, delle faccende italiane, cosa pensa del fatto che il sistema Italia ad ogni livello di fatto non premia i comportamenti rispettosi delle regole?

Padovani: Più volte mi sono ritrovata a fare paragoni con la Francia: un paese dove effettivamente c’è un rispetto diffuso per la legalità, dove quel che è vietato di norma non si fa. E poiché ho avuto ed ho molte ragioni per amare questo paese, mi sono altrettanto spesso chiesta perchè in Francia sì e qui noi.

La prima risposta che mi sono data è che in Francia il cittadino si confronta con un’amministrazione che lo rispetta. Se una persona ha un problema con il fisco può fissare un appuntamento, parlare con il personale preposto, chiedere chiarimenti, definire modalità di pagamento, discutere le scadenze, ecc… Quello che intendo dire è che c’è un modo dell’amministrazione di accogliere i cittadini che favorisce molto l’adozione di comportamenti virtuosi da parte di questi ultimi. In Italia invece l’amministrazione assomiglia troppo spesso a una macchina ideata per romperti le ossa, per complicarti la vita. È un’amministrazione arrogante, rigida nella forma ma non nella sostanza.

Secondo me, dunque, c’è il senso dello Stato proprio perché, mi si passi il “bisticcio” c’è lo Stato che è nato con Carlo Magno nell’800 e che gradualmente si è radicato e ha allargato la sua influenza, anche territoriale. Uno Stato che ha fatto della centralizzazione una risorsa importante per sviluppare tra i cittadini il senso dell’interesse collettivo.

Il Mese: Alla connessione forte tra centralizzazione e senso dell’interesse collettivo che lei suggerisce si potrebbe di primo acchito obiettare che ci sono numerosi esempi che dimostrano il contrario, valga per tutti quello della Germania.

Padovani: Non conosco bene l’esempio tedesco, ma credo si possa dire che ogni Land in Germania amministra come se fosse uno Stato. In ogni caso quello che mi pare davvero controproducente è il fatto che ci siano tante leggi diverse sullo stesso argomento da parte delle Regioni, delle Province, dei Comuni. In Italia accade spesso che Regioni ed enti locali si sovrappongano tra loro e con lo Stato, si muovano nello stesso spazio, cosicché non si capisce mai bene chi è responsabile di una cosa e chi no e tutto questo finisce, da un lato per determinare disordine, scoraggiamento, e dall’altro per rappresentare una spinta oggettiva a risolvere tutto con il contatto personale, con la richiesta del favore, con l’incitamento a corrompere. Tutto questo è avvilente, per la pubblica amministrazione e, ancora di più, per il cittadino.

Il Mese Ha mai pensato che in Italia fosse possibile una strada diversa?

Padovani Sì. Ricordo un episodio che mi colpì molto. Era il 1973, ero da poco arrivata in Italia e diretta a Fiumicino, con l’autobus, da Roma Termini. A un certo punto mi accorsi che stavamo andando al paese e non all’aeroporto. Mi prese l’angoscia, parlavo male l’italiano, chiesi all’autista e questi mi spiegò che avevo sbagliato mezzo. Ma non si fermò qui, perché, cosa da non credere, mi portò all’aeroporto con l’autobus. La grande generosità degli italiani, la loro innata capacità di improvvisare, di trovare delle soluzioni, di mettersi a livello dei problemi delle persone mi aveva fatto immaginare che le regole potessero non essere indispensabili. È una “fantasia” che mi è passata molto presto.

Per tornare allo Stato che non c’è, ancora negli anni 70 una signora mi ha raccontato una storia che per me ha dell’incredibile. Questa signora si era trovata in difficoltà e aveva dovuto portare tutti i suoi gioielli al Monte di pietà della sua città, Palermo. L’anno dopo, quando va a pagare e ritirare i gioielli, arriva con 20 minuti di ritardo rispetto alla scadenza stabilita e l’impiegato le spiega che non può più riscattare i suoi gioielli: in pratica li ha persi. La signora in questione si dispera, torna a casa, piange, si sfoga con che le dice vieni, andiamo da don Carlo. Don Carlo è un mafioso, si fa raccontare i fatti, poi dice alla signora di tornare il giorno dopo. L’indomani lei torna, lui le dà i gioielli e lei paga soltanto quello che avrebbe dovuto pagare all’amministrazione per recuperarli. Ecco, la mia domanda è: è “intelligente” uno Stato che si comporta così con i suoi cittadini?

Il Mese: Proviamo a guardarla anche da un’altro lato. Peter Schneider, nel pieno del ciclone tangentopoli, siamo nei primi anni 90, scrive su Micromega: “Quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. […] Gli italiani non possono ingannare sé stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione”.

A quasi 20 anni di distanza alcune cose sono cambiate, molte altre, purtroppo, no. Perché questo deficit di ruolo della classe dirigente?

Padovani: La classe dirigente è attualmente al potere in Italia è totalmente irresponsabile. Quando un presidente del Consiglio dichiara che tra un po’ ci saranno il 50 per cento degli italiani che non pagheranno il canone Rai, legittimamente tale dichiarazione viene letta come un incitamento a non pagare.

Un ceto dirigente che dà questo esempio, che pensa che la ricchezza ti metta al di sopra della legge e delle regole può fare molto male al proprio Paese. Bisogna auspicare che il primo tempo, quello dell’accondiscendenza, persino dell’ammirazione, lasci al più presto il posto al secondo, quello in cui si chiede conto dell’operato delle classi dirigenti, ad ogni livello. Da questo punto di vista ritengo sia indispensabile salvaguardare la capacità della magistratura di essere autonoma, di svolgere il suo compito con imparzialità e garanzia di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Mettere in discussione questa autonomia significa oggi condannare l’Italia a un ritorno al medioevo.

Il Mese: Quando nel 2002 lessi “Dodici anni dopo”, la prefazione alla nuova edizione di Cose di cosa nostra, mi piacque molto quella sua immagine del virus della legalità che si propaga. Ancora oggi resto convinto che l’esercizio consapevole della responsabilità da parte dei cittadini sia la risposta più efficace e credibile alla crisi identitaria, legale, morale che attraversa il Paese. Ma se la convinzione è rimasta, nutro molti più dubbi sulla possibilità di vederla realizzata. Lei oggi scriverebbe ancora che il virus della legalità in Italia si sta diffondendo?

Padovani: Oggi risponderei che il virus della legalità per il momento si è addormentato, ma che prima o poi si risveglierà. Vorrei spiegarmi con due esempi. Il primo si riferisce al 1976, anno in cui ci fu un lungo sciopero dei netturbini romani. Era luglio, faceva un caldo atroce e a quel tempo abitavo al primo piano in un palazzo qui a Trastevere. Sotto le finestre i cumuli di “monnezza”, come si dice a Roma, si facevano sempre più alti e naturalmente, con il caldo, l’odore diventava ogni ora più nauseabondo. Mi chiedevo come fosse possibile tutto questo quando un giorno vidi arrivare dei giovani con dei piccoli carri che cominciarono a raccogliere l’immondizia. Naturalmente scesi e chiesi chi fossero; la risposta fu “Siamo del Partito Comunista Italiano, apparteniamo alla sezione qui dietro”. Segnalai l’episodio in un mio articolo per indicare quella che per me era una vera cultura della legalità, un esempio virtuoso di governo alternativo del territorio.

Il secondo episodio si riferisce ai giorni nostri. Oggi abito in uno stabile popolare dove vivono una trentina di famiglie e dove è stata introdotta la raccolta differenziata. Ebbene è una battaglia continua quella che combatto assieme ad altre due o tre persone affinché si utilizzino nel modo giusto i vari contenitori. In particolare sembra sia un problema comprendere che dove c’è la spazzatura biodegradabile non si deve mettere la plastica. Ogni giorno devo togliere dal contenitore della biodegrabile i sacchetti di plastica, che non lo sono, li devo svuotare dal loro contenuto e mettere nel contenitore che raccoglie plastica, vetro, metallo. Ecco, direi che questa “piccola” grande differenza tra il 1976 e 2009 segnala qualcosa di significativo circa il decadimento dell’attenzione e della passione per la legalità.

Primarie, again

Adesso che l’onda mediatica sulle primarie si è finalmente arrestata, è possibile tornare a parlarne con un pò di calma?
Io spero di sì. E perciò di seguito potrete leggere alcune riflessioni un pò più meditate sull’argomento.

La discussione pubblica, in tema ad esempio di guerra e pace, di fecondazione artificiale, di diritti delle persone, di qualità delle istituzioni che ci governano, di scuola, di immigrazione, di violenza urbana, di ricerca scientifica e tutela dell’embrione, è oggi il principale strumento a nostra disposizione per non finire preda dell’autismo sociale, per sottrarci all’ipnotico e condizionante potere di vecchi e nuovi media, evitare di essere o sentirci cittadini in affitto, come quando siamo coinvolti o chiamati a decidere su questioni assai rilevanti senza avere il modo, il tempo, le conoscenze, per poter definire un autonomo, meditato, argomentato, punto di vista.
Nulla sembra poter sfuggire alla regola, come dimostra il percorso che ha portato alla scelta di svolgere elezioni primarie per definire la leadership dello schieramento di centrosinistra.
Sottolineato che non si tratta in questa sede di mettere in discussione il valore di tale percorso o l’importanza del processo democratico messo in atto (ad altri, con l’ausilio di altri strumenti, toccherà, è toccato, fare la conta, valorizzare, evidenziare, sottostimare, a seconda del punto di vista, dell’interesse, del risultato, l’evento) resta il fatto che coloro che si erano a suo tempo preparati per partecipare alla scelta del candidato leader hanno a un certo punto letto sui giornali o sentito in tv che forse saltava tutto perché i candidati erano due invece che uno (fortunatamente alla fine sono diventati sette); che passata qualche settimana ancora dai giornali e dalle TV si è appreso che i risultati delle regionali (cosa c’entrano?) rendevano superflua la consultazione, dato che la leadership di Prodi (che in realtà non era candidato in nessuna regione) era stata definitivamente legittimata dalla consultazione amministrativa; che passata ancora qualche settimana è rispuntata la possibilità di tornare a votare per le primarie perché la Margherita ha deciso di presentare proprie liste per la quota proporzionale alle elezioni politiche del 2006 (ancora una volta, cosa c’entra?) e proprio le primarie rappresentano la mediazione per evitare la crisi dell’Unione e la scissione tra i seguaci di Prodi e quelli di Rutelli, Marini, De Mita.
Detto che quelle che avete letto tra parentesi sono alcune delle domande che immaginiamo un bel po’ di persone “normali” si saranno poste, resta l’interrogativo finale: se, come del resto è già avvenuto, in quel caso con ottimi risultati, in Puglia, vincesse (avesse vinto) il candidato di Rifondazione Comunista, lo schieramento di centro sinistra avrebbe retto alla prova?
In questo caso la morale della storia è assolutamente evidente: c’è insomma ancora molta strada da fare prima che anche nel nostro Paese la cultura delle regole possa contare su radici solide, robuste.
In Italia c’è sempre un appuntamento decisivo dietro l’angolo, non è mai il momento giusto per discutere fino in fondo, per definire preventivamente regole precise e vincolanti per tutti.
Siamo un paese a scarso senso civico, dove si fa sempre in tempo ad essere accusati di fare il gioco del “nemico”. Dove predominano culture politiche che anche se in maniera e per ragioni diverse, (si doveva salvare il Paese dai comunisti, si doveva salvare il mondo dai capitalisti), hanno tollerato e persino coltivato l’idea che il fine giustifica i mezzi, che le questioni di metodo sono le questioni di chi non ha argomenti, che le regole non sono importanti. Dove i partiti politici fanno molta fatica a rinunciare all’idea di servirsi delle persone piuttosto che essere al loro servizio. Dove persino a livello dei “fabbricanti d’opinione” quasi nessuno ha tempo e voglia di spiegare che per questa via la politica non ha futuro, indipendentemente dal fatto che a vincere siano quelli che ciascuno è portato a considerare come “i buoni” o “i cattivi”.
Detto tutto questo, rimane il bisogno semplicemente più impellente di non rinunciare a giocare la partita. Bisogna farlo però con rigore. Senza dare l’impressione che le regole possano cambiare di volta in volta, a seconda degli interessi di chi le fa.
Costruire una cultura delle regole significa anche questo. Il rispetto delle regole è oggi più che mai la premessa di ogni possibile cambiamento.