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Ma se pò arraggiunà accussì?

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Non mi ricordo l’anno né, tantomeno, il mese e il giorno in cui fui coinvolto per la prima volta da papà in una discussione sul lavoro, mi ricordo però che qualche mese dopo traslocammo nel quartino di palazzo Limone, di fianco al cinema Arcobaleno, nella traversa di Corso Secondigliano, piano terra. Papà con i propri compagni di lavoro stabiliva rapporti di affetto vero e perciò si dispiaceva sul piano personale quando le cose non giravano come secondo lui dovevano girare. Lui era abituato alle fatiche da impresa privata, ai lavori per la costruzione delle infrastrutture che avrebbero consentito, nei primi anni 50, di portare la corrente elettrica fin su  nei paesini delle montagne abruzzesi e calabresi, cosicché quando passò all’Enel le cose da fare gli sembravano sempre poche. E poi lui era fatto così, per natura e per convinzione, e guai a contraddirlo quando diceva che “a fatica va pigliata ‘e faccia”, nel senso che le cose vanno fatte al meglio, nel più breve tempo possibile, così poi c’è il tempo per fare qualche altra cosa o anche per prendere un caffé, ma con la coscienza tranquilla di chi ha già fatto quello che doveva fare.

Forse è perché con mamma di lavoro non gli piaceva parlare, o forse perché quella cosa lì voleva dirla proprio a me, quella serà mi guardò e mi disse “’e capito, io dico a Sebastiano di finire il lavoro del giorno precedente e quello mi risponde calma Pascà, ’a fatica va fatta a meglio a meglio”. “A meglio a meglio?, e che significa? – gli chiedo -, e lui mi risponde “significa che prima ci prendiamo il caffé, poi magari inquadriamo un pò la situazione, poi facciamo qualche cosa di più semplice e poi alla fine finiamo il lavoro. Può darsi che nel frattempo ci chiamano da qualche altra parte, e qui il lavoro lo viene a finire un’altra squadra”. Ma se pò arraggiunà accussì? fu la finta domanda e la vera, amara, conclusione. Già. Si può ragionare così?

Per indi poi

Auguri papà

Ciao pà,
se fossi stato da queste parti oggi avresti compiuto 80 anni e invece se non fosse stato per quella tua foto con la dedica a mamma, riemersa per caso mentre cercavo un notes dove segnare qualche appunto, forse non me ne sarei neanche ricordato. O forse si, chissà.
Ci sono tante cose buffe in questa faccenda, ma quella più buffa di tutte è che io non credo che tu possa sentirmi, non credo che ci sia un’altra vita, non credo alla trasmigrazione delle anime, non credo, punto. Anzi, no, c’è una cosa più buffa ancora ed è che sei stato tu a farmi capire che non credo. Tu non lo puoi sapere, ma è stato  il giorno del tuo funerale, sono arrivato alle 7.00 e ti ho trovato adagiato, nudo, in attesa che ti vestissero e ti componessero nella bara, su una lastra di marmo nella camera mortuaria.
Pà, te lo giuro, ho desiderato con tutte le mie forze di poterti rivedere un giorno da qualche parte e di poterti dire, come dice Trinity a Neo (lascia perdere, è un film, che anche a me Luca me lo ha dovuto spiegare venti volte per farmelo capire bene) quanto ti ho amato e quanto sei stato importante per me, con quel tuo carattere assurdo, prepotente, generoso, premuroso, orgoglioso, gentile.
L’ho desiderato tanto che mi sono dovuto fermare perché mi sembrava di morire, ma niente, ho pensato è andato, non lo vedrò più,  ha finito il suo giro.
Lo so, se tu adesso fossi qua diresti, “ma allora tu mò che bbuò a me?”, niente,  non voglio niente, quello che mi hai dato mi basta per 10 vite, voglio solo dirti che nonostante tutto non mi sono rassegnato all’idea che, come diceva un altro Pascal, con la “c”, non con la “q”, “qualche palata di terra sulla testa, ed è finita per sempre”, e allora ho cominciato a raccontarti, nelle mie chiacchiere, nei miei blog, nei miei libri, ed è così che sei finito qui.
Il fatto è che qui ci sono altre persone incredibili, alcune le hai conosciute, come Carmela, l’amica di Nunzia, Irene e Valeria, le figlie di Emma, Flavia, la tua nipotina preferita, altre non ti hanno conosciuto, come Concetta, Daniele, Santina, Adriano, Viviana e tante/i altre/i, altri ancora neanche io li conosco, e tutte/i  hanno cominciato a giocare assieme a me e hanno reso questo gioco bellissimo e  per me indimenticabile.
L’altro giorno su Sottolineato del mio amico Adriano Parracciani ho scritto una frase del mio amico Salvatore Veca, “non deve mai essere come se tu o io non fossimo esistiti per niente”, pensavo a te, a tutto quello che ci hai lasciato, e ho voluto condividerlo con i miei amici. Si lo so che tu non avevi bisogno di tutto questo, che eri pieno di amici che ti volevano bene; ne avevo bisogno io, e sono contento, di più, felice, di averlo fatto.
Per indi poi, come dicevi tu, oggi io, Antonio, Gaetano, Nunzia  e un altro bel pò di belle persone brindiamo ai tuoi ottantanni. La bottiglia è quella che ho messo qui a fianco, ci ho messo anche la tua etichetta, così caso mai puoi prenderne un sorso anche tu, che se il vino non era quello che facevi tu neanche lo prendevi in considerazione. Sì papà, diciamolo, perché altrimenti qui sembra tutta una storia mielosa: tu tineve nà cazz ‘e capa tosta che neanche a martellate ti si faceva cambiare idea. Vogliamo dire di quando ti sei spaccato la testa sotto l’inferriata che stavi pitturando e ti sei disinfettato con l’acqua ragia perché bruciava? O dei mesi di luglio alle 2 di pomeriggio con 40 gradi e tu al sole con il motozappa? Meglio che mi fermo qui, altrimenti …. si scopre che io tengo ‘a capa tosta peggio ‘e te. Per fortuna che tu il blog non ce l’hai, ma nel caso ti dovesse venire voglia, ti suggerisco di chiamarlo così, “per indi poi”. Mi dà una proiezione verso il futuro che mi  piace.
Tanti auguri, papà.
Alla prossima.

Tanti auguri papà

La foto, baffo malandrino, sguardo sorridente, giacca rigorosamente listata a lutto per la morte  dei suoi genitori,  l’ho ritrovata mentre cercavo un notes dove scrivere qualche appunto per domani.  E’ poco più grande di una foto tessera, più o meno delle dimensioni che potete vedere qui a fianco.
Davanti, nel triangolo bianco, questa scritta:
T’amo – impassitamente – sono il tuo quore che sembre ti ama, indimendicabile amore – tesoro felicità eterna. Pasquale. T’amo.
Sul retro, la città, la data e il seguito:
Chiedi – 14 – 2- 952
Dona Cotesta fota alla mia più grande Amore che sempre mi sognio è mi vuol bene fino alla morte! Ed io sono il tuo Amore che ti voglio sempre bene è ti sognia ti penso ti Ama.
Moretti Pasquale
Baci – Baci – Baci – Baci.

Ho cominciato a ridere, poi a piangere, poi ancora a ridere, ma sempre di gioia. Ho pensato a Totò, ad Anna Magnani, ad Amedeo Nazzari. Ho pensato la pubblico, è troppo bella, la foto con la dedica di papà a mamma. Ho pensato no, non si capisce, e poi magari chi la legge ride, e a me mi dispiace. Ho pensato ma sì, è l’amore di un uomo per la sua fidanzata,  che fa che Chieti diventa Chiedi, che gli accenti sembrano buttati dall’alto con l’elicottero, che la grammatica …., magari avviso tutti che non devono ridere. Ho pensato ma no, e che fa che ridono, in fondo hanno ragione, sto ridendo come un pazzo pure io. Ho pensato ma sì, se  papà fosse vivo domenica prossima compirebbe 80 anni, saremmo tutti attorno a lui, a dirgli quanto gli vogliamo bene. Ho pensat ma si, si, tanti auguri papà, vuol dire che domenica ti festeggeremo lo stesso. Magari faremo un brindisi. Ma sì, sì, perché magari.  Faccio proprio così.  Compro lo spumante, riempio i calici e ti ricordo come quella volta su La casa dei diritti:

A mio padre
al suo amore esagerato,
alla sua cura per l’amicizia,
al suo disprezzo per il denaro.

Sì, faccio proprio così.
Tanti auguri papà.