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Bar Luciano

Se sono a Napoli la mia giornata comincia così. Tra le 6.30 e le 7.00. Domenica compresa. Mangio il cornetto, bevo il mio bicchiere d’acqua fresca temperatura fontana, sorseggio il caffè modello cioccolata anche quando come me lo prendi amaro e faccio quattro chiacchiere con Mario, Armando, Giuseppe, a seconda di chi è di turno.
Sì, il bar Luciano è diventato un pezzo della mia vita, me lo sono portato anche, in forma romanzata come tutto il resto, in Testa, Mani e Cuore, nell’ultima storia, quella raccontata dalla nuvola.
Stamane di turno erano il signor Luciano, la signora Teresa, sua moglie, e, alla macchina del caffè, l’ottimo Mario.
Il discorso è finito sulle nuove tazzine da caffè, più strette e alte, che saranno pure da degustazione, come suggerisce  Mario, ma a me inquietano a causa del naso, il mio naturalmente, diciamo così, pronunciato, che se urto sul bordo mi da noia anziché no.
Commenti e sorrisi generali, con la signora Teresa che per farmi sentire a mio agio dice che anche a lei le tazze più strette non piacciono, quando mi viene in mente che sulle tazzine precedenti c’era scritto “Bar Luciano”. Chiedo se ne posso avere una per ricordo. Mi danno la tazzina, il piattino e anche il cucchiaino. Protendo la mano verso il signor Luciano, gliela stringo e gli dico “grazie”. Risponde “E di che, è una cosa che fa piacere anche a noi”.
Saluti e appuntamento a domani, lunedì, che anche a quell’ora per fortuna c’è movimento e si fa fatica a chiacchierare come usiamo fare ogni domenica, giorno di festa.

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Buona la prima

Confermo, sono un uomo fortunato. Ieri sera poteva finire veramente male, della serie gente poca e frustrazione tanta, e invece no, gli amici, e le amiche, si sono mobilitati, la famiglia pure, c’erano anche gli amici degli amici, e così la sala era bella piena, Costantino, Sergio, Alessio e Gianluca sono stati dei complici meravigliosi, e così la presentazione è scivolata via leggera fino al momento ogni volta emozionante delle dediche sulle copie acquistate.
Certo che se non ci fosse stato lo sciopero del trasporto pubblico locale poteva andare ancora meglio, molto meglio, e però dato che lo sciopero c’è stato poteva andare anche peggio, molto peggio, e poi come si diceva da ragazzi “si ‘o nonno teneva ‘o troll era nu tram”, quindi è inutile stare qui a giocare con i se e con i ma, che quello serve a poco o a niente.
Che cosa mi è piaciuto di più di più di ieri sera? ‘E guagliune, si, loro, le ragazze e i ragazzi, proprio loro, i giovani, ce n’erano parecchi ieri sera, perché l’Italia del lavoro ben fatto, l’Italia che mette testa, mani e  cuore nelle cose che fa è prima di tutto l’Italia loro, è un loro diritto, gli tocca. Non mi piace la retorica. Dico solo che senza la loro passione, la loro intelligenza, la loro creatività non ce la possiamo fare. E’ per questo che sono molto contento quando riesco, per il poco che posso, a creare qualche opportunità. Sapete cosa succede?  Che poi loro la moltiplicano per mille, come hanno fatto ad esempio Costantino con il suo blog su Timu o Alessio con il suo meraviglioso film.
Sì, a me “mi” piace, e mi piace raccontarlo, però adesso non ci culliamo sugli allori, che con Testa, mani e cuore e La tela e il ciliegio abbiamo appena cominciato.
Ancora grazie a tutte/i. Una/o per una/o.
 

Napoli e la magia del ritorno

Un pò di lei l’ho raccontato qui. Questo è invece l’articolo su Napoli che ha scritto lei.
La discussione è aperta.
vm

di Valeria Gonzalez

Riscopro Napoli. Poco a poco, la città mi si ricompone davanti agli occhi nella sua straziante bellezza. Perché è bella, Napoli, maledettamente bella. Ma  è violenta. E non parlo della violenza che purtroppo già si conosce, quella dei  quartieri, degli scippi, dei motorini, della camorra. Non è solo quella la violenza di Napoli. La sua bellezza è violenta.
È una città che strazia. È una puttana. È una sirena. È amore e odio. Quello che vivo adesso, tornandoci un po’ straniera, è un sentimento di  confusa emozione.
In realtà, a pensarci bene Napoli l’ho sempre vissuta così: una continua scoperta, un eterno innamorarsi, e la coscienza di un amore  brutale, senza mezzi termini, asfissiante.
Quando sono arrivata a Marsiglia mi sono detta: “è simile a Napoli”. Non che sia totalmente sbagliato, ma so che in fondo c’è qualcosa che le differenzia  molto. Il mare. Quello che a prima vista le accomuna. Quello che osservando meglio le separa.
Il mare.
Il mare di Napoli è nero. È un male d’olio, pesante, cupo, un mare che prende e non dà niente. Soffocante. Non è il mare azzurro di Marsiglia, non è neanche il mare blu scintillante delle calanques. Quella sensazione di libertà e di apertura che si prova guardando il tramonto al Fort Saint Jean a Napoli non esiste. Tutto si richiude su se stesso.
Napoli è la magia del ritorno, non del partire. Come se in fondo non ti lasciasse mai andare. Un mare che incatena.
E poi è sporca, nauseabonda, rumorosa, calda, soffocante, frenetica, impazzita, senza regole, alienante, ignorante, vorticosa, labirintica, tetra,  falsa, rabbiosa. Violenta.
E allora … cos’è questa poetica che nasconde nel suo ventre sanguinante? Perché non riesco a staccarmene?
Dal piccolo molo di barche da pesca riprendo la strada verso casa. Odore di mare in un tramonto ingoiato dal traffico. Mi fermo a comprare dei taralli caldi.
Non c’è niente da fare. Taralli napoletani, birra fredda, lungomare.
Insostituibile Napoli.

Il fabbricante di ombrelli

Per il filosofo Francois Jullien la Cina è la sola possibilità di “prendere le distanze dal pensiero da cui proveniamo, […] di interrogarlo nelle sue evidenze, in ciò che costituisce il suo impensato”. Per il giovane Davide, scuola, volley, diciottanni e un sogno a un palmo di naso, è “una moltitudine di persone – formica con poca voglia di integrazione e tanta capacità di occupare ogni spazio disponibile”. Per Pietro D., il protagonista della nostra storia, padre e marito di giorno, studente di quinta liceo la sera, è un pezzo di memoria, un ricordo della vita da artigiano in quella bottega dove la sola traccia di “modernità” era un trapano verticale, realizzato da un vecchio torniere, che girava tramite la cinghia di un motorino attaccata da un lato al trapano e dall’altro al motore di una lavatrice, il tutto bloccato su un banco in legno che aveva più di 200 anni. Gli attrezzi necessari alla rifinitura? Tutti costruiti a mano e riposti nel cassetto di un banchetto, anch’esso senza età, insieme a balene (le stecche di ombrello), pezzi di legno, cacciaviti, pinze, tronchesi, martelli piccoli e grandi. Lo sgabellino dove ci si sedeva? Un reperto “storico”, sottratto ai tedeschi negli anni dell’occupazione. In tutto erano in tre, compreso il titolare, e realizzavano, rigorosamente a mano, ombrelli costruiti su legni pregiati interi (Ginestra, Malacca, Ciliegio, Corniolo, Olmo, Castagno, Frassino, Nocciolo, Bamboo), con la punta finale in corno di bue, utilizzando insegnamenti, modi, strumenti, tecniche, tramandati da padre in figlio.
I clienti? Tutti quelli che, potendoselo permettere, avevano fatto dell’eleganza il proprio stile di vita. Cinesi compresi. Perché, sottolinea Pietro, anche se i cinesi ricchi sono “pochi”, qualche decina di milioni, sono così tanto ricchi da poter cercare in ogni prodotto qualità e particolarità. Poi racconta senza fatica dell’arrivo in bottega dei clienti cinesi, della scelta accurata dei tessuti e dei legni, delle fotografie a ciascun ombrello,  tessuto, legno, così da poter controllare, all’arrivo in Cina, l’esatta corrispondenza con quanto ordinato. 120 euro più i costi di spedizione il prezzo di ogni ombrello, che ai ricchi cinesi costa tra i 250 e i 300 euro.
La storia di Pietro pare voglia dirci che “poco” e “molto” sono avverbi quanto mai indefiniti quando si riferiscono alla Cina. E che chi ha più idee, prodotti, servizi e sistemi di qualità ha più possibilità di collocarli sui mercati mondiali, Cina compresa. Dite che dobbiamo preoccuparci?

Overamente è ‘na capata!

enakapata3Luigi Della Corte: Ve lo ricordate il fratello di Parascandolo, nel film “Così parlò Bellavista”? Ecco, chi scrive è “fratello di”, in questo caso di Renato, una delle “comparse” di Enakapata (quello della cartolina, per capirci).
La faccio breve: penso che il libro abbia molti pregi.
Anzitutto: esce fuori dallo schema “in viaggio con papà”. Il “diario” di Vincenzo e Luca in Giappone è fatto “alla pari”, senza passare da rituali, iniziazioni o passaggi di testimone o altro. È quasi una vita domestica, dove l’eco di Napoli arriva e porta le sue nostalgie di sempre.
Altro pregio: si parla di università e di eccellenze, di ricerca, di innovazione. E si dice che sì servono soldi (e tanti) per portarle avanti, ma che da soli i soldi non bastano. Servono sopratutto teste pensanti e idee da mettere in circolazione liberamente. Non è una ovvietà ripeterlo, in una Italia che – non solo nell’ambito universitario – sembra fatta di “compartimenti stagni” e di tagli alle spese, di mancanza di coordinamento e forse (ahinoi!!!) di finalità.
Infine, la cosa che mi ha colpito di più: Enakapata è una “foto” dei tempi di oggi. Email, cartoline, skype, telefonate e quant’altro. Relazioni che nascono e crescono attraverso vecchi e nuovi mezzi di comunicazione, che non temono le distanze: una società globale che ha voglia di comunicare, di confrontarsi e – una volta tanto – di capirsi. Un mondo che, nonostante tutto, overamente è ‘na capata!

Di giappoletani, di naponici e di altre sciocchezze

enakapata3Roberto De Pascale lo  conoscete già. Ve ne ho parlato in un post di qualche settimana fa commentando le foto e il post che aveva inviato da Ikebukuro. Oggi sulla pagina di Enakapata su Facebook ha postato questo messaggio:
Fino ad ora in Giappone ho conosciuto tre “giappoletani” d.o.c.: uno è Girolamo Panzetta, presentatore TV ed uomo immagine della cultura tradizionale napoletana; il secondo è Salvatore Cuomo, visto esternamente puo’ sembrare un giapponese ma ha un cuore (anche se un pò “acciaccato”) totalmente napoletano, vero rappresentante della Cucina Napoletana in terra di Yamato; il terzo è Pietro Cristo, poliedrica figura, capace di fare l’arbitro di calcio come l’attore in film con Takeshi Kitano, che ogni settimana si collega tramite “feed radio” ad orari indecenti pur di seguire, in diretta, le partite del Napoli. Come la forza in Luke Skywalker, la Serendipity scorre forte in queste persone”.
Di “naponici” (il neologismo definisce in questo caso i napoletani che coniugano la creatività partenopea e l’approccio al lavoro nipponico) avevo raccontato più o meno nello stesso periodo su Della leggerezza.
La domanda potrebbe essere: dato che il giappoletano ha già scelto il Giappone per realizzare le proprie aspirazioni, si può fare ancora qualcosa affinché almeno i naponici vivano le loro vite “per genio e per caso” trovino le loro strade serendipitose da queste parti?

Totò, Luca e la Feltrinelli Express

Se state pensando che è un fotomontaggio, vi sbagliate, è proprio Moretti il giovane al lavoro. Se state pensando che è una fortuna lavorare in un posto così, guardate le foto su Flickr per capire fino a che punto avete ragione.
A La Feltrinelli Express di Napoli Centrale su 1100 mq  di superficie di vendita potete trovare 25 mila libri (titoli), 9 mila dischi,  4 mila home video, 2 mila giochi.  Se passate per Napoli non perdete l’occasione. Se siete Napoli, cosa aspettate a visitarla? La Feltrinelli Express è aperta dalle 7 di mattina alle 10 di sera 365 giorni all’anno.

Luca al lavoro a La Feltrinelli Express di Napoli
Luca al lavoro a La Feltrinelli Express di Napoli

L’immondizia siamo noi?

L’immagine che vedete qui a fianco è stata scattata sabato 1 aprile 2006 a via Nicotera, a Napoli. E forse merita qualche commento. Così come il titolo di questo post, solo in parte provocatorio.
Naturalmente non è la peggiore immagine possibile di Napoli. Nè segnala il peggiore dei suoi mali. Del resto, in un mondo nel quale ogni ora, tutte le ore di tutti i giorni, muoiono 1200 bambini, la maggior parte per la fame e la sete, senza che neanche facciamo finta di accorgercene, si fa fatica a pensare a qualcosa come al peggio in assoluto. A napoli come in ogni altro posto del mondo.
Ma queste poche righe non si prefiggono di salvare il mondo, ma soltanto di condividere qualche considerazione.
A Napoli ieri la giornata era molto bella. Napoli è bella. La primavera a Napoli è bella. Ma purtroppo a Napoli la vita è sempre più impossibile.
Se c’è qualcuno che sente il bisogno di appiccicare il cartello ritratto nella foto è perché non ne può più di vedere suoi “simili” che portano per strada l’immondizia fuori dalle fasce orarie consentite.
Il fatto è che non sembra esserci rimedio.
Non sono trascorsi 15 minuti che siamo su via Caracciolo. Il mare, il Vesuvio, Capri, un incanto.
Abbandonati sul muretto tre contenitori sporchi di pizza e due bottiglie di birra vuote. A meno di tre o quattro metri c’è un contenitore per i rifiuti. Servirebbe scrivere “l’immondizia come voi sta a tre metri”?
Tra poche settimane si voterà per il rinnovo del consiglio comunale.
Sulle carenze, i limiti, le omissioni di chi governa e di chi si oppone in questa città ci sarebbe davvero tanto da dire. Ma di questo potete leggere sulle cronache de la repubblica, il corriere del mezzogiorno, il mattino, ecc.
Qui la questione è un’altra. Fino a quando saremo immondizia e non cittadini potremo davvero sperare di avere una classe dirigente seria, rigorosa, capace, onesta?

Piazza Plebiscito

L’iniziativa è di quelle sicuramente encomiabili: sensibilizzare i cittadini sulla difesa del patrimonio boschivo.
Come è scritto sul pieghevole curato dalla Provincia di Napoli, e distribuito a piene mani ieri sera a Piazza Plebiscito, “se ci sediamo su una sedia, per scrivere qualcosa su un foglio, stiamo usando due oggetti fatti grazie al legno”.
E però …
Distribuire materiale informativo in questo modo serve assai poco a informare, come testimoniano i contenitori dei rifiuti nelle immediate vicinanze della splendida Piazza (dove, detto per inciso, siamo passati due volte nell’arco di una ventina di minuti e due ragazzini ansiosi soltanto di disfarsi del “malloppo” di pieghevoli ricevuto in consegna ce ne hanno rifilato circa una decina (però eravamo in 2:-))).
Forse sarebbe bastato allestire qualche info point – espositore – cartello informativo nella piazza per non sprecare inutilmente tanta carta (a proposito, ma è proprio così difficile decidere di utilizzare, almeno per iniziative di questo tipo, carta riciclata?) e per coinvolgere in un modo sicuramente più efficace i passanti – cittadini (dalla categoria vanno naturalmente esclusi coloro che ritengono troppo oneroso servirsi dei contenitori e buttano per terra di tutto e di più).
La nostra personale morale della “favola”?
L’educazione alla cittadinanza è una cosa seria. Che richiede attenzione, rigore, cura, da parte delle istituzioni. E dei cittadini. In particolare in una città come Napoli.

Campi Flegrei

Ore 10.45.
Un sabato qualunque. Un sabato napoletano. Stazione di Campi Flegrei.
Un solo sportello aperto. La “biglietteria” automatica rotta. 8 persone in fila. La maggior parte deve fare biglietti per i giorni successivi. Cerca, giustamente, le combinazioni di viaggio più comode e convenienti.
I minuti passano. E il nostro treno parte alle 11.00.
Cominciamo a domandarci perché.
Perché non c’è uno sportello dedicato a chi sta per partire?
Perché la “macchinetta” non viene riparata?
Perché a Napoli, oggi come 80 anni fa, “i congegni tecnici sono quasi sempre rotti: soltanto in via eccezionale, e per puro caso, si trova qualcosa di intatto. Se ne ricava a poco a poco l’impressione che tutto venga prodotto già rotto in partenza”?
Ore 10.52.
Allo sportello a fianco si materializza un altro addetto alla biglietteria.
Serafico. Il bicchierino di plastica con il caffè in una mano. Carte varie e chiavi nell’altra.
Si sistema. Annuncia che rispettando l’ordine della fila ci si può accomodare per fare il biglietto.
Due persone in coda schizzano per guadagnare posizioni.
Non passeranno.
Facciamo un blocco che avrebbe fatto felice il nostro vecchio allenatore di basket.
Ore 10.54.
I due ragazzi davanti a noi si girano.
Noi dobbiamo partire il mese prossimo. Faccia pure il suo biglietto.
Ore 10.58.
Siamo sul treno. Stress e adrenalina sono al massimo. Però siamo “riusciti” a fare il nostro biglietto.
Questa è una città senza futuro.