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Gravina

enakapata3Antonio Gravina: Ho letto il vostro libro che ha cambiato la mia vita. Mi piacerebbe comunicare con voi, senza disturbare volevo conoscervi se mi si è concesso, sono un piccolissimo imprenditore napoletano a cui piace viaggiare soprattutto in Asia, mi lascio molto influenzare dalle culture e cerco di portare un piccolo contributo delle mie conoscenze nella nostra città.
Il concetto di serendipity è la versione più bella di collaborazione costruttiva che abbia mai potuto pensare o scrivere o raccontare … l’ho usato in un meeting interno con 30 persone che sono rimaste estasiate. Complimenti!!

P. S.
Sono di Secondigliano … ma adesso vivo al centro di Napoli e lavoro nel sud Italia.
A presto.

Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà

enakapata3[…] Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe «Testolina», di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa.
Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà, e non smette fino a quando l’amico non scende.
L’aspetto positivo della faccenda è che si riusciva a sopravvivere anche senza i telefonini. Quello negativo è che talvolta si esagerava con lo spirito di gruppo.
Ci ripenso e comincio a ridere da solo. No, non sono impazzito. Almeno non ancora. Si tratta del giorno in cui mi sono fidanzato. Il 6 settembre del 1976. Un lunedì. L’appuntamento con lei è per le 10.30 alla Mostra d’Oltremare, dove da qualche giorno è cominciata la Festa Nazionale dell’Unità. L’anno prima Maurizio Valenzi è stato eletto sindaco di Napoli. Un sindaco comunista, in realtà del Pci, per una città che ha dovuto fare i conti con Lauro, con i Gava, con il colera.
L’atmosfera è decisamente di festa, l’attesa per il comizio conclusivo di Enrico Berlinguer già enorme. Sto per uscire di casa quando mi chiama lui, uno dei pilastri della Secondigliano Band, per dirmi che ha deciso di venire con me.
La cosa mi sorprende non poco. Lui è persona informata dei fatti. E sa che vado alla festa per lei. Glielo ricordo ancora. Risponde offeso che lui non sarà certo un problema. Non ci resta che andare. Alle 10.20 siamo sul posto. Appena qualche minuto e arriva lei. Non so cosa pensate voi del fatto che io non fossi solo. So che mi ci è voluta mezza giornata buona prima di riuscire a prendere per mano lei e a seminare lui. Complice lo stand con i libri di Brežnev e di Kim Il Sung.
Lui non se lo aspettava. Lei invece sì. Non riesco a dire quello che volevo dire come lo volevo dire. Per fortuna l’amore non è solo cieco. È anche sordo. Lei mi dice sì. E io riesco ad evitare ancora per un’ora lui. Il resto del pomeriggio assieme. Ma ormai è andata.
È sera quando ci ritroviamo io e lui senza lei alla stazione della metropolitana di Campi Flegrei. Destinazione casa. Sono felice. E la felicità può giocare brutti scherzi. Farfuglio che mi dispiace di essere scomparso e che spero che lui mi possa capire. Mi conferma che lui mi capisce. Ma aggiunge che anch’io devo capire lui. Che si è annoiato. E ci è rimasto anche un po’ male. Rimango senza parole. Anzi no. Gli dico a muso duro che no, io non lo capisco. Che lui là non ci doveva proprio venire. Lui sta per arrabbiarsi. Io di più. Facciamo prima a scoppiare a ridere.

Gaetano

enakapata3Lo vogliamo dire? E diciamolo. Noi ci siamo piaciuti. E  non sempre accade. Telefonate e messaggi sms lo hanno “soltanto” confermato.
Non ci credete? Ascoltate il podcast su RAI Radio 3. E se poi vi piace giurate che lo fate girare. Come disse Zia Concetta a mio nipote Davide (lei si riferiva ai Moretti) fatelo crescere e moltiplicare.
Ciò detto, la porzione Enakapata del mio cervello è già proiettata sulla prossima tappa del viaggio, quella che il 17 settembre ci porterà a la Feltrinelli Libri e Musica di Palermo.
Anzi no. Rewind. C’è tempo per parlare di Palermo. Oggi il post di Enakapata è dedicato a Gaetano. Il terzo dei miei fratelloni. Che sta attraversando un momento di quelli tosti davvero. E che ieri ha chiuso il suo messaggio a me e Luca con un “sono contento e fiero di voi” che mi ha commosso. Dite che è  la vecchiaia che avanza? Dite pure. Per una volta non me ne importa niente.

All we hear is Fahrenheit

enakapata3Lo confesso. Il titolo non è solo un omaggio  al genio dei Queen e alla mitica Radio Ga Ga, ma anche il pretesto per ricordarvi che domani 31 agosto, dalle 17.00 alle 17.30, si parla di Enakapata a Fahrenheit, sulle frequenze Rai Radio 3, nel corso del programma condotto da Tommaso Giartosio.

Sperando che siate davvero in tanti a sintonizzarvi vi ricordo che potete interagire inviando:

una mail all’indirizzo fahre@rai.it
un SMS al numero 3355634296
un commento a I vostri favoriti

Buona partecipazione.

Zio Peppino

enakapata3[…] Luca un po’ si diverte e un po’ fa la faccia modello «pà, questa già l’hai raccontata 1387 volte». Comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò.
Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de «La Settimana Enigmistica»; nel senso che poteva ripetere pressoché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.
Zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali «essersi sistemato» equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa vent’anni. Fino a che una mia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, sei in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.
In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano.
Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle sei sorelle. Ora non sosterrò che Luca si è commosso, lui che quando gli ho detto che se mi succede qualcosa gli toccherà prendersi cura di me mi ha risposto «già il verbo è sbagliato, quello giusto non è curare, ma terminare», ma sono certo che la storia gli è piaciuta. In fondo fa lo sprucido per darsi un tono. Anche se in effetti la cosa gli riesce molto bene. […]

From Porto Cesareo to Fahrenheit

enakapata3Molti di voi (forse) lo sanno già. Il prossimo appuntamento è per il 31 Agosto. Dalle 17.00 alle 17.30.  Quando Enakapata sarà ospite di Fahrenheit, programma cult di Radio 3. L’auspicio è, naturalmente, che siate in tanti a sintonizzarvi e ad interagire, ma su questo avremo modo di tornare nei prossimi giorni.
Oggi vi diciamo invece che la presentazione  al
BeB A Casa di Margherita è stata un successone. Non ci credete? E allora leggete qui: una trentina di partecipanti,  una bellissima discussione, 14 copie del libro vendute,  uno splendido concerto jazz, una magnifica mangiata di triglie fritte, cocomero, fichi d’india e sangria a volontà (e vi assicuro che di volontà ne abbiamo dimostrato tutti tanta).
That’s all, folks. Per ora.

A casa di Margherita

enakapata3A casa di Margherita stiamo  trascorrendo giornate molto belle. Non al BeB che i mitici Trisolini Brothers hanno voluto dedicare alla propria mamma. Ma proprio a casa della mamma, una straordinaria signora vicina agli 80 anni che ci ha lasciato la sua casa, quella nella quale vive a Veglie, per l’intera settimana.
In queste occasioni si fa in fretta a dire parole già dette,  persino scontate, ma vi assicuro che siamo rimasti semplicemente conquistati dalla gentilezza, dalla dolcezza, dall’ospitalità di mamma Trisolini e anche se (forse) lei non sa neanche cos’è un blog non intendiamo rinunciare al piacere di dirle anche su queste pagine il nostro semplice, affettuoso, sincero, grazie.
Il resto lo sapete. Tra qualche ora l’appuntamento è alle ore 21. Al BeB A Casa di Margherita, a 4 km da Porto Cesareo.  Si dirà forse di scienza e di serendipity, di Tokyo e di Secondigliano,  di colazioni improbabili e di radici, di  certo di molto altro ancora.  A seguire, ma questo lo sapete già, concerto jazz del Francesco Fornarelli Quartet.

P.S.
Domani non mancate di tornare da queste parti. Vi racconteremo tutto ma proprio tutto quello che è successo. Promesso.

Truffi, Rossi

enakapata3Corrado Truffi, again: Per continuare nella critica, “poco interessante da fuori” vuol dire che certe pagine di diario con la cronaca pura e ripetitiva della giornata non servono e un po’ annoiano. Se privato doveva essere, sarei stato più curioso di capire meglio la vita a Secondigliano e gli amici, o qualcosa di più sul Giappone di Luca… e meno dettagli “quotidiani”.
Sulle “cose illuminanti”, oggi mi è capitato di leggere qualcosa che mi ha fatto scattare dei link con Enakapata, e ne ho scritto sul mio blog.

Bernardo Rossi: Avete scritto il libro assoluto vagheggiato da Mallarmé, la recensione è più lunga del previsto, ma arriverà presto.

Corrado Truffi: Ci sono alcune cose davvero interessanti ed illuminanti, in questo libro. Ma la forma di doppio diario privato è spesso troppo ripetitiva e poco interessante da fuori.

SetteTreOttoZeroTreTreOtto

enakapata3Niente 081, al tempo, per le telefonate urbane, non si usava. Prima 7547547 e poi 7380338. Era il numero di telefono di casa a Secondigliano. Per diversi anni servito soprattutto per ricevere la telefonata di metà pomeriggio  di papà. Niente chi parla, lui prima della voce riconosceva l’odore. La domanda inesorabile come il passato: ci sono novità? La risposta quasi:  NN (Nessuna Novità). Forse il telefono era troppo veloce per il livello medio di accadimenti in una famiglia operaia come la nostra. Forse era la consapevolezza che da lì a qualche ora papà sarebbe tornato a casa e anche se c’era qualche novità meglio dirgliela di persona. Forse era che il telefono ci sembrava più utile per parlare con amici e fidanzate (al tempo l’unica “chat”  disponibile D. In ogni caso papà non si è mai perso d’animo, al punto che le rare volte in cui non telefonava quasi quasi ci prendeva l’ansia. Esagerati? Forse. Ma papà lavorava con la corrente elettrica e con la corrente elettrica non si scherza D.
Perchè vi racconto tutto questo? Perchè mi piace. E perchè mi sembra un modo simpatico per annunciare le novità di casa Enakapata, che anche in questo difficile mese di Agosto non mancano.
Avete pronta carta, penna, tastiera, touch screen? E allora scrivete:
21 Agosto. Ore 21. BeB A Casa di Margherita, a 4 km da Porto Cesareo, presentazione di Enakapata e, a seguire, concerto jazz di Francesco Fornarelli Quartet.
31 Agosto. Ore 15.00 – 15.30.  Enakapata è ospite di Fahrenheit, programma cult di Radio 3.
Per ora mi sembra abbastanza, ma voi ogni tanto passate da queste parti.
Papà? La prossima volta che lo sogno glielo dico. No, la volta dopo. La prossima mi ha promesso un terno secco sulla ruota di Napoli. Sperando che non sbagli casa come un mese fa.

Ariemma, De Cunzo, Cerantola

enakapata3Iginio Ariemma: Il libro di Vincenzo Moretti e di suo figlio Luca – Enakapata, Ediesse 2009 – è sicuramente un bel libro. Il titolo è azzeccato. Enakapata significa “è una testata”, cioè una cosa straordinaria che colpisce, in una forma linguistica che è certamente napoletana, ma per certi versoi richiama anche il nipponico. Infatti è la narrazione del viaggio, dal 3 al 30 marzo, compiuto dai due autori a Tokio, per scoprire e studiare il centro di ricerca Riken. Ma hanno ragione a scrivere che “non è soltanto un diario. Ma anche un gioco. Un tradimento. Una prepotenza. Un augurio”.
Tutte queste cose si trovano nel libro. Specialmente se si va da Tokio a Napoli o più precisamente a Secondigliano; e viceversa. Perché l”a spazzatura non può essere organizzata da noi come a Tokio, città di 35 milioni di abitanti? Perché “In Giappone si possono regolare gli orologi con il passaggio dei treni”? E così via.
A me è piaciuto molto anche la forma del diario, scritto a due voci, in modo intrecciato, con alcune pagine di Vincenzo ed altre di Luca, ma senza stacchi che indichino subito le parole dell’uno o dell’altro. Soltanto dal contesto si comprende chi scrive. Ha ragione Luca quando dice che il padre è “come un cingolato” che macina cose e pensieri avanti e indietro, con encomiabile cocciutaggine. Del resto senza questa cocciutaggine non sarebbe stato possibile un viaggio di tale natura. […]

L’intera recensione di Ariemma  a settembre su Rassegna Sindacale.

Gianluca De Cunzo: Salve prof., ho finito di leggere Enakapata, ed eccomi pronto per un recensione più approfondita, anche per verificare se ho capito il senso indipendentemente dal racconto.
L’importanza conferita alla ricerca in Giappone è sicuramente maggiore rispetto all’attenzione che il nostro paese dedica alla stessa. Ciò giustifica maggiori fondi, apparecchiature migliori, proprio perché la ricerca rappresenta la chiave del futuro, per diversi motivi. Artefice di tutto ciò è sicuramente una classe politica diversa dalla nostra, che peraltro anche in questi giorni sta facendo il suo… (è un eufemismo ovviamente). E’ ancora da sottolineare la presenza di due elementi essenziali come la collaborazione e la disponibilità di strutture adeguate senza che l’una sia prediletta riispetto all’altra. Una buona organizzazione produce buoni risultati anche qaundo coinvolge un gran numero di persone, come nel caso della raccolta dei rifiuti in Giappone (mentre noi in Italia la paghiamo a peso d’oro per tenerla sotto casa, chissà perché…)
Una efficace organizzazione produce risultati migliori sia nelle piccole che nelle grandi cose, certo c’è sempre il rovescio della medaglia ma è quel minimo tollerabile dovuto al cosiddetto errore standard.
Tutto questo spiega anche perché gli stessi ricercatori si sentano maggiormente coinvolti nei progetti cui fanno parte.
P.S.
Inutile scrivere commenti sulle parti del testo dedicate alla sua vita da adoescente…

Alessia Cerantola: Enakapata è un libro dalle molteplici letture e interpretazioni. Per me è stato soprattutto un viaggio alla riscoperta di una città conosciuta e vissuta come Tokyo.
Guidata dal racconto delle ricerche sulla serendipity del professor Vincenzo Moretti, e animata dal desiderio di confrontare le mie esperienze in Giappone con quelle di altri viaggiatori, ho gustato con piacere le descrizioni della città. I due Moretti, padre e figlio, come due moderni esploratori urbani, hanno tinteggiato scorci e descritto abitudini di una città dall’aspetto caleidoscopico e in continua trasformazione. Quello che si ricava riunendo questi frammenti è, prima di tutto, un’essenziale guida turistica per il viaggiatore che finisca per caso o volontà in Giappone e che voglia iniziare a conoscere l’aspetto, la storia e la vita di Tokyo. E poi un insegnamento: nonostante non manchino le incomprensioni, linguistiche e culturali, il Giappone può diventare per certi aspetti un modello. In fondo, un paese in cui i treni arrivano in orario, i bambini possono tornare a casa da soli dall’asilo o da scuola, i cittadini fanno un’attenta raccolta differenziata, la ricerca scientifica è sostenuta e incentivata, non è così “strano”. Insomma, Enakapata è anche un libro per confrontarsi con il Giappone e riflettere sull’Italia.

Enakapata al mare

enakapata3Peccato che ci abbiano già pensato Franco Battiato e Giusto Pio, autori della canzone portata al successo da Giuni Russo nell’estate del 1982, l’anno  della conquista della terza Coppa del Mondo da parte dell’Italia, quella del sorriso di Sandro Pertini e dell’urlo di Marco Tardelli. Sulle note di Un’estate al mare, anche Enakapata al mare avrebbe potuto essere un successone. Ve la immaginate?
Per le strade straordinarie della scienza
che consentono fantastiche scoperte
guarda come il talento è coltivato
ci sarà nuovo cibo per la mente
Enakapata al mare
voglia di viaggiare
da Secondigliano a Tokyo
insieme al padre e al figlio  sotto l’ombrellone
Enakapata al mare
voglia di incontrare
Peppe Testolina
oppure un premio Nobel  sotto l’ombrellone.

Detto che non ci tenenia a sapere cosa ne pensate :-), aggiungiamo che Enakapata è al mare anche da un altro punto di vista, quello che si riferisce alla presentazione del prossimo 21 agosto al B&B A casa di Margherita. Per chi è  dalle parti di Porto Cesareo l’auspicio è che ci sia il tempo e la voglia di farsi vivo. Per chi invece no su queste pagine faremo come sempre in modo di tenervi informati. Sperando più di sempre che la cosa vi faccia piacere.
Per intanto a tutti buone vacanze.

Serendipity Lab

enakapata3Chi non ha letto il libro e se lo ricorda (anche chi lo ha letto?) lanci pure la prima mail, ma il serendipity travel di Enakapata non comincia domenica 2 marzo 2009, giorno della nostra partenza per Tokyo, destinazione Riken, ma venerdì 25 ottobre 2005, quando su La Stampa.it pubblico l’articolo che parla di Piero Carninci e delle sue scoperte.
Da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi serendipitosi, a partire da quelli che portano me e Cinzia Massa ad intervistare Piero per il numero di Gennaio Febbraio 2006 di Technology Review.
La cosa bella (almeno dal mio punto di vista), è che il viaggio continua. Naturalmente attraverso questo blog. Poi ancora sul terreno delle idee, com epotete leggere ad esempio su Nòva Review. Da qualche giorno con un vero e proprio Serendipity Lab, che speriamo da settembre, anche con il vostro aiuto, di far diventare un luogo dove confrontare idee e progetti nati per genio e per caso, grazie al talento e all’organizzazione.
In attesa di più connessioni ed interazioni più fresche e riposate, buona lettura.

Why Riken è ‘na capata

enakapata3Ancora sul mondo Riken i link relativi agli ultimi articolati segnalati su Business Exchange. Con l’avvertenza di non perdere di vista il fatto semplice ma non banale che i risultati che da quelle parti si ottengono sono il prodotto di una ottima organizzazione, di sistemi di valutazione efficaci, di politiche di costante valorizzazione del talento e del merito.
Aggiunto che se volete saperne di più sul modello organizzativo Riken potete cliccare qui, eccovi i link promessi:
Sense of Attraction
A timid knockout mouse separates conflicting emotional behavior for the first time
How the turtle’s shell developed
Buona lettura.

The face, the body, the city

enakapata3Oggi le cronache raccontano di giapponesi in fuga dall’Italia, causa prezzi troppo elevati e le troppe truffe. Pessima notizia. Dall’articolo di Repubblica di oggi un dato fa riflettere, quello che si riferisce al milione di visitatori previsti per il 2009 a fronte dei 2,17 milioni del 1997 e dei 1,47 milioni del 2007, e un dato fa sorridere, quello relativo ai commenti del Sindaco Gianni Alemanno, modello svogliata difesa d’ufficio (Roma è una città accogliente dove si può spendere poco rispetto ad altri capitali europee), del presidente della Confcommercio Cesare Pambianchi, modello addò coglio coglio tanto in Giappone chi ci è mai stato (i giapponesi vengano da un Paese che forse ha qualche mariuolo in meno, ma dei prezzi estremamente eccessivi per i turisti), dell’Assotravel-Confindustria modello e la crisi dove la mettiamo (la flessione dei turisti del Sol Levante nel nostro Paese è dovuta essenzialmente alla grave crisi economica che attanaglia da tempo il Giappone).
Per fortuna il Giappone conosce anche l’altra Italia, quella della scienza, della moda, dell’arte.
A proposito di arte ieri abbiamo raccontato di Humanized, il volto, il corpo, la città, la mostra monografica di Onze a Tokyo, dal 18 luglio al 1 agosto, nella prestigiosa sede dell’Istituto di Cultura a Kudanshita. Se siete da quelle parti è un appuntamento da non perdere. Se invece ve ne state qui in attesa di tempi (si spera) migliori, non perdete l’occasione per visitare il sito dell’autore e della mostra.
Buona visita a tutti. Quelli che stanno là. E (ahimé) quelli che stanno qua.

Ciuccio ’e fuoco

enakapata3Me lo disse papà che ero ancora bambino. La chiamavano «Ciuccio ’e fuoco» per quella sua innata tendenza ad attaccar briga, per quel suo carattere ribelle, per quello che una donna poteva ribellarsi ai suoi tempi. Io però la ricordo soprattutto per il suo affetto. Per l’uovo di papera a zabaione con “una” goccia di marsala che mi preparava quando passavo per casa sua prima di andare a scuola alla Masseria Cardone, (sarà stato l’uovo, lo zucchero o il marsala a “gocce”, ma i miei professori delle medie si sono ricordati per un pezzo della mia, chiamiamola così, “vivacità”). O per la visita del 5 aprile, giorno di san Vincenzo, quando affrontava un viaggio a piedi di quasi 3 km, lei sempre più anziana e claudicante, io sempre più vicino al traguardo dei 18 anni, per portarmi in regalo un pacco di biscotti, perché il “Santo va rispettato” e perché, come quasi tutti i miei coetanei primogeniti, portavo il nome del nonno.
Era famosa anche per i suoi modi di dire, quelli ufficiali, come «’e sfuttute vann ’mParavìso», e quelli fatti in casa, come «’e figlie quanno se fanno gross addeventano parient laschi» o, rivolto a Davide, figlio di mio fratello Gaetano, che non vedeva da tempo «ah, tu sì nù Moretti, bravo, crescete e moltiplicatevi».
Un esempio puro di comicità il «Pascà, mò è murì solo tu» con il quale abbracciò piangendo mio padre il giorno della morte dell’amata sorella Maria, che le valse il gesto prosaicamente scaramantico di papà e il secondo e definitivo soprannome di  «Highlander» (ne resterà una sola). Per non parlare delle visite domenicali al cimitero con regolare sediolina pieghevole nel corso delle quali prendeva in giro fino all’irrisione e oltre il marito morto che l’aveva tormentata per una vita intera.
Lei era fatta così. Prendere o lasciare. C’è che nella mia vita è stata una persona importante. E mi piace ricordarla qui.

p.s.
Se avete letto il libro lo sapete già, lei è, era, Zia Concetta.

Opere che parlano di hikikomori (from Wikipedia)

enakapata3Hikikomori (film).
Rozen Maiden
(manga e anime). Il protagonista viene presentato inizialmente come un hikikomori.
Welcome to the NHK
(romanzo, manga e anime): non solo il protagonista è un hikikomori, ma la storia è esplicitamente dedicata a presentare il fenomeno sociale in questione.
Yamato Nadeshiko Shichi Henge
(manga e anime). La protagonista, Sunako Nakahara, vive inizialmente come un’autoreclusa (hikikomori). Inoltre è un’appassionata di cinema horror.
Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione
libro scritto da Carla Ricci, antropologa che vive a Tokyo. Nel libro si analizza il fenomeno Hikikomori nelle sue varie sfacettature. La chiave di lettura fa emergere che non si tratta di un problema solo personale ma Hikikomori porta alla luce le contraddizioni e i lati oscuri di ogni società.

FONTE: WIKIPEDIA

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Combattente, Grazioli

enakapata3Ettore Combattente: Diversamente da Alessio Strazzullo che ha scritto una bella recensione del libro dei Moretti, dico che la mia amicizia con Enzo c’entra e c’entra direttamente in quel che penso del libro. Sono amico e rifletto per questo sull’amicizia, un libro nato su un’amicizia in tempo di  globalità; un’amicizia che si evolve in  rapporti fraterni, leali, disinteressati, che vanno oltre il comune interesse intellettuale.
E’ questa  una capacità umana di Enzo, io che l’ho incontrato per contingenze politiche e ci siamo conosciuti come amici e compagni, lo testimonio con “interesse”. Mi diceva che suo padre soleva dirgli “fattell’ cu’ chi è meglio e’ te’ e fance’ e’ spese”. “Meglio” in senso metaforico, come  sapere, cultura, professionalità. Infatti come si può diventare amico di uno scienziato bio – fisico italiano emigrato in Giappone, per l’attrazione  del valore del merito che vige in in quel paese, alla distanza di migliaia di chilometri attraverso la posta elettronica? Per un cultore di scienze sociali con una  lunga esperienza nel mondo sindacale? Ed entrare in una comunità intellettuale attraverso  l’intelligenza dell’epistemologia? Enzo Moretti ci è riuscito. Ed ha scritto  un libro su quest’ amicizia e insieme a  Luca di tante altre nate da un viaggio in quel paese.
Enakapata  ha aperto a lui e a noi un mondo  lontano dalle nostre  frequentazioni giornaliere  dalla spasmodica  tensione  ad avere ragione, direbbe l’appassionato di Totò , a “prescindere”.

Daniela Grazioli: Mi son presa ‘na kapata: letto con interesse, stupita e divertita per l’alternanza delle due penne  (attualizzate in computer) ed intrigata dall’oscillazione tra serio e faceto. L’ho già consigliato a Simone ed amici. Grazie.

La stesura della foglia oro

enakapata3Ieri sera l’ho vista. Ho visto come si fa. E vi assicuro che è  stata un’emozione grande. Se state pensando che per me è  facile  dato che con le mani non so fare (quasi) nulla vi sbagliate. Non sul fatto che con le mani non so fare (quasi) nulla, of course. Sull’emozione. Sarebbe capitato anche a voi. Persino il grande Sennett, se trovo il modo di farglielo sapere, per una volta mi invidierà.
Dite che è il caso che vi sveli di cosa sto parlando? Della stesura della foglia oro. Se avete letto il libro sapete già che  il mio amico Beppe Del Vecchio,  restauratore, musicista, saggio e tanto altro ancora, me ne aveva parlato per la prima volta via Skype mentre ero al Riken di Tokyo, quando mi aveva raccontato dei due anni che gli ci erano voluti per capire, imparare, fare, tra gesso per doratura, colla di coniglio, bolo armeno, pennelli di vaio e martora, tentativi andati a vuoto. Prima del successo finale.
Il racconto mi era piaciuto molto. Ma sentire è una cosa, vedere un’altra. Adesso potrei persino chiedermi, con Weick,  “come facevo a sapere che cosa pensavo se prima non vedevo che cosa ha fatto (Beppe)”.
Erano più o meno le 7 p.m. quando sono passato per un finto rapido saluto alla sua bottega.
Mi vede arrivare e mi dice entra che sto facendo una cosa che ti piacerà. Provo a dirgli che sono passato per un rapido saluto. Mi ridice entra che ti piacerà.
Sul banco da una parte la cornice. Dall’altra la foglia oro, che in realtà non è una foglia ma una lamina d’oro sottolissima, delicata eppure docile in quelle sue mani che la misurano, la tagliano, la catturano con il pennello di vaio passato più volte sulla tempia per elettrizzarlo, l’adagiano sulla preziosa cornice, la fanno aderire  perfettamente su quel piccolo spazio accuratamente lavorato con il bolo armeno, la accarezzano quasi fino a che ogni singolo atomo si sposa con quello vicino, un pò più vecchio, che qualcuno aveva messo lì negli ultimi anni dell’800.
Ebbene sì, lo confesso. Resto stupito. Ammirato. Se ne acocrge. Tu lo fai con e parole, mi dice, io con la foglia oro. Non ci casco. Gli chiedo qual’è il segreto.
Il segreto non c’è, risponde. O, meglio, aggiunge, il segreto sta nella preparazione. Ma in realtà qualunque cosa si fa nella vita dipende dalla preparazione. La preparazione è fondamentale. Sempre.
Sorride. E’ come quando decidi di conquistare la donna che ti fa uscire pazzo, mi fa, quella per la quale saresti disposto a tutto. In realtà dipende tutto da come la corteggi,  cioè dalla preparazione. Se sbagli lì, non hai speranza, la perdi. Ed è anche giusto così.

Un piccolo conflitto d’interessi

enakapata3La pubblicazione della recensione di Alessio Strazzulo su Qlibri mi ha riportato alla mente una cosa che mi colpì allora al punto che ne parlai la sera della presentazione del libro a Napoli (potrei giurare, dirò soltanto che c’erano più di 100 testimoni).
Di che cosa si tratta? Della frase con la quale Alessio apre la  sua recensione “Premesso il piccolo conflitto d’interessi che mi lega ai due autori …”.
Non vi svelo la natura del conflitto, che potete naturalmente leggere su Qlibri, ma ritorno su quella che a me appariva allora, e ancora di più appare adesso, come una piccola grande possibilità di cambiamento, di speranza, di futuro: Alessio che prima di scrivere le sue impressioni su Enakapata, avverte la necessità di dire a chi legge “guardate che io sono amico di Luca e di Vincenzo, e questo da un certo punto di vista mi rende meno distaccato e dunque meno credibile”.
Esagerato? Forse si. In fondo questo di Enakapata è prima di tutto un gioco. Forse no. In fondo il nostro Paese sta scrivendo il suo declino a forza di conflitti d’interesse.
Come dicevano gli antichi? La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Forse possiamo riderci su, oggi che tra Cesare e le sue amanti è tutto un sospetto. Forse possiamo pensarci su. E magari fare qualcosa affinchè siano quelli come Alessio la classe dirigente del futuro prossimo venturo.

Brand Care Magazine, Penitenti again

enakapata3Brand Care Magazine: Un report sociologico-scientifico in forma di diario, scritto dopo un’esperienza di ricerca a Tokio e presso l’istituto Riken, importante centro giapponese in cui si studiano alcune delle componenti essenziali per la conoscenza del genoma (mRna).
Attraverso una scrittura polifonica, ritmata e orientata alla trasparenza espositiva, Enakapata, sia dal punto di vista espressivo che contenutistico, è l’elogio della serendipity. La polifonia e il ritmo sono resi nel diario non solo attraverso il resoconto alternato padre/figlio di fatti e impressioni, ma anche tramite l’affresco di un immaginario variegato di posti e soprattutto di personaggi: dai coetanei e conterranei di Vincenzo, originario di Secondigliano (degni di nota i “leggendari” Tonino Parola, Salvatore «’O beat», Gennaro «Topolino», Peppe «Testolina»…), a Sergio Cofferati, al premio Nobel per la chimica Ryoji Noyori, intervistato personalmente da Moretti-padre. Giocosa (e al tempo stesso malinconica) napoletanità, rigore professionale, ironia tipica di un figlio-che-accompagna-il-padre in una cultura conosciuta (Luca ha condotto degli studi sulla lingua giapponese): Enakapata è una continua commistione di modi di fare, di vedere, di cercare, di dire.
Un piccolo grande libro che, dato il modo leggero attraverso cui affronta argomenti di grande importanza, non si può non definire, senza retorica, coraggioso. Perché, come insegnano i Moretti, «Chi nun tene curàggio nun se cocca cu ‘e femmene belle».
Leggi l’ntera recensione a pag 75 di Brand Care Magazine.

Monica Penitenti: Letto? Bevuto! Divertente punto di vista partenopeo di parte del mondo nipponico. Interessante viaggio a due nel quale il lettore è condotto dal racconto dei sapori, dell’impegno, della nostalgia del noto e della curiosità per il nuovo: bello davvero!

Te voglio bene assai

enakapata3Concerto dei Sogni. Il sogno di cantare in napoletano per i napoletani di Tadahiko Higashi, famoso architetto di Tokyo, divenuto realtà grazie all’incontro con Rosalba Panachia. Ne ho scritto un pò di giorni fa su NòvaLab Questione di Senso.
Su Nòva100 Della Leggerezza ho raccontato invece di Raffaele Grimaldi, giovane di Siano (SA) finito a Parigi e poi a Tokyo grazie alla musica e alla sua bravura, che l’ha portato ad essere l’unico europeo selezionato tra i 5 finalisti del Toru Takemitsu Award 2009.
Oggi ho parlato di nuovo di Napoli su NòvaLab Questione di Senso, purtroppo ancora delle sue storie di ordinaria maleducazione.
Fromm ha scritto che il problema non è essere egoisti, ma non amare abbastanza se stessi. Noi quando impareremo ad amare noi stessi e la nostra città?

Manfredi-Gigliotti, Masera

enakapata3Giovanna Manfredi-Gigliotti: Enakapata ha accompagnato le mie notti di qualche mese fa. Mi ha colpito lo stile semplice ed efficace. Mi piacciono le scritture a quattro mani, perchè offrono una focalizzazione doppia degli eventi.
Non è il solito diari di viaggio, anche se ce ne sono stati di celebri e pregevoli (penso a Goethe o Guicciardini per esempio). Mi sono piaciute persino le citazioni musicali, come “Luci a San Siro”, che io adoro. Penso sia fondamentale riflettere sia sulle scoperte (ed “Enakapata” risulta interessante anche per questo), sia e soprattutto sull’ambiente che le rende possibili. Basti pensare alla “legge di campo”.
Purtroppo non capiamo quanto sia importate premiare e sostenere il merito, quanto sia essenziale la creatività, non solo il nozionismo. Forse, avendo messo tante volte da parte il merito, non riusciamo, nel nostro Bel Paese, neanche ad arrivare al nozionismo. Ma l’amore per la cultura si può trasmettere solo ad opera di chi vive la cultura. Certo “restare” è un grande merito e costa un doppio amore, per ciò che si fa e per il proprio Paese, che riesce ad “umiliare” costantemente chi cerca di rispettare tutte le regole per servirlo e rendergli onore.
Sono d’accordo con Quasimodo quando diceva che una terra è i suoi uomini  e anche che “la poesia deve rifare l’uomo”. Senza spirito non si conquista alcunchè ed il rispetto delle regole, che è la prima forma di rispetto verso la legalità, cioè verso sè e gli altri, non confligge con la creatività.
Molto interessante è anche il discorso sulla “seredipity”, che a mio umile avviso si può riscontrare anche nella più semplice vita quotidiana; io la chiamavo “frecciolina”, “luce”, e ad essa devo le mie scelte più felici.
Ci sono molti spunti di riflessione nel vostro romanzo che vanno oltre il pur pregevole diario, che si fa leggere ben volentieri, e quindi lo rendono fruibilie a molti livelli e su diversi piani di lettura.

Anna Masera: … L’ho finalmente rivisto in occasione del tour per il lancio del suo libro scritto a quattro mani con il figlio musicista Luca, Enakapata (=”È ‘nà capata”, in napoletano, che dalle mie parti si dice “è una figata”, o “è geniale”): un diario-blog di viaggio e lavoro che vede padre e figlio napoletani in Giappone, incontro-scontro di culture diverse, “lost and found in translation” da Secondigliano all’istituto di ricerche genetiche Riken di Tokyo raccontato con intelligenza e ironia…
Leggi l’intero articolo su LaStampa.it

Riken World

enakapata3Chi ha già letto Enakapata lo sa. Tutti gli altri lo sapranno. Il Riken è lo straordinario istituto di ricerca giapponese dove nel marzo 2008 ho cercato di scoprire la pillola rossa in grado di avvicinarmi a quel mondo di meraviglie scientifiche e tecnologiche, di farmi scoprire quanto è profonda la tana dell’innovazione, della buona scienza, del talento. Se vi interessa saperne di più intorno ai risultati del mio lavoro di ricerca potete cliccare qui e scaricare il .pdf, in italiano e in inglese, del rapporto di ricerca. Su Riken Research trovate invece highlight, podcast, frontline. E se non ancora non vi basta cliccate su http://bx.businessweek.com/riken/. Se questioni come la serendipity, il merito, i processi di competizione collaborazione, il rapporto tra talento e organizzazione sono entrate anche una sola volta nelle vostre vite non mancate di farci un salto. Sono convinto che non ve ne pentirete.

Carlossito’s spot

enakapata3Lui si chiama Carlos Gonzalez y Reyero. È mio nipote. Studia a un tecnico alberghiero. Ma se lo cercate adesso lo trovate a Procida,  in missione per conto del lavoro. Un giorno mi ha scritto su Facebook “zio, che ne dici se scrivo qualcosa per fare pubblicità a Enakapata?”. È un piacere, gli ho risposto. Questo che potete leggere di seguito il suo spot. Mi sembra carino. Estivo. Di quelli che si possono ascoltare per radio. Sulla spiaggia. Ma se decidete di farlo non dimenticate di contattarlo. Pare che nella sua vita precedente, quella brasiliana, abbia avuto modo di imparare pratiche Voodoo :->.
Sognate di intraprendere un viaggio meraviglioso, straordinario, avvincente alla scoperta di nuove culture? Non perdetevi Enakapata. È ‘nà capata.
Enakapata è un modo di essere. È un modo di vivere. È il buon ramen preparato da Luca. È la capata data da Vincenzo all’uscita della metropolitana di Ikebukuro.
Avvertenze: Il viaggio di Enakapata può dare assuefazione. Una volta partiti non si riesce a smettere. Sono stati registrati casi di svenimento. Tenere rigorosamente fuori dalla portata dei lettori a bassa pressione.

Aveva ragione papà

enakapata3Passasse l’Angelo e dicésse Amen. Cominciò così. Il giorno che mio padre, Pasquale, se ne tornò trionfante con la sua Fiat 850 verde chiaro nuova di trinca. Fino ad allora l’unica sua concessione al demone del gioco era la schedina. Quella del totocalcio, of course. Al tempo la principale incarnazione del sogno nazionalpopolare di chiudere con la fatica ed i sacrifici ed entrare nel mondo dei ricchi dalla porta secondaria. Di vincere? Non se ne parlava. In tutta la sua vita avrà collezionato due 12, in quelle giornate nelle quali era impossibile non vincere, mettendo assieme una cifra che non bastava neanche per portare fuori a pranzo la famiglia. Ma un sogno è un sogno. E proprio lui non lo poteva certo abbandonare per una vile questione di denaro. Mi pare di sentirlo ancora mentre ci ripete fino allo sfinimento che i soldi sono la cosa più sporca, zozza e lurida che esiste sulla faccia della terra. E di certo sento ancora mia madre che gli grida addosso eh sì, voglio vedere senza soldi come facciamo ad andare avanti.
Papà era incredibile. Gli piaceva il vino? Ed eccolo pronto a rintuzzare gli “inviti” alla moderazione con ‘a carne fa carne, ‘o vino fa sangue e ‘a fatica fa jettà ‘o sangue.  Era un lavoratore instancabile? Ed eccolo pronto a tirare fuori dal cilindro un  guagliù, ‘a fatica s’adda piglià ‘e faccia. Se bestemmiava la Madonna dell’Arco, lui che da giovane era stato fujente, erano dolori seri. Se osavi contraddirlo in qualche sua decisione, ebbene sì, era anche abbastanza ‘nzisto, zittiva tutti con il classico in questa casa non c’è collaborazione.
Quella sera andò così. Lui arriva con la 850, io leggo il numero di targa, 90 60 64,  dico questo sì che sarebbe un bel terno, aggiungo come  morso dalla tarantola Passasse l’Angelo e dicésse Amen. Papà non dice nulla. Ma il sabato successivo  (al tempo l’estrazione del lotto avveniva solo 1 volta a settimana) è in ricevitoria a giocare il terno secco sulla ruota di Napoli. Non succede nulla per circa 3 anni e mezzo. Fino a quando tra i 5 numeri estratti sulla ruota di Napoli non ci sono anche i 3 numeri di papà.  Che però quel sabato, dopo quasi 3 anni e mezzo che non ha perso un colpo, si è scordato di giocare la bolletta.
Voi che avreste fatto? Papà non ha fatto una piega. Guagliù, qui se non si fatica, non si mangia. E’ meglio che ci mettiamo l’anima in pace.
Per me e i miei fratelli è ancora così. In fondo spero sia così anche per i miei figli. Magari con un pò meno lavoro e un pò più soldi. Ma il lavoro è un valore. Aveva ragione papà.

Penitenti, Monini

enakapata3Monica Penitenti: Ho conosciuto VIncenzo, ho visto Luca quando era piccolino una volta, adoravo nonno Moretti e ho goduto della generosa ospitalità della casa di Cellole più d’una volta quando ero poco più che una bimba. Eppure non è stato il ritrovare nel libro quei personaggi, quei luoghi o alcuni dei figuri di Secondigliano che pure incontrai, a farmi amare il vostro libro. Ho amato la tenera ipocondria, carattere di famiglia, il bisogno di un cibo conosciuto, bisogno tale da eleggere il posto “delle ragazze” a casa giapponese, l’approccio al rigore nipponico, l’interesse per la ricerca che insieme ad altre molte cose mi hanno fatto bere le pagine velocemente e lievemente. Ancora l’andamento iniziatico del viaggio di un figlio che ritrova (lo ritrova?) un padre dalle molteplici apprensioni di padre partenopeo fino al midollo…
Enakapata mi ha divertito, interessato e ispirato. Grazie per aver fatto di quel viaggio a due, un viaggio per molti di noi. Il fascino e le contraddizioni del Giappone, partendo dal citato libro di Fosco Maraini, arrivando ai classici di Tanizaki, per approdare all’estrema Yoshimoto, passando per Murakami esercitano su di me suggestioni durature. Il punto di vista partenopeo del mondo nipponico mi mancava: resterà con me altrettanto a lungo.

Barbara Monini: Caro Luca, sono Barbara (Waschimps in realtà), cara amica di Carmine Rubino e Rita Palena.
Quando vi hanno incontrati a Bologna mi hanno riportato questa meraviglia, con tanto di dedica … e mi si è appicciato il cervello. Lo hanno fatto apposta, perchè mi occupo da anni di Giappone, è una passione di vita e di lavoro. Sono molte le cose che vorrei dirvi, ma non credo che basterebbe postarle sul blog … faccio prima ad annotare il libro ad ogni pagina.
Ma soprattutto questo progetto può e deve continuare, ed ampliarsi, e sarei molto felice di potervi essere utile.
Ti aggiungo che sono di Napoli e in partenza a luglio di nuovo per Tokyo dove inauguriamo una mostra stupenda all’Istituto di Cultura. Fatemi sapere voi in quale modo eterico o spaziotemporale possiamo entrare in contatto.
Un abbraccio forte, Barbara.

Sud, nuje simme d’o Sud

enakapata3Nord batte Sud 3 a 2. Naturalmente mi riferisco al tour di presentazione di Enakapata che ha fatto tappa finora a Napoli, Bologna, Milano, Benevento e Torino. Perché se invece guardiamo alle questioni vere il distacco è molto più netto. Il Nord sempre più solo al comando. Il Sud che domina nelle classifiche della camorra, della mafia e della ndrangheta. Non solo quelle dei morti ammazzati. Ma anche quelle del controllo delle borse e di molti degli imperi finanziari del Nord. Per il resto? Ultimi posti nelle classifiche relative al livello di vivibilità. Veri e falsi disoccupati. Poche opportunità. Scarso senso civico. Meglio non parlare dell’efficacia e dell’efficienza delle istituzioni.
Che fare? Se si escludono gli approcci tipo Arma letale, Terminator, ecc. c’è ancora qualche altra possibilità?

p.s.
Il 21 agosto presentiamo il libro al Bed and Breakfast a casa di Margherita, a Porto Cesareo, e il 17 settembre alla Feltrinelli Libri e Musica di Palermo. Nel pianeta Enakapata il Sud si appresta dunque a fare il sorpasso. Ma purtroppo quello non conta. Purtroppo è solo un gioco.

Ruggiero, Cati, Stazi, De Luca

enakapata3Antonio Jr Ruggiero: Cartoni animati cruenti, pesce crudo da mangiare e il Karate di Bruce Lee (che, tra l’altro, era di origini cinesi): gli stereotipi nostrani sulla terra del sol levante sono più o meno questi; come accade da altre latitudini, quando, pensando a noi italiani, parlano di pizza, spaghetti e mafia e la cosa non ci fa tanto piacere. Il libro “Enakapata – da Secondigliano a Tokio”, scritto a quattro mani dagli autori partenopei Vincenzo e Luca Moretti, racchiude in sé tanti significati, tra questi, anche l’intento di approfondire nel migliore dei modi la conoscenza di una cultura tanto lontana e tanto etichettata dagli occidentali. […]
Leggi su Futura l’intero articolo  di Antonio Jr Ruggiero

Sergio Cati: Enakapata è un libro che si legge con grande piacevolezza e che mi ha ricordato i miei viaggi a Osaka.

Danilo Stazi: Caro Enzo, sono in aereo, riparto per l’India mentre leggo, interessato e onorato, il vostro libro. Ci sentiamo presto.

Valentina De Luca: Ho letto il vostro libro che mi sembra vi somigli molto: è  serio e divertente, fuori dalle righe. Soprattutto interessante la capacità di mettersi a nudo, cosa che nessuno fa più, terrorizzati come siamo dalla possibilità di scoprire il fianco.

La terrazza

enakapata3Le foto della terrazza della mia amica Anna Masera non ci sono più. O, per meglio dire, le foto con Francesco, Luca, Alessia, Giorgio, Cinzia, me e Anna sulla terrazza di Anna non ci sono più. Forse per la vendetta di un tabaccaio. Di certo senza nessuna conseguenza.
La serata è stata bellissima. Di più. Leggera. Ancora di più. Supercalifragilistiserendipitosa. Di quelle che nascono così, per genio e per caso. Di quelle che le vivi così e ne hai un piacere strepitoso.
Non ci credete? Allora state a sentire.
Sulla terrazza di Anna venerdì sera non ci saremmo arrivati senza Giorgio Fontana. Che fino a quella sera Anna la conosceva di nome, ma non di fatto. Li ho presentati io qualche ora prima. Io che Giorgio fino a quella sera lo conoscevo di nome ma non di fatto.
Dite che non è possibile? E che comunque detto così non ci si capisce nulla?
Allora ricomincio da Giorgio. Che è uno dei miei 523 amici sul pianeta Facebook. Che un giorno mi scrive e mi chiede se sono disponibile a presentare Enakapata a Torino. Che mette in moto la macchina che porta me, Luca, Cinzia e Francesco alle Librerie.Coop di Torino venerdì 5 aprile.
Con Anna invece siamo amici sul pianeta Terra da quasi 20 anni. Per un po’ di anni ho anche collaborato con la Stampa.it, il quotidiano online che lei dirige con eccellenti risultati (naturalmente è la “mia” opinione, ma ci tengo a sottolineare che è l’opinione del lettore e non dell’amico). Eppure sono quasi 10 anni che non la vedo (Anna). Sarà questa la volta buona? Pare di si. Anna c’è. Assieme a Giorgio. Al mio amico Sergio Negri, dirigente della Cgil piemontese. E ad Alessia Cerantola, govane studiosa e profonda conoscitrice della lingua, della letturatura e della società giapponese.
Alla presentazione non siamo in tanti. Ma questo già lo sapete. Quello che ancora non sapete è che si discute di lavoro. Di ricerca. Di raccolta della “monnezza”. Di cucina. Di serendipity. Di responsabilità. Di educazione civica. Visti dall’Italia e dal Giappone. Che la discussione a chi c’era è piaciuta molto. Che tra oggi e domani chi ha tempo e voglia potrà scaricarla su queste stesse pagine.
Tra i saluti e due dediche (due di numero, non due per modo di dire ☺) chiedo ad Anna di restare a cena con noi. Dice di sì. Di più. Dice di andare tutti a cena da lei. I magnifici sette. Sulla magnifica terrazza che affaccia sul Po. Mi ricordano abbastanza perspicace già da bambino. Ma alla mia età ci metto davvero poco a capire quando mi fanno una proposta che non si può rifiutare. Aperitivo al bar preferito da Cesare Pavese. Approccio fast da parte di Anna e di Luca, i nostri inviati al supermercato e poi a casa che se vuoi mangiare qualcuno deve pure cucinare. Slow quello del resto della Kapata Session, con fermata intermedia per comprare il gelato (come ogni napoletano che si rispetti, considero disdicevole presentarmi a casa di un amico/a a mani vuote; le sfogliatelle avrebbero fatto un altro effetto, ma anche  il gelato non era male) e passeggiata lungo Po. Poi finalmente a casa. Si, avete letto bene. Non ho scritto a casa di Anna anche se eravamo a casa di Anna. È che io mi sono davvero sentito come a casa mia. E di ciò sono davvero grato alla mia mitica amica.
Considero la cura dell’amicizia una delle caratteristiche più belle del nostro essere “umani”. Di più. Lo so. Ancora di più. Ne ho fatto una scelta di vita. Eppure è sempre bello. Bello come rivedere una persona cara dopo più di 10 anni e sentirti come a casa tua. Bello come condividere uno sguardo o una confidenza. Bello come una serata supercalifragilistiserendipitosa. Bello come la voglia di ritornare ancora.

Don Peppe detto Testolina

enakapata3Io speriamo che me la cavo: è stato l’ultimo esorcismo lanciato via Facebook poco prima della partenza per Torino.
Volete sapere come è andata? Venerdì notte le mie 5 ore le ho dormite benissimo. Il che significa che sono andato a letto contento. In pace. Soddisfatto. Sabato mattina sono rimasto sveglio a letto dalle 5.30 alle 7.20 senza battere ciglio. (Quasi) immobile. Per non svegliare Luca. Il che significa che mi sono svegliato contento. In pace. Soddisfatto. E mentre scrivo in questa declinante domenica di afa e silenzio (il silenzio esiste anche a Napoli, a patto naturalmente di abitare sulle scale) sono contento. In pace. Soddisfatto.
Tutte queste storie per dire che è andato tutto bene, che è venuta un sacco di gente, che si sono vendute tante copie del libro? Niente affatto.
C’erano poco più di 10 persone. Si sono vendute una copia di certo e un’altra forse. Non abbiamo fatto i video. La card memory nuova di zecca si è rivelata difettosa e abbiamo perso tutte le foto a parte le 6-7  (erano sulla card in dotazione con la macchina fotografica) che potete vedere cliccando su Flickr. Mi chiedo se non sia stata la forza del destino. Se non sia stata un’intrepida vendetta. Quarantanni dopo le scorribande torinesi di don Peppe detto Testolina, lui che era capace di raccogliere un sasso da Piazza Vittorio e rivenderlo come Pietra del Vesuvio, un’audace tabaccaio torinese rifila un pacco a chi ha osato raccontare in un libro le beffe perpretate a loro danno.  Ma torniamo al punto. Luca ha fatto un numero dei suoi perchè davanti ad un negozio di cappelli ho osato dire che ne  avrei volentieri comprato uno (chi ha letto il libro lo sa, quando vuole riesce ad essere odioso, nel caso specifico con argomenti tipo “è assurdo anche solo pensare di spendere 130-150 euro per comprare un cappello quando poi non risolvi niente, non avrai mai fascino, non ti  può abbellire, non ti sta bene, ecc.”). L’aereo del ritorno ha fatto 2 ore di ritardo. E a Capodichino abbiamo perso l’autobus per mezzo minuto (accade anche a Napoli che partono in orario; quando tu sei in ritardo).
Ma allora sei scemo, direte voi. Come si dice a Napoli dove la “appoggi” questa tua contentezza e soddisfazione? Come fai a essere in pace con te stesso?
Questione di relazioni. Di rapporti umani. Di connessioni. Che sono la cosa più importante per esseri come noi.
Proprio così. La presentazione di Enakapata a Torino è stata una straordinaria occasione di sensemaking. Grazie innanzitutto ad Anna Masera, Alessia Cerantola e Giorgio Fontana. Ma per questo ci vuole un post a parte.

La Stampa.it, Cimmino

enakapata3La Stampa.it: È un racconto di parallelismi: un diario di viaggio e lavoro, di leggerezza e contenuto. Padre e figlio, raccontano in maniera leggera e accattivante, a tratti commovente, della controversa periferia napoletana e dell’organizzazione scientifica in Giappone, di luoghi e volti della capitale nipponica appena incontrata e dei suoi paesaggi metropolitani stupefacenti, di serendipity, ramen e shinsetsu, di operai e magliari, in un alternarsi e incrociarsi di voci, sensibilità, generazioni.

Titti Cimmino: Enakapata: ma che senso ha? E’ stata la domanda che mi ritornava tra una pagina e l’altra. E’ un diario, mi rspondevo. Eppure la risposta non mi soddisfaceva. Comunque, leggo … e sempre ritorna quel “dove sta il senso” ma al tempo stesso maggiormente dalla scoperta, dalla lettura, che non il cntrario, come accade quando di solito, non si attende (abbiamo perso la capacità di aspettare?!) … non so spiegare meglio.
Il senso sono la forza  e l’emozione, il credo che metto nelle azioni (per citare Emerson) che ritorna, imperativo categorico, a plasmare la mia quotidiana ricerca del senso,  del sistema che funzioni, dell’efficacia … della qualità a 360 gradi coniugata. Ecco ciò che m’ha lasciato questo “viaggio” attraverso un tradimento, il vostro, attraverso la scoperta di due Anime, di due Persone della “mia” Terra.
Ma andiamo per ordine: dalla fine!
Come un taglio di Fontana sulla tela, così mi ha inciso lo stomaco e poi su, sino al cuore, quella frase di Luca “la certezza che all’estero le opportunità di dare un senso alla propria vita sono maggiori”. Mi sono chiesta perché … perché dovesse un giovane  tornare in patria con l’amarezza dentro e la tristezza fuori quando gli si tuffano negli occhi il quartiere, i tassisti, i soliti (ig)noti che s’avvedono all’aeroporto anche se un pò in ritardo di non trovarsi di fronte a turisti ma a conterranei. Non so perché, forse sarà l’amore sì, che mi lega alla mia terra … e il senso di appartenenza forte all’Umanità. Il senso di appartenenza, perché c’è uns enso in questa nostra terra e lo scopri quando “muori”, in senso lato, cioè quando la lasci, o quando vi ritorni come se fossi stato su Marte ed invece sei (solo) stato a Kyoto o a New York … e ti chiedi erché qui quelle opportunità manchino.
Qui, a Napoli, per gradire, mancano perché quel sensemaking in realtà non è making: forse nemmeno ce lo si chiede il senso quale sia e dove sia … noi napoletani siamo troppo presi dal “tirare a campare”, a pensare al presente “vid ‘o ciel che te mena” mentre, voi ce lo avete scritto, “in Giappone quando fanno una cosa pensano al futuro” … noi no. E lì non si sta ad attendere nell’incertezza o nella precarietà, ma ci si “organizza”, nell’accezione principale del termine. E l’organizzazione si fonda sulle regole, sulla qualità dei legami, dei “link” (ti confesso, Vincenzo, che ho sorriso quando per la prima volta hai mutuato questo termine informatico per descrivere un “legame” umano … ma mò che ci penso preferisco il tuo link a questa mia pessima espressione :-)).
Rispetto, il “peso del rispetto”. Quel rispetto che da noi viene a mancare a meno che tu non appartenga al “Sistema”.
Sistema è invece ben altro dall’accezione che qui attribuiamo al termine (Gomorra docet, mi si perdoni il riferimento a vicende poco edificanti ma quanto mai reali e vicinissime).
Eppure ci sono da noi menti eccelse, e ce ne sono state di Persone che la nostra terra ha partorito, ma le menti da sole non bastano. Convengo, cari Vincenzo e Luca, “la priorità va assegnata all’ambiente, alle relazioni con i colleghi, alla qualità della struttura”.
Titti il senso? Dove sta il senso di questo diario? E ritorna la domanda.
A tratti un déjà vu: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Anche lì un viaggio, anché lì il padre e il figlio, anche lì una trama da superficie, un diario “appunto”.
Ma “le parole sono pellicola su acqua profonda” diceva Wittegenstein, e qui a profondità sta nel senso: per serendipity l’ho scovato. Sentirsi parte di un’unica struttura … ma sentirsene responsabili. Ne rispetto e nella ricerca costante tesa al bene comune. Una sola parola mi viene come allegoria, “sakura“: ecco come descrivo tutti e ciascuno di noi, da soli, mente illuminata o no, non si è nulla. In un sistema complesso ma organizzato nel rispetto e nella competizione sana puntando alla ricerca con l’efficacia a fare da scudo. E allora è na kapata ravvedersi che occorerebbe pensare l’occasione: quel kairòs, quel momento opportuno in cui intraprendere un’azione, quel momento opportuno che hai colto tu Vincenzo quando hai inviato il tuo primo link chiosando … “se son rose fioriranno”, quel momento in cui hai scelto, con Luca complice, di “partorire” a quattro mani quest’avventura di parole. “Fare le cose con le parole”, appunto, oltre che f”arle per bene perché è cosi che si fa”.
Il senso Titti? … Eccolo ancora … E lo esprimo con il meglio che la lingua delle origini ci  abbia lasciato: la “metis“, il fiuto che hai avuto. Nello scoprire cioé i fattori portanti: organizzazione, efficacia relazioni.
E qui cnclud capovolgendo un punto di vista (a una matematica napoletana – viva – come me si puà perdonare?): ma ci pensate al Dna senza il contributo del “trascrittoma” Rna? Dovremmo imparare dall’ambiente che ci nutre, che ci ha trasformati da embrioni in Uomini.
Domani a pranzo preparerò per la prima vlta il ramen … la ricetta l’ho scovata in calce ad un diario … E’naKapata!!!

Tomo, Bombaci

enakapata3Gianni Tomo: Un libro da leggere tutto d’un fiato, un racconto fatto di tanta cultura e che accompagna il lettore verso tante riflessioni …
Leggi l’intera recensione su Il Denaro

Gianni Bombaci: Enakapata è stato per me un vero e proprio coup de foudre, libro di un viaggio da Secondigliano a Tokyo e al Riken, istituto di ricerca tra i più importanti del mondo, attraverso alcune stazioni: da quella del genoma dell’ape che, come afferma il pluricitato Piero Carninci, è “l’insetto più sociale che esista”, alla “fermata” degli RNA, produttori di proteine, e poi la trascrizione dei geni, Franco Nori, il Kabuki, le dimensioni delle camere d’albergo e delle case a Tokio che “Andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo dato che tutti e sette i nani non ci vanno”, la numerazione dei piani delle case (il piano terra in Giappone si chiama primo, come a Messina), il papà di Vincenzo, il premio nobel Noyori, il caffè dalle ragazze, i terremoti che sono all’ordine del giorno (e della notte), la differenziazione della monnezza, gli effetti opposti che si ottengono chiedendo quattro cappuccini e un tè, se ci aiuta, per farsi capire, con le dita.
Il racconto adotta  lo stile del diario, con l’innovazione del duo, quasi musicale, attraverso un dialogo non solo generazionale ma innestato su diversi approcci stilistici, direi quasi differenti poetiche e diversi retroterra, dei due scrittori (tra l’altro padre e figlio), che trovano nel libro una mirabile sintesi e costanti punti di incontro e di confronto.
Questo diario (come due vite parallele) si fonda sul viaggio (altro genere che ha attraversato metà della letteratura conosciuta). Qui verrebbe facile parlare dei grandi scrittori che hanno percorso questo luogo letterario. Da Omero fino a Calvino, attraverso Stendhal, Salgari, due grandi bugiardi gli ultimi due, il primo per omissioni crescenti, il secondo perché ha fatto conoscere a più di una generazione le avventure di mondi abbastanza sconosciuti, senza mai alzarsi dalla scrivania. Viaggiatori totali comunque.
Ma cos’è il viaggio? Il procedere “turisticamente” con la guida con la bandierina (o altro) visibile in alto, il seguire libretti turistici, che probabilmente mai si seguirebbero nella propria città o nel proprio paese, o è il soffermarsi sulle sensazioni, sull’osservazione stupefatta, “natale” oserei dire, sulla meraviglia spesso non spiegata (e che non si tenta neppure di spiegare, pena l’annullamento del viaggio stesso)? Cos’è che fa la differenza tra viaggiatore e turista?
Il viaggio di Enakapata si muove su tre piani principali: gli incontri scientifici e di ricerca con grandi ricercatori e scienziati giapponesi e italo-giapponesi (se così si può dire), il dialogo costante tra due generazioni (padre e figlio, talvolta in filigrana, tal’altra in netta evidenza), il percorrere un terreno assolutamente sconosciuto (il vero viaggio!), senza lingua e senza cibo amico. Con il principe De Curtis come nume tutelare e saldo riferimento culturale.
Ma il viaggio in due con l’uso di una tastiera a quattro mani non è esercizio usuale e usato. Mi sbaglierò di certo, ma non riesco a trovare precedenti in letteratura.
Addirittura nel libro appare una facilitazione (ad usum lettore) “semeiotica”, non subito, nelle premesse napoletane, ma dopo, quando i due arrivano in Giappone: Vincenzo (il padre) inizia le sue considerazioni cronologico-diaristiche con l’uso costante del procedere “europeo-italico”; Luca (il figlio) le fa precedere da caratteri giapponesi (kanji).
Un viaggio vero, non quello turistico, è fatto di richiami, non nostalgie. E che richiami!
Pag. 40: Ricomincio da tre …”L’appuntamento era al bar di Don Peppe “testolina”, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola”. Pensate: dettagli, personaggi, nomi e cognomi. “Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare , Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà, e non smette fino a quando l’amico non scende.”
Il viaggio a due è fatto (e che viaggio vero!) di ansie unilaterali e senza davvero ombra di senilità precoce generazionale. Due pagine di poesia pura intitolate “Una domenica bestiale”. Vincenzo e Luca si lasciano con, a detta del padre, la promessa da parte di Luca di farsi vivo al ritorno a casa sua (i due vivono separati a Tokio per la scelta, correttissima, di non mischiare lavoro (di Vincenzo) e svago (di Luca) . Luca non mantiene, a detta del padre, la promessa.
“Mi sento con Valerio Orlando. Lo incontrerò al mio ritorno. L’Inter gioca contro il Palermo. Ma Luca non si fa vivo. Mi ripeto un minuto e un altro pure che è adulto e vaccinato. Che posso tranquillamente seguire la partita e poi andarmene a letto. Ma rimane il fatto che si sarebbe fatto vivo per il ritorno. Che è una persona affidabile. Che mi conosce”.
Jazz, scrittura sincopata!
“Tergiverso ancora un po’. Poi mi dirigo verso casa di Luca.
E’ passata la mezzanotte ma lungo la strada che collega Wako a Narimasu, qui alla periferia di Tokio, incontro una ragazzina di 16-17 anni che torna tranquilla a casa. Due o tre persone anziane che vanno in bicicletta. Tanti giovani di varia età fuori dai locali e per la strada. Lo so che anche in Giappone non mancano problemi, tensioni, contraddizioni. Ma mi viene un po’ tanto il magone a pensare a casa Italia. Ai luoghi comuni, alle ansie, ai pregiudizi che siamo riusciti ad addensare alla voce “sicurezza”.
Vincenzo arriva, dopo considerazioni politico-tranquillizzanti, a casa di Luca. “Busso. Non risponde. Busso e chiamo. Niente. Lo faccio ancora. Il cuore in gola. La porta si apre. Mi guarda. Mi dice “sei incredibile”.
E Luca figlio, sulla sua tastiera di pianoforte-diario annota “Torno a casa e scopro che è saltata la connessione,
“Miii! Non ci posso credere”, deve essere un avvenimento storico. Dovevo sentirmi con papà su Skype, se ne parla domani. Per stasera non mi resta che dormire. E’ passata da poco la mezzanotte quando bussano. Ci metto un po’ a svegliarmi, apro ancora mezzo addormentato, tutto bene, è papà. Non sentendomi mi aveva dato per disperso. Non importa quanti anni hai, che tipo sei, se hai viaggiato o no. I genitori sono apprensivi di natura.”
Jazz, poesia, interplay: ecco il libro Enakapata.
“Proviamo a suonare solo le note necessarie” dice Joao Gilberto in un dialogo con Enrico Rava nelle notti newyorkesi dei primi anni settanta; proviamo a togliere peso alle parole, come ha fatto per una vita intera Italo Calvino. E aggiunge Luca “ci abbiamo provato con tutte le nostre forze. A suonare solo le note necessarie. A togliere peso al racconto.”
Ce l’hanno fatta davvero, Luca e Vincenzo. Cento racconti possono nascere da questo libro, con le sole note necessarie richiamate da Joao, con il  “napoletano” in salsa giapponese minimalista.

Titti and me

enakapata3L’arbitro aveva dato il fischio di inizio già da qualche minuto (a proposito, abbiamo avuto ragione io – quando una squadra supera le semifinali pareggiando al 93° poi vince la coppa – e Mou – Manchester sicuro finalista ma la coppa è della vincente tra Chelsea e Barcellona – ) quando ho scritto a Titti Cimmino via Facebook “mi mandi qualche riga su enakapata?, naturalmente quando finisci di leggerlo. e se ne hai voglia. un saluto affettuoso. a prescindere”.

Dopo pochi minuti la risposta, che ho letto solo stamattina nonostante sia riuscito a perdermi la diretta del primo gol del Barca.
“Ciao Vincenzo, a prescindere, ti avrei scritto qualche riga. E sarà fatto.
E’ un NonDiario … la prima “capata” è stata la foto sulla prima di copertina: è stato come sfondarmi l’immaginazione … uno stare al di quà di quelle vetrate che mi spingeva di là.. e il desiderio è stato di affacciarmi sul Centro Direzionale … poi, sforzandomi e forzando l’immaginazione a farsi reale, ho visto che al di là c’era un altro mondo … un Altrove .. .quell’Oriente che stiamo lasciando nella corsa affannosa (verso dove cosa?) e nella razionalità dei conteggi (di link e denaro e di popolarità) fatti di somme (mentre dovremmo sottrarre) senza accorgerci che al tavolo c’è Chi a tempo debito “farà Banco”.
E  per serendipity ho trovato in quel nonDiario qualcosa che non riesco ancora a decifrare ma che “mi chiama” … continuo il mio “viaggio” tra le vostre pagine … Un diario fatto di pagine scritte talvolta a distanza di molti mesi.  Pagine che come calamita mi costringono ad entrare in ogni periodo, ogni parola … forse a voler cercare il “sistema organizzativo”, forse a voler ostinatamente scoprire ciò che invece viene da sè … per serendipitty.
ti scriverò presto. un caro saluto a te.
Titti

Cosa aggiungere ancora?
Che già così mi sembra bello e incredibile. Così come mi sembra incredibile che persone che ancora non ho conosciuto “realmente” siano così gentili e disponibili. Persone come Titti. O come Giorgio Fontana. Che ha pensato e organizzato la presentazione di Enakapata  a Torino. Di Giorgio vi racconterò presto. Per adesso grazie di cuore Titti.

La bombonera

enakapata3Perché la bombonera invece di la bomboniera? Perchè la bomboniera è solo una bomboniera. Mentre la bombonera è  prima di tutto il mitico Estadio Alberto J. Armando “La Bombonera” dove gioca il Boca Juniors di Buenos Aires, la città di Luis Borges e di Diego Armando Maradona. E poi perché della bombonera in questione non sapevo neppure l’esistenza fino a qualche giorno fa quando … ma forse è meglio cominciare dal principio.
Quando sono a Napoli, alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri mi piace passarci a prescindere, e a prescindere mi ritrovo sempre a comprarci qualche cosa. Settimana scorsa era la volta degli Adelphi in offerta. Provo a fare una polemica sulle etichette sulle quali si legge 1 pezzo 15% di sconto, 2 pezzi 25%. So essere un mago, ma che dico un maestro della polemica. Commento a mezza voce che i libri non sono saponette che si vendono a “pezzo”. Faccio palla corta. Nel senso che una solerte libraia mi spiega che le etichette le fa l’editore e che i libri sono presenti così in tutte le librerie di tutta Italia.  Per poi chiosare etichettandomi come il solito pedante lettore al quale non va mai niente bene. Mi tengo la spiegazione (così è,  se mi pare) e l’etichetta (la solerte libraia è anche una mia cara amica) e mi ritrovo come rapito dal fatto. Quale fatto? Il fatto che ad essere in offerta ci sono i libri di  Canetti, di Galasso, di Capra, di Kundera. A Kundera mi fermo. Una giunonica fanciulla ha appena preso 7-8 copie de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e sta per andare alla cassa. La guardo. Mi sorride. Accompagna il sorriso con rapide parole. E’ per la storia dei libri venduti a “pezzi”. Ma ormai mi sono fatto coraggio. Le chiedo cosa ne fa di 7-8 copie dello stesso libro. Mi risponde che è per una cosa molto speciale. E che dovrà prendere 7-8 copie di più libri. La guardo ancora. Le chiedo se conosce Enakapata. Mi risponde no. Ma non si ferma qui. Mi chiede se penso che il mio Enakapata possa reggere il confronto con Canetti o Kundera. Ormai ho perso. Ma non per questo abbandono. Le rispondo che per quanto mi riguarda con Canetti non ce n’è per nessuno,  o quasi. E che per Kundera non sarei altrettanto categorico, non fosse altro che per il nome, Milan.
Lei mi guarda esterefatta. Non le dico del mio cuore nerazzurro. Faccio un passo. Prendo Enakapata dallo scaffale. Lo pago. Glielo dono. Ricevo in cambio un sorriso. Sono decisamente soddisfatto.

La fanciulla va. Chiedo alla mia amica libraia a che servono tante 7-8 copie dello stesso libro. Davvero non lo sai, mi dice?, davvero, rispondo. I libri si usano anche come bomboniera. Non mi sembra vero. Poi penso a tutte le volte che sarei stato felice di portare a casa un libro piuttosto che un oggetto in argento o in ceramica. Comincia a sembrarmi una bella idea. E’ una settimana che vado in cerca di amici che debbono fidanzarsi, sposarsi, risposarsi. Ho per loro una proposta che non si può rifiutare: Enakapata. La Bombonera.

Gnerre, Potecchi, Pirone, Casillo

enakapata3Edmondo Gnerre: Complice l’essere fresco di un viaggio a Tokyo, la lettura di Enakapata  è stata estremamente interessante. L’ho acquistato dopo la presentazione fatta a Benevento e l’ho letto tutto d’un fiato in poche ore: prima a Milano durante l’attesa per il rientro a Napoli (con due ore di ritardo), poi al mare, sulla spiaggia di Paestum. Ho apprezzato soprattutto la freschezza del linguaggio e l’acuta osservazione del Giappone, che è davvero un altro pianeta!

Alessia Potecchi: Ho trovato Enakapata interessante, fresco e originale. Non soltanto per i contenuti ma anche per la stesura grafica di diario incrociato e alternato, dove si intersecano molto bene le diverse esperienze dei due autori durante il viaggio in Giappone: quella di Vincenzo, incentrata sul discorso professionale e quindi legata alla ricerca, e quella di Luca, che ci fa immergere nella storia e nella cultura nipponica con una descrizione di storie e luoghi visti con gli occhi da ragazzo.
Un diario giapponese che riesce a fondere originalità ed intelligenza, situazioni e personaggi creando pagine che attirano, coinvolgono, stupiscono, fanno vivere  in prima persona il viaggio dei protagonisti.
Nel titolo, originalissimo, è racchiuso gran parte del significato di questa pubblicazione: “Enakapata” una parola nippo-napoletana, inventata dagli autori, che vuol dire “una capocciata”, una cosa da urlo, che stupisce e che è fuori dall’ordinario. Proprio partendo dal titolo vorrei analizzare alcuni aspetti che ho trovato belli ed interessanti.
Come dicevo, lo stupore che accompagna questo viaggio è di due tipi:
il primo, di carattere scientifico e tecnologico, ci permette di conoscere la realtà di questo super-centro di ricerca, il Riken, dove si è a contatto con gli strumenti e macchinari giusti per fare ricerca con una quantità di risorse e una qualità di risultati impensabili qui da noi in Italia. Lascia davvero a bocca aperta l’organizzazione giapponese in materia di ricerca: rispettare le regole, privilegiare la qualità, l’autonomia, la capacità di assumersi delle responsabilità importanti e premiare il merito ad ogni livello della scala gerarchica, insieme al confronto, al gioco di squadra di chi ha la capacità di collaborare ed interagire con altri team. Una realtà che ci stupisce e che dà una grande lezione al nostro paese ma anche all’Europa per quanto riguarda le risorse e gli investimenti dedicati alla ricerca. Incredibili le interviste fatte da Vincenzo per i contenuti, la descrizione di scenari lontani anni luce da noi e dalle possibilità così poco incoraggianti date ai nostri giovani ricercatori che, pur essendo spesso molto bravi, sono costretti a cercare lavoro all’estero. Segnalo inoltre la storia della Serendipity cioè dell’importanza del dato imprevisto e anomalo che diventa strategico nel progresso scientifico, proprio come racconta Carninci in una delle interviste.
Poi c’è l’altro tipo di viaggio, la “capocciata” di Luca che va alla scoperta delle meraviglie e delle curiosità della cultura giapponese. E ancora una volta lo stupore, il fatto straordinario, ci fa vivere la storia del Giappone anche qui con i suoi aspetti e le sue realtà così distanti dai nostri luoghi a dal nostro quotidiano. Belle e intelligenti le descrizioni della vita in Giappone, dei suoi monumenti e tesori ricchi di arte e storia millenaria. Ma anche molto coinvolgenti e divertenti gli aspetti che riguardano i negozi, lo shopping e la cucina giapponese.
Trovo poi che nel libro ci sia molto, anzi moltissimo, di Vincenzo, della sua storia personale, della sua esperienza professionale e del suo impegno nel sindacato.
Trovo che questo aspetto sia molto bello; quando in un libro come questo, che descrive un viaggio, emerge così bene e così forte la storia di chi scrive vuol dire che il lavoro è un lavoro ben fatto, fatto e scritto con il cuore, come tutto quello che Vincenzo fa. Ne esce uno spaccato di vita e storia personale dove c’è un grande amore per le proprie origini e per la propria terra. La sua Secondigliano che porta sempre con sè. E poi la sua famiglia, molto commovente quando parla di suo padre e dei suoi insegnamenti. Viene poi fuori il Vincenzo sindacalista che ha a cuore il lavoro e la condizione dei lavoratori proprio a partire dalla realtà della sua terra. Ci viene qui in mente, visto che Vincenzo dirige un’importante sezione della Fondazione Di Vittorio, proprio Giuseppe Di Vittorio e il suo insegnamento. Nella sua lunga militanza e nel suo impegno che lo hanno portato ai vertici del sindacato non ha mai dimenticato, nei suoi scritti e nella sua azione, la sua terra del Sud dov’è nato e cresciuto e non ha mai dimenticato la sua gente, l’ha sempre portata con sè. Accanto a questo aspetto ho ritrovato poi nel libro l’ironia bellissima di Vincenzo, la sua semplicità e modestia e poi una caratteristica importante che ci accomuna: il tifo sfrenato per l’Inter.
Questo è quello che io ho colto in questo libro, viaggiando con gli autori pagina dopo pagina.

Francesco Pirone: Un diario di viaggio doppio, nel senso che il libro, scritto a quattro mani, alterna le pagine dei diari di viaggio dei due autori, padre e figlio, che vivono insieme. I diari iniziano dal difficile quartiere di Secondigliano a Napoli, per poi svilupparsi attraverso il racconto dell’esperienza di viaggio in Giappone che per Vincenzo, il padre, è l’occasione per raccogliere materiali per uno studio sociologico sull’organizzazione di un centro di ricerca d’eccellenza mondiale – il Riken – dove lavora il premio Nobel per la chimica Ryoji Noyori. Per Luca, il figlio, invece, è l’occasione per approfondire il suo interesse per la cultura giapponese e per supportare, moralmente e soprattutto praticamente, il padre nella sua impresa. La redazione del diario diventa l’occasione, attraverso il tipico sguardo comparativo dei viaggiatori, per riflettere e mettere a confronto la terra di partenza – Napoli e l’Italia – con quella d’arrivo – Tokyo e il Giappone. Ma il libro offre di più. Propone un doppio sguardo, parallelo, che è indicativo non solo di un diverso interesse verso la cultura nipponica, ma forse anche di una diversa sensibilità generazionale: da una parte il figlio che, da cultore della civiltà nipponica, si sofferma sulle tradizioni e sulle pratiche di vita contemporanee che osserva nei diversi ambienti di Tokyo; dall’altra parte, il padre che, da ricercatore sociale, osserva il Giappone soprattutto attraverso il filtro della sua ricerca sull’organizzazione dei centri di ricerca d’eccellenza e sul ruolo che in essi ha la serendipity. Nel racconto, tuttavia, emergono le personalità dei due autori, la loro umanità e il loro modo di approcciare il viaggio e il confronto, non sempre facile, con la propria e le altre culture, in una narrazione della vita quotidiana dove si evidenzia chiaramente la centralità di internet, sia per le pratiche di lavoro, sia per la cura dei rapporti personali.
on Quaderni d’altri tempi

Antonio Casillo: Un racconto di parallelismi. Un diario di viaggio e lavoro. Di leggerezza e contenuto. L’Italia e il Giappone, Secondigliano e Tokio. Padre e figlio, l’integrazione e la sorpresa. Sparta e Atene, ma anche l’essere ed il poter essere. La ricerca e la scoperta serendipitosa. Collaborazione e competizione.
Enakapata è un continuo incitare al nesso. Alla ricerca dell’insight, del collegamento illuminante, che si svela senza mai preavviso, ma solo a chi lo cerca con caparbietà e lucidità. Con intraprendenza, ma con organizzazione.
Chi nun tene curaggio …

Benevento, 18 Maggio 2009

enakapata3Ma la crema di Strega è un dolce o non è un dolce?
Sono da un pezzo passate le 10 p.m. quando l’enigma finalmente si scioglie e l’ottima Maria Rosaria Napolitano, prof. di Marketing alla Sannio University e fino a quel momento impeccabile skipper dell’equipaggio della 1° Benevento Enakapata Dinner deve ammettere la sconfitta: sì, la crema di Strega è un dolce. E che dolce.
Ma se volete sapere cosa ci facevamo a Benevento è meglio cominciare dall’inizio. O quasi.
L’appuntamento con Luigi Glielmo è intorno alle 5.30 p.m. nei pressi della Prefettura.  Luigi l’ho conosciuto a Procida complice Salvatore che con gli anni  assomiglia sempre più a un personaggio partorito dalla fantasia  di Hemingway.
Luigi è uomo di mare, appassionato di jazz, prof. di Controllo Automatico al Dipartimento di Ingegneria dell’Università del Sannio e tanto altro ancora ed è stato lui, assieme all’Associazione Umanitas e alla sua presidente Stefania Ferrara, ad organizzare la presentazione  di Enakapata all’Università del Sannio.
Con Cinzia ci muoviamo da Bacoli in perfetto ritardo, alle 3.35 p.m., ma riusciamo non so come ad arrivare all’appuntamento con Luca e Salvatore in perfetto orario,come non manca di sottolineare la perfida guidatrice. Alle 4 p.m. in punto si parte, alle 5.40 p.m. l’incontro con Luigi, i saluti, i 4 passi verso la sede dell’incontro.
Il buon giorno si vede dal mattino, così come l’organizzazione accurata : microfoni, registratori, addirittura la videocamera, la sala presto popolata, l’incontro con i prof. colleghi – amici di Luigi, cito per tutti Felice Casucci, delegato per la cultura dell’ateneo sannita.
Ci sono tanti ragazzi, immagino studenti di Luigi e dei suoi colleghi, e la cosa mi fa molto piacere, così come mi fa piacere la presenza della mia studentessa special, Suor Maria Rosa Lorusso, psicologa che segue il  mio corso di sociologia dell’organizzazione  a Salerno per non so quale abilitazione all’insegnamento. Ha una gran bella testa e la sua partecipazione attiva ha dato un contributo significativo alla mia attività in aula.
Di cosa si è discusso? Soprattutto di Serendipity, di organizzazione della scienza, di processi di competizione – collaborazione.  Troppo secondo Cinzia, Luca e Salvatore, che hanno rilevato che il libro non è solo questo. Inevitabile oltre che estremamente interessante, secondo me, perchè imi piace l’idea che il libro possa essere anche un’occasione per discutere di talento e di organizzazione.
Loro sostengono che  forse con una discussione più “leggera” gli studenti avrebbero partecipato di più. Io ribadisco che di certo le persone che sono intervenute nella discussione hanno segnalato un interesse intorno al tema che produrrà ulteriori approfondimenti. Tutta saluta. per noi e per Enakapata. Ci mettiamo a ridere tutti e quattro, in realtà molto contenti della bellissima serata. Che avrà una conclusione altrettanto degna. Quella di cui vi ho raccontato all’inizio. Di cui cercheremo di rinverdire presto il piacevole ricordo.

Milano, 14 Maggio 2009

enakapata3A Milano in treno ci sono andato l’ultima volta con Salvatore, e in fondo sono sopravvissuto. E poi anche oggi sono previste due tappe. La prima con partenza alle 7.54 a.m., destinazione Roma. La seconda con partenza alle 11.30 a.m. da Termini e arrivo prevsto a Milano alle 3.29 p.m..
Durante le 4 ore di viaggio qualche chiacchiera, una ricca provvista di noia e 3 cose da segnalare:
il racconto di un operaio che lavora sulla linea dell’alta velecità tra Firenze e Bologna. Sta sulla macchina che trafora. 6 turni di notte, 6 turni di pomeriggio, 6  turni di mattina, 3 giorni a casa, giù in Basilicata. Baracca singola con bagno e parabolica. Rumeni e marocchini visti come il fumo negli occhi;
la scoperta, complice la mia spilletta logo quadrato rosso rigorsamente CGIL, che quel signore che continua a gridare a telefono da quando è salito a Bologna è il fratello di un mio amico diregente del sindacato scuola in Sicilia;
la telefonata di Gianni (il mio amico che ha organizzato il tutto) che mi avvisa che cause di forza maggiore gli impediranno molto probabilmente di partecipare alla presentazione. Conoscendolo so che alla Società Umanitara sarà comunque tutto a posto ma rimane il fatto che la notizia non è decisamente di quelle migliori.
La mia testa decide che a Bologna sono stato troppo agitato. E che stasera come va va. Non ci crederete eppure funziona. Mi calmo. Ha ragione Osvaldo. ‘A capa é na sfoglia é cipolle.
Alla stazione troviamo Ciro Russo. Sono emozionato. Mi ha pescato su Facebook qualche mese fa. Alle scuole medie dfacevamo coppia fissa. Sono 40 anni che non lo vedo. Meglio di Carramba che sorpresa.
Stasera rivedrò anche Cristina. Con lei sono almeno 15 anni che non ci si vede. Incredibile ma vero. E poi arrivano mio cugino Romeo, i miei amici Antonio e Vincenzo, Loredana l’amica di Alberto, i librai della Feltrinelli con il libro. E poi ci sono Alessia Potecchi e Luca De Biase, e poi arriva l’eroico Gianni.
Chissà la folla, starete pensando. E invece no. Perchè oltre a loro ci saranno state altre 9-10 persone.
Il giorno dopo Gianni lo definisce un flop. Io nn sono daccordo. Non solo perché mi è capitato molto di peggio al tempo de “la Casa dei diritti”, a Genova in 3 a presentarlo e in 2 a partecipare. Ma perchè c’è stata una bella discussione. Ho rivisto un pò di amici. Ho stabilito link con bella gente che non conoscevo. Ho trascorso una bellissima serata con amici vecchi e nuovi.
La mattina dopo Reggio Emilia. Riunione di lavoro e poi  pranzo con pasta con le cozze e paranza fritta con persone straordinarie modello Amici miei. Ma questa è un’altra storia. Che forse un giorno vi racconterò.

Bologna, 23 Aprile 2009

enakapata3Come molte delle cose che mi accadono anche questa comincia un pò per genio e molto per caso.
Nel corso dell’ultimo anno Sergio l’ho incrociato più volte e sulle “principali” l’ho trovato tranquillo, per certi versi persino rilassato. Forse Bologna la rossa e fetale non lo ha amato come merita. Forse è stato lui che non ha saputo farsi amare di più. Ma in fondo io devo soltanto chiedergli se gli va di presentare il libro.
Ne parlo con Angelo Lana. Mi dice che l’idea non gli dispiace. Mi dico che è difficile che mi ricapiti la fortuna di un editore così. Chiedo il numero alla mitica Magda. Chiamo. Gli dico che ho scritto assieme a mio figlio Luca un libro che racocnta la nostra esperienza in Giappone. Gli chiedo se ha voglia e tempo di presentarlo. Mi dice subito si. Aggiunge che le Librerie Coop  gli sembrano il posto giusto.
Metto in moto la macchina. Fila tutto liscio. Fino ad una settimana prima della presentazione. Quando mi viene in mente che lui è il Sindaco di Bologna. Che per quanto il libro sia bello  io e  Luca a Bologna non siamo certo delle celebrità. Che se non viene nessuno alla presentazione faccio una pessima figura.
Scatta il Piano Plus. Coinvolgere mio fratello Antonio, che a Bologna vive da più di 30 anni.  Torturare la mia amica  Roberta Della Sala, che a Bologna ci è arrivata da un anno  per la laurea magistrale dopo la laurea triennale a Salerno. Chiedere aiuto a tutti gli amici reali e virtuali che in qualche modo hanno o hanno avuto a che fare con Bologna. Una per tutti. Cristina Zagaria. Che prima di approdare a la Repubblica Napoli ha lavorato alla redazione di Bologna. Per aiutarmi invia mail e mette annunci su Facebook. Mi sembra incredibile e invece è vero.
Nel treno verso Bologna continuo a ripetermi che funzionerà, ma il fatto che me lo ripeta non serve certo a tranquillizzarmi. Sento Cinzia. Lei  e Luca sono già in albergo. Li raggiungiamo. Mettiamo via i bagagli. Andiamo a fare un giro in centro. Incontro Roberta. Poi Alessandro Pecoraro di Oltregomorra, con il quale conto come Fondazione Di Vittorio di organizzare una serie di iniziative sul tema legalità, lavoro, diritti. Parliamo di un sacco di cose. Ma io penso sempre alla stessa cosa.
Piove. Facciamo un giro. Non piove. Ancora un giro. Piove ancora. Meglio andare in libreria.
Non c’è ancora nessuno per la presentazione, ma manca ancora mezzora. Cinzia e Roberta chiacchierano. Io vado avanti e indietro come un carcerato.
Mi maledico e poi mi maledico ancora. Mi ripeto che le presentazioni dei libri le devono fare gli scrittori veri, quelli che loro arrivano, fanno i tipi “sostenuti”, firmano autografi, trovano tutti là che pendono dalle loro labbra, non come me che a momenti devo preparare anche il tavolino con le sedie mentre Luca già da 3 giorni mi ha comunicato che lui quello che poteva fare l’ha fatto e non ha nessuna intenzione di farsi trascinare in questa overdose di ansia da presentazione. Giuro che mi ha detto più o meno così. Giuro che se fosse davvero possibile odiare i propri figli queste sarebbero le occasioni nelle quali ci riuscirei alla grande.
Esco. Ritorno. Riesco. Ritorno. Lo facico ancora. Miracolo. Lo spazio che ci è stato assegnato è pieno di sedie e di persone. Merito di Roberta e di Antonio. Merito di Sergio. Merito della libreria. Non importa.
La discussione fugge via piacevolissima.  Il Sindaco che non fa il sindaco ma il curioso, l’amico,  il lettore, l’intervistatore. L’abbraccio affettuoso con Carmine Rubino e Gennaro Pastore, amici amici amici della Secondigliano della mia gioventù. Le dediche, ebbene sì, ai lettori conquistati.  La foto ricordo che mannaggia mi sono dimenticato di chiamare tutto il resto della Band. La cena, le chiacchiere e il vino con Angelo, Cinzia, Antonio, Stefano e Luca.
Domani si ritorna a casa. Anzi a lavoro. Ma stanotte la testa sul cuscino la metto felice.

Napoli, 17 marzo 2009

enakapata3Sono 2 mesi che abbiamo presentato il libro a Napoli. Fino a quando il mio amico Carninci non scopre la maniera per recuperare l’elasticità e dunque l’efficienza del mio cervello (lo so che lui lavora per il cervello di tutti, ma intanto io mi guardo il mio) mi tocca coccolare la mia poca memoria. In questi casi lo faccio con piacere. Lei quasi lo avverte. E mi regala le 10 cose 10 che (ancora) non ho dimenticato:
l’attività di amici e parenti per la buona riuscita dell’evento; ammetto di aver avuto la sensazione di esagerare quando ho visto che non mi rispondevano al telefono e mi evitavano per strada, ma non ho avuto pietà;
la sala eventi de la Feltrinelli Libri e Musica di p.zza dei Martiri piena piena  piena di facce conosciute e no; a fare la differenza con le altre volte sono i tanti amici di Luca ma io per intanto mi compiaccio con me stesso di non aver avuto pietà;
il momento di panico, quello che non manca mai e rischia creare l’incidente ancora prima di cominciare; non ricordo più come e perché è successo, ma ricordo bene che c’è stato e che mi ha procurato un disturbo all’occhio sinistro che è andato via solo due giorni dopo;
i pensieri gentili di Cristina Zagaria,  la sua dolce fermezza, l’elogio del figlio nonostante un padre che non sta zitto mai;
il talento dirompente di Enzo Avitabile, le parole e la musica, il cuore e le mani;
i volti felici di amici e parenti, l’imbarazzo e il piacere ad ogni dedica, il senso condiviso di una sera;
gli occhi di Luca;
la gioia di Laura e Riccardo;
la ricerca di un portafoglio perduto e mai più ritrovato (il mio, of course);
il tempo ritrovato (di una cena) con Cinzia, Angelo, Alessio, Luca, Stefano, Federica, Tarcisio, Gianni;
le chiacchiere gioiose fino a casa, della serie domani è un altro giorno, ma intanto questo ha funzionato alla grande;
l’ultimo è per un sospeso, per un pensiero che verrà, proprio come quella bella abitudine ormai andata quasi del tutto persa di pagare un caffé, un sospeso per l’appunto, per la persona che lo chiederà.

Ricomincio da tre

enakapata3 NapoliRomaMilanoReggioEmiliaNapoli. Tutta una parola. Tutto in 2 giorni. Tutta in treno. Il bellissimo libro di Weick che ho portato con me, Senso e significato nell’organizzazione, non l’ho neanche aperto. In compenso Luca mi ha raccontato un pò di cose di sè. Delle cose che ha in mente di fare. Accade quando abbiamo un pò di tempo per stare da soli assieme. E come sempre quando accade sono contento. Di più. Sono felice. Ancora di più. Mi vengono idee.
L’idea è il viaggio di Enakapata  che continua. Nel senso che andando in giro per presentarlo continuiamo a incrociare persone e storie che meritano di essere raccontate. E poi mi piace l’idea di utilizzare questo blog per ridarvi indietro, attraverso il racconto, almeno un pò dell’affetto che ci dimostrate leggendo il nostro libro e scrivendo le vostre impressioni, idee, recensioni. Stamattina ne ho parlato con Luca, gli ho detto cosa intendo fare, ho precisato che naturalmente lui è libero di partecipare oppure no e con mia grande sorpresa, a quell’ora del mattino la percentuale di rischio che ti bocci qualunque proposta è tra il 98 e il 99%, ha fatto un cenno con la testa, penso volesse dire che gli  sembrava  una buona idea.
Mah. Si vedrà. Per intanto anch’io ricomincio da tre.  Dalle presentazioni di Napoli, Bologna e Milano. Cercherò di fare in fretta. Perché il viaggio continua. E lunedì è già Benevento.

p.s.
il primo che indovina a che ora del mattino ho parlato con Luca vince una copia omaggio di Enakapata con dedica da ritirare durante la presentazione nella sua città.

Borrelli, Rotella, Malafronte, Ferrante, Lorusso

enakapata3Marika Borrelli: L’ho letto in tre ore, l’altro ieri sera tra un po’ di Barcellona-Chelsea e il letto.
Ne ho fatto indigestione. Infatti, ho sognato il Riken, il ramen, il bar delle “ragazze”, tutto assieme, preoccupandomi se poi la Fender di Luca sia mai arrivata a destinazione.
Mentre leggevo – conoscendo già il contenuto del libro perché il prof. Moretti ne distribuisce camei su FB ogni tanto – mi è venuto in mente un documentario visto su Discovery Channel: True Tokio, o una cosa così. E ho cominciato a fare automaticamente paragoni tra il diario di Moretti&son e la descrizione (agrodolce) del tipo che a Tokio ci lavorava e viveva già da un po’.
Lo dico perché Enakapata – come il documentario – è soprattutto la proiezione di vite su un luogo diverso da quello quotidiano. Ed è la diversità del luogo che cambia la ricostruzione di un ricordo e lo ricompone. Vincenzo ci racconta della sua famiglia e Luca ci racconta del padre, stimolato dagli eventi che in quei desueti luoghi accadono.
Un diario a due voci, svelto, appetibile (molti riferimenti gastronomici, siamo italiani! Ed a Tokio si può anche mangiare male), dettagliato come per sistematizzare due esistenze per un mesetto sradicate da quell’humus vischioso e bellissimo che è Napoli, nonostante tutto. Con la meticolosità di Moretti father alle prese con un sistema cognitivo (quello dei nipponici) inverso: vedi il metodo di contare sulle dita, per esempio!
E con il rammarico di fondo dell’impossibilità per noi Italiani di avere una ricerca universitaria degna. Ci prova, Vincenzo, a descrivere il Riken, tempio pressoché perfetto per scienziati e ricercatori, evidenziando il coraggio dei nostri compatrioti a trasferirsi agli antipodi, lui con il rimpianto della pastiera.
Ma cosa mai potrebbero pensare i giapponesi di noi, se leggessero questo libro che li descrive e descrive due napoletani alle prese con Tokio? Sembra l’analisi di Las Meninas che ne fece Focault: un gioco di rimandi iconici il cui differenziale era il prodotto di una proiezione, appunto.

Mauro Rotella on Tesionline.it

Assunta Malafronte: Da qualche giorno ho terminato la lettura del vostro libro. Avvincente. La cosa che mi è piaciuta di più è l’aver alternato la “pancia” (le storie di vita) alla “testa” (la ricerca), rendendo la lettura scorrevole ed interessante. Non ho mai visitato il Giappone e prima di leggere il libro nemmeno ci avevo mai pensato. Però, prima di partire, farò un bel corso di inglese e  appena arrivata andrò a mangiare dalle ragazze!

Tommaso Ferrante: Na capata … ò sasiccio… le prime 40 pagine so state peggio di una palillata in fronte. Le ho lette almeno 3 volte per comprenderei qualcosa :-). Sembra il libro per l’esame di teoria dell’informazione e telecomunicazione. Ti farò sapere alla fine. Un abbraccio.

Rosa Lorusso: Sono pienamente d’accordo con l’idea che non si può prendere senza lasciare, né chiedere senza dare, ma aggiungerei che non si può dare se non si è a propria volta ricevuto.
Prescindendo dai nostri valori e orientamenti possiamo arricchire la nostra vita e la vita altrui, convinti che più si condivide più ci si arricchisce.
L’aggettivo che a mio parere meglio racchiude quest’opera è coinvolgente. Chi possiede la speciale abilità di renderti partecipe nella relazione del sapere riesce a farti entrare in un interessante vortice comunicativo che incoraggia la voglia di contribuire alla costruzione di questo meraviglioso e mai terminato edificio della cultura.
Mi sono sentita particolarmente coinvolta in questo viaggio; a volte mi sembrava di essere lì con i protagonisti di quest’avventura.

Avitabile, Cofferati, Geronazzo, Pepicelli, Annibale

enakapata3Enzo Avitabile: Credere nei sogni e nelle probabilità. In questo libro c’è questo. Attraverso il viaggio voi credete nel sogno e nella probabilità dell’incontro. Il che significa dire la verità. Io i miei miti li ho incontrati tutti. Dal primo all’ultimo. Io stasera per rendere omaggio a questo evento e a questo libro io vi voglio far sentire una devozione dialettale nostra antica. L’idea è quella di usare lo strumento lì dove non arriviamo con le parole. La contaminazione è anche questo, lo scambio è anche questo. Sono convinto che tutto questo sia in sintonia con Enakapata, un libro che parla di una città diversa, di una Secondigliano diversa, un cemento che si muove verso il futuro nel rispetto di una storia, di un passato, di una cultura.

Sergio Cofferati: Luca e Vincenzo un po’ di risposte ce le hanno date. Un po’ di reticenza rimane ma è comprensibile,  dato che non è sempre semplice rendere noto il percorso che nella testa di ciascuno di noi inizia e porta a delle conclusioni come sono quelle materiali di un libro che consegna il tuo pensiero agli altri e dunque alla loro lettura, alla loro interpretazione.
Io credo che per stasera possiamo accontentarci, poi la curiosità si risolve attraverso la lettura e, d’altro canto, se avessimo capito tutto i poveri autori sarebbero palesemente danneggiati.
È giusto invece lasciare un robusto fondo di curiosità al lettore se deciderà, come spero, di diventare tale. Poi vedremo tra qualche tempo quale sarà stato il grado di accoglienza (non per contare il numero di copie vendute; guardate, questo è ovviamente importante per loro, ma forse non è la cosa più importante).
Siccome l’editore li ha stimolati a commettere questo atto del quale porteranno poi anche delle conseguenze, vedremo se sarà invogliato a chieder loro di ripetere la stessa esperienza in un altro luogo e magari in un altro modo.
A me piacerebbe molto un approccio rovesciato, che cioè al prossimo giro Luca si occupi dell’argomento che in un modo o nell’altro è connesso al lavoro e che invece al suo povero babbo che avrà, come ha già adesso, un’età nella quale merita un po’ di rispetto, sia dato invece lo spazio per il tempo libero, la possibilità di dare sfogo alle sue curiosità anche senza restare vincolato al necessario aplomb di chi, occupandosi di scienza e interloquendo con persone di cotanto senno come quelle di cui si parla libro, è inevitabilmente portato ad avere.
Dunque, vi ringrazio della vostra presenza e se l’editore è d’accordo appuntamento in qualche luogo al prossimo libro nella formazione che decideranno loro.
Lo dico perché a me il libro è piaciuto molto, vi ho trovato elementi di novità nella forma e nel contenuto che non sono affatto disprezzabili. Mi sentirei, cosa che non faccio molto di frequente quando mi capita di presentare qualche libro, di sollecitare esplicitamente gli autori a riprovarci.
Negli altri casi non dico niente, e tanto basta. Qui invece c’è davvero un elemento di novità che varrebbe la pena di sviluppare, di approfondire, passando ancora per il vivere assieme, per  qualche altro viaggio, per qualche altro pezzo della vita in comune tra padre e figlio.
Poi, perché no, c’è anche un altro fratello, Riccardo, che magari, avendo da quel che mi ricordo un carattere un po’ più irriverente, possa essere nei confronti del padre un po’ meno gentile di quanto non sia stato Luca. Grazie, buona serata e buona lettura.

Renzo Geronazzo: Gli autori affrontano il tema, fondamentale per il nostro futuro, della ricerca scientifica e dell’innovazione con leggerezza e tono disincantato ma, nel contempo, con estremo rigore intellettuale.

Geremia Pepicelli: Ciao Vincenzo, ti scrivo per trasferirti qualche pensiero ed emozioni suscitate dal tuo ultimo lavoro. Tutti noi, in maniera più o meno consapevole, attraverso la lettura siamo alla ricerca di conferme, rassicurazioni, risposte suscitate dal nostro vissuto quotidiano, qualcosa che si agganci alla nostra vita e quanto più questa operazione risulta efficace tanto più la lettura ci restituisce soddisfazione: tutto ciò si è magicamente riproposto nella lettura di “Enakapata”. A cominciare dall’emozione intensa di pensare ad un’esperienza così importante prima vissuta e poi tradotta in un libro insieme ad un figlio; ho una figlia di 21 anni con la quale spesso ci confrontiamo su mille temi ed è stato bellissimo vivere attraverso la vostra esperienza una simile possibilità, fatta di differenze e di sinergie, visioni a confronto e grande affetto. Penso che Luca sia proprio fortunato ad aver recepito attraverso di te il messaggio di apertura che tuo padre ti aveva così teneramente consegnato.
Ogni giorno vivo nella mia Azienda esattamente la stessa frustrazione che hai descritto nel confrontare il sistema di ricerca giapponese con quello che esiste in Italia. Ogni giorno le persone attive, competenti e “per bene” di questo nostro paese si scontrano con qualcosa che sembra sovrannaturale e gli impedisce di creare esattamente le stesse condizioni organizzative che hai trovato al Riken. Sembra tutto impossibile e distante ma tutti noi sapremmo cosa fare se non ci venisse impedito con una pressione invincibile da un potere economico-politico teso al mantenimento di posizioni di potere personale anziché del benessere collettivo, l’imposizione della raccomandazione che schiaccia costantemente la meritocrazia. E se l’Italia sembra culturalmente ed organizzativamente lontana dal Giappone, Napoli lo è almeno altrettanto dalle migliori esperienze italiane. E quindi, attraverso il vostro libro siamo qui ancora una volta a chiederci cosa fare: come la cambiamo la situazione? Tu lo dici e noi lo sentiamo che “si può fare”. Forse una strada semplice e concreta è quella che ci avete suggerito indirettamente nel libro; apriamo gli orizzonti ai nostri ragazzi, diamogli la possibilità di vedere e toccare con mano come è possibile “fare bene”, come si sta bene in una società dove il rispetto degli altri e del  bene comune è un valore fondamentale e che non grava per niente sui singoli. Facciamoli uscire dal torpore stucchevole di una cultura folkloristica che ricopre, con una patina invisibile eppure coriacea, tutta la nostra esistenza, sociale e lavorativa. Forse quando torneranno, se torneranno, avranno qualche strumento in più, sapranno ancor più “cosa fare”. Vincenzo, Luca, un grazie infinito per il vostro lavoro.

Vincenzo Annibale: La prima “orecchia” si trova a pagina 30, l’ultima a pagina 195, la penultima del libro. Avevo adottato il vecchio metodo (piegare le pagine nell’angolino in alto) per segnalare le cose più interesanti. Alla fine sono una ottantina quelle che resteranno per sempre con l’angolo piegato. Tante chicche inserite in un libro che per fortuna ho letto ed ho trovato ricco di notizie, di suggestioni e di riflessioni.
Si racconta anche di un padre e di un figlio, del mantra della pastiera, di treni che fanno i treni, di come la spazzatura prodotta a Tokyo da 35 milioni di persone viene raccolta senza drammi, ma si parla soprattutto di genio e caso che si alleano, di cultura del merito, di funzione sociale della scienza, di rispetto per il lavoro e per chi lavora ad ogni livello, di educazione intesa come cultura, del vedersi riconosciuti i risultati raggiunti, di rispetto delle regole.
Purtroppo non si racconta dell’Italia. Si parla di Giappone visto con gli occhi di un padre ed un figlio curiosi di conoscere e di farci conoscere un altro mondo, una cultura, una civiltà distanti anni luce da noi e non per questioni di chilometri.
L’ultimo appunto di viaggio riguarda ovviamente il ritorno a Napoli e racchiude una frase che da sola spiega la sensazione che si ha leggendo Enakapata: se partire è un po morire, talvolta è vero il contrario.

Della Sala, Orlando, Lagomarsini, Gianfagna, Asfoco, Conforti

enakapata3Roberta Della Sala: Ieri pomeriggio a Bologna presso la libreria Coop Ambasciatori è stato presentato un anomalo e originale testo, o meglio, un diario di viaggio che percorre due binari paralleli che hanno imparato ad incrociarsi: la scienza e la città.

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Valerio Orlando, again: Caro Vincenzo, ho finalmente (ma ero dispiaciuto come accade quando viene il tempo di separarsi dalle cose amate) terminato di leggere il tuo libro. Di nuovo complimenti. Credo sia un documento importante che spero possa trovare massima attenzione sia negli ambienti che decidono/programmano il futuro della ricerca in questo paese, sia semplicemente (serendipity) tra qualche giovane che possa cosi trovare un’occasione per sognare. Spero di sentirti presto. Valerio.

Andrea Lagomarsini: Vincenzo non ti smentisci mai.. il libro è bellissimo.. una commistione di pezzetti che all’unisono conducono al risultato .. un onore avere un angolino di spazio.. quando riusciremo a organizzare la presentazione.. e purtroppo penso andremo a ottobre visto che giugno è martoriato dalle elezioni… Porta anche TUO FIGLIO!

Andrea Gianfagna: Dear Vicienz’, ho letto con interesse e piacere il Diario che hai scritto together tuo figlio Luca, sulle esperienze del vostro viaggio in Giappone. Complimenti. Mi è venuto  in mente un proverbio di Campanasce, leggendo la tua interpretazione, molto accattivante, della serendipity.
Il proverbio recita: “la vecchia nun vulea murì pecché autre cose vuleva verè (dove veré sta per scoprire)”, mi sembra che in questo proverbio ci sia, in nuce, lo sviluppo della teoria della serendipity.
Ma veniamo a noi. Sono stato in Giappone nel 1968 per oltre 20 giorni a Tokyo, Kyoto, Nara ed Osaka e devo dirti che condivido molte delle tue valutazioni sui giapponesi e sul sistema Giappone, anche con le relazioni che tu fai, confrontandole con ciò che avviene in Italia.
Volevo tuttavia dirti che la cosa più importante che mi è capitata nel viaggio in Giappone in compagnia di Julien Livi (fratello di Yves Montand) e segretario del Sindacato Alimentaristi della CGT, è stata la presa di coscienza che il mondo si deve valutare non solo con i criteri europei ed americani, e che l’Asia, il Giappone richiedono altro. Il tuo diario conferma. Domo arigato per il tuo lavoro ed auguri, affettuosamente.

Sabrina Asfoco: Ciao Moretti senior, ho letto il tuo libro e l’ho trovato divertente e leggero. Si, sei riuscito a parlare di scienze e tecnologia con leggerezza. Bravo anche Luca. Un abbraccio.

Antonio Conforti: […] E’ il Vincenzo che parte da Secondigliano e senza più parlarne esplicitamente, traccia lungo tutto il libro un filo invisibile di napoletanità e di tradizione popolare, alla quale non rinuncia comunque, anche se fra mille contraddizioni.
E’ il fiume carsico dello stesso Luca, molto più giovane e strutturato verso una valorizzazione del “nuovo”, che tenta di portare indietro,verso il luogo d’origine, i simboli del mondo visitato, dalla cucina al gadgets, perché si sedimentino nella comunità alla quale appartiene come ulteriore patrimonio di ricchezza.
E’ la pervicace, spettacolare ritrosia a comunicare nell’inglese universale che hanno quasi tutti i giapponesi, che sembrano rifiutare così l’omogeneità imposta dall’esterno. […]

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Annibale, Maxtraetto, Orlando, Ugolini, Pennone, Potecchi, Splendore

enakapata3Vincenzo Annibale: Fino al 10 marzo è una chicca. Avevo deciso di piegare le pagine interessanti per poi commentarle. Fino ad ora ho fatto una novantina di “orecchie”. Dopo il 31 marzo mi mancherà il giappone (è anche un invito al visitarlo insieme a tante altre affascinati cose, che poi dirò tutte insieme). C’è da sperare che socializzi altri viaggi.

Maxtraetto: Il fil-rouge sella serendipità è la vera capata che sconvolge le mie sinapsi da un po’ di tempo. Destino, fato, caso, dharma, coincidenza, occasione, opportunità, parole che all’inizio credevo sinonimi di serendipità. Se non accompagnate da: attenzione, apertura mentale, storia, organizzazione, desiderio, potrebbero esserlo ma la capacità di mettersi continuamente in gioco è l’anello mancante. Con l’umiltà di chi apprezza gli insegnamenti e con la voglia di affrancarsi da pensieri che si ritengono fondamentali. Per me bella la coincidenza dell’arrivo del vostro libro con le riflessioni che stavo facendo intorno a “carpe diem”.
Un abbraccio.
http://solchi.blog.dada.net/

Valerio Orlando: Carissimo Vincenzo, solo per dirti che mi porto il tuo libro (e di tuo figlio!) in giro per Roma e per il mondo. Bello. Bellissimo. Cerco di non leggerlo con gli occhi di chi sa. E mi riesce facilissimo. Ma più che i contenuti e i luoghi che conosco e riconosco, mi godo proprio la scrittura. Quell’insieme di riverberi che rivelandosi o celandosi, raccontano ora l’uomo e ora l’artista. Spero di sentirti presto. Un abbraccio. Valerio

Bruno Ugolini on l’Unità del 6 Aprile 2009

Domenico Pennone: Da non perdere. Il viaggio che tutti vorremmo fare. Portandosi dietro molto passato e tanto vissuto, cercando quello che altrimenti non potremmo nemmeno immaginare. Enakapata, il libro di Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio è tutto questo e tantissimo altro ancora. Un viaggio cosi bello, così avvincente che fatichi a non pensare che sia finto. E invece è tutto vero, raccontato con passione ironia e a tratti anche con un pizzico di sana malinconia.
MetroMagazine

Alessia Potecchi: Cari Vincenzo e Luca, sono contentissima di partecipare alla presentazione del vostro libro a Milano, la mia città, e vi ringrazio molto per avermi invitata. Ho trovato la vostra pubblicazione molto affascinante e nello stesso tempo fresca e originale. Leggendo sembra di compiere il vostro viaggio e ci si trova immersi nella cultura giapponese scoprendo tanti aspetti sociali e culturali che fanno riflettere a confronto con il nostro quotidiano. Trovo che il libro offra diversi spunti di riflessione e sia un’ottima lettura che incuriosisce sempre di più strada facendo…..Tanti tanti complimenti, vi auguro un grosso successo e sono sicura che sarà così! A presto.

Nunziante Splendore: Cosa ha spinto un sociologo napoletano a lasciare per un mese il suo lavoro, le sue abitudini, i suoi affetti più cari per trasferirsi in Giappone ad intervistare, a scoprire, ad annusare, condividere e integrarsi in un mondo completamente diverso dal suo? La risposta in questo libro, Enakapata, scritto da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio. Già ma cosa vuol dire enakapata e perché? Enakapata è un verso nippo napoletano inventato dagli autori, che vuol dire è una capocciata, una cosa da urlo, uno sballo qualcosa di diverso dall’ordinario, qualcosa che ti fa capire quello che avevi sotto il naso ma non avevi mai riflettuto. Ne esce fuori un diario, il racconto di una vita, un grido di dolore, un grido di conforto e di smarrimento e di ritrovamento, quasi un urlo di speranza verso il futuro. Ho intravisto un doppio livello di lettura in questo libro: il primo come fanno gli scienziati a scoprire l’imponderabile, il secondo livello è solo vivendo intensamente che possiamo realizzarci. Il professore Moretti ci rassicura e ci tranquillizza. Tutto funziona per genio e per caso. L’importante è capire, dare un senso ad un insieme di flussi che ci travolgono, ci invadono ci sfiorano, ci arricchiscono. Un po’ come vivere in un ambiente straniero ostile e completamente diverso dal nostro e dare un senso a ciò. Il libro ci indica due vie la prima razionale la seconda ancora da studiare: imparare l’inglese e scoprire che non è di grandissima utilità per la vita quotidiana giapponese, la seconda aiutarsi con il genius napoletano, il tutto condito con un metodo di lavoro straordinario: 17 ore filate di lavoro come un vero giapponese. Tutto ciò si scopre leggendo Enakapata, storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo. Alla fine del libro due domande: la prima: che tipo di diario poteva scrivere un ipotetico scienziato giapponese in missione in un centro di ricerca napoletano; la seconda: Paghiamo per dieci anni una ventina di alte teste giapponesi pensanti e mettiamoli al servizio della ricerca italiana ne uscirà qualcosa di diverso oppure no?

Risi, Aliberti, Del Vecchio, Pennone, Panachia, Ugolini

enakapata3Vincenzo Risi: Caro professor Moretti, sappia che stamattina le voglio molto male. Stanotte ho iniziato a leggere il suo libro e sono riuscito a chiuderlo solo dopo le 3… Scherzi a parte, in un sol colpo sono a più della metà e le posso dire che è un racconto meraviglioso. Non lo dico per farle piacere, ma perchè lo penso davvero. E’ divertentissimo, ho riso da solo che un altro po’ i coinquilini mi prendevano per pazzo, e nei punti dove parla della sua Secondigliano e in particolare di suo padre mi sono commosso tantissimo. Sono arrivato all’intervista con Marchesoni, e l’analisi che ne esce sul sistema ricerca in Italia fa molto riflettere. Va bè, a questo punto conto di finire il libro in breve tempo! Le farò avere un parere nel complesso.

Sabato Aliberti: Grazie per questa Kapata. Non commento il libro. Non sarei obiettivo dato l’affetto e l’ammirazione che nutro per Vincenzo e indirettamente per Luca, conosciuto di persona ma ancor più a fondo attraverso le parole scritte nel libro. Voglio solo ringraziare i due autori per per avermi dato la possibilità di vivere qualche giornata in Giappone. Presso il Riken Institute, nelle vie della città, in albergo, nel bar a colazione. Ho vissuto l’ansia di Vincenzo, lo stupore e il disincanto di Luca. Sono stato presente all’incontro con il premio Nobel, con gli scienziati, Carninci e F. Nori e le tante altre persone che hanno accompagnato i nostri nel loro viaggio. Non ho sentito la necessità di immaginare niente! La dettagliata e magnifica descrizione di un viaggio di un’esperienza di ricerca, trasformata in una foto artistica che rappresenta i contrasti e le similitudini di realtà apparentemente così distanti sotto il profilo antropologico. Due culture a confronto! Delle foto artistiche estremamente varie nei soggetti: paesaggi, scene urbane e rurali, ritratti, stili life, soggetti folkloristici, popolari e mistici, così come ritratti delle personalità incontrate. Un gioco di luce e ombre di colori e di bianco e nero, frammenti di vita quotidiana del presente e del passato, di una realtà vissuta ma ancor più “sentita”. Razionalità ed emozioni unite. Grazie per tutto questo.

Beppe Del Vecchio: … un ringraziamento agli autori del libro. Un libro “piccolo” ma compresso. Una vera bomba (direi una vera capata). Ricco di concetti che vanno ben oltre il racconto. Uno strumento. Ha la capacità della chiarezza e la grandezza della semplicità.

Domenico Pennone: Azz Vincenzo che bel libro che hai scritto! Il commento lo devo maturare, non meriti na’ cosa arronzata:-).

Rosalba Panachia: Caro Moretti, ho da poco finito di leggere il suo libro e devo dire che… è ‘na capata! Complimenti a lei e a suo figlio! Poi io mi sono divertita particolarmente a riandare con la mente, grazie ai racconti suoi e di Luca, a quei primi tre mesi del 2008 che ho passato in Giappone, e a tutto “lo yin e lo yang” (molto più yin, naturalmente) che quel paese mostra ai nostri occhi non solo occidentali, non solo italiani, ma anche (e soprattutto) NAPOLETANI! Per la serie “l’importanza del punto di vista”! Concordo sul fatto che è stato un peccato non poterci incontrare a Tokyo, ma da quel che ho letto dei suoi ritmi nipponici e da quello che so essere state anche le mie giornate intense, mi sa che era abbastanza naturale… Comunque è stato bello poterci finalmente conoscere da vicino alla presentazione alla Feltrinelli, e spero ci terremo in contatto. Mata aimashou! Arrivederci!

Bruno Ugolini on Storie di oggi

De Biase, Romano, Illiano, Marcone, Zagaria, Cervone, Romano

enakapata3Luca De Biase: Enakapata è un colpo di genio. Il racconto scritto in forma di diario da Vincenzo e Luca Moretti sul loro viaggio da Secondigliano al Giappone. Nello stupore di ogni gesto, di ogni differenza, di ogni pensiero. Nell’approfondimento delle dinamiche antropologiche e tecniche del Riken, un megacentro di ricerche genetiche di Tokyo. Bellissimo libro, ispirato dalle persone che lo popolano, come lo scienziato Piero Carninci, il Nobel Ryoji Noyori e don Peppe detto “Testolina”. Un colpo di genio. Che in lingua napoletana “è ‘na capata”. Enakapata.

Tiziana Romano: Mi è piaciuto all’ennesima potenza. Salve prof. Moretti, Le scrivo a proposito del suo libro Enakapata. Esilarante nel senso buono del termine. Un po’ come Luca mettevo in ordine la camera prima di partire e mi sono imbattuta in questo libro. Ho iniziato a leggere e mi son trovata alle 3 del mattino che ancora leggevo. Io sono una studentessa universitaria e leggere questo libro è stato vedere nella realtà, cosa c’è fuori dal mondo universitario (italiano).  Al di là dei numerosi fatti che sono menzionati nel libro, mi ha affascinato tanto la struttura del Riken, il fatto della collaborazione e competizione sana.  Tutto è incentrato sul merito e lavoro di squadra  in modo da creare armonia. Mi piace. Le aggiungo, inoltre, che non c’è una parte del suo libro che non mi è piaciuta. Certo ho trovato un po’ di difficoltà nel capire: genomi, Rna, Dna, proteine & company però mi son divertita. Complimenti. Per Luca anch’io c’ero al teatro Bellini al Japan Week  è stato bello tra kimono, danze e strani strumenti musicali ….  solo un po’ noioso quando per circa un quarto d’ora hanno scritto qualcosa su un foglio lunghissimo. Complimenti ad entrambi.

Luca Illiano on MediNapoli

Angelo Marcone: Caro Vincenzo, volevo ringraziarti per il tuo invito alla presentazione di Enakapata. Mia moglie ed io siamo stati molto contenti di essere venuti. Ti confesso che  ho avuto qualche difficoltà  a ‘entrare’ sul serio nel libro ma, stamane, evidentemente dopo una elaborazione notturna automatica, mi sono reso conto che è veramente un bel lavoro. Il mio ex capo, nell’azienda elettronica dove lavoravo era solito chiedermi di un mio progetto: ‘Angelo, funziona o non funziona?’. Ebbene, credo che il libro sia veramente un bel progetto ‘funzionante’ e quindi grazie a te e tuo figlio per la bella realizzazione. Sono del Vomero ma ho insegnato qualche anno in una scuola di Secondigliano e quindi i tuoi racconti mi hanno ricordato un periodo particolare della mia vita che ricordo con piacere. D’altra parte i racconti del Giappone mi hanno anche portato ad un vita fa, in cui alcuni miei colleghi di lavoro, giapponesi, cercavano di condividere con me il loro modo di vivere e di progettare l’elettronica ed il software. Cordiali saluti.

Cristina Zagaria on Voltapagina, again

Francesco Cervone on Antonella Romano Blog

Antonella Romano
, again, on Antonella Romano Blog

Iucci, Zagaria, Romano, Iossa, Strazzullo, Gonzalez, Comunitàzione, Di Domenico, Vesupreme, Lieto

enakapata3Stefano Iucci: Dunque, non voglio buttarla giù troppo pesante, ma nei Ricordi di egotismo di Stendhal c’è scritto che l’unica giustificazione per… scrivere di Sè è quella di essere assolutamente sinceri. Ecco io credo che uno dei pregi di questa kapata sia la sincerità degli autori nel raccontare le proprie esperienze (comprese difficoltà, paure, incomprensioni). Non è un giudizio psicologico o moralistico, nel senso che questa sincerità si fa scrittura. E’ insomma una sincerità letteraria, l’unica possibile in un libro.

Cristina Zagaria: È  stata ’na kapata!!!!!!!!!! … Funziona … l’ho letto … senza fatica in un giorno … è un libro diverso … e questo credo sia un grande pregio, con diversi punti di interesse … e questa è la sua forza …
Riassumendo le mie tre pagine di appunti, la prima cosa che mi ha colpito è lo stile. Il libro è scritto come fosse un continuo scambio di mail. Ci sono anche alcune parti in inglese. Moretti è un blogger appassionato e si vede. La sua scrittura è veloce, moderna, fresca.
E poi c’è la teoria della Serendipity, non vorrei sbagliarmi, perché vado a memoria e cerco di semplificare, ma è quel modello scientifico secondo cui partendo da un dato anomalo si arriva ad elaborare una nuova teoria o ad ampliare una teoria già esistente, stravolgendo il punto partenza (non è fantastico!!!! Non dico solo nella scienza o nella sociologia, ma anche nella vita).
Attenzione, però, il diario non è assolutamente un trattato scientifico, io direi piuttosto che è un’avventura, sul cui sfondo si delinea anche il bellissimo rapporto tra padre e figlio.
Vincenzo, infatti, lo sa, le pagine che più ho adorato del diario sono quelle scritte da Luca, studioso di cultura giapponese, che riesce a portare il lettore a passeggio nelle vie di Tokyo, tra presente e passato, tra realtà e leggende. […]
Leggi l’intero articolo su Voltapagina

Antonella Romano: Ho appena finito di leggere Enakapata (troppo curiosa per aspettare la presentazione). Mi è piaciuto molto. Sembra contenere tutto. Due punti di vista (padre e figlio) che si intersecano. Due culture (Occidentale e nipponica) a confronto. Il Suo diario è stato a tratti esilarante (la testata, l’ambasciata e la storia di “ammazzarli quando sono piccoli”etc… comicità allo stato puro); a tratti istruttiva (parte scientifica); senza fare a meno dell’approccio sociologico (deformazione professionale). Quanto alle pagine di Luca, è riuscito ad unire storia e descrizione dei luoghi con molta cura per i dettagli (sembrava quasi di esserci). Troppo spesso è difficile parlare di storia, tradizioni o narrare di luoghi senza annoiare. E “il suo erede” ci è riuscito. Mi è venuta voglia di andarci in Giappone (anche se un mese senza pasta e pizza…ecco forse due settimane possono bastare!). La saluto. A domani. Complimenti e in bocca al lupo.

Luisa Iossa: Di mestiere faccio la libraia, e dovrei quindi esprimermi come tale…ma con il tuo libro proprio non ci riesco…come amica e persona che ti vuole bene dico che è semplicemente “tutto te stesso”. Ti ritrovo in ogni rigo, mi sembra anzichè leggere di ascoltarti, per non parlare di Luca che si è già confermato figlio di tale padre (e direi tale nonno).La vera scoperta per me è proprio Luca, ed è a lui quindi che faccio i miei in bocca al lupo, ma so già che questo può solo farti felice…Enakapata Forever!

Alessio Strazzullo on Ciò che penso e qualche volta scrivo

Irene Gonzalez: Cmq è trooooooooooooooopp bell!!!

Red on Comunitàzione, Il punto di incontro per la comunicazione e il marketing

Salvatore Di Domenico: Caro Enzo, sai il bene che ti voglio, ma non è questo il motivo per cui ti scrivo. Stamattina appena sveglio poso lo sguardo su Enakapata e incomincio a leggere. La posizione dove mi sono trovato a leggere non era tra le più comode. Ma nonostante tutto mi sono fermato solo quando le gambe hanno iniziato a   farmi male e ho pensato che le pagine del tuo libro sono come le patatine fritte e i pistacchi… quando inizi non è facile smettere. P.S. scusa per il paragone Salvatore

Red on Vesupreme, storie di eccellenze napoletane

Antonio Lieto on Marketing Media Comunicazione Innovazione

Mai dire mai

enakapata3Per Luca è la prima volta. Lui fino ad oggi ha litigato più con le note che con le parole. Per me no. Io sono Moretti il vecchio. E non mi ricordo neanche più da quand’è che faccio a pugni con i pensieri.
L’affettuosa complicità di amici come Sabato Aliberti, Salvatore Casillo, Sergio Cofferati, Luca De Biase, Biagio De Giovanni, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi ha permesso ai miei libri di finire sugli scaffali e a me di imparare molte cose. Ma è inutile negarlo. Questa volta è diverso. Speciale.
Quando ho chiesto a Luca di venire con me in Giappone ho pensato che per lui potesse essere un’esperienza importante. Gli piace viaggiare, studia giapponese,  ama le culture orientali, gli piace persino cucinare giapponese,  quale occasione migliore?, mi sono detto. E poi avevo un bel ricordo del nostro viaggio in Australia, nel 2000, in occasione delle Olimpiadi. E poi ero terrorizzato dal mio pessimo inglese e dalla mia scarsa capacità di sopravvivenza. E poi ai tipi che fanno, per scelta e per caso, la vita che faccio io, fa un gran bene stare per un pò assieme ai propri figli. E poi potrei dire di altri mille e poi. Ma mai e poi mai avrei pensato di scrivere un libro insieme a mio figlio. E invece eccoci qua. Cosi insieme e così diversi.
Perché le cose che ha raccontato lui io non avrei mai potuto raccontarle. Perché mentre lui faceva il turista io lavoravo. Perché senza quelle sere passate assieme a leggere, rileggere, correggere non sarei tornato a Secondigliano, alle mie radici, là dove per me tutto è cominciato.
Anche per questo Enakapata non è solo un diario. Ma anche un gioco. Un tradimento. Una prepotenza. Un augurio.
Il diario dà conto di come è nato e di cosa è stato il viaggio a Tokyo e al Riken, istituto di ricerca tra i più importanti del mondo. Dove io e Luca siamo rimasti dal 3 al 30 marzo 2008. Dove continuiamo a tornare con il pensiero. Il discorso. L’immagine. La posta e la chiacchiera. Elettronica e no.
Il gioco consiste nella contrazione giapponesizzazione di un’espressione assai di moda nello slang under 30 dalle parti del Vesuvio, «è ’na capata», letteralmente «è una testata», in senso figurato «è in», «è una cosa che colpisce», «è qualcosa di straordinario». Il resto lo scoprirete leggendo il libro.
Chi lo ha letto lo ha trovato bello, ma su questo conviene che io taccia. Mio padre avrebbe detto “Ogni scarrafone è bello ‘a mamma soia” o anche, meglio, “Acquaiuò, l’acqua è fresca? Manco ‘a neve“, e tanto basta.
Posso dire invece che spero che lo compriate. Di più.  Che vi piaccia a tal punto da indurvi a consigliarlo agli amici. A regalarlo. Ancora di più. Io ci credo. E voi?
Buona lettura.