È stata la mia giovane amica Maria Clara Esposito a lanciare, su Facebook, il grido di dolore: “No, a Maronn ’e ll’Arco no”. E all’amica che le scrive “Alle prese con le feste di paese? Io sono stata svegliata dalla banda per la festa di un certo Sant’Antuono!”, risponde “non si tratta di festa di paese … magari! c’è questa specie di setta di “devoti” della Madonna dell’Arco in tutta la provincia di Napoli, che da gennaio fino a Pasqua, ogni domenica mattina girano per le strade della città urlando e strepitando canti e preghiere che dovrebbero invocare la Madonna. La cosa brutta è che si fingono fedeli, ma vanno solo a caccia di soldi. È un fenomeno curioso e avallato da cammorristi e delinquenti locali. Pensa che tra i doni che si fanno alla Madonna spesso ci sono siringhe e pistole d’oro”.
Immagino che voi vi sareste scandalizzati, incazzati, indignati. Io no. Io ho pensato Maronn, e mò chi c’ho dice a Maria Clara. Chi le dice cosa? Che papà è stato fujente, cioè devoto della Madonna dell’Arco, uno di quelli che andava in giro, scalzo, vestito di bianco, fascia azzurra, statua della Madonna in spalle, che urlava, strepitava canti e preghiere, agitava il fazzoletto bianco con le monete per invogliare i passanti a lasciare il proprio obolo alla Madonna. Chi le dice di quella vecchia foto nella quale siamo ritratti io, Antonio e Gaetano, Nunzia non ancora ancora nata, mamma e la nonna nella parte posteriore di una vecchia Ape Piaggio che papà si era fatto dare in prestito, con i cappellini con in punta la spilletta della Madonna dell’Arco, sorridenti, felici di aver visto la festa del lunedì in Albis al santuario della Madonna dell’Arco, orgogliosi del fatto che quando papà era più giovane anche lui era entrato vestito di bianco in chiesa e si era buttato faccia a terra. Chi le dice che a casa nostra quando papà metteva dopo il mannaggia la Madonna dell’Arco (non ne vado fiero, of course, ma la verità è che la bestemmia da noi era di casa; talvolta ho pensato fosse “solo” un intercalare, altre volte un modo per invocare e manifestare affetto ai santi, altre volte addirittura il pretesto per creare situazioni paradossali, come quando papà giocava a carte – ho detto giocava, dunque niente soldi in palio -, scopa a 11 e pizzico a 21, con il suo amico Cosimo Pellecchia e ad ogni pigliata dell’altro bestemmiava avendo in risposta un immediato “sempre sia lodato”) era il terrore, perché significava che papà era davvero arrabbiato nero e ci avrebbe in ogni caso punito, fosse anche solo per l’oltraggio che aveva fatto alla Madonna di cui era devoto. Chi le dice della mia gioia quando, dopo le abiure della mia piccola grande rivoluzione culturale post 68, studiando antropologia all’università, ho potuto ridare dignità, senso, cultura a una parte della mia vita che tenevo accuratamente nascosta.
Lo so che vi sembra troppo, ma sapete com’è, a pensarlo non è come a scriverlo, basta un attimo. E dopo? Dopo mi sono detto che Maria Clara ha ragione. Mi sono sentito triste. Mi sono detto per fortuna che papà questa se l’è risparmiata. Poi mi sono come ribellato: No, a Maronn ’e ll’Arco no.
Il controllore mi ha guardato. Ho messo in tasca l’Iphone. Ho assunto l’espressione “aggiate pacienza”. Gli ho dato il biglietto. L’ha timbrato e ha girato le spalle, lo sguardo fisso modello “ma vedite nu poco”. Per fortuna la fermata dopo era la mia.
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Casa Pivano
Primi anni 70. Come tutte le mattine papà mi porta il caffé a letto alle 6.05-6.10. Alle 6.30 siamo come tutte le mattine in lotta per l’ultimo giro in bagno. Alle 6.40-6.50 la mitica Fiat 850 verdino chiaro esce come tutte le mattine dal garage di Peppe destinazione Ferrovia. Come tutte le mattine papà va a marcare il cartellino almeno mezzora prima di iniziare a lavorare (eh si, ci potrebbe sempre essere un’imprevisto e al lavoro non si può fare tardi) all’Enel di via Galileo Ferraris. Per me invece niente metropolitana. Niente ITIS Augusto Righi. Avere il permesso da papà di non andare a scuola è stata dura. Ma ce l’ho fatta. Gli ho detto che era per un mio amico. Ho aggiunto che da un mese le stavo appresso e ora la grande Fernanda Pivano ci aveva dato appuntamento a casa sua, a Trastevere. Mi ha detto “e chi é”. Gli ho detto come, ha conosciuto Cesare Pavese, ha tradotto Jack Kerouac e Allen Ginsberg, ha portato in Italia il mito della Beat Generation. Mi ha detto “e chi sono?”. “Va bbuò, pà, con te si può parlare solo di Altafini, Sivori, Aurelio Fierro e Peppino di Capri. Per me questa è una cosa importante e mi dispiace assai se non la posso fare. E poi faccio una figura di niente con il mio amico, con la scrittrice e con gli amici che mi hanno organizzato l’appuntamento”. “Va bé, fà comme vuò tu, tanto ò ssaie, se nun viene promosso, a stagione viene cu mmé a purtà a cardarella”.
Detto che poi ci sono finito davvero a fare per qualche giorno l’aiutante muratore (ma non certo per colpa della Pivano, erano l’elettrotecnica, l’elettronica e la meccanica che proprio non mi venivano giù), confesso che quando io e Antonio E., eccellente chitarrista e aspirante poeta, siamo arrivati fuori alla sua porta ho inspirato forte prima di premere il campanello. Mi sono chiesto: la Pivano è un mito, e noi? Mi sono risposto: noi siamo un giovane intellettuale (a fine anno rimandato, sic!) alternativo di Secondigliano con un amico poeta che vuole leggere le sue poesie a Fernanda Pivano per avere consigli e opinioni. Driiin. Driiin.
La porta aperta, la visione del mito, il profumo di incenso. Lei ci saluta, ci offre biscotti e Coca Cola (l’unica cosa che disturba un pò due alternativi che più alternativi non si può nemmeno col candeggio come noi), ascolta le poesie di Antonio, è tenera nel commento, decisa nel rappresentare la distanza che c’è tra scrivere poesie e pubblicare e tra pubblicare e mangiare. Ancora due biscotti e poi a casa si ritorna a casa.
Cosa è successo dopo? E’ successo che per tutto il viaggio di ritorno io e Antonio siamo stati felici come due bambini. E’ successo che io che non mi ricordo mai niente me lo ricordo ancora. E’ successo che quella grande signora ha conquistato per sempre un posto nel mio cuore. Per voi non lo so, ma per me è tanto.
Gente di Secondigliano | Nennella
Nennella penso di averla vista l’ultima volta che aveva 7 – 8 anni. La volta precedente neanche la ricordo più. Per genitori due splendide persone. Lui con i suoi turni in fabbrica, lei ogni mattina lì, nel bar di fianco alla salumeria di don Alfonso.
Gli anni si sono succeduti ad uno ad uno, poi a dieci a dieci, ma io non ho mai smesso di parlare di Nennella. Non che ci fosse una ragione. Così, come tributo alla Secondigliano che non mi sono mai voluto togliere di dosso.
L’amicizia con il fratello Rosario. La straordinaria gentilezza del padre, don Gaetano. Gli inviti domenicali a pranzo. Le mangiate maccheroni, ragù, carciofi fritti, contorno, frutta e per finire “ò spasso”. Nennella che a due anni mangiava piattoni di pasta che adesso a “noi” del Vomero ci bastava per due e volendo anche per tre.
Luca prima e Riccardo poi Nennella l’hanno conosciuta senza averla mai vista. Era lì con noi ogni volta che a tavola facevano i capricci. “Se qui ci fosse stata Nennella”. “Se vi vedesse Nennella”. Fino al fatidico “papà ce fatto ’a palla tu e Nennella”.
Da una settimana Nennella al gioco della vita non ci gioca più. A neanche quarant’anni le è bastata la sua voglia matta di volare giù.
Hanno dato la colpa alla depressione. Acqua. A Secondigliano per morire ci vuole di meno, di più. Rassegnazione? Ancora più acqua, se Nennella avesse saputo cos’è la rassegnazione sarebbe ancora qui. Disperazione? Poteva essere, se però non avesse avuto quel figlio di dieci anni da lasciare solo. Liberazione. Si, liberazione. Mi sembra la parola giusta. Liberazione.
Gente di Secondigliano | Antonio Gravina
A sentirlo sembra un personaggio da “La leggenda degli uomini straordinari”. E in fondo anche a conoscerlo con quel look modello Steve Jobs e gli occhi profondi non lo vedresti male a fianco di Sean Connery. È un imprenditore ma non ti dice di capitale. Piuttosto dell’importanza di avere ogni tanto la testa sgombra, di riprendersi un pò del proprio tempo, di leggere per ritrovare i propri pensieri. È un imprenditore ma non ti dice di profitto. Piuttosto delle idee che lo ispirano e gli danno l’energia positiva per fare quello che vuole fare nella maniera più straordinaria possibile. Sulle tracce dei migliori. Qualunque cosa facciano. In qualunque parte del mondo lo facciano. È un imprenditore. Alle prese ogni giorno con faccende di capitali e profitti.
Antonio Gravina è fatto così. Nessuna via di mezzo. L’eccellenza per scelta. La curiosità per destino. Bracciata controcorrente. Come quando lascia la scuola contro il volere dei genitori. Sentivo di poter fare qualcosa di meglio lavorando – racconta -, anche perché, stupidamente, avevo scelto un istituto per geometra che non mi stimolava abbastanza. So che non sta a me dirlo, ma ero bravo, mi piaceva studiare, apprendevo facilmente, e quel tipo di scuola mi annoiava.
Visto da un certo punto di vista, diresti ancora oggi che nel cambio ci ha perso. Comincia vendendo biancheria. Calzini. Libri. Abbigliamento again. Il servizio militare. Poi l’approdo nel suo attuale universo.
Ho cominciato in uno scantinato come Steve Jobs – mi dice mentre sto lì a congratularmi con il mio quinto senso e mezzo -, ci sono dieci anni di lavoro prima di arrivare a Bespoke.
La stessa filosofia nel lavoro e nella vita: conoscere le cose direttamente, da vicino; confrontarsi con persone ed esperienze di ogni parte del mondo; non fermarsi ai “si dice”; cercare sempre un punto di vista originale.
Mi dice che il mondo trabocca di persone interessate, superficiali o anche solo distratte che mentre cercano di imitarti ti spiegano che quello che vuoi fare tu loro già lo fanno o lo hanno fatto meglio di come lo potresti fare tu senza essere riusciti a cavare un ragno dal buco.
Il ritornello è sempre lo stesso, non si può fare. La mia esperienza, le mie letture, i miei viaggi dimostrano che invece si può. Si può cosa – gli faccio -. Si possono fare cose belle che ti fanno stare bene in maniera semplice – risponde-.
Londra è la capitale della moda, anche nel nostro settore, da molti decenni, e quando ci sono stato la prima volta ho visto parrucchieri fare cose che noi italiani neanche immaginavamo. Lamentandocene.
Adesso ti metti a citare anche Blade Runner – gli faccio -. Lasciami finire – mi fa -.
La prima, semplice, domanda che mi sono fatto è stata: perché parrucchieri che vanno a Londra da molti anni prima di me, e hanno visto quello che ho visto io, non hanno trasferito in Italia quel modello vincente, smettendo di lamentarsi, facendo qualcosa di innovativo, conqistando maggiori opportunità, soddisfazioni guadagni? Lo so che tu stai pensando che la stessa cosa vale per la ricerca, l’impresa, la politica, ecc., ma io preferisco rimanere sul punto.
Un punto che tu chiami isomorfismo, io benchmarking e che in estrema sintesi si può ridurre al rifiuto dell’idea che da noi non si può fare.
Va bene, è difficile, ci si mette lo Stato, la burocrazia, le tasse, la cultura, i concorrenti, i mille altri piccoli grandi impedimenti, ma si può fare.
Si può fare a patto di smontare tutto il sistema di credenze preesistenti, di rinunciare alle nostre piccole certezze, di ribaltare l’approccio che abbiamo ereditato da persone valide ma cresciute in anni in cui invece di sognare ci si arrangiava. Io non mi accontento di sembrare un vip con una bella automobile, delle belle vacanze, una o più belle case di proprietà. Io sono un imprenditore. Dunque un innovatore. E il cambiamento non lo aspetto. Lo realizzo ogni giorno.
Questo è quanto, più o meno, mi ha detto Antonio un paio di settmane fa. Quello che gli ho detto io glielo ho detto ieri sera. A voi ve lo racconto domani. Magari dopo che mi avete detto quello che gli avreste detto voi.
Chesta è ‘a morte soia
A long time ago. L’autunno caldo riscaldava i nostri cuori di ragazzo e alla voce “lotte” anche io potevo annoverare l’occupazione dell’Istituto Tecnico Industriale Statale di Caivano (Na). Era l’ultimo dell’anno, e papà era come ogni anno incaricato di comprare e cucinare il capitone. Per la verità, più che un incarico era una necessità, perché nostra madre, che mal sopportava qualunque tipo di pesce (della serie puzza, fa fummo, sporca ’e piastrelle da cucina e dopo pé pulezzà aggià fà nà faticata), per il capitone nutriva un vero e proprio risentimento, che dico, un odio sincero.
A pensarci adesso, il modo in cui venivano uccisi i suddetti capitoni era da codice penale, tipo la rana della barzelletta: metti i capitoni vivi nella pentola con acqua fredda; accendi il fornello; non mollare mai il coperchio fino a quando i capitoni non passano a miglior (per chi se li mangia) vita. Ora, come in tutte le faccende della vita, il fatto che una cosa non era mai capitata non voleva dire che non sarebbe mai capitata e così quella volta uno dei capitoni riuscì a fuggire dalla pentola e a infilarsi tra la cucina e il lavello. Non vi dico cosa fu. Mamma che imprecava invocando la caccia al capitone. Papà che “metteva ’a coppa” ricordando che se lasciava il coperchio i capitoni in giro sarebbero diventati sette (come da devozione, uno per ciascun componente della famiglia, compreso zio Peppino, non fa niente che Gaetano all’epoca aveva 6-7 anni e Nunzia 2-3). Io, Antonio e zio Peppino che ridevamo da pazzi, Gaetano che ci guardava come dei matti e Nunzia che piangeva.
Tanti anni dopo debbo ammettere che papà adottò la strategia giusta. Cucinati i capitoni rimasti nella pentola, li mise in un piatto, spostò la pentola con l’acqua bollente sul tavolo, spostò la cucina, si infilò dietro al lavello, riacchiappò con l’aiuto di un panno lo scivoloso fuggiasco, lo buttò nell’acqua bollente, riaccese il fornello e pronunciò il fatidico verdetto: “chesta è ‘a morte soia”.
Sapete che vi dico? Certe volte sogno di essere governato da persone come papà. Naturalmente non come papà nel senso di muratore, piastrellista, idraulico, elettricista con la quinta elementare come papà. Nel senso di governanti in grado di definire una strategia per affrontare i problemi, di metterla in pratica, di risolvere i problemi e di dire ai cittadini “questa è la morte sua”.
Dite che con il capitone è più facile che con la fuga dei cuori e dei cervelli? Come negarlo. Ma se fosse stata la stessa cosa papà non avrebbe fatto il muratore, piastrellista, idraulico, elettricista ma l’uomo di governo.
Senza testa e senza cuore
Ebbene si. Ogni tanto il grido di dolore che si leva da tutta Enakapata affinché chi ha letto il libro invii qualche riga di recensione, commento, riflessione viene raccolto e accade così che @mici che presto diventeranno amici come Nello Maresca inviino, all’indirizzo enakapata@gmail.com (no, che non mi arrendo), messaggi come questo:
L’eccellenza non ha fissa dimora!
Questo è il messaggio che è arrivato a me leggendo il libro di Vincenzo e Luca Moretti, “Enakapata”.
Semplice, intuitivo e scritto con il cuore (napoletano). L’eccellenza espatria, come i nostri validissimi ricercatori, ma è anche un fluido che riempie le forme che le diamo. Ancora una volta, le persone prima di tutto possono creare le forme.
Bravissimi Vincenzo e Luca Moretti.
Detto che gli @mici sono amici anche perché esagerano con i complimenti, e aggiunto che i complimenti fanno sempre piacere (in particolare quando hai raggiunto il tempo in cui non è più conveniente cambiare idea circa il fatto che nella vita non contano i soldi ma le soddisfazioni) la riflessione di Nello mi riporta su un tema che mi sta molto a cuore, quello a cui si riferisce con “L’eccellenza non ha fissa dimora”.
Cito testualmente da un mio articolo su Il Mese del giugno 2008:
È bene non fare confusione. Evitare di finire come Massimo Troisi che, in Ricomincio da tre, deve arrendersi al luogo comune che vuole che un napoletano non possa viaggiare ma soltanto emigrare.
Cosa intendiamo dire? Che la fuga di cervelli (brain drain) è solo una parte del fenomeno dei “cervelli che si spostano”, che comprende anche lo scambio di cervelli (brain exchange), la circolazione di cervelli (brain circulation) e lo spreco di cervelli (brain waste).
Di cosa si tratta? Secondo l’Ocse (1997) il primo definisce il flusso complessivamente equilibrato di risorse ad alta qualificazione tra due paesi; la seconda il flusso di risorse con le stesse caratteristiche che scelgono altri paesi per completare e perfezionare gli studi, fare le prime esperienze lavorative e poi tornare a casa per mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite; il terzo il flusso di risorse ad alta qualificazione che, nell’ambito di uno o più paesi, si sposta verso impieghi diversi rispetto a quelli per i quali sono stati formati.
Il messaggio nella bottiglia potrebbe essere il seguente: il fatto che di notte tutti i gatti sembrano grigi non vuol dire che lo siano. Come dimostra il fatto che la circolazione e lo scambio di cervelli fanno solo bene alla salute. Dei cervelli, dei paesi dai quali provengono e di quelli che li ospitano. La fuga e lo spreco no.
Cosa è cambiato in questo anno e mezzo? Che assieme ai cervelli se ne vanno sempre più anche i cuori, quelli dei giovani che nel nostro paese trovano sempre meno il modo di realizzare le loro aspirazioni.
Ci sarà un modo per invertire l’ago della bussola?
Chi ce vò bene appriesso ce vene
Chi me vò bene appriesso me vene. Era uno dei detti preferiti da papà per indurci a seguirlo in qualche gioco, passeggiata, ecc. quando già avevamo superato l’età del “chi vò venì cu mmé mette ‘o dito ccà sotto” (lui con il palmo della mano aperta all’ingiù, noi felici di farci acchiapare il dito quando chiudeva la mano) e non avevamo ancora l’età del “se vulite venì, venite, o si nno facite comme ve pare”. Lui era fatto così. Se non lo assecondavi, “si pigliava collera”, naturalmente quando si giocava, perché quando si faceva sul serio o si faceva come diceva lui o si faceva come diceva lui.
Lo so che più passa il tempo più ho modi strani di associare le cose, ma a me questa storia di “chi me vò bene appriesso me vene” mi è tornata in mente qualche giorno fa, dopo che il mio amico Salvatore, al quale avevo mandato il .pdf di “Legalità, ti voglio Bene”, mi ha inviato una mail molto affettuosa con la domanda difficile finale incorporata: “Vincenzo, ma secondo te in Italia c’è ancora spazio per la legalità e il rispetto delle regole?”.
Io ritengo che la parola amico, quando è usata a proposito, comporti un grande privilegio e molti piccoli obblighi, cosicchè ci ho pensato un pò su e poi ho così risposto a Salvatore: “Carissimo Sasà, non so rispondere alla tua domanda. Punto. Dopo di che, come dice il saggio cinese, solo se in inverno ti prendi cura del seme in primavera puoi sperare di veder spuntare la pianta. Insomma noi ci proviamo. Pò, chi ce vò bene appriesso ce vene”.
La morale della storia? Non ci sta. Anzi si. Noi lottiamo, amiamo, piangiamo, ridiamo, insomma viviamo, rispettando le regole. Chi ce vò bene appriesso ce vene.
Secondigliano, mon amour
[…] È tutto il giorno che continuo a pensare a Secondigliano. Non tanto per i 25 anni e passa che ci ho trascorso. È che a Secondigliano ho comprato il mio primo disco, un 33 giri di vecchi successi di Peppino di Capri. E il mio primo libro, Lavoro salariato e capitale di Karl Marx. Da Secondigliano sono partito per occupare la mia prima scuola, l’Istituto Tecnico Industriale Statale Francesco Morano di Caivano. E per andare al mio primo concerto rock, The Incredible String Band alla Mostra d’Oltremare. A Secondigliano sono stato ragazzo. Fidanzato. Tifoso. Studente. Comunista. Ho vissuto la mia vita da mediano. Con mio fratello Antonio; Tonino Parola, figlio di Raffaele, operaio all’Italsider; Salvatore Traino, detto ò beat, figlio di Gennaro, operaio alla Mecfond; Stanislao Nocera, figlio di Cosimo, operaio alla Mangimi Chimici Meridionale; Antonio e Carmine Rubino, figli di Gennaro, pensionato; Umberto e Gennaro Pastore, figli di Antonio, artigiano. Tutti soci fondatori del Gruppo Alternativo Incazzati di Secondigliano. Con regolare sede in via Corso d’Italia. Ampio sottoscala condiviso con una compagnia di prosa napoletana. Da “Non ti pago” di Eduardo De Filippo a “Howl” di Allen Ginsberg. Dalla musica di Charlie “Bird” Parker alle canzoni di Massimo Ranieri. Niente spocchia. Nessuna puzza sotto al naso.
Per me Secondigliano è tutto questo. E molto altro ancora. Oggi deve essere la giornata mondiale del déjà vu. Mi tornano in mente senza un ordine preciso. Ma sono proprio loro. Senza ombra di dubbio.
Giorgio Gagliardi, tecnico della Radaelli, milanese, che mi presenta la donna, napoletana of course, destinata a diventare la più importante della mia vita.
Don Peppe detto Testolina, che nella Torino dell’autunno caldo raccoglie sassi per strada e li vende come pietre del Vesuvio. Uomo capace di giocare e di perdere, in quegli stessi anni, 700 mila lire giocando una partita a scopa. Vince chi fa sette punti. 100mila lire a punto. Una partita sola. Senza rivincita. Una vita da magliaro e un sogno. Vedere Ciro, l’ultimo figlio maschio, diplomato. Almeno per lui vuole un destino diverso. Ed è strenuamente convinto che solo la scuola possa darglielo. Il fatto è che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino dei re. Figurarsi in quello dei magliari. Sarà la sconfitta più dolorosa della sua vita.
Peppe detto “a lente” a causa della marcata miopia, discreta ala destra, esponente di seconda fascia della band dei magliari, più piccole truffe che fantasia, non ha ancora 30 anni quando supera il traguardo dei 200 comuni che gli hanno consegnato il foglio di via.
Totonno detto “tre palle”, meglio lasciar perdere per quale ragione, che quando Pippone, l’eleganza fatta “paccotto”, gli chiede di affacciarsi dal finestrino per vedere quale stazione si stanno lasciando alle spalle risponde “siamo a Alemagna panettoni”.
Gennarino De Rosa, detto Topolino, forse per i baffetti radi o forse no, operaio in una piccola fabbrica di calzature, un destino segnato dalla colla e dai tacchi.
Pasqualino detto “ò ricciulillo” in omaggio alla folta chioma che fu, che ha in sorte una sorella di nome Margherita e il tormento del nostro sorriso malizioso mentre intoniamo, si fa per dire, “perché Margherita è buona, perché Margherita è bella, perché Margherita è mia”, ogni volta che lo vediamo avvicinarsi.
Tutto vero. Giuro. Com’è vero che Secondigliano mi è rimasta appiccicata addosso anche quando, con il matrimonio, mi sono potuto spostare al Petraio, magica scalinata tra Chiaia e il Vomero, uno degli scorci più incantevoli di Napoli. Forse è per questo che non mi sono mai del tutto rassegnato all’infinito degrado del mio quartiere. Che, non potendo naturalmente impedirlo, ho cercato almeno di esorcizzarlo. Con l’ironia. Con il ricordo. Penso al tormentone interpretato fino allo sfinimento e oltre con Luigi Santoro, mio maestro e compagno alla Cgil. Io che propongo di organizzare un convegno dal titolo “Secondigliano non è solo camorra”, lui che risponde serio che si può fare. A patto di affidare a lui l’intervento centrale. Titolo: “… è pure munnezza”. Luigi è così. Prendere o lasciare. Battuta sempre pronta. Mai banale. L’organizzazione prima di tutto. Se ti può stressare ti stressa. Se può farti venire i sensi di colpa te li fa venire. Però non ti lascia mai solo. Lui c’è. E tu sai che su di lui puoi contare. Sempre. Comunque su Secondigliano ho continuato a pensarla a modo mio, anche se a sentire lui io ho sempre pensato e fatto a modo mio. Adesso che ci penso, qualcosa di vero ci deve essere, perché una volta anche il grande capo, Sergio Cofferati, mi ha detto che ho il difetto di fare sempre di testa mia, che non sto a sentire nessuno. Ma quella volta era molto arrabiato con me per faccende legate al sindacato campano. O forse poi me lo ha detto anche qualche altra volta. Comunque quella è un’altra storia, che forse un giorno racconterò. In questa c’è che nelle diatribe tra le bande giovanili del Vomero e quelle di Secondigliano, quando con l’apertura della linea 1 della metropolitana i “tamarri” di periferia si sono potuti finalmente riversare in massa nei quartieri “alti” della città, non ho avuto dubbi a schierarmi dalla parte giusta. Naturalmente quella di Secondigliano.
In questo diario il mio quartiere non ci sta insomma per una questione di folklore. Né per nascondere le sue vergogne. Non sarebbe giusto. E neanche possibile. La mia è piuttosto una dichiarazione d’amore. Per tutto quello che esso ancora rappresenta per me. Per le tante persone perbene che ci sono vissute. Per tutte quelle che ci vivono ancora. Forse dovrei scrivere che è soprattutto per loro che non bisogna perdere la speranza. La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse.
Enakapata Movie
Forse ve l’ho già raccontato. O forse no. Del mio @mico regista che leggendo di zia Concetta e papà mi ha chiesto di mandargli una bozza di sceneggiatura che lui magari lo faceva diventare un “corto”. Io, naturalmente l’ho presa come dovevo prenderla, come un gesto di amicizia, come si dice, una cosa carina. E invece no. Perché ieri l’ho me lo sono ritrovato in chat con la medesima reiterata richiesta. E allora ho capito che le sue intenzioni sono serie, come disse la signora Assunta quando Totonno tre palle le si presentò in casa con cravatta, 11 rose rosse e scatola maxi di Baci perugina per “appuntare” ufficialmente il fidanzamento di fatto con la figlia Carmela.
Cosa succederà adesso? Manderò le mie due paginette al mio @mico Francesco.
Cosa succederà dopo? Probabilmente nulla. Perché non è detto che le mie due paginette piacciano a Francesco. E perché anche se gli piacciono non è detto che trovi il modo di tirarne fuori qualcosa.
Vi sembro strano se vi dico che a me tutta questa storia già così mi piace un sacco? E poi sono o non sono un mago della serendipity? Io per intanto scrivo. Il resto, se accade, ve lo faccio sapere.
La nota della salute
Con Anna e Gerardo siamo amici da una vita, anche se tra le cose della vita non sempre riusciamo a districarci in maniera tale da trovare più spesso il tempo di stare assieme. Ieri sera però ci siamo riusciti alla grande.
Vogliamo cominciare dalle pizze fatte da Anna? Erano così buone che con Alessandro, Anna, Barbara, Cinzia, Federica, Gerardo, Gianni, Sondra, Valeria (notare il rigoroso ordine alfabetico, please) abbiamo deciso di fondare la Compagnia della Pizza e di vederci ogni inizio anno per i prossimi 30 anni (fatta una rapida addizione mi sono rifiutato di impegnarmi oltre) per celebrare il nostro vincolo di amicizia. Immancabile quanto inutile (tra non molto il verbo ascoltare lo potremo eliminare dal vocabolario) la discussione sul rapporto dei ragazzi con Facebook, con me unico tra i grandi (nel senso di over 40, of course) a sostenere la causa dei social network. Infine la più magica, paranoica, insinuante, comica, eroica osservazione che un/a amico/a può fare su Enakapata: “però a me tra gli amici non mi hai citato”.
Chi è stato/a non ve lo dico. Vi dico invece che aveva i titoli per farlo. Aggiungo che è finita come ogni volta a ridere, tra uno sfottò di chi su Enakapata c’è e una citazione della più nota “nota della salute” di tutti i tempi, quella stilata da Tommasino in Natale in Casa Cupiello.
Dite che c’è qualcuno che non la conosce? Rispondo che non è vero ma ci credo. E ve la regalo direttamente da You tube. Buona visione.
Era un giovidì, signò
From Enakapata. Thursday, September 11 2006
Non avevo dubbi. Ma mentre metto a punto il corso per il nuovo anno accademico ripenso con piacere all’interesse riscosso dal modulo sulla Serendipity. Un interesse che l’esempio di Carninci ha sicuramente contribuito a rafforzare. Thomas Kuhn e la struttura delle rivoluzioni scientifiche, il cambiamento di paradigma, l’inganno del saggio scientifico, le scoperte multiple indipendenti, il rapporto tra genio e caso sono diventate anche grazie a lui qualcosa di più del “solito” programma del corso di sociologia dell’organizzazione da studiare “a pappardella” per sostenere l’esame e cancellarlo dalla memoria il giorno successivo. Mi convinco sempre più che per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reali. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità.
Esce oggi un mio nuovo articolo dedicato ancora alla serendipity e all’organizzazione della scienza. Lo spazio tiranno costringe Pierangelo Soldavini, vicecaporedattore di Nòva, a sforbiciarlo qua e là. La cosa gli riesce con una maestria che la sintesi che segue non riesce di certo ad eguagliare.
Il punto di partenza è dato dal concetto di Serendipity, sconosciuto ai più, buffo anzichenò, con un certo non so che di magico, una sorta di supercalifragilistichespiralidoso della ricerca sociologica che dobbiamo al genio di Robert K. Merton. Quello di arrivo dalla possibilità che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi moltiplichi ed acceleri le opportunità per tutti quei soggetti – città, università, imprese – che intendono puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che per questa via si possa crescere di più. Sfruttare di più e meglio le opportunità. A sostegno dell’idea cito ancora una volta il lavoro di Carninci. Ricordo che in Italia non ha avuto la possibilità di stabilirsi come ricercatore, pur avendoci provato per diversi anni, sia in campo universitario che nell’industria biotecnologia. Che mentre le domande con le quali era solito fare i conti dalle nostre parti erano del tipo: prenderò il prossimo stipendio? devo cambiare lavoro? se non compero la carne ma mangio solo spaghetti, riesco ad avere i soldi per fare benzina e andare in laboratorio?, giunto in Giappone le domande prevalenti sono diventate di colpo: come capire la funzione del genoma? come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni? Evidenzio il fatto che in Giappone, come negli Stati Uniti, le strutture di ricerca sono organizzate, la ricerca è un investimento in sapere, il ricercatore è considerato un produttore di conoscenza e di brevetti per lo sviluppo del paese. Indico la necessità di prendere atto della oggettiva difficoltà del nostro Paese ad uscire dai confini della sperimentazione, a delineare una prospettiva nella quale le eccezioni diventino la regola, le buone pratiche la norma. Sottolineo che si tratta di un prendere atto che non significa subire, ma piuttosto comprendere fino in fondo tali difficoltà per incrementare le effettive possibilità di superarle. Come? Ad esempio attivando processi di sensemaking, cioè considerando la realtà come il risultato dell’attività delle persone che danno senso in maniera continua alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate. Esplicito l’idea che il sensemaking possa favorire il passaggio dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi – fini, a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Concludo sostenendo che in Italia esistono molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione e allo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso”. Che davvero nell’Italia delle cento città questa può essere questa una maniera utile per sostenere processi di sviluppo dal basso, diffusi, di qualità. In particolar modo se saranno le istituzioni, le università, le imprese a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la loro propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la loro voglia di fare rete.
Potsu-potsu
Si scrive potsu-potsu. Si pronuncia, più o meno, po(t)zu-po(t)zu. Significa schizzechea. Cosa vuol dire schizzechea? Ma allora, come dice Riccardo, state proprio a pezzi. Ma come, c’è anche la canzone di Pino Daniele, Vorrei rubare per un’ora, qualche sorriso e qualche storia, però il tempo sta cambiando, schizzechea. Schizzechea sta per “piove rado, lentamente, piano, appena”. Ebbene si. Pare che il giapponese, come il napoletano, sia una lingua decisamente onomatopeica.
Non lo sapevate? Neanche io e Cinzia fino a ieri sera. Quando abbiamo imparato che Vincenzo in giapponese si dice Vincenzo. Dite dove sta la novità? Ci sta, ci sta. Perché ad esempio Roberto in giapponese si dice Roberuto. Perché Vincenzo uguale e Roberto no? Perché nella lingua giapponese non esistono sillabe tronche, ad eccezione di quelle che finiscono in N. La N è insomma l’unica consonante che può rimane tronca. Vi state chiedendo se ieri sera io e Cinzia abbiamo cenato con amici giapponesi? La risposta è no. Patrizia e Roberto, che ci hanno invitato nella loro bella casa, sono napoletani doc. Così come Barbara, alla quale dobbiamo la conoscenza di Patrizia e Roberto. Il fatto è che per Patrizia, Roberto e Barbara il Giappone è passione, cultura, studio, lavoro. Il giapponese è la loro seconda lingua. Il Giappone la loro seconda casa. L’ospitalità e la cena deliziosa, la buona compagnia, le chiacchiere intorno al Giappone e alla Cina, al giapponese e al napoletano, a Froncois Jullien e a Ivan Morris, al pensiero dell’efficacia e alla nobiltà della sconfitta ci hanno consentito di trascorrere una bellissima serata.
Sarà l’età (non scatecollatevi a fare sì sì con la testa, vi potrebbe venire un dolorino dietro al collo), ma mi convinco sempre più che un bel libro, una bella chiacchierata, una bella passeggiata e una bella donna (anche un bell’uomo, of course, ma in queste faccende ognuno parla per sé) sono tutto ciò che serve nella vita per essere felici. Ci vediamo l’anno prossimo.
Overamente è ‘na capata!
Luigi Della Corte: Ve lo ricordate il fratello di Parascandolo, nel film “Così parlò Bellavista”? Ecco, chi scrive è “fratello di”, in questo caso di Renato, una delle “comparse” di Enakapata (quello della cartolina, per capirci).
La faccio breve: penso che il libro abbia molti pregi.
Anzitutto: esce fuori dallo schema “in viaggio con papà”. Il “diario” di Vincenzo e Luca in Giappone è fatto “alla pari”, senza passare da rituali, iniziazioni o passaggi di testimone o altro. È quasi una vita domestica, dove l’eco di Napoli arriva e porta le sue nostalgie di sempre.
Altro pregio: si parla di università e di eccellenze, di ricerca, di innovazione. E si dice che sì servono soldi (e tanti) per portarle avanti, ma che da soli i soldi non bastano. Servono sopratutto teste pensanti e idee da mettere in circolazione liberamente. Non è una ovvietà ripeterlo, in una Italia che – non solo nell’ambito universitario – sembra fatta di “compartimenti stagni” e di tagli alle spese, di mancanza di coordinamento e forse (ahinoi!!!) di finalità.
Infine, la cosa che mi ha colpito di più: Enakapata è una “foto” dei tempi di oggi. Email, cartoline, skype, telefonate e quant’altro. Relazioni che nascono e crescono attraverso vecchi e nuovi mezzi di comunicazione, che non temono le distanze: una società globale che ha voglia di comunicare, di confrontarsi e – una volta tanto – di capirsi. Un mondo che, nonostante tutto, overamente è ‘na capata!
Ma io e Adriano siamo amici? E io e Concetta? E io e Bruno? E io e …
Vincenzo, I’d like to add you to my professional network on LinkedIn. Il messaggio è quello di prammatica, ma l’invito viene da Carninci, che peraltro è da un bel po’ che non sento. È domenica mattina e lo stress non è quello dei giorni migliori. Mi connetto alla piattaforma LinkedIn, digito login e password, accetto la richiesta di Piero, mi metto a sistemare le mail in entrata e in uscita. […]
Ma io e Piero siamo amici?, mi domando. Sì, certo, mi rispondo. Ma sono quasi 2 anni che ci conosciamo e non ci siamo ancora visti una volta che fosse una, mi dico ancora. Non un caffè preso assieme. Non una stretta di mano. Vero, controbatto. Ma ci siamo sempre sentiti ben accolti nella cerchia dell’ospitalità. Abbiamo condiviso il piacere della conoscenza. Abbiamo trovato impressioni e connessioni come solo ai veri amici accade.
Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe Testolina, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà e non smette fino a quando l’amico non scende. […]
Assieme a Cinzia, ho inviato per la prima volta una mail a Piero Carninci a inizio ottobre 2005. Sono diventato suo amico su LinkedIn il 27 maggio 2007. Ci siamo scritti e parlati via Skype più volte nel corso dell’anno. Ho stretto la sua mano per la prima volta a Tokyo la sera del 3 marzo 2008. Magie di internet. Tecnologie che riarredano il mondo nel quale viviamo. E mentre siamo intenti a disporre le nuove cose, a dare significato le parole che le definiscono, a gestire l’incertezza che ad esse è associata, ci scopriamo in un mondo diverso da quello al quale eravamo abituati.
Prendiamo la parola amico. Su Facebook ne ho quasi 800. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò grazie a Facebook. Con parecchi di loro mi scrivo, scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto accada di fare con molti amici “in carne e ossa”. Eppure ogni volta mi viene da dire “siamo amici su Facebook”. Perché? Perché non c’è “una parola una” che definisce questo rapporto? E se fosse l’ora di inventarla?
Noci, nucelle e castagne ‘nfurnate
I remember. Ricordo che il momento dell’abbrancata era quello più eccitante del cenone della vigilia. Dopo, con i dolci, sarebbe tornata l’armonia e la pace che si addicono al Natale, ma quello era il momento della competizione. Di più. Della più accanita, agguerrita, fraticida, chiassosa, giocosa lotta dell’anno.
Come si svolgeva? Noci, noccioline, mandorle, castagne infornate, ecc. venivano riversate al centro del tavolo e ad un cenno di papà io, Antonio e Gaetano e Nunzia cercavamo di abbrancare”, cioé di afferrare, conquistare, accaparrare quanto più era possibile. Le gomitate si sprecavano. Così come le risate. E i tentativi quasi sempre infruttuosi di infilare le mani sul bottino già conquistato da fratelli e sorella.
Era quasi una lotta senza quartiere. Estremamente divertente. Che aveva fine solo quando mamma, gerla in mano, passava in rassegna la “truppa” intimando la restituzione del “maltolto”. A suo dire era per evitare il sopraggiungere di fastidiosi mal di pancia, ma noi abbiamo sempre pensato che intendeva evitare soprattutto che le “scorte” si esaurissero prima del tempo, il giorno della Befana.
La più bella ex contadina del mondo, nostra madre, su questo punto era inflessibile. Il procedimento era lo stesso a Pasqua. Le letterine piene di buoni propositi sotto il piatto di Papà. Papà che con grande “sorpresa” le notava, le leggeva, si commuoveva e ci dava mille lire ciascuno, mamma che passava con la mano aperta per ritirare le milel lire che le avrebbe conservate lei per quanto ci servivano.
Le avete mai viste voi le mille lire di papà? Neanche noi.
Tanti anni fa ho scritto che il Bel Paese lo vedo proprio così. In balia di chi pensa che non resta che abbrancarne i pezzi, che siano di territorio, di media, di magistratura o di quant’altro poco importa. Il tutto senza divertimento. E senza che si intraveda chi abbia la capacità e i “titoli” per avviare il gioco e stabilire le regole. Che a tutt’oggi (l’oggi di più di dieci anni fa) non ci sono. Aggiungendo che forse sarebbe stato il caso di cambiare il gioco. E coloro che ne erano i protagonisti.
Ma che faccio, è Natale e mi metto a fare ragionamenti politici? Perdonatemi. Un abbraccio affettuosi a tutti voi. Buon Natale.
Enakapata Sottolineato
Sottolineato, una splendida idea – pagina promossa su Facebook. Una telefonata. Un pò di chiacchiere formato chat. Intersezioni, interazioni, connessioni. La voglia di incrociarlo alla prima occasione davanti a un buon caffé. Per fare quattro chiacchiere formato chiacchiere. E magari “inventare” qualcosa assieme. It’s “my” Adriano Parracciani, folks. Quelle che potete leggere di seguito sono invece la sua mail e la sua recensione.
Ti mando su gmal una recensione di Enakappata. Non ho fatto come invece sono solito fare, varie riletture a freddo con relative correzioni; quindi scusa per gli errori e/o strafalcioni che troverai. Ho finito il libro da qualche giorno e non volevo meritarmi il carbone nella calza della Befana quindi mi sono detto meglio inviare subito il commento anche perchè devo rimettermi sotto a terminare la pazzia in cui mi sono imbarcato: un romanzo thriller storico. A presto. Adriano.
Inizio a leggere le prime righe. Uno scienziato italiano quarantenne dirige in Giappone un consorzio di cervelloni che sta rivoluzionando le conoscenze sul DNA. Ho capito, si deve trattare di un romanzo di fantascienza, non ce dubbio. Le righe che seguono però smentiscono la mia ipotesi: è scienza; proprio quella vera con la esse maiuscola.
Il testo scorre agevolmente e subito si comprende che Vincenzo Moretti, l’autore, ha una fissa: quella della serendipity nella scienza. Il Moretti sociologo vuole sapere quanto conta il caso nella ricerca, se la casualità è tanto importante quanto il genio, e se conta più il talento o l’organizzazione per avere successo. Se ne va quindi in Giappone per un mese a studiare la cosa, portandosi il figlio Luca, bassista ed ex studente di fisica, che gli farà da tutor-assistente-traduttore-spalla-bandante-figlio, ma non solo. Il Moretti bassista, è infatti il contro-canto del Moretti sociologo in questo libro-blog di viaggio.
I due Moretti hanno un problema, per esplicita dichiarazione del sociologo: sono di Secondigliano. Essere di Secondigliano e voler combattere, con la dignità ed il rigore, l’ironia ed il luogo comune.
Essere di Secondigliano, però, e non perdere la speranza: uhm..dura. “La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse” dice Vincenzo prima di partire. Quello che scopre del Giappone non lo aiuterà a ricredersi, tutt’altro.
Ma torniamo alla ragione del viaggio. Capire se quel centro di ricerca nel Sol Levante può essere preso ad esempio come modello organizzativo innovativo e vincente. Studiare il modello Riken, ed il sociologo lo fa con il metodo scientifico; intervistando quelli che contano: gli scienziati italiani che lì eccellono, i ricercatori, i nobel e alcuni semi-dei dell’industria giapponese. Interviste incontri, visite,
appunti, articoli analisi e riflessioni alla fine permettono di scoprire la ricetta vincente.
Competere anzi collaborare è loro paradigma; lì fare rete è una cosa che si fa, che si applica, non come in Italia dove è solo una frase da consulenti, che si usa dire e ri-dire perchè è di moda. “Come dice Joda a Luke nel quinto episodio della saga di Star Wars, provare non esiste. Esiste fare o non fare”.
Serendipity e processo organizzativo basato sul merito, vera condivisione, forte collaborazione e sana competizione, non guerra; voglia di “cimentarsi con l’inedito” e comprendere che “fare ricerca in giro per il mondo fa bene alla ricerca”. “Senza soldi non si fa ricerca” ma il Giappone lo sa e provvede.
Mia nota tra parentesi (In Italia, non solo a Secondigliano, tutto questo non si può fare. Menti italiane eccellono all’estero perchè in questa italia con la minuscola, l’eccellenza è abolità, così come il merito, il rispetto, la responsabilità e svariate cosette di questo genere).
Come ho detto, il bassista ed il sociologo sono napoletani. Non che questo sia ne un pregio ne un difetto, lo dico perchè questa essenza partenopea si annusa in tutto il libro, come è giusto che sia. Tante righe sono dedicate ai ricordi di gioventù, a Secondigliano, agli affetti familiari ed alla napoletanità.
Le innumerevoli citazioni di Totò mi rendono la valutazione di Enakapata assolutamente parziale; a me, che sono una specie di zio Peppino, ne bastano tre per definire un libro automaticamente eccelso. Durante l’incontro dei Moretti con Tonomura (Mister Hitachi, nominato National Tresure dall’Imperatore) che aveva notato come i due avessero lo stesso cognome, Luca interpreta addirittura il mitico ritornello “Vincenzo mè padre a me”.
I due Moretti vanno alla scoperta del Giappone e attraverso Enakapata lo fanno scoprire anche a noi. E cosa si scopre? Un altro mondo!
– in Giappone il Karaoke è una vera mania; (Oh no eviterò di andarci);
– in giappone neanche i fandanzati si chiamano per nome;
– non si mangia per strada, tant’è che non ci sono i cestini;
– le stanze andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo;
– le cose vengono costruite a regola;
– s’indossano le mascherine per proteggere gli altri dai propri virus;
– è sconveniente starnutire in pubblico;
– il lavoro è finito quando è finito non quando suona la campanella;
– si da valore alla responsabilità, al rispetto, al lavoro;
– il colore del grembiule degli scolari dipende dal profitto;
– per contare chiudono le dita invece di aprirle;
– se possono fare una volta “prima” allora possono fare sempre “prima”;
– la spazzatura te la ritirano a casa
– parlano poco la lingua inglese (ehi, come noi);
– tanta gente ma niente prepotenze, spinte o casini;
– i mezzi pubblici spaccano il secondo, sono confortevoli, puliti e silenziosi;
– si rimane colpiti quando si guasta la metro;
– la bellezza è un ossessione.
Come dicono i Moretti, sti giapponesi sono dei “tipi strani”. Dopo un mese, al ritorno, Luca conferma l’amarezza iniziale di Vincenzo; “La saggezza popolare recita che partire è un pò morire. Forse talvolta è vero il contrario”.
E’ l’amara conclusione rispetto a quello che potrebbe essere ed che invece non è.
Riccardo e il ritratto del nonno
Riccardo ha appena compiuto 14 anni. Una settimana fa l’ho trovato a casa mia che guardava il disegno a matita del nonno e scriveva. Gli ho chiesto cosa stesse facendo. Un ritratto del nonno, mi ha risposto.
Il suo ritratto del nonno è questo:
Quell’oscuro abisso era costeggiato da un contorno ondulato di ciglia lunghe e sottili, sotto cui si ergeva come un monte solitario quel suo enorme naso, forse un pò goffo, ma pieno di espressione. Sotto, una bocca lunga e sottile era contornata da qualche ruga appena accennata. Sopra gli occhi, si estendeva una pianura rosa costeggiata ai due lati da due boschi bianchi come la neve.
Il punto, almeno il mio, non è né la somiglianza né, tantomeno, la qualità letteraria del ritratto. Il punto, almeno il mio, è la motivazione. Quella che l’ha portato a casa mia. Ad osservare il disegno del nonno. A scrivere il suo ritratto.
Riccardo frequenta il primo liceo scientifico. L’altro giorno ha avuto la pagella del primo trimestre. Sua madre, da sempre più presente di me in queste faccende, è andata a scuola per ritirarla e per parlare con i proff.
Quando sono passato il giorno dopo, ho saputo che Riccardo e la sua classe erano andati al cinema e che la prof. che li aveva accompagnati era tornata superarrabbiata perché i ragazzi avevano lasciato di tutto per terra. Dopo di che aveva rimarcato l’esigenza di parlarne nelle sedi d’istituto, aveva ribadito che una cosa del genere non poteva essere lasciata passare in silenzio e aveva concluso sottolinenando che era stato solo grazie a Riccardo, Francesco e Alessio, che avevano raccattato tutto quanto era possibile raccattare, che era stato possibile non sprofondare per la vergogna. La cosa ha avuto un seguito già il giorno successivo in classe quando un’altra prof. ha voluto fare personalmente i complimenti a Riccardo, Francesco e Alessio per ciò che avevano fatto.
Il punto, almeno il mio, non è quello di raccontare quanto sono bravi ed educati Riccardo, Francesco e Alessio. Sia perché in fondo hanno fatto soltanto ciò che andava fatto , sia perché messa così la faccenda fa fatica ad avere un valore generale.
Il punto, almeno il mio, è che ancor più dei ragazzi che hanno avuto un comportamento responsabile sono stati le proff. che, valorizzando tale compertamento, hanno posto le basi per l’attivazione di circuiti virtuosi, di buone pratiche, di processi di isomorfismo.
Il punto, almeno il mio, è che deve essere conveniente essere educati, rispettosi, responsabili affinché si diffonda la cultura dell’educazione, del rispetto, della responsabilità. E che nella determinazione di questa convenienza sono decisive le motivazioni delle persone. E, ancor di più le azioni delle famiglie, delle scuole, delle imprese, dei governi a ogni livello.
Elementare. Ma niente affatto semplice. E questa volta non c’entra il mio punto di vista. Basta guardare a casa Italia.
Di giappoletani, di naponici e di altre sciocchezze
Roberto De Pascale lo conoscete già. Ve ne ho parlato in un post di qualche settimana fa commentando le foto e il post che aveva inviato da Ikebukuro. Oggi sulla pagina di Enakapata su Facebook ha postato questo messaggio:
Fino ad ora in Giappone ho conosciuto tre “giappoletani” d.o.c.: uno è Girolamo Panzetta, presentatore TV ed uomo immagine della cultura tradizionale napoletana; il secondo è Salvatore Cuomo, visto esternamente puo’ sembrare un giapponese ma ha un cuore (anche se un pò “acciaccato”) totalmente napoletano, vero rappresentante della Cucina Napoletana in terra di Yamato; il terzo è Pietro Cristo, poliedrica figura, capace di fare l’arbitro di calcio come l’attore in film con Takeshi Kitano, che ogni settimana si collega tramite “feed radio” ad orari indecenti pur di seguire, in diretta, le partite del Napoli. Come la forza in Luke Skywalker, la Serendipity scorre forte in queste persone”.
Di “naponici” (il neologismo definisce in questo caso i napoletani che coniugano la creatività partenopea e l’approccio al lavoro nipponico) avevo raccontato più o meno nello stesso periodo su Della leggerezza.
La domanda potrebbe essere: dato che il giappoletano ha già scelto il Giappone per realizzare le proprie aspirazioni, si può fare ancora qualcosa affinché almeno i naponici vivano le loro vite “per genio e per caso” trovino le loro strade serendipitose da queste parti?
Zia Concetta e papà
L’effetto “livella” della morte l’ho imparato da piccolo, alla morte di un mio vecchio zio, mezzo alcolizzato, nulla facente (anzi nò, qualcosa la faceva, ogni tanto picchiava moglie e figli) grazie a un bel manifesto listato con su scritto “dopo una vita dedicata alla famiglia e al lavoro, serenamente come visse si è spento eccetera eccetera”.
Dite che così non vale? Non lo so. Quello che so è che mia zia per anni ogni domenica è andata al cimitero con la sua brava sediolina pieghevole e ha allietato il deceduto consorte con ingiurie, sberleffi e anatemi di ogni tipo.
Dite che così non serve a niente? Non lo so. So che a un certo punto la zia l’abbiamo soprannominata Highlander. E che è stata l’ultima dei Moretti della sua generazione a morire, quando i 90 anni li aveva già lasciati alle spalle da un pezzo.
Zia Concetta era un personaggio unico e con le sue sotrie di vita si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Con papà, il più piccolo dei fratelli, (è quello che vedete nel disegno), c’era stato una volta un siparietto tragicomico di quelli che sembrano usciti dalle commedie di Eduardo.
Scena. Letto di morte di zia Maria. Personaggi. Papà che piange inconsolabile la sorella a cui era particolarmente legato. Zia Concetta. Che arriva claudicante. Abbraccia papà. Piange. Lo abbraccia più forte. Gli dice “Pascà, simme rimasti io e te, mò devi morire solo tu”. Papà che la spinge via, si tocca là dove non batte il sole e le risponde “Cuncé, ma pecché, nun può murì primme tu, ca tieni vintanne cchiù é me?”.
Se avesse potuto, credo che anche zia Maria sarebbe scoppiata a ridere. Di certo non se la prese per la risata che si propagò presenti.
Perché vi racconto tutto questo? In primo luogo per ricordare papà, che era davvero una grande anima anche se io non l’ho mai capito fino in fondo fino a quando non c’è stato più. E poi perché questa storia a Natale in un modo o nell’altro in famiglia ce la raccontiamo sempre. E quest’anno mi piace raccontarla anche a voi. Tanto, se non la volete sapere, potete anche cliccare da un’altra parte. Tanto io non mi offendo. Noooo.
Fare è pensare
Né carne né pesce. Si intola così una bella nota di Irene Gonzalez su Facebook dove l’autrice scrive ad un certo punto: ” […] Mi piacerebbe che sulla carta di identità di questa persona ci potesse essere scritto: UOMO DI CULTURA, ma è pur vero che la vaghezza a cui queste tre parole sono condannate nel mondo di oggi sparirà difficilmente, visto che a sparire, oggi, è sempre più il significato delle parole e quindi delle cose. E delle persone.
Ecco la mia riflessione: fare cultura è promuovere il pensiero, le idee, la bellezza, l’utilità pratica di qualcosa tanto impalpabile quanto importante per la vita di ogni ora, di ogni tempo, di tutto il tempo […]”.
Da quando non ho più la televisione la sera devo reinventarmi le ore o i minuti prima del sonno. Ieri ho cercato un libro, sono inciampato in Richard Sennett e nel suo L’uomo artigiano, mi sono detto ma sì, è il momento di rileggerlo, nelle prime tre righe della prima pagina, quella dei ringraziamenti, ho letto “Voglio dichiarare il mio debito speciale nei confronti del filosofo Richard Foley. Ero arrivato a un punto morto del mio libro, quando Foley mi domandò: “Quale è l’intuizione che la guida?”; d’impulso risposi: Fare è pensare” e non ho avuto più dubbi.
Karl Weick nei suoi vagabondaggi intorno al senso e al significato nelle organizzazioni (Raffaello Cortina, 1997) l’ha definita retrospezione, in estrema sintesi l’attività del ripensare, dell’osservare e dello spiegare a posteriori a partire dall’analisi del vissuto significativo.
Senso, significato, fare, pensare. Per me Enakapata è un pò tutto questo. Sono grato a Irene, a Richard e a Karl (gli ultimi due mi perdonino la confidenza poetica) per avermelo ricordato.
Come si fa ricerca. E come si pulisce la città. Questo lo avete detto voi
Cinzia Massa: Bacoli (NA). Cittadina di circa 30 mila abitanti. Dalla primavera di quest’anno è cominciata la raccolta differenziata porta a porta su aree sperimentali. Cosa significa? Che su un territorio abbastanza vasto il porta a porta viene eseguito in aree con densità abitativa bassa, lasciando il libero arbitrio alle altre zone del territorio dove sono ubicati fatiscenti cassonetti in cui depositare carta, plastica (in pochissime aree) e indifferenziato, ovvero di tutto di più!
Sul porta a porta il Lunedì ed il Venerdì viene ritirato l’organico (n.b. in sacchetti di plastica non biodegradabili e neanche trasparenti, per intenderci in buste di supermercato), Martedì e Sabato l’indifferenziato, Mercoledì la carta ( anche essa in sacchetti da supermercato) Giovedì la plastica e il vetro. Mi chiedo e vi invito a riflettere con me … è possibile che un simile sistema funzioni? Come viene controllato il porta a porta? E dove viene scaricato? Non sarà una trovata per ottenere i finanziamenti e non restarne fuori? Come tutte le cose credo che anche la raccolta porta a porta debba essere fatta in tutto il paese e bene oppure no. E che vada controllata.
Concetta Tigano: Vivo a Catania … meglio non commentare!
Carmela Talamo: Somma Vesuviana. Non ci sono nata ma… ci vivo. Raccolta differenziata porta a porta: giorni dispari umido, martedì plastica. giovedì e (badate bene) domenica indifferenziata, per tutti gli altri rifiuti sempre differenziati compresi quelli ingombranti e gli oli isola ecologica dove entri solo con la tessera. Certo la cittadina non è grande come Napoli, certo i costi di gestione per la raccolta sono praticamente raddoppiati … certo tante altre opposizioni, ma funziona e da qualche parte bisogna pur iniziare. Il sindaco è pure del pdl ma se funziona funziona.
Ancora Daniele Riva segnala questo link
Andrea Lagomarsini: Non sai come si fa R&D in Italia, morendo di fame, richiando di fallire ogni anno, avendo la colite e sopratutto non dormendo la notte. Ecco come si fa. Capisco perché se un progetto di innovazione italiana va avanti poi é vincente. Con tutto quello che ha dovuto patire per nascere e crescere, chi lo ammazza più. Che tristezza!
Adriano Parracciani: Provo: solo talento crei; solo organizzazione produci; talento e organizzazione innovi.
Daniele Riva: Qui da me – non sono a Tokyo, ma nel profondo Nord lecchese – è proprio quello che accade: martedì sacco viola trasparente con determinati rifiuti, venerdì sacco trasparente con gli altri tipi di spazzatura, entrambi i giorni viene raccolto anche l’umido in sacchi biodegradabili in mater-bi. Se solo provi a sgarrare ti lasciano il sacco con l’avviso. Tutto il resto (erba, ingombranti, macerie, vetri, ferro) viene portato nella discarica comunale. Penso che sia un modello esportabile anche a Napoli.
Come si fa ricerca. E come si pulisce la città.
Tre riflessioni in risposta a un aggiornamento di stato su Facebook “Sarà capitato anche a voi? Come si fa ricerca in Italia? Come si risponde al dilemma talento e/o organizzazione? “, e alla citazione che potete leggere su questo blog. Due temi molto ma molto caldi come la ricerca e la raccolta differenziata. L’idea che possiate essere in tanti ad avere voglia di interagire. Ne abbiamo cominciato a discutere ieri sera con Antonio Cilardo, giovane e assai valente direttore di Tutti in Piazza, con la prospettiva, naturalmente ancora tutta da verificare, di farne argomento di inchiesta, reportage, studio. Se n’est que un debut, dunque,. Sta anche a a voi fare in modo che continui, qui, su Facebook, sui vostri blog, dove vi pare. L’approccio è quello che conoscete. Pensieri. Opinioni. Casi studio. Esperienze da confrontare e/o da copiare. Eccetera eccetera.
Antonio Cilardo e Valeria Gonzalez
Grazie di cuore ad Antonio Cilardo per la bella recensione su Tutti in Piazza, e speriamo siate in tanti a trovare la voglia e il tempo di leggerla. E un bacio affettuoso a Valeria Gonzalez che anche da Aux en Provence non manca di dedicarci ogni tanto un pensierino come questo: “S’encapar” in provenzale significa “riuscire, andar bene” … hihihi, ke kapata !!!.
Visto che ci siamo vi ricordo l’iniziativa “A Natale regala Enakapata”. Dite che è l’ iniziativa è mia ? E allora? Ciò non toglie che è un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Che Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot (ti) fa solo piacere. E soprattutto che è bello, come disse la mamma allo scarrafone suo.
会席料理 Kaiseki Ryori
[…] Tonomura ha predisposto che la cena si svolga nel ryokan, locanda tradizionale in stile rigorosamente classico, naturalmente nel senso giapponese del termine: pavimenti in tatami, stanze prive di mobili, porte scorrevoli in legno e carta, giardini interni per la cerimonia del tè. […]
La cena è in stile kaiseki ryori, l’alta cucina tradizionale giapponese. Kaiseki letteralmente significa “pietra in grembo” ed è riferita all’antica usanza dei monaci Zen di mettere una pietra calda nei loro kimono in modo tale che durante le lunghe meditazioni potessero sopportare meglio il digiuno, in seguito questo termine serviva ad indicare il pasto che accompagnava la cerimonia del tè. […]
Quello che caratterizza il kaiseki è l’abbinamento di cibi, rigorosamente di stagione, di colori ed estetica delle portate in un’alternanza caldo – freddo. L’insieme di questi elementi crea l’esaltazione delle pietanze attraverso più sensi: vista, olfatto, tatto, gusto.
Per prima cosa ci portano dei tovaglioli caldi con cui lavarci le mani, poi servono dei sukizuke, piccoli antipasti fatti con farina di fagioli accompagnati da fettine di radice di zenzero. Dopo i sukizuke è la volta di hassun e mokozuke rispettivamente piatti di sushi e sashimi accompagnati da verdure crude. Takiawase, verdure accompagnate da zuppa di tofu. Yakimono, ovvero pesce fritto in una speciale pastella. Tomewan, zuppa di miso, condimento ottenuto dai semi della soia gialla, e riso.
Il piatto che più mi colpisce è però il gohan, riso condito con pesce e verdure di stagione crude su cui viene versato il cha (tè giapponese) bollente, in questo modo il pesce viene cotto al momento e il risultato è una zuppa dal gusto unico.
Per finire il dolce, mizumono, fatto di frutta e panna. È una serata indimenticabile anche per la simpatia di Tonomura e della sua assistente Kimi. Ci capiamo perfettamente in inglese, finalmente qualcuno che lo parla.
Tu chiamale se vuoi, recensioni
AAA A tutti quelli che hanno letto Enakapata e non hanno ancora mandato un pensiero, un commento, una recensione la Befana porterà una calza piena piena di carbone.
Come rimediare? Scrivendo a enakapata@gmail.com ciò che pensate del libro. L’unica regola è la sincerità. Altrimenti le calze con il carbone, come le pizze di Peppiniello, passano a due.
Detto di una delle mie ultime sempre più farneticanti iniziative per diffondere Enakapata tra gli abitanti del pianeta Facebook segnalo Sottolineato, la bella pagina ideata da Adriano Parracciani. Mi piace molto l’idea di condividere “le frasi che sottolineiamo nei libri che leggiamo. Quelle che mettiamo in evidenza, che ci stimolano, che salveremmo dalla distruzione, quelle del copia e incolla”. Mi ricorda un progetto che sto un pò trascurando ma che anche grazie ad Adriano forse presto riprenderò, Citarsi Addosso.
Se un giorno deciderete di atterrare sul pianeta Facebook, e naturalmente ancor di più se ci siete già, non mancate di partecipare.
Buona citazione a tutti.
Un haiku è per sempre
奥まった場
家族から出す
いい考え
okumatta ba
kazoku kara dasu
ii kangae
storie segrete
come una famiglia
grandi idee
Hattori Ransetsu
(1654 – 1707)
Totò, Luca e la Feltrinelli Express
Se state pensando che è un fotomontaggio, vi sbagliate, è proprio Moretti il giovane al lavoro. Se state pensando che è una fortuna lavorare in un posto così, guardate le foto su Flickr per capire fino a che punto avete ragione.
A La Feltrinelli Express di Napoli Centrale su 1100 mq di superficie di vendita potete trovare 25 mila libri (titoli), 9 mila dischi, 4 mila home video, 2 mila giochi. Se passate per Napoli non perdete l’occasione. Se siete Napoli, cosa aspettate a visitarla? La Feltrinelli Express è aperta dalle 7 di mattina alle 10 di sera 365 giorni all’anno.

Il jazz di Marsalis e il soul di Scaffidi
Ancora a proposito di connessioni, a pagina 17 del meraviglioso libro di Wynton Marsalis (Come il jazz può cambiarti la vita, Feltrinelli) guardate cosa ho trovato: Ci vogliono coraggio e fiducia per condividere certe cose. Molte volte è lo stesso atto del rivelare ad avvicinarti alle persone. Mentre conosci una persona, allo stesso tempo apprendi qualcosa del mondo e di te stesso, e se riesci a mettere a frutto ciò che apprendi, il mondo e te stesso ti sono sempre più vicini.
Questa è invece la mail che mi ha inviato Enzo Scaffidi da Brolo:
Carissimo professore,
come le avevo promesso, nel nostro incontro, in Brolo per la presentazione del suo libro Enakapata, mi permetto di esprimerle il mio pensiero, visto che l’ho finito di leggere.
Vi ho trovato un racconto avvincente, ricco di ironia, di tensione, ma anche divertente e paradossale, specchio del mondo in cui viviamo. Vi ho trovato storie straordinarie che entrano in modo indelebile nel nostro immaginario per far parte della nostra memoria.
La lettura di questo libro credo emozionerà il lettore per un racconto vissuto in prima persona; una storia fatta di storie vere, di persone incontrate in un lungo viaggio in un paese lontano e diverso dal nostro. Talmente diverso da essere posto agli antipodi per cultura, costume, dove il rapporto tra diritti e doveri è del cento per cento in quel paese asiatico, mentre nel nostro i diritti vengono reclamati tutti, ma i doveri hanno una percentuale molto bassa.
Nonostante questa differenza, credo che il suo libro non voglia dare la formula per risolvere alcuni dei nostri problemi, in primis, la raccolta della spazzatura, ma evidenziare che se si vuole una cosa si può fare, basta avere volontà e responsabilità. In fondo al vaso di Pandora è nascosta la speranza, che è poi l’ultima a morire.
Vi ho trovato, molto bello, il rapporto con suo figlio, un rapporto fatto di grande stima, di fiducia, di grande amicizia e di grande educazione. Sono purtroppo, sentimenti rari nelle famiglie odierne, dove i genitori anzichè parlare, sentire i propri figli, sembrano arrendersi, concedendo loro tutto per paura di sentirsi rifiutati. Bisogna, anche con i figli, rischiare di credere, avere coraggio, proprio come amare.
Credo che la lettura di un buon libro, come il suo, non è altro che una conversazione piacevole con una persona che vuole dare il suo contributo a una vita giusta e migliore per tutti. Con simpatia. Enzo Scaffidi.
La mia morale della favola? Semplicemente che sono un uomo molto fortunato.
Una fabbrica di connessioni
Alla mia età le principali o le hai imparate o le hai imparate. La vita accade. Ti toglie e ti dà. Quelli più allenati sanno prendere meglio ciò che viene loro dato. E sanno accettare meglio ciò che viene loro tolto. Proprio così. Quelli allenati sanno. Nel senso di conoscono. Nel senso di sono consapevoli. In tutti i sensi.
Naturalmente non è mai facile. C’è sempre un dolore che quando capita a te ti sembra particolarmente ingiusto e inaccettabile. C’è sempre qualcuno meno bravo e più fortunato di te. C’è sempre qualcosa che tu avevi pensato e qualcun altro è riuscito a realizzare. Quelli allenati non vivono fuori dal mondo. E’ che hanno definito un diverso ordine di priorità. Cercano ancoraggi. Volti. Storie. Senso. Significato. Quando non li trovano? Aspettano che passi la nottata, perché alla loro età che la nottata passa o l’hanno imparato o l’hanno imparato.
Sapete cosa ha risposto Antonio Tubelli, in tempi lontani buon dirigente sindacale oggi eccellente cuoco, alla figlia che in qualche modo lo “rimproverava” di aver lavorato una vita senza aver messo da parte una lira? Che invece le lasciava qualcosa che vale davvero, come “un po’ di rapporti con un po’ di bella gente”. E come dimenticare la gioia di quella sera a via Caracciolo, quando Salvatore Veca mi rivelò che le nostre vite possono dirsi tanto più degne di essere vissute quanto più ampie sono le relazioni e le connessioni che riusciamo a determinare con altri esseri, come noi, umani.
Quando presentammo il suo meraviglioso libro, Dell’Incertezza (Feltrinelli, 1997), volli intitolare il mio piccolo intervento proprio “Delle connessioni” come omaggio alla sapienza così diversa e così uguale di Antonio e Salvatore.
Lo so che ve ne siete accorti, ma per me la forza di Enakapata sta prima di tutto nel suo essere una fabbrica di connessioni. Questo blog ne è una piccola grande testimonianza. Le mie fatiche hanno senso per questo. E di questo sono sinceramente e profondamente grato a ognuna/o di voi.
Leggerlo Enakapata. Regalarlo nù capatone
A Natale regala Enakapata. E’ un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot (ti) fa solo piacere. E’ bello, come disse la mamma guardando lo scarrafone suo. Leggerlo Enakapata. Regalarlo nù capatone.
Queste le quattro righe quattro con le quali da qualche giorno ho lanciato Natale Enakapata, ‘a Befana nù capatone, la campagna natalizia per quelli che hanno già letto Enakapata e per quelli che invece no.
In queste ultime settimane mi sono chiesto spesso se non sia ora di smetterla di fare viaggi, di spendere tempo e soldi, di dare fastidio ai miei amici su Facebook, per promuovere Enakapata. Perché non lo faccio? Perché per ora mi piace più di quanto mi stanchi, anche se mi stanca molto. Perché una ragione ci deve essere se più della metà delle persone che vengono alle presentazioni comprano il libro. E perché spero che un giorno o l’altro il passaparola l’abbia vinta sui distributori che non lo pubblicizzano e sui librai che non lo ordinano.
La morale della storia? Fino a quando ce la faccio, vado avanti, nonostante Luca che quando non lavorava non mi aiutava senza sensi di colpa (per fortuna li ho io quelli di tutta la band) e adesso che lavora non mi aiuta e basta.
Su Flickr troverete perciò le nuove foto (e le vecchie di Noyori, Tonomura, Nori e Carninci nello stesso album). Su Scomunicando il resoconto della presentazione a Brolo. Per le prossime news, incluse quelle relative alla traduzione del libro in giapponese, bisogna aspettare ancor un pò. Speriamo.
Noyori says
Domani c’è un eurostar (senza av, che da Napoli in giù non si usa) che parte alle 8.42 destinazione Villa San Giovanni, poi traghetto per Messina e poi in auto a Brolo assieme al mio amico Teodoro Lamonica. A Brolo rivedrò tra gli altri Max Scaffidi, l’uomo che mille ne pensa e diecimila ne fa e che assieme a Teodoro ha organizzato tutta la faccenda presentazione di Enakapata.
Tra i miei impegni del giorno segnalo l’invio a Rassegna di un articolo di presentazione di Accadde in autunno, iniziativa della Fondazione Di Vittorio e del Sindacato Pensionati della CGIL , l’aggiornamento dei contenuti di Immaginazione Poteri Diritti, il corso con gli studenti del Margherita Di Savoia, la sosta alla Feltrinelli per ritirare i libri da portare domani alla presentazione perché in Sicilia non se ne trovavano a sufficienza. Non mi piace ma funziona così, se non hai scritto il Codice Da Vinci o giù di lì con la distribuzione è dura, molto dura. Che fare? Io, l’autore – facchino. Voi, rompere i cabasisi al vostro libraio fino a quando non ordina il libro.
Tra una cosa e l’altra ho cercato naturalmente anche di pensare a cosa raccontare domani, quando via Google Alert mi è arrivata la seguente news: i premi Nobel Leo Esaki (physics, 1973), Susumu Tonegawa (medicine, 1987), Ryoji Noyori (chemistry, 2001), Makoto Kobayashi and Toshihide Maskawa (physics, 2008) (da sinistra nella foto) hanno incontrato i giornalisti per protestare contro i tagli del governo alla ricerca.
Cosa hanno detto? “It is essential to establish Japan as a nation driven by the creativity of science and technology, to constantly gather talented individuals to the scientific world and to steadily continue to accumulate knowledge“. In particolare Noyori, che ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare durante il mio soggiorno a Tokyo ha sottolineato senza giri di parole che “We need more money, not less”.
Cosa ha fatto il Primo Ministro Yukio Hatoyama? Ha deciso di incontrarli per ascoltare la loro opinione. Uguale a ciò che accade da noi. Mi piacerebbe parlarne domani a Brolo.
Bella
Ieri a Caserta è stata davvero una gran bella serata, nonostante Luca non abbia potuto esserci causa lavoro (quanto tempo mi ci vorra ancora prima di abituarmi ad associare Luca e lavoro?; per ora la cosa continua a sembrarmi strana tendente al buffo).
Si, la mia parola chiave per definire la serata è decisamente “bella”. Si attaglia alle Librerie Pacifico, alle persone che la dirigono e ci lavorano, al fatto che anche loro abbiano comprato il libro, all’aria che si respirava nel corso della discussione, alla gentilezza e alla competenza delle persone che vi hanno partecipato, alla commozione che ho provato nel rivedere amici che non incontravo da tempo.
Questi miei vagabondaggi qui e là per l’Italia mi confermano che si può parlare di scienza, di merito, di serendipity, ma anche di rapporti tra generazioni, di culture, di regole, con leggerezza ma senza superficialità, con spirito critico ma senza qualunquismo, con consapevolezza delle difficoltà ma senza rinunciare a cercare risposte e, soprattutto, senza rinunciare a fare la propria parte.
Sabato sarò a Brolo, ma di questo faremo in tempo a parlare ancora. Per intanto ancora grazie di cuore a tutti quanti hanno reso possibile questa bella serata.
La testata di Ikebukuro
Roberto De Pascale l’ho conosciuto a inizio mese nel corso della presentazione di Enakapata a Capo Miseno. Per lui il Giappone è una cultura e una passione prima ancora che un lavoro e mi aveva fatto piacere quel suo accenno alle atmosfere nelle quali si era riconosciuto, ancora di più perché su Giappone e dintorni il merito è tutto di Luca.
Ieri Roberto mi ha inviato questa mail:
Caro Vincenzo,
ti scrivo da Tokyo in un momento libero tra impegni di lavoro e il sonno profondo dovuto alla stanchezza. Ho sempre detto che in Giappone non basta una giornata di 24 ore. Proprio stamattina sono passato nella Stazione di Ikebukuro e mi son venute in mente le tue parola alla presentazione del Libro a “Cala Moresca” su dove, e sopratutto come, era nato il titolo del libro.
In effetti mi sono trovato davanti a questa trave dell’ingresso della stazione alquanto bassa, ma a misura giapponese, e mi son trovato a ridere cercando di immagginarmi la scena della tua “Kapata” nella trave. Puoi immaginare le facce dei giapponesi che mi vedevano ridere da solo. Ho tirato fuori il cellulare con fotocamera e son venute fuori queste due foto che ti invio in allegato.
Mi dispiace non essere presente alla serata di Caserta, torno il 26 da Tokyo.
Buon lavoro e a presto.
Le foto sono quelle che vedete qui e qui, ma posso confessare che mi fa letteramente impazzire questa lettura “militante e partecipata” di Enakapata? Il fatto che diventa sempre più l’occasione per nuove connessioni e rapporti di amicizia? Che mi fa sentire un pò un vero scrittore il fatto che persone che prima non conoscevi riconoscano luoghi e fatti raccontati nel libro, ne scrivano, li fotografino e così via discorrendo? Dite che l’ho confessato? Please, wait a moment! Perché io la testata l’ho data nella parte alta della porta della metropolitana ma Roberto ha ragione due volte. La prima, perchè a Capo Miseno me lo ha chiesto, e io pensando che parlassimo della stessa cosa ho risposto si, inducendolo all’errore. La seconda perché nel libro ho scritto “all’uscita della metropolitana” invece che “all’uscita dalla metropolitana”, cosa che, grazie a Roberto, sarà mia cura correggere nella seconda edizione prossima ventura.
Posso aggiungere, se prometto che poi la smetto, che tutto questo mi ricorda il genio, il caso, la letteratura? Di più. Che mi piace talmente tanto che quasi quasi appena torno a Ikebukuro vado a dare la testata nel posto giusto? Fatto. Per il resto giudicate voi.
Il turnista. Ovvero: Vicié, ‘e figlie sò figlie
Settimana Enakapata quella che comincia oggi. Mercoledì presentazione del libro a Caserta, alle 17.00, alla Libreria Pacifico, in Piazza Vanvitelli, con la partecipazione ormai straordinaria di Moretti il giovane, perché lui lavora a turno, per 5 ore al giorno, 6 giorni su 7, ed è per un puro colpo di fortuna che mercoledì alle 14.00 finisce e può raggiungermi a Caserta (continuate a leggerci, prometto che vi farò sapere in anteprima l’ora e il giorno in cui lo strozzo :D). Sabato invece, alle 17.30, presentazione a Brolo, provincia di Messina, nella sala multimediale Rita Atria, rigorosamente da solo, perchè turno o non turno “lui” non può venire certo fino laggiù di sabato per tornare la domenica sera (e se lo avessi già strozzato? It’s impossible. Come direbbe Filumena Marturano, Vicié, ‘e figlie sò figlie :D). Vuol dire che mangerò tanti di quei dolci siciliani che solo a raccontarglielo gli farò venire un attacco di bile, senza parlare del salame di maiale nero di Brolo di cui mi ha detto il mio amico Gianni Bombaci.
Questa settimana diventerà più intensa anche la “campagna” Natale Enakapata ‘a Befana è nu capatone (vedi già tremare i miei 633 amici di Facebook Planet).
Il messaggio è per Natale regalate Enakapata. E’ un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot(ti) fa solo piacere. E’ bello, come disse la mamma guardando lo scarrafone suo.
Buon pacchetto a tutti.
La democrazia dei cittadini
Sto scrivendo per Rassegna Sindacale la recensione di La democrazia dei cittadini, bellissimo libro curato da Iginio Ariemma che raccoglie gli scritti di Pietro Scoppola dall’Ulivo al Partito Democratico e sono inciampato ne La casa dei diritti, un mio libro pubblicato nel 2002.
Nella pagina dei ringraziamenti cito con affetto i miei amici Ettore Combattente, Luca De Biase, Gerardo Di Paola, Teresa Granato, Luigi Morra, Colomba Punzo, Luigi Santoro, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi. Poi Sergio Cofferati, al tempo leader della CGIL ed autore della prefazione, Salvatore Veca, i cui libri e la cui amicizia mi hanno insegnato altri modi di guardare alle cose della politica e della vita e, udite udite, “mio figlio Luca, del quale la circostanza mi ha permesso di scoprire una confidenza con i punti e le virgole (questioni di sintassi, insomma) che non gli conoscevo. A lui sono grato per la meticolosa opera di rilettura del testo. E per avergli sentito dire che “nonostante il genere non sia il massimo, il libro si può leggere”.
Come tutte le cose della mia vita, belle o brutte che siano, non me ne ricordavo più, nel senso che non me le ricordo a comando, mi tornano in mente se e quando si crea qualche link.
Confesso che mi ha fatto piacere trovare un antenato alla nostra collaborazione per Enakapata. Come dice il proverbio? Non c’è due senza tre? Chissà, forse bisognerebbe chiederlo a lui. O forse meglio di no.
Uno di due
Ebbene si, si ricomincia.
Il prossimo appuntamento è per il 7 novembre a Capo Miseno, dove la presentazione del libro sarà il pretesto per ragionare di università, di ricerca scientifica, di innovazione, magari con qualche raffronto tra Giappone e Italia.
Il 25 novembre sarà invece la volta di Caserta, dove invece il tema scelto dagli organizzatori è lo scambio culturale tra le generazioni.
Ecco, tra le cose che continuano a piacermi di tutta questa storia ci sono sicuramente le diverse angolazioni con le quali si può leggere Enakapata. La scienza. Il rapporto tra padre e figlio. Secondigliano e Tokyo. L’umanità di magliari e Nobel Prize.
La cosa che mi piacerà di meno sarà ritrovarmi a discutere senza Moretti il giovane. Se siete frequentatori abituali già sapete che da qualche setimana ha un lavoro. E se non lo siete non perdetevi d’animo, appena un pò di scrolling e avrete modo di sapere tutto ma proprio tutto su questa grande novità.
Lo so che ci voleva. Il titolo del post l’ho scritto io, non voi. Ma se e quando accadrà mi mancherà tantissimo. Enakapata è il nostro viaggio. In ogni caso vi farò sapere. Promesso.
p. s.
Prima che me lo chiedete voi, ve lo dico io. I turni di Moretti il giovane lo impegnano 6 giorni a settimana, cosicché incastrare la sua agenda con la mia e con quelle di coloro che organizzano le presentazioni è un’impresa titanica. Senza bisogno di dircelo abbiamo deciso di dare priorità al libro, e ogni volta che abbiamo una data si va comunque. Naturalmente lui conta sul fatto che tanto sono io quello che sta sempre in mezzo. Vorrei sfatare questo mito. C’è qualcuno che mi aiuta? Io sono certo che Moretti il giovane da solo se la caverebbe benissimo. E voi?
Tecknos, dunque Apai
Ci voleva
Valeria l’ho avvistata su Skype ieri sera. Era nella casa di Aux en Provence. Da poco di ritorno da Marsiglia. Detto che se ancora non sapete chi è Valeria e cosa ci fa a Aux en Provence lo potete leggere qui, aggiungo che con questo amore di ragazza è sempre un piacere fare quattro chiacchiere.
Gli occhi luminosi, il sorriso dolce, mi ha raccontato dei suoi studi, delle tante piccole grandi incombenze che chi si trova nella sua situazione deve ogni giorno affrontare, dell’atteso, imminente trasloco nella nuova casa.
Poi siamo finiti a parlare di lui, Moretti il giovane. Mi ha detto di avergli scritto una mail, anche perché lui non si era ancora fatto vivo. Da parte mia nessuna meraviglia, of course. Perché se è vero che il tipo è solo un falso sprucido è altrettanto vero che la finzione gli riesce alla grande. Se poi ci aggiungete che in queste settimane è stato impegnato in un doloroso conflitto, ancora non del tutto risolto, con un dente del giudizio e in un inedito coinvolgente rapporto con il suo nuovo, anzi primo, lavoro, capite bene che il tempo per scrivere a Valeria proprio non lo poteva trovare.
A proposito del lavoro di Moretti il giovane. Sapete qual’è stato il commento di Valeria? Zio, ci voleva.
È proprio vero. Ci voleva. Sarà per questo che da una settimana sono sempre contento anche se il Milan vince a Madrid e la Juve sembra non morire mai. Ci voleva. Sicuramente per la madre e per me. Forse per il fratello. Soprattutto per lui.
In questo mondo di pacchi e veline si fa fatica a pensarlo. Ma il lavoro è un valore. Un diritto. Un’occasione importante di crescita.
Valeria lo sa. Mi ha detto che l’amica che l’ha ospitata a Marsiglia è una sociologa, che le hanno offerto un dottorato, che sembra avviata verso una bella carriera.
Zio, queste cose qui in Francia accadono ancora, ha aggiunto raggiante. E in Italia?
Secondigliano non è solo camorra
Mercoledì ho rivisto Salvatore Traino. Erano più di 30 anni che ci eravamo persi di vista. Aveva saputo di Enakapata da Tonino Parola, ha comprato e letto il libro, mi ha cercato e trovato via internet, mi ha scritto, ci siamo sentiti, siamo stati qualche ora assieme a parlare di noi oggi e di noi allora, la cosa forse più scontata, di certo più sentita, che potevamo fare.
Ci siamo un pò infreddoliti in Piazza Plebiscito e poi siamo saliti a casa mia, dove abbiamo bevuto il tea bello caldo preparato da Luca a casa sua (giuro che è possibile, anche senza appartenere alla categoria dei maghi), gli ho passato un pò di indirizzi mail e di numeri di telefono che lui non aveva del vecchio gruppo di Secondigliano.
La sera stessa mi ha mandato alcune foto. Un paio mi hanno fatto andare il cuore fuori giri. Oggi il messaggio: Sono riuscito a contattare Umberto e Carmine, per tuo fratello è più difficile. Mi rimandi l’e-mail di Carmine? Ho Vista impallato e su Ubuntu non l’ho salvato. Tutto bene a Reggio? Continuamo nelll’impresa di metter insieme questi Secondiglianesi. Ti sono arrivate le foto? Un abbraccio. Salvatore.
Tra un pò gli scrivo. Per intanto mi piace raccontarlo qui. Mi piace Enakapata che è ‘na capata perchè mi fa ritrovare gli amici dei miei anni secondiglianesi. Mi piace quest’idea di Secondigliano che non è solo camorra. Mi piace l’idea che questa idea possa aiutare le tante persone perbene di Secondigliano a sentirsi almeno un pò più orgogliosi. Mi piace persino pensare che Roberto Saviano possa sentire almeno un pò più forte la solidarietà di tutte queste persone e almeno un pò meno forte la solitudine.
Questo per oggi potrebbe essere tutto. E invece no. Perchè nella foto che vedete a fianco c’è anche, sulle scale, Tonino Rubino, che almeno in questa vita non potremo incontrare più. Tonino non sembrava, era davvero un personaggio uscito dai romanzi di Jack Kerouac. E forse non poteva che lasciarci così, come un personaggio creato dal profeta della beat generation. E’ passata una vita, ma mi è sempre mancato un pò. Adesso mi manca un pò di più.
A fratemo Enzo. Enakapata. Enzo Avitabile
Ci siamo incontrati ieri sera a Napoli. Alla Feltrinelli Libri e Musica. Si parlava di libri e di gente con Cinzia e il mio amico Gianni Giannantonio, che dirige la “bottega” di Piazza dei Martiri. Non ricordo se è stato lui a dirmi dell’assegnazione del Premio Tenco a Enzo. Ricordo di aver pensato finalmente. Di aver aggiunto gliene manca almeno un altro. Quello di Salvamm’ ’o munn non poteva che essere suo. E invece.
Il nuovo disco si chiama Napoletana, canti e musica scritti nel cemento. Mentre chiacchiero con Gianni faccio un cenno di saluto. Ancora chiacchiere. Faccio in tempo ad essere maleducato, senza volerlo of course, ma ciò non basta a giustificarmi, con la mia amica Li, quando Enzo si avvicina. Ci abbracciamo. Mi chiede di Luca. Del libro. Tutto ok, gli dico. Aggiungo che si fa fatica a farlo “vivere” in giro per l’Italia. Che sto facendo un sacco di chilometri per promuoverlo. Bisogna stare sempre sul pezzo, mi dice. Un libro, come un disco, una volta fatto, non si può abbandonare.
Arriva il CD. Enzo se lo rigira tra le mani. Glielo chiedo. Me lo passa. Mentre mi allontano gli dico di non muoversi che lo pago, lo apro e mi ci mette la dedica. Lo sento dirmi aspetta, che te lo regalo. Mi volto. Sorrido. A me fa piacere quando gli amici comprano i miei libri. E anche quando lo regalo lo faccio solo se promettono che, se gli piace, lo regaleranno a loro volta. Quindi … vado e torno.
Enzo chiede un pennerello. Non c’è. Prova con la penna. Non va. Il suo produttore gli ricorda che hanno altri impegni. Non esiste. Ormai ’a pigliato ’a nziria. O pennerello, o pennerello. È Gianni a risolvere la questione. Enzo scrive: A fratemo Enzo. Enakapata. Poi lo firma. Poi mi guarda negli occhi. E mi dice vai a casa e ascoltalo da solo. In pace.
L’ho fatto. E vi assicuro che è stata un’emozione incredibile. È nà capata. Che dico, nù capatone.
Le canzoni sono bellissime. C’è magia. Poesia. Tradizione. Musica. Anima.
È Enzo Avitabile, gente. Cosa fate ancora qui a leggere. Andate a comprarlo.
p.s.
Ho scritto a Li una sentita mail di scuse. Quello che ho scritto naturalmente non ve lo dico. Ma se per caso la incontrate non dimenticate di metterci una buona parola.
Susanna Musetti
A Vincenzo e Luca
Sono Susanna, ho acquistato il vostro libro Venerdì scorso a Sarzana, vi ricordate, ho chiesto la vostra e-mail (che mi è stata gentilmente scritta da Luca in terza di copertina) per mandare i miei commenti.
Più che commenti o critiche, le mie le considererei delle riflessioni , o se vogliamo quello che mi ha trasmesso il vostro libro.
Abbiate pazienza se alcuni punti non corrispondono a quello che effettivamente volevate trasmettere con questo diario, ma spero che vi faccia piacere, ricevere lo stesso, quello che è andato a finire nella mia scatola dei ricordi.
Quando come noi, si lavora tanto dietro la stesura di un libro, è piacevole sapere quello che ne è rimasto nel lettore. Ed io ho fatto tesoro di tutte le critiche e commenti che mi hanno inviato, li ho persino inseriti in un sito, dove il lettore può andare a leggere in qualsiasi momento.
Volutamente ho trascritto soprattutto i giudizi negativi o le citazioni sciocche, perché proprio da queste si capisce che cosa ha recepito realmente il lettore. Non vi dico cosa mi ha scritto: “Lo sbirulino un po’ matto, ma stranamente intelligente”, che voi conoscete come Andrea Lagomarsini, ed è proprio grazie a lui che sono venuta alla vostra presentazione e ho letto il vostro libro.
Mi dispiace di essere arrivata in ritardo e di essere riuscita a seguire solo l’ultima parte della presentazione, perché in questo caso mi sono persa le vostre considerazioni in merito.
Anch’io come voi sono da sempre stata affascinata dal Giappone dalle sue origini, storie e dalle tradizioni radicate negli anni.
Entriamo nel vivo commento al libro.
All’inizio, mi sembrava una cronistoria giornalistica, quasi delle veline radiofoniche, poi ho capito che era un diario di viaggio e, sono entrata nella storia solamente al vostro arrivo in Giappone. Ho trovato piacevole il confronto padre e figlio, in effetti è divertente leggere due risvolti dello stesso episodio ma scritti da due persone diverse.
Nel leggere il libro mi hanno fatto sorridere alcuni aneddoti che avete scritto, dalle prime colazioni che avete fatto, difatti dovrebbe essere stato traumatico privare un napoletano di caffè e cornetto, episodio che vi è rimasto ancora più impresso proprio perché siete napoletani; poiché: tanti sono gli italiani che possono fare a meno di fare colazione, o privarsi del caffè mattutino. “Togli tutto ma non il caffè a un napoletano”.
Però sottolineandolo avete messo in luce e portato a paragone due modi diversi di vivere, di cibarsi, e di fare colazione.
Un altro fatterello su cui vorrei soffermarmi è quello della puntualità, sì, sicuramente il Giappone è un popolo metodico, ripetitivo e puntualissimo, basta pensare che per secoli i giapponesi sono stati abituati a meticolose regole da rispettare per il rispetto altrui, inculcategli fin dalla nascita.
E molti sono coloro che vedono la puntualità e la precisione di uno stato come il gran pregio di un paese e, pensano che lo stato funziona perché il popolo è preciso e puntuale, la puntualità e la perfezione in assoluto, non un minuto in più o in meno, non si può sgarrare perchè è la loro filosofia di vita; per altri o forse per noi italiani questo pregio è visto come un difetto, poiché lì, niente, riesce a rompere la monotonia.
Difatti ho un’amica napoletana che per lavoro vive in Giappone da diversi anni, ma ogni tanto e direi spesso, stanca degli stereotipi, deve tornare in Italia per respirare e prendere una boccata di ossigeno, e allora tutto le torna alla normalità quando prende il pendolino “Roma Napoli” che è puntualmente in ritardo o l’appuntamento con gli amici che sfora sempre della famosa mezz’oretta di ritardo, che lei chiama il “Ritardo accademico”
Anch’io trovo che lei abbia un modo diverso di vivere dal mio e pensare che quando vive a Napoli siamo solamente a poche centinaia di chilometri di distanza, figuriamoci paragonare uno stile di vita a migliaia di chilometri, ove entrano in gioco proprio gli usi e costumi diversi del paese.
Per ultimo quello dei bimbi che passeggiano da soli, in questo caso la differenza non c’è perché eravate a oriente invece che a occidente, basti pensare che i bambini spagnoli vivono di notte, difatti i figli di alcuni amici che vivono in Spagna vanno tranquillamente da soli a prendere il pane, in farmacia, ecc. traumatico per noi italiani solo pensarlo invece loro lo fanno e non solamente di giorno ma anche in piena notte. Poiché questo è il loro modo di vivere.
Poi ho scorto che tra le righe del libro è stato affrontato un grosso problema dello stato Italiano, una lacuna, e questo l’avete scritto in forma delicata quasi per paura di offendere le istituzioni, in questo mi riconosco poiché anch’io nel mio libro ho scritto in forma così delicata e raffinata che quasi quasi il lettore ha letto senza rendersene conto di alcune considerazioni da me fatte pesanti e reali. Scusate se in corsivo ve ne cito alcuni paragrafi ma è solamente per dare più enfasi a quello che sto dicendo. ”non mi sembrava un coglione una testa di cazzo, come ritenevo coloro che erano dall’altra parte del Parlamento. Un leader, capace solo di pavoneggiarsi e di governare lo stato solo per rimanere nei libri di storia …”.
Allora diciamolo a caratteri cubitali e urliamo alle istituzioni che se vogliamo che l’Italia emerga, bisogna adeguarsi, destinando alla ricerca una percentuale più alta del Pil, questo per favorire lo sviluppo tecnologico ma soprattutto per fare passi avanti. Ed è ora che lo Stato aumenti di gran lunga le sue aspettative in merito per non essere i fanalini di coda. Stiamo arretrando invece dovremmo adeguarci, solo in questo modo si può dire di essere un paese aperto e all’avanguardia, cercando di abbattere i carenti posti di lavoro…. È vergognoso, che da sempre, gli italiani siano costretti ad emigrare oltre oceano per fare ricerca.
Teniamoci i cervelloni ed investiamo un po’ di più nei settori specifici.
“I talenti vanno scoperti, coltivati plasmati e lo stato che accetta tutto ciò che gli altri gli propongono senza riflettere, ha la mente limitata, e la mente recintata diventa arida, vuota, impersonale, mutilata. E un governo che ha la mente mutilata è uno stato incapace di governare o fornire stimoli, desideroso solo di mantenere intatto il ruolo di spettatore passivo, con un “annichilimento intellettuale non solo per se ma anche per i suoi cittadini”.
Finalmente conclude starete pensando, sì, termino qui, dicendole Vincenzo che il suo papà può essere solo che contento di aver faticato tanto facendo due lavori pur di far studiare i figli, e mi sembra che nel suo caso, ne sia valsa la pena.
Mi tenga aggiornata dei suoi diari di viaggio, ha fatto bene a scrivere questo libro poiché così manterrà eterna questa esperienza ed è persino riuscito a condividerla e trasmetterla agli altri.
Ho solo una curiosità ma il codice a barre inserito nella terza di copertina a cosa serve?
E poi non ho capito, perchè avete dimorato in due alloggi diversi, perchè eravate ospitati o per studiare il fenomeno sociologico da due punti diversi?
P.S
Stamani mentre mangiavo la mia foccaccina istintivamente mi è venuto di dare un morso metterla nella busta di carta, poi tirarla fuori dare un altro morso e riporla. Che scema mi sono detta subito dopo, non sono mica in Giappone.
P.S per Luca
Grazie, mi hai risolto il problema della cena. Se vorrai ti farò sapere come è andata la tua ricetta. Ciao
Cornuti e mazziati
Ci credete che questi viaggi in giro su e giù per l’Italia per raccontare Enakapata mi piacciano un sacco? Immagino di si. Farete molta più fatica a credere che sono anche molto faticosi. Impegnativi (anche, per il mio livello di reddito, dal punto di vista economico). E’ una delle grandi tragedie della mia vita. Ma di che ti lamenti, in fondo fai le cose che ti piacciono. Assolutamente vero. Ma per farle faccio tanta fatica. Sì, vabbé, ma in fondo ti diverti. Assolutamente vero. Ma ciò non toglie che … Basta ci rinuncio. Tanto, come diceva mio padre, alla fine si finisce sempre cosi. Cornuti e mazziati.
A proposito di divertimento, quest’ultimo viaggio a Sarzana è stato non solo estremamente interessante, bello, gratificante, ma anche l’occasione per sperimentare un nuovo futuro per i Moretti&Moretti.
Di cosa si tratta? Non ve lo dico, of course. Al massimo posso darvi un assaggio di com’è dura la vita di un padre che, per genio e per caso, si è ritrovato a scrivere un libro insieme al figlio.
2 Ottobre, in treno da Roma verso Firenze:
V.: … Bisogna che aumenti la presenza di Enaapata nelle libreria. Mi dovrò inventare qualcosa. Non c’è niente da fare, bisogna stare sempre sul punto. Non so come fai tu a vivere senza pensare a nulla.
L.: Niente di meno! Non vedi tu come stai combinato e al contrario io come sto bene? Immagino che adesso col lavoro cambierà molto ma per i miei primi 26 anni ho cercato davvero di avere un approccio taoista nei confronti della vita.
V. Adesso mi butto giù dal treno. Anzi butto giù te.
L. Siamo sui treni ad Alta Velocità. Non è tecnicamente possibile. Senza contare che hai giurato che per rispetto ai pendolari se ti suicidi non lo farai mai buttandoti sotto a un treno.
2 Ottobre, in treno da Firenze verso Sarzana
V.: L’altro giorno a Roma in Cgil ho rivisto A. R., è stato affettuoso, effervescente, pirotecnico come al solito.
L.: Sarà che quello di sindacalista è un lavoro usurante, ma dei tanti sindacalisti che ho conosciuto nella mia vita non ce n’è ancora uno normale. Sì, sarà che il lavoro è usurante.
3 Ottobre, in albergo a Sarzana
V.: Mannaggia, ho perso l’orologio!
L.: Pà, come hai fatto a perderlo, ieri sera tardi ce l’avevi, guarda bene.
V.: Ho guardato dappertutto.
L.: Guarda meglio.
V.: No, l’ho perso. No, l’ho trovato. Nella tasca laterale della giacca. E’ che io la giacca non la porto quasi mai.
3 Ottobre, in treno da Sarzana a Firenze
V.: Mannaggia, ho perso il telefono!
L.: Pà, come hai fatto a perderlo, in stazione ce l’avevi, guarda bene.
V.: Ho guardato dappertutto.
L.: Guarda meglio.
V.: No, l’ho perso. No, l’ho trovato. Nella tasca laterale della giacca. E’ che io la giacca non la porto quasi mai.
L.: Pà, ma quale giacca, telefono e portafoglio! Tu é perz a capa. Ma da un sacco di tempo.
That’s all, folks! Se decidete di scrivere un libro, e decidete di farlo con vostro figlio, preparatevi. Tanto alla fine si finisce sempre così. Cornuti e mazziati.
La Nazione
30/09/09 NAZ – Sarzana – Un viaggio tra i «cervelli» e i loro luoghi
La Nazione – (on – line) – 30/09/09 – pag. 26
IL LIBRO: L’AFFASCINANTE DIARIO DEI MORETTI, PADRE E FIGLIO
IN «ENAKAPATA, Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo» c’è anche Sarzana.
Un libro scritto a quattro mani da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio, un diario stranissimo che comincia a Secondigliano e si conclude a Tokyo passando appunto per Sarzana. Nel 2007 infatti Vincenzo Moretti, presente alla prima edizione di Tecknos a Sarzana incontra tante persone interessanti che fanno cose interessanti. Tra queste un ingegnere fisico, una vita da ricercatore, scienziato, imprenditore, una storia incredibile alle spalle legata anche al Giappone, e con Piero Carninci, lo scienzato che ha messo in discussione il dogma del Dna. Il libro è anche e soprattutto il resoconto di un viaggio nel quale padre e figlio si occupano di ricerca scientifica, là dove si concentrano i «cervelli» del pianeta, di luoghi e volti della capitale giapponese, di serendipity e di shinsetsu (ospitalità), in un alternarsi e incrociarsi di voci generazionalmente lontane ma intimamente accordate, e inoltre di periferia napoletana, in un confronto paradossale. Un libro sorprendentemente vitale, fisico, che prende i sensi, scritto con una lingua prensile che con leggerezza, in maniera accattivante, divertente, a tratti persino commovente, porta lontano il lettore, in un mondo sconosciuto e affascinante.
Sarzana, tre anni dopo
Sono passati 3 anni, ma voi questo lo sapete già. Ma nonostante i problemi, le difficoltà, la crisi, la banda Apai non ha rinunciato al suo evento, ma di questo potrete leggere domani su Nòva 100.
Quello che ci piace raccontarvi adesso è che a Sarzana, nell’ambito di Tecknos Duepuntozero ci saremo anche io e Luca, e naturalmente Enakapata e Tokyo e la serendipity e Secondigliano e il ramen e ancora tante altre delle cose che abbiamo fatto e visto in Giappone.
Ma Enakapata a Sarzana non sarà solo un viaggio verso ciò che è già stato. Non solo perché con Andrea Lagomarsini, Laura Marchini, Marco Marchi e company non è possibile guardare solo al passato. Ma perché Tecknos è davvero un evento serendipitoso, che favorisce naturalmente e piacevolmente l’incontro di menti preparate capaci di cogliere il dato anomalo, imprevisto e startegico e dunque in grado di realizzare connesioni e creare valore per genio e per caso.
Non ci credete? Seguiteci e vedrete.
A Sarzana ci incontrammo
30 settembre 2006. Andrea Lagomarsini è il presidente di Apai Srl, giovane, dinamica impresa che sviluppa sistemi e tecnologie per la domotica e la sicurezza.
Andrea legge un mio articolo su Nòva 24 e mi invita al numero zero di Tecknos, giornata di discussioni, dimostrazioni, confronti intorno al tema innovazione.
Come sempre devo fare un po’ di conti con gli dei del tempo, ma alla fine decido di andare. Come speravo a Sarzana incontro tante persone interessanti che fanno cose interessanti. Tra queste Antonio Esposito, ingegnere fisico, una vita da ricercatore, da scienziato, da imprenditore.
Come me è made in Naples. Più di me ha una storia incredibile alle spalle. Che scopro ha a che fare anche con il Giappone. E con Piero Carninci.
È il 1994 quando al Cnr di Napoli mi propongono di lavorare per un anno in Giappone. Non sono convinto. Chiedo ed ottengo di limitare l’esperienza a sei mesi. A Tsukuba rimango cinque anni, per due anni insegno alla Technical University di Monaco, poi l’approdo a Ginevra, dove ancora oggi
vivo e lavoro.
Uno che se ne va di malavoglia dalla propria città non ci torna più per molte ragioni. Perché conosce storie, culture, contesti, persone, punti di vista diversi. Perché scopre che tutto questo gli piace. Perché si cala nei nuovi contesti, si fa contaminare da essi, li contamina a propria volta. Perché si ritrova catapultato in una sorta di paradiso della ricerca a fronte di una realtà, quella del Cnr, dove anche le razioni di carta e penna erano un problema.
Ero abituato alle giostre di paese. Mi ritrovo a Disneyland.
Giuro che non esagero. Un mese di lavoro a Tsukuba vale sei mesi a Napoli. Lì ho potuto giocare con gli strumenti e i macchinari giusti, fare ricerca, sperimentare, con una quantità di risorse e una qualità di risultati per me impensabili in Italia.
A Tsukuba incontro Piero e nasce un’amicizia fatta di calcio (nel senso del gioco del pallone) e di scienza. Nel 1997 con Vittorio Palmieri, Luca Casagrande, Gennaro Ruggiero e Francesco Vitobello scopriamo l’RD39, Effetto Lazarus. Che non è il titolo di un film di James Bond. Ma il numero di repertorio ed il nome con il quale si può rintracciare, al Cern di Ginevra, la suddetta scoperta.
Di cosa si tratta? Della possibilità di «resuscitare» le sfoglie di silicio utilizzate per la rilevazione di particelle. Rigenerarle. Farle rivivere. Immergendole in azoto liquido a meno 207 gradi Celsius.
A Napoli per ora non penso di tornare. Ma a Napoli, insieme a Vittorio e Francesco, due della vecchia band di Lazarus, ho messo su la Incept, che sviluppa Technology on Demand. Investendo, facendo ricerca, impresa, cerco di dire che continuo ad amare la mia città.
Lo ritengo il mio esperimento più difficile. Ma ci credo. E non intendo rinunciare alla possibilità di ridare indietro alcune delle cose che l’università e le strutture di ricerca della mia città mi hanno dato, almeno un po’ di ciò che ho imparato in giro per il mondo.
Questo è tutto. Anzi no. Perché, qualche giorno dopo, Piero mi svelerà che Antonio a Tsukuba era chiamato «Dony», nientepopodimenoche l’adattamento made in England della seconda parte del cognome Maradona; che assieme sono diventati famosi per la danza fatta a centrocampo dopo ogni goal (lancio millimetrico di Piero dalla difesa, stop a seguire e rete di Antonio); che il team era soprannominato Rvc, Russian Vodka Ceremony, invece che Japanese Tè Ceremony, in omaggio ai
colleghi russi che al termine della partita erano soliti dissetarsi con una bottiglia di Vodka. Mentre le stelle italiane stavano a guardare.
A questa parte della storia io non ho mai creduto. Forse fareste bene a non crederci neanche voi.
ANSA e la Repubblica Palermo
ANSA Palermo, 16 settembre 2009: Qual e’ lo stato della ricerca in Italia? A giudicare dal libro di Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio, che portano notizie fresche dal Giappone, il Belpaese
non è messo bene. Vincenzo Moretti, professore a contratto di Sociologia dell’Organizzazione all’Università di Salerno, lo scorso marzo è andato per un mese in Giappone, accompagnato dal figlio che studia culture orientali. Il viaggio è diventato un libro: ”Enakapata”, edizioni Ediesse, che sara’ presentato domani a Palermo, alle 18, alla libreria Feltrinelli.
Il titolo parte dall’espressione napoletana ”è ‘na capata” e si accorda con assonanze orientali. Moretti padre, autore, sempre per Ediesse, del ”Dizionario del pensiero organizzativo”, comincia a concepire il viaggio nel Sol Levante quando scrive una mail a un ricercatore, ovviamente italiano, Piero Carnici, che coordina il Fantom International Consortium, dove lavorano 192 cervelli di 11 paesi. Moretti gli chiede se nelle ricerche dello studioso, il caso abbia avuto un ruolo. La risposta non si fa attendere ed è si. La serendipity, che aiutò Fleming a scoprire la penicillina, anche nelle ricerche dello studioso italiano ha avuto un significato, portando lui e il suo gruppo alla scoperta di Rna non codificati, al di fuori del dogma centrale della biologia molecolare.
Nel panorama dei cervelli in fuga dall’Italia, Carnici è uno dei tanti accolti a braccia aperte all’estero. Questione di soldi? Non solo: il Giappone spende il 3,6% del Pil per la ricerca (l’80% dei fondi proviene dal settore privato), ma il finanziamento, dice uno degli interlocutori di Moretti, è un mezzo, non lo scopo dell’attività di ricerca; e se i risultati non arrivano, è destinato a restare un episodio nel Paese dove l’organizzazione non è seconda al talento.
la Repubblica Palermo, 17 settembre 2009: Esiste nel mondo una distribuzione equa dei cervelli, almeno dal punto di vista culturale e tecnologico? La risposta prova a darla una storia nippo-vesuviana, ambientata tra Napoli e tokyo, intitolata Enakapata, il libro scritto da Vincenzo e Luca Moretti.
Generazioni sensibilità e differenze si mettono a confronto insto sarcastico e goliardico, dove si fa un parallelismo tra il luminare che ha messo in discussione il dogma del Dna e l’uomo che tende ad arrangiarsi. Figure agli antipodi e divise da chilometri e chilometri di terra e mare, che però potremmo quasi paragonare a degli eroi.
Riegler, Pagano
Siglinde Riegler: Magari sono una che si entusiasma facilmente, ma leggere Enakapata mi ha fatto intravedere aspetti sorprendenti del Giappone, lasciandomi un po’… invidiosa? Forse. Un esempio? Il concetto di “kyoiku”, educazione intesa come cultura di rispetto delle regole … l’idea che ci sia un paese che “predilige i toni bassi, la modestia, l’understatement (…) che investe con forza e ad ogni livello sulla cultura e sulla valorizzazione del merito nonostante continui a considerare importante l’anzianità, la famiglia, il clan”.
Un altro mondo è possibile? Pare proprio di sì! Dove trovo il modulo per chiedere asilo politico al Giappone.
Altro aspetto che mi ha colpita: le riflessioni sul concetto di “serendipity”…che mi piacerebbe approfondire! Un elemento di leggerezza (non di superficialità) che permette di fare inaspettati balzi in avanti…il contrario del cocciuto accanimento sterile, pesante ed ottuso!
Ed infine: in Enakapata ho trovato degli spunti interessantissimi di riflessione sulle organizzazioni. A proposito della creazione di senso, della condivisione dei valori, della necessità che il genio individuale venga sostenuto dall’impegno delle organizzazioni affinché i saperi e il saper fare non vadano perduti; a proposito del bisogno di una continua azione di retrospezione attraverso la quale il gruppo che lavora insieme per un obiettivo definisce e rafforza la propria identità confrontandosi su ciò che si è fatto e sui risultati…riassumendo: l’importanza di dare valore alle regole, alla responsabilità, al rispetto, al Lavoro. In tutti i contesti in cui viviamo, per viverci meglio! Ecco, credo che in Enakapata si racconti di ricerca, ma si parli, in fondo, di vita, di come si potrebbe viverla meglio.
In Giappone, dopo 54 anni di opposizione, hanno vinto i democratici: sarà forse un caso?
Alessandra Pagano: Ieri ho cominciato a leggere il diario che ha scritto insieme a suo figlio e devo dire che veramente “ENAKAPATA”!
Banale forse come complimento ma io che ho sognato per una vita di visitare il Giappone e che ho avuto la possibilità di andare lì solo due anni fa ho rivissuto, attraverso le parole di suo figlio, quelle stesse emozioni.
Già la foto di copertina mi ha fatto riascoltare come per magia la vocina della metropolitana che avvisa i viaggiatori di trovarsi a Roppongi.
A breve arriverò alla fine e ho già deciso di comprare una copia per una mia carissima amica che, per coltivare appieno la sua passione per la ricerca, ha lasciato questa “povera patria”.
Spero di non essere stata troppo invadente con questo messaggio.
P. S.
Troppo forte anche il suo riferimento a Casperia dato che, pur essendo nata a Napoli e avendo avuto la geniale idea di tornarci a vivere da sola all’eta di 23 anni, ho trascorso a Rieti tutta la mia infanzia assieme alla mia famiglia!
A presto.
‘E sbagliat palazz
Ieri mattina. sabato. Ore 12.00. L’appuntamento è alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri. Io e Luca arriviamo 10 minuti prima. Moretti il giovane deve comprare dei regali. Facciamo un giro. Prende Ti racconto il 10 maggio e Juve – Napoli 1-3, la presa di Torino di Maurizio de Giovanni (Edizioni Cento Autori) più Seventies, una raccolta in 3 cd di grandi successi anni 70. Poi si mette in fila per pagare mentre io esco fuori per vedere se è arrivato. Antonio Gravina c’è. Si rivela subito una persona molto particolare. Ma di questo avremo modo di parlare altre volte. Passano pochi minuti e arivano la moglie Trudy e il figlio Francesco. Entriamo. Riusciamo a sederci al bar mentre prendiamo bibite e caffé. Un’ora di straordinario piacere. E Trudy che ad un certo punto dice “questa storia è cominciata con un parrucchiere che ha sbagliato palazzo e ha bussato per caso alla nostra porta”.
Il déjà vu è inesorabile. Secondigliano. Mio padre. Il suo “guagliò, se pienze ‘e fa ‘e capa toia cu mmé ‘e sbagliat palazz”. La discussione che vorrebbe finisse lì. Il tempo che ridefinisce i poteri e le possibilità.
Enakapata è nà capata anche per questo. Per le facce e le storie che mi sta facendo incontrare. Per il tempo e i ricordi che mi sta facendo ritrovare. Se spero che tutto questo duri per sempre? A volte. Mentre mi organizzo per il prossimo viaggio.
Dampyr a Palermo, tra qanat e nà kapata
Forse ve l’ho detto già che sono anche un vecchio napoletano superstizioso. O forse ve lo sto dicendo adesso. Ma vi assicuro che quando stamane mi sono accorto che il numero di settembre di Dampyr, il fumetto edito dal mitico Sergio Bonelli che ha preso nel mio cuore il posto di Dylan Dog che aveva preso il posto di Tex Willer (naturalmente non tutto il posto, solo il primo posto), è ambientato a Palermo, non vi nascondo che ho provato un attimo di sincera felicità. Enakapata e Dampyr nello stesso mese a Palermo. Buon segno. Direi ottimo. E poi come ogni volta accade con le storie di Dampyr si imparano un sacco di piccole, grandi cose.
Ad esempio tutto le volte che sono stato a Palermo nessuno mi aveva mai parlato dei qanat: “costruiti dagli arabi con tecniche proprie dei persiani, sono delle strette gallerie sotterranee scavate dai muqanni, “maestri d’acqua”, con delle semplici zappette”. Continuo? Non sapevo che i regali ai bambini non arrivano a Santa Lucia né a Natale ma nel giorno dei morti. Nè che nella lingua palermitana il verbo declinato al futuro non esiste.
Sapete che vi dico? Chiamo il mio amico Antonio Riolo e gli chiedo se trova il modo di farci farci fare un giro nel qanad del gesuitico basso, che pare sia il più bello e il più facile da visitare.
Dite che sono esagerato? Che Antonio ha già fatto tanto per la presentazione di Enakapata a Palermo? Ma no. I siciliani in quanto ad ospitalità non temono confronti. Io comunque ci provo. Nel caso vi faccio sapere.
Ho visto robot che voi giovani neanche immaginate. Firmato: il nonno
Lo vogliamo dire? E diciamolo. E’ per me motivo di soddisfazione la frequenza con la quale Google Alert mi segnala notizie riguardanti il Riken. Tra le ultime ricordo i Display OLED destinati a costare come stampare un giornale, RIBA, il robot che si prende cura degli anziani (segnalatomi anche dalla mia amica Alessia Cerantola direttamente dal Giappone), i cacciatori di raggi cosmici.
Dite che io non ho nessun merito? Vero. Ma solo in parte. Perchè sono stato tra i primi (forse il primo, ma come si fa a dirlo?) a scrivere dell’organizzazione di questo istituto, dei processi di competizione collaborazione che contraddistinduono le sue attività, dell’importanza che in esso viene assegnato al merito.
Tornato in Italia, sembravo un marziano. Il Ri che? Il Riken, signori, una straordinaria fabbrica di scoperte scientifiche, per genio e per caso.
Meditiamo gente, meditiamo.