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Scritte e Superga

Questo storia inizia con un articolo di Pasquale Raicaldo pubblicato su Repubblica Napoli il 22 Gennaio 2021 e intitolato “Altro che social, in Cilento le storie viaggiano sulle scarpe, lo potete leggere qui e continua con un articolo redazionale pubblicato su Repubblica Napoli il 23 Aprile 2021 e intitolato “I monumenti di Napoli sulle mitiche Superga”, lo potete leggere qui.

Questa è la foto della #scarpascritta “Coraggio” editata da Scritte e realizzata dall’azienda Confort Shoes a Caselle in Pittari con il marchio Patrizio Dolci a fine Gennaio 2021.

Questa è la foto della scarpa Superga #throwback pubblicata su Repubblica Napoli nell’articolo citato.

A scanso di equivoci, vi dico subito che se adesso state pensando che tutto questo mira non dico a dimostrare ma anche solo a sostenere che Superga ha copiato Scritte siete completamente fuori strada. Non solo perché il vecchio sociologo come me in questi casi qui non può fare a meno di andere con il pensiero al grande Robert K. Merton e alla sua accezione di Scoperte Multiple Indipendenti nelle sue meravigliose riflessioni sulla Serendipity, ma anche perché pure io ho amato le Superga per lunga parte della mia vita, alla fine le ho lasciate solo per Scritte, e non mi sembra poco.

Il “perché” di questo post si può riassumere in tre punti.

Il primo racconta di soddisfazione e anche di qualche conferma, perché se la “scoperta” che hai fatto tu, tu nel senso di Scritte e in primis del suo fondatore, Giuseppe Jepis Rivello, l’ha fatta anche la “mitica” Superga, c’è sicuramente da essere contenti e soddisfatti, almeno io la penso così.

Il secondo racconta di sfida, che per fortuna non è come ai tempi di Davide e Golia, oggi le sfide si possono giocare sul terreno della qualità, della bellezza, dell’innovazione, e anche senza esagerare con storie tipo siamo tutti uguali, è fuori discussione che al tempo dei bit i Davide sono un poco meno Davide e i Golia sono un poco meno Golia.

Il terzo racconta di mercati e di possibilità, perché il progetto ideato da Jepis, è difficilmente scalabile, perché certo Superga può fare Napoli, Milano, Parigi, Londra, New York, Tokyo e compagnia bella, ma noi possiamo fare anche Pienza, Padula, Pavia, Gerace, e lo possiamo fare a partire dalla storia di chi sceglie di indossare le nostre #scarpescritte. Noi cerchiamo autori prima che clienti, sono loro che vengono da noi, non viceversa.

Per ora non ho altro da aggiungere, magari ci ritorno su nei prossimi giorni e magari no, alla fine questi piccoli pensieri sono solo dei segnaposto per successive esplorazioni, riflessioni ulteriori da fare non solo nell’ambito del team Scritte, ma anche insieme a voi, perciò se lasciate qualche riga di commento sappiate che sarò felice di leggervi e pensarci su.

Prufessò, scusate, ma allora perché lo fate?

L’incontro a via Chiaja, qualche giorno fa. Come purtroppo mi accade sempre più sovente, non ricordo chi è né, ovviamente, come si chiama. Neppure la prima parola che dice, “prufessò”, mi  permette di inquadrarlo, alla voce “università” non ci sta bene, devo averlo per forza incrociato da qualche parte, meglio non pensarci e stare attento a non fare brutte figure.
“Prufessò, ve state facenno ‘e sorde, eh?, sono contento, ve lo meritate, siete una brava persona.  Mio padre mi racconta sempre che anche quando stavate alla Cgil eravate così”.
“Ringrazio te e tuo padre per i complimenti, ma di quali soldi parli?”.
“Prof., io vi seguo su Facebook, sono un vostro tifoso, so tutto di voi: il romanzo che avete scritto, le recensioni che state avendo sui giornali, i lettori entusiasti, tutte quelle presentazioni, e mica è una cosa brutta avere successo e mettersi in tasca un po’ di soldi”.
“Guarda che sei fuori strada. A parte che “avere successo” è una parola grossa, e che per fare soldi con i libri bisogna venderne tanti, ma proprio tanti, così tanti che tu nemmeno te lo immagini, per quanto riguarda me i soldi non li farei neanche in quel caso, perché per ragioni  troppo lunghe da spiegare non ricevo diritti d’autore.”
“Cosa vuol dire?”
“Vuol dire che dal punto di vista economico io non ci guadagno niente, indipendentemente da quello che si vende. Per dirla come va detto ci rimetto soldi miei, per viaggiare, per mangiare, quando serve dormire, le copie che regalo agli amici e così via discorrendo”.
“Prufessò, scusate, ma allora perché lo fate?”.
“Scusami, adesso non ho tempo, ho un appuntamento e sono in ritardo, sarà per un altra volta. Ciao, e salutami tanto tuo padre”.
Dite che sono stato un poco antipatico? Non sono d’accordo, e vi spiego perché:
1. L’appuntamento e il ritardo erano veri.
2. Parlare senza sapere con chi stai parlando è già complicato quando si tratta di convenevoli figurarsi quando la discussione è seria (lo so che potevo dirgli “scusa ma non mi ricordo chi sei”, a volte lo faccio, ma bisogna farlo subito, quando la discussione ha preso il suo corso fa brutto).
3. Dire che lo faccio perché credo nella possibilità che il lavoro ben fatto possa cambiare la cultura e il destino del mio Paese, che continuo ad amare nonostante tutti i contorcimenti di stomaco che mi provoca ogni giorno; perché tutto questo contribuisce a dare senso alla mia vita; perché mi piace farlo; perché in questo modo stabilisco connessioni con un sacco di bella gente in giro per l’Italia è davvero importante, molto, ma soltanto per me.
4. La ricerca che stiamo portando avanti Alessio, Cinzia, Gennaro e i maestri artigiani di Castel San Giorgio, Jepis e le band di #Cip e di  #CampDiGrano, Giuseppe e la sua pasta di Gragnano che ottiene l’IGP, le ragazze i ragazzi della Bottega Exodus Ahref di Cassino, Gennaro e il suo dromedario da corsa, Santina, Costantino, io e tante/i altre/i persone in giro per l’Italia che a citarle/i tutti ci vuole un libro, mira a dimostrare proprio che quelle/i che pensano e agiscono come noi sono tante/i, ma così tante/i che neanche ce lo immaginiamo, e che se scelgono di connettersi, raccontarsi, rappresentarsi, agire, con la testa con le mani e con il cuore possono diventare egemoni – lo posso dire?, nel senso gramsciano del termine – e cambiare l’Italia.
5. Fare bene le cose è il nostro approccio, ridare valore al lavoro e cambiare l’Italia il nostro  obiettivo.
6. Per quanto mi riguarda, spero di farcela, lavoro per farcela, ma non ho bisogno di farcela, almeno non per forza. Ci sono strade nella vita che vale la pena di percorrere “a prescindere”. Per quanto mi riguarda, questa è una di quelle.

That’s all, folks. Almeno per ora.