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Cento di questi giorni come il tuo cuore desidera

Vogliamo cominciare dalla circostanza? Va bene, cominciamo pure da lì, era il 29 dicembre 1962 e al tempo abitavamo a Via Cupa dell’Arco, nella stanza all inclusive con angolo cottura, che vedete come fa chic ma in realtà significa che in quella stanza ci dormivamo papà, mamma, io e Antonio, naturalmente ci mangiavamo, ovviamente mamma ci cucinava, e nell’angolo c’era un micro bagno perché a includere anche quello nell’all sarebbe stato troppo anche per noi. La nostra bella casa ormai la dovreste conoscere, è quella nella quale facemmo la danza con i soldi della liquidazione di papà di cui ho scritto in Enakapata, la stessa nella quale io e Antonio ci precipitavamo sul ballatoio ad abbracciare papà quando tornava dal lavoro, e questo invece ve l’ho raccontato in Uno, doje, tre e quattro, che se non li avete ancora letti non sapete cosa vi siete persi ma fate ancora in tempo a rimediare. Quello che forse non vi ho ancora detto è che la casa suddetta aveva un bel balcone che usavamo nell’ordine per asciugare i panni, per vedere a scrocco, spesso assieme agli amici, le partite del A. S. Secondigliano, che giocava in promozione, e per sparare i tric trac e i biancali a Natale che un anno mi sono fatto anche un poco male ma questo ve lo racconto un’altra volta.

Io e Antonio eravamo amici dei figli del custode del campo e anche dei due scalcinati mastini napoletani che avrebbero dovuto fare da deterrente per i ladri, cosa ci fosse poi da rubare non è che l’ho mai capito, e quel famoso pomeriggio stavamo per l’appunto facendo un’improbabile partita, eravamo in tutto 5 o 6 in quel campo che ci pareva sterminato, quando qualcuno ci venne a chiamare, non ricordo davvero chi, per dire di correre a casa perché era nato il nostro fratellino.
Ora al tempo né io e né Antonio potevamo saperlo, ma il fatto che fosse un fratellino e non una sorellina voleva dire che prima o dopo ne sarebbe arrivato un altro,  che per fortuna dopo arrivò Nunzia perché papà non si sarebbe mica fermato se non fosse arrivata la femminuccia sua, il tutto con grande gioia di mia madre (non so se si coglie l’ironia, ma c’è, mamma se avesse potuto anche solo pensarlo lo avrebbe letteralmente ammazzato a papà per questo fatto, che lei a due già si sarebbe fermata anche se poi naturalmente ‘e figlie so figlie, tutti, e anzi Gaetanuccio è diventato anche il preferito della mamma sua anche se ancora oggi non lo vuole ammettere).

Insomma io me la ricordo ancora l’emozione di vedere il fratellino appena nato, era la mia prima volta dato che quando era nato Antonio non avevo ancora due anni e dunque cosa ti vuoi ricordare. Bellissimo.

A proposito di Gaetano, anche il nome è stato un problema, perché non piaceva a nessuno, né a me né a mamma e forse neanche a papà (di Antonio non so dire, glielo chiederò e vi faccio sapere).
A mamma non piaceva perché lei finita la fase del “refrisco”, io mi chiamo Vincenzo come il nonno paterno, mio fratello Antonio come il nonno materno, avrebbe voluto finalmente scegliere un nome non obbligatorio, che ne so, un nome tipo Marco ad esempio; a me non piaceva per la maledetta mania di associare i nomi ai soprannomi o agli sfottò e al tempo andava per la maggiore “Aitano, scorza ‘e patane, auna ‘e perucchie e s’è mangia cu ‘o ppane (Gaetano, buccia di papata, raccoglie i pidocchi e li mangia col pane)” che capite da soli quanto mi facesse schifo.
Perché allora papà decise (sì, anche questo l’ho già racocntato, ma per i renitenti alla lettura ripeto che da noi non era prevista la discussione, decideva tutto lui) che si dovesse chiamare Gaetano? Perché a un certo punto arrivò la sua nutrice, lui era stato l’ultimo di 17 figli, in gran parte morti prematuramente, e sua madre non avendo più latte l’aveva fatto allattare da una nutrice che noi chiamavano nonna e lui “mammà zezzella” (io lo trovo meraviglioso, e voi?), e si ricordò che un fratello di papà morto giovane si chiamava Gaetano e dunque mio fratello doveva chiamarsi così. E così fu.
Vabbé, poi naturalmente da allora sono successe tante altre cose, ma io un post devo scrivere non un libro che di quelli ce ne stanno già troppi in giro. Vi dirò soltanto che tra alti e bassi come succede in tutti i rapporti veri, perché non basta mica essere fratelli per andare sempre daccordo, non sarebbe neanche tanto bello così, che gusto ci sarebbe, continuiamo a volerci un bene da pazzi e oggi sono veramente felice felice di stare assieme a lui. Punto. Anzi no. Te voglio bene Gaetà. E ti faccio gli auguri come te li avrebbe fatti papà:
Tanti auguri per cento di questi giorni come il tuo cuore desidera.
Adesso è davvero tutto. Ci vediamo tra poco.

Era già rotto (Core ‘e mamma)

Sì, prenderla alla lontana mi piace. No, non c’entra niente il fatto che sto in ferie, è che mi piace raccontare, c’entra il daimon, il codice dell’anima, la streppegna, insomma non sono portato per la sintesi e poi non è che dovete leggere per forza. Uffah.

1972-1973. Campeggio Baia Domizia. A 17-18 anni è bello essere innamoratissimi, contraccambiati, di una stupenda ragazza di nome Rosanna. Eravamo in campeggio libero, e una delle attività giornaliere era quella di andare con il padre di lei, Luigi, l’uomo della tenda affianco, a prendere l’acqua.
Lui, da quasi 40 anni iscritto al PCI, sapeva del nostro amore, e ne era anche contento. Comunista lui, comunista io, per di più giovane studente che studia con la testa al proprio posto cioé sul collo,  cosa vuoi di più dalla vita.
Quel giorno, mentre riempiamo la settima-ottava damigiana da 50 litri, Luigi mi fa “ricordati, ‘a femmena che dice ca te vo’ bene cchiù da mamma è ‘na femmena che ti inganna”.
Posso dire che non capisco perché mi dice questa cosa? Che un pò ci rimango male? Che mi sembra una mancanza di riguardo rispetto alla figlia sua – innamorata mia bellissima?. L’ho detto. Punto.

2010. Cellole. Con Cinzia siamo ritornati dopo la bellissima giornata trascorsa qualche giorno prima, sì, proprio quella delle foto e del filmato del post precedente e, cosa non proprio scontata, trascorriamo un’altra bellissima giornata.
Mare, telline, pallavolo, chiacchiere, tentativo di restare al sole fino alle 3 p.m. da me prontamente sventato, ritorno a casa, doccia in giardino con la pompa dell’acqua che a me piace un sacco, i sandali messi ad asciugare. Indosso degli infratido di un pò di numeri più piccoli del mio, della serie l’arte di arrangiarsi è obbligatoria se hai 46 di piede.
Pranzo, musica, tanta bella musica, chiacchiere again, mentre sto scendendo per andare a vestirmi per il ritorno a Napoli si rompe l’infradito destro. Mi scuso con mia cognata Paola che me li ha prestati, lei naturalmente sorride e mi dice che non c’è problema, nel frattempo Cinzia è scesa ed essendo una persona che mette pace ha detto a mamma “Vostro figlio ha rotto gli infradito di Paola”.
La risposta di mamma:” e che fa, quelli già erano rotti”.
Io e Cinzia siamo scoppiati a ridere come pazzi. Poi mi è venuto in mente Luigi e la storia della femmina ingannatrice.
Voi dite che è l’età? Dite, dite. Intanto a mamma mia guai a chi me la tocca.

Grand Hotel

Va bene, l’ammetto, dato il periodo, le possibilità del “qui pro quo” sta nelle cose, ma il Grand Hotel del titolo non c’entra nulla con il posto nel quale trascorrerò le ferie, che per ora non ho deciso neanche se e dove le trascorrerò. Grand Hotel sta per la rivista Grand Hotel, quella fondata nel 1946 dai fratelli Alceo e Domenico Del Duca, i boss delle Edizioni Universo,  con Matteo Macciò,  che ne diventò il direttore, che all’inizio era basata sulle storie d’amore a fumetti (tra i collaboratori il grande Walter Molino) e poi si trasformò  in un contenitore di fotoromanzi destinati prevalentemente al pubblico femminile (prevalentemente, perché tra i lettori c’ero anche io, avevo 9-10 anni, ma sempre pubblico maschile ero).
Perché vi racconto tutto questo? Perché ieri ho passato una bellissima giornata, assieme a Cinzia, ai miei cognati Paola e Alberto, ai miei nipoti Flavia e Angelo, a mia madre Fiorentina, e a Nunzia, Gaetano e Antonio, i miei fratelli. E  perché questa bellissima giornata ho deciso di raccontervela con tre immagini e un breve filmato, con tanto di didascalia, proprio come si faceva su Grand Hotel.
Buona visione.

 

Un tuffo nel passato. I quattro fratelloni di Secondigliano sul terrazzo di casa il giorno del mio 50° compleanno, l'11 settembre 2005
Un tuffo nel passato. I quattro fratelloni di Secondigliano sul terrazzo di casa il giorno del mio 50° compleanno, l'11 settembre 2005
Ma questi non sono due fratelli, sono due campioni. Prima di quelli di quelli di Castellammare, c'erano già i fratelloni di Secondigliano, senza Peppeniello di Capua come timoniere, e se c'era il beach tennis la medaglia alle olimpiadi la vincevamo anche noi.
Ma questi non sono due fratelli, sono due campioni. Prima di quelli di Castellammare, c'erano già i fratelloni di Secondigliano, senza Peppeniello di Capua come timoniere, e se c'era il beach tennis la medaglia alle olimpiadi la vincevamo anche noi.

I campionissimi all’opera, infruttuoso salvataggio compreso … E vissero tutti felici e contenti.