Archivi tag: Cover Story

Liberi nella rete

E se invece di cominciare da un sostantivo, informazione, e da un aggettivo, partecipata, cominciassimo da due verbi, informare e partecipare? Ma sì, ha ragione Weick (K. E. Weick, 1997), con i verbi viene meglio, c’è più soggettività, più senso e significato, più divenire. Anzi, facciamo così, cominciamo da partecipare, il verbo che in variegati contesti continua a rappresentare un aspetto chiave del nostro essere cittadini in questo controverso inizio di terzo millennio, mentre ci ritroviamo a fare i conti con la crisi delle ideologie e delle identità, dell’Europa e delle nazioni, delle economie e dello stato sociale. Sì, partecipare è importante, ma dirlo non basta, soprattutto se il tuo destino, quello della tua famiglia, quello dei tuoi vicini di casa, è nei fatti sempre più nelle mani di uomini soli al comando, se il film che vedi proiettato nella tua vita di tutti i giorni si intitola “il leaderismo che avanza”, che conquista spazio non solo nel dominio delle cose grandi, anche se avere come leader Barak Obama, Angela Merkel o Silvio Berlusconi non è certo la stessa cosa, ma arriva giù giù fino ai tanti “caporali” che ti complicano la vita, agli uomini senza qualità che, come diceva Carmine, delegato di un’azienda chimica napoletana, “si mettono il cappello storto in testa e pensano di essere Napoleone”.

Ebbene sì, se vogliamo parlarne seriamente dei nostri due verbi, informare e partecipare, conviene tenerlo d’occhio il contesto, la necessità di ritrovare ragioni forti intorno alle quali incardinare il nostro bisogno di socialità e di partecipazione, l’urgenza di rompere la spirale che fa sì che il leader carismatico, mediatico, idolatrato, sia la sola risposta alla scarsità di elités e classi dirigenti. Sì, il contesto è importante. Se la politica con la P maiuscola, quella che rappresenta la sfera dell’esistenza autentica di ciascuno di noi (Arendt, 1995), diventa come l’araba fenice è un problema. È un problema l’overdose di individualismo che ci fa essere meno responsabili verso noi stessi, gli altri e il mondo che ci sta intorno. È un problema la perdita del motivo di fondo, della capacità di concatenare tra loro gli eventi e interpretarli sulla base di un denominatore condiviso. È un problema continuare a pensare al sindaco, al presidente della regione o del consiglio, al responsabile della bocciofila o della cooperativa culturale come a Wolf (Tarantino, 1994), l’uomo che risolve i problemi, al quale affidare il nostro futuro mentre pensiamo ad altro. No, così non funziona, la democrazia bisogna conquistarla ogni giorno, bisogna stare sul punto, metterci impegno, tempo, responsabilità, fatica, e tutto questo si interseca da un lato con le forme, le strutture, i luoghi nei quali riconoscersi e attraverso le quali avere la possibilità di far valere la propria opinione nella costruzione del discorso pubblico, e dall’altro con la necessità di ritrovare sollecitazioni, motivazioni, ragioni che spingano ciascuno di noi a partecipare in maniera consapevole. Altrimenti che succede? Niente, anzi no, qualcosa succede: rimangono tutte chiacchiere, anche quelle relative ai nostri due verbi; magari belle chiacchiere, persino chiacchiere esemplari, ma sempre chiacchiere restano e le chiacchiere, come diceva don Carmine ‘o filosofo, stanno a zero.

Detto del contesto, si può ricordare che le nuove tecnologie della comunicazione, con il loro impatto sulle libertà negative (libertà da) e positive (libertà di) di ciascuno di noi (Berlin, 1969), sulle capacità e le abilitazioni di cui ciascuno di noi può disporre (Sen, 2000), rappresentano il terreno d’incontro “par excellence” dei verbi informare e partecipare. Insomma se è vero che le relazioni sociali sono la lente attraverso la quale valutare i condizionamenti e le opportunità per le libertà di ciascuno, che una diseguale dotazione di diritti, di risorse e strumenti necessari a tradurli in libertà determina una forte asimmetria nella realizzazione delle capacità e nelle libertà delle persone, ecco che l’ampliamento delle possibilità di partecipazione a reti sociali, culturali, politiche, ludiche, collegate allo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione, rappresenta un’occasione oggettiva di ampliamento delle libertà e dunque delle opportunità delle persone. Non a caso il web è diventato uno strumento sempre più importante per dare visibilità a soggetti che nei contesti nei quali vivono non avrebbero altrimenti le stesse possibilità di avere voce. Poter diffondere informazioni sui propri obiettivi, sulle strategie adottate, poter comunicare con minoranze o governi di altri paesi può fare la differenza: è valso anni fa con il movimento delle donne messicane “Mujer a Mujer”, che attraverso Internet acquisirono le informazioni necessarie per poter negoziare le condizioni di lavoro in un’impresa tessile statunitense appena installata sul loro territorio, sta valendo oggi per le “rivoluzioni” nei paesi del Nord Africa.

In questo quadro la nascita del “cittadino reporter”, lo sviluppo dell’inchiesta partecipata, rappresenta una ulteriore straordinaria modalità di sviluppo della partecipazione su un terreno strategico come quello della produzione delle notizie. Gli esempi non a caso cominciano ad essere tanti, a partire da quelli raccontati su queste stesse pagine da Michele Kettmaier e Stefano Iucci. Accennerò qui soltanto ad altri due esempi, che faranno da corollario alla considerazione conclusiva:

la versione italiana di Wikinews (http://it.wikinews.org/wiki/Pagina_principale), che ha più di 6 anni e raccoglie ad oggi oltre 8 mila articoli, che ha il pregio di essere espressione di una comunità aperta a tutti gli effetti (licenza Creative Commons Attribution 2.5) e di sollecitare un approccio “neutrale” alla notizia, e il difetto di essere più un bignami delle notizie pubblicate sui principali quotidiani e settimanali che un vero e proprio produttore moltiplicatore di news;

Business Exchange (http://bx.businessweek.com/), la figlioccia digitale di Business Week, che dà la possibilità al lettore di proporre un argomento che, una volta approvato dalla redazione (a me è accaduto con Decision making process, Riken e Collaborative management), permette agli iscritti di inserire link relativi ad articoli suddivisi per news, blogs, reference, jobs; il vantaggio è che di norma vengono proposte news più selezionate, qualificate, interessanti, lo svantaggio di essere molto poco “open”, a partire dalla lingua, “english only”.

La considerazione conclusiva è che anche senza sottovalutare riflessioni critiche ed equivoci, in fondo alla strada del “citizen journalism” non c’è l’informazione di professione ma l’informazione di qualità. Dite che è una strada difficile, tortuosa? Rispondo che lo sarà tanto di più quanto più profondo sarà il cambiamento. Sì, per me è solo questione di tempo, poi anche questo futuro diventerà inesorabile. Come il passato.

La fabbrica sostenibile

Ogni fabbricato dovrà produrre almeno una parte dell’energia che consuma, mentre i nuovi immobili dovranno essere a bilancio energetico positivo. Questo permetterà di creare milioni di posti di lavoro. “Dobbiamo ingegnarci: il Rinascimento nacque così”

Lo vogliamo dire? Nell’era di internet, della società della conoscenza, del capitale immateriale, fa un certo effetto constatare che al centro della civiltà dell’empatia Rifkiniana ci siano l’industria, la fabbrica, il cantiere. E fa ancora più effetto sentire perché sarebbe “facile”, anche per il nostro Paese, avviare un processo di crescita sostenibile destinato a creare diverse centinaia di migliaia di nuovi e qualificati posti di lavoro in pochi anni. Questioni di scelte. Di visione nazionale. Di politica industriale. Esattamente quello che è mancato in questa fase nel Belpaese. Ma è meglio non anticipare troppo e cominciare dal principio, da quello che Jeremy Rifkin – presidente di Foundation on Economic Trends (www.foet.org) e autore di numerosi bestseller sull’impatto del cambiamento scientifico e tecnologico sull’economia, il lavoro, la società –, ci ha detto a proposito del disastro causato dalla British Petroleum.

“La catastrofe del Golfo del Messico – spiega – ha ormai raggiunto una proporzione pari a sette o otto volte il disastro provocato dalla Exxon Valdez. Ciò dimostra quanto disperati e dipendenti siamo diventati, al termine dell’era dei carburanti fossili: pur essendo consapevoli dei danni che possono provocare sul lungo termine agli ecosistemi, siamo disposti a lanciarci in rischiosissime imprese di trivellazione off-shore perché dipendiamo da quelle risorse, tant’è che nel luglio 2008 l’intero motore economico della seconda rivoluzione industriale si è fermato. Come ho ripetuto più volte a governi e imprenditori, il vero terremoto è stato quello. Il collasso del mercato finanziario, sessanta giorni dopo, era una scossa di assestamento. E anche se al momento l’economia sta tentando di riprendersi, in misura estremamente contenuta ma pur sempre su scala mondiale, siamo ancora alle prese con le scosse di assestamento, non ne siamo ancora venuti fuori.

Immaginiamo che a suo avviso per venirne fuori davvero ci sia bisogno della terza rivoluzione industriale. Ma al di là dell’indubbio fascino evocativo, a che punto siamo concretamente?

Il concetto di terza rivoluzione industriale è stato assunto dal Parlamento Europeo nel 2007, quando l’allora presidente Pöttering l’ha definita una strategia di lungo termine per l’Unione Europea. Il lavoro fatto finora è proceduto a diverse velocità, tanto all’interno della Commissione quanto nell’ambito dei singoli Stati membri. Nel frattempo, circa un anno e mezzo fa, abbiamo fondato la Third Industrial Revolution Global CEO Business Roundtable, una coalizione globale composta da aziende che operano nel settore delle energie rinnovabili, nel settore edilizio, in quello immobiliare, delle tecnologie delle comunicazioni, dei servizi logistici, dei trasporti, delle forniture energetiche. Obiettivo della coalizione è elaborare una serie di master plan per le varie città e regioni, affinché queste possano iniziare a dotarsi dell’infrastruttura di cui la terza rivoluzione industriale necessita.

Un aspetto importante del nostro lavoro, che credo sia interessante per la vostra fondazione e per il movimento sindacale in generale, è che noi proponiamo un vero e proprio piano di sviluppo economico, non un piano sul clima o sull’energia.

Il nesso tra sviluppo ecosostenibile, crescita economica e occupazione delinea sicuramente, per il movimento sindacale, uno scenario di grande interesse.

Certo. Noi poniamo l’accento sugli investimenti, non sulla spesa pubblica. Ogni regione, ogni città, genera il proprio prodotto interno lordo e ogni anno una determinata percentuale di questo Pil generato localmente viene reinvestita. Strade, ponti, case, reti di distribuzione energetica, infrastrutture logistiche: non importa se le cose vanno bene o vanno male, una parte del Pil viene comunque ridestinata alle opere di miglioria. Prendiamo il caso di Roma, che attualmente reinveste circa 25 miliardi di euro all’anno, sarebbe a dire un quinto del suo Pil. La media di investimenti necessari da noi prevista per i prossimi vent’anni è di circa 500 milioni di euro annui, 10 miliardi in 20 anni. Stando ai nostri calcoli, se Roma si limitasse a dedicare agli interventi da noi previsti l’1,5 per cento degli investimenti infrastrutturali che effettuerebbe in ogni caso, riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi prefissati. Quindi complessivamente a Roma, per farcela, basterebbe spendere circa lo 0,3 per cento del proprio Pil. Questo discorso vale naturalmente per tutte le città e le regioni finora prese in esame: basterebbe dedicare al massimo il 3 per cento degli investimenti ai nuovi interventi, continuando a spendere il rimanente 97 per cento per il mantenimento delle vecchie infrastrutture ormai in malora, e ce la potremmo ancora fare. Ribadisco che si tratta di soldi che le amministrazioni dovrebbero comunque spendere dato che è tutto vecchio: fonti energetiche, infrastrutture, edifici, sistemi di stoccaggio, e non possiamo lasciare che cada tutto a pezzi.

Sembra facile. In realtà occorre un cambiamento di cultura e di approccio da parte dei diversi soggetti coinvolti, politica e istituzioni, imprese, sindacati, cooperative e terzo settore, ecc..

Esatto. I soggetti e le aziende presenti sul territorio devono capire che si tratta di un’enorme opportunità, che si tratta di reinventare l’economia esattamente come avvenne durante la prima rivoluzione industriale, quando fu realizzata la rete ferroviaria e di trasporto e si costruirono i grandi centri urbani. Oggi, con la terza rivoluzione industriale, ogni singolo fabbricato, dagli uffici agli impianti industriali alle case, dovrà produrre almeno parte dell’energia che consuma. Mentre gli immobili di nuova costruzione dovranno essere a bilancio energetico positivo. Significa creare milioni di posti di lavoro.

Uno scenario che a sentire lei sembra a portata di mano.

Certamente. In Germania ad esempio, dove ho fornito consulenza al cancelliere Merkel, sono stati già avviati gli interventi per la realizzazione dei quattro pilastri fondamentali. Stanno, infatti: installando impianti per le rinnovabili in tutto il paese, scelta che ha permesso di creare 220.000 posti di lavoro in pochi anni; trasformando il proprio intero patrimonio edilizio in centrali energetiche, affinché ogni stabile possa catturare la propria energia direttamente in loco; realizzando depositi di idrogeno in tutta la Germania; predisponendo una rete di distribuzione intelligente. Potrei citare anche la Spagna, che è il numero due sul fronte delle rinnovabili e sta anch’essa avviando la terza rivoluzione industriale. Perché non l’Italia?

Verrebbe da dire perché l’attuale governo ha scelto ancora una volta la via del nucleare e della centralizzazione, piuttosto che la via dell’ecosostenibile, delle rinnovabili, del decentramento.

A mio avviso il terreno dello scontro rimane politico, ma presenta caratteristiche diverse dalla fase in cui viveva sulla distinzione tra conservatori e riformisti. Io sono convinto che il nuovo terreno di scontro sia di natura generazionale. I giovani non pensano in termini di destra e sinistra, ritengono che lo scontro sia tra il modello patriarcale, centralizzato e piramidale da una parte, e il modello distribuito, dell’open source e delle creative commons dall’altra. È una generazione cresciuta su internet, abituata a Wikipedia, a condividere codici sorgente, codici computazionali e software, a usare Youtube e Facebook, tutti spazi collaborativi dove condividono le informazioni in maniera distribuita.

Su questa storia del superamento delle categorie di “destra” e “sinistra” ci sarebbe molto da discutere, a partire dal modello sociale, dal controllo dei mezzi di produzione e di distribuzione e dal fine ultimo dell’impres: il mero profitto o la crescita distribuita. Difficile invece non convenire sul fatto che si sta diffondendo una sensibilità trasversale intorno a questi temi.

Proprio così. La posta in gioco è la democratizzazione dell’energia, nel senso di power to the people. Si tratta da una parte di un modello di mercato dove ciascuno produce la propria energia, dall’altra di un modello collaborativo basato sulla condivisione tra pari dell’energia prodotta da ciascuna città, paese, continente. Per Roma proponiamo tra l’altro la costituzione di cooperative energetiche sull’intero territorio cittadino. L’idea è quella di lavorare con le imprese locali e nazionali e creare un sistema ibrido che offra a tutti gli attori territoriali la possibilità di fondare cooperative che riducano i margini di rischio per poi stringere accordi collaborativi che prevedano la condivisione dell’energia prodotta, attraverso reti distribuite connesse con il resto d’Europa e con il Mediterraneo. È il modello sociale e di mercato del ventunesimo secolo. Non è un caso che la Lega Coop sia tra i soggetti con un ruolo da protagonista in questo processo.

Torniamo alla questione lavoro, che in Italia presenta sempre più i caratteri dell’emergenza nazionale. Lei prima ha parlato della possibilità, con la terza rivoluzione industriale, di creare milioni di posti di lavoro. Possiamo provare a dare maggiore consistenza alla sua affermazione?

Se provo a pormi dal punto di vista del movimento sindacale le mie domande sono queste: una centrale a carbone, quanti posti di lavoro può creare? E una centrale nucleare? La Germania, che rimane un paese con un’economia trainante, ha dimostrato che le energie rinnovabili possono creare moltissima occupazione. Duecentoventimila posti di lavoro nel giro di pochi anni a fronte di un pugno di posti di lavoro in tutti gli altri settori. Il movimento sindacale dovrebbe anche rendersi conto che la chiave di tutto è l’edilizia: è quello l’elefante nella stanza, l’evidenza che nessuno vuole vedere. Abbiamo l’opportunità di riprogettare ogni singolo fabbricato italiano per trasformarlo in una centrale energetica: dal punto di vista del lavoro, il ritorno sull’investimento è immenso.

E poi c’è il fatto che la creatività che esprimete in Italia non ha pari. E avete anche una validissima comunità di piccole e medie imprese. Ora, da Roma in su l’Italia è una grande centrale, mentre da Roma in giù avete un’enorme quantità di energie rinnovabili. Pensate alle opportunità economiche che si verrebbero a creare stabilendo una forte alleanza tra chi produce le energie della terza rivoluzione industriale e chi produce il manifatturiero. Potreste costruire un’Italia omogenea e superare lo squilibrio tra meridione e settentrione.

Questo del superamento degli squilibri tra Nord e Sud, della definizione di nuovi e più avanzati equilibri è certamente un altro snodo decisivo.

Dal punto di vista dell’energia, da Bari alla Sicilia avete un’Arabia Saudita. C’è tutto: solare, eolico, marino. La sfida è riuscire a incanalare tutta questa energia con tecnologie al passo con la terza rivoluzione industriale, quindi fonti rinnovabili, riconfigurazione degli edifici, predisposizione di reti di distribuzione intelligenti e le altre cose che abbiamo detto, per poi stabilire una nuova relazione economica con l’Italia settentrionale. Posso dire che bisognerebbe guardare di più alle opportunità che tutto questo offre? Che vedo il futuro del movimento sindacale in buona parte qui?

Opportunità, come quelle che servono per lasciarci alle spalle la questione meridionale e ragionare in termini di risposta meridionale. Una risposta fondata sull’industria e sul lavoro ecosostenibile, sulle opportunità di crescita e di futuro.

Sì, opportunità di crescita sostenibile. Lo scontro non può continuare ad avvenire soltanto su quanto ancora toglieranno ai lavoratori e alle lavoratrici, occorre reinvestire nel nome di una giovane generazione di lavoratori. Dobbiamo saperci ingegnare. Il Rinascimento nacque da questo, ed è così che daremo corso al Rinascimento del ventunesimo secolo: sarebbe a dire un rinascimento energetico.

Per un’etica della convenienza

“Un’idea | un concetto | un’idea | finché resta un’idea | è soltanto un’astrazione | se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia | rivoluzione”. Ricordate? Era Giorgio Gaber che cantava la fatica di usare le parole tenendo assieme il dire con l’agire.

La parola “altro” è da questo punto di vista paradigmatica. Perché se ci si ferma al dire si possono riempire interi volumi, basti pensare alla dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale come patrimonio dell’umanità o a Ryszard Kapuscinski (“l’incontro con l’altro è la più importante delle esperienze”; L’altro, Feltrinelli) e a James Hillman (“l’altro diventa il nostro prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia ci chiama”; La forza del carattere, Adelphi) nelle pagine in cui ricordano Emmanuel Lévinas. E perché persino sul terreno del “dire” le cose non filano mai lisce come piacerebbe a noi.

Il fatto è che le parole chiamano altre parole; che con le parole formuliamo concetti e categorie di pensiero; e che le categorie di pensiero hanno bisogno di essere ri-formulate e re-interpretate.

È il punto, importante, sul quale concordano Jurgen Habermas e Jacques Derrida (Giovanna Borradori, Filosofia del Terrore, Laterza) riferendosi a concetti come “tolleranza”, “dialogo”, “sovranità”, “cosmopolitismo”, “perdono”, “diritto internazionale”, “globalizzazione”.

Per Derrida la tolleranza è il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella sua casa. È attraverso la ridefinizione dei concetti di cittadinanza, tolleranza, cosmopolitismo che si può pensare a una cittadinanza universale che non si associ a un superstato mondiale e a una sovranità nazionale che non si appiattisca su un patriottismo di spirito, di destino e si rispecchi nel rispetto per la costituzione, patrimonio comune dei cittadini. Una tolleranza che non sia paternalista, di matrice cristiana, condizionata e concessa dall’autorità superiore. Da qui l’idea di procedere oltre, verso quel concetto di ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Da qui la richiesta che la differenza dell’Europa sia “nel non rinchiudersi sulla propria identità e nel farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, verso l’altro capo o il capo dell’altro”.

Habermas assegna dal suo canto ai concetti e ai valori democratici propri del mondo occidentale, alla capacità intrinseca della democrazia di dare soluzione a ogni conflitto, la possibilità di risolvere le contraddizioni che caratterizzano la modernità. A suo dire la tolleranza moderna non è unilaterale e monologica come quella introdotta dall’Editto di Nantes ma, posta a base di una democrazia di eguali raccolta attorno alla propria costituzione, diventa dialogica e perfettibile.

Su un piano solo in parte diverso Thomas H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, Laterza) riconduce alla categoria dei diritti di cittadinanza tanto i diritti civili quanto quelli politici e quelli sociali, definendo così un vincolo stretto tra la possibilità delle persone di essere titolari di diritti e la loro appartenenza a una data comunità, mentre Luigi Ferrajoli (I fondamenti dei diritti fondamentali, Franco Angeli) mette in risalto l’antinomia tra il carattere universale dei diritti fondamentali e il loro “confinamento entro gli angusti spazi della cittadinanza statuale”. A suo avviso non possono essere la lotteria biologica e sociale, il paese o la famiglia dove ci ritroviamo a nascere e a crescere a legittimare “il nostro diritto ad avere di più”. Ma è davvero realistica l’idea di una “cittadinanza universale” che superi la dicotomia fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino, “riconoscendo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in quanto semplicemente persone, i medesimi diritti fondamentali”?

Si potrebbe naturalmente continuare con le parole e i loro significati, ma ci pare invece più utile sottolineare che le tante, diverse, interessanti idee di cui abbiamo detto fin qui hanno come principale comun denominatore il fatto di essere fuori moda, di non avere appeal. Le voci di dentro della società italiana sono chiare: tolleranza, ospitalità, diritti? No grazie! Le parole del consenso sono ronde, sicurezza, repressione, esplusione.

Invertire la tendenza? Difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

Si potrebbe ad esempio non farne solo una questione di etica. Quando si parla di accoglienza e di ospitalità, così come di regole e di legalità o di élites e di classi dirigenti il cambiamento accade se e quando appare “conveniente”. Le persone cambiano i loro modi di dire e di agire non tanto quando il cambiamento è giusto ma quando il cambiamento conviene. Forse parte da qui Richard Sennett (L’uomo artigiano, Feltrinelli) quando scrive che oggi più che mai è necessario indagare come si può modificare o regolare il comportamento concreto piuttosto che esortare a un cambiamento di cuori. Di certo è utile partire da qui per affrontare la questione relativa alla determinazione delle condizioni, del contesto, atto a favorire tale cambiamento.

Il filosofo Francois Jullien (Pensare l’efficacia, Laterza) sottolinea a questo proposito l’importanza di puntare sui fattori portanti, di trarre profitto dal potenziale della situazione e fa l’esempio del coraggio, che l’umanesimo europeo considera una qualità umana mentre in Cina è per l’appunto pensato, come del resto il suo complementare, la pavidità, un effetto del potenziale della situazione. “Ora, se il coraggio è inteso non come una virtù, concepita da un punto di vista morale, ma come un effetto del potenziale della situazione, il generale dovrà domandarsi non se le sue truppe sono pavide o coraggiose ma come operare per spingere, o costringere, il suo esercito al coraggio”. E perché la cosa non sembri troppo “altro” rispetto al nostro contesto, ricorda Niccolò Machiavelli (Dell’arte della Guerra) che scrive di Cesare che, dopo averli circondati, comprende che per sconfiggere i germani deve offrire loro una via di fuga, poiché nella situazione di accerchiamento perfetto nel quale si trovano essi non possono che combattere con disperata furia e bellicosità.

Si parli di coraggio o si parli di accoglienza a nostro avviso è di estremo interesse il fatto che quanto più dalle virtù individuali ci si sposta sul terreno del creare e cogliere le condizioni per sfruttare il potenziale della situazione, tanto più c’è bisogno di élites e classi dirigenti all’altezza del compito, il che potrebbe suggerire qualcosa di interessante circa la peculiarità della crisi italiana.

Tornando più specificamente al punto, ancora da Sennett viene una ulteriore sollecitazione quando insiste sulla necessità di pensarci come “immigrati spinti dal caso e dal destino su un territorio che non è nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartene”. Il tema di Sennett è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, ma ancora una volta questo nesso tra “senso di spaesamento e di straniamento” e messa in moto di “pratiche concrete di cambiamento” appare di grande utilità per i nostri “eroici” tentativi di dare senso e concretezza alla cultura dell’accoglienza.

Sentirsi stranieri, cogliere il potenziale della situazione, sfruttare i fattori portanti per cambiare il nostro approccio con l’Altro. Più che un messagigo nella bottiglia, una traccia utile per future esplorazioni.

Tollerante. Anzi no, ospitale

Ottobre 1912. Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. [ … ] I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

Marzo 2009. L’azienda dove lavora Emilia continua a crescere e a Brescia la sua esperienza può essere di grande aiuto. Due settimane di lavoro intenso. Tanti stimoli. Saperi e idee con le quali confrontarsi.
Accade una sera. I due giovani colleghi che parlano di “slavi” come di diavoli venuti su dalle più profonde viscere della terra. Emilia sente i muscoli tendersi. Nel suo lessico “slavo” uguale persona di razza inferiore, sporca, che ruba e violenta, semplicemente non esiste. È lì pronta allo scatto quando uno dei ragazzi le dice “a proposito, tu sei di Napoli, ma voi l’acqua ce l’avete?”. Starà scherzando? Farà sul serio? Talvolta è difficile rassegnarsi al peggio. “Non ti sarai mica offesa?, pensavamo fosse come in Sicilia dove spesso l’acqua non c’è” insiste l’altro. Non c’è dubbio. Fanno sul serio. Cetto La Qualunque direbbe “non vi sputo se no vi profumo”. Virgilio “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Emilia di norma se li mangerebbe vivi. Questa volta no. L’amarezza è troppa. Non trova le parole. Si ritrova vinta dal silenzio.

Giugno 2009. Il mio amico Antonio Riolo mi invia la mail che racconta della relazione che mi ricorda la storia di Emilia D. Troppe volte ritornano, mi viene tristemente da pensare. Mi soccorre Derrida, la sua idea di chiedere all’Europa di non fermarsi alla tolleranza (il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella “sua” casa) e di procedere verso quell’ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Il suo mi sembra un grido di speranza e di responsabilità. La speranza di un’Europa ancora capace di sognare. La responsabilità di fare ciascuno ogni giorno qualcosa affinché il sogno, centimetro dopo centimetro, diventi realtà.