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Fuori tema

Per una volta sola solo una domanda solo in parte fuori tema:
Cosa ne sarebbe stato di questo Paese se le sue classi dirigenti, al tempo del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, si fossero comportate come quelle  attuali?
Con questo, con il tema fuori tema, non ci gioco più. Torno a Enakapata. Ma solo perché non posso tornare in Giappone. E restarci.

Il Valore della legalità. Conversazione con Marcelle Padovani

Credo di aver avuto intorno ai 14 anni quando ho incrociato per la prima volta l’espressione “anomalia italiana”. Sono passati quarant’anni, sono stati abbattuti il muro di Berlino e le Twin Towers e l’anomalia è ancora tutta lì. Basta dire scudo fiscale, lodo Schifani, lodo Alfano, guardare al modo in cui se ne discute su gran parte della stampa italiana e su quella del resto del mondo per rendersene conto con una evidenza che fa male. Di più. Nell’era Berlusconi l’anomalia è come teorizzata, rivendicata. Si favoriscono gli evasori fiscali, li si premia. Si fanno leggi ad personam, si delegittimano istituzioni e poteri autonomi, si alimenta l’insofferenza verso le regole ad ogni livello. Insomma: perché la partita “cultura della legalità e rispetto delle regole” non è stata ancora vinta dalla democrazia italiana? Quale fase stiamo attraversando?

Di questo e molto altro abbiamo discusso con Marcelle Padovani (Corrispondente permanente di Nouvel Observateur in Italia, autrice di film reportages sulla mafia e di numerosi volumi, tra i quali La Sicilia come metafora, con Leonardo Sciascia, Cose di Cosa Nostra, con Giovanni Falcone, e Mafia, Mafias, uscito in Francia da poche settimane) “Le mie impressioni su questo periodo sono molto contraddittorie – argomenta la giornalista –. Se mi avesse fatto la stessa domanda qualche anno fa è probabile che le avrei risposto con più ottimismo. La cosa che trovo preoccupante è che è diventato legge sparare sulla legge e sulle regole. Quasi come se ci fosse una gara a chi la dice più grossa contro le strutture della convivenza sociale, del rispetto verso l’altro, dell’osservanza, appunto, delle regole. Credo che questo sia uno dei momenti più bui che io abbia vissuto in questo Paese.

Eppure ho vissuto in Italia altri momenti molto duri. Ricordo ad esempio i giorni del rapimento di Aldo Moro. Ricordo tanta angoscia, ma allo stesso tempo una capacità di mobilitazione e di partecipazione che ci portava a incontrarci per strada, nelle piazze, dappertutto, per parlare e confrontarsi. In quel momento lì ho realizzato che il terrorismo in Italia non sarebbe stato sconfitto dalle leggi eccezionali, che per fortuna non ci sono state, o dalla repressione, com’è accaduto ad esempio in Germania, ma dalle persone, dalle piazze, dalle fabbriche, che ebbero in quella fase un ruolo importantissimo.

Ciò che intendo dire è che in quel momento che sembrava così buio c’era una grande consapevolezza di che cos’è uno Stato, e delle ragioni per le quali uno Stato non può venire a patti con dei delinquenti travestiti da rivoluzionari rossi.

Il Mese E oggi?

Padovani Purtroppo nella sensibilità popolare non incontro più questa volontà di rispondere assieme ai grandi problemi, a volte non so nemmeno se ci sia la consapevolezza dei grandi problemi. Mi domando ad esempio se oggi l’italiano medio si interroghi sugli attacchi alla Costituzione, se la famiglia media si lamenti del fatto che l’evasione fiscale cresce, che c’è insofferenza verso tutto ciò che è diverso, che non c’è più voglia di rispettare e neanche più semplicemente di tollerare chi non la pensa come te. Penso di no, e penso che questa mancanza di sentire comune sia preoccupante.

Il Mese: Rispettare le regole è giusto, eppure il fatto che sia giusto non basta a farle rispettare. Perchè la cultura delle regole si diffonda e si traduca in pratiche c’è bisogno che i cittadini siano indotti a ritenere “conveniente” il rispettarle. Da osservatrice, “esterna” ma non troppo, delle faccende italiane, cosa pensa del fatto che il sistema Italia ad ogni livello di fatto non premia i comportamenti rispettosi delle regole?

Padovani: Più volte mi sono ritrovata a fare paragoni con la Francia: un paese dove effettivamente c’è un rispetto diffuso per la legalità, dove quel che è vietato di norma non si fa. E poiché ho avuto ed ho molte ragioni per amare questo paese, mi sono altrettanto spesso chiesta perchè in Francia sì e qui noi.

La prima risposta che mi sono data è che in Francia il cittadino si confronta con un’amministrazione che lo rispetta. Se una persona ha un problema con il fisco può fissare un appuntamento, parlare con il personale preposto, chiedere chiarimenti, definire modalità di pagamento, discutere le scadenze, ecc… Quello che intendo dire è che c’è un modo dell’amministrazione di accogliere i cittadini che favorisce molto l’adozione di comportamenti virtuosi da parte di questi ultimi. In Italia invece l’amministrazione assomiglia troppo spesso a una macchina ideata per romperti le ossa, per complicarti la vita. È un’amministrazione arrogante, rigida nella forma ma non nella sostanza.

Secondo me, dunque, c’è il senso dello Stato proprio perché, mi si passi il “bisticcio” c’è lo Stato che è nato con Carlo Magno nell’800 e che gradualmente si è radicato e ha allargato la sua influenza, anche territoriale. Uno Stato che ha fatto della centralizzazione una risorsa importante per sviluppare tra i cittadini il senso dell’interesse collettivo.

Il Mese: Alla connessione forte tra centralizzazione e senso dell’interesse collettivo che lei suggerisce si potrebbe di primo acchito obiettare che ci sono numerosi esempi che dimostrano il contrario, valga per tutti quello della Germania.

Padovani: Non conosco bene l’esempio tedesco, ma credo si possa dire che ogni Land in Germania amministra come se fosse uno Stato. In ogni caso quello che mi pare davvero controproducente è il fatto che ci siano tante leggi diverse sullo stesso argomento da parte delle Regioni, delle Province, dei Comuni. In Italia accade spesso che Regioni ed enti locali si sovrappongano tra loro e con lo Stato, si muovano nello stesso spazio, cosicché non si capisce mai bene chi è responsabile di una cosa e chi no e tutto questo finisce, da un lato per determinare disordine, scoraggiamento, e dall’altro per rappresentare una spinta oggettiva a risolvere tutto con il contatto personale, con la richiesta del favore, con l’incitamento a corrompere. Tutto questo è avvilente, per la pubblica amministrazione e, ancora di più, per il cittadino.

Il Mese Ha mai pensato che in Italia fosse possibile una strada diversa?

Padovani Sì. Ricordo un episodio che mi colpì molto. Era il 1973, ero da poco arrivata in Italia e diretta a Fiumicino, con l’autobus, da Roma Termini. A un certo punto mi accorsi che stavamo andando al paese e non all’aeroporto. Mi prese l’angoscia, parlavo male l’italiano, chiesi all’autista e questi mi spiegò che avevo sbagliato mezzo. Ma non si fermò qui, perché, cosa da non credere, mi portò all’aeroporto con l’autobus. La grande generosità degli italiani, la loro innata capacità di improvvisare, di trovare delle soluzioni, di mettersi a livello dei problemi delle persone mi aveva fatto immaginare che le regole potessero non essere indispensabili. È una “fantasia” che mi è passata molto presto.

Per tornare allo Stato che non c’è, ancora negli anni 70 una signora mi ha raccontato una storia che per me ha dell’incredibile. Questa signora si era trovata in difficoltà e aveva dovuto portare tutti i suoi gioielli al Monte di pietà della sua città, Palermo. L’anno dopo, quando va a pagare e ritirare i gioielli, arriva con 20 minuti di ritardo rispetto alla scadenza stabilita e l’impiegato le spiega che non può più riscattare i suoi gioielli: in pratica li ha persi. La signora in questione si dispera, torna a casa, piange, si sfoga con che le dice vieni, andiamo da don Carlo. Don Carlo è un mafioso, si fa raccontare i fatti, poi dice alla signora di tornare il giorno dopo. L’indomani lei torna, lui le dà i gioielli e lei paga soltanto quello che avrebbe dovuto pagare all’amministrazione per recuperarli. Ecco, la mia domanda è: è “intelligente” uno Stato che si comporta così con i suoi cittadini?

Il Mese: Proviamo a guardarla anche da un’altro lato. Peter Schneider, nel pieno del ciclone tangentopoli, siamo nei primi anni 90, scrive su Micromega: “Quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. […] Gli italiani non possono ingannare sé stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione”.

A quasi 20 anni di distanza alcune cose sono cambiate, molte altre, purtroppo, no. Perché questo deficit di ruolo della classe dirigente?

Padovani: La classe dirigente è attualmente al potere in Italia è totalmente irresponsabile. Quando un presidente del Consiglio dichiara che tra un po’ ci saranno il 50 per cento degli italiani che non pagheranno il canone Rai, legittimamente tale dichiarazione viene letta come un incitamento a non pagare.

Un ceto dirigente che dà questo esempio, che pensa che la ricchezza ti metta al di sopra della legge e delle regole può fare molto male al proprio Paese. Bisogna auspicare che il primo tempo, quello dell’accondiscendenza, persino dell’ammirazione, lasci al più presto il posto al secondo, quello in cui si chiede conto dell’operato delle classi dirigenti, ad ogni livello. Da questo punto di vista ritengo sia indispensabile salvaguardare la capacità della magistratura di essere autonoma, di svolgere il suo compito con imparzialità e garanzia di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Mettere in discussione questa autonomia significa oggi condannare l’Italia a un ritorno al medioevo.

Il Mese: Quando nel 2002 lessi “Dodici anni dopo”, la prefazione alla nuova edizione di Cose di cosa nostra, mi piacque molto quella sua immagine del virus della legalità che si propaga. Ancora oggi resto convinto che l’esercizio consapevole della responsabilità da parte dei cittadini sia la risposta più efficace e credibile alla crisi identitaria, legale, morale che attraversa il Paese. Ma se la convinzione è rimasta, nutro molti più dubbi sulla possibilità di vederla realizzata. Lei oggi scriverebbe ancora che il virus della legalità in Italia si sta diffondendo?

Padovani: Oggi risponderei che il virus della legalità per il momento si è addormentato, ma che prima o poi si risveglierà. Vorrei spiegarmi con due esempi. Il primo si riferisce al 1976, anno in cui ci fu un lungo sciopero dei netturbini romani. Era luglio, faceva un caldo atroce e a quel tempo abitavo al primo piano in un palazzo qui a Trastevere. Sotto le finestre i cumuli di “monnezza”, come si dice a Roma, si facevano sempre più alti e naturalmente, con il caldo, l’odore diventava ogni ora più nauseabondo. Mi chiedevo come fosse possibile tutto questo quando un giorno vidi arrivare dei giovani con dei piccoli carri che cominciarono a raccogliere l’immondizia. Naturalmente scesi e chiesi chi fossero; la risposta fu “Siamo del Partito Comunista Italiano, apparteniamo alla sezione qui dietro”. Segnalai l’episodio in un mio articolo per indicare quella che per me era una vera cultura della legalità, un esempio virtuoso di governo alternativo del territorio.

Il secondo episodio si riferisce ai giorni nostri. Oggi abito in uno stabile popolare dove vivono una trentina di famiglie e dove è stata introdotta la raccolta differenziata. Ebbene è una battaglia continua quella che combatto assieme ad altre due o tre persone affinché si utilizzino nel modo giusto i vari contenitori. In particolare sembra sia un problema comprendere che dove c’è la spazzatura biodegradabile non si deve mettere la plastica. Ogni giorno devo togliere dal contenitore della biodegrabile i sacchetti di plastica, che non lo sono, li devo svuotare dal loro contenuto e mettere nel contenitore che raccoglie plastica, vetro, metallo. Ecco, direi che questa “piccola” grande differenza tra il 1976 e 2009 segnala qualcosa di significativo circa il decadimento dell’attenzione e della passione per la legalità.

About Partecipare

Ci piacerebbe discutere di politica. Delle opportunità che essa rende disponibili per sottrarsi alla dittatura della necessità e aprire la strada alla dimensione della possibilità.
Una politica fatta di passione, senso di responsabilità, lungimiranza (1), che non sia indifferente alla distribuzione della felicità, attenta a ciò che le persone riescono a essere e a fare effettivamente, capace di sostenerle nei loro tentativi di ampliare la gamma delle possibilità tra le quali possono effettivamente scegliere.
Una politica che sappia dare valore ai diritti, non sottovaluti i rischi del condizionamento sociale e dell’adattamento, non riduca la libertà a un semplice vantaggio, sappia stabilire un ordine di priorità nella definizione dei criteri che ci dicono della nostra riuscita reale e della nostra libertà di riuscire.
Racconteremo dunque di donne e di uomini che hanno a cuore un interesse personale o collettivo, un ideale sociale, un progetto di società più felice o anche solo meno ingiusta e intendono operare, per variegate ragioni e motivazioni, con aspettative, tempi e impegno diversi, per vederli realizzati.
Persone che a tale scopo cercano di stabilire connessioni con altri, come loro facenti parte di cerchie, gruppi, comunità, associazioni, sindacati, partiti e, per questa via, tentano di rendere più forti e stabili le reti sociali di cui fanno parte e, con esse, le norme di reciprocità e di fiducia che le sostengono.
Persone che non intendono rinunciare rassegnarsi all’idea della politica come pratica del meno peggio (2), che credono nella possibilità di dare agli altri senza rinunciare ad avere cura e a valorizzare sé stessi (3), che considerano il sapere non solo una delle più significative ricchezze della società contemporanea ma anche una delle opportunità più importanti a nostra disposizione per essere e sentirci liberi e per esercitare la solidarietà con altri esseri, come noi, umani (4).
In questo libro si racconta insomma di persone che in sintonia con i propri convincimenti e, soprattutto, con le proprie azioni, ritengono giusto partecipare da attori alla costruzione del discorso pubblico.
E di persone che invece no. Perché non hanno più né voglia né fiducia per fare domande alla politica. Perché se proprio sono costretti a farlo si limitano a chiedere favori. Perché vivono la politica come una sommatoria indistinta e poltigliosa di ingredienti diversi che più soggetti solo apparentemente alternativi propongono a cittadini sempre meno interessati a investire tempo, impegno, ingegno, in questa direzione. Perché ritengono che la discussione, il confronto con punti di vista diversi dai propri, lo sforzo di comprendere le ragioni degli altri, siano esercizi a volte nobili, più spesso ipocriti, sempre inutili. Perché non credono nella possibilità che le idee, le convinzioni, le azioni di ciascun individuo possano realmente incidere, nell’ambito della sfera pubblica, sullo stato di cose esistenti. Perché sono stufi di sentirsi dire che stanno per diventare tutti ricchi, soprattutto se sono percettori di reddito fisso, o che stanno tutti impoverendo, in particolar modo se fanno parte della schiera dei cosiddetti patrimonializzati. Perché non hanno più voglia di perdere tempo con gli infiniti paroloni dei teorici dell’eccellenza, e aspirano a vedere riconosciuti dal versante sociale, professionale ed economico gli sforzi di chi, come loro, punta sulla crescita di buone competenze intermedie.
Per questa via, proveremo a porci sia domande che riguardano la teoria politica descrittiva, quella che punta, per l’appunto, a descrivere come stanno le cose e non come esse dovrebbero stare alla luce di un qualche criterio, sia domande che chiamano in causa i nostri impegni normativi, i nostri criteri del giudizio politico, la nostra idea di società giusta o desiderabile.
Ci ritroveremo in questo modo a ragionare sulla natura della politica democratica, su quale ruolo o spazio essa continua ad avere nelle nostre vite. E potremo vedere come cambiano, più specificatamente nella parte ricca del mondo, i soggetti della politica democratica, come e perché cittadini e cittadine governati possono agire politicamente, nello spazio pubblico, e in che modo sono in grado di scegliere e valutare i governanti (come sappiamo, il criterio del giudizio del cittadino sulla politica è la sua prima forma di partecipazione, dato che, rinunciando a giudicare, il cittadino si tira fuori dalla vita pubblica).

Daimon Mediterraneo

C’era una volta la questione meridionale. Che adesso non c’è più. Dissolta più che risolta. Lasciata cadere piuttosto che abbandonata.
Le ragioni? Tante.
Una classe dirigente meridionale che pensa più al proprio destino che a quello della nazione. Una classe dirigente nazionale che non ci crede, non ci pensa e se ci pensa pensa che oggi è il Nord la vera questione da affrontare.
Sta di fatto che la storica questione, che per oltre un secolo e mezzo ha appassionato intellettuali, politici, cittadini, operai, contadini, militanti e non, del Sud e del Nord, giace dimenticata. Senza più avere una dimensione politica. Senza mai aver avuto una dimensione globale.

Ci sono molti modi per raccontare il Mezzogiorno oggi.
Si può essere tentati dall’utopia e inseguire una qualche versione meridionalista del celeberrimo “I have a dream”. Cedere al fascino del viaggio simulato nel “Sud che ci piacerebbe indipendentemente da quello che c’è”. O più semplicemente chiedersi da quali punti di vista e a quali condizioni lo sviluppo della società dell’informazione può rappresentare per il Sud l’occasione per ridurre disuguaglianze e ritardi, per determinare e cogliere opportunità, per favorire la diffusione di modelli, sistemi, produzioni e processi innovativi di sviluppo.

Quattro indicazioni utili per le iniziative meridionaliste prossime venture.

La prima ci ricorda che la storia della solidarietà è bella, travagliata e controversa.
Bella della bellezza propria dei valori importanti. Quelli che infiammano i cuori e segnano le vite. Che permettono di condividere idee, passioni, fatti, significati. Di riconoscere nell’altro uno di noi. Di scoprire e sentire di non essere soli.
Travagliata perché richiede comportamenti coerenti. Responsabili. Consapevoli. Dunque niente affatto scontati.
Controversa perché in quanto tale riesce assai di rado a incidere sui processi reali che attraversano la società. In particolare quando resta confinata nello spazio dei valori, quando non riesce a stabilire connessioni con la rappresentanza e gli interessi.

La seconda ci dice che prendere atto del fatto che la solidarietà da sola non basta, vedere il confine esistente tra ciò che è proprio del dominio della solidarietà e ciò che invece non lo è, tra ciò che essa può fare e ciò che invece no, rappresenta probabilmente la maniera migliore, di certo la più utile, per riconoscere la sua importanza e il suo valore, così come quello delle pratiche individuali e sociali a essa connesse.

La terza ribadisce che per vincere una battaglia non basta che sia giusta. Bisogna che sia sentita propria da chi è impegnato a combatterla.
Qualunque battaglia per essere sentita propria deve tenere insieme la testa e il cuore, gli interessi e i valori.

La quarta ci riporta alla necessità che il Sud sappia contare innanzitutto sulle proprie forze. Sia capace di pensare, in primo luogo dal Sud, il futuro del Sud. E ciò ci riporta a sua volta al ruolo e alla funzione della società civile meridionale, al rapporto e alle differenze tra leader e classe dirigente, al protagonismo dei cittadini meridionali.

A Sud un certo punto si è pensato che il Sud fosse cambiato. Stesse cambiando. In un modo che – anche se non eliminava distanze, squilibri, dualismi, ritardi, e soprattutto non riusciva ad assumere carattere e valore generale, a fare cultura, a determinare svolte – rimaneva comunque per molti aspetti significativo.

La verità è invece che il Sud, nel quale non mancano esperienze e realtà positive, nel suo complesso non riesce a innovare comportamenti, strategie e politiche. E dunque continua a essere artefice, prigioniero e vittima della consistenza e della profondità dei propri problemi “storici”, a rimanere lontano dai livelli di sviluppo e di qualità della vita centrosettentrionali, a non valorizzare adeguatamente il proprio capitale umano e sociale.

Ma se ciò che non funziona è proprio il quadro, l’insieme, il contesto, che fare?
Nella nostra personale agenda, alla voce “cose da fare al più presto”, abbiamo trovato:
1. Favorire a ogni livello (a partire naturalmente dalla scuola), percorsi di educazione alla legalità e al rispetto delle regole.
2. Investire in socialità e formazione.
3. Promuovere lo sviluppo di reti sociali e tecnologiche.
4. Attivare nuovi strumenti di sostegno finanziario con l’obiettivo di favorire e accompagnare lo sviluppo di imprese innovative.
5. Sostenere gli sforzi di coloro, in primo luogo i giovani, che cercano di costruirsi un futuro mettendo su un’attività autonoma o una piccola impresa.
Puntando decisamente sull’intreccio tra innovazione tecnologica, creatività e contenuti.
Attivando percorsi di formazione mirati all’acquisizione di competenze organizzative e di gestione.
Favorendo ipotesi di collaborazione tra imprese, scuole, università, società di promozione e di sviluppo.
Individuando concrete ipotesi di lavoro, veri e propri piani di impresa, che guardino in primo luogo ai temi dello sviluppo sostenibile, dell’accesso alla società dell’informazione, dell’incremento di nuove professionalità, del lavoro a distanza.
6. Valorizzare le vocazioni e le identità meridionali. Evitare di dissipare patrimoni fatti di tradizione, cultura, storia, capacità di fare.
7. Attivare localmente una domanda in grado di sostenere la diffusione delle nuove tecnologie e dei nuovi media.
8. Monitorare le attività locali, raccogliere e diffondere le esperienze più significative, valorizzarne i risultati.

Nel Mezzogiorno non si è mai compiutamente affermata una classe dirigente intermedia in grado di definire e perseguire, dal Sud, percorsi credibili di emancipazione e sviluppo culturale, sociale e politico per il Sud.
Nessuna società cresce e si sviluppa se a “fare” sono solo i “capi”. E se tra i pochi che “fanno” ciascuno continua a fare per conto suo.

Il tema è di quelli ineludibili. Tra i tanti nodi da sciogliere c’è quello che riguarda la connessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati, della società civile, che è particolarmente importante.
è su questo terreno che può infatti formarsi una classe dirigente che sappia contribuire alla promozione e allo sviluppo delle risorse culturali, sociali e produttive locali; che sappia cercare innanzitutto in se stessa le energie per risolvere i propri problemi.
Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della suggestione dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, di incentivare l’autonomia e la responsabilità, di favorire l’adozione di strategie innovative, di affermare un’idea di mercato fatto di regole, norme che garantiscano la concorrenza, che impediscano lo sfruttamento di posizioni dominanti, che favoriscano la qualità dei prodotti e dei sistemi produttivi.
è su questo terreno più che su ogni altro occorre a nostro avviso sparigliare le carte. Rompere un meccanismo troppo improntato sull’uomo solo al comando. Costruire i ponti e le reti in grado di connettere idee e persone, scelte istituzionali e strategie imprenditoriali, modi di vita e tempi di lavoro. Per fare quel salto di qualità che a partire dalle persone porta a cambiare le regole e il sentire collettivo. Per diffondere, accanto a una nuova cultura dei diritti, un’etica dei doveri e delle responsabilità dei cittadini ancora troppo debole. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Formare una classe dirigente significa in fondo anche questo: far crescere a ogni livello la capacità di individuare problemi e trovare soluzioni, la voglia di agire in maniera autonoma e di non rinunciare ad assumersi responsabilità. Pensando con la propria testa. Agendo con le proprie mani.

L’idea che il secolo scorso possa essere simboleggiato dalla scoperta dell’atomo e quello attuale dalla rete, per quanto non susciti in questa fase la stessa euforia da “terra promessa” che a un certo punto ha caratterizzato la diffusione di Internet e lo sviluppo dell’economia digitale, sintetizza in maniera efficace la profondità, la complessità, la novità dei cambiamenti in corso e rappresenta dunque un primo significativo fattore di discontinuità con la fase precedente.
Prendiamo la figura dell’imprenditore. Nel passato più e meno recente il capitano di ventura, il capitalista weberiano, l’imprenditore schumpeteriano, è sostanzialmente un eroe solitario, un self-made man; oggi l’imprenditore ideale è quello che sa pensarsi come un nodo intelligente (molto meglio naturalmente se con tanti soldi a disposizione) di una catena ampia di valore, di un sistema largo di affari e relazioni. E lo stesso processo per molti aspetti condiziona lo sviluppo della società e della politica.
I soldi contano un po’ di meno, le idee e la capacità di collegarsi, di connettersi con le persone, i sistemi e i contesti istituzionali, dal livello locale a quello nazionale e internazionale, contano un pò di più.

Un secondo rilevante fattore di discontinuità può essere individuato nel fatto che l’incertezza non solo cresce, ma per molti versi si istituzionalizza e diventa inquietudine.
L’attentato alle Twin Towers c’è l’ha come sbattuto in faccia, ma in realtà abbiamo cominciato a metabolizzare dosi massicce di incertezza con i tempi dell’innovazione tecnologica, che si accorciano sempre più, con le società “avanzate” che quei cambiamenti tendono sempre più a prendere a modello, con la trasformazione e in qualche caso la dissoluzione delle strutture intermedie, con le difficoltà e la crisi degli Stati nazione e delle Costituzioni nazionali e il contemporaneo ampliamento dei poteri assai meno “comprensibili” delle grandi corporazioni e delle lobbies economiche e finanziarie internazionali.

Il gioco cambia oramai ripetutamente, e con esso le regole, i ruoli e i poteri dei diversi giocatori in campo. Cosicché siamo costretti continuamente a fare i conti con la marcata tendenza alla concentrazione dei poteri in poche mani e la contemporanea necessità di ridefinire gli spazi di effettiva incidenza democratica.

Il terzo elemento di discontinuità si riferisce a un ambito più propriamente economico e ci dice che al tempo dei bit le differenze tra i diversi settori produttivi sono meno importanti, in quanto essi rappresentano l’insieme delle risorse di cui un dato Paese o regione possono disporre.

Nel nuovo contesto, la questione dunque non è più se sviluppare l’industria o i servizi, il turismo o il terziario avanzato, ma come fare in modo che le città interagiscano con i distretti tecnologici, con lo scopo di costruire, in primo luogo attraverso la riorganizzazione e la valorizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale, indispensabile per vivere meglio e invogliare gli investitori a scegliere un determinato territorio piuttosto che un altro.

Allo stesso tempo, si tratta di capire come rivolgere energie e attenzione alla possibilità di creare lavoro nei segmenti di mercato sociale volti alla soddisfazione della domanda di reintegrazione, di assistenza e di cura delle persone, dato che i servizi alla persona saranno decisivi per impedire che lo sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Il quarto fattore di discontinuità riguarda l’organizzazione e la struttura dei sistemi produttivi.
L’economia digitale non elimina certo le differenze tra grandi, medie e piccole aziende, né le gerarchie che a esse sono connesse. Eppure, ancora una volta, non si può negare che da un lato è più vasto il sostegno a processi di formazione di imprenditorialità diffusa e dall’altro crescono le possibilità di integrazione e di accesso a risorse critiche di competenza di tipo tecnologico, organizzativo e di comunicazione.
Occorre perciò dire con molta nettezza che se la questione, come pensiamo, riguarda le opportunità, oggi esse sono assai più numerose e significative che nel passato più e meno recente.
Per le ragioni che abbiamo più volte evidenziato. Perché nei cambiamenti di fase le gerarchie precedenti sono obiettivamente meno forti, i lacci un po’ meno stretti, le frontiere un po’ più a portata di mano. Perché in Italia e in Europa le iniziative che, puntando su ricerca e innovazione, sono volte a creare le basi per una maggiore competitività dei sistemi territoriali, che nella nuova fase hanno un’importanza strategica più marcata di quelli aziendali, sono davvero numerose e passano in primo luogo per la capacità di dotarsi di reti di informazione e di comunicazione efficienti. Perché le persone, il patrimonio di conoscenze e di competenze che ciascuna di esse rappresenta, contano sempre di più.

Il fattore umano si impone sempre più come l’elemento principale di differenziazione competitiva. Al di là dell’attuale ciclo negativo di mercato e del conseguente rallentamento – o addirittura inversione – della tendenza di crescita occupazionale, la capacità di reperire, motivare e trattenere personale altamente qualificato può veramente fare la differenza. […] Per anni abbiamo potuto attingere a questa risorsa vitale che non avrebbe altrimenti potuto trovare sbocchi adeguati, trasformando così una tragedia nazionale, quella della disoccupazione intellettuale, in una grande opportunità. […] Ma non è tutto: il livello di condivisione degli obiettivi dell’azienda e la stabilità del personale nel posto di lavoro sono estremamente migliori rispetto ai livelli classici dell’industria statunitense. Viene così evitata la dispersione di conoscenze ed esperienze acquisite, preservando un prezioso patrimonio di know-how aziendale che in altri ambienti verrebbe periodicamente vanificato.

Proviamo per un attimo a immaginare che abbia ragione John Keats. E che per capire a cosa serve il mondo bisogna pensare al mondo come alla “valle del fare anima”.
E proviamo poi a seguire James Hillman. Nella sua idea che recuperando l’anima al mondo si possa ricreare una psicologia politeistica, pagana, polimorfa, meridionale, antindividualistica, mediterranea, che ci riporta alle distinzioni, al mito.
Ad Ares, che irrompe nelle nostre case ogni volta che accendiamo la televisione. Ad Afrodite, che ci parla attraverso la pubblicità e i grandi magazzini. A Ermes, che vive nella comunicazione o nel mercato azionario. A Era, la forza, i legami, i vincoli della famiglia. A Pan, che “riporta la psiche alla sua radice insita nell’istinto naturale, semi-animale, procurando un radicale mutamento di coscienza, un allontanamento totale da dove si era prima”.
Proviamo adesso a chiederci come mai, in questo fantasmagorico mondo chiamato economia digitale, uomini del Sud, stiano lasciando il segno, siano tra i principali protagonisti del sogno digitale non solo italiano, stiano segnando il corso della storia ancora giovane e tuttora tribolante dell’economia dei bit, in modi e forme del tutto inedite.
Nel passato più e meno recente non sono naturalmente mancati donne e uomini meridionali che abbiano saputo conquistare con le proprie idee e le aziende spazi significativi sui mercati mondiali. Ma ciò è avvenuto sempre all’interno di segmenti specifici di mercato. Spesso importanti. A volte prestigiosi (valga per tutti l’esempio della moda). Ma in ogni caso di nicchia.
Ora per la prima volta uomini, idee e imprese del Sud conquistano un ruolo da protagonista non solo sul terreno economico ma anche su quello politico e sociale.
Per una volta insomma l’impresa meridionale fa cultura. Assume un valore di carattere generale, con successi che meritano di essere analizzati ed emulati.

Quelle che, nel momento in cui molte cose si stanno sciogliendo nell’aria, la gran parte delle reti organizzative si regge sulla forza dei legami deboli, e le capacità e le idee delle persone contano di più che nel passato, rendono meno improbabile l’affermazione delle capacità creative, visionarie, degli uomini del Sud, forse maggiormente predisposti a “un radicale mutamento di coscienza, un allontanamento totale da dove si era prima” e dunque più pronti a fare il salto dentro la rivoluzione digitale.

Pan e futuro, dunque.
Potrebbe essere uno slogan per la riscossa. La chiave per cogliere fino in fondo alcune opportunità. Per mettere a valore culture, storie, voglia di fare. Per definire contesti più ricchi dal punto di vista culturale e sociale prima ancora che economico e produttivo. Per non rinunciare ai diritti. Né a un’idea di società giorno dopo giorno un po’ meno ingiusta. Per ripensare le tante storie del Sud dentro una cultura e una storia mitica. Creativa. Flessibile. Capace di dare identità e di cogliere le differenze. Capace di coniugare l’innovazione, le tecnologie, con la memoria. E magari di dare concretezza a una “vecchia” idea di Abramovitz, la teoria del “catching up”21, che in buona sostanza afferma che quando in un Paese (o in una regione) meno sviluppato vengono immesse nuove tecnologie, si ha una crescita media della produttività del lavoro superiore a quella dei Paesi (o delle regioni) leader e di conseguenza si avvia un processo di riduzione degli squilibri, fino alla loro progressiva scomparsa.
Cosa occorre ancora?
La consapevolezza che non vi sono diritti ai quali non corrispondano doveri. E che assolvere i propri doveri è la strada più efficace per garantire meglio i diritti propri e le libertà di ciascuno.
è una consapevolezza che non si vende. Si conquista. Facendo ancora una volta ciascuno i conti con il proprio dáimon. Pensandosi a livello sociale come parte di una rete dinamica di eventi interconnessi in cui nessuno è fondamentale e ciascuno dipende dalla qualità e dalla coerenza delle relazioni con gli altri. L’insieme delle connessioni determina la qualità della struttura dell’intera rete, la sua capacità di assicurare al più ampio numero di persone il più ampio paniere di diritti concretamente esigibili.

È intorno a questi temi che si può provare a vincere la sfida meridionale pour excellence: costruire una classe dirigente meridionale, fare il salto di qualità che a partire dalle persone porta a valorizzare il capitale umano e sociale, a rispettare la cosa pubblica e le regole, a rendere possibili ipotesi e percorsi di sviluppo.

L’idea è che si possa partire da qui per vivere un finale di partita diverso. Per far emergere le storie di successo. Raccontarle. Diffonderle. Moltiplicarle.
Mostrando efficienza. Onestà. Voglia di fare.

Per una questione che non c’è più sono dunque ancora tante le questioni non risolte. Cosicché una parte del nostro Paese continua ad avere livelli di civiltà, vivibilità, sviluppo significativamente più bassi di quelli del Centro-nord.

Il leader è nudo?

Alcune riflessioni bollenti dopo una notte angosciante – esaltante nel corso di un mattino non ancora sereno in un paese sulla lama di un coltello.

1. Se anche in Senato l’Unione ha potuto conquistare, seppure per un soffio, la maggioranza, lo si deve non solo al voto degli italiani all’estero, ma anche al voto degli elettori del Sud.
Diversamente da quello del Centro, dove decenni di buon governo rappresentano, tra alti e bassi, un dato consolidato di riferimento, nel Sud si tratta di un esito niente affatto scontato, perché se è vero che Berlusconi si è particolarmente distinto per la propria incapacità (non volontà) di affrontare seriamente almeno alcuni dei problemi più importanti di questa parte del Paese, è altrettanto vero che da molto tempo la questione meridionale non c’è più. Dissolta più che risolta. Colpevolmente lasciata cadere piuttosto che abbandonata.
Le ragioni? Tante e naturalmente non tutte fuori dal Sud.
Ad esempio la classe dirigente meridionale non si pensa abbastanza in quanto tale e non dimostra una sufficiente capacità di innovazione sul terreno delle cose da fare e delle modalità con le quali farle, come vedremo anche più avanti; le donne e gli uomini del Sud fanno fatica ad assumere fino in fondo i doveri e i diritti della cittadinanza, finiscono troppo spesso col delegare, si comportano troppo spesso come sudditi invece che come cittadini.
Ciò detto, resta il fatto che le responsabilità delle classi dirigenti nazionali sono grandi.
Riuscirà il governo Prodi a ridare una dimensione politica alla questione meridionale e dunque a ridare un’identità al nostro Paese? Sta qui a nostro avviso uno snodo importante per il nostro futuro. Sicuramente più di un ulteriore dibattito su come si dovrà chiamare il nuovo contenitore partito del centro sinistra.
Da queste parti, continuiamo a ritenere che la Cosa sia più importante del Nome della Cosa. Che i contenuti siano più importanti dei contenitori. Che i programmi di governo e la coerenza con la quale si portano avanti siano, per tutti, il vero banco di prova.

2. Abruzzo 53.2; Basilicata 60.4; Calabria 56.8; Campania 49.6; Molise 50.5; Puglia 47.9; Sardegna 50.9; Sicilia 40.5: sono i dati relativi alle percentuali conseguite dall’Unione nelle regioni meridionali.
Spicca, in negativo, il dato della Campania, terz’ultima. (per ragioni diverse, i dati della Puglia e della Sicilia erano in fondo prevedibili: la particolare forza del blocco moderato e le note commistioni in Sicilia, il valore aggiunto portato da Vendola e l’alto tasso di astensionismo nelle recenti elezioni regionali in Puglia, ecc).
In Campania, neanche un anno dopo le elezioni regionali, va male nonostante Bassolino, De Mita, Mancino, ecc. Ci sarà un giudizio degli elettori sulla capacità e sulle modalità di governo a livello regionale? Sui criteri di formazione delle liste? Sui livelli di civiltà e di sicurezza delle nostre vite e delle nostre città? Ci sarà qualche riflessione da fare anche in riferimento alle prossime elezioni al comune di Napoli?

3. Abruzzo 18,4; Basilicata 19,9; Calabria 14,4; Campania 14,1; Puglia 15,6; Sardegna 17,2; Sicilia 11,4: questi sono invece i risultati conseguiti dai DS nel Sud (in Molise è stata presentata la lista dell’Ulivo anche alla Camera).
Qui l’urgenza di affrontare la questione Campania, dopo 15 anni di governo, appare ancora più evidente. Per quanto ci riguarda continuiamo a ritenere che molte mani e molte teste siano meglio di una. Che occorre privilegiare le capacità e le competenze piuttosto che le appartenenze. Che una classe dirigente sia meglio di un leader, per quanto autorevole possa essere.
Si può avviare finalmente una riflessione seria intorno a questo punto?

La politica e il divano, again

Innanzitutto grazie a Teresa e a Indicopleustes che hanno deciso di interagire.
E poi la mia opinione come avevo promesso.
Per me la politica è fatta prima di tutto di scelte consapevoli e di voglia di partecipare.
Non amo essere suddito. Non mi piace essere omologato. Preferisco dare valore a creatività e differenze.
Alla gerarchia preferisco la responsabilità. Al leaderismo esasperato la formazione di elité e classi dirigenti.
Per me la politica è tutto questo e molto altro ancora. E’ la possibilità di agire, con altri, per rendere almeno un pò meno ingiusto questo meraviglioso e diseguale mondo nel quale viviamo. E’ la capacità di contare inanziitutto sulla propria testa e sulle proprie mani. E’ la voglia di continuare a uscire di casa quando viene la sera. E l’impegno a costruire occasioni e sedi di discussione. Anche attraverso un blog.
Per adesso è tutto. Ma la discussione resta più che mai aperta.
A presto.

La olitica eil divano, again

Innanzitutto grazie a Teresa e a Indicopleustes che hanno deciso di interagire.
E poi la mia opinione come avevo promesso.
Per me la politica è fatta prima di tutto di scelte consapevoli e di voglia di partecipare.
Non amo essere suddito. Non mi piace essere omologato. Preferisco dare valore a creatività e differenze.
Alla gerarchia preferisco la responsabilità. Al leaderismo esasperato la formazione di elité e classi dirigenti.
Per me la politica è tutto questo e molto altro ancora. E’ la possibilità di agire, con altri, per rendere almeno un pò meno ingiusto questo meraviglioso e diseguale mondo nel quale viviamo. E’ la capacità di contare inanziitutto sulla propria testa e sulle proprie mani. E’ la voglia di continuare a uscire di casa quando viene la sera. E l’impegno a costruire occasioni e sedi di discussione. Anche attraverso un blog.
Per adesso è tutto. Ma la discussione resta più che mai aperta.
A presto.

La politica e il divano

Siamo certi di non avere scampo ?
Di doverci rassegnare all’idea che il luogo della politica più amato dagli italiani sia il divano?
Che non c’è partecipazione senza telecomando ?
Che in quanto a contenuti basta e avanza il verbo irradiato via etere dai leaders?
E se invece valesse ancora la pena provare a ricostruire luoghi, forme, contenuti della Politica?
Una politica che viva di cose da fare e non solo di alleanze ? Che abbia voglia di guardare un po’ aldilà degli appuntamenti elettorali?
Fatta di rapporti consapevoli tra persone, associazioni, sindacati, partiti, istituzioni?
Che possa rappresentare, come ha scritto Hanna Arendt, la sfera dell’esistenza autentica di ciascuno di noi?
Come la penso io ve lo dico nei prossimi giorni.
E se per intanto provaste a raccontare come la pensate voi?

Il Sud ha bisogno di poteri locali forti

Qualcuno, se non ricordo male Tullio de Mauro, ha scritto tempo fa che in questo Paese “Maiora premunt” sempre: c’è sempre una ragione, un pericolo o un motivo particolare per il quale non si possono affrontare le cose con la dose sufficiente di profondità, di chiarezza, di attenzione.
E invece di questi tempi “ci sono più cose in questa città e in questo Paese di quante la nostra fantasia potrebbe immaginare”. Cose che cambiano. E che producono disagio, incertezza. Quello stessa che, come ha ricordato con una bella immagine il filosofo Salvatore Veca, Proust provava quando si ritrovava in stanze d’ albergo arredate in maniera per lui non abituale.
Viviamo questa fine del secolo breve avendo da una parte, come si dice, la storia alle calcagna, e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento.
Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare la società. Da qui l’esigenza di scongiurare un ulteriore pericoloso impoverimento della politica e quindi della vita di ciascuno, e di rispondere positivamente alla rottura della connessione tra società e istituzioni e al deterioramento dello spirito pubblico che caratterizza la crisi italiana.
Il problema non è il leader, ma la riconnessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati. E’ su questo terreno che può formarsi una classe dirigente che sappia indicare, innovando, le ragioni di una nuova unità della Nazione, che sappia coniugare autonomia e solidarietà.
Cosa sta succedendo al Nord? E come ciò che lì sta avvenendo influisce sul ruolo del Mezzogiorno d’Italia e sulle relazioni tra le diverse aree del Paese?
E quali sono le conseguenze della eclissi della grande impresa e del capitalismo familistico? Della fine dei grandi insediamenti operai e dei processi sociali ed educativi ad essi connessi? Del fatto che, come ci ricorda Giulio Sapelli, la piccola e media impresa non rappresenta solo un fatto economico ma un esempio di mobilitazione sociale realizzata senza la mediazione delle istituzioni? Di diffusione di una nuova borghesia imprenditoriale a scarso livello di civilizzazione e senza alcun amore per le regole?
E il Sud? Come può contribuire alla definizione di un nuovo patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse civili, umane e produttive a livello locale?
Forse innanzitutto cercando in sè stesso le energie per risolvere i propri problemi. Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della ricerca dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, incentivando l’autonomia, la responsabilità.
Come è noto, la democrazia è fatta di più posti nei quali si partecipa, si decide e si contribuisce a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi.
E poi sostenendo lo sviluppo diffuso. E lo sviluppo diffuso, per non restare soltanto uno slogan, ha bisogno ancora una volta che si rafforzino i Poteri Locali, che si investa in legalità, formazione, infrastrutture avanzate, che si promuovano e si valorizzino anche nel sud le esperienze dei Distretti Industriali, che si incentivino il lavoro autonomo e l’autoimpiego, si rendano formali le 1000 cose che oggi sono informali. E’ questo uno dei terreni, come ci ha ricordato Paolo Macry, sui quali c’è bisogno di molta innovazione. Anche da parte del sindacato.
Si potrebbe concludere dicendo che di queste cose nella nostra città non si discute abbastanza. E che quel che si fa è ancora meno. Sarebbe vero. O meglio, una delle veritè possibili. Ma ci sono altre possibili verità. E una di queste è quella che mi ricorda spesso Tobias Piller, inviato del Frankfurter Allgemeine, dicendomi che a Napoli molti fanno delle cose, ma ciascuno le fa per conto suo.
Forse una delle cose da fare è quella di collegarsi meglio. E di personalizzare di meno. Forse si potrebbe provare a mettere su dei veri e propri “Distretti Sociali e Culturali”. Fondati sulle relazioni. Sulla capacità di fare cose. Di valorizzare esperienze diffuse. Provando, ancora una volta, a ricominciare da tre.

Il potere non si conquista. Si diffonde

Giugno 1996. L’Ulivo ha da poco vinto le elezioni. Dalla “rive gauche” i problemi da affrontare appaiono ancora poco più che nulla di fronte alla soddisfazione di essere al governo del Paese. Ma in realtà essi sono tanti. E complessi.
Nelle parole di Romano Prodi e Walter Veltroni tre questioni ritornano con insistenza. Europa. Scuola. Lavoro. In primo luogo per i giovani del Sud.
In quest’Italia in cui la politica sembra tornare, finalmente, a fare i conti con se stessa e con i problemi del Paese, può essere l’ennesima versione del mitico “I have a dream”, un viaggio simulato nel “Paese che più ti piace”.
O la costruzione paziente e faticosa di un futuro migliore.
Un futuro che nella vecchia logica centralista appare assai poco attraente. Continuare a pensare i problemi, e le loro soluzioni, solo da Roma, è poco più che un non sense.
Non si tratta di invertire il rapporto tra centro e periferia. Ma di costruire una struttura a rete in cui i poteri e le scelte di governo siano diffusi nel territorio, in cui non ci sia più posto per i programmi-elenco-delle-cose-da-fare. Dove contino le idee. I valori. La capacità di risolvere i problemi.
Gli esempi? In politica il federalismo. In economia i distretti industriali e l’impresa sociale. Nella comunicazione Internet.
Il messaggio è: superare il centro. Mettendo al centro le realtà territoriali. Perché è lì che si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando soluzioni.
Alcune cose possono essere avviate subito. Utilizzando appieno le indicazioni del piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione. Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa. Riformando la pubblica amministrazione, a partire dalla dirigenza. Puntando sui giovani e gli anziani, la memoria e l’innovazione.
La stessa Europa non può essere soltanto moneta unica, integrazione economica. L’Europa è anche politiche sociali, una nuova idea di civiltà, di relazioni con il Mediterraneo e con il resto del mondo.
E la politica può riconquistare un ruolo rispetto all’economia se parte da qui, dalla voglia di ripensare, progettare, governare le nazioni e i loro rapporti, dalla voglia di costruire gli Stati Uniti d’Europa.
E’ uno scenario nel quale non c’è posto per il continuismo. Né per la retorica. Compresa quella che si richiama al sacro valore della Patria.
La coesione nazionale si è retta per troppi anni su un debito pubblico che le leadership politiche ed economiche, del Nord e del Sud, hanno lasciato crescere in maniera sconsiderata. Ed è stata una coesione forte fino a quando non ha messo in discussione gli interessi. Quando ciò non è stato più possibile, per le trasformazioni economiche a livello mondiale e per la crisi dello stato sociale a livello nazionale, si sono aperti molti e consistenti problemi. E la crisi della politica ha in qualche modo liberato i rozzismi, gli spiriti animali, cosicchè la corsa al si-salvi-chi-può ha come perso ogni freno inibitorio.
La possibilità di ricostruire nuovi livelli di solidarietà si gioca oggi in larga parte sul terreno del federalismo. Sulla capacità di costruire un nuovo patto, fondato su unità e distinzione, autonomia e solidarietà, tra le diverse aree del Paese.
Del resto, il bisogno di un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non esercita ormai alcuna attrazione.
Spetta innanzitutto al Sud ricercare e proporre questo nuovo patto, fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale, capace di tenere assieme solidarietà ed interessi.
Gli attuali modelli sociali e produttivi stanno introducendo al Nord, in particolare in alcune aree del Nord Est, elementi forti di distorsione e di impoverimento civile e culturale, con giovani che si allontanano troppo presto dallo studio e dalla scuola, in molti casi anche quella dell’obbligo. E al Sud hanno costi insostenibili sul versante dell’occupazione e del vivere civile.
La ricerca di una nuova coesione nazionale non può dunque che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.

Serve a poco utilizzare strumentalmente i problemi del Mezzogiorno. Discutere delle flessibilità salariali come condizione per la ripresa degli investimenti industriali al sud. Enfatizzare le possibilità di migrazione di giovani meridionali verso il Centro Nord.
Certo. Per questa via si può ottenere qualche titolo sulle pagine dei giornali. O sperare di guadagnare spazio nei confronti di governo e sindacati. Ma è una via che non porta lontano. Che non ci fa essere competitivi sui mercati mondiali. Che non fa migliorare la qualità dei prodotti made in Italy.
E’ una via che non segnala lungimiranza. Ma soltanto ostinato, consapevole e colpevole rifiuto ad affrontare i problemi per quelli che sono.
Nel prossimo futuro la quasi totalità dei giovani del nostro Paese saranno meridionali. Giovani che da un Paese civile hanno il diritto di pretendere qualcosa di più che pane e marginalità.
E’ vero. Non viviamo tempi ordinari. Non lo sono i problemi, non lo possono essere le soluzioni necessarie per affrontarli e risolverli.
Ma bisogna creare le condizioni perché un giovane del Sud abbia pari opportunità di quello del Nord. Abbia un lavoro. E ciò passa oggi per la nascita e la diffusione di nuova imprenditorialità. Per la riduzione del costo del denaro e l’attivazione di nuovi strumenti finanziari, ad esempio potenziando uno strumento quale quello del “comitato” e delle procedure previsto dall’attuale legge 44 con l’obiettivo di costruire una “banca innovativa di investimento” volta alla creazione di nuove imprese, che potrebbe attivare direttamente corsi di formazione e gestire tutte le risorse che possono essere, in parte già oggi, capitalizzate.
Il Sud è oggi il luogo a partire dal quale ricostruire, attorno al valore del lavoro, una strategia che tenga assieme innovazione tecnologica, assetti produttivi e costruzione di un nuovo stato sociale, che qualifichi e valorizzi l’enorme risorsa costituita dalle donne, gli uomini, i giovani meridionali.
Bisogna parlare di più e meglio con le nuove generazioni. Verso i giovani oscilliamo spesso tra la solidarietà acritica ed il distacco moralistico di chi ha già visto come andranno le cose della vita. C’è poca capacità (e voglia) di comprendere i problemi dal loro punto di vista. C’è insufficiente attenzione verso il sistema educativo e formativo.
Eppure quando parliamo di educazione e formazione parliamo di strumenti fondamentali per combattere le diseguaglianze sociali del futuro.
Creare lavoro al Sud. E’ questa la frontiera sulla quale si misurerà il successo o il fallimento delle classi dirigenti di questo Paese.
Come farlo, in presenza di risorse scarse (e finalizzate più a risarcire, assistere, tutelare chi un lavoro lo ha perso, che a promuovere nuove occasioni di lavoro), di produttività crescente, di nuovi paesi che competono sempre più e meglio in termini di merci, costi e qualità?
Occorre investire in legalità, socialità, formazione, infrastrutture avanzate. Affermare dal Sud un’idea di mercato che garantisce la libertà d’azione perchè garantisce le regole, le norme che impediscono i monopoli e tutelano una effettiva concorrenza. E puntare decisamente alla creazione di imprese e alla incentivazione del lavoro indipendente e autonomo.
L’impresa, ed i sistemi produttivi, stanno rapidamente cambiando e non è certo un caso che sia un imprenditore come Fossa ad essere chiamato a dirigere la Confindustria.
Il vecchio modello fordista è in via di dissoluzione e le contraddizioni fondamentali non sono più tra capitale e lavoro nella grande impresa. La grande dimensione centralizzata lascia sempre più il posto alla produzione e all’organizzazione a rete, ai distretti industriali e territoriali, ai contesti istituzionali.
La creazione di imprenditorialità diffusa e la valorizzazione delle risorse non solo industriali ma anche culturali, ambientali, storiche e archeologiche, possono rappresentare, come dimostrano proprio le esperienze di governo locale che si stanno producendo nel Sud, un approdo positivo sia per i giovani che per i lavoratori dipendenti.
Si tratta di riprendere l’intuizione di Sylos Labini quando parla di creazione di imprese a mezzo di imprese. La creazione di imprese e di attività autonome va perciò incentivata attraverso politiche ordinarie e non come strumento di gestione di crisi e ristrutturazioni.
L’esperienza dei distretti industriali può aiutare a ripensare il rapporto tra politica industriale e Mezzogiorno.
Non si tratta di istituirli per legge o decreto, ma di rimuovere tutti gli ostacoli che inibiscono queste esperienze e di promuovere tutti i fattori che possono svilupparli.
Nel Sud già esistono realtà di forte concentrazione e specializzazione produttiva, quelli che qualcuno ha definito distretti industriali in nuce. E nel 95 il saldo tra nascita e mortalità delle imprese è stato, in questa parte del Paese, diversamente dalla media nazionale, positivo.
Si tratta dunque di promuovere e proporre strumenti per favorire l’approdo di queste realtà verso i distretti industriali veri e propri.
E’ dentro questa idea dello sviluppo, nella quale la città, il distretto urbano, interagisce con il distretto industriale, che al Sud si può concretamente costruire, anche mediante una profonda riorganizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale e dunque le scelte territoriali degli investitori.
In questo quadro, un contributo fondamentale può venire dal settore delle telecomunicazioni.
All’avvento della comunicazione interattiva sono infatti legate parti consistenti delle possibilità di creare nuovi lavori e di migliorare la qualità della vita, in particolare nei centri urbani. Strade e autostrade telematiche rappresentano oggi per le città, le industrie, le università, i centri di ricerca, quello che la ferrovia ha rappresentato nella seconda metà del diciannovesimo secolo.
Cablare le città utilizzando le infrastrutture già esistenti, facendo nascere vere e proprie reti locali che si aprano a nuovi protagonisti imprenditoriali ci sembra in tale ambito la scelta più utile e redditiva.
Riconoscere il valore del lavoro vuole dire anche creare imprese no profit nelle forme più varie. Esiste un legame profondo tra crescita dell’occupazione, incrementi di produttività sociale e ruolo del Welfare riformato. I servizi alla persona saranno infatti decisivi per impedire che l’ineluttabile sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Cambiare non sarà facile. E, soprattutto, non sarà indolore.
Ma le energie ci sono. Nella società civile, nell’industria, nell’economia, diventano sempre più decisivi l’autonomia, la partecipazione, la collegialità, la capacità di attivare e motivare positivamente energie.
Energie che vanno messe in campo senza esitazione per contribuire al processo di formazione di una nuova classe dirigente. Per costruire dal Mezzogiorno, una politica per il Mezzogiorno. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Il federalismo ci piace perché siamo convinti che imparare a ragionare, e a fare, in quanto soggetti che indicano delle soluzioni ai propri problemi, e che cercano di costruirsele, è una maniera utile per giungere ad un modello di relazioni tra diversi all’interno di una nazione.
Sì! Il federalismo ci piace soprattutto per questo: perché aiuta a pensare, e quindi a essere, contando innanzitutto sulle proprie forze.

L’identità e i valori

Ettore Combattente, Luca De Biase, Biagio Giovanni, Vincenzo Moretti, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi

1. Il centro sinistra e la questione italiana
1.1. L’attenzione del mondo politico italiano è da tempo concentrata sulle prossime elezioni. Si discute di regole per assicurare ai contendenti uguali opportunità, di garanzie per coloro che usciranno sconfitti dalle urne, di tempi più e meno utili entro i quali eleggere il nuovo Parlamento.
Le scelte, di breve come di lungo periodo, sembrano in larga parte subordinate a tale obiettivo e la tendenza ad amplificare, e a tratti esasperare, la loro importanza, è ampiamente diffusa.
A nostro avviso, il voto servirà invece essenzialmente a determinare condizioni più o meno favorevoli all’avvio del processo di ricostruzione dello Stato democratico.
Riteniamo perciò necessario un dibattito meno condizionato dalla politica giorno per giorno, dall’angoscia dell’appuntamento decisivo, dalla sindrome dell’ultima spiaggia. Del resto, le stesse vicende della sinistra italiana, tanto ricche di appuntamenti prima decisivi e poi mancati, consigliano maggiore prudenza e lungimiranza.

1.2. La tesi di fondo di fondo che intendiamo sostenere è che il centro sinistra, se vuole credibilmente proporsi come forza capace di rinnovare l’Italia, deve dare voce al bisogno di valori presente nella società e, contemporaneamente, definire la propria identità, ricostruendo le culture e i soggetti politici che lo compongono, valorizzando i pluralismi e le differenze in esso presenti.
Per questa via esso potrà non solo spendere al meglio le proprie ragioni nel corso della competizione elettorale ma anche conquistare nuovi spazi di iniziativa ben oltre il voto ed i suoi stessi esiti.

1.3. La crisi di sistema con la quale si è chiusa la prima fase della repubblica si manifesta sempre di più come crisi di unità e di identità della Nazione e dello Stato. Essa ha travolto culture, soggetti e luoghi della politica e la sua risoluzione passa per la realizzazione di una compiuta democrazia dell’alternanza, fondata su regole condivise,   in cui le differenze si determinano non sui principi ma sulle scelte programmatiche e di governo.
In Italia, contrariamente a quanto avviene negli altri Paesi democratici,  è questa una frontiera ancora tutta da conquistare. I tempi e le caratteristiche con cui tale processo potrà realizzarsi dipendono fortemente dall’impegno, la consapevolezza e la capacità di innovazione che le diverse forze sapranno mettere in campo.

1.4. Non ci si può dunque limitare alla individuazione di un leader. Né appare convincente la rincorsa a  modelli di formazione e di definizione delle scelte tradizionalmente caratteristici delle forze di centro destra.
Esse propugnano l’idea del capitalismo come società naturale ed utilizzano la crisi dei partiti per sostenere e dare una base di massa alla propria cultura plebiscitaria.
Alle forze di centrosinistra spetta dunque il compito di rimotivare la politica, di rinnovarne le forme, di evitare che la costante opera di devalorizzazione dei partiti sia di fatto finalizzata alla costruzione di comitati e macchine elettorali, o, peggio ancora,  di una sorta di Forza Italia di area progressista.
I nuovi ed inediti problemi di partecipazione presenti nella società italiana richiedono necessariamente risposte  complesse, regole democratiche che non lascino margini a tentazioni di tipo plebiscitario, analisi e approfondimenti che sappiano andare al di là della polemica politica quotidiana.

2. Gli elementi di contesto
2.1. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, con le vittorie di Margaret  Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, la destra afferma la propria capacità di presentarsi come forza moderna e innovativa, in grado di dialogare e di rispondere alle aspettative di ceti diversi.
In qualche modo essa comprende in anticipo la crisi del rapporto tra blocchi sociali e scelte politiche e a tale crisi risponde riaggiornando e rilanciando quelle idee e ricette liberiste sulle quali edificherà la sua lunga stagione di governo nei principali paesi occidentali.
Il mercato, la ripresa economica, l’innovazione tecnologica, la riduzione delle tasse oltre che obiettivi puramente economici diventano così modelli culturali attorno ai quali conquistare e consolidare la leadership sociale e politica.

2.2. Gli anni 90 sono segnati invece  dalla crisi del liberismo. Sono gli anni in cui negli Stati Uniti i democratici riconquistano la leadership dell’Unione e nella Germania riunificata viene avviato, con uno sforzo senza precedenti e non ancora concluso, il programma per l’integrazione e lo sviluppo dell’ est. La stessa vittoria di Jacques Chirac in Francia è resa possibile dal recupero di concetti e valori della destra plebiscitaria e popolare e non certo dall’impostazione rigorista che aveva reso famosa la signora di ferro.
In Italia, la vittoria di Silvio Berlusconi nelle elezioni del 27 marzo 1993 presenta invece significativi caratteri di controtendenza. Vendendo sogni prima ancora che benessere, slogan piuttosto che concrete soluzioni ai problemi aperti, egli riesce a presentarsi, utilizzando messaggi generici e semplificati, come l’elemento di novità sulla scena politica italiana.

2.3. Negli stessi anni la sinistra, nonostante la forte spinta al cambiamento avviata a ridosso della caduta del muro di Berlino, appare statica, poco incline o comunque troppo lenta a cogliere le novità che vanno maturando nella società.
La sua capacità di attrazione, fondata sulla difesa degli interessi e dei pezzi di welfare funzionali alla loro tutela, si riduce sempre più mentre la sua iniziativa appare determinata da condizioni di necessità piuttosto che da orientamenti e scelte politiche autonomamente assunte. Contemporaneamente, le stesse opzioni culturali e di valore alla base della sua azione di rappresentanza vanno offuscandosi, determinando una sua sostanziale identificazione con le strutture più burocratiche ed assistenziali della società.
La sovrapposizione tra spesa sociale e spesa assistenziale, lo sfascio del sistema sanitario, l’inefficienza della pubblica amministrazione, sono alcuni degli esempi possibili in questa direzione.
Sta di fatto che  né gli avvenimenti dell’89,  con le spinte liberatorie da essi determinati, né lo scoppio di tangentopoli, con i suoi effetti devastanti sui partiti e le classi di governo, bastano alla sinistra italiana per scrollarsi di dosso la sua immagine statalista e conservatrice.

3. I caratteri della crisi italiana
3.1. La crisi italiana è magmatica, profonda, dagli esiti incerti. Essa si caratterizza contemporaneamente per la grande debolezza dello Stato e della Nazione, per la crescente forza dei poteri oligarchici e delle corporazioni, per il rapporto distorto tra i partiti, la società e lo Stato, per il costante prevalere delle formule e delle parole sui fatti, per la carenza di luoghi e spazi democratici. Siamo in presenza di un tale insieme di fattori da rendere difficile la sua rappresentazione perfino a livello terminologico.
Agli slogan semplificatori del centro destra, il centro sinistra deve rispondere innovando, scegliendo i contenuti, proponendo riforme sul piano sociale, politico, istituzionale.
Alla società del conformismo e della superficialità che si regge su quelli che Norberto Bobbio ha definito i servi contenti, va contrapposta una società che valorizzi la creatività e le differenze.
Una società che ha bisogno della partecipazione autonoma e consapevole delle singole persone, delle associazioni e delle forze sociali, delle amministrazioni e dei governi locali e nazionali.  Una società basata sul rispetto delle regole. Una società nella quale fare bene e fino in fondo il proprio dovere è la condizione per poter rivendicare i propri diritti. Una società che sappia favorire le relazioni tra le persone che la vivono e la popolano e tra esse ed i diversi soggetti sociali, politici ed istituzionali che la governano.

3.2. A modelli gerarchici e centralizzati è necessario contrapporre la cultura della flessibilità, della responsabilità, del decentramento.
Occorre moltiplicare i centri ed i protagonisti della politica ed adoperarsi perché la realtà torni ad essere rappresentata dai contenuti e non dalle forme in cui essa viene espressa.
Occorre che la sinistra ritorni ai Valori, si mostri capace di suscitare attese e fiducia nel futuro potenziando e qualificando allo stesso tempo la propria proposta programmatica.
E’ su questa strada che essa potrà  ricostruire una propria funzione nazionale,  invertire il processo di progressiva marginalizzazione del nostro Paese dall’Europa, contribuire a dare soluzione alla Questione Italiana.

3.3. La fine della prima fase della Repubblica ha lasciato in eredità una democrazia dai molti tratti illiberali, nella quale i partiti, compresi quelli di sinistra, hanno occupato spazi impropri ed hanno stabilito rapporti distorti con lo Stato ed i suoi poteri.
Con la crisi del liberismo e il superamento della contrapposizione tra mercato e stato sociale ritorna la necessità di recuperare quei valori propri del liberalismo che hanno contaminato la parte migliore della cultura liberale e democratica dagli anni 30 ad oggi. La pluralità dei poteri, la loro autonomia e separazione, le funzioni di reciproco controllo rappresentano, in questo quadro, il terreno di ricerca da contrapporre alle spinte ed alle scorciatoie di tipo plebiscitario.

4. Una nuova classe dirigente per ricostruire la democrazia italiana
4.1. La costruzione delle istituzioni della seconda fase della Repubblica  rappresenta il compito prioritario di tutte le forze che intendono candidarsi al governo del Paese.
I temi istituzionali vanno tenuti distinti dalla lotta politica quotidiana; il rapporto tra destra e sinistra ha qui un punto di verifica decisivo.
Piuttosto che ad eventi propri della politica spettacolo o a frettolose abiure della storia, riteniamo perciò che il processo di reciproco riconoscimento e legittimazione vada affidato alla coerenza ed all’impegno con il quale si contribuisce alla ricostruzione dello Stato democratico e alla formazione di una nuova classe dirigente.

4.2. L’Italia ha oggi più che mai bisogno di una classe dirigente che sappia indicare, innovando, le ragioni di una nuova unità della Nazione; che riconosca la non esaustività delle problematiche sociali; che sappia coniugare il bisogno di autonomia e quello di solidarietà; che abbia consapevolezza della rilevanza che, nell’era della competizione globale, rivestono  le economie di sistema, i fattori ambientali, gli ambiti territoriali; che sappia perciò guardare con un approccio federalista al tema dello Stato.
Interpretare i mutamenti avvenuti nell’economia e nella società e corrispondervi ridefinendo e rafforzando i  compiti dei poteri locali e territoriali ci sembra il modo migliore per evitare che la discussione sul federalismo si esaurisca tra parole roboanti e frasi ad effetto molto spesso vuote.

4.3.  La costruzione di una nuova classe dirigente è un processo certamente più laborioso della ricerca di un leader.  Essa ha bisogno, per formarsi, che la cultura e l’esercizio della partecipazione, della responsabilità e del controllo prevalgano sulla delega; che i legittimi interessi che ciascuno rappresenta siano comunque subordinati all’interesse generale; che le regole sostituiscano la discrezionalità e l’arbitrio.
Non è certo un caso se dall’educazione dell’ordine mezzano al quale si dedicava il Genovesi, alla ricerca dei cento uomini di ferro teorizzata da Dorso, alla costruzione della società di mezzo di cui si discute ai giorni nostri, i passi avanti realizzati non sono stati né quelli auspicabili, né quelli necessari.
Eppure, a nostro avviso, proprio da qui potrà venire un contributo importante al compiuto sviluppo della democrazia italiana.

4.4. Per questo non ci convince una concezione della politica tutta incentrata sul rapporto fra leader e riteniamo debba essere combattuta la tendenza ad affrontare temi decisivi con un tatticismo troppo spesso esasperante.
Si tratti di regole o di federalismo, di lavoro o di Mezzogiorno, di giustizia o di aborto, niente sembra sfuggire a tale destino.
Invertire tale tendenza è possibile se si definisce un nuovo protagonismo ed un più deciso apporto dei poteri e della società diffusa, dagli amministratori locali agli imprenditori, dalle associazioni ai sindacati,  ai cittadini.
L’esperienza pure importante che si sta realizzando attorno a Romano Prodi, va dunque potenziata, ampliata, non lasciata isolata. Così come è necessaria una discussione più approfondita e meno conformista sui valori e i  contenuti programmatici che sono alla base dell’alleanza politica di centro sinistra.
A cominciare dal valore del lavoro.

5. Il Nuovo Corso italiano: il valore del lavoro
5.1. La possibilità di un Nuovo Corso italiano, la costruzione di una risposta nazionale alla crisi del Paese,  hanno nell’affermazione del valore del lavoro, il proprio centro, il proprio motore, la propria anima. E se è vero, come noi riteniamo, che i numerosi elementi di rottura che caratterizzano la crisi italiana hanno una ragione fondamentale nell’incapacità e nella non volontà di cogliere appieno la relazione esistente tra mancato sviluppo del Sud e mancata modernizzazione del Paese, è evidente che il Mezzogiorno  torna prepotentemente a rappresentare una frontiera decisiva per il futuro dell’Italia.
Il vero e proprio processo di identificazione tra Questione Lavoro e Questione Meridionale è ormai un dato di fatto. E nel contesto europeo il dualismo italiano, con un mercato meridionale sempre meno indispensabile alla struttura produttiva di un Nord d’Italia sempre più integrato in Europa, è un fattore destinato a moltiplicare le spinte di tipo secessionista.
E’ tempo dunque che una nuova politica per il Sud, che sappia coniugare interessi e solidarietà, che avvii finalmente una fase di sviluppo autopropulsivo, diventi una concreta priorità per l’intero Paese.

5.2. Assumere il lavoro come valore vuol dire realizzare un grande programma di qualificazione e di valorizzazione delle capacità culturali e produttive delle persone, in primo luogo quelle meridionali; potenziare gli strumenti legislativi e contrattuali previsti a sostegno dell’occupazione; decentrare e qualificare, ridefinendone compiti e funzioni, il Ministero del lavoro, le Agenzie per l’impiego, gli Uffici di collocamento; adottare programmi formativi all’interno delle aziende e schemi di orari flessibili e ridotti; combattere il lavoro nero ed illegale e sostenere il lavoro autonomo regolare e la piccola impresa.
In questo quadro, diventa sempre più decisiva la capacità di integrazione e di coordinamento con l’Unione Europea. Con la fine dell’intervento straordinario, infatti, i fondi europei rappresentano le sole risorse aggiuntive effettivamente disponibili e la loro corretta attivazione è essenziale per dare credibilità e sostanza ad una strategia che punti decisamente alla Creazione ed alla Diffusione d’Impresa.

5.3. Il Sud ha bisogno di sviluppo diffuso. Lo sviluppo diffuso, per non restare soltanto uno slogan, ha bisogno che si rafforzino i Poteri Locali, che si investa in legalità, formazione, infrastrutture avanzate, che si promuovano e si valorizzino anche nel sud le esperienze dei distretti industriali.
Per questa strada passa la stessa possibilità di affermare una cultura imprenditoriale meno schiacciata sulla ricerca forsennata del profitto.
Creare  nuova ricchezza, partecipare al processo di rafforzamento della struttura democratica della società, incentivare  l’autonomia, la responsabilità, le relazioni, sono alcuni caratteri possibili di una nuova funzione sociale dell’imprenditore.

6. Il Nuovo Corso italiano: il valore della socialità
6.1. In una società avanzata, al valore del lavoro deve corrispondere il valore della socialità. Le persone non vanno solo protette e risarcite dalle conseguenze di una competizione sempre più spinta, ma vanno sostenuti in tutto l’arco della loro vita con politiche di promozione e di valorizzazione delle loro capacità fisiche ed intellettuali.
La promozione della persona, della sua libertà, della sua autonomia, rappresenta il fondamento di ogni moderna concezione dello Stato Sociale.
In questo quadro, l’azione sociale dello Stato deve riguardare innanzitutto le nuove generazioni.
I giovani rappresentano infatti la principale risorsa per il futuro in una società che sarà sempre più fondata  sulla flessibilità, la velocità, l’innovazione, il cambiamento.

6.2. Le politiche scolastiche e formative rivestono dunque una straordinaria importanza così come, in tale ambito, l’estensione e la tutela dell’obbligo scolastico e la lotta al lavoro nero e minorile.
Le stesse politiche di sostegno alle famiglie numerose e monoreddito vanno sviluppate condizionandole al rispetto dell’obbligo scolastico.
All’idea di un’istruzione sempre più dequalificata va contrapposto un programma finalizzato all’innalzamento del numero di diplomati ed al restringimento della forbice tra iscritti all’università e laureati.
L’istruzione e la formazione dovranno rappresentare l’interfaccia delle politiche per l’occupazione, soprattutto quella giovanile. Si afferma in questo modo una concezione del lavoro come esperienza insostituibile di autorealizzazione e socializzazione, come contributo allo sviluppo dell’economia e della società.

6.3. Una società può definirsi veramente avanzata se è in grado di valorizzare il potenziale di innovazione di ciascuna classe di età, comprese quelle più anziane.
Il recupero di valori come la memoria e l’esperienza, la realizzazione di sistemi flessibili tra formazione e lavoro e tra lavoro e pensione, la domanda di reintegrazione possono e debbono rappresentare, a cinque anni dal 2000, un’occasione e  una risorsa.
I servizi alle persone sono infatti decisivi per impedire che lo sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione e di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Da qui la necessità di istituire un mercato sociale volto alla soddisfazione della domanda di reintegrazione, di assistenza e di cura del cittadino utente.
Crescita dell’occupazione, incrementi della produttività sociale e ruolo di un welfare riformato rappresentano, in questo quadro, gli aspetti diversi e complementari delle politiche di un’Italia  che sarà tanto più moderna quanto più saprà  riconoscere il bisogno di investire in socialità.

7. Pazienza e Lavoro
7.1. Un grande filosofo contemporaneo ritorna spesso sulla necessità di affrontare la vita e le difficoltà piccole e grandi, individuali e collettive che essa ci fa incontrare, con Pazienza e Lavoro.
Ci sembra francamente che nel nostro Paese ci sia, dell’una e dell’altro, estremo  bisogno.
Più che cose nuove, si vedono in giro tante cose vecchie con un nome (qualche volta) nuovo. E poi superficialità e conformismo in dosi massicce e non di rado fastidio per le opinioni diverse.
Forse per questo ci piacerebbe che alle prossime elezioni il centro sinistra si facesse interprete del bisogno di diffondere la democrazia.
Forse, potrebbe essere qualcosa di più di uno slogan.
Potrebbe essere l’alternativa vera a chi sostiene  che, se servono un milione di posti di lavoro, debba scendere in campo Berlusconi; o che la tutela della legalità è un affare che riguarda Di Pietro (ieri) o Caselli (oggi); o anche che per  risolvere i problemi di Napoli  e di Roma basta affidarsi a Bassolino e Rutelli.
Non è un alternativa semplice, neppure per il centrosinistra.
Eppure il segreto potrebbe essere proprio qui. Nella capacità di prospettare un futuro nel quale ci sia spazio per l’impegno e le ragioni di ciascuno.

L’idea del federalismo e lo sviluppo del Sud

Credo spetti innanzitutto al Sud ricercare e proporre un nuovo patto con il Centro Nord del Paese. Un patto capace di tenere assieme solidarietà ed interessi. Un patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale.
Quel Sud la cui forza lavoro è stata indispensabile negli anni 60, gli anni del boom economico e dell’emigrazione con la valigia di cartone, per sostenere lo sviluppo dell’industria di massa del Nord .
Quel Sud a cui nella metà degli anni 90, complici una fase ciclica di sviluppo e la scarsità di giovani nel centro Nord, viene riproposta, seppure in versione ridotta, riveduta e corretta, l’esigenza di portare i giovani dove c’è il lavoro, al Nord.
Un Sud che se guarda al passato non trova molti motivi di rimpianto.
L’esigenza di costruire un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista, è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non mi sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non ha alcuna attrazione.
La ricerca di una nuova di coesione nazionale non può che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.
Lo sento come un tema forte.
C’è un’idea che a me piace molto, che Riccardo Terzi ha definito come la necessità di un “doppio movimento”.
Un movimento che sposta la nazione, lo Stato, verso l’Europa, e che quindi richiede una capacità di intervento di dimensione europea. E un movimento verso il basso che sposta lo Stato, l’idea della nazione verso i poteri locali, i poteri decentrati, e dunque verso la responsabilità.
Qui vedo la possibilità di indicare idee forze, programmi, soluzioni.
Se la politica deve riconquistarsi un ruolo rispetto all’economia, deve partire anche da queste cose? E dentro queste cose ci può stare una nuova idea forza di nazione e di nazioni in Europa ?
Io credo di sì. E senza immaginare improponibili modelli guardo alla Germania come ad un Paese federale che però ha una forte identità nazionale.
E se è vero che il federalismo nella storia del nostro Paese ha avuto sovente caratteri secessionisti, è anche vero che la dimensione locale è ad ogni livello una risorsa strategica, che richiede quindi istituzioni forti.
Il federalismo può essere una strada buona per fare in modo che queste occasioni non vadano perse.

Come formare finalmente quella vera classe dirigente che non c’è

Datemi un leader, conquisterò il centro, solleverò l’Italia: è il messaggio dominante di questa stagione politica, l’ antidoto che partiti e coalizioni propongono a piene mani per curare i mali che affliggono l’economia e la società italiana.
C’è chi non fa fatica a sostenere che i destini della Nazione dipendono da questi eroi più o meno solitari e chi, come è noto, ha preso la cosa tanto sul serio da autoproclamarsi Unto dal Signore, ma l’idea che la vicenda politica italiana possa sostanzialmente essere risolta dalla definizione del leader e dai rapporti tra leaders attraversa, trovando autorevoli sostenitori, tutti gli schieramenti.
Francamente, non mi sembra una grande idea nè per il centrosinistra nè, ed è l’aspetto certamente più significativo, per il Paese.
Il vento semplificatorio che soffia sulla politica nazionale non può che favorire le forze che guardano al passaggio dalla prima alla seconda fase della Repubblica come ad una gigantesca opera di restyling del vecchio sistema.
Non è stata questa, del resto, una delle idee guida fondamentali che hanno ispirato l’esperienza di governo di Silvio Berlusconi?
E non spetta invece al centro sinistra pensare, progettare, proporre un processo di rinnovamento che coinvolga uomini, regole, culture e sia per questo profondo e consapevole?
Io credo di sì, e che potrà farlo se sarà capace di valorizzare la creatività e le differenze, se alla gerarchia saprà rispondere con la responsabilità, alla centralizzazione con la diffusione ed il decentramento dei poteri, al leaderismo con l’affermazione di una nuova classe dirigente.
Sta qui una questione decisiva.
La mancanza di una classe dirigente, di un ceto intermedio forte, particolarmente acuta nel Mezzogiorno, ha infatti fortemente condizionato la storia del nostro Paese.
In un saggio su Napoli, il Sud, il federalismo, scritto assieme a Luca De Biase, abbiamo sottolineato come proprio a Napoli, per mano di Gaetano Filangieri, sia nata quella “Scienza della legislazione” destinata ad avere un peso decisivo nella formazione del pensiero e dei governi rivoluzionari in Francia ed in Europa e che invece ben poca fortuna ha avuto in patria, dove ha prodotto quella rivoluzione del 1799 che, sono parole di Vincenzo Cuoco, “dovea formare la felicità di una nazione ed intanto ha prodotto la sua ruina”.
Una rivoluzione fallita da un lato perchè, come scrive ancora il grande storico napoletano, essa è stata per il popolo un dono e non un bisogno, e dall’altro perchè anche allora, nonostante l’impegno di uomini come Genovesi, Pagano, lo stesso Filangieri, tra il “sopra” (il re, i nobili, l’alto clero) ed il “sotto” (il popolo) c’era troppo poco “mezzo” ( professori di lettere, frati, preti, avvocati, giudici).
E quando Giudo Dorso, circa un secolo e mezzo dopo, ha sostenuto la necessità che si formassero cento uomini di ferro per dare finalmente soluzione ai problemi del Mezzogiorno d’Italia, egli non ha fatto altro che riproporre, da un diverso versante, la medesima questione.
Questione che ritorna ai nostri giorni come necessità di costruire quella società di mezzo (c’è un’assonanza perfino terminologica con l’ordine mezzano propugnato dal Genovesi) che si ritiene indispensabile per lo sviluppo economico e sociale delle diverse aree del Paese.
Certo, come abbiamo scritto nel documento a fianco riportato, la costruzione di una nuova classe dirigente è un processo certamente più impegnativo della individuazione di un leader ma, come è noto, problemi complessi richiedono necessariamente soluzioni complesse.
D’altro canto, nelle società e nelle economie di tutti i Paesi più avanzati la collegialità, la responsabilità, la partecipazione da un lato, i sistemi aperti e modulari, le reti, gli ambiti territoriali ed i poteri locali dall’altro, diventano ogni giorno più importanti.
E la politica ha senso, riesce ad andare oltre la riproduzione di sè stessa solo se è capace di interpretare quanto avviene nell’ economia e nella società e di governare definendo regole e scelte più utili al loro sviluppo.
Ad un recente summit sulle telecomunicazioni organizzato dalla Telecom l’amministratore delegato della Mondadori, Franco Tatò, ha sostenuto che con l’ormai prossimo avvento della società digitale i due principali fattori di successo saranno rappresentati dall’intelligenza e dall’educazione. E Nicholas Negroponte, guru incontrastato del pianeta digitale, responsabile del Medialab presso il mitico M.I.T. di Boston, ha affermato che in ogni consiglio di amministrazione dovrebbe sedere almeno un quindicenne.
Da quando tempo la politica nel nostro Paese non parla di intelligenza, di educazione, di scuola, di formazione?
E quando è stata l’ultima volta che la sinistra, o il centro sinistra, si è occupato seriamente di giovani? Forse, appena dopo le elezioni del marzo 1993, quando ci si accorse che tra il nulla e le false promesse berlusconiane i giovani avevano scelto queste ultime.
La perdita di identità e di ruolo che colpisce fasce sempre più ampie di società, può essere combattuta e vinta se si defiscono nuovi protagonismi e si diffondono i poteri. Una nuova classe dirigente non può che nascere da qui, dalla verifica sul campo di idee, aspirazioni, comportamenti; dalla costruzione di un sistema nel quale la possibilità di vedere soddisfatta quella che Spinoza definiva la propria utilitas sia strettamente collegata al rispetto delle leggi e delle regole democraticamente definite; da una partecipazione attiva dei cittadini alla vita, alla gestione e al controllo della res pubblica.
In questo quadro, la stessa positiva esperienza dei comitati Prodi va potenziata, ampliata, non lasciata isolata.
In un sistema democratico, non c’è un Cesare al quale dare quel che è di Cesare, anche perchè di suo, Cesare, non ha niente.
E forse, se la maggioranza degli italiani sarà daccordo, si potrà fare anche a meno di affidare il governo del Paese a chi confonde il libero mercato con la tutela dei propri interessi e lo sviluppo economico con la promessa di un milione di posti di lavoro.
Occorre però che il centro sinistra risponda alle suggestioni plebiscitarie proposte dalla destra, mettendo in campo valori, volontà di innovazione e di riforma, definendo per questa via una propria chiara identità .
Può non essere semplice. Ma, come avrebbe detto Jorge Luis Borges, sono davanti a noi futuri diversi che con le nostre azioni individuali e collettive contribuiamo a rendere più o meno possibili. Se ce ne convinciamo fino in fondo, abbiamo potenzialità e risorse sicuramente superiori ai nostri avversari politici.
Forse anche per questo una classe dirigente può valere molto più di un leader.