Archivi tag: Antonio Moretti

Era già rotto (Core ‘e mamma)

Sì, prenderla alla lontana mi piace. No, non c’entra niente il fatto che sto in ferie, è che mi piace raccontare, c’entra il daimon, il codice dell’anima, la streppegna, insomma non sono portato per la sintesi e poi non è che dovete leggere per forza. Uffah.

1972-1973. Campeggio Baia Domizia. A 17-18 anni è bello essere innamoratissimi, contraccambiati, di una stupenda ragazza di nome Rosanna. Eravamo in campeggio libero, e una delle attività giornaliere era quella di andare con il padre di lei, Luigi, l’uomo della tenda affianco, a prendere l’acqua.
Lui, da quasi 40 anni iscritto al PCI, sapeva del nostro amore, e ne era anche contento. Comunista lui, comunista io, per di più giovane studente che studia con la testa al proprio posto cioé sul collo,  cosa vuoi di più dalla vita.
Quel giorno, mentre riempiamo la settima-ottava damigiana da 50 litri, Luigi mi fa “ricordati, ‘a femmena che dice ca te vo’ bene cchiù da mamma è ‘na femmena che ti inganna”.
Posso dire che non capisco perché mi dice questa cosa? Che un pò ci rimango male? Che mi sembra una mancanza di riguardo rispetto alla figlia sua – innamorata mia bellissima?. L’ho detto. Punto.

2010. Cellole. Con Cinzia siamo ritornati dopo la bellissima giornata trascorsa qualche giorno prima, sì, proprio quella delle foto e del filmato del post precedente e, cosa non proprio scontata, trascorriamo un’altra bellissima giornata.
Mare, telline, pallavolo, chiacchiere, tentativo di restare al sole fino alle 3 p.m. da me prontamente sventato, ritorno a casa, doccia in giardino con la pompa dell’acqua che a me piace un sacco, i sandali messi ad asciugare. Indosso degli infratido di un pò di numeri più piccoli del mio, della serie l’arte di arrangiarsi è obbligatoria se hai 46 di piede.
Pranzo, musica, tanta bella musica, chiacchiere again, mentre sto scendendo per andare a vestirmi per il ritorno a Napoli si rompe l’infradito destro. Mi scuso con mia cognata Paola che me li ha prestati, lei naturalmente sorride e mi dice che non c’è problema, nel frattempo Cinzia è scesa ed essendo una persona che mette pace ha detto a mamma “Vostro figlio ha rotto gli infradito di Paola”.
La risposta di mamma:” e che fa, quelli già erano rotti”.
Io e Cinzia siamo scoppiati a ridere come pazzi. Poi mi è venuto in mente Luigi e la storia della femmina ingannatrice.
Voi dite che è l’età? Dite, dite. Intanto a mamma mia guai a chi me la tocca.

Grand Hotel

Va bene, l’ammetto, dato il periodo, le possibilità del “qui pro quo” sta nelle cose, ma il Grand Hotel del titolo non c’entra nulla con il posto nel quale trascorrerò le ferie, che per ora non ho deciso neanche se e dove le trascorrerò. Grand Hotel sta per la rivista Grand Hotel, quella fondata nel 1946 dai fratelli Alceo e Domenico Del Duca, i boss delle Edizioni Universo,  con Matteo Macciò,  che ne diventò il direttore, che all’inizio era basata sulle storie d’amore a fumetti (tra i collaboratori il grande Walter Molino) e poi si trasformò  in un contenitore di fotoromanzi destinati prevalentemente al pubblico femminile (prevalentemente, perché tra i lettori c’ero anche io, avevo 9-10 anni, ma sempre pubblico maschile ero).
Perché vi racconto tutto questo? Perché ieri ho passato una bellissima giornata, assieme a Cinzia, ai miei cognati Paola e Alberto, ai miei nipoti Flavia e Angelo, a mia madre Fiorentina, e a Nunzia, Gaetano e Antonio, i miei fratelli. E  perché questa bellissima giornata ho deciso di raccontervela con tre immagini e un breve filmato, con tanto di didascalia, proprio come si faceva su Grand Hotel.
Buona visione.

 

Un tuffo nel passato. I quattro fratelloni di Secondigliano sul terrazzo di casa il giorno del mio 50° compleanno, l'11 settembre 2005
Un tuffo nel passato. I quattro fratelloni di Secondigliano sul terrazzo di casa il giorno del mio 50° compleanno, l'11 settembre 2005
Ma questi non sono due fratelli, sono due campioni. Prima di quelli di quelli di Castellammare, c'erano già i fratelloni di Secondigliano, senza Peppeniello di Capua come timoniere, e se c'era il beach tennis la medaglia alle olimpiadi la vincevamo anche noi.
Ma questi non sono due fratelli, sono due campioni. Prima di quelli di Castellammare, c'erano già i fratelloni di Secondigliano, senza Peppeniello di Capua come timoniere, e se c'era il beach tennis la medaglia alle olimpiadi la vincevamo anche noi.

I campionissimi all’opera, infruttuoso salvataggio compreso … E vissero tutti felici e contenti.

 

 

E’ severamente vietato

by Adriano Parracciani
by Adriano Parracciani

Oggi a Roma mi è venuto a trovare Adriano Parracciani e mi ha fatto 3 regali.
Il primo non ve lo dico.
Il secondo è la tela con la bellissima recensione pittorica di Enakapata, vi assicuro che vista dal vivo è una meraviglia.
Il terzo è il titolo di questo post, me lo ha ispirato mentre mi ha accompagnato a Termini, ricordandomi che l’Italia è l’unico paese al mondo dove non basta dire “è vietato” ma bisogna dire “è severamente vietato”.
La cosa mi ha riportato alla mente  quanto mi è  accaduto qualche giorno fa: passeggiavo con mio fratello Antonio per via Chiaia quando ad certo punto siamo sovrastati dalle grida di un vigile urbano e di un negoziante che litigavano a causa del traffico assordante causato dalla rottura del marchingegno elettronico che permette a un paletto di abbassarsi e di alzarsi a seconda se l’automobile ha o meno il permesso per circolare in quella determinata zona.
Il povero negoziante aveva ragione perché l’inferno che si era scatenato non sembrava destinato a finire. Il povero vigile aveva ragione non solo perché il marchingegno non l’aveva rotto lui ma anche perché stava lì proprio per cercare di tenere a  bada gli automobilisti e per aspettare l’arrivo dei tecnici.
Il commento di mio fratello è stato: gli stessi paletti di Bologna (ci vive da  più di 30 anni); difficile da credere, ma siamo l’unico paese in cui non basta sapere che da una parte non si può passare, bisogna creare una barriera che ti impedisca letteralmente di passare.
Mettete assieme Adriano e Antonio e avete la morale della favola. Ci crediamo i più furbi, siamo soltanto i più stupidi del mondo.