| Sapete che la corrente elettrica può essere definita come un qualsiasi flusso di carica elettrica che viaggia attraverso un filo metallico o qualche altro materiale conduttore? Che la sua unità di misura è l’ampere? E che invece l’elettricità (che non è sinonimo di corrente elettrica) è una proprietà della materia riscontrabile in presenza di cariche elettriche ed è responsabile di fenomeni come il fulmine e il campo elettrico?
Ma soprattutto sapete perché vi raccontiamo tutto questo? Di cosa si tratta? Un viaggio che, come spiegano i promotori, si articola in cinque tappe: Un viaggio che i partecipanti – alunni, studenti, insegnanti – contribuiscono a rendere ogni anno più ricco ed entusiasmante, più attento alla necessità di formare cittadini consapevoli dell’importanza dell’energia e della necessità di utilizzarla in maniera razionale. Molto ricca la dotazione di strumenti, mezzi, i materiali didattici che l’ENEL mette a disposizione dei partecipanti, a partire dal sito molto utile per approfondire i temi non solo in classe ma anche a casa grazie ai giochi e agli esercizi on line, dalle visite in centrale, dagli incontri con gli esperti ENEL. Il percorso – gioco – concorso prevede due binari paralleli per i due livelli di riferimento (le classi del primo ciclo, 4° e 5° classe delle scuole primarie e secondarie di 1° grado e quelle del secondo ciclo, tutte le altre) e due diverse modalità di partecipazione per ciascuna categoria: 1. La Prova Quiz (disponibile sul sito a partire dal 1° marzo 2006 o da richiedere al numero verde 800 228722) con 25 domande, 5 per tappa, che riprendono i contenuti del kit didattico e affrontano in particolare l’argomento ambiente. Entro il 28 aprile le risposte vanno inviate via fax al numero 02 48541207 oppure attraverso il quiz on line entro le ore 24.00 dello stesso giorno. Se il quiz viene inviato con entrambe le modalità, fa fede quello on line. 2. La Prova Progetto (si può concorrere anche nella sezione speciale) che chiede alle classi di elaborare un progetto per l’uso razionale dell’energia o per valorizzare la centrale del proprio territorio. Lettori mp3, fotocamere e videocamere digitali, ipod, vacanze studio, notebook, week-end in una capitale europea sono i premi che studenti e docenti possono vincere. Per le scuole sono previsti invece finanziamenti rispettivamente di 6.000, 3.500 e 1500 euro per le prime 3 classificate in ciascuna categoria. Sul sito troverete in ogni caso tutte le informazioni dettagliate, ivi comprese le straordinarie opportunità previste per i vincitori delle sezioni speciali della prova progetto. Buona navigazione. |
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Socializzante web
Ricordate? Vi avevamo parlato un po’ di tempo fa di web semantico. E delle straordinarie opportunità che si apriranno dinnanzi a noi, per fortuna sempre più numerosi navigatori internettiani, nel momento in cui un’interfaccia intelligente sarà in grado di interpretare i nostri specifici bisogni – desideri di ricercatori, visitatori, comunicatori via web.
Questa settimana torniamo sull’argomento. Per raccontarvi di quanto si sta facendo a questo proposito all’ISIS LAB, il laboratorio di ricerca del Dipartimento di Informatica ed Applicazioni R. M. Capocelli dell’Università di Salerno diretto dai prof. Alberto Negro e Vittorio Scarano.
A parlarcene sono, per l’appunto, il professor Vittorio Scarano e Gennaro Iaccarino, studente di dottorato di ricerca e componente del team che ha sviluppato in direzione dell’accessibilità i risultati del lavoro di ricerca portato avanti dall’ISIS.
Ma procediamo con ordine, chiedendo a Scarano di parlarci delle principali attività dell’ISIS Lab.
“È presto detto. Nella sostanza qui all’ISIS lavoriamo allo studio delle modalità con le quali si può accedere al world wide web.
Com’è noto, il web rende disponibili un’infinità di interessantissime informazioni che però hanno, ad oggi, il difetto di essere offerte a tutti nello stesso modo.
Il nostro lavoro è finalizzato a individuare risposte a due domande importanti.
La prima è quella che si riferisce alle modalità con le quali è possibile accedere alle informazioni tenendo presenti le caratteristiche di chi interroga il world wide web.
Il web è uguale per tutti ma noi non siamo tutti uguali. Le informazioni vanno dunque adattate a gusti e esigenze diverse (persino una stessa persona naviga in un modo quando lo fa per divertimento e in un altro quando lo fa per lavoro). È questo il filone di ricerca che si riferisce agli “ipermedia adattivi”, alla personalizzazione del web.
La seconda domanda è quella relativa al come fare in modo che si possa navigare in maniera sociale, al come permettere cioé la navigazione in maniera tale che se io e Iaccarino navighiamo nella stessa pagina ciascuno di noi possa conoscere quello che fa l’altro”.
Il tema socializzazione è di quelli particolarmente caldi e dunque chiediamo a Scarano di spiegaci meglio questo aspetto.
“Siamo partiti da una constatazione semplice, anche se non banale. Il web è stato progettato per essere navigato da soli. Invece quando andiamo al cinema, a visitare un museo, a comprare un libro lo facciamo, ci piace farlo, molto spesso, in compagnia. Anche quando vado da solo in libreria ciò che fa il signore sconosciuto accanto a me, il modo nel quale sfoglia il libro che ha tra le mani o lo commenta con un suo amico molte volte mi incuriosisce, non di rado al punto da indurmi a comprarlo.
Qui all’ISIS stiamo lavorando a questo aspetto, definendo un sistema che permette di lasciare in maniera automatica tracce, note, appunti del passaggio del visitatore su una determinata pagina”.
Come state cercando di farlo e con quali risultati?
“Lo stiamo facendo attraverso una componente del world wide web che si chiama proxy e che può fare da intermediario alle nostre interazioni con il web.
Assieme al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Modena abbiamo creato un proxy particolarmente efficiente con molti servizi evoluti sperimentali che ci hanno consentito risultati importanti tanto dal versante della personalizzazione che da quello della socializzazione”.
Il fatto che il collegamento a un determinato sito debba essere, per così dire, filtrato dal proxy non corre il rischio di produrre dei rallentamenti del sistema?
“In teoria sì, ma in pratica siamo praticamente riusciti a sincronizzare i tempi di attesa su quelli normalmente richiesti dal server. Tecnicamente non ci sono insomma problemi, cosa diversa è naturalmente la eventuale messa a regime del nuovo sistema, che richiede scelte e decisioni che non stanno, com’è ovvio, nella nostra disponibilità. È un po’ lo stesso discorso che vale per il web intelligente: la sua utilizzazione per target specifici è ormai alla nostra portata. Meno vicino è l’obiettivo per così dire generalista, la possibilità di rispondere a livello macro a questa esigenza.
In ogni caso mi pare utile sottolineare che mentre l’uso del proxy per la personalizzazione era un filone di ricerca già esplorato quello relativo alla socializzazione è un risultato specifico della nostra attività di ricerca. E che, come dimostra il progetto W.H.I.T.E. (un progetto europeo da poco concluso che ha come obiettivo quello di facilitare la navigazione e l’utilizzo di materiale didattico per i diversamente abili), la nostra ricerca sulle funzioni avanzate del proxy ha molte applicazioni utili”.
Bene. Chiediamo allora a Iaccarino di rancontarci di questo Progetto W.H.I.T.E. (Web for Handicap Integrated Training Environment).
“Per cominciare diciamo che il progetto è stato finanziato nell’ambito del programma europeo Leonardo da Vinci, promosso dal Comitato Permanente Studio, Ricerca e Programmazione Sociosanitaria – ASL Caserta 1, coordinato dal Dott. Lucio Uliano Caputo, realizzato con la collaborazione dell’Associazione Nazionale Ciechi ed Ipovedenti di Bucarest.
Il servizio implementato sul proxy ha consentito di rendere maggiormente accessibili le immagini pubblicate sul web agli utenti daltonici (il daltonismo è un handicap visivo che colpisce più dell’8% della popolazione mondiale)”.
Come funziona?
“In parole povere il proxy filtra le immagini della pagina web richiesta dall’utente e ne modifica il contrasto, la luminosità e le caratteristiche cromatiche. In questo modo l’utente daltonico può vedere direttamente, sul proprio browser, le immagini modificate, riuscendo a distinguere meglio le diverse porzioni cromatiche e le informazioni in esse contenute.
Il servizio permette anche la possibilità di personalizzazione nel senso che ciascun utente può definire il proprio grado di modifica delle immagini, in base al proprio tipo di daltonismo e al proprio grado di percezione cromatica”.
Quali riscontri avete avuto ad oggi?
“Innanzitutto naturalmente la soddisfazione di aver implementato un servizio che favorisce l’accessibilità all’utilizzo e alla formazione via web di persone diversamente abili. E poi la consapevolezza che stiamo percorrendo la strada giusta. Non a caso come ISIS siamo stati invitati a presentare un poster illustrativo della nostra ricerca, mettendo in evidenza le strategie seguite,i risultati ottenuti, ed i test realizzati, alla 15th World Wide Web Conference che si terrà dal 23 al 26 May 2006 a Edinburgo, in Scozia”.
Buona navigazione a tutti.
Mi organizzo e apprendo
Sapete chi sono Ikujiro Nonaka e Hirotaka Takeuchi?
Gli studiosi che hanno teorizzato che sono gli individui, e non le organizzazioni, che con la loro capacità di apprendere, adattarsi, creano conoscenza. E che dunque le organizzazioni che intendono massimizzare i benefici derivanti da tali processi hanno tutto l’interesse a favorire contesti e processi di sviluppo della creatività e della conoscenza dei singoli.
Con una sintesi estremamente lucida delle due visioni fino ad allora prevalenti (secondo la prima le informazioni sono elaborate dal vertice e fluiscono attraverso direttive ai livelli di volta in volta successivi fino alle linee di produzione che restituiscono informazioni e riavviano il processo; per la seconda chi dirige tenta di valorizzare il più possibile le capacità di chi lavora, le conoscenze sono più spesso di tipo tacito, le risorse della base sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi) essi definiscono un modello organizzativo che affida al middle management una funzione fondamentale di cerniera tra conoscenza esplicita e strategica del top management e conoscenza tacita caratteristica degli operai di linea: è ai capi intermedi che tocca gestire il processo di trasformazione della conoscenza, di tenere assieme strategia e innovazione.
Per Nonaka e Takeuchi la conoscenza può essere insomma esplicita o tacita.
La prima (razionale – mentale, sequenziale, digitale – teorica) si riferisce a tutto ciò che è manifestabile attraverso sistemi formali di comunicazione, presenti struttura e contenuti logici e linguistici, è trasmessa per mezzo di libri, manuali, corsi.
La seconda (corporea, legata all’esperienza, simultanea, analogica – pratica) è invece il prodotto di intuizioni, nozioni personali, esperienza, cultura e valori morali, viene trasmessa attraverso metafore, analogie, esempi pratici, può essere tecnica (quando si riferisce alla manualità, alle abilità pratiche, alle arti) o cognitiva (quando si riferisce all’elaborazione, a modelli, schemi, paradigmi mentali, alle prospettive che ciascuno crea).
Si crea conoscenza, si sviluppa know how e apprendimento nella misura in cui si riesce da un lato a risolvere problemi specifici sulla base del contesto di riferimento e dall’altro e conseguentemente si riesce a modificare tale contesto.
L’organizzazione che apprende deve perciò essere in grado di operare continue conversioni di conoscenza (da esplicita a implicita e viceversa) perché per questa via è possibile creare campi di interazione nell’ambito dei quali si può condividere conoscenza e modelli mentali, socializzare, creare nuova conoscenza.
Per fare un esempio, attraverso metafore e analogie si può creare, sulla base di un processo di conversione che è definito di esteriorizzazione, conoscenza esplicita che genera prodotti, servizi, innovazione, si combina con ulteriore conoscenza esplicita, produce nuova esperienza e dunque nuova conoscenza implicita (in questo caso il processo viene definto di interiorizzazione).
È la spirale senza fine che è alla base dell’innovazione contenuta nei nuovi prodotti, della spinta verso la creazione di ulteriore conoscenza.
Naturalmente non si tratta di un processo automatico.
Perché esso si avvii c’è bisogno di consistenti motivazioni allo scambio di conoscenza, di leadership ben definite, di obiettivi chiari.
Più specificatamente Nonaka e Takeuchi individuano cinque parole chiave attorno alle quali articolano la loro idea di sviluppo della conoscenza: intenzionalità, autonomia, ridondanza, caos, varietà.
Studiare Marx. Quello vero!
| Si può ritenere Karl Marx “un autore misconosciuto, vittima di una profonda e reiterata incomprensione”? Secondo Marcello Musto, curatore di un interessantissimo, rigoroso, per taluni versi sorprendente, volume (Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Pagg. 392, Euro 30,00), sicuramente sì. A suo avviso Marx è stato tale “nel periodo durante il quale il marxismo era politicamente e culturalmente egemone, tale rimane ancora oggi”, e le cause principali di tale paradosso sono “il tortuoso processo della diffusione degli scritti di Marx e l’assenza di una loro edizione integrale, insieme con la primaria incompiutezza, il lavoro scellerato degli epigoni, le letture tendenziose e le più numerose non letture”. Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché negarlo? Eppure mano a mano che si procede nella lettura, lo sconcerto lascia il posto alla scoperta, alla voglia di ricominciare, alla speranza che quello che anche i più ottimisti hanno ritenuto un pensiero straordinariamente nobile ma altrettanto datato e male applicato, possa tornare ad essere attuale, possa tornare a essere utile per l’oggi e per il domani. Sta qui a nostro avviso il valore straordinario di questo volume, che si articola in quattro sezioni che raccolgono i saggi presentati nel corso di una conferenza internazionale svoltasi a Napoli nella primavera del 2004. Cosa aggiungere ancora? E che “Sulle tracce di un fantasma” è un libro da non perdere. |
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Giovanni B., maestro di legalità
Questa settimana torniamo a parlare di educazione alla legalità. Della necessità di promuovere e sviluppare il senso civico di ragazzi e ragazze di ogni parte di Italia.
Non solo perché non si fa mai abbastanza per diffondere la cultura della legalità e determinare un rapporto più virtuoso tra cittadini ed istituzioni. Ma anche perché la storia di questa settimana è di quelle davvero da non perdere.
Non ci credete?
Leggete e vedrete.
Per cominciare è bene sappiate che Giovanni B. ha 57 anni. Che nella sua vita ha fatto il lavoratore edile, poi l’imprenditore edile, poi di nuovo il lavoratore edile e poi il sindacalista. E che da qualche anno si ritrova a raccontare la sua storia a ragazzi e ragazze delle scuole di ogni ordine e grado.
Ma è bene procedere dall’inizio.
“Per me l’inizio risale a quando avevo 13 anni. Muore mio padre. Mia madre si ritrova con me, mio fratello di 7 anni, mia sorella di 2. Devo lasciare la scuola per il lavoro, e l’unico lavoro possibile per un ragazzo di 13 anni è nel settore edile”.
“La prima grande soddisfazione arriva quando compio 18 anni. Già da qualche mese il mio datore di lavoro mi diceva che al compimento del diciottesimo anno mi avrebbe fatto un regalo importante.
Come ho detto, ero orfano di padre e credevo molto in lui.
Il giorno che ho compiuto 18 anni si è presentato da me con un foglio di carta sul quale c’era scritto che da quel giorno ero “mastro” muratore.
Lo aveva comunicato anche all’ufficio del lavoro. “Per me è davvero una soddisfazione straordinaria. Oltre che un deciso miglioramento delle mie condizioni di vita, dato che passavo da 1200 a 1650 lire al giorno”.
Poi?
“Ho 20 anni quando il datore di lavoro si ammala. Mi chiama e mi dice che ho le capacità per diventare imprenditore. Mi sembra impossibile. Mi convince. Arrivo al punto di avere 9 dipendenti. Ma un giorno, avevo già 23 anni, muore un operaio per un incidente sul lavoro. Anche se non avevo alcuna responsabilità, il senso di colpa mi divora, e non me la sento di continuare”.
“Dopo qualche mese, divento operaio in una grande azienda edile che costruisce autostrade. Nel settembre del 73 Mi iscrivo al sindacato. Fino ad allora non sapevo cosa fosse. Un vecchio delegato edile mi fa scuola sindacale e mi spinge a diventare delegato”.
Giovanni è ormai un fiume in piena.
“Nell’80 cambio azienda, finisco in una impresa che deve costruire una diga.
Le cose non vanno bene, c’è una commistione forte con la mafia.
Organizzo lo sciopero per il rispetto dei nostri diritti. Vengo sequestrato. Mi minacciano tutta la notte. Mi spezzano due dita del piede con un pezzo di ferro. Minacciano i miei figli. Ho paura. Penso di cedere e lasciare il lavoro”.
Invece cosa accade?
“Accade che torno a casa e trovo amici, sindacalisti, dirigenti di partito, la polizia. Mi convinco a non mollare. Il giorno dopo torno a lavoro. Coloro che mi avevano minacciato vengono arrestatati. La mia vita diventa impossibile. Sei mesi dopo mi licenzio”.
“Nell’85 mi chiedono di dare una mano al mio sindacato, la CGIL.
Per un anno resisto, non mi sento adeguato. Continuano a insistere. Nell’86 accetto e comincio a lavorare nel sindacato edili. Nel 99 divento segretario generale della categoria. Sento l’esigenza di fare qualcosa di significativo per i lavoratori che rappresento. Mi impegno in una lotta senza quartiere contro il lavoro nero, l’illegalità, la mafia. Si scatena l’inferno”.
È il periodo per te peggiore.
“Sicuramente sì. Mi mettono una bomba nell’auto e la fanno saltare. Mi sparano al passaggio a livello. Mi impiccano il cane. Telefonano a mia figlia accusandomi di portare la famiglia allo sfascio. Mi assegnano la scorta. Per 6 mesi devo stare lontano dalla mia città. Io però non ce la faccio a stare lontano da casa. Chiamo mia moglie. Rinuncio alla scorta. Torno a casa. Ricominciano le minaccie e le pressioni. A dicembre 2004 lascio la categoria”.
Adesso?
“Adesso racconto la mia storia alle ragazze e ai ragazzi del Sud. Spiego perché è importante scegliere sempre, nelle piccole come nelle grandi cose, la via della legalità.
In particolare per noi del Sud è questo uno snodo decisivo. E dunque vado molto volentieri nelle scuole a parlare di queste cose”.
Il prossimo appuntamento?
“A Bari, l’8 marzo”.
Se siete interessati ad organizzare nella vostra scuola una iniziativa sulla legalità e avete voglia di ascoltare la storia di Giovanni B. non esitate a scriverci. Saremo felici di mettervi in contatto con lui.
Miti razionali, relazioni, imprese
E se questa settimana ritornassimo a occuparci di processi organizzativi? Parlando ad esempio di isomorfismo, relazioni, miti razionali, campi organizzativi?
Come (forse) avrete già intuito si tratta della scuola neoistituzionalista, che rappresenta una delle più significative correnti sociologiche contemporanee e un punto di riferimento importante per economisti, dirigenti d’impresa, studiosi, professionisti.
Per cominciare è bene ricordare che pur non rinnegando il proprio legame con il pensiero istituzionalista di Philip Selznick (secondo il quale la società non può essere considerata un semplice aggregato di soggetti e organizzazioni che agiscono sulla base di criteri di razionalità, seppur limitata, per massimizzare le proprie utilità; occorre spostare la riflessione dalle scelte definite in maniera autonoma dal singolo individuo o dalla singola organizzazione al contesto istituzionale nel quale gli uni e le altre operano), i neoistituzionalisti sviluppano in maniera del tutto autonoma e originale l’analisi relativa al rapporto tra contesto istituzionale e singola organizzazione.
Con il neoistituzionalismo il tema centrale dell’analisi organizzativa è dato infatti dal processo di azione – retroazione che si determina tra organizzazioni e istituzioni e che fa sì che organizzazioni dello stesso tipo assumano comportamenti molto simili tra loro. Conseguentemente, oggetto principale dell’indagine sociologica non sono più le singole organizzazioni ma le popolazioni organizzative, l’insieme di unità, soggetti, organizzazioni che operano in un determinato contesto istituzionale.
Le istituzioni diventano il punto vero sul quale puntare l’interesse, dato che le strategie e i criteri di giudizio delle organizzazioni sono largamente imputabili alle pressioni alla conformità esercitate dal contesto istituzionale, ai condizionamenti di ordine materiale e simbolico che le istituzioni esercitano sui comportamenti umani e su quelli delle organizzazioni.
Sono John Meyer e Brian Rowan, nel 1977, ad avviare la stagione del pensiero neoistituzionalista con un articolo nel quale propongono il concetto di isomorfismo come chiave per comprendere le ragioni per le quali organizzazioni che operano nell’ambito dello stesso contesto istituzionale sono spinte ad assumere scelte molto simili tra loro.
L’idea è che per essere giudicate efficienti, massimizzare legittimità, risorse, capacità di sopravvivenza, le organizzazioni devono rispettare criteri di razionalità stabiliti dal contesto istituzionale. In definitiva secondo Meyer e Rowan i processi di isoformismo non sono determinati soltanto dalla tendenza ad uniformarsi all’ambiente esterno ma anche dell’azione dell’ambiente che spinge alla nascita di nuove organizzazioni coerenti con i miti razionali (regole istituzionalizzate, norme, cerimoniali di procedure) da esso stesso prodotti.
A un nuovo mito che si consolida corrispondono nuove organizzazioni che nascono per rispondere ai bisogni che esso produce e alimenta e, udite, udite, la strada migliore per gestire il conflitto tra i criteri di razionalità interni e le spinte dell’ambiente è quella di sviluppare due strutture parallele, una formale, coerente con i miti e i cerimoniali, l’altra informale, coerente con l’obiettivo dell’efficienza interna.
A Walter Powell e Paul Di Maggio si deve invece il concetto di campo organizzativo, da essi definito come un’area riconosciuta di vita istituzionale caratterizzata da confini fluidi e indistinti ma con una fitta e stabile rete di comunicazione nell’ambito della quale un insieme estremamente variegato di attori sociali, economici, politici, culturali, contribuisce, in maniera più o meno consapevole, a determinare processi di cambiamento.
Tecnologie in classe
| “Or che bravo sono stato, posso fare anche il bucato?” Chi lo ricorda? Erano ancora gli anni di “Carosello” e uno strano omino tuttofare faceva irruzione nelle case di milioni di italiani di ogni età, sesso e ceto sociale.
Per molte famiglie fu probabilmente il primo approccio con il robot, ma di lì a poco la realtà si sarebbe ancora una volta incaricata di superare la fantasia, almeno quella rappresentata in quello spot pubblicitario. Vennero così gli anni d’oro della robotica e dei suoi esperti, dominatori incontrastati di meeting e convegni di mezzo mondo. Il Paese “dove il dolce sì suona” ancora una volta si divise. Certo non con la ferocia che contrappose i Guelfi e i Ghibellini. Né con la passione che separò le schiere di Bartali da quelle di Coppi. Ma lo scontro ci fu. Tanti lo ricordano impegnativo. E a tratti persino duro. Tra i più ottimisti c’erano quelli che… “l’avvento dei robots avrebbe garantito un salto di civiltà e reso la vita più agevole a decine di milioni di persone in tutto il mondo”. Al polo opposto quelli che… “tanti posti di lavoro sarebbero andati in fumo e molte aziende sarebbero state costrette a chiudere”. Come è finita? Come (quasi) sempre accade: ciò che è successo per davvero forse non ha dato ragione agli ottimisti, ma assomiglia comunque assai poco a quel che immaginavano i pessimisti, mentre nuovi dilemmi e nuovi miti hanno presa rapidamente il posto di quelli precedenti. Il fatto è che le tecnologie sono delle strane cose che cambiano l’arredo del nostro mondo. Come ha raccontato il filosofo Salvatore Veca citando Virginia Woolf, è come se vivessimo tutte le sere in una stanza diversa, o tutte le sere rientrassimo nella nostra stanza, una stanza tutta per noi, e la trovassimo riarredata; è il continuo equilibrio e squilibrio che fa parte del fatto che siamo nella storia, tra quanto permane e quanto varia. In tutto questo la scuola e l’università hanno naturalmente un ruolo molto importante, e sono dunque non a caso tra i luoghi privilegiati di sperimentazione di tecnologie e metodologie innovative. Facciamo un esempio? Meglio due. Il primo si riferisce a QuickTime 2, il programma basato sulla tecnologia RSS (Really Simple Syndication) che, come scrive Giovanni Mometto su Smile.it, sarà lanciato dalla Apple in via sperimentale in alcune università europee nel corso della prossima primavera e consentirà agli insegnanti di registrare le proprie lezioni in formato digitale audio e video, caricare le slides visualizzate in aula, le annotazioni e tutti i compiti assegnati agli studenti alla fine della lezione, trasformandoli in files digitali. Si tratta di una tecnologia – aggiunge ancora Mometto – molto simile al sistema di informal learning che l’università di Stanford ha già avviato in via sperimentale negli Stati Uniti, sempre in collaborazione con la Apple, che è in grado di distribuire gratuitamente i files contenenti le lezioni dell’università, gli eventi organizzati nel campus, letture di libri, registrazioni di brani musicali eseguiti dagli studenti e, via podcast, anche le partite della squadra universitaria di football. Un secondo sito è invece dedicato ai soli studenti autorizzati per scaricare tutti i materiali multimediali realizzati dagli insegnanti a supporto dei corsi. Il secondo esempio si riferisce invece a SOS studenti, l’ambiente per l’apprendimento online di supporto alla didattica ordinaria realizzato da Puntoedu che scommette sulla possibilità che “l’attitudine diffusa tra le nuove generazioni all’uso delle nuove tecnologie, la possibilità di studiare in ambienti e con tecnologie digitali, possa rendere l’esperienza formativa estremamente coinvolgente, accrescendo la motivazione degli studenti e il loro grado di partecipazione al processo formativo”. Come si legge sul sito, sono oltre 300 attività di apprendimento ideate da esperti, docenti universitari ed insegnanti. |
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+ PuntoEdu
+ Smile.it
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Ricordare Gandhi
| Giornata particolare, questa che apre la V° settimana dell’anno. Pochi lo ricorderanno, ma è il 30 gennaio (del 1969) che i Beatles fanno la loro ultima apparizione in pubblico. Ancora nello stesso giorno (era l’anno di grazia 1649) ancora in Inghilterra, Re Carlo I Stuart viene decapitato (con la proclamazione della repubblica le redini del potere passeranno nelle mani di Oliver Cromwell). Sempre il 30 gennaio (questa volta del 1933) Adolf Hitler viene nominato “Cancelliere del Reich”, nello stesso giorno in cui Franklin Delano Roosevelt, il presidente passato alla storia per il New Deal e il ruolo avuto dagli USA nella 2° guerra mondiale, compie il suo 51° compleanno. Perché vi raccontiamo tutto questo? Definire i grandi come Gandhi è sempre estremamente difficile, ma nel nostro caso ci possono aiutare le semplici, straordinarie parole che egli stesso ci ha tramandato: “la mia mente è ristretta. Non ho letto molte opere letterarie. Non ho visto gran che del mondo. Mi sono concentrato su certe cose della vita e, a parte queste, non ho altri interessi. Le opinioni che ho formulato e le conclusioni a cui sono giunto non sono definitive, posso cambiarle domani. Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non violenza sono antiche come le montagne” (Gandhi, 1981). Cosa aggiungere ancora? Che sono stati numerosi coloro che si sono ispirati a lui e alla sua dottrina per dare spessore e ancoraggio alle loro lotte per la democrazia e contro l’apartheid (Martin Luther King e Nelson Mandela sono solo due degli esempi più famosi). Che tra le sue numerose, epiche battaglie va ricordata la cosiddetta Marcia del Sale che portò Gandhi e i suoi discepoli fino al mare dove, per protestare contro il monopolio inglese, veniva fatta bollire l’acqua estraendone il sale. Infine, per coloro che avessero voglia di conoscere più da vicino il pensiero del Mahatma, ecco un piccolo glossario dei concetti fondamentali che lo hanno guidato nella sua vita: |
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+ Gandhi
+ Beatles
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So, quindi sviluppo
L’occasione ci viene fornita dalla prima edizione di “Saperi integrati per lo sviluppo territoriale”, master sullo sviluppo locale promosso dalla Rete SLST (Sistemi Locali di Sviluppo Territoriale) della Campania e dalle Facoltà di Architettura, di Economia e di Sociologia dell’Università Federico II di Napoli. Gli obiettivi formativi La metodologia didattica Di tutto questo e di molto altro ancora abbiamo parlato con Osvaldo Cammarota, presidente della Rete SLST e amministratore delegato della Città del Fare, agenzia locale di sviluppo dei comuni a nord est di Napoli. Perché questo master Che cosa vuoi dire E allora Cosa aggiungere ancora |
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Ferrari Formula Uomo
| Diciamoci la verità.
Quando si parla di FERRARI, viene persino spontaneo pensare a Enzo Ferrai, il leggendario fondatore dell’industria Ferrari SpA e della Scuderia Ferrari, a Luca Cordero di Montezemolo e a Jean Todt, i condottieri dei recenti trionfi, a Michael Schumacher e ai bolidi di Formula 1, che regalano emozioni e successi ai tifosi di ogni parte del mondo. E quante volte a fronte dei ringraziamenti dei piloti alla squadra abbiamo pensato esclusivamente al manipolo di ingegneri e di meccanici che passano buona parte della loro vita su piste e circuiti automobilistici? E invece no. In realtà alla base dei successi sportivi e aziendali della FERRARI c’é una filosofia aziendale basata sull’apprendimento organizzativo, sulla continua ricerca dell’eccellenza, sulla centralità del fattore uomo. E’ una sfida imperniata intorno all’innovazione, alla qualità del lavoro che fa sì che la stragrande maggioranza dei circa 3.000 lavoratori abbia un elevato tasso di scolarizzazione e un’età anagrafica molto bassa, due elementi che garantiscono ottime prospettive anche nel medio – lungo periodo. E’ la Formula Uomo, che ha fatto della casa automobilistica di Maranello e di Modena una delle 60 società modello a livello mondiale, capace di coniugare tradizione e innovazione, fortemente legata al proprio territorio. Si tratta di una filosofia organizzativa che unisce innovazione, eccellenza e benessere individuale e ha consentito di ottenere straordinari successi industriali e sportivi. Di una formula che nasce dal desiderio di realizzare un habitat fisico e professionale di qualità, nel quale le persone possano svolgere il loro lavoro nel massimo comfort e con la massima soddisfazione. L’eccellenza dei risultati deriva sicuramente dall’uso delle tecnologie più avanzate ma anche dalle condizioni nelle quali le persone lavorano (le strutture sono ideate e realizzate nel pieno rispetto dell’ambiente interno ed esterno e delle normative, estremamente restrittive, che a livello europeo saranno adottate solo a partire dal 2007). Mettere le persone nelle migliori condizioni mentali e ambientali, offrire loro reali opportunità di crescita umana e professionale é infatti ritenuta una componente essenziale del successo dell’azienda. In particolare le ultime strutture aziendali come la Nuova Meccanica, il Centro Sviluppo Prodotto e la Verniciatura sono state realizzate sulla base di questa filosofia: uso di materiali ecologici, rispetto dei parametri acustici, strumenti di lavoro tecnologicamente avanzati, ampi spazi, climatizzazione costante, illuminazione naturale grazie alle ampie vetrate, aree verdi e spazi adeguati per i momenti di relax. L’eccellenza é il frutto di un lavoro di squadra che coinvolge ogni singola persona a tutti i livelli e in tutti i processi aziendali, con incentivi che premiano la capacità di proposta e di miglioramento della qualità del prodotto e del processo e con l’offerta di benefit che vanno molto al di là degli aspetti meramente remunerativi (uno dei programmi che ha ottenuto maggior successo é quello denominato formula benessere: grazie a un accurato check up, in collaborazione con i medici che seguono il Team di F1, e un dettagliato programma di fitness, tutti i dipendenti hanno l’opportunità di migliorare complessivamente il proprio benessere psico-fisico e potenziare le proprie performance, anche professionali, attraverso una regolare attività sportiva). Tante davvero le opportunità di crescita personale e professionale. Attraverso il “Learning point”, il centro multimediale, i dipendenti hanno ad esempio la possibilità di frequentare numerosi corsi di formazione linguistica o informatica (chi lo desidera può naturalmente frequentare i medesimi corsi collegandosi via internet da casa propria, magari in compagnia dei propri familiari). |
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Per genio e per caso, again
Era più o meno metà ottobre dell’anno di grazia 2005 quando vi abbiamo parlato della fondamentale scoperta delle nuove funzioni del trascrittoma e della capacità possibilità dell’RNA di interagire e modificare il DNA. Ve ne abbiamo parlato da un particolare punto di vista, quello messo in luce da Robert K. Merton con il suo concetto di serendipity, che si riferisce all’esperienza che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente (secondo tale teoria, il caso favorisce particolarmente le menti preparate che operano in microambienti che agevolano le interazioni socio cognitive impreviste). E vi abbiamo promesso di tornare sulla questione con un’intervista a Piero Carninci, il leader del consorzio di scienziati autori della scoperta destinata a determinare un nuovo mutamento di paradigma nella ricerca genetica. Fatto. La trascrizione integrale della conversazione con Carninci – frutto della amichevole disponibilità dello scienziato, della collaborazione della collega Cinzia Massa e delle straordinarie potenzialità di sua maestà la posta elettronica (per quanto la cosa non sia certo una novità, il fatto di poter dialogare tra Napoli, Torino e Tokio in tempo reale e senza intermediari continua ad avere qualcosa di magico) – la potete leggere sul numero di gennaio – febbraio 2006 di Technology Review Italia, l’edizione italiana della rivista del Massachusetts Institute of Technology. Ma ciò che ci teniamo a dirvi subito è che ciò che avevamo sospettato, che cioè anche la scoperta delle nuove funzioni del trascrittoma, così come era avvenuto per il DNA, sia avvenuta non solo per genio ma anche per caso si è dimostrato assolutamente esatto. Alla domanda relativa a qual è stata l’anomalia, la sorpresa, Carninci ha risposto così: Per fortuna a un certo punto abbiamo iniziato a pensare a cosa potessero fare questi RNA, e se la loro presenza potesse aiutare ad interpretate alcuni meccanismi di regolazione del gene, o di regolazione dello splicing differenziale (lo splicing è il meccanismo che taglia e ricuce gli mRNA eucariotici in pezzetti più corti, che sono poi utilizzati dalla cellula in questa forma per la produzione di proteine). Abbiamo anche visto che questi RNA sono espressi in vari tessuti, hanno diverse regolazioni, ed alla fine abbiamo deciso di vedere la loro funzione”. Tutto questo è importante per molte ragioni. Ad esempio perché dà ragione a Jean Piaget che ha mostrato quanto siano significative le differenze tra il modo personale di sviluppare i propri pensieri e l’ordine nel quale essi vengono presentati agli altri. Perché suggerisce che in un certo qual modo ogni saggio scientifico è un inganno, dato che presenta – come hanno ricordato tra gli altri Merton, Medawar, Feynman, Hoffmann, Watson e Crick – l’indagine scientifica con un volto immacolato che poco o nulla lascia intravedere delle intuizioni, delle false partenze, degli errori, delle conclusioni approssimative e dei felici accidenti |
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+ Fantom 3
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A scuola di cucina
| Settimana davvero particolare, quella appena iniziata.
Le scuole sono chiuse. Il verbo predominante è mangiare. Il futuro prossimo venturo appare segnato. Inesorabile come il passato (l’omaggio è, come avrete già indovinato, a Jorge Luis Borges e al suo meraviglioso giardino dei sentieri che si biforcano). Non c’è genitore, professore, preside, studente o bidello che possa sottrarsi al grido che si alza da ogni parte d’Italia: tutti a tavola! Del resto, non è forse vero che quel genio provocatore di Oscar Wilde amava affermare che “l’unico tipo di immortalità a cui aspiro sta nell’inventare una nuova salsa”? Che la grande Virginia Woolf riteneva che “uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”? Che l’immenso William Shakespeare ha scritto che “cattivo cuoco è colui che non sa leccarsi le dita”? Anche qui a scuola medium questa settimana non possiamo insomma sottrarci alla regola. Per iniziare, vi riproponiamo un elenco dei piatti, suddiviso per regioni, che non possono mancare sulle nostre tavole: lu rintrocilio (Abruzzo); piccilatiedd (Basilicata); quazunìelli (Calabria); insalata di rinforzo (Campania); panone di Natale (Emilia Romagna); brovada e muset (Friuli venezia Giulia); pangiallo (Lazio); pandolce (Liguria); cappone ripieno (Lombardia); pizza de Natà (Marche); pizza di Franz in brodo (Molise); insalata di carne cruda all’albese (Piemonte); carteddate (Puglia); pabassinas (Sardegna); mustazzoli (Sicilia); brodo di cappone in tazza (Toscana); canederli (Trentino); Panpepato (Umbria); carbonata (Valle d’Aosta); ravioli in brodo di cappone (Veneto). Continuiamo segnalando che su IT – Schools potete trovare un elenco, suddiviso ancora una volta per regioni, di alcune delle scuole di cucina operanti in Italia (una nelle Marche e in Abruzzo; due in Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Calabria e Sardegna; tre in Lombardia, Liguria, Campania e Puglia; quattro in Veneto e Sicilia; sei in Umbria; sette in Emilia Romagna; nove nel Lazio; diciassette in Toscana). Che se tutto questo non vi basta ancora potete navigare tra i siti scelti per voi da Wonderlful – Italy o tra i percorsi, le notizie, i corsi, i vini e le ricette online consultabili sul sito della Barilla, su Scuola di Cucina di Roberto Boggio & Alessandro Villarboito, su La Cucina Italiana Online. Che un sito in casi come questi assolutamente da non perdere è quello di Città del Vino, tutto quanto c’è di meglio per quanto riguarda il nettare degli dei. E per finire in bellezza (e bontà) ecco una ricetta di sicuro successo per preparare dei magnifici roccocò, dolce natalizio tipico della pasticceria napoletana: Ricordate! Fare bene i roccocò non è per niente facile, ma se seguite alla lettera la ricetta il risultato sarà davvero eccellente. Provare per credere. |
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So, dunque faccio
| Aria di Natale in giro, e dunque questa settimana scuola medium è dedicata a un’idea estremamente affascinante. Ricca di suggestioni. Per la verità non del tutto nuova. Ma fino ad oggi assolutamente non realizzata. L’idea è quella di una società nella quale l’insieme di saperi e conoscenze, il general intellect, è il vero capitale sociale, il fattore strategico di sviluppo. Una società nella quale è possibile superare l’antica scissione tra il pensare e l’agire, il sapere e il fare, il decidere e l’attuare. Una società nella quale la conoscenza, accumulandosi, induce ulteriore conoscenza come fonte primaria di mutamento sociale. Una società nella quale il capitale culturale sociale, la capacità collettiva di rielaborazione simbolica, la capacità del lavoro di elaborare informazioni e generare conoscenza, rappresentano la fonte materiale di produttività. Il rischio, che purtroppo neanche il Natale riesce a scongiurare, è che questa bellissima idea continui a restare soltanto tale. A rimanere, come cantava Gaber, soltanto un’astrazione. A tradire molte delle speranze legate all’avvento di quella che con enfasi troppo spesso eccessiva siamo soliti definire società della conoscenza. In attesa che il mondo si decida a girare un po’ di più dalla parte giusta, è bene non perdere di vista la necessità di fare ognuno la propria parte, di fare le cose per bene perché semplicemente perché, come scriveva Calvino, è così che si fa. Persino quando non si capisce bene perché (l’aggiunta è nostra). Come farlo? Per SCHÖN il professionista competente é dunque colui che persino quando fa un uso consapevole di teorie e tecniche fondate sulla ricerca, dipende da taciti riconoscimenti, giudizi, e azioni esperte; che riconosce i fenomeni, esprime giudizi, mostra capacità anche quando non é in grado di fornirne una descrizione ragionevolmente accurata o completa. Dal versante di quella che SCHÖN definisce razionalità tecnica la pratica professionale é di norma concepita come una applicazione di soluzioni costituite in un sapere scientifico -accademico ai problemi che vengono sottoposti al professionista che, in quanto tale, é detentore di quel determinato sapere. Considerare l’intelligenza dell’azione significa, invece, riconoscere al professionista (e alle sue competenze) uno status epistemologico autonomo (anche se non separato) dal sapere accademico. La distanza (e l’autonomia) del professionista dalla cultura accademica é rappresentata da SCHÖN con lo spazio esistente tra razionalità (fedeltà al sapere accademico) e pertinenza (aderenza alla situazione concreta). L’alternativa alla razionalità tecnica é dunque la riflessione nel corso dell’azione (reflection in action), il tentativo di affrontare quanto di enigmatico, problematico o interessante esiste in ciò che facciamo, di coglierne il senso, di riflettere sul contenuto implicito nell’azione, per farlo emergere, criticarlo, ristrutturarlo, incorporarlo nell’azione successiva. |
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Pronto mi formo
| 81.500 ore di formazione; oltre 3000 lavoratori coinvolti (72% maschi e 28 % femmine; 3% dai 18 ai 25 anni, 41% dai 26 ai 35 anni, 41% dal 36 ai 45 anni, 15% over 45); un alto livello di soddisfazione dei partecipanti (l’1% ha ritenuto del tutto insoddisfacente l’intervento formativo, il 5% poco soddisfacente, il 21% abbastanza soddisfacente, il 50% soddisfacente, il 23% molto soddisfacente); 8 regioni (Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia) e 11 aziende (Accenture, Albacom, Cos Med, Fastweb, Siemens, Telecom Italia TIM, Telecom Wireline CCO, Telecom Wireline Rete, Telespazio, Vodafone, Wind) interessate, il concorso delle organizzazioni datoriali (ASSTEL a livello nazionale e ASSOLOMBARDA a livello milanese) e sindacali (le segreterie nazionali di settore di CGIL CISL e UIL): sono alcuni dei numeri relativi al progetto nazionale di formazione “TLC per le imprese – sistema integrato di lavoro e formazione continua”, realizzato nell’ambito dei progetti P.I.S.T.E. di Fondimpresa, avente come obiettivo lo sviluppo delle competenze dei lavoratori del settore delle Telecomunicazioni e presentato nei giorni scorsi a Napoli. A gestire il progetto è stata una ATS (Associazione Temporanea di Imprese) comprendente diverse università e qualificate agenzie e centri di formazione e diretta dal consorzio CEFRIEL. Con Graziano Dragoni e Fabio Giani, rispettivamente Direttore Scientifico e Direttore Esecutivo del progetto, abbiamo discusso di ciò che è stato fatto e delle prospettive future.
Per cominciare, abbiamo chiesto a Dragoni di spiegarci come nasce il progetto. Diciamo che l’idea che il know-how presente in un’azienda rappresenta un fattore strategico decisivo per affrontare nel modo migliore le sfide presenti e future sui mercati globali è ormai largamente diffusa e dunque l’opportunità rappresentata dal bando start-up di Fondimpresa ci è sembrata di quelle giuste per provare a realizzare un intervento formativo di qualità in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni. Non a caso il progetto è stato articolato intorno a tre linee di intervento come lo sviluppo delle competenze di base (informatica e inglese), lo sviluppo delle risorse umane attraverso il personal development e la gestione manageriale, la propensione all’innovazione tecnologica attraverso la conoscenza degli strumenti ICT per le imprese. Intorno a quali linee guida è stato sviluppato? A Fabio Giani abbiamo chiesto invece di parlarci, al di là delle indicazioni sicuramente significative offerte dai numeri, dei punti di forza del progetto. |
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+ Cefriel
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Pronto mi formo
| 81.500 ore di formazione; oltre 3000 lavoratori coinvolti (72% maschi e 28 % femmine; 3% dai 18 ai 25 anni, 41% dai 26 ai 35 anni, 41% dal 36 ai 45 anni, 15% over 45); un alto livello di soddisfazione dei partecipanti (l’1% ha ritenuto del tutto insoddisfacente l’intervento formativo, il 5% poco soddisfacente, il 21% abbastanza soddisfacente, il 50% soddisfacente, il 23% molto soddisfacente); 8 regioni (Abruzzo, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia) e 11 aziende (Accenture, Albacom, Cos Med, Fastweb, Siemens, Telecom Italia TIM, Telecom Wireline CCO, Telecom Wireline Rete, Telespazio, Vodafone, Wind) interessate, il concorso delle organizzazioni datoriali (ASSTEL a livello nazionale e ASSOLOMBARDA a livello milanese) e sindacali (le segreterie nazionali di settore di CGIL CISL e UIL): sono alcuni dei numeri relativi al progetto nazionale di formazione “TLC per le imprese – sistema integrato di lavoro e formazione continua”, realizzato nell’ambito dei progetti P.I.S.T.E. di Fondimpresa, avente come obiettivo lo sviluppo delle competenze dei lavoratori del settore delle Telecomunicazioni e presentato nei giorni scorsi a Napoli. A gestire il progetto è stata una ATS (Associazione Temporanea di Imprese) comprendente diverse università e qualificate agenzie e centri di formazione e diretta dal consorzio CEFRIEL. Con Graziano Dragoni e Fabio Giani, rispettivamente Direttore Scientifico e Direttore Esecutivo del progetto, abbiamo discusso di ciò che è stato fatto e delle prospettive future.
Per cominciare, abbiamo chiesto a Dragoni di spiegarci come nasce il progetto. Diciamo che l’idea che il know-how presente in un’azienda rappresenta un fattore strategico decisivo per affrontare nel modo migliore le sfide presenti e future sui mercati globali è ormai largamente diffusa e dunque l’opportunità rappresentata dal bando start-up di Fondimpresa ci è sembrata di quelle giuste per provare a realizzare un intervento formativo di qualità in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni. Non a caso il progetto è stato articolato intorno a tre linee di intervento come lo sviluppo delle competenze di base (informatica e inglese), lo sviluppo delle risorse umane attraverso il personal development e la gestione manageriale, la propensione all’innovazione tecnologica attraverso la conoscenza degli strumenti ICT per le imprese. Intorno a quali linee guida è stato sviluppato? A Fabio Giani abbiamo chiesto invece di parlarci, al di là delle indicazioni sicuramente significative offerte dai numeri, dei punti di forza del progetto. |
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+ Cefriel
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E-learning: esperienze dall’università pubblica
A guardare i modi con i quali viene definita, sembrerebbe davvero che anche nel mondo dell’e-learning ci sono più cose in cielo e in terra di quante la nostra fantasia ne possa immaginare: insieme al classico formazione a distanza (FAD) proliferano infatti termini come formazione in rete, formazione online, self learning, autoapprendimento, on line training, computer based training, web based training, formazione per corrispondenza, teledidattica, distance learning.
A leggere i dati dell’osservatorio annuale e-learning a cura di Anee e Assinform nel 2004 il mercato italiano si è attestato su un fatturato di poco inferiore ai 370 milioni di euro, facendo registrare un trend di crescita del 43,9 per cento.
In realtà anche nel variegato mondo dell’e-learning le cose sono più complicate di quanto non appaiono a prima vista. In primo luogo perché l’aula continua ad essere la modalità erogativa di gran lunga più utilizzata (l’89,3% dei casi ancora nel 2004, a fronte però del 91,5% nel 2003). E poi perché le esperienze sono ancora troppo diverse tra loro per ampiezza, ambiti di riferimento, metodologie, risultati.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché questa settimana abbiamo intervistato la prof.ssa Bianca Arcangeli, docente di Metodologia delle scienze sociali, tra le ideatrici del convegno “E-learning: esperienze dall’università pubblica” promosso dal Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno per il prossimo 1 dicembre (a Fisciano, sede dell’Università, nell’aula multimediale della facoltà di lettere e filosofia, ore 10.00).
Ti proporrei di cominciare dall’inizio, chiedendoti di spiegare ai nostri lettori gli obiettivi del convegno.
L’idea dalla quale siamo partiti è stata quella di stimolare e contribuire alla riflessione intorno alle esperienze che, in materia di e-learning, si sono sviluppate in questi ultimi anni nell’ambito delle università pubbliche. Riteniamo che condividere e scambiare esperienze, discutere dei problemi comuni e delle possibili soluzioni possa far bene al futuro dell’e-learning e alla qualità della didattica online. E che questa sia la strada più giusta per conquistare visibilità e riconoscimento a livello istituzionale.
Con quali criteri avete individuato gli interlocutori?
Essendoci prefissi, come abbiamo scritto anche sull’invito, di rappresentare un momento di incontro tra studiosi con consolidata esperienza di didattica online nelle università pubbliche, abbiamo cercato di selezionare università che si sono fino ad oggi dimostrate vivaci su questo piano perché, come nel caso dell’Università di Urbino, sono riuscite ad attivare interi corsi di laurea on line, o perché hanno sviluppato esperienze anche limitata dal versante quantitativo ma di valore significativo per quanto riguarda metodologia e contenuti.
A guardare il vostro sito (www.lettereonline.unisa.it) pare che anche voi state procedendo in questa seconda direzione.
Per molti versi è così. Possiamo sicuramente dire di essere di fronte ad un ricco patrimonio di esperienze che copre un arco di discipline molto ampio. Il passo successivo, che auspichiamo possa essere fatto per il prossimo anno accademico, dovrebbe portarci a realizzare un intero corso online.
Robert Merton
Ricordate?
Qualche settimana fa vi avevamo parlato di Serendipity, delle scoperte fatte per genio e per caso, derivanti in vario modo dall’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico (a proposito, nelle prossime settimane vi aggiorneremo sugli sviluppi della nostra fitta corrispondenza rigorosamente telematica con Piero Carninci, il leader del consorzio internazionale di scienziati che ha scoperto le nuove funzioni del trascrittoma, l’RNA).
Come vi avevamo accennato, dal punto di vista sociologico tale concetto si deve a Merton (che a sua volta lo aveva derivato da una lettera di Horace Walpole e Horace Mann) ed è proprio di questo signore colto, elegante, ricco di immaginazione, gentile, uno dei grandi scienziati sociali del XX secolo (uno dei tre figli, Robert C., ha vinto il premio Nobel per l’Economia nel 1997), che intendiamo parlarvi questa settimana.
Se oggi sappiamo che la danza della pioggia degli indiani Hopi aveva una funzione manifesta (conseguenza visibile e attesa di un comportamento sociale), quella per l’appunto di procurare la pioggia, e una latente (conseguenza non prevista e non voluta di un comportamento sociale), quella di cementare la coesione della tribù, che da quel rito traeva la forza per sentirsi più forte di fronte alle avversità lo dobbiamo proprio a Merton.
Ancora a lui dobbiamo la teoria dei gruppi di riferimento, secondo la quale le persone valutano la propria situazione confrontandola con quella del contesto sociale al quale guardano, che può essere la società, il sistema culturale, il gruppo, l’unità psicologica. Lo scarto esistenziale e sociale che può determinarsi in questo rapporto crea distorsioni e discrepanze nell’agire sociale che non di rado determinano forme di devianza sociale.
Sempre a lui dobbiamo la teorizzazione delle conseguenze impreviste delle azioni umane, e cioè dello scarto esistente tra ciò che intendiamo fare e ciò che in realtà effettivamente facciamo con le nostre azioni, con la miriade di effetti non intenzionali, collaterali, non previsti, connessi a tale scarto.
Non contento elabora importanti teorie che definisce di medio raggio, applicabili a serie limitate di dati ma non circoscritte alla semplice descrizione dei fenomeni che gli permettono di verificare empiricamente ipotesi relative a fenomeni come ad esempio i processi di burocratizzazione e superconformismo che affliggono le grandi organizzazioni, gli effetti sociali dei mass media, il comportamento deviante.
A suo giudizio la devianza emerge quando le norme socioculturali entrano in conflitto con la realtà sociale in cui vive l’individuo. Nella società americana i valori generalmente accettati enfatizzano le dinamiche del “farsi strada”, “fare soldi”, l’ideologia del self-made man ed in poche parole il successo materiale. Viene supposto che il raggiungimento di questi obiettivi passi attraverso il duro lavoro, unico viatico al vero successo indipendentemente dalla condizione sociale di partenza. La realtà può non essere questa, in particolar modo per coloro che partono svantaggiati e che però finiscono per essere considerati incapaci di avere successo. Il comportamento deviante risulta così una modificazione dei mezzi per raggiungere gli stessi fini propagandati dalla società.
Con le sue analisi Merton dimostra che non tutto il sistema sociale può essere letto alla luce della dialettica funzionale – disfunzionale dato che molte pratiche persistono malgrado non abbiano benefici particolari né per i singoli né per la società, lo stesso elemento sociale può essere funzionale per determinati individui, gruppi o sistemi e disfunzionale per altri; gli individui non sono sempre coscienti degli scopi che stanno perseguendo e delle funzioni che assolvono i loro comportamenti. Dalla sua analisi della burocrazia pubblica statunitense emerge ad esempio che ci sono almeno 4 funzioni latenti che determinano conseguenze inattese.
Credit hunter
Un nuovo spettro si aggira per le Università italiane.
Il suo nome? Credit hunter.
Chi è? Che cosa fa? Leggete le tre brevi storie che seguono e lo capirete da sole/i.
La prima è di C. P., che sta per conseguire la laurea triennale in Scienze della Comunicazione.
Ha sostenuto 32 esami, con risultati davvero eccellenti (la sua media è tra il 29 e il 30) e adesso sta ultimando la sua tesi in sociologia industriale, che tutto fa presupporre possa avere un esito brillante.
Il caso vuole che il relatore della tesi in questione sia il sottoscritto. E, naturalmente, quando C. P. mi dice che anche all’ultimo esame ha “preso” 30, le faccio i complimenti.
La risposta della ragazza è candida, fulminante, umiliante (naturalmente per l’istituzione Università e non per la ragazza): “Grazie prof. In realtà l’unica cosa che ho imparato davvero in questi tre anni è proprio come si fa a preparare un esame in poco meno di un mese e prendere 30.
La cosa più importante – aggiunge – è riuscire a resettare completamente la memoria ogni volta che hai finito l’esame precedente. Meno rimane, meglio è. Altrimenti non ce la fai.”
La seconda storia ha per protagonista M. D., che in una calda giornata di fine giugno si presenta all’esame di sociologia industriale. Insieme ad altre 2 colleghe, ha scelto l’esame da 3 crediti, quello che prevede un programma ridotto, nel caso specifico un unico volume.
La ragazza in questione ha studiato alla grande. Taylorismo e fordismo per lei non hanno segreti. E anche sull’evoluzione del concetto di tempo nella società industriale va alla grande. E’ un piacere sentirla. Ad un certo punto le dico: “come dice Aris Accornero…” dallo stupore dipinto sul suo volto capisco che non sa chi è.
Mi sento (quasi) male. Accornero non è solo uno dei più importanti sociologi dell’industria italiani, è anche l’autore del libro sul quale la ragazza in questione ha preparato l’esame, imparato le cose che mi ha appena detto su Taylor, Ford, il concetto di tempo, ecc.
La terza storia è di P. D. G.
Logorroico e confusionario almeno quanto è intelligente e sveglio, lui la racconta da solo così: “Il non perdere tempo è diventato un’ossessione. […] Si corre a destra e a manca per cercare di non perdere i corsi, i seminari, i laboratori, le prove intercorso, i corsi di formazione, il lavoro part time, gli esami, fino a quando non si comincia a riflettere e a selezionare gli obiettivi. Ma purtroppo anche questo non basta, perché nessuno sta lì ad aspettarti. Tempo soggettivo e tempo sociale continuano a fare a pugni e l’unica possibilità è quella di ritornare a correre, più forte di prima, per riguadagnare il tempo perduto”.
La morale delle storie?
L’università “riformata” produce cacciatori di crediti. I Credit hunters, per l’appunto. Che non hanno tempo per sapere. Per approfondire. Per capire. Possono al massimo imparare. Fare l’esame. Resettare. Imparare. Fare l’esame. Resettare. Imparare. Fare l’esame. Resettare.
Ma tutto questo serve davvero a qualcosa?
Ma non è che da qualche parte c’è qualcosa da aggiustare?
Conversare, voce del verbo apprendere
| Noi Leggiamo. Riflettiamo. Scriviamo. Condividiamo. Impariamo. Questo il messaggio nella bottiglia di Learning 2.0: A Colorado Conversation, l’iniziativa che si terrà sabato 23 febbraio 2008, dalle 9.00 am fino alle 3:00 pm (ora locale) alla Arapahoe High School di Centennial, Colorado, Stati Uniti d’America. Perché ve la segnaliamo con tanto anticipo? In secondo luogo perché l’idea ci sembra molto interessante. Perché è aperta non solo agli insegnanti ma anche agli amministratori, agli studenti, ai membri dei consigli di amministrazione delle scuole, ai genitori e a tutti coloro che trovano interessante discutere di apprendimento. Perché muove dall’idea che la discussione è parte fondante del processo di apprendimento. Perché si propone di espandere la solida rete di apprendimento che intorno a questi temi si sta realizzando in varie parti del mondo. In terzo luogo perché ci piacerebbe che anche nel Belpaese iniziative di questo tipo si potessero sviluppare con una certa continuità. Perché pensiamo che anche in Italia esistano esperienze e sperimentazioni che meritano di essere raccontate. Che puntano sulla capacità di connettere, collegare, creare di chi apprende per migliore e sviluppare gli ambienti di apprendimento. Che sfruttano le potenzialità della rete per fare in modo che gli studenti non siano solo consumatori ma anche produttori di contenuti. Infine perché tra gli ideatori dell’iniziativa c’è Karl Fisch che, insieme ad un nutrito gruppo di insegnanti e sviluppatori della Arapahoe High School sta portando avanti un discorso davvero molto interessante sul futuro dell’apprendimento. Buon 2008 a tutti. |
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I nonni raccontano
Il progetto “I nonni raccontono” nasce una decina di anni fa per iniziativa di Reporters Online (indimenticabile pioneristica esperienza di giornalismo digitale, alla quale ho avuto l’onore di partecipare, promossa da Luca De Biase) e Tim. L’idea è semplice, geniale, innovativa: un portale dedicato alle storie che nonne e nonni più e meno famose/i raccontano ai ragazzi. E’ stato un gran successo, poi col passare degli anni, man mano, se ne sono perse le tracce. Ho ritrovato per caso, per casa, la stampa delle storie che ho raccolto io (una decina). Nonostante i tanti impicci, ho deciso di riscriverle e di riproporle qui. A me sembra una buona idea. E a voi?
AFFETTUOSI AVVISI PER FUTURI NAVIGANTI
Racconto di Enzo Giustino
Trascritto da Vincenzo Moretti
Cari ragazzi,
quando ci si riferisce a voi, almeno per me è così, non bisogna mai rinunciare a mettere qualche piccolo messaggio nella bottiglia. Se poi si riesce a farlo con un pizzico di simpatia, senza supponenza, è certamente meglio. E’ così che dal baule dei ricordi è venuta fuori la storia che sto per racocntarvi. Se sono riuscito nel mio intneto, come è ovvio, sarete voia stabilirlo. Per me è importante averci provato.
Ma veniamo alla storia.
Ero già da qualche tempo stato eletto vice Presidente della Confindustria quando gli amici del Rotary Club, una importante associazione internazionale della quale fanno parte professionisti, personalità scientifiche e della cultura, imprenditori, negli Stati Uniti anche sindacalisti, insomma tutte persone impegnate attivamente e spesso con ruoi di responsabilità nella vita economica, sociale, istituzionale, dei diversi Paesi, mi chiesero la disponibilità dell’Avvocato Gianni Agnelli a tenere una cnferenza qui a Napoli.
Forse è bene che vi dica che a me piace definire il Rotary, per la “antica” consuetudine di socializzare esperienze, culture, idee nel corso di conferenze e incontri appositamente organizzati, una “Enciclopedia parlante”. E aggiungo, ma questo è davvero un segreto, che ai miei amici del Rotary la cosa non piace poi molto (che volete farci, un pizzico di snobismo, che per fortuna con il passare degli anni si va perdendo, in associazioni di questo tipo non manca mai).
Anche nella vita di una associazione come il Rotary ci sono, com’è ovvio, degli eventi speciali, e quello con l’Avvocato Agnelli, che gentilmente aveva aderito al mio invito, era di certo tra questi.
A testimoniarlo basta del resto il numero di partecipanti alla conferenza che ci costrinse a dividerla in due fasi: la prima, più ampia, si svolse di mattina al Castel dell’Ovo; la seconda, più raccolta, si svolse invece la sera all’Hotel Excelsior.
Il Professor Giovanni Motta, presidente del Rotary in quegli anni, mi chiese di introdurre la discussione della mattina, cosa che fui ovviamente ben lieto di fare.
Proprio in quei giorni avevo finito di leggere un libro di Vittorio Roberto Romano, che aveva raccolto tutti i proverbi e i modi di dire in uso presso i marinai di Sorrento. Il titolo del libro era “Con il vento in poppa” e regalarlo all’Avvocato mi pareva tra l’altro un modo simpatico di augurargli di trovarsi presto fuori dalle difficoltà che in quel momento la Fiat stava attraversando.
Sapevo del resto del suo amore per Napoli e per il amre e lo avevo sentito in un convegno a Palermo affermare che “l’imprenditore è un pò come i marinai norvegesi ai quali, quando il cielo è plumbeo e gravido di pioggia, basta uno spicchio di azzurro per riprendere il mare”. A pensarci oggi, in anni in cui tra i “naviganti” ci sono molti giovani che decidono, come si usa dire, di essere imprenditori di se stessi, ritengo come non mai indispensabile dotarsi di questo “spirito” nell’afforntare il “mestiere” di imprenditore, ma allora la mia citazione fu più che altro un modo per salutare l’illustre ospite e per donargli il libro.
Poi fu finalmente l’Avvocato a parlare e le sue prime parole furono, rivolto a me: “Però, caro Giustino, si ricordi che bisogna saper navigare con il vento in prua”. (Detto per inciso, fu proprio “Il vento in prua” il tuitolo che il Mattino diede il giorno dopo all’articolo di fondo in prima pagina).
Ma è bene fare un passo indietro.
La sera, come vi ho accennato, era previsto un secondo incontro con l’Avvocato all’Excelsior. Il presidente del Rotary nel ridargli il benvenuto gli porse un pacchetto dicendogli più o meno testualmnete: “Caro Avvocato, in ricordo di questo incontro le facciamo dono di qualcosa che lei non può comprare”.
L’Avvocato scartocciò con mal celata impazienza il pacchetto dal quale venne fuori un corno d’argento del ‘700 (lo sapete che i portafortuna devono essere regalati per non perdere i propri poteri?) quindi ringraziò il Professor Motta con queste parole: “Quando mi ha detto che mi stava regalando qualcosa che non posso comprare pensavo si riferisse a Maradona”.
Proprio così. Il geniale fuoriclasse argentino, il calciatore al quale più di ogni altro sono legati i due scudetti vinti dalla squadra del Napoli, era per l’Avvocato un sogno destinato, per la gioia di Napoli e dei napoletani (e dei tifosi non juventini di ogni parte d’Italia), a rimanere irrealizzato.

COSTITUZIONE E CAPPOTTO RIVOLTATO
Racconto di Ettore Combattente
Trascritto da Vincenzo Moretti
Lo rivedo, nei documentari storici ritrasmessi alla TV, il 2 giugno ogni anno: la vittoria della Repubblica, l’assemblea Costituente, l’elezione del primo Presidente, capo provvisorio dello Stato, la parata dei militari delle varie armi e il “present’arm” al Quirinale al suo passaggio, mentre, un passo indietro, sfila il capo del governo.
Lo rivedo, al Presidente Enrico De Nicola, il cappotto a doppiopetto rivoltato da papà, un vero capo d’opera, come solo lui era capace di fare.
Ci aveva messo personalmente le mani nel cucirlo, perché in casi come questi non si fidava nemmeno di Amedeo ‘o curto, il suo operaio. Del resto, occoreva la finezza della manodopera di prima della guerra, beninteso quella del del 1915-1918, non certo la seconda.
Lo rivedo, mentre inizia la parata, il Presidente passa in rassegna e dal taschino in petto a sinistra si affaccia appena una punta di fazzoletto bianco di seta. Eppure, non fu facile convincere l’illustre Presidente, quando papà fu chiamato dal suo segretario a recarsi nella residenza privata, la villa di Torre del Greco. Mi volle con sé il mio papà. “Vieni, andiamo da Sua Eccellenza il residente, mi vuole, forse vorrà rifarsi il guardaroba con tanti nuovi abiti. Ci sarà lavoro, caro figlio, e ci voleva proprio con questa mala stagione tanto lunga!”.
Prendemmo il tram, che sferragliò lungo tutto il corso San Giovanni a Teduccio, Portici, Resina e infine stazionò a Torre, da dove ci recammo a piedi fin su la bellissima villa alle falde del vesuvio.
Ci accolse una signora tanto gentile e sorridente, la governante svizzera; ci fece entrare in un salone pieno di luce con una grande veranda che affacciava dal lato del vulcuna. Mai vista così tanto da vicino il gigante brontolone, le gialle ginestre salivano su su fino quasi a voler far prorpia tutta la montagna, poi ad un certo punto la linea di colore finiva e lo scuro della pietra lavica prendeva il sopravvento con i suoi riflessi viola rifratti da un sole tiepido d’autunno. Eppure, non erano lontani i giorni della terribile eruzione del 1944, quando da Napoli avevo visto scintille, fuoco e cenere espulsi con inaudita violenza e la cenere con il vento arrivare fino da noi.
Mentre attendedevamo, papà mi parlò ancora di qanto fosse importante l’uomo che stavamo per incontrare, niente di meno che il primo Presidente della Repubblica italiana.
Ero curioso, eccitato, e fui colpito immediatamente, quando entrò, dalla sua simpatia, dalla sua cortesia verso papà e anche dellattenzione verso di me, che mi fece sentire orgoglioso.
“Don Roberto, questo giovanotto?”
“Mio figlio, Eccellenza, il mio primogenito”.
“Cosa farà da grande?”
“Per ora va a scuola, poi se sarà bravo, imparerà il mestiere”.
“Bene, bene” e mi carezzò il viso “la prossima volta che verrai avrai una bella cosa”.
Cosa sarebbe stata quella bella cosa? Cosa voleva darmi il Presidente? La mia curiosità era destinata a rimanere inappagata tutta la vita!
Papà, intanto, speranzoso, stava cominciando a sfogliare, per mostrarle, le mazzette del campionario di stoffe, tirandole fuori da na grossa scatola che aveva portato con se, ma fu fermato dalla Governante, che era entrata portando un vecchio cappotto.
Il Presidente disse allora:”Questo me lo dovete rivoltare, e mi serve al più presto”.
“Presto proprio, non è possibile, bisogna scucirlo per bene e portarlo dal sarcitore”.
“No, no, non c’è bisogno, rivoltatelo semplicemente così com’è”.
“Mi perdoni, Eccellenza, ma ilt aschino a destra, proprio no, non è possibile! Bisogna fare la sarcitura”.
“Quanto costa?”
“Beh!, quanto è necessario per un lavoro di grande precisione, ma sarà come nuovo, glielo garantisco. E poi la stoffa è buona, è roba inglese”.

LA PENTOLA DI CHAYRA
Racconto di Maurizio Valenzi
Trascritto da Vincenzo Moretti
Miei cari ragazzi,
la storia che sto per raccontarvi si svolge in un villaggio alla perifera di Tunisi, già allora considerata dal popolo arabo una grande città, ed ha come protagonista Chayra, un contadino un pò svagato, di quelli che a prima vista sembrano dei sempliciotti destinati a essere presi in giro dall’intero villaggio ma che in realtà sono assai svegli, furbetti e capaci di mettere nel sacco chiunque. Se posso fare un paragone, direi che Chayra assomiglia un po’ al nostro Pulcinella, ma questo alla fine della storia di certo potrete giudicarlo voi meglio di me.
Un giorno non molto diverso da tanti altri Chayra ricevette la visita dei suoi sette fratelli, che le vicende della vita avevano portato da troppi anni lontano dal villaggio. La sua gioia fu davvero grande, e decise che quella era l’occasione giusta per preparare un pranzo degno di tal nome, nel quale ovviamente non poteva mancare il cous cous.
Ora dovete sapere che il cous cous, pallottoline di farina con un sapore abbastanza simile a quello del nostro semolino, nel nord Africa è un piatto-base molto usato, e va cucinato a vapore. Al tempo della nostra storia ciò avveniva nel seguente modo: si prendeva una pentola con dell’acqua, la si metteva sul fuoco appositamente preparato nel braciere e ci si appoggiava sopra una seconda pentola con tanti piccoli buchi sul fondo (una specie di parente povera di quella che oggi le vostre mamme chiamano vaporiera), nella quale si metteva il cous cous che si faceva cuocere, per l’appunto, a vapore.
Immaginate ora il disappunto del nostro amico Chayra quando si accorse di non avere una pentola con i buchi sufficientemente capiente. Non si perse però d’animo, e recatosi dalla contadina sua vicina, che aveva una famiglia assai numerosa, le chiese se per cortesia poteva prestargli una pentola per preparare il cous cous per otto persone.
“le mie pentole sono troppo piccole”, le disse in tono supplichevole, “e se non mi aiuti finirò col fare una brutta figura con i miei fratelli che non vedo da tanto tempo”.
La contadina non seppe o non volle dirlgli di no, ma si racocmandò di riportargliela al più presto.
“Ci tengo molto alla mia pentola e se non me la riporti indietro ti farò bastonare dai miei figli”.
Passarono quasi due settimane senza che di Chayra si avessero notizie. La donna, alla quale le usanze del luogo non permettevano di recarsi a casa di un uomo, pensò allora di mandare il figlio maggiore a chiamarlo. Potete immaginare la sua sorpresa quando vide che Chayra le portò, assieme alla pentola avuta in prestito, che lei temeva ormai di non rivedere più, anche una pentola più piccola.
“Perché mi porti questa piccola pentola?”, chiese la contadina.
“Perché la petola grande ha partorito. E poiché la pentola madre era tua anche la pentola figlia spetta a te”.
La contadina pensò che Chayra fosse per davvero un po’ matto, ma accettò di buon grado il regalo, una pentola in pù in casa, per quanto piccola, avrebbe fatto comodo.
Passò qualche tempo e vennero i giorni del Mouled, una festa araba che è una specie di Pasqua, nel corso della quale si mangiano piatti tipici come il cous cous e il montone.
Chayra si ripresentò allora a casa della contadina.
“Per favore” le disse “puoi prestarmi la pentola con i buchi più grande che hai? Per la festa del Mouled verranno a trovarmi i miei fratelli con le mogli e i figli, e non so proprio come fare per preparare il cous cous”.
La contadina fu ben lieta di prestargli la sua pentola più preziosa, anche perché in cuor suo sperava che partrisse anche questa volta, magari una pentola un po’ più grande di quella precedente.
Chayra si portò via la pentola e, come la volta prima, non fece più avere notizie di sé. Trascorse due settimane, la contadina mando ancora una volta il figlio a chedergli di riportare la pentola.
Potete immaginare la sua sorpresa quando vide ritornare il so ragazzo senza Chayra e senza pentola.
“Dov’è Chayra? E che fine ha fatto la mia pentola?” chiese la contadina fuori di sé.
“Chayra è a casa che prega per la pentola che è morta di parto” fu la risposta.