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L’amicizia al tempo dei Social Network

Napoli, domenica 27 maggio 2007
Vincenzo, I’d like to add you to my professional network on LinkedIn.

Il messaggio è quello di prammatica, l’invito viene da Piero Carninci, mio amico scienziato allora di stanza a Tokyo, oggi a Yokohama, sempre per conto del Riken. È domenica mattina e lo stress non è quello dei giorni migliori. Mi connetto alla piattaforma LinkedIn, digito login e password, accetto la richiesta di Piero, mi metto a sistemare le mail in entrata e in uscita.
Ma io e Piero siamo amici?, mi domando a un certo punto. Sì, certo, mi rispondo. Ma sono passati quasi 2 anni da quando con Cinzia Massa l’ho contattato per l’intervista su Technology Review e non ci siamo ancora visti una volta che fosse una, mi dico ancora. Non un caffè preso assieme. Non una stretta di mano. Vero, controbatto. Ma ci siamo sempre sentiti ben accolti nella cerchia dell’ospitalità. Abbiamo condiviso il piacere della conoscenza. Abbiamo trovato impressioni e connessioni come solo ai veri amici accade. Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe Testolina, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà e non smette fino a quando l’amico non scende.

Tokyo, lunedì 3 marzo 2008
Sono quasi le 9.00 p.m. quando incontro per la prima volta live Piero, dopo due anni e mezzo di mail e chiacchiere via Skype. È  affettuoso, gentile, premuroso. Come incontrare un amico di vecchia data. Mio figlio Luca racconterà che dopo una giornata così un italiano che ci dà il benvenuto è quanto di meglio possa capitare. Poi aggiunge: “Domani Piero parte per l’Olanda, ci ritroveremo tra una settimana. Posiamo i bagagli in camera e riscendiamo per andare a mangiare qualcosa insieme. Entriamo in un bar, piccolo ma accogliente, naturalmente prendo un tè, il primo in terra giapponese. Carninci ci dà alcune indicazioni per raggiungere il Riken e i numeri di telefono di Uruma san, la sua segretaria, che ha l’incarico di far sistemare papà alla postazione che gli è stata preparata e di metterlo in contatto con Franco Nori e Iwano san”.

Roma, domenica 27 dicembre 2009
Pubblico un post su Della Leggerezza. Un altro su Enakapata. Racconto che su Facebook ho quasi 1000 amici. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò solo grazie a Facebook. Con un numero signficativo di loro scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto mi accada di fare con molti amici “in carne e ossa”. Mi domando se Ludwig Wittgeinstein oggi scriverebbe ancora che “ogni parola ha un significato, questo significato è associato alla parola, è l’oggetto per il quale la parola sta?”. Ma che significato ha la parola “amico” su Facebook? O anche, meglio: che cos’è l’amicizia al tempo dei social network?
Daniele Riva
, autore di un bellissimo blog letterario, Il canto delle Sirene (http://cantosirene.blogspot.com/) e mio amico su Facebook, risponde così: “Bella domanda. È un’amicizia mentale, una comunione di idee e pensieri, un confronto. Certo, con molti ci si trova come con i passeggeri di un treno, ci si scambiano convenevoli e quattro chiacchiere, con altri la cosiddetta “amicizia” si approfondisce, si addentra nel vero e proprio legame sociale – rimanendo sempre fisicamente lontani. Una relazione sociale, dunque, quella di Facebook. Ma “relati” è un brutto termine, continuiamo pure a chiamarci “amici”.
La risposta di Daniele mi suggerisce una possibilità, quella di distinguere tra @mici e amici. Lo scrivo. Ancora Daniele posta un affettuoso: “ottimo, una definizione azzeccatissima, @mici è la soluzione ideale”. Seguono Deborah Capasso de Angelis con “@mici: mi piace moltissimo” e Giorgio Fontana con “Ciao Vincenzo, da @mico ti rubo il post su Nòva e lo condivido. Tra i tanti possibili atti di @micizia credo sia quello più @micale”.

Enakapata, 27 dicembre 2009 – 2 gennaio 2010
Adriano Parracciani
scrive: “Dunque, amici del poker, amici di scuola, amici di lavoro, vecchi amici, amici del bar, ex amici, amici perduti, amici così tanto per dire, amici del cuore, amici del militare, amici di lettera, amici di letture, amici del club, amici del partito, amici dei giochi on-line, amici manco per niente, amici di bevute, amici della palestra, amici degli amici, e-amici, @mici ed poi i famici, i facebook-amici, un sottoinsieme degli @mici. Tra i miei “amici” pochi sono tanti tipi di amici, altri meno tipi, molti sono @mici e moltissimi famici. È  la rete che la rete sconvolge, modifica, apre, gira, capovolge, sbaraglia, sposta, macina, allunga, deforma, ri-forma, insomma, innova, nel senso che porta il nuovo dentro, il non conosciuto, l’inedito; come gli @mici”. A seguire gli interventi di Adele Dedé Gagliardi: “tu sei amico di Adriano se Adriano è amico tuo, lo stesso collegamento logico vale per Concetta, cioè siete legati solo se la tabella di verità dello “and” è vera” e di Emilia Peatini: “Interessante questo contributo! Qui mi ritrovo, non nell’articolo “Amicizia svuotata” della Rodotà sul Corriere”. Ancora Adriano: “Potrei scrivere un articolo esattamente di tenore opposto a quello di MLR sul Corriere, di amicizie recuperate, di legami rinforzati, di persone conosciute e frequentate poi anche fisicamente e magari amate, di relazioni impensabili ed impossili altrimenti, di persone che hanno trovato l’unico modo di relazionarsi, della volontà a partecipare che non ci sarebbe mai stata; e potrei continuare molto ma molto a lungo”. Ad interagire questa volta sono Angela Graziano: “Sono perfettamente d’accordo con queste ultime affermazioni. A volte è impossibile mantenere rapporti continui ed intensi con amici che abitano lontano e spesso manca anche la volontà di farlo con i mezzi tradizionali. Facebook ci tiene in contatto ed offre spunti interessanti di discussione e confronto continui. È  difficile che si prenda il telefono per commentare con l’amico che sta a mille chilometri le affermazioni della Rodotà, ma su Facebook si, lo facciamo”; Concetta Tigano: “questa domanda mi ha messo un tarlo nella mente; l’amicizia, anche quella su Fb, secondo me non si può “definire”, cioè chiuderla dentro una frase, perchè ci coinvolge profondamente, mi piace conoscere davvero le persone, scoprire gli interessi e piaceri comuni, discutere, confrontare e Fb consente proprio questo, saltando certi convenevoli o certe paure, che rallentano le relazioni, ti butti e… via! Scopri persone interessanti, gradevoli con le quali ti ritrovi a parlare di cose che magari prima non ti sarebbero venute in mente. Manca la fisicità? Fino un certo punto, vuoi mettere l’emozione di ricevere messaggi o mail che aspetti! Ho letto tutti i commenti e si vede che è un tema che che a noi “amici” sta a cuore”; Bruno Patri: “Quando avevo 15 – 18 anni avevo una grande passione. Ero un radioamatore. Allora non c’erano i telefonini, non c’era internet. A casa non avevo nemmeno il telefono fisso (i miei lo fecero montare quando partii militare). Grazie al mitico “baracchino” mi mettevo in contatto con persone mai viste, di qualsiasi età, di qualsiasi estrazione sociale. Si venivano a creare così delle amicizie che diversamente da internet avevano un solo “canale”: la voce. Era vera amicizia? Semplice conoscenza? Semplice passatempo? Non lo so. Per anni ed anni, di giorno e di notte, parlavo con questi “amici”, nasceva un rapporto, ci si confidava, spesso si “litigava” in modo colorito. Ogni volta che accendevo il rx-tx e sentivo una “voce amica” era per me un momento “magico”. Ho nostalgia di quei tempi”; Angela Giannoni: “Io scrivo di una via di mezzo … in media stat virtus!”. Per la serie “scoperte multiple indipendenti” Mario Furlan, senza che si sia mai venuti in contatto, posta: “Tremila amici su Fb. Ma quanti sono Amici? Amico è chi si avvicina a te quando il mondo si allontana”.
Della serie spesso ritornano Deborah Capasso de Angelis scrive: “Quando mi sono iscritta a Facebook cercavo un ulteriore modo per esprimere il mio essere socievole. Un mondo virtuale dove confrontarmi con persone o semplicemente con delle icone senza volto. Ho ritrovato chi non ricordavo più, memorie perdute di eventi passati, vicende rimosse dalla mente riafforate al primo accenno. Ma soprattutto ho riascoltato il rumore dei miei passi nel cammino della vita. Quelli che credevo @mici, come Ernesto o Enza, mi hanno cercato e ritrovato con gioia, persone con cui ho condiviso solo un piccolo tratto di strada hanno parlato di me con profondo affetto. Altri, con cui ho avuto prima di Facebook un rapporto formale e distaccato, come Sabato o Pino, si sono rivelati amici disinteressati pronti a sostenermi quando ho chiesto aiuto. Gli amici di sempre sono rimasti lì ma non mi sorprendono più, non li riconosco. Qui sono faccine”. Adriano Parracciani: “Dovremmo abbandonare l’uso del termine virtuale quando ci riferiamo a quello che facciamo in rete. Non è virtuale, è reale, punto. A differenza del pre-internet, oggi l’umanità si trova di fronte ad un cambiamento epocale dato dal fatto che viviamo, assieme ad una vita analogica, anche una vita digitale. Non c’è nulla di virtuale nell’acquistare su ebay, nel fare home-banking, nel telelavoro, nello scrivere un blog o nel frequentare un social network. La mia @micizia con Vincenzo non è virtuale, scrivo sulla sua bacheca, nel suo blog, lui risponde sulla mia, partecipa alle mie iniziative, ci scriviamo per posta, ci siamo sentiti per telefono e presto ci vedremo. Il fatto che la rete abbia i suoi aspetti negativi non dipende dalla rete ma dall’essenza stessa dell’essere umano, dalla sua complessità. Che ci (vi, o gli) piaccia o no, la vita digitale sarà sempre più integrata a quella analogica fino, un giorno, a con-fondersi, in quello che probabilmente sarà il “nuovo essere umano”. Concetta Tigano: “Nessuno ci costringe a scegliere, gli @amici o gli amici, possono convivere benissimo, non si escludono vicenda. Gli amici che avevo, li ho ancora, in più ho potuto conoscere in rete persone con le quali scambiare e condividere opinioni che in qualche modo arricchiscono. Sempre più spesso mi capita infatti di chiacchierare delle iniziative che ci sono in rete, dei vari blog e gruppi e dei loro contenuti. Facebook è un mezzo, se buono o cattivo, dipende da come lo usiamo. Altro che “virtuale!”. Adele Dedé Gagliardi: “carissimo Enzo, per me l’amico virtuale non è proprio un amico, ma un fantasma, tutti i miei amici di FB sono persone che comunque conosco realmente, tranne una, ma è un velista! Non conoscere direttamente le persone significa non poter condividere, in quanto non sai se sono alti, bassi, grassi, magri e poi il loro pensiero: non saprai mai se è di convenienza o vero”.  Paola De Gioia: “Vincenzo io non lo conosco assolutamente, è un @mico a tutti gli effetti: siamo entrati in contatto tramite percorsi strani, misteriosi, oscuri, ignoti che credo solo Fb possa offrire. Non so se sia alto o basso, non so che voce abbia, non so se lo incontrerò mai. Ho scoperto, però, immediatamente, che molto di quello che scrive mi porta a riflettere: molto di più di alcuni amici reali. Mi aiuta a conoscere: come molti amici reali. È molto probabile che nel momento di difficoltà non mi rivolgerò a lui nè da lui avrò un aiuto spontaneo: come talvolta capita anche con gli amici reali”.

Cellole, 17 gennaio 2010
Mia madre sta preparando gli gnocchi, ma io non sto ridendo, lo farò dopo, perché buoni e morbidi come li fa mia mamma gli gnocchi, con la farina e senza patate, of course, non li fa nessuno. Infilo la chiavetta nel Mac e faccio un giro. Posta elettronica. Blog. Enakapata. Adriano Parracciani ha postato un nuovo commento. L’ha chiamato Persone e webpersone. Da due settimane, può essere un’eternità nel mondo dei bit, non ne parlavamo più. Adriano scrive: “Vincenzo dice che io e lui siamo diventati amici e complici ancora prima di conoscerci, ed aggiunge che a lui questa cosa è gia capitata; ma questo lo trovate scritto nel suo bel libro Enakapata. Confermo le parole di Vincenzo, e qui si riapre il dibattito sul tema dell’amiciza nell’epoca di Facebook. Bisognerebbe presentare a MLR queste esperienze non per dimostrarle che ha torto, ma per con-dividere e con-vincere con i fatti. Qui ci troviamo di fronte ad una empatia di tastiera, amicizia e complicità digitale prima che analigica (“prima di conoscerci”, dice Vincenzo). Che poi non si capisce perchè ci si debba stupire quando in passato c’era l’empatia tutta epistolare fatta di carta ed inchostro. Certo: confermo che esiste anche l’indifferenza, l’odio e l’ignavia di tastiera. Non faccio parte della schiera degli apologeti della rete. Provo verso il genere umano il distacco sufficiente per respingere l’illusione e la falsa retorica della webfratellanza, ed anzi vedo all’opera i futuri grandi fratelli telematici di orwelliana memoria. Ciò detto rimane la grande rivoluzione epocale che le webtecnologie stanno alimentando. Le persone si stanno trasformando in webpersone, individui che fanno parte di un tessuto connesso, tessuto essi stessi, dotati di vita analogica e digitale. Le webpersone hanno gli stessi pregi e difetti delle persone; anche alle webpersone piace vedersi, toccarsi, camminare sotto la pioggia e bere una birra con gli amici. Non ci sarebbe differenza se non fosse per le enormi opportunità in più che hanno le persone con il prefisso web”.
Non bisogna essere dei geni per capire che c’è spazio per una nuova discussione. Tolgo Adriano dai commenti. Lo faccio diventare un post. Chiedo agli @mici di Facebook di commentarlo.

Enakapata, 17 – 22 gennaio 2010
Diverse le reazioni al post di Parracciani. Lucia Rosas: “È sempre un piacere vedere in facebook che enakapata lancia il suo suono. Porta piccoli racconti di un vissuto prospettive che magari camminando per strada non noteremmo mai, piccoli tesori sguardi odori che valicano un mezzo freddo come viene accusato essere lo schermo. Il bello della rete, anche se vivo su Fb, è inciampare su certe frasi, rileggerle, ascoltarle e pensare, vedere con altri occhi e magari cambiare strada o idea senza urla, imposizioni perchè magari passo la pagina in posta e la riguardo e il giorno dopo sarà magari di nuovo nuova o io convinta della mia idea e se l’ha detta un personaggio celebre o un “amico di tastiera” sarà sempre una compagnia desiderata in quell’istante pertanto vera a tutti gli effetti. per me”. Paola Bonomi: “Le finestre di casa mia si affacciano su quelle della Lilla. Da piccole giocavamo assieme, poi nel tempo ci siamo allontanate. Vicendevolmente abbiamo visto la nostra vita allungarsi e riempirsi di altra vita. Quando dalle finestre di casa mia vedo le luci accese in quelle della Lilla, sono contenta. Mi fa piacere sapere che c’è, che è lì a produrre ancora vita. Così come, quando sul mio computer vedo il passaggio, il commento di taluni con cui non ho mai fatto un tratto di strada assieme. Ma di cui intuisco una sensibilità comune. Io le chiamo affinità elettive. Le affinità elettive non temono frontiere perchè frontiere non ne hanno”. Gerardo Navarra: “Adriano, nulla è cambiato. Nel senso che individui eravamo e individui siamo. Cambiano le modalità di approccio. Quando si incontrano persone positive e propositive come Vincenzo Moretti, non c’è metodo che tenga; epistolare, webpersone, o interazione faccia a faccia che sia. Possiamo discutere di metodi e tecniche, ma individui eravamo ed individui siamo”. Adriano Parracciani, again: “Condivido il pensiero di Gerardo. Propongo alla riflessione anche questa chiave di lettura. Fino a pochissimi anni fa si poteva parlare del web come tecnologia abilitante, come sistema di comunicazione che abbatteva spazio e tempo, come “metodi e tecniche” (per dirla alla Gerardo) innovativi per accelerare processi produttivi o relazionali. Oggi credo che, invece, siamo di fronte ad un qualcosa senza precedenti. Il web è oggi quello che nel passato è stata la ruota, l’uso della scrittura, la stampa, le macchine a vapore; cioè una tecnologia che non solo abilità ma modifica la vita, il pensiero e la cultura. Ma non mi pare solo questo; penso che il web sia esso stesso cultura, pensiero, ed i suoi contrari. Non è più solo tecnologia, applicazioni e reti ma è tutto questo integrato, mixato, con il genere umano, con l’intelligenza (e non) con la creatività (e non), con il pathos e l’ethos. Mi appare sempre più come un tessuto connesso, una specie di organismo vivente dalla complessità via via sempre crescente fino a quando sarà non più conoscibile. Forse sarà il web nel suo insieme la prima vera replica di un uomo, in attesa degli androidi? Scherzo, ovviamente. O no?”. Concetta Tigano: “Io le chiamo “opportunità”. Ci capita di conoscere spesso nuove persone, piacevoli o no, delle quali manteniamo il ricordo o che vogliamo dimenticare, con alcune si crea un istintivo legame con altre no. Sul web ne conosciamo tante di più, con lo stesso approccio, dipende se le sentiamo a noi “affini”, che secondo me vuol dire “sentire” le cose della vita nello stesso modo. Non ci vedo grandi differenze, se non quella di non “percepire” con i nostri rimanenti quattro sensi, ma si può rimediare, basta incontrarsi davvero! Quando ho iniziato l’avventura su Facebook, era mia intenzione trovare solo persone che avevo perso di vista, così è stato per alcuni, poi mi si è aperto un mondo nuovo, ci vado con i piedi di piombo, ma fino adesso ho incontrato persone intelligenti e stimolanti, veramente bello!”. Paola Barbarisi: “Facebook, Twitter, Myspace, Skype sono le finestre sul mondo che ci mettono in contatto con persone, note e non, ovunque noi siamo e ci permettono così di accorciare le distanze, temporali e spaziali. Un tempo era la radio, poi la tv. La differenza tuttavia è che adesso non siamo più soltanto ricettori passivi di informazioni, di una comunicazione unidirezionale mass-media to us, si sono rotti gli argini e i confini di questo flusso, fenomeno che ha permesso lo strutturarsi di un dialogo più partecipativo. Le amicizie, reali e virtuali, si confondono in un’unica piazza virtuale, che mette a nudo i nostri pensieri e ci permette di condividerli con gli altri. Ci sono le amicizie della vita di tutti i giorni, che includono anche i parenti e gli amici che si frequentano con regolarità. Alcune amicizie possono nascere dalle varie chatroom, da quella di Irc e Tiscali, ai vai forum di fan presenti in rete. Altre invece sono frutto di un ritrovarsi dopo tanti anni grazie i socialnetwork. Infine vi sono le conoscenze più recenti, dei vari incontri della quotidianità e di una chiaccherata che si conclude con l’ormai nota frase: “ti invio la richiesta d’amicizia su Facebook”. Ecco, quindi, che possiamo avere riunito, attraverso l’elenco di amici registrato su Fb, il mondo di legami che sono stati instaurati nell’arco della nostra vita. Tra questa moltitudine di amici, tuttavia, ci riduciamo a dialogare fondamentalmente con pochi di loro attraverso la chat. La comodità di questo strumento comunicativo è, in realtà, che in qualsiasi momento avremo la possibilità di “farci i fatti degli altri” o di scoprire affinità inaspettate attraverso un semplice “Mi piace”, condividere pensieri attraverso dei commenti, scoprire la personalità dei nostri conoscenti attraverso i vari test. Il mondo paravirtuale ci permette di esprimerci, di conoscere gli altri ed empatizzare forse con maggiore profondità rispetto a quanto accade attraverso la relazione face-to-face. Internet diventa così il rimedio ultimo per combattere la superficialità del postmodernismo, dell’epoca in cui l’apparire sembra più importante dell’essere. Esso è diventato un mondo nel mondo, la riproduzione virtuale della vita reale; il confine è così sottile che il tutto s’intreccia, si confonde e si plasma. Nell’epoca dei socialnetwork si possono ritrovare vecchie abitudini (come il gruppo “quelli che…da piccoli facevano pace con mannaggia al diavoletto!”), comunicare i propri pensieri e quant’altro. L’amicizia all’epoca di Facebook non fa altro che approfondirsi. Gli amici di sempre resteranno tali (fondamentalmente si continua ad uscire con le solite 4 persone), le amicizie che col tempo si sono allontanate vengono però riallacciate e tutti diventiamo un po’ meno sconosciuti. Reale o non, penso che tutto ciò sia fantastico!”. Stefania Bertelli: Non è facile definire l’amicizia nel Web, perché è uno strumento che uso da poco tempo, troppo poco perché capisca come si possa evolvere. Devo dire che i criteri che uso, per “selezionare” le persone, sono i medesimi della vita reale: affinità d’interessi, di vedute, di età ma, ogni tanto, ci sono l’incognita, la scheggia impazzita, la novità, a tutto ciò non mi esimio, per non fossilizzarmi nei giudizi. Certo mancano tutti quei messaggi che il linguaggio non verbale comunica e bisogna attendere, per capire meglio com’è una persona, ma, alla mia età, l’istinto e quel po’ di esperienza aiutano. Io non criminalizzerei il web come nuova forma di comunicazione, per non ricadere nei vecchi modelli, che si sono ripetuti quando è stata inventata la stampa, il telefono, la macchina per scrivere…etc. Mi fa piacere conoscere persone nuove, avere degli amici virtuali oltre ai miei amici, che frequento da decenni, che sono per me una famiglia allargata, anzi meglio di una famiglia e con i quali nulla è cambiato. Credo insomma sia anche interessante confrontarsi con altre persone, che abitano in altre città, in altre zone dell’Italia; il mio unico rammarico è non conoscere le lingue per allargare ulteriormente la mia cerchia d’amicizie. Io comunque sospenderei ancora per un po’ il giudizio, prima di esprimermi completamente su questa nuova forma di comunicazione”.

Un modello di ricerca da importare

Tokio. RIKEN. Headquarters. L’appuntamento è per le 14 in punto. Non riesco a celare una certa agitazione. Ryoji Noyori è il Presidente del RIKEN (www.riken.jp). Premio Nobel per la chimica 2001. E qui in Giappone i Nobel sono considerati una sorta di semidei. Insomma non proprio una di quelle persone che si intervistano ogni giorno. Mi soccorre Jorge Luis Borges. L’idea che i giapponesi sono così gentili da darti ragione anche quando hai torto. Salgo le scale. Resto due minuti due in attesa. I saluti. Pronti. Si parte.

La funzione sociale della scienza
Negli ultimi cento anni lo sviluppo delle tecnologie ha avuto un ruolo fondamentale nei processi di mutamento economico e sociale. Naturalmente non mancano i problemi (cambiamenti climatici, deterioramento ambientale, scarsità delle risorse energetiche, sovrappopolazione, etc.), in larga parte il risultato di uno sviluppo delle tecnologie guidato troppo e per troppo tempo dalle logiche di mercato.
Il tema centrale è oggi la sostenibilità dei processi di sviluppo. In un mondo che non può fare a meno di energia nucleare, di cibi geneticamente modificati, di clonazione di piante ed animali è necessario che la comunità scientifica, l’industria, l’insieme dei business actors si diano valori comuni, definiscano un’etica condivisa.
Sviluppo tecnologico e ricerca scientifica devono saper guardare alle generazioni future, muovere da un principio di giustizia sociale. I governi basati su regole legittime e attenti al sociale sono indispensabili per lo sviluppo delle future tecnologie.

Capacità di attrarre talenti
Nell’era della conoscenza sarà sempre più impegnativo competere. Occorre riuscire a catturare i numeri uno ovunque essi siano. Purtroppo non sempre riesce. Per attrarre i migliori scienziati occorre non solo che l’ambiente di ricerca sia, come al RIKEN, eccellente, ma anche che ci sia un living environment di livello internazionale, e non è semplice.

Questioni di merito
Al RIKEN il merito è molto importante. È una “organizzazione comprendente”, che punta a creare connessioni tra i diversi aspetti della ricerca e renderla più ricca di variabili. L’idea è che la conoscenza di qualunque scienziato o ricercatore, per quanto possa essere ricco di talento, è per definizione limitata. E che la collaborazione tra ricercatori produce effetti assolutamente benefici così come quella tra istituzioni e paesi diversi.
Scontato? Niente affatto. L’organizzazione RIKEN è ad esempio diversa da quella della Max Planck Society. Naturalmente anche lì la qualità della ricerca è molto alta ma gli istituti di ricerca lavorano in modo indipendente, persino isolato. Il RIKEN invece incentiva fortemente i processi di collaborazione e integrazione tra differenti istituti.
Gli obiettivi? Fare ricerca al top della qualità. Promuovere lo sviluppo di nuove aree di ricerca attraverso i meccanismi di integrazione. Creare infrastrutture di ricerca dagli elevati standard per la comunità scientifica.

Prendere decisioni
L’Executive Board è il più alto organismo decisionale del RIKEN, ma hanno una funzione strategicamente rilevante anche organismi come il RIKEN Advisory Board, che consente di avere consulenze di esperti esterni alla comunità scientifica in materia di management, e il RIKEN Science Council, che discute autonomamente la gestione di RIKEN e può dare indicazioni al Presidente in merito a specifiche tematiche.
Dato questo sfondo, il bilanciamento dei processi decisionale di tipo top-down (che nascono dal management) e quelli di tipo bottom-up (generati invece dagli scienziati) è un ulteriore obiettivo della struttura.

Framework Research
Le aree di ricerca al RIKEN sono molto vaste e vengono perciò intraprese ricerche inerenti diversi framework; anche le abilità e le capacità richieste ai vari “RIKEN workers” sono molto diverse tra loro. RIKEN Discovery Research Institute, RIKEN Spring 8, RIKEN Nishina Center operano ad esempio su una prospettiva di lungo periodo. Frontier Research System e Life Science Research Centers sono concentrati su obiettivi di medio periodo. Da sottolineare infine che al RIKEN il “permanent staff” rappresenta solo il 15% del totale, il restante 85% è impiegato con contratti a termine (compresi i direttori e i team leaders).

Delle connessioni
RIKEN ha attualmente accordi di collaborazione con 110 istituzioni in 30 diversi paesi e regioni e sono stati realizzati 120 progetti di ricerca grazie ad accordi di collaborazione internazionale. Un forte contributo in questa direzione viene anche dalla forza relazionale dei ricercatori, dalla loro storica capacità di attivare collaborazioni internazionali. Bisogna fare di più, saper migliorare costantemente anche su questo terreno.

L’approccio olistico
Alle profonde contraddizioni della modernità paesi come il Giappone e gli USA, gli stessi paesi dell’Unione Europea devono rispondere gestendo al meglio i grandi temi legati allo sviluppo compatibile. Non si possono risolvere le questioni epocali che il mondo ha di fronte senza comprenderle a fondo. C’è bisogno di esplorare il settore delle scienze della vita e della biologia per capire l’essenza degli organismi viventi. E per farlo, così come per conoscere e capire le proprietà dei materiali o della mente è indispensabile un approccio olistico. Non esiste futuro in una prospettiva riduzionista.

È la domanda a guidarci
L’organizzazione RIKEN può essere un esempio per l’Europa e l’Italia?
Il presidente Noyori non sembra avere dubbi. E vista dal versante organizzativo è difficile dargli torto. Il fatto è che è questione anche di volontà politica. Di capacità di sistema. Di risorse disponibili.

Il gruppo che porta i robot nelle scuole

Loro non farebbero certo come Theodore Schick. Capo del dipartimento di filosofia del Muhlenberg College, Pennsylvania, USA. Che immaginava un futuro minacciato da un uso improprio delle nuove tecnologie digitali. Che temeva potessero avere gli stessi effetti malefici degli anelli resi celebri da Tolkien. Che proponeva perciò di “gettare nel fuoco queste conoscenze tecnologiche, proprio come il Consiglio di Elrond ha votato di distruggere l’anello”.
Loro pensano che l’innovazione è una modalità di pensiero. Che vivere e innovare sono la stessa cosa. Che le NTI rendono accessibile una gamma di conoscenze e di opportunità che non ha eguali in nessuna altra fase dello sviluppo umano. Che non coglierle vuol dire rinunciare a un futuro migliore, per i più giovani in primo luogo. Che perciò è necessario creare connessioni. Costruire relazioni. Valorizzare il talento. La creatività. L’impegno.
Chi sono loro?
Quelli di Tecknos (www.tecknos.it). Un pugno di cervelli. Tanta passione. Lavoro. Un’associazione no profit nata il 30 aprile scorso. Un appuntamento annuale (il 5 e 6 ottobre 2007 a Sarzana, La Spezia, la seconda edizione) per proporre, confrontare, investire in idee e progetti. Per tutte le età.
A sentire Andrea Lagomarsini, presidente di Apai (www.apai.biz) e socio fondatore dell’Associazione, i concetti chiave intorno alle quali Tecknos sta organizzando le proprie reti e le proprie iniziative sono informazione, interazione, incontro, investimento.
È fondamentale la capacità di acquisire conoscenze dalle università, dal mondo della ricerca, dalla scuola, dalle imprese, dalle istituzioni.
Poi occorre che le idee e i progetti vengano divulgati, trasferiti, implementati, in maniera tale da creare ulteriori saperi, conoscenze, opportunità.
La fase di investimento è quella che porta a coadiuvare e sviluppare le attività imprenditoriali vere a proprie; ad accompagnare la fase di start up di nuove imprese e/o di nuovi prodotti; a sviluppare attività di sponsoring; a facilitare l’accesso di giovani dotati nel mondo del lavoro.
Nascono da qui soluzioni avanzate nel campo della domotica come i sistemi di sicurezza di terza generazione AISAC, (www.aisac.it), risultato dell’interazione scientifica, tecnologica, imprenditoriale con soggetti come BTicino, Università di Pisa, CNR.
È ancora da questo background, e dall’incontro con il Prof. Giovanni Marcianò dell’IRRE Piemonte, che nasce il progetto Bee-Bot che consentirà ai bambini delle scuole materne di usare, con il linguaggio dei tasti e dei colori, un vero e proprio robot a forma di ape.
Il progetto interesserà nella fase di avvio alcune classi di due scuole dei comuni di Sarzana (La Spezia) e di Fosdinovo (Massa Carrara).
Gli scopi?
Avvicinare da subito i bambini ai robot e dunque alla tecnologia; invogliarli a sfruttarne le molte potenzialità per ampliare il proprio pensiero, per migliorare la loro capacità di confrontarsi con gli altri, per favorire lo sviluppo di modalità di apprendimento cooperativo.
Il messaggio?
Abituarsi a innovare. Per tutto il corso della vita.

Competizione collaborativa da geni

Giugno 2007. Su Nature vengono pubblicati i risultati della ricerca condotta nell’ambito del programma ENCODE (the Encyclopedia of Dna Elements, 10 i paesi e 80 i gruppi di ricerca partecipanti) che svelano il comportamento di una prima, piccola, preziosa parte del nostro codice genetico.
Il fatto è di quelli rilevanti. Ancora di più lo sono le sue conseguenze. Per la scienza. E per i comuni mortali che da essa si aspettano rimedi e soluzioni per vivere meglio e più a lungo.

Sono trascorsi più di 80 anni da quando Ogburn e Thomas analizzarono 150 casi di scoperte multiple indipendenti e svelarono al mondo che alla base dell’inarrestabile progresso della conoscenza ci sono scienziati e tecnologi che, presi dallo stesso furore scientifico e alle prese con gli stessi problemi, approdano alle medesime soluzioni. Ma quella alla quale ci prepariamo ad assistere si presenta come una vera e propria nuova corsa all’oro. Con in palio una petita assai preziosa, il genoma umano. E una sorpresa: al tempo della società liquida, di internet e dei consorzi internazionali di ricerca più che in ogni altra fase per vincere non basta competere. Occorre collaborare. Interagire. Sapendo che saranno in tanti ad arrivare quasi fino al traguardo. E che a vincere sarà, come sempre, uno solo.

Due le parole chiave: competizione e collaborazione. Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Si gioca su un campo tanto vasto e inesplorato che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.

Come tutte le storie che si rispettano, anche la nostra ha un protagonista principale. Si chiama Piero Carninci. È senior scientist al RIKEN, Genome Science Laboratory di Saitama, in Giappone. Come direttore scientifico di Fantom 3, il consorzio promosso da RIKEN con 45 istituti di ricerca di 11 paesi, ha sviluppato la tecnologia e prodotto dati complementari a quelli inizialmente pianificati dal consorzio ENCODE. È uno dei molti autori del paper pubblicato su Nature. Un tocco di straordinario genio italiano in un mondo dominato da USA e Giappone. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato della ricerca sul genoma. E su cosa ci aspetta nel futuro prossimo venturo.

Carninci non ama i giri di parole. Spiega che, una volta completata la mappatura del genoma, ci si è resi conto che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né l’inizio né la fine delle parole, né la punteggiatura né la grammatica. Aggiunge che l’individuazione delle regioni che codificano per proteine ha permesso di comprendere le parole. Che oggi l’obiettivo è comprendere come le “parole” sono correlate l’una con l’altra (punteggiatura, grammatica, ecc.). Che la prossima sfida porta dritto alla comprensione della loro logica.

Il National Institutes of Health (NIH, USA) – racconta – ha lanciato nel 2003 il programma ENCODE proprio con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie (protocolli per trasformare RNA in informazione) per l’analisi del genoma e applicarle ad una piccola parte (l’1% del totale) del DNA. Si può considerare tale programma come una sorta di prova generale. Resa possibile dalla ricerca di tanti. Ad esempio RIKEN. Che non a caso continuerà a collaborare con ENCODE sia per ciò che riguarda la pianificazione degli esperimenti che per lo sviluppo di tecnologie ad hoc.

Riecco le parole chiave.
Competizione. RIKEN che dal 2001 sviluppa indipendentemente tecnologie per capire dove sono gli mRNA (gli RNA che producono proteine) ed i loro promotori (le sequenze che fanno svolgere al genoma la sua funzione principale: produrre RNA, ogni tipo di RNA, che ha non solo la funzione di trasportare e tradurre informazioni ma anche quella di coordinare il complesso lavoro teso a rendere integrate ed efficienti le migliaia e migliaia di componenti attive della cellula, di contribuire a regolare l’espressione del DNA).
Collaborazione. Le tecnologie complementari di RIKEN ed ENCODE. L’utilizzo da parte di ENCODE della tecnologia ideata da Carninci per identificare senza alcun dubbio l’inizio della trascrizione dei geni, le sequenze che promuovono la trascrizione, chiamate “promotori”.

Capire i promotori – spiega lo scienziato italiano – è essenziale per capire come e quando il genoma agisce. In pratica il promotore è un interruttore che dice “accendi”, “spegni” e, se “acceso”, quanto bisogna produrre.
I diversi tessuti esprimono RNA differenti e quindi proteine differenti. Ad esempio, il muscolo esprime proteine necessarie alla contrazione muscolare, il cervello esprime proteine importanti per l’attività neuronale.
Diversi promotori controllano l’espressione di diversi RNA (e quindi proteine) in diversi tessuti e in questo contesto i RNA che non codificano retroagiscono con il DNA, modificano l’espressione di mRNA dal DNA e quindi modificano il livello di proteine prodotte dall’RNA.

Sembra facile, come ricordava un simpatico omino coi baffi ai tempi di Carosello. Ma non lo è. Perché in tanti avevano definito tutto questo “junk”, spazzatura. E perché la strada del progresso scientifico è da sempre costellata di abbagli, errori, torti, orrori.
Tornando alle scoperte multiple indipendenti di RIKEN ed ENCODE, Carninci spiega perché a livello scientifico è importante che più gruppi che utilizzano tecnologie diverse arrivino alle stesse conclusioni. Grazie agli sforzi di molti gruppi si è capito – continua – che la parte del genoma che produce RNA è almeno il 75%, forse il 93% (a Fantom 3 abbiamo stimato almeno il 63%). La maggior parte di questi RNA non codifica per alcuna proteina. Molti degli RNA prodotti, e molte delle sequenze regolatrici, sono soggette ad evoluzione più rapida di quanti ci si aspetta per delle regioni del genoma che hanno funzione.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante, determina un cambiamento di paradigma – aggiunge ancora Carninci. Fino ad ora si riteneva che le sequenze di DNA più essenziali e vitali fossero quelle più lungamente conservate durante l’evoluzione. La regola era: sequenze conservate uguale sequenze funzionali; sequenze non conservate uguale sequenze non funzionali o non importanti. Era una regola troppo grossolana. Confrontando il genoma umano con quello di altri mammiferi ci si è accorti infatti che molte regioni funzionali non sono conservate, che ci sono delle regioni che hanno una evoluzione molto più rapida del resto del genoma. Ciò non solo cambia in maniera significativa l’approccio nella ricerca di elementi funzionali nel genoma, ma è assai affascinante dal punto di vista della comprensione dei processi evolutivi.

Grazie alla pubblicazione del lavoro del NIH abbiamo, per questo 1% del genoma, una mappa molto dettagliata dei geni e delle sequenze che ne regolano l’espressione da cui si potrà partire per “attaccare” il restante 99%. Inoltre abbiamo appreso parecchie regole che è probabile valgano per tutto il genoma. Per tornare all’esempio del libro di 3000 pagine, anche solo il contenuto di 30 di esse può aiutarci a capire il tipo di linguaggio usato, lo stile, il vocabolario, la grammatica, il grado di novità, quanto si impiegherà a leggere tutto il libro, come studiarlo, a chi farlo leggere.

La morale della storia?
ENCODE, RIKEN ed altri consorzi continueranno ad analizzare le sequenze per il restante 99% del genoma umano con le tecnologie sviluppate in questa occasione. Nuove tecnologie verranno sviluppate a partire da quelle usate oggi. L’1% sono solo il punto di partenza – ribadisce Carninci -. Ci sarà un ENCODE per organismi modelli con il genoma molto più piccolo come ad esempio il moscerino della frutta (drosophila melanogaster). Ci saranno molte e rilevanti conseguenze concrete per tutti noi.

Comprendere il funzionamento di base del genoma (la logica mediante cui i geni vengono transcritti), imparare il linguaggio, vuol dire ad esempio imparare come modificare questo linguaggio mediante farmaci e terapie mirate.
Il fatto di trovare che ci sono tanti RNA che non producono proteine suggerisce che questi RNA regolino il comportamento ed il prodotto (output) del genoma; usando questi RNA, si potrà in futuro controllare il comportamento deviante del genoma come, ad esempio, le malattie.
Infine c’è il fascino della conoscenza, la possibilità di porsi mete sempre più straordinarie, come quelle che si riferiscono al cervello umano (Carninci ci rivela che ci sta lavorando; aggiunge che è troppo presto per parlarne; promette che saremo tra i primi ad essere informati dei suoi risultati).

La nostra storia per ora si ferma qui. Speriamo che vi sia piaciuta. Che vi abbia suggerito qualcosa circa le ragioni per le quali assieme agli scienziati e alle loro idee sono importanti i processi organizzativi che essi attivano e hanno alle spalle. Circa le caratteristiche dei processi di competizione – collaborazione in atto. Circa le ragioni per le quali “leggere” il DNA è molto importante per il nostro futuro. E per quello delle generazioni che verranno.

Non fabbriche di lauree, ma di idee

Ricordate Matrix? Il primo della ormai mitica trilogia dei fratelli Wachowski?
La scena è quella del “Goth club from hell”. La musica, frastornante, quella di Rob Zombie. Le parole, quelle della splendida Trinity: “It’s the question that drive us, Neo. È la domanda a guidarci, Neo”.
La domanda è: “Che cos’è Matrix?”.
Che cos’è l’e-learning, perché, a quali condizioni, con quale struttura, per chi, l’Università telematica può rappresentare una reale opportunità sono invece le domande dalle quali è partita la ricerca sulle università telematiche nell’anno accademico 2005 – 2006.
Quattro università e un’idea per descrivere un fenomeno destinato a far molto discutere.
Le quattro università sono la Guglielmo Marconi, la TEL.M.A, la Nettuno e la Da Vinci. L’idea è che i fatti dicano più di mille parole sul mondo dell’istruzione online universitaria.
Proviamo dunque a guardare almeno alcuni di questi fatti più da vicino:
19 facoltà attivate, 20 corsi di studio (nessuno dei quali attivato nel rispetto dei requisiti minimi di docenza), 2513 studenti, 3 docenti di ruolo (uno dei quali da anni in aspettativa per motivi parlamentari);
lo start up, di fatto garantito dalla possibilità di aggirare la norma;
la possibilità di organizzarsi come meglio si crede ad ogni livello (di università, di facoltà, di corso di laurea), e per ogni ambito (organizzazione della didattica, utenza sostenibile, competenze richieste, struttura e ripartizione dei crediti, test di accesso, recupero dei debiti formativi, ecc.);
un’utenza sostenibile pari a 7396 studenti;
in un caso, quello della TEL.M.A., al 2005 – 2006, oltre ai docenti mancano anche le strutture (“sulla base della relazione del Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario, non vi è compatibilità fra le esigenze di funzionamento del corso e le caratteristiche e la quantità delle strutture messe a disposizione dello stesso per la durata normale degli studi”);
convenzioni che dispensano crediti con criteri decisamente discutibili e rigorosamente a pioggia.
A chi giova tutto questo? Perché una tale quantità di eccezioni, disservizi, mancato rispetto degli standard minimi, intrecci perversi? Perché dare questo tipo di risposta alla domanda di istruzione universitaria online mentre nel resto del mondo tecnologicamente sviluppato la ricerca e le buone pratiche fanno passi da gigante?
Sono state queste domande a guidarci. Le risposte sono venute quasi da sole.
Risposte che se da un lato confermano il deficit di virtù civiche di cui soffre il Paese dall’altro evidenziano, motivano, dimostrano, la possibilità di una decisa inversione di rotta.
Non servono fabbriche di lauree. Occorrono fabbriche di idee. Di conoscenze. Di competenze. Di futuro. Anche via web.

Napoletani salvasilicio

RD39. Effetto Lazarus.
No, non è il titolo del prossimo film di James Bond. Sono il numero di repertorio ed il nome con il quale potete rintracciare, al CERN di Ginevra, la scoperta fatta, era l’anno di grazia 1997, da Vittorio Palmieri, Luca Casagrande, Gennaro Ruggiero, Antonio Esposito, Francesco Vitobello.
Come forse avrete già intuito, i cinque sono tutti napoletani. Ma solo uno di loro al tempo lavorava nella propria città, al CNR.
Gli altri? In giro per il mondo. Precisamente alle Università di Berna, di Lisbona, di Glasgow e all’ETL (Electrotechnical Laboratory) MITI di Tsukuba.
Cosa hanno scoperto? Che è possibile “resuscitare” le sfoglie di silicio utilizzate per la rilevazione di particelle. Rigenerarle. Farle rivivere. Immergendole in azoto liquido a meno 207 gradi celsius.
Perché la scoperta è importante?
Perché di norma le sfoglie di silicio hanno un ciclo di vita media di 1 anno. Perché gli esperimenti di fisica delle particelle si basano su raccolte di dati che si effettuano nel corso di 5, 10, talvolta anche 15 anni. Perché montare ogni anno decine di metri quadri di rilevatori poneva dei limiti enormi a chi fa ricerca in questo settore.
A raccontarci tutto questo è Antonio Esposito. Ingegnere Fisico. 43 anni. Una vita da scienzato. Cominciata al CNR di Napoli, 4 anni vissuti nel segno della superconduttività. Poi l’esperienza in Giappone, alla ETL di Tsukuba, dove è rimasto 5 anni, lavorando allo sviluppo di nuovi materiali superconduttivi e di dispositivi per la rilevazione (detector) di particelle. Dopo il Giappone, un’esperienza di 2 anni di insegnamento in Germania, alla TUM (Technical University Munich). Poi l’approdo a Ginevra.
E Napoli?
Antonio per ora non pensa di tornarci. Ci tiene a sottolineare però che continua ad amare la sua città. E che continua a farlo nel modo che conosce meglio. Investendo. Facendo ricerca. Impresa. Creando a Napoli, insieme a Vittorio e Francesco, due della vecchia band di Lazarus, aziende come Incept (www.incept.it), che sviluppa Technology on Demand.
Antonio, Vittorio e Francesco lo ritengono il loro esperimento più difficile.
Le ragioni – mi dice Antonio – uno come te le conosce bene.
Ma noi ci crediamo. Non vogliamo rinunciare alla possibilità di ridare indietro alcune delle cose che l’università, le strutture di ricerca, della nostra città ci hanno dato. Alla possibilità di riportare a Napoli almeno un pò di ciò che abbiamo imparato in giro per il mondo.

Allestire il cantiere delle idee

Serendipity. Concetto sconosciuto ai più. Buffo anzichenò. Con un certo non so che di magico. Una sorta di
supercalifragilistichespiralitoso della ricerca sociologica. Che si deve alla genialità di Robert K. Merton. Che lo ha riferito «all’esperienza, abbastanza comune, che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente».
Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché abbiamo un’idea. L’idea che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi possa diventare un acceleratore di opportunità per tutti quei soggetti – città, imprese, università – che hanno deciso di puntare sull’innovazione. Scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che “per genio e per caso” si possa crescere di più. E sfruttare meglio le opportunità.

La nostra idea ha una storia alle spalle: quella di Piero Carninci, scienziato triestino che con Yoshihide Hayashizaki dirige il Fantom International Consortium, promosso dalla Riken Genome Network Project con 45 istituzioni e 192 scienziati di 11 Paesi.
Perché la sua storia è importante? Perché in Italia Carninci non ha trovato la possibilità di stabilirsi come ricercatore. Perché dalle nostre parti le domande per lui usuali erano: «Prenderòlo stipendio?» o «devo cambiare lavoro?» Mentre appena giunto in Giappone sono diventate: «Come capire la funzione del genoma?» o «come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni?».
Perché insieme alla sua nutrita band di cervelli ha scoperto che il trascrittoma (Rna) modifica il Dna e identificato i promotori contenuti nel genoma. E perché la sua storia ha una morale. Che lui stesso ha così sintetizzato, in un articolo: «Dall’Italia ho avuto tantissimo, in termini di educazione e primi anni di esperienza lavorativa. Tuttavia, nel momento nel quale avrei potuto restituire qualcosa al mio Paese, non c’e stata nessuna struttura pronta a una collaborazione produttiva. Invece in Giappone, come negli Stati Uniti, la ricerca è un investimento in conoscenza e il ricercatore è considerato uno che deve produrre conoscenza e brevetti per lo sviluppo del Paese».

Nessun uomo è un’isola. E nessuna idea. Come ci ha raccontato la copertina di Nòva, Genius Loci, del 6 luglio scorso. Ma la forza della nostra idea sta dunque nella sua possibilità – capacità di prendere atto, creare senso, sfruttare il potenziale. Prendere atto di che cosa? Del permanere – a prescindere dagli argomenti in questione, siano essi i distretti della conoscenza o le nuove forme di marketing territoriale, per restare all’esempio citato – di una oggettiva difficoltà a uscire dai confini della sperimentazione e a delineare una prospettiva nella quale le buone pratiche siano la norma.
È un prendere atto che non significa subire, ma farsi carico fino in fondo di tale difficoltà per avere più possibilità di superarla.
Come? Ad esempio guardando alla realtà come a una costruzione continua, il prodotto dell’attività delle persone che danno senso alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate.
È la logica del sensemaking, la cui definizione è «un processo fondato sulla costruzione dell’identità, retrospettivo, istitutivo di ambienti sensati, sociale, continuo, centrato su (e da) informazioni selezionate, guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza».

Proprio il carattere di cantiere dai lavori perennemente in corso caratteristico del sensemaking favorisce la possibilità di fare un salto culturale dalla Grecia alla Cina e passare dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi, fini a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Un modello che utilizza al meglio tutti i fattori e i dati disponibili. Accompagnando i percorsi invece di avere la pretesa di guidarli. Facendo in modo che l’effetto sia
prodotto dalla situazione stessa.
In definitiva, la nostra idea è che in Italia esistano molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione di processi virtuosi “per genio e per caso”. E che davvero ci possano essere migliaia di “Serendipity Lab” nel nostro futuro, specie se le istituzioni, le imprese, le università riusciranno a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la voglia di fare rete. A sostenere, come ha suggerito Enzo Rullani su questo stesso giornale, la capacità di industrializzare le idee migliori. Come sempre in faccende di questo tipo, niente è scontato.