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Non tutto è oro su internet

Nessuno è perfetto. Neanche internet e le nuove tecnologie dell’informazione (Nti). Non tanto perché sono ancora in troppi ad associare la credibilità di un sito al suo aspetto. E tanto meno perché le conoscenze tecnologiche possono avere influenze malefiche come quelle dell’anello reso celebre da Tolkien. Ma perché nelle società moderne, più sagge e più tristi, nelle quali si riducono le reti di altruismo, si raffreddano i rapporti, si lasciano un sacco di persone escluse, la tendenza delle Nti a elevare a simbolo il confronto fra soggetti che la pensano allo stesso modo favorisce l’insorgere di forme di estremismo, disprezzo per gli altri e per le loro opinioni, a tratti anche violenza.
Facciamo un esempio? Holiwar.com. Un nome che è tutto un programma. Con link tricolore a L’Occidentale. E articoli dal titolo “Siamo tutti in guerra, ma solo in pochi se ne sono accorti”.
Ma è davvero inevitabile perdere di vista il dato semplice ma non banale che le qualità di una democrazia
sono definibili proprio a partire dalle differenze che in essa sono rappresentate?
E per quali vie le Nti possono contribuire ad ampliare le opportunità e le libertà di ciascuno, ad arginare la mutazione della democrazia in videocrazia, ad arrestare la trasformazione dei partiti in comitati elettorali?
Per cominciare si può ricordare che le libertà civili classiche – tra le quali rientrano com’è noto la libertà di espressione e la libertà da interferenze e controllo esterni – possono potenzialmente trovare nelle Nti uno strumento funzionale alla propria estensione, fermo restando l’esigenza di regolamentare la loro gestione e distribuzione. E che le libertà positive trovano a loro volta nelle Nti uno strumento potenzialmente volto ad ampliare la gamma di opportunità utili allo sviluppo delle capacità di ciascuno. Si può ancora aggiungere che, nei confini della partecipazione alla vita sociale e politica, i nuovi media rappresentano una delle risorse strategiche per un miglior accesso ai mondi della formazione e del lavoro, per conoscere i propri diritti e poterli legittimamente difendere o rivendicare. E che questo è uno degli aspetti centrali anche quando si analizza il rapporto tra Nti e mercato, dato che definire come più o meno positivo, o negativo, in termini di libertà, il risultato dell’impiego delle Nti non è possibile se non se ne analizzano le ricadute dal versante delle relazioni sociali di mercato, della produzione, della distribuzione e degli effetti sulle diseguaglianze sociali.
Una prima provvisoria conclusione potrebbe allora essere che ogni qualvolta le Nti consentono di interagire col potere politico o economico secondo schemi di comunicazione bidirezionali, che favoriscono cioè la possibilità che anche chi sta in fondo alla scala sociale può aver voce nei confronti di chi detiene l’autorità e il potere, di fatto contribuiscono ad ampliare ed estendere le libertà. E che, al contrario, esse possono essere ricondotte all’interno di logiche e schemi di controllo politico e di condizionamento dei cittadini ogni qualvolta sono impiegate esclusivamente come strumento di comunicazione dall’alto verso il basso, ogni qualvolta al cittadino non viene lasciata altra possibilità che quella di svolgere un ruolo passivo o essere sottoposto a censura.
Non a caso internet è tra i nuovi media quello che si sta dimostrando più importante anche per dare visibilità
a quelle minoranze che nei contesti nei quali vivono non avrebbero altrimenti le stesse possibilità – in termini di strumenti, di risorse, di diritti – di aver voce (il caso del movimento delle donne messicane “Mujer a Mujer”, che attraverso internet hanno acquisito informazioni per poter negoziare le condizioni di lavoro in un’impresa tessile statunitense appena installata sul territorio è emblematica anche a qualche anno di distanza). Resta il fatto che le Nti, diversamente dal mitico signor Wolf di Pulp fiction, non risolvono tutti i problemi. E che nell’ambito della sfera pubblica la questione centrale rimane quella che si riferisce al come ritrovare le ragioni che rendano realistica, oltre che razionale, la scelta a favore dell’impegno e della cittadinanza attiva, della costruzione di reti civiche larghe, di strutture sociali intermedie, di classi dirigenti.

La fabbrica dell’impossibile

179 scienziati che vi lavorano attivamente. 12 aree di ricerca attive, dai robot umano interattivi alle nanoscienze (studio di “oggetti” di dimensioni inferiori alla molecola che non seguono le leggi di Newton ma quelle della fisica quantistica). Fino all’infinito e oltre.

Di cosa stiamo parlando?
Del Frontier Research System, una sorta di avamposto estremo dei numerosi istituti di ricerca che compongono RIKEN (oltre 3.000 gli scienziati direttamente impegnati nelle diverse attività; quasi 2.550 gli scienziati a contratto; quasi 1200 gli studenti impegnati nelle attività di tirocinio; un budget per il 2007 di circa 90mila milioni di yen (550 milioni di euro).
Ma cosa vuol dire essere avamposto di un contesto nel quale operano, tra gli altri, soggetti come il RIKEN Brian Science Institute, il RIKEN Genomic Science Center, il RIKEN Discovery Research Institute, il Nishina Center for Accelerator Based Science? Dove gli scienziati sono abituati a creare campi di ricerca con le loro proposte? A “inventare” occasioni per poi afferrarle?

Vuol dire che diversamente dagli altri settori di ricerca, dove ad essere finanziati sono progetti che si muovono in direzioni in larga parte prestabilite e ci si aspetta diano i risultati attesi, al Frontier Research System la ricerca è davvero ad alto rischio, dato che sono molto alte le probabilità che non ci siano risultati, o che i risultati non siano quelli sperati.
Cose da (scienziati) pazzi? Assolutamente no.
Non solo perché quando il risultato c’è è di quelli che assicurano un vantaggio cognitivo – competitivo di grande importanza. Ma perché l’imprevedibilità ha molte facce. E le scoperte che avvengono per genio e per caso sono spesso di quelle destinate a lasciare un segno importante nel grande libro della storia.
Il senso del Frontier Research System è tutto qui. Nel suo essere un avamposto verso il futuro. Una geniale, straordinaria “fabbrica” di serendipity.

Elementare Watson!

Niente paura. Non abbiamo deciso di abbandonare la serendipity per passare al giallo. E il Watson della nostra storia non è l’alter ego di Sherlock Holmes reso immortale dalla penna di sir Arthur Conan Doyle.
È James D. Watson. Forse meno noto. Probabilmente più importante. Dato che a lui, e a Francis Crick, si deve la scoperta della struttura del DNA e la soluzione di uno dei più affascinanti misteri della scienza e della vita: in che modo le informazioni ereditarie si conservano e si trasmettono.

Perché ve ne parliamo?
Perché la vita di James D. Watson è, come quella di molti scienziati, assai ricca di avvenimenti serendipitosi, come si può verificare leggendo il suo straordinario libro di memorie (DNA, Il segreto della vita, Adelphi, € 18). Perché più d’uno di tali avvenimenti si interseca con il nostro Paese e con la sua genialità, che è tanta e ci piace ricordarla. E perché almeno uno di essi permette di aggiungere un ulteriore tassello a una storia, quella della fuga e dello spreco dei cervelli italiani, che pensiamo sia utile continuare a raccontare.

L’avvenimento in questione è quello che porta Watson a “scartare” Herman J. Muller, che nel 1946 aveva ricevuto il premio Nobel per i suoi studi sulla capacità mutagena dei raggi X, e a scegliere, per la sua tesi di dottorato, Salvador Luria, nato e cresciuto a Torino, che il premio Nobel lo vincerà “solo” nel 1969 per le scoperte fatte, con Delbrück e Hershey, sui meccanismi di mutazione e riproduzione del DNA. E ci dà l’occasione per ricordare che nel frattempo, proprio nell’anno in cui Watson arriva all’Indiana University, il 1947, Luria diventa cittadino americano.

Rewind: Salvador Luria nasce e si forma a Torino, dove ha come maestro e mentore Giuseppe Levi; si trasferisce negli USA; diventa maestro e mentore degli studenti statunitensi di Bloomington e del MIT.
Una possibile morale della storia: l’Italia investe per formare Luria e gli Stati Uniti raccolgono i frutti di tale investimento.
Elementare Watson.

Marcello Musto: un marxiano a Berlino

Redatti tra l’autunno del 1857 e la primavera del 1858. Nel pieno della crisi economica internazionale. Con la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario dopo la sconfitta del 1848.
Otto quaderni rimasti ignoti anche a Engels. Che costituisco la prima stesura della critica dell’economia politica, il primo lavoro preparatorio de Il capitale. Che vengono dati alle stampe a Mosca tra il 1939 e il 1941 ma rimangono pressoché sconosciuti fino al 1953, anno della pubblicazione a Berlino. Che nel 1968 vengono tradotti per la prima volta in Italia.

Di cosa stiamo parlando?
Dei Grundrisse, naturalmente. Che Eric J. Hobsbawm ha definito «la stenografia intellettuale privata» di Marx.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché i Grundrisse, con le loro numerose osservazioni relative ad argomenti che non saranno mai più sviluppati rivestono enorme importanza per la comprensione del pensiero di Marx.
Perché l’editore Routledge – Taylor & Francis Group, in occasione del 150° anniversario della loro stesura, sta per pubblicare i saggi inediti di 30 autori di 25 diversi paesi (sono già in cantiere le versioni in tedesco, Dietz Verlag, e in cinese) con la prefazione proprio del grande Eric Hobsbawm.
E perché ideatore, curatore e co-autore del volume è Marcello Musto, 31 anni, una vita passata a studiare e a scrivere tra Berlino, Amsterdam e il resto del mondo “perché lì ci sono le fonti e perchè all’estero hanno l’abitudine di leggere le cose che gli mandi, non si chiedono quanti anni hai o se sei già professore ordinario, valutano il tuo progetto e ti mettono in condizione di realizzarlo”.

Tre gli obiettivi principali di questo straordinario lavoro di ricerca:
“i) far emergere il Marx per molti verso “altro” rispetto a quello diffuso dalle correnti dominanti del «marxismo» del ‘900;
ii) dimostrare l’importanza dei Grundrisse per la comprensione dell’intero progetto teorico di Marx;
iii) evidenziare la fecondità e l’attualità del pensiero di Marx”.

Sarebbe tutto. Se non fosse che il volume non ha ancora un editore italiano. Incredibile? Vero!

Lo spreco dei saperi

Brain drain. Cervelli che fuggono. Cervelli che a Napoli sono soliti anticipare i soldi per comprare carta e penna e a Trieste risparmiare sulle spese per raggiungere il laboratorio. E che appena mettono piede negli USA o in Giappone si ritrovano catapultati nel mondo magico della ricerca con la erre maiuscola. Dai parco giochi di periferia a Disneyland. Tutto quanto fa opportunità. Crescita professionale. Valorizzazione del proprio genio.
Ci sarà un motivo se l’edizione 2006 dell’European Innovation Scoreboard redatto dal MERIT e dal JRC per conto della Commissione europea, colloca l’Italia tra i sette Paesi che si sono lasciati trainare nella classifica dei 33 paesi (i 27 UE più Croazia, Giappone, Islanda, Norvegia, Svizzera, Turchia e USA) relativa alla propensione all’innovazione. Non sorprende che Giappone e Germania siano tra i 6 paesi considerati leader d’innovazione, né che USA, Regno Unito e Francia siano tra gli 8 che più hanno adottato tecnologia e prodotto know how. Sorprende almeno un pò che l’Italia non sia neppure tra gli 8 paesi che si sono adoperati in maniera significativa per migliorarsi.

Va detto che nel rapporto con USA e Giappone la stessa Europa non sembra reggere il confronto. Pia Locatelli, parlamentare europea PSE, ha ricordato ancora nel giugno 2006 che 400.000 ricercatori laureati in Europa in scienze e tecnologie si trovano negli USA. E le stime forniteci da Philippe de Taxis du Poët, responsabile della Sezione Science & Technology della Delegazione UE in Giappone, dicono che i circa 7500 ricercatori europei lì presenti rappresentano il 24,9% del totale dei ricercatori esteri, a fronte del 48,4% dell’Asia e del 17,7% del Nord America.
Difficile fare salti di gioia. Ma qui è Rodi. E qui, come scriveva il grande vecchio di Treviri, bisogna saltare.

Ma torniamo a casa Italia. Alle ragioni della fuga. Che sono naturalmente tante. Di ordine economico. Organizzativo. Culturale.
La scarsità, ai limiti della decenza e oltre, delle risorse investite in ricerca e sviluppo è quella che più delle altre rischia di condannare il Paese al definitivo declino. In un incompleto elenco di fattori non possono mancare la scarsa propensione sia all’interazione che alla competizione tra istituti e strutture di ricerca; la troppa appartenenza e il troppo poco merito nella selezione delle risorse umane; l’università che, in particolare dopo la “riforma”, riesce sempre meno a essere una incubatrice di opportunità per chi ci lavora e ci studia; la differenza abissale nel modo di concepire la ricerca da parte delle grandi imprese italiane rispetto a quelle dei paesi leader.
Facciamo un esempio?
Piero Carninci, cervello italiano di stanza in Giappone, dove è direttore scientifico del Fantom 3 Consortium (200 scienziati di 45 istituti di ricerca di 11 paesi), risponde così alla domanda relativa al ritorno economico che Riken (l’azienda promotrice del consorzio) si aspetta dalle sue ricerche: “Essendo un non-for-profit il suo obiettivo principale non è fare utili ma avere budget e ritorno di immagine. Il primo arriva dai contributi del governo, dalle attività di spin-off che nel tempo diventano indipendenti e producono business, nuova occupazione, etc., dalle royalties (per la ricerca sul trascrittoma per ora si possono stimare intorno a 1 milione di euro/anno). L’immagine viene dalla tanta ricerca che facciamo, dai risultati che otteniamo, dal riconoscimento da parte della comunità scientifica. Direi che oggi Riken ricava non più di 1/5 di ciò che spende per la ricerca ma naturalmente si lavora per migliorare questo rapporto”.
Le grandi aziende italiane? Hanno deciso da tempo che la ricerca scientifica è un lusso e la possibilità di competere nei settori di eccellenza uno spreco di risorse. Il risultato? A parte la Fiat, con tutti i se e i ma del caso, la grande industria italiana è un’industria che non c’è più, a partire dai settori a più alta tecnologia.
Sta di fatto che il nostro è il solo Paese OCSE a presentare un deficit strutturale nella bilancia tecnologica dei pagamenti. Che il rapporto tra laureati che vanno via e laureati che vengono in Italia è all’incirca di 10 a 1. Che sono in aumento sia i cittadini con alta qualifica che risiedono permanentemente o per periodi lunghi all’estero sia quelli che lasciano l’Italia per un periodo abbastanza lungo da richiedere la cancellazione della residenza. Che siamo il paese europeo con meno studenti universitari stranieri e meno occupati stranieri in attività scientifiche e tecnologiche.
Tutto questo non si traduce solo in una perdita secca di cervelli e di risorse investite per formarli. Accade anche, ovviamente, che i cervelli in fuga contribuiscano in misura significativa alla ricerca e allo sviluppo dei paesi nei quali lavorano. Che l’Italia per utilizzare i risultati delle ricerche dirette dai tanti Carninci in giro per il mondo deve comprare i brevetti (tecnicamente viene definito trasferimento tecnologico inverso). E che tutto ciò non è certo il massimo per la nostra bilancia tecnologica dei pagamenti.
È come nei racconti circolari di Borges, dove inizio e fine si intrecciano, si confondono, si sovrappongono: la scarsa propensione all’innovazione favorisce la fuga di cervelli, la fuga dei cervelli contribuisce ad abbassare il tasso di innovazione, un ancor più basso tasso … e così via discorrendo.

Per quanto tempo continueremo a pensare di potercelo permettere?

Tre geni, due domande e una provocazione

I tre geni in questione sono Richard P. Feynman (1918-1988), vincitore del Premio Nobel per la fisica nel 1965; Robert K. Merton, sicuramente tra i grandi della sociologia di ogni tempo; Peter B. Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960.

La prima domanda è: cosa li tiene assieme in questo contesto?
Il fatto che il primo abbia ricordato (prolusione in occasione del conferimento del Premio Nobel, su Science, n° 153, 12 agosto 1966, pp. 699 – 708) che “abbiamo l’abitudine, quando scriviamo gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche, di rendere il lavoro quanto più rifinito possibile, di nascondere tutte le tracce, [… di non dire …] come la prima idea che si era avuta era sbagliata [… cosicché finiamo col perdere di vista …] quello che si è fatto veramente per arrivare a quei risultati”; che il secondo abbia fermato a più riprese la propria attenzione (Teoria e struttura sociale, Il Mulino, pag. 13) sullo “scoglio costituito dalla differenza che esiste tra la versione finita del lavoro scientifico così come si presenta nelle pubblicazioni e il corso dell’indagine realmente seguito dal ricercatore”; che il terzo abbia scelto provocatoriamente, era l’anno di grazia 1963, di intitolare una sua conferenza alla televisione inglese “Il saggio scientifico è un inganno?”.

La seconda domanda è: perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché la storia della scienza ci dice che genio, caso e organizzazione sono tre fattori fondamentali per il buon esito della ricerca scientifica. E perché gli articoli, i saggi, le monografie che tralasciano di dare conto di intuizioni, false partenze, errori, conclusioni approssimative, risultati accidentali che caratterizzano il lavoro di ricerca finiscono con l’essere di impedimento al progresso scientifico.

La provocazione viene purtroppo da sé: per quali vie le patrie “università fabbriche di crediti” e “strutture di ricerca a finanziamenti limitati” potranno farsi incubatori di genialità, collaborazione, interazione, qualità, capacità, sviluppo?

Chi c’è, se c’è, batta un colpo.

La mobilità delle menti fa bene al sapere, lo spreco e la dispersione no

È bene non fare confusione. Evitare di finire come Massimo Troisi che, in Ricomincio da tre, deve arrendersi al luogo comune che vuole che un napoletano non possa viaggiare ma soltanto emigrare.
Cosa intendiamo dire? Che la fuga di cervelli (brain drain) è solo una parte del fenomeno dei “cervelli che si spostano”, che comprende anche lo scambio di cervelli (brain exchange), la circolazione di cervelli (brain circulation) e lo spreco di cervelli (brain waste).
Di cosa si tratta? Secondo l’Ocse (1997) il primo definisce il flusso complessivamente equilibrato di risorse ad alta qualificazione tra due paesi; la seconda il flusso di risorse con le stesse caratteristiche che scelgono altri paesi per completare e perfezionare gli studi, fare le prime esperienze lavorative e poi tornare a casa per mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite; il terzo il flusso di risorse ad alta qualificazione che, nell’ambito di uno o più paesi, si sposta verso impieghi diversi rispetto a quelli per i quali sono stati formati.
Il messaggio nella bottiglia potrebbe essere il seguente: il fatto che di notte tutti i gatti sembrano grigi non vuol dire che lo siano. Come dimostra il fatto che la circolazione e lo scambio di cervelli fanno solo bene alla salute. Dei cervelli, dei paesi dai quali provengono e di quelli che li ospitano. La fuga e lo spreco decisamente no.

Giampiero Assumma: ritratto di un fotografo

La fotografia è sempre un incontro con l’imprevisto. Quello che dà senso all’immagine che ti porti dentro. Che ti fa chiudere gli occhi. E scattare.
Giampiero Assumma è stato a lungo un ircocervo. Metà laureato e metà artista. Il lavoro di odontoiatra che gli permetteva di comprare rullini e attrezzature, viaggiare, conservare una certa indipendenza nella scelta di temi e soggetti. Tre anni fa la scelta. Alle spalle Napoli, la professione, la sicurezza economica, le vite parallele. Davanti a sé Parigi. E la fotografia.

La deindustrializzazione di Bagnoli, i viaggi della speranza a Lourdes, le feste religiose siciliane, il mondo dei bodybuilders, la caccia al pescespada, la condizione (dis)umana negli ospedali psichiatrici giudiziari italiani, le collaborazioni come fotografo di scena (per “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio ha vinto il premio Cliciak Ciak d’oro – ritratto d’autore 2007) sono alcune tappe della sua ricerca intorno alle relazioni tra gli uomini e il territorio, la religione, la follia.

Se gli chiedi quando e perché è cominciato, ti risponde che il ricordo è sbiadito. Ti racconta della madre “costretta” a girare per casa tenendolo in braccio per fargli vedere e rivedere i quadri che amava. Della scomparsa prematura del padre. Dei tramonti di settembre. Del paesaggio che lentamente si rivestiva della nostalgia della perdita. Della ricerca di risposte per lui troppo grandi. Della voglia di fissare momenti di cui forse un giorno avrebbe colto il significato.
La fotografia – ti dice – permette di chiudere un cerchio magico, di recuperare un senso alle cose, di annullarsi nella scena che si presenta allo sguardo.

Se gli chiedi cosa lo ha portato da Napoli a Parigi ti risponde che considera Napoli e il Sud un luogo “visivamente” assai formativo. Che non c’è però chi organizza la fase di “postproduzione”. Che il lavoro artistico deve fare i conti con percorsi sempre troppo lunghi, tortuosi, devianti. Che in Italia la cultura non ha ancora il posto che merita.
Sarebbe stato sbagliato ritardare ancora – conclude -. Nel mondo là fuori ci sono tante cose che vale la pena raccontare.

Genio e caso: i motori del sapere

Ricomincio da tre
Piero Carninci, Antonio Esposito, Andrea Lagomarsini: chi sono costoro?
Se avete letto le loro storie su queste pagine nei mesi scorsi lo sapete già.
Perché dunque torniamo a parlarne?
Perché questo mese proviamo a tornare alla fonte. Al concetto di Serendipity. Alla possibilità che l’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico fornisca l’occasione per sviluppare nuove teorie e paradigmi (Merton R.K., 2002).

Perché raccontare di serendipity?
Perché pensiamo che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi favorevoli possa essere un acceleratore di opportunità in tutti quei contesti – città, università, imprese, territori, ecc. – che hanno deciso di puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, conquistare nuovi spazi sociali e/o di mercato. E perché siamo convinti che essa possa rappresentare un antidoto utile al declino del “sistema Italia”. Alla mancanza di futuro per i più giovani.

L’idea è che “per genio e per caso” si possa crescere di più. Sfruttare meglio le opportunità. Affermare buone pratiche. Attrarre invece che perdere cervelli. Essere capaci di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Utilizzare 
al meglio i fattori, gli elementi, i dati disponibili.

Lo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi, l’attivazione e lo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso” richiedono intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, voglia di essere parte della rete dei nodi connessi di elaborazione e di diffusione dei saperi, dunque capitale immateriale, capitale intelligenza.

Qui a Serendipity ad essere protagoniste sono perciò le storie di persone che con le loro teste e le loro mani riescono a generare la realtà che interpretano. A pensare la realtà come un processo continuo di costruzione di senso. A dare significato alle situazioni che esse stesse hanno istituito e nelle quali si trovano calate.

Lo scopo? Diffondere buone idee, esperienze di qualità, casi di successo. E magari contribuire a dare senso alla voglia di provarci ancora. Qui. Ora.

In difesa della parola

S come Significato
Le parole sono importanti.
Riconoscere la loro importanza vuol dire in molti modi riconoscere l’importanza del rapporto che esse hanno con i significati e gli ambiti specifici ai quali si riferiscono.
Ludwig Wittgenstein, nelle prime pagine delle sue Ricerche Filosofiche, scrive che “le parole del linguaggio denominano oggetti, le proposizioni sono connessioni di tali denominazioni. In quest’immagine del linguaggio troviamo le radici dell’idea: ogni parola ha un significato. Questo significato è associato alla parola. È l’oggetto per il quale la parola sta”.
Senza le parole e i loro significati, senza il linguaggio, la realtà, questo imprevedibile e affascinante miscuglio di cose, fatti, ragioni, passioni, sentimenti, sarebbe per noi inaccessibile dato che non sapremmo come comunicarla e dunque come condividerla.

T come Terrore
Le parole vanno usate in maniera appropriata.
Come dice Michele, uno dei tanti straordinari personaggi partoriti dal genio di Eduardo De Filippo: “C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare? Parliamo co’ ’e parole juste ca si no m’imbroglio” (Ditegli sempre di sì, in Cantata dei giorni dispari, Einaudi).
Usare le parole giuste è importante sempre. Certe volte lo è di più. Come ad esempio quando la parola in questione è terrore.
L’evento dell’11 settembre 2001, il crollo delle Twin Towers, l’attacco al cuore degli Stati Uniti d’America ha dimostrato non solo che non esiste più posto su questa terra che possa dirsi completamente sicuro ma anche che il terrore rappresenta un elemento costitutivo dei processi di globalizzazione così come si stanno storicamente configurando, il lato oscuro della sua stessa forza.

I come Incombente
Jacques Derrida (in Giovanna Borradori, Filosofia del terrore, Laterza) ha affermato a questo proposito che l’evento terroristico è tale non solo in quanto accade. Ma perché è senza precedenti (unprecedented). Ci sorprende. Sospende la nostra capacità di comprendere. Incombe sul futuro con il suo carico di tragedia e di morte. Lascia aperta la ferita sull’avvenire. Non si sa cos’è, non la si sa descrivere, identificare e nominare. È l’impossibile che esiste.
E’ la funesta profezia di Osama Bin Laden che si avvera: non potremo mai più dormire sonni tranquilli.
È questo ciò che rende differente il terrore come paura organizzata, provocata, strumentalizzata, dalla paura che tutta una tradizione, da Hobbes a Schmitt sino a Benjamin, considera la condizione stessa del politico e dello stato. È questo che ci fa sentire perennemente “come d’autunno sugli alberi le foglie” [Giuseppe Ungaretti, Mondadori].

C come Comprendere
Più l’evento terroristico è grave, più inibisce la nostra capacità di comprendere, determina atteggiamenti di censura, rafforza le proprie difese immunitarie.
Facciamo un esempio?
Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se dopo gli efferati, farneticanti assassinii di Tarantelli, di D’Antona, di Biagi, un qualunque quotidiano avesse pubblicato un’intervista a un leader politico o sindacale dal titolo “Bisogna comprendere ciò che è accaduto”.
Si può dire che ci sarebbe stato un terremoto politico? Che il leader in questione sarebbe stato esposto a un vero e proprio linciaggio mediatico e con tutta probabilità indicato come il mandante morale degli assassini?
A nostro avviso sta qui l’aspetto nodale della questione.
Il fatto che si dimentichi, o si faccia finta di dimenticare, che comprendere non significa giustificare, che si può condannare in-con-di-zio-na-ta-men-te un fatto o un evento senza per questo rinunciare a capire le ragioni e le condizioni che lo hanno reso possibile, testimonia di un modo insopportabile di pensare e vivere il confronto politico. È la maniera non solo più sbagliata ma anche più inefficace di affrontare la questione. È, questo sì, moralmente inaccettabile.

A come Anomia
E se le radici dell’apatia, dell’anomia, dell’autismo sociale, della violenza si annidassero piuttosto nell’omologazione? Nell’appiattimento della complessa, articolata, ricchezza del ragionamento politico sul semplificatorio, assertivo, messaggio della comunicazione promozionale? Nella scarsità di luoghi dove credibilmente partecipare alla costruzione del discorso pubblico? Nella disabitudine a farsi carico di punti di vista alternativi o semplicemente diversi?
Così sembra pensarla ad esempio Cass Sunstein, professore di Jurisprudence alla Law School dell’Università di Chicago, che a questo proposito mette in guardia dal “grande rischio che una discussione condotta fra soggetti che la pensano allo stesso modo possa alimentare una sicurezza eccessiva, estremismo, disprezzo per gli altri, e a tratti anche violenza” (Repubblic.com, Il Mulino).

D come Diversità
La nostra è in definitiva una tesi a favore dell’abbondanza, della diversità, della pluralità delle parole e delle idee. Del fatto che le libertà di ciascuno, la capacità di ascoltare, di dare valore a tesi, argomenti, punti di vista anche radicalmente divergenti dai propri, sono strettamente associate alla possibilità di essere esposti a idee, valori, questioni, opinioni diverse, non prevedibili né preordinate.
È utile ribadirlo ancora: nell’ambito dello spazio pubblico non possiamo limitarci a consumare. Se in quanto consumatori siamo orientati ad escludere dal nostro orizzonte ciò che non ci interessa in quanto cittadini la diversità ci è semplicemente indispensabile.
Rinunciare a parlare, e a pensare, non è insomma in nessun caso una buona opzione. Si può difendere stre-nua-men-te il diritto di Pietro Ichino e di chiunque altro di non vedere minimamente minacciata la propria libertà di scrivere o sostenere qualunque opinione e allo stesso tempo non rinunciare alla libertà di dichiarare il più totale disaccordo con le sue idee.
Naturalmente si può discutere usando i toni giusti. Senza demonizzare nè le persone né le loro idee. Meglio, mostrando rispetto per le une e per le altre. Ma questa è un’altra storia. Con un altro titolo: Buona educazione.

Le api, l’informatica e la lingua dei sogni

“Avevo 5 anni, andavo in montagna con i miei, gridai: mamma, guarda, ci sono gli apai con le api dentro. Venti anni dopo è nata Apai (www.apai.biz)”.

Andrea Lagomarsini ha 30 anni. È ingegnere informatico. Disegna architetture software. Progetta sistemi avanzati di sicurezza.

“L’informatica è una magia che ti prende dalla tenera età e ti permette di usare i linguaggi dei sogni. Io ho cominciato a nove anni. Un pò dopo ho fatto dei tasti del PC una tastiera musicale. Oggi mi occupo di cose più strutturate e complesse ma la passione resta la stessa”.

La tua scommessa?
“Usare il linguaggio di programmazione per scrivere un codice applicativo in grado di vivere indipendentemente da me (Agenti in grado di interagire spontaneamente e di mutare il loro stato a fronte di tali interazioni) sul modello del framework (intelaiatura intorno alla quale viene progettato un software nda) Jini (tecnologia informatica che permette ad esempio di usare il cellulare o il computer per gestire frigorifero, forno, ecc. nda) realizzato da Sun”.

Quindi?
“Decisi di disegnare il mio primo progetto di vita elettronica indipendente. Una tesi scoperta per caso mi indirizzò sulla domotica (scienza che si occupa delle applicazioni dell’informatica e dell’elettronica all’abitazione nda). Insieme a 5 studenti architettai la mia Agenzia. Sembrava Alice nel paese delle meraviglie: pensare una cosa voleva dire realizzarla”.

Grande soddisfazione.
“Certo. Ma occorreva passare alle applicazioni concrete, cercare il braccio che mancava alla mente.
Non fu semplice. Molte delle tecnologie erano troppo costose. Finché non scoprii che alla Bticino c’era chi da anni si adoperava per realizzare un sistema domotico a costi abbordabili e di semplice fruizione.
Decidemmo di realizzare, a nostre spese, il primo impianto domotico Bticino Myhome (l’offerta di automazione domestica di Bticino) della nostra zona”.

E poi?
“Grazie a tanto lavoro e alla collaborazione con l’Università di Pisa e con il team di Bticino MyHome l’universo di Apai è molto cresciuto e oggi parla, vede, ragiona tramite motori inferenziali e reti neurali”.

Voglio una vita contaminata

“Era il 1994 quando al CNR di Napoli mi proposero di lavorare per un anno in Giappone. Confesso che sulle prime mi spaventai. Assai poco convinto, chiesi di limitare il viaggio a 6 mesi. Mi dissero di sì. Alla ETL di Tsukuba sono rimasto 5 anni, per 2 anni ho insegnato alla Technical University di Monaco, poi l’approdo a Ginevra, dove oggi vivo e lavoro”.

Antonio Esposito, ingegnere fisico, 43 anni, una vita da ricercatore – scienziato – imprenditore, è lì che aspetta la domanda ineluttabile: perché uno che se ne va di malavoglia dalla propria città poi non ci torna più?

“Perché conosce nuove persone e contesti; osserva storie, culture, punti di vista diversi; scopre che tutto questo gli piace; si cala nel nuovo contesto, si fa contaminare da esso e lo contamina a propria volta. E perché si ritrova catapultato in una sorta di disneyland – paradiso della ricerca a fronte di una realtà, quella del CNR, dove anche le razioni di carta e penna erano un problema”.

Non ti sembra di esagerare?
“Purtroppo no. Dieci giorni di lavoro a Tsukuba erano equivalenti a sei mesi a Napoli. Lì ho potuto ‘giocare’ con gli strumenti e i macchinari giusti, fare ricerca, sperimentare, con modalità che per quantità di risorse e qualità di risultati erano impensabili in Italia”.

Ad esempio?
“Lavoravo sui superconduttori con l’obiettivo di realizzare dispositivi ad altissima velocità, 800 GHz, mille volte più veloce di quelli in uso e mi sono accorto di aver fabbricato il film-sottile più piatto del mondo (dello spessore degli Angstrom, unità di misura che si usa al livello atomico) con una superficie regolarissima, fatta di pochi strati atomici. Insomma cercavo un dispositivo e ho trovato un nuovo materiale”.

Che serve a…?
“A tantissime cose: costruire computer davvero superveloci, rendere lo sportello della tua auto perfettamente liscio e regolare, evitare la dispersione elettrica, ecc.”

Il tuo messaggio nella bottiglia?
“La voglia di contaminare e di essere contaminato.
La micro azienda di sviluppo di alta tecnologia che ho avviato a Napoli, la INCEPT, è in fondo un modo per riportare questa esperienza di contaminazione nella mia città”.

L’ape e l’uomo: così lontani, così vicini

“L’importante è non restare abbarbicati alle proprie ipotesi, guardare a ciò che accade fuori, fare caso al messaggio nascosto”. È Piero Carninci, coordinatore scientifico del FANTOM International Consortium, il primo ospite di questa rubrica che racconterà di uomini, idee, innovazioni che hanno a che fare con la serendipity, definita da Merton come l’osservazione di un dato “imprevisto, anomalo, strategico”, che permette di sviluppare una nuova teoria o ampliarne una già esistente.
La cosa interessante è che in ambienti ricchi di interazioni socio – cognitive è più probabile che il caso favorisca nuove scoperte, come dimostra il lavoro del team internazionale di scienziati guidato da George M. Weinstock e Gene E. Robinson che ha recentemente sequenziato il genoma dell’ape.
A Carninci, che ha contribuito a identificare dove sono i geni, abbiamo chiesto di spiegarci l’importanza di tale ricerca: “L’ape ha un comportamento sociale veramente unico per complessità, nonostante abbia solo una milionesima parte dei neuroni presenti nel cervello umano. E poi è il maggiore impollinatore esistente e ha un forte impatto economico sull’agricoltura mondiale”.
Dopo gli umani, la medusa siphonophores e le formiche, gli esseri con più abilità sociale pare siano proprio le api.
“Si tratta di un fenomeno unico negli insetti ma comune nei vertebrati. Sembra che la trascrizione degli RNA dell’ape sia regolata da modifiche del DNA (aggiunta di un gruppo metile alla citosina, quando questa è seguita da una guanina), caratteristica questa di animali molto più “evoluti”. Tutto questo potrà aiutarci a capire i geni del comportamento sociale nell’uomo”.
Sequenziare il genoma dell’ape era dunque una priorità.
“È di più. È un lascito alle generazioni future, non solo per gli studi applicati, ma anche per la ricerca pura, dato che studiare gli insetti è importantissimo per capire i meccanismi molecolari dello sviluppo embriologico”.
Buona serendipity.

L’accordo su Alenia è il massimo possibile

Credo si debba provare, in una vicenda complicata come quella dell’Alenia, ad evitare di incrementare il tasso di confusione già di per sè molto elevato. Credo si debba fare nel modo più banale ed efficace che esiste, ragionando, senza pretesa di dire “la” verità, ma provando ad argomentare il proprio punto di vista sul merito dell’accordo e sul modo in cui si debba andare avanti. Per quanto attiene ai contenuti dell’accordo, va ribadito che nessuno ha mai pensato di cantare vittoria, né di fare ovazioni. Oltre alle convinzioni personali, di merito, lo impedisce il fatto che quando si firma un accordo che prevede comunque tagli all’occupazione , un dirigente sindacale, del Sud in primo luogo, nn ha nessun motivo di fare festa. Non a caso, nel comunicato ultimo della segreteria generale della CGIL Campania si parla di “punto di maggiore equilibrio possibile per le attività produttive dell’area napoletana”. Altra cosa è dare un giudizio complessivamente positivo sui risultati che anche e soprattutto grazie alle lotte dei lavoratori è stato possibile conseguire. Questo giudizio lo riconfermo, così come riconfermo che a un certo punto della lotta sarebbe stato più utile, per i lavoratori innanzitutto, passare a forme di inizativa articolata. Io credo che l’accordo, con le ulteriori modifiche conquistate, tuteli in maniera soddisfacente la dignità dei lavoratori che lasceranno l’attività produttiva, consenta una gestione sindacale decentrata che potrà permettere, se usata fino in fondo, di limitare al massimo i danni dell’attuale fase di crisi, mantenga aperta la possibilità di condurre fino in fondo la battaglia, dagli esiti non certi, sul futuro degli stabilimenti campani.
Certo, non sarà un lavoro facile, ma ora è questo il punto sul quale ragionare. In tali situazioni, che per loro natura sono destinate ad avere una notevole incidenza sul futuro industriale e sindacale dell’intera regione, non è mai troppo tardi per tornare a discutere, ad esempio, del ruolo avuto dall’azienda (o dalle aziende?), in questa vicenda e di uno scontro all’interno del management su quello che dovrà essere il futuro assetto strategico del gruppo. Su questo terreno non possiamo permetterci di fare regali a nessuno. L’accordo rappresenta uno strumento utile e necessario per evitare che faccia festa chi progetta di risolvere i problemi del gruppo chiudendo uno stabilimento. Magari quello di Pomigliano.