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Ciuccio ’e fuoco

enakapata3Me lo disse papà che ero ancora bambino. La chiamavano «Ciuccio ’e fuoco» per quella sua innata tendenza ad attaccar briga, per quel suo carattere ribelle, per quello che una donna poteva ribellarsi ai suoi tempi. Io però la ricordo soprattutto per il suo affetto. Per l’uovo di papera a zabaione con “una” goccia di marsala che mi preparava quando passavo per casa sua prima di andare a scuola alla Masseria Cardone, (sarà stato l’uovo, lo zucchero o il marsala a “gocce”, ma i miei professori delle medie si sono ricordati per un pezzo della mia, chiamiamola così, “vivacità”). O per la visita del 5 aprile, giorno di san Vincenzo, quando affrontava un viaggio a piedi di quasi 3 km, lei sempre più anziana e claudicante, io sempre più vicino al traguardo dei 18 anni, per portarmi in regalo un pacco di biscotti, perché il “Santo va rispettato” e perché, come quasi tutti i miei coetanei primogeniti, portavo il nome del nonno.
Era famosa anche per i suoi modi di dire, quelli ufficiali, come «’e sfuttute vann ’mParavìso», e quelli fatti in casa, come «’e figlie quanno se fanno gross addeventano parient laschi» o, rivolto a Davide, figlio di mio fratello Gaetano, che non vedeva da tempo «ah, tu sì nù Moretti, bravo, crescete e moltiplicatevi».
Un esempio puro di comicità il «Pascà, mò è murì solo tu» con il quale abbracciò piangendo mio padre il giorno della morte dell’amata sorella Maria, che le valse il gesto prosaicamente scaramantico di papà e il secondo e definitivo soprannome di  «Highlander» (ne resterà una sola). Per non parlare delle visite domenicali al cimitero con regolare sediolina pieghevole nel corso delle quali prendeva in giro fino all’irrisione e oltre il marito morto che l’aveva tormentata per una vita intera.
Lei era fatta così. Prendere o lasciare. C’è che nella mia vita è stata una persona importante. E mi piace ricordarla qui.

p.s.
Se avete letto il libro lo sapete già, lei è, era, Zia Concetta.

Opere che parlano di hikikomori (from Wikipedia)

enakapata3Hikikomori (film).
Rozen Maiden
(manga e anime). Il protagonista viene presentato inizialmente come un hikikomori.
Welcome to the NHK
(romanzo, manga e anime): non solo il protagonista è un hikikomori, ma la storia è esplicitamente dedicata a presentare il fenomeno sociale in questione.
Yamato Nadeshiko Shichi Henge
(manga e anime). La protagonista, Sunako Nakahara, vive inizialmente come un’autoreclusa (hikikomori). Inoltre è un’appassionata di cinema horror.
Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione
libro scritto da Carla Ricci, antropologa che vive a Tokyo. Nel libro si analizza il fenomeno Hikikomori nelle sue varie sfacettature. La chiave di lettura fa emergere che non si tratta di un problema solo personale ma Hikikomori porta alla luce le contraddizioni e i lati oscuri di ogni società.

FONTE: WIKIPEDIA

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Hikikomori

enakapata3Conosci l’hikikomori? È un termine  giapponese usato anche in prsicologia, che indica il progressivo rifiuto della società e chiusura in se stessi di bambini, adolescenti e adulti. Un fenomeno molto diffuso in Giappone, ma che sembra stia dilagando nelle società più moderne. Sto leggendo un articolo a riguardo su una rivista giapponese e, anche se non c’entra con la serendipity, ho pensato comunque di segnalartelo. C’è un riferimento anche su wikipedia.

È stata Alessia Cerantola, nella bella mail che mi ha mandato con la recensione  del libro che ho pubblicato l’altro giorno, a segnalarmi questo fenomeno che conoscevo nella versione fatta in casa (in senso letterale della casa di amici e parenti stretti) ma non conoscevo con questo nome e devo dire che (a me) le percentuali di cui si parla su Wikipedia (20%) fanno paura.
Se fossi Dylan Dog direi che la segnalazione di Alessia ha messo  in moto il mio 5 senso e mezzo. Vedremo se ne viene fuori qualcosa. Per intanto potrebbe essere l’occasione per una discussione tra i lettori di Enakapata.
Se ci siete, provate a scrivere un commento, un’opinione, una considerazione.
Buona partecipazione.

Combattente, Grazioli

enakapata3Ettore Combattente: Diversamente da Alessio Strazzullo che ha scritto una bella recensione del libro dei Moretti, dico che la mia amicizia con Enzo c’entra e c’entra direttamente in quel che penso del libro. Sono amico e rifletto per questo sull’amicizia, un libro nato su un’amicizia in tempo di  globalità; un’amicizia che si evolve in  rapporti fraterni, leali, disinteressati, che vanno oltre il comune interesse intellettuale.
E’ questa  una capacità umana di Enzo, io che l’ho incontrato per contingenze politiche e ci siamo conosciuti come amici e compagni, lo testimonio con “interesse”. Mi diceva che suo padre soleva dirgli “fattell’ cu’ chi è meglio e’ te’ e fance’ e’ spese”. “Meglio” in senso metaforico, come  sapere, cultura, professionalità. Infatti come si può diventare amico di uno scienziato bio – fisico italiano emigrato in Giappone, per l’attrazione  del valore del merito che vige in in quel paese, alla distanza di migliaia di chilometri attraverso la posta elettronica? Per un cultore di scienze sociali con una  lunga esperienza nel mondo sindacale? Ed entrare in una comunità intellettuale attraverso  l’intelligenza dell’epistemologia? Enzo Moretti ci è riuscito. Ed ha scritto  un libro su quest’ amicizia e insieme a  Luca di tante altre nate da un viaggio in quel paese.
Enakapata  ha aperto a lui e a noi un mondo  lontano dalle nostre  frequentazioni giornaliere  dalla spasmodica  tensione  ad avere ragione, direbbe l’appassionato di Totò , a “prescindere”.

Daniela Grazioli: Mi son presa ‘na kapata: letto con interesse, stupita e divertita per l’alternanza delle due penne  (attualizzate in computer) ed intrigata dall’oscillazione tra serio e faceto. L’ho già consigliato a Simone ed amici. Grazie.

La stesura della foglia oro

enakapata3Ieri sera l’ho vista. Ho visto come si fa. E vi assicuro che è  stata un’emozione grande. Se state pensando che per me è  facile  dato che con le mani non so fare (quasi) nulla vi sbagliate. Non sul fatto che con le mani non so fare (quasi) nulla, of course. Sull’emozione. Sarebbe capitato anche a voi. Persino il grande Sennett, se trovo il modo di farglielo sapere, per una volta mi invidierà.
Dite che è il caso che vi sveli di cosa sto parlando? Della stesura della foglia oro. Se avete letto il libro sapete già che  il mio amico Beppe Del Vecchio,  restauratore, musicista, saggio e tanto altro ancora, me ne aveva parlato per la prima volta via Skype mentre ero al Riken di Tokyo, quando mi aveva raccontato dei due anni che gli ci erano voluti per capire, imparare, fare, tra gesso per doratura, colla di coniglio, bolo armeno, pennelli di vaio e martora, tentativi andati a vuoto. Prima del successo finale.
Il racconto mi era piaciuto molto. Ma sentire è una cosa, vedere un’altra. Adesso potrei persino chiedermi, con Weick,  “come facevo a sapere che cosa pensavo se prima non vedevo che cosa ha fatto (Beppe)”.
Erano più o meno le 7 p.m. quando sono passato per un finto rapido saluto alla sua bottega.
Mi vede arrivare e mi dice entra che sto facendo una cosa che ti piacerà. Provo a dirgli che sono passato per un rapido saluto. Mi ridice entra che ti piacerà.
Sul banco da una parte la cornice. Dall’altra la foglia oro, che in realtà non è una foglia ma una lamina d’oro sottolissima, delicata eppure docile in quelle sue mani che la misurano, la tagliano, la catturano con il pennello di vaio passato più volte sulla tempia per elettrizzarlo, l’adagiano sulla preziosa cornice, la fanno aderire  perfettamente su quel piccolo spazio accuratamente lavorato con il bolo armeno, la accarezzano quasi fino a che ogni singolo atomo si sposa con quello vicino, un pò più vecchio, che qualcuno aveva messo lì negli ultimi anni dell’800.
Ebbene sì, lo confesso. Resto stupito. Ammirato. Se ne acocrge. Tu lo fai con e parole, mi dice, io con la foglia oro. Non ci casco. Gli chiedo qual’è il segreto.
Il segreto non c’è, risponde. O, meglio, aggiunge, il segreto sta nella preparazione. Ma in realtà qualunque cosa si fa nella vita dipende dalla preparazione. La preparazione è fondamentale. Sempre.
Sorride. E’ come quando decidi di conquistare la donna che ti fa uscire pazzo, mi fa, quella per la quale saresti disposto a tutto. In realtà dipende tutto da come la corteggi,  cioè dalla preparazione. Se sbagli lì, non hai speranza, la perdi. Ed è anche giusto così.

Un piccolo conflitto d’interessi

enakapata3La pubblicazione della recensione di Alessio Strazzulo su Qlibri mi ha riportato alla mente una cosa che mi colpì allora al punto che ne parlai la sera della presentazione del libro a Napoli (potrei giurare, dirò soltanto che c’erano più di 100 testimoni).
Di che cosa si tratta? Della frase con la quale Alessio apre la  sua recensione “Premesso il piccolo conflitto d’interessi che mi lega ai due autori …”.
Non vi svelo la natura del conflitto, che potete naturalmente leggere su Qlibri, ma ritorno su quella che a me appariva allora, e ancora di più appare adesso, come una piccola grande possibilità di cambiamento, di speranza, di futuro: Alessio che prima di scrivere le sue impressioni su Enakapata, avverte la necessità di dire a chi legge “guardate che io sono amico di Luca e di Vincenzo, e questo da un certo punto di vista mi rende meno distaccato e dunque meno credibile”.
Esagerato? Forse si. In fondo questo di Enakapata è prima di tutto un gioco. Forse no. In fondo il nostro Paese sta scrivendo il suo declino a forza di conflitti d’interesse.
Come dicevano gli antichi? La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Forse possiamo riderci su, oggi che tra Cesare e le sue amanti è tutto un sospetto. Forse possiamo pensarci su. E magari fare qualcosa affinchè siano quelli come Alessio la classe dirigente del futuro prossimo venturo.

Brand Care Magazine, Penitenti again

enakapata3Brand Care Magazine: Un report sociologico-scientifico in forma di diario, scritto dopo un’esperienza di ricerca a Tokio e presso l’istituto Riken, importante centro giapponese in cui si studiano alcune delle componenti essenziali per la conoscenza del genoma (mRna).
Attraverso una scrittura polifonica, ritmata e orientata alla trasparenza espositiva, Enakapata, sia dal punto di vista espressivo che contenutistico, è l’elogio della serendipity. La polifonia e il ritmo sono resi nel diario non solo attraverso il resoconto alternato padre/figlio di fatti e impressioni, ma anche tramite l’affresco di un immaginario variegato di posti e soprattutto di personaggi: dai coetanei e conterranei di Vincenzo, originario di Secondigliano (degni di nota i “leggendari” Tonino Parola, Salvatore «’O beat», Gennaro «Topolino», Peppe «Testolina»…), a Sergio Cofferati, al premio Nobel per la chimica Ryoji Noyori, intervistato personalmente da Moretti-padre. Giocosa (e al tempo stesso malinconica) napoletanità, rigore professionale, ironia tipica di un figlio-che-accompagna-il-padre in una cultura conosciuta (Luca ha condotto degli studi sulla lingua giapponese): Enakapata è una continua commistione di modi di fare, di vedere, di cercare, di dire.
Un piccolo grande libro che, dato il modo leggero attraverso cui affronta argomenti di grande importanza, non si può non definire, senza retorica, coraggioso. Perché, come insegnano i Moretti, «Chi nun tene curàggio nun se cocca cu ‘e femmene belle».
Leggi l’ntera recensione a pag 75 di Brand Care Magazine.

Monica Penitenti: Letto? Bevuto! Divertente punto di vista partenopeo di parte del mondo nipponico. Interessante viaggio a due nel quale il lettore è condotto dal racconto dei sapori, dell’impegno, della nostalgia del noto e della curiosità per il nuovo: bello davvero!

Te voglio bene assai

enakapata3Concerto dei Sogni. Il sogno di cantare in napoletano per i napoletani di Tadahiko Higashi, famoso architetto di Tokyo, divenuto realtà grazie all’incontro con Rosalba Panachia. Ne ho scritto un pò di giorni fa su NòvaLab Questione di Senso.
Su Nòva100 Della Leggerezza ho raccontato invece di Raffaele Grimaldi, giovane di Siano (SA) finito a Parigi e poi a Tokyo grazie alla musica e alla sua bravura, che l’ha portato ad essere l’unico europeo selezionato tra i 5 finalisti del Toru Takemitsu Award 2009.
Oggi ho parlato di nuovo di Napoli su NòvaLab Questione di Senso, purtroppo ancora delle sue storie di ordinaria maleducazione.
Fromm ha scritto che il problema non è essere egoisti, ma non amare abbastanza se stessi. Noi quando impareremo ad amare noi stessi e la nostra città?

Manfredi-Gigliotti, Masera

enakapata3Giovanna Manfredi-Gigliotti: Enakapata ha accompagnato le mie notti di qualche mese fa. Mi ha colpito lo stile semplice ed efficace. Mi piacciono le scritture a quattro mani, perchè offrono una focalizzazione doppia degli eventi.
Non è il solito diari di viaggio, anche se ce ne sono stati di celebri e pregevoli (penso a Goethe o Guicciardini per esempio). Mi sono piaciute persino le citazioni musicali, come “Luci a San Siro”, che io adoro. Penso sia fondamentale riflettere sia sulle scoperte (ed “Enakapata” risulta interessante anche per questo), sia e soprattutto sull’ambiente che le rende possibili. Basti pensare alla “legge di campo”.
Purtroppo non capiamo quanto sia importate premiare e sostenere il merito, quanto sia essenziale la creatività, non solo il nozionismo. Forse, avendo messo tante volte da parte il merito, non riusciamo, nel nostro Bel Paese, neanche ad arrivare al nozionismo. Ma l’amore per la cultura si può trasmettere solo ad opera di chi vive la cultura. Certo “restare” è un grande merito e costa un doppio amore, per ciò che si fa e per il proprio Paese, che riesce ad “umiliare” costantemente chi cerca di rispettare tutte le regole per servirlo e rendergli onore.
Sono d’accordo con Quasimodo quando diceva che una terra è i suoi uomini  e anche che “la poesia deve rifare l’uomo”. Senza spirito non si conquista alcunchè ed il rispetto delle regole, che è la prima forma di rispetto verso la legalità, cioè verso sè e gli altri, non confligge con la creatività.
Molto interessante è anche il discorso sulla “seredipity”, che a mio umile avviso si può riscontrare anche nella più semplice vita quotidiana; io la chiamavo “frecciolina”, “luce”, e ad essa devo le mie scelte più felici.
Ci sono molti spunti di riflessione nel vostro romanzo che vanno oltre il pur pregevole diario, che si fa leggere ben volentieri, e quindi lo rendono fruibilie a molti livelli e su diversi piani di lettura.

Anna Masera: … L’ho finalmente rivisto in occasione del tour per il lancio del suo libro scritto a quattro mani con il figlio musicista Luca, Enakapata (=”È ‘nà capata”, in napoletano, che dalle mie parti si dice “è una figata”, o “è geniale”): un diario-blog di viaggio e lavoro che vede padre e figlio napoletani in Giappone, incontro-scontro di culture diverse, “lost and found in translation” da Secondigliano all’istituto di ricerche genetiche Riken di Tokyo raccontato con intelligenza e ironia…
Leggi l’intero articolo su LaStampa.it

Riken World

enakapata3Chi ha già letto Enakapata lo sa. Tutti gli altri lo sapranno. Il Riken è lo straordinario istituto di ricerca giapponese dove nel marzo 2008 ho cercato di scoprire la pillola rossa in grado di avvicinarmi a quel mondo di meraviglie scientifiche e tecnologiche, di farmi scoprire quanto è profonda la tana dell’innovazione, della buona scienza, del talento. Se vi interessa saperne di più intorno ai risultati del mio lavoro di ricerca potete cliccare qui e scaricare il .pdf, in italiano e in inglese, del rapporto di ricerca. Su Riken Research trovate invece highlight, podcast, frontline. E se non ancora non vi basta cliccate su http://bx.businessweek.com/riken/. Se questioni come la serendipity, il merito, i processi di competizione collaborazione, il rapporto tra talento e organizzazione sono entrate anche una sola volta nelle vostre vite non mancate di farci un salto. Sono convinto che non ve ne pentirete.

Carlossito’s spot

enakapata3Lui si chiama Carlos Gonzalez y Reyero. È mio nipote. Studia a un tecnico alberghiero. Ma se lo cercate adesso lo trovate a Procida,  in missione per conto del lavoro. Un giorno mi ha scritto su Facebook “zio, che ne dici se scrivo qualcosa per fare pubblicità a Enakapata?”. È un piacere, gli ho risposto. Questo che potete leggere di seguito il suo spot. Mi sembra carino. Estivo. Di quelli che si possono ascoltare per radio. Sulla spiaggia. Ma se decidete di farlo non dimenticate di contattarlo. Pare che nella sua vita precedente, quella brasiliana, abbia avuto modo di imparare pratiche Voodoo :->.
Sognate di intraprendere un viaggio meraviglioso, straordinario, avvincente alla scoperta di nuove culture? Non perdetevi Enakapata. È ‘nà capata.
Enakapata è un modo di essere. È un modo di vivere. È il buon ramen preparato da Luca. È la capata data da Vincenzo all’uscita della metropolitana di Ikebukuro.
Avvertenze: Il viaggio di Enakapata può dare assuefazione. Una volta partiti non si riesce a smettere. Sono stati registrati casi di svenimento. Tenere rigorosamente fuori dalla portata dei lettori a bassa pressione.

Aveva ragione papà

enakapata3Passasse l’Angelo e dicésse Amen. Cominciò così. Il giorno che mio padre, Pasquale, se ne tornò trionfante con la sua Fiat 850 verde chiaro nuova di trinca. Fino ad allora l’unica sua concessione al demone del gioco era la schedina. Quella del totocalcio, of course. Al tempo la principale incarnazione del sogno nazionalpopolare di chiudere con la fatica ed i sacrifici ed entrare nel mondo dei ricchi dalla porta secondaria. Di vincere? Non se ne parlava. In tutta la sua vita avrà collezionato due 12, in quelle giornate nelle quali era impossibile non vincere, mettendo assieme una cifra che non bastava neanche per portare fuori a pranzo la famiglia. Ma un sogno è un sogno. E proprio lui non lo poteva certo abbandonare per una vile questione di denaro. Mi pare di sentirlo ancora mentre ci ripete fino allo sfinimento che i soldi sono la cosa più sporca, zozza e lurida che esiste sulla faccia della terra. E di certo sento ancora mia madre che gli grida addosso eh sì, voglio vedere senza soldi come facciamo ad andare avanti.
Papà era incredibile. Gli piaceva il vino? Ed eccolo pronto a rintuzzare gli “inviti” alla moderazione con ‘a carne fa carne, ‘o vino fa sangue e ‘a fatica fa jettà ‘o sangue.  Era un lavoratore instancabile? Ed eccolo pronto a tirare fuori dal cilindro un  guagliù, ‘a fatica s’adda piglià ‘e faccia. Se bestemmiava la Madonna dell’Arco, lui che da giovane era stato fujente, erano dolori seri. Se osavi contraddirlo in qualche sua decisione, ebbene sì, era anche abbastanza ‘nzisto, zittiva tutti con il classico in questa casa non c’è collaborazione.
Quella sera andò così. Lui arriva con la 850, io leggo il numero di targa, 90 60 64,  dico questo sì che sarebbe un bel terno, aggiungo come  morso dalla tarantola Passasse l’Angelo e dicésse Amen. Papà non dice nulla. Ma il sabato successivo  (al tempo l’estrazione del lotto avveniva solo 1 volta a settimana) è in ricevitoria a giocare il terno secco sulla ruota di Napoli. Non succede nulla per circa 3 anni e mezzo. Fino a quando tra i 5 numeri estratti sulla ruota di Napoli non ci sono anche i 3 numeri di papà.  Che però quel sabato, dopo quasi 3 anni e mezzo che non ha perso un colpo, si è scordato di giocare la bolletta.
Voi che avreste fatto? Papà non ha fatto una piega. Guagliù, qui se non si fatica, non si mangia. E’ meglio che ci mettiamo l’anima in pace.
Per me e i miei fratelli è ancora così. In fondo spero sia così anche per i miei figli. Magari con un pò meno lavoro e un pò più soldi. Ma il lavoro è un valore. Aveva ragione papà.

Penitenti, Monini

enakapata3Monica Penitenti: Ho conosciuto VIncenzo, ho visto Luca quando era piccolino una volta, adoravo nonno Moretti e ho goduto della generosa ospitalità della casa di Cellole più d’una volta quando ero poco più che una bimba. Eppure non è stato il ritrovare nel libro quei personaggi, quei luoghi o alcuni dei figuri di Secondigliano che pure incontrai, a farmi amare il vostro libro. Ho amato la tenera ipocondria, carattere di famiglia, il bisogno di un cibo conosciuto, bisogno tale da eleggere il posto “delle ragazze” a casa giapponese, l’approccio al rigore nipponico, l’interesse per la ricerca che insieme ad altre molte cose mi hanno fatto bere le pagine velocemente e lievemente. Ancora l’andamento iniziatico del viaggio di un figlio che ritrova (lo ritrova?) un padre dalle molteplici apprensioni di padre partenopeo fino al midollo…
Enakapata mi ha divertito, interessato e ispirato. Grazie per aver fatto di quel viaggio a due, un viaggio per molti di noi. Il fascino e le contraddizioni del Giappone, partendo dal citato libro di Fosco Maraini, arrivando ai classici di Tanizaki, per approdare all’estrema Yoshimoto, passando per Murakami esercitano su di me suggestioni durature. Il punto di vista partenopeo del mondo nipponico mi mancava: resterà con me altrettanto a lungo.

Barbara Monini: Caro Luca, sono Barbara (Waschimps in realtà), cara amica di Carmine Rubino e Rita Palena.
Quando vi hanno incontrati a Bologna mi hanno riportato questa meraviglia, con tanto di dedica … e mi si è appicciato il cervello. Lo hanno fatto apposta, perchè mi occupo da anni di Giappone, è una passione di vita e di lavoro. Sono molte le cose che vorrei dirvi, ma non credo che basterebbe postarle sul blog … faccio prima ad annotare il libro ad ogni pagina.
Ma soprattutto questo progetto può e deve continuare, ed ampliarsi, e sarei molto felice di potervi essere utile.
Ti aggiungo che sono di Napoli e in partenza a luglio di nuovo per Tokyo dove inauguriamo una mostra stupenda all’Istituto di Cultura. Fatemi sapere voi in quale modo eterico o spaziotemporale possiamo entrare in contatto.
Un abbraccio forte, Barbara.

Totonno 3P

enakapata3Al tempo di Secondigliano Totonno 3P aveva più o meno la mia età, era alto più o meno quanto me, era un poco più grosso e molto più forte di me, forse aveva fatto le elementari e forse no mentre io occupavo il mio primo istituto tecnico e litigavo con mio padre perchè bisognava fare i turni anche di notte e secondo lui non si poteva (e infatti non si poteva; oggi direi che ero un occupante su 2 turni per 7 giorni, mattina e pomeriggio only).
Totonno stava naturalmente per Antonio formato omm furnuto (uomo finito nel senso di adulto, mentre anche un bambino si poteva chiamare Antonio) e 3P non era la versione abarth della folle apologia della P2, che al tempo nemmeno esisteva, ma un chiaro  riferimento a una supposta prorompente potenza virile che rappresentava il fiore all’occhielo del suo, diciamo così, curriculum vitae.
Di Totonno 3P non ricordo “imprese” particolarmente memorabili né come magliaro, né, per fortuna, come camorrista: lui era così, forte, fisico, una sorta di antenato dell’uomo che non deve chiedere mai, soddisfatto della sua forza, innamorato della sua mascolinità, hidalgo con qualche  macchia e nessuna paura.
A Secondigliano tutti avevamo un soprannome. Io e i miei amici eravamo i poppisti (perché seguivamo la musica pop) o i comunisti (il perchè è facile da intuire) e a Totonno 3P  quando mi incontrava piaceva molto tessere le lodi di uno dei suoi eroi preferiti: Ce Gaetano. Il rivoluzionario con la barba, quello amico del cubano, quello disegnato sulle magliette, si proprio lui, Ce Gaetano. Avevi voglia di ripetergli Che Guevara. Non c’era verso. Ce Gaetano era e Ce gaetano restava. Anche quando era di cattivo umore e mi diceva che io non ero un vero rivoluzionario (vero), che lui il mitra ce l’aveva (falso), che se volevo lui si sarebbe messo sulle mie spalle e mitra alla mano avremmo fatto una rapina memorabile (impossibile, pesava oltre 100 chili e in due saremmo stati quasi 4 metri, ci avrebbero presi subito), e poi avremmo finanziato la guerriglia (falso, avrebbe perso tutto giocando ‘a stoppa, versione made in naples rigorosamente d’azzardo del gioco del poker).
Perché vi racocnto tutto questo? Perché sono più di 35 anni che non ho notizie di Totonno 3P. E perché oggi mi ha scritto Monica. Che avevo visto un paio di volte un paio di decenni fa.
Monica mi ha rintracciato grazie a Enakapata. E allora perché non sperare? Dite che Totonno 3P non è omm da blog o da Facebook? Mai dire mai. Comunque chiederò a Tonino. Il mio amico del cuore. Di cui vi racconterò un’altra volta. Forse.

Sud, nuje simme d’o Sud

enakapata3Nord batte Sud 3 a 2. Naturalmente mi riferisco al tour di presentazione di Enakapata che ha fatto tappa finora a Napoli, Bologna, Milano, Benevento e Torino. Perché se invece guardiamo alle questioni vere il distacco è molto più netto. Il Nord sempre più solo al comando. Il Sud che domina nelle classifiche della camorra, della mafia e della ndrangheta. Non solo quelle dei morti ammazzati. Ma anche quelle del controllo delle borse e di molti degli imperi finanziari del Nord. Per il resto? Ultimi posti nelle classifiche relative al livello di vivibilità. Veri e falsi disoccupati. Poche opportunità. Scarso senso civico. Meglio non parlare dell’efficacia e dell’efficienza delle istituzioni.
Che fare? Se si escludono gli approcci tipo Arma letale, Terminator, ecc. c’è ancora qualche altra possibilità?

p.s.
Il 21 agosto presentiamo il libro al Bed and Breakfast a casa di Margherita, a Porto Cesareo, e il 17 settembre alla Feltrinelli Libri e Musica di Palermo. Nel pianeta Enakapata il Sud si appresta dunque a fare il sorpasso. Ma purtroppo quello non conta. Purtroppo è solo un gioco.

Ruggiero, Cati, Stazi, De Luca

enakapata3Antonio Jr Ruggiero: Cartoni animati cruenti, pesce crudo da mangiare e il Karate di Bruce Lee (che, tra l’altro, era di origini cinesi): gli stereotipi nostrani sulla terra del sol levante sono più o meno questi; come accade da altre latitudini, quando, pensando a noi italiani, parlano di pizza, spaghetti e mafia e la cosa non ci fa tanto piacere. Il libro “Enakapata – da Secondigliano a Tokio”, scritto a quattro mani dagli autori partenopei Vincenzo e Luca Moretti, racchiude in sé tanti significati, tra questi, anche l’intento di approfondire nel migliore dei modi la conoscenza di una cultura tanto lontana e tanto etichettata dagli occidentali. […]
Leggi su Futura l’intero articolo  di Antonio Jr Ruggiero

Sergio Cati: Enakapata è un libro che si legge con grande piacevolezza e che mi ha ricordato i miei viaggi a Osaka.

Danilo Stazi: Caro Enzo, sono in aereo, riparto per l’India mentre leggo, interessato e onorato, il vostro libro. Ci sentiamo presto.

Valentina De Luca: Ho letto il vostro libro che mi sembra vi somigli molto: è  serio e divertente, fuori dalle righe. Soprattutto interessante la capacità di mettersi a nudo, cosa che nessuno fa più, terrorizzati come siamo dalla possibilità di scoprire il fianco.

La terrazza

enakapata3Le foto della terrazza della mia amica Anna Masera non ci sono più. O, per meglio dire, le foto con Francesco, Luca, Alessia, Giorgio, Cinzia, me e Anna sulla terrazza di Anna non ci sono più. Forse per la vendetta di un tabaccaio. Di certo senza nessuna conseguenza.
La serata è stata bellissima. Di più. Leggera. Ancora di più. Supercalifragilistiserendipitosa. Di quelle che nascono così, per genio e per caso. Di quelle che le vivi così e ne hai un piacere strepitoso.
Non ci credete? Allora state a sentire.
Sulla terrazza di Anna venerdì sera non ci saremmo arrivati senza Giorgio Fontana. Che fino a quella sera Anna la conosceva di nome, ma non di fatto. Li ho presentati io qualche ora prima. Io che Giorgio fino a quella sera lo conoscevo di nome ma non di fatto.
Dite che non è possibile? E che comunque detto così non ci si capisce nulla?
Allora ricomincio da Giorgio. Che è uno dei miei 523 amici sul pianeta Facebook. Che un giorno mi scrive e mi chiede se sono disponibile a presentare Enakapata a Torino. Che mette in moto la macchina che porta me, Luca, Cinzia e Francesco alle Librerie.Coop di Torino venerdì 5 aprile.
Con Anna invece siamo amici sul pianeta Terra da quasi 20 anni. Per un po’ di anni ho anche collaborato con la Stampa.it, il quotidiano online che lei dirige con eccellenti risultati (naturalmente è la “mia” opinione, ma ci tengo a sottolineare che è l’opinione del lettore e non dell’amico). Eppure sono quasi 10 anni che non la vedo (Anna). Sarà questa la volta buona? Pare di si. Anna c’è. Assieme a Giorgio. Al mio amico Sergio Negri, dirigente della Cgil piemontese. E ad Alessia Cerantola, govane studiosa e profonda conoscitrice della lingua, della letturatura e della società giapponese.
Alla presentazione non siamo in tanti. Ma questo già lo sapete. Quello che ancora non sapete è che si discute di lavoro. Di ricerca. Di raccolta della “monnezza”. Di cucina. Di serendipity. Di responsabilità. Di educazione civica. Visti dall’Italia e dal Giappone. Che la discussione a chi c’era è piaciuta molto. Che tra oggi e domani chi ha tempo e voglia potrà scaricarla su queste stesse pagine.
Tra i saluti e due dediche (due di numero, non due per modo di dire ☺) chiedo ad Anna di restare a cena con noi. Dice di sì. Di più. Dice di andare tutti a cena da lei. I magnifici sette. Sulla magnifica terrazza che affaccia sul Po. Mi ricordano abbastanza perspicace già da bambino. Ma alla mia età ci metto davvero poco a capire quando mi fanno una proposta che non si può rifiutare. Aperitivo al bar preferito da Cesare Pavese. Approccio fast da parte di Anna e di Luca, i nostri inviati al supermercato e poi a casa che se vuoi mangiare qualcuno deve pure cucinare. Slow quello del resto della Kapata Session, con fermata intermedia per comprare il gelato (come ogni napoletano che si rispetti, considero disdicevole presentarmi a casa di un amico/a a mani vuote; le sfogliatelle avrebbero fatto un altro effetto, ma anche  il gelato non era male) e passeggiata lungo Po. Poi finalmente a casa. Si, avete letto bene. Non ho scritto a casa di Anna anche se eravamo a casa di Anna. È che io mi sono davvero sentito come a casa mia. E di ciò sono davvero grato alla mia mitica amica.
Considero la cura dell’amicizia una delle caratteristiche più belle del nostro essere “umani”. Di più. Lo so. Ancora di più. Ne ho fatto una scelta di vita. Eppure è sempre bello. Bello come rivedere una persona cara dopo più di 10 anni e sentirti come a casa tua. Bello come condividere uno sguardo o una confidenza. Bello come una serata supercalifragilistiserendipitosa. Bello come la voglia di ritornare ancora.

Don Peppe detto Testolina

enakapata3Io speriamo che me la cavo: è stato l’ultimo esorcismo lanciato via Facebook poco prima della partenza per Torino.
Volete sapere come è andata? Venerdì notte le mie 5 ore le ho dormite benissimo. Il che significa che sono andato a letto contento. In pace. Soddisfatto. Sabato mattina sono rimasto sveglio a letto dalle 5.30 alle 7.20 senza battere ciglio. (Quasi) immobile. Per non svegliare Luca. Il che significa che mi sono svegliato contento. In pace. Soddisfatto. E mentre scrivo in questa declinante domenica di afa e silenzio (il silenzio esiste anche a Napoli, a patto naturalmente di abitare sulle scale) sono contento. In pace. Soddisfatto.
Tutte queste storie per dire che è andato tutto bene, che è venuta un sacco di gente, che si sono vendute tante copie del libro? Niente affatto.
C’erano poco più di 10 persone. Si sono vendute una copia di certo e un’altra forse. Non abbiamo fatto i video. La card memory nuova di zecca si è rivelata difettosa e abbiamo perso tutte le foto a parte le 6-7  (erano sulla card in dotazione con la macchina fotografica) che potete vedere cliccando su Flickr. Mi chiedo se non sia stata la forza del destino. Se non sia stata un’intrepida vendetta. Quarantanni dopo le scorribande torinesi di don Peppe detto Testolina, lui che era capace di raccogliere un sasso da Piazza Vittorio e rivenderlo come Pietra del Vesuvio, un’audace tabaccaio torinese rifila un pacco a chi ha osato raccontare in un libro le beffe perpretate a loro danno.  Ma torniamo al punto. Luca ha fatto un numero dei suoi perchè davanti ad un negozio di cappelli ho osato dire che ne  avrei volentieri comprato uno (chi ha letto il libro lo sa, quando vuole riesce ad essere odioso, nel caso specifico con argomenti tipo “è assurdo anche solo pensare di spendere 130-150 euro per comprare un cappello quando poi non risolvi niente, non avrai mai fascino, non ti  può abbellire, non ti sta bene, ecc.”). L’aereo del ritorno ha fatto 2 ore di ritardo. E a Capodichino abbiamo perso l’autobus per mezzo minuto (accade anche a Napoli che partono in orario; quando tu sei in ritardo).
Ma allora sei scemo, direte voi. Come si dice a Napoli dove la “appoggi” questa tua contentezza e soddisfazione? Come fai a essere in pace con te stesso?
Questione di relazioni. Di rapporti umani. Di connessioni. Che sono la cosa più importante per esseri come noi.
Proprio così. La presentazione di Enakapata a Torino è stata una straordinaria occasione di sensemaking. Grazie innanzitutto ad Anna Masera, Alessia Cerantola e Giorgio Fontana. Ma per questo ci vuole un post a parte.

La Stampa.it, Cimmino

enakapata3La Stampa.it: È un racconto di parallelismi: un diario di viaggio e lavoro, di leggerezza e contenuto. Padre e figlio, raccontano in maniera leggera e accattivante, a tratti commovente, della controversa periferia napoletana e dell’organizzazione scientifica in Giappone, di luoghi e volti della capitale nipponica appena incontrata e dei suoi paesaggi metropolitani stupefacenti, di serendipity, ramen e shinsetsu, di operai e magliari, in un alternarsi e incrociarsi di voci, sensibilità, generazioni.

Titti Cimmino: Enakapata: ma che senso ha? E’ stata la domanda che mi ritornava tra una pagina e l’altra. E’ un diario, mi rspondevo. Eppure la risposta non mi soddisfaceva. Comunque, leggo … e sempre ritorna quel “dove sta il senso” ma al tempo stesso maggiormente dalla scoperta, dalla lettura, che non il cntrario, come accade quando di solito, non si attende (abbiamo perso la capacità di aspettare?!) … non so spiegare meglio.
Il senso sono la forza  e l’emozione, il credo che metto nelle azioni (per citare Emerson) che ritorna, imperativo categorico, a plasmare la mia quotidiana ricerca del senso,  del sistema che funzioni, dell’efficacia … della qualità a 360 gradi coniugata. Ecco ciò che m’ha lasciato questo “viaggio” attraverso un tradimento, il vostro, attraverso la scoperta di due Anime, di due Persone della “mia” Terra.
Ma andiamo per ordine: dalla fine!
Come un taglio di Fontana sulla tela, così mi ha inciso lo stomaco e poi su, sino al cuore, quella frase di Luca “la certezza che all’estero le opportunità di dare un senso alla propria vita sono maggiori”. Mi sono chiesta perché … perché dovesse un giovane  tornare in patria con l’amarezza dentro e la tristezza fuori quando gli si tuffano negli occhi il quartiere, i tassisti, i soliti (ig)noti che s’avvedono all’aeroporto anche se un pò in ritardo di non trovarsi di fronte a turisti ma a conterranei. Non so perché, forse sarà l’amore sì, che mi lega alla mia terra … e il senso di appartenenza forte all’Umanità. Il senso di appartenenza, perché c’è uns enso in questa nostra terra e lo scopri quando “muori”, in senso lato, cioè quando la lasci, o quando vi ritorni come se fossi stato su Marte ed invece sei (solo) stato a Kyoto o a New York … e ti chiedi erché qui quelle opportunità manchino.
Qui, a Napoli, per gradire, mancano perché quel sensemaking in realtà non è making: forse nemmeno ce lo si chiede il senso quale sia e dove sia … noi napoletani siamo troppo presi dal “tirare a campare”, a pensare al presente “vid ‘o ciel che te mena” mentre, voi ce lo avete scritto, “in Giappone quando fanno una cosa pensano al futuro” … noi no. E lì non si sta ad attendere nell’incertezza o nella precarietà, ma ci si “organizza”, nell’accezione principale del termine. E l’organizzazione si fonda sulle regole, sulla qualità dei legami, dei “link” (ti confesso, Vincenzo, che ho sorriso quando per la prima volta hai mutuato questo termine informatico per descrivere un “legame” umano … ma mò che ci penso preferisco il tuo link a questa mia pessima espressione :-)).
Rispetto, il “peso del rispetto”. Quel rispetto che da noi viene a mancare a meno che tu non appartenga al “Sistema”.
Sistema è invece ben altro dall’accezione che qui attribuiamo al termine (Gomorra docet, mi si perdoni il riferimento a vicende poco edificanti ma quanto mai reali e vicinissime).
Eppure ci sono da noi menti eccelse, e ce ne sono state di Persone che la nostra terra ha partorito, ma le menti da sole non bastano. Convengo, cari Vincenzo e Luca, “la priorità va assegnata all’ambiente, alle relazioni con i colleghi, alla qualità della struttura”.
Titti il senso? Dove sta il senso di questo diario? E ritorna la domanda.
A tratti un déjà vu: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Anche lì un viaggio, anché lì il padre e il figlio, anche lì una trama da superficie, un diario “appunto”.
Ma “le parole sono pellicola su acqua profonda” diceva Wittegenstein, e qui a profondità sta nel senso: per serendipity l’ho scovato. Sentirsi parte di un’unica struttura … ma sentirsene responsabili. Ne rispetto e nella ricerca costante tesa al bene comune. Una sola parola mi viene come allegoria, “sakura“: ecco come descrivo tutti e ciascuno di noi, da soli, mente illuminata o no, non si è nulla. In un sistema complesso ma organizzato nel rispetto e nella competizione sana puntando alla ricerca con l’efficacia a fare da scudo. E allora è na kapata ravvedersi che occorerebbe pensare l’occasione: quel kairòs, quel momento opportuno in cui intraprendere un’azione, quel momento opportuno che hai colto tu Vincenzo quando hai inviato il tuo primo link chiosando … “se son rose fioriranno”, quel momento in cui hai scelto, con Luca complice, di “partorire” a quattro mani quest’avventura di parole. “Fare le cose con le parole”, appunto, oltre che f”arle per bene perché è cosi che si fa”.
Il senso Titti? … Eccolo ancora … E lo esprimo con il meglio che la lingua delle origini ci  abbia lasciato: la “metis“, il fiuto che hai avuto. Nello scoprire cioé i fattori portanti: organizzazione, efficacia relazioni.
E qui cnclud capovolgendo un punto di vista (a una matematica napoletana – viva – come me si puà perdonare?): ma ci pensate al Dna senza il contributo del “trascrittoma” Rna? Dovremmo imparare dall’ambiente che ci nutre, che ci ha trasformati da embrioni in Uomini.
Domani a pranzo preparerò per la prima vlta il ramen … la ricetta l’ho scovata in calce ad un diario … E’naKapata!!!

Tomo, Bombaci

enakapata3Gianni Tomo: Un libro da leggere tutto d’un fiato, un racconto fatto di tanta cultura e che accompagna il lettore verso tante riflessioni …
Leggi l’intera recensione su Il Denaro

Gianni Bombaci: Enakapata è stato per me un vero e proprio coup de foudre, libro di un viaggio da Secondigliano a Tokyo e al Riken, istituto di ricerca tra i più importanti del mondo, attraverso alcune stazioni: da quella del genoma dell’ape che, come afferma il pluricitato Piero Carninci, è “l’insetto più sociale che esista”, alla “fermata” degli RNA, produttori di proteine, e poi la trascrizione dei geni, Franco Nori, il Kabuki, le dimensioni delle camere d’albergo e delle case a Tokio che “Andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo dato che tutti e sette i nani non ci vanno”, la numerazione dei piani delle case (il piano terra in Giappone si chiama primo, come a Messina), il papà di Vincenzo, il premio nobel Noyori, il caffè dalle ragazze, i terremoti che sono all’ordine del giorno (e della notte), la differenziazione della monnezza, gli effetti opposti che si ottengono chiedendo quattro cappuccini e un tè, se ci aiuta, per farsi capire, con le dita.
Il racconto adotta  lo stile del diario, con l’innovazione del duo, quasi musicale, attraverso un dialogo non solo generazionale ma innestato su diversi approcci stilistici, direi quasi differenti poetiche e diversi retroterra, dei due scrittori (tra l’altro padre e figlio), che trovano nel libro una mirabile sintesi e costanti punti di incontro e di confronto.
Questo diario (come due vite parallele) si fonda sul viaggio (altro genere che ha attraversato metà della letteratura conosciuta). Qui verrebbe facile parlare dei grandi scrittori che hanno percorso questo luogo letterario. Da Omero fino a Calvino, attraverso Stendhal, Salgari, due grandi bugiardi gli ultimi due, il primo per omissioni crescenti, il secondo perché ha fatto conoscere a più di una generazione le avventure di mondi abbastanza sconosciuti, senza mai alzarsi dalla scrivania. Viaggiatori totali comunque.
Ma cos’è il viaggio? Il procedere “turisticamente” con la guida con la bandierina (o altro) visibile in alto, il seguire libretti turistici, che probabilmente mai si seguirebbero nella propria città o nel proprio paese, o è il soffermarsi sulle sensazioni, sull’osservazione stupefatta, “natale” oserei dire, sulla meraviglia spesso non spiegata (e che non si tenta neppure di spiegare, pena l’annullamento del viaggio stesso)? Cos’è che fa la differenza tra viaggiatore e turista?
Il viaggio di Enakapata si muove su tre piani principali: gli incontri scientifici e di ricerca con grandi ricercatori e scienziati giapponesi e italo-giapponesi (se così si può dire), il dialogo costante tra due generazioni (padre e figlio, talvolta in filigrana, tal’altra in netta evidenza), il percorrere un terreno assolutamente sconosciuto (il vero viaggio!), senza lingua e senza cibo amico. Con il principe De Curtis come nume tutelare e saldo riferimento culturale.
Ma il viaggio in due con l’uso di una tastiera a quattro mani non è esercizio usuale e usato. Mi sbaglierò di certo, ma non riesco a trovare precedenti in letteratura.
Addirittura nel libro appare una facilitazione (ad usum lettore) “semeiotica”, non subito, nelle premesse napoletane, ma dopo, quando i due arrivano in Giappone: Vincenzo (il padre) inizia le sue considerazioni cronologico-diaristiche con l’uso costante del procedere “europeo-italico”; Luca (il figlio) le fa precedere da caratteri giapponesi (kanji).
Un viaggio vero, non quello turistico, è fatto di richiami, non nostalgie. E che richiami!
Pag. 40: Ricomincio da tre …”L’appuntamento era al bar di Don Peppe “testolina”, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola”. Pensate: dettagli, personaggi, nomi e cognomi. “Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare , Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà, e non smette fino a quando l’amico non scende.”
Il viaggio a due è fatto (e che viaggio vero!) di ansie unilaterali e senza davvero ombra di senilità precoce generazionale. Due pagine di poesia pura intitolate “Una domenica bestiale”. Vincenzo e Luca si lasciano con, a detta del padre, la promessa da parte di Luca di farsi vivo al ritorno a casa sua (i due vivono separati a Tokio per la scelta, correttissima, di non mischiare lavoro (di Vincenzo) e svago (di Luca) . Luca non mantiene, a detta del padre, la promessa.
“Mi sento con Valerio Orlando. Lo incontrerò al mio ritorno. L’Inter gioca contro il Palermo. Ma Luca non si fa vivo. Mi ripeto un minuto e un altro pure che è adulto e vaccinato. Che posso tranquillamente seguire la partita e poi andarmene a letto. Ma rimane il fatto che si sarebbe fatto vivo per il ritorno. Che è una persona affidabile. Che mi conosce”.
Jazz, scrittura sincopata!
“Tergiverso ancora un po’. Poi mi dirigo verso casa di Luca.
E’ passata la mezzanotte ma lungo la strada che collega Wako a Narimasu, qui alla periferia di Tokio, incontro una ragazzina di 16-17 anni che torna tranquilla a casa. Due o tre persone anziane che vanno in bicicletta. Tanti giovani di varia età fuori dai locali e per la strada. Lo so che anche in Giappone non mancano problemi, tensioni, contraddizioni. Ma mi viene un po’ tanto il magone a pensare a casa Italia. Ai luoghi comuni, alle ansie, ai pregiudizi che siamo riusciti ad addensare alla voce “sicurezza”.
Vincenzo arriva, dopo considerazioni politico-tranquillizzanti, a casa di Luca. “Busso. Non risponde. Busso e chiamo. Niente. Lo faccio ancora. Il cuore in gola. La porta si apre. Mi guarda. Mi dice “sei incredibile”.
E Luca figlio, sulla sua tastiera di pianoforte-diario annota “Torno a casa e scopro che è saltata la connessione,
“Miii! Non ci posso credere”, deve essere un avvenimento storico. Dovevo sentirmi con papà su Skype, se ne parla domani. Per stasera non mi resta che dormire. E’ passata da poco la mezzanotte quando bussano. Ci metto un po’ a svegliarmi, apro ancora mezzo addormentato, tutto bene, è papà. Non sentendomi mi aveva dato per disperso. Non importa quanti anni hai, che tipo sei, se hai viaggiato o no. I genitori sono apprensivi di natura.”
Jazz, poesia, interplay: ecco il libro Enakapata.
“Proviamo a suonare solo le note necessarie” dice Joao Gilberto in un dialogo con Enrico Rava nelle notti newyorkesi dei primi anni settanta; proviamo a togliere peso alle parole, come ha fatto per una vita intera Italo Calvino. E aggiunge Luca “ci abbiamo provato con tutte le nostre forze. A suonare solo le note necessarie. A togliere peso al racconto.”
Ce l’hanno fatta davvero, Luca e Vincenzo. Cento racconti possono nascere da questo libro, con le sole note necessarie richiamate da Joao, con il  “napoletano” in salsa giapponese minimalista.

Titti and me

enakapata3L’arbitro aveva dato il fischio di inizio già da qualche minuto (a proposito, abbiamo avuto ragione io – quando una squadra supera le semifinali pareggiando al 93° poi vince la coppa – e Mou – Manchester sicuro finalista ma la coppa è della vincente tra Chelsea e Barcellona – ) quando ho scritto a Titti Cimmino via Facebook “mi mandi qualche riga su enakapata?, naturalmente quando finisci di leggerlo. e se ne hai voglia. un saluto affettuoso. a prescindere”.

Dopo pochi minuti la risposta, che ho letto solo stamattina nonostante sia riuscito a perdermi la diretta del primo gol del Barca.
“Ciao Vincenzo, a prescindere, ti avrei scritto qualche riga. E sarà fatto.
E’ un NonDiario … la prima “capata” è stata la foto sulla prima di copertina: è stato come sfondarmi l’immaginazione … uno stare al di quà di quelle vetrate che mi spingeva di là.. e il desiderio è stato di affacciarmi sul Centro Direzionale … poi, sforzandomi e forzando l’immaginazione a farsi reale, ho visto che al di là c’era un altro mondo … un Altrove .. .quell’Oriente che stiamo lasciando nella corsa affannosa (verso dove cosa?) e nella razionalità dei conteggi (di link e denaro e di popolarità) fatti di somme (mentre dovremmo sottrarre) senza accorgerci che al tavolo c’è Chi a tempo debito “farà Banco”.
E  per serendipity ho trovato in quel nonDiario qualcosa che non riesco ancora a decifrare ma che “mi chiama” … continuo il mio “viaggio” tra le vostre pagine … Un diario fatto di pagine scritte talvolta a distanza di molti mesi.  Pagine che come calamita mi costringono ad entrare in ogni periodo, ogni parola … forse a voler cercare il “sistema organizzativo”, forse a voler ostinatamente scoprire ciò che invece viene da sè … per serendipitty.
ti scriverò presto. un caro saluto a te.
Titti

Cosa aggiungere ancora?
Che già così mi sembra bello e incredibile. Così come mi sembra incredibile che persone che ancora non ho conosciuto “realmente” siano così gentili e disponibili. Persone come Titti. O come Giorgio Fontana. Che ha pensato e organizzato la presentazione di Enakapata  a Torino. Di Giorgio vi racconterò presto. Per adesso grazie di cuore Titti.

Come ti erudisco il pupo

Tutto è cominciato con la ricerca diretta da Salvatore Casillo, Ordinario di Sociologia Industriale all’Università di Salerno e Direttore del Centro Studi sul Falso.
La ricerca è poi diventata un volume, autori lo stesso Casillo, Sabato Aliberti e il sottoscritto, edito da Ediesse, che porta alla luce incongruenze, errori, furbizie, favoritismi e perversioni che caratterizzano l’Università italiana e offre elementi utili per individuare linee e regole serie, il più possibile condivise, di riprogettazione degli studi universitari (cliccate sulla copertina per leggere la scheda).
Infine il blog. L’idea di considerare le cose scritte un punto di partenza per continuare a discutere, a più voci, da più punti di vista, di università telematiche e di apprendimento online. L’auspicio che tutto questo possa rilevarsi di una qualche utilità, incontrare l’interesse e la voglia di interagire di coloro che intorno a questi temi lavorano, innovano, sperimentano.

La bombonera

enakapata3Perché la bombonera invece di la bomboniera? Perchè la bomboniera è solo una bomboniera. Mentre la bombonera è  prima di tutto il mitico Estadio Alberto J. Armando “La Bombonera” dove gioca il Boca Juniors di Buenos Aires, la città di Luis Borges e di Diego Armando Maradona. E poi perché della bombonera in questione non sapevo neppure l’esistenza fino a qualche giorno fa quando … ma forse è meglio cominciare dal principio.
Quando sono a Napoli, alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri mi piace passarci a prescindere, e a prescindere mi ritrovo sempre a comprarci qualche cosa. Settimana scorsa era la volta degli Adelphi in offerta. Provo a fare una polemica sulle etichette sulle quali si legge 1 pezzo 15% di sconto, 2 pezzi 25%. So essere un mago, ma che dico un maestro della polemica. Commento a mezza voce che i libri non sono saponette che si vendono a “pezzo”. Faccio palla corta. Nel senso che una solerte libraia mi spiega che le etichette le fa l’editore e che i libri sono presenti così in tutte le librerie di tutta Italia.  Per poi chiosare etichettandomi come il solito pedante lettore al quale non va mai niente bene. Mi tengo la spiegazione (così è,  se mi pare) e l’etichetta (la solerte libraia è anche una mia cara amica) e mi ritrovo come rapito dal fatto. Quale fatto? Il fatto che ad essere in offerta ci sono i libri di  Canetti, di Galasso, di Capra, di Kundera. A Kundera mi fermo. Una giunonica fanciulla ha appena preso 7-8 copie de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e sta per andare alla cassa. La guardo. Mi sorride. Accompagna il sorriso con rapide parole. E’ per la storia dei libri venduti a “pezzi”. Ma ormai mi sono fatto coraggio. Le chiedo cosa ne fa di 7-8 copie dello stesso libro. Mi risponde che è per una cosa molto speciale. E che dovrà prendere 7-8 copie di più libri. La guardo ancora. Le chiedo se conosce Enakapata. Mi risponde no. Ma non si ferma qui. Mi chiede se penso che il mio Enakapata possa reggere il confronto con Canetti o Kundera. Ormai ho perso. Ma non per questo abbandono. Le rispondo che per quanto mi riguarda con Canetti non ce n’è per nessuno,  o quasi. E che per Kundera non sarei altrettanto categorico, non fosse altro che per il nome, Milan.
Lei mi guarda esterefatta. Non le dico del mio cuore nerazzurro. Faccio un passo. Prendo Enakapata dallo scaffale. Lo pago. Glielo dono. Ricevo in cambio un sorriso. Sono decisamente soddisfatto.

La fanciulla va. Chiedo alla mia amica libraia a che servono tante 7-8 copie dello stesso libro. Davvero non lo sai, mi dice?, davvero, rispondo. I libri si usano anche come bomboniera. Non mi sembra vero. Poi penso a tutte le volte che sarei stato felice di portare a casa un libro piuttosto che un oggetto in argento o in ceramica. Comincia a sembrarmi una bella idea. E’ una settimana che vado in cerca di amici che debbono fidanzarsi, sposarsi, risposarsi. Ho per loro una proposta che non si può rifiutare: Enakapata. La Bombonera.

Gnerre, Potecchi, Pirone, Casillo

enakapata3Edmondo Gnerre: Complice l’essere fresco di un viaggio a Tokyo, la lettura di Enakapata  è stata estremamente interessante. L’ho acquistato dopo la presentazione fatta a Benevento e l’ho letto tutto d’un fiato in poche ore: prima a Milano durante l’attesa per il rientro a Napoli (con due ore di ritardo), poi al mare, sulla spiaggia di Paestum. Ho apprezzato soprattutto la freschezza del linguaggio e l’acuta osservazione del Giappone, che è davvero un altro pianeta!

Alessia Potecchi: Ho trovato Enakapata interessante, fresco e originale. Non soltanto per i contenuti ma anche per la stesura grafica di diario incrociato e alternato, dove si intersecano molto bene le diverse esperienze dei due autori durante il viaggio in Giappone: quella di Vincenzo, incentrata sul discorso professionale e quindi legata alla ricerca, e quella di Luca, che ci fa immergere nella storia e nella cultura nipponica con una descrizione di storie e luoghi visti con gli occhi da ragazzo.
Un diario giapponese che riesce a fondere originalità ed intelligenza, situazioni e personaggi creando pagine che attirano, coinvolgono, stupiscono, fanno vivere  in prima persona il viaggio dei protagonisti.
Nel titolo, originalissimo, è racchiuso gran parte del significato di questa pubblicazione: “Enakapata” una parola nippo-napoletana, inventata dagli autori, che vuol dire “una capocciata”, una cosa da urlo, che stupisce e che è fuori dall’ordinario. Proprio partendo dal titolo vorrei analizzare alcuni aspetti che ho trovato belli ed interessanti.
Come dicevo, lo stupore che accompagna questo viaggio è di due tipi:
il primo, di carattere scientifico e tecnologico, ci permette di conoscere la realtà di questo super-centro di ricerca, il Riken, dove si è a contatto con gli strumenti e macchinari giusti per fare ricerca con una quantità di risorse e una qualità di risultati impensabili qui da noi in Italia. Lascia davvero a bocca aperta l’organizzazione giapponese in materia di ricerca: rispettare le regole, privilegiare la qualità, l’autonomia, la capacità di assumersi delle responsabilità importanti e premiare il merito ad ogni livello della scala gerarchica, insieme al confronto, al gioco di squadra di chi ha la capacità di collaborare ed interagire con altri team. Una realtà che ci stupisce e che dà una grande lezione al nostro paese ma anche all’Europa per quanto riguarda le risorse e gli investimenti dedicati alla ricerca. Incredibili le interviste fatte da Vincenzo per i contenuti, la descrizione di scenari lontani anni luce da noi e dalle possibilità così poco incoraggianti date ai nostri giovani ricercatori che, pur essendo spesso molto bravi, sono costretti a cercare lavoro all’estero. Segnalo inoltre la storia della Serendipity cioè dell’importanza del dato imprevisto e anomalo che diventa strategico nel progresso scientifico, proprio come racconta Carninci in una delle interviste.
Poi c’è l’altro tipo di viaggio, la “capocciata” di Luca che va alla scoperta delle meraviglie e delle curiosità della cultura giapponese. E ancora una volta lo stupore, il fatto straordinario, ci fa vivere la storia del Giappone anche qui con i suoi aspetti e le sue realtà così distanti dai nostri luoghi a dal nostro quotidiano. Belle e intelligenti le descrizioni della vita in Giappone, dei suoi monumenti e tesori ricchi di arte e storia millenaria. Ma anche molto coinvolgenti e divertenti gli aspetti che riguardano i negozi, lo shopping e la cucina giapponese.
Trovo poi che nel libro ci sia molto, anzi moltissimo, di Vincenzo, della sua storia personale, della sua esperienza professionale e del suo impegno nel sindacato.
Trovo che questo aspetto sia molto bello; quando in un libro come questo, che descrive un viaggio, emerge così bene e così forte la storia di chi scrive vuol dire che il lavoro è un lavoro ben fatto, fatto e scritto con il cuore, come tutto quello che Vincenzo fa. Ne esce uno spaccato di vita e storia personale dove c’è un grande amore per le proprie origini e per la propria terra. La sua Secondigliano che porta sempre con sè. E poi la sua famiglia, molto commovente quando parla di suo padre e dei suoi insegnamenti. Viene poi fuori il Vincenzo sindacalista che ha a cuore il lavoro e la condizione dei lavoratori proprio a partire dalla realtà della sua terra. Ci viene qui in mente, visto che Vincenzo dirige un’importante sezione della Fondazione Di Vittorio, proprio Giuseppe Di Vittorio e il suo insegnamento. Nella sua lunga militanza e nel suo impegno che lo hanno portato ai vertici del sindacato non ha mai dimenticato, nei suoi scritti e nella sua azione, la sua terra del Sud dov’è nato e cresciuto e non ha mai dimenticato la sua gente, l’ha sempre portata con sè. Accanto a questo aspetto ho ritrovato poi nel libro l’ironia bellissima di Vincenzo, la sua semplicità e modestia e poi una caratteristica importante che ci accomuna: il tifo sfrenato per l’Inter.
Questo è quello che io ho colto in questo libro, viaggiando con gli autori pagina dopo pagina.

Francesco Pirone: Un diario di viaggio doppio, nel senso che il libro, scritto a quattro mani, alterna le pagine dei diari di viaggio dei due autori, padre e figlio, che vivono insieme. I diari iniziano dal difficile quartiere di Secondigliano a Napoli, per poi svilupparsi attraverso il racconto dell’esperienza di viaggio in Giappone che per Vincenzo, il padre, è l’occasione per raccogliere materiali per uno studio sociologico sull’organizzazione di un centro di ricerca d’eccellenza mondiale – il Riken – dove lavora il premio Nobel per la chimica Ryoji Noyori. Per Luca, il figlio, invece, è l’occasione per approfondire il suo interesse per la cultura giapponese e per supportare, moralmente e soprattutto praticamente, il padre nella sua impresa. La redazione del diario diventa l’occasione, attraverso il tipico sguardo comparativo dei viaggiatori, per riflettere e mettere a confronto la terra di partenza – Napoli e l’Italia – con quella d’arrivo – Tokyo e il Giappone. Ma il libro offre di più. Propone un doppio sguardo, parallelo, che è indicativo non solo di un diverso interesse verso la cultura nipponica, ma forse anche di una diversa sensibilità generazionale: da una parte il figlio che, da cultore della civiltà nipponica, si sofferma sulle tradizioni e sulle pratiche di vita contemporanee che osserva nei diversi ambienti di Tokyo; dall’altra parte, il padre che, da ricercatore sociale, osserva il Giappone soprattutto attraverso il filtro della sua ricerca sull’organizzazione dei centri di ricerca d’eccellenza e sul ruolo che in essi ha la serendipity. Nel racconto, tuttavia, emergono le personalità dei due autori, la loro umanità e il loro modo di approcciare il viaggio e il confronto, non sempre facile, con la propria e le altre culture, in una narrazione della vita quotidiana dove si evidenzia chiaramente la centralità di internet, sia per le pratiche di lavoro, sia per la cura dei rapporti personali.
on Quaderni d’altri tempi

Antonio Casillo: Un racconto di parallelismi. Un diario di viaggio e lavoro. Di leggerezza e contenuto. L’Italia e il Giappone, Secondigliano e Tokio. Padre e figlio, l’integrazione e la sorpresa. Sparta e Atene, ma anche l’essere ed il poter essere. La ricerca e la scoperta serendipitosa. Collaborazione e competizione.
Enakapata è un continuo incitare al nesso. Alla ricerca dell’insight, del collegamento illuminante, che si svela senza mai preavviso, ma solo a chi lo cerca con caparbietà e lucidità. Con intraprendenza, ma con organizzazione.
Chi nun tene curaggio …

Benevento, 18 Maggio 2009

enakapata3Ma la crema di Strega è un dolce o non è un dolce?
Sono da un pezzo passate le 10 p.m. quando l’enigma finalmente si scioglie e l’ottima Maria Rosaria Napolitano, prof. di Marketing alla Sannio University e fino a quel momento impeccabile skipper dell’equipaggio della 1° Benevento Enakapata Dinner deve ammettere la sconfitta: sì, la crema di Strega è un dolce. E che dolce.
Ma se volete sapere cosa ci facevamo a Benevento è meglio cominciare dall’inizio. O quasi.
L’appuntamento con Luigi Glielmo è intorno alle 5.30 p.m. nei pressi della Prefettura.  Luigi l’ho conosciuto a Procida complice Salvatore che con gli anni  assomiglia sempre più a un personaggio partorito dalla fantasia  di Hemingway.
Luigi è uomo di mare, appassionato di jazz, prof. di Controllo Automatico al Dipartimento di Ingegneria dell’Università del Sannio e tanto altro ancora ed è stato lui, assieme all’Associazione Umanitas e alla sua presidente Stefania Ferrara, ad organizzare la presentazione  di Enakapata all’Università del Sannio.
Con Cinzia ci muoviamo da Bacoli in perfetto ritardo, alle 3.35 p.m., ma riusciamo non so come ad arrivare all’appuntamento con Luca e Salvatore in perfetto orario,come non manca di sottolineare la perfida guidatrice. Alle 4 p.m. in punto si parte, alle 5.40 p.m. l’incontro con Luigi, i saluti, i 4 passi verso la sede dell’incontro.
Il buon giorno si vede dal mattino, così come l’organizzazione accurata : microfoni, registratori, addirittura la videocamera, la sala presto popolata, l’incontro con i prof. colleghi – amici di Luigi, cito per tutti Felice Casucci, delegato per la cultura dell’ateneo sannita.
Ci sono tanti ragazzi, immagino studenti di Luigi e dei suoi colleghi, e la cosa mi fa molto piacere, così come mi fa piacere la presenza della mia studentessa special, Suor Maria Rosa Lorusso, psicologa che segue il  mio corso di sociologia dell’organizzazione  a Salerno per non so quale abilitazione all’insegnamento. Ha una gran bella testa e la sua partecipazione attiva ha dato un contributo significativo alla mia attività in aula.
Di cosa si è discusso? Soprattutto di Serendipity, di organizzazione della scienza, di processi di competizione – collaborazione.  Troppo secondo Cinzia, Luca e Salvatore, che hanno rilevato che il libro non è solo questo. Inevitabile oltre che estremamente interessante, secondo me, perchè imi piace l’idea che il libro possa essere anche un’occasione per discutere di talento e di organizzazione.
Loro sostengono che  forse con una discussione più “leggera” gli studenti avrebbero partecipato di più. Io ribadisco che di certo le persone che sono intervenute nella discussione hanno segnalato un interesse intorno al tema che produrrà ulteriori approfondimenti. Tutta saluta. per noi e per Enakapata. Ci mettiamo a ridere tutti e quattro, in realtà molto contenti della bellissima serata. Che avrà una conclusione altrettanto degna. Quella di cui vi ho raccontato all’inizio. Di cui cercheremo di rinverdire presto il piacevole ricordo.

Milano, 14 Maggio 2009

enakapata3A Milano in treno ci sono andato l’ultima volta con Salvatore, e in fondo sono sopravvissuto. E poi anche oggi sono previste due tappe. La prima con partenza alle 7.54 a.m., destinazione Roma. La seconda con partenza alle 11.30 a.m. da Termini e arrivo prevsto a Milano alle 3.29 p.m..
Durante le 4 ore di viaggio qualche chiacchiera, una ricca provvista di noia e 3 cose da segnalare:
il racconto di un operaio che lavora sulla linea dell’alta velecità tra Firenze e Bologna. Sta sulla macchina che trafora. 6 turni di notte, 6 turni di pomeriggio, 6  turni di mattina, 3 giorni a casa, giù in Basilicata. Baracca singola con bagno e parabolica. Rumeni e marocchini visti come il fumo negli occhi;
la scoperta, complice la mia spilletta logo quadrato rosso rigorsamente CGIL, che quel signore che continua a gridare a telefono da quando è salito a Bologna è il fratello di un mio amico diregente del sindacato scuola in Sicilia;
la telefonata di Gianni (il mio amico che ha organizzato il tutto) che mi avvisa che cause di forza maggiore gli impediranno molto probabilmente di partecipare alla presentazione. Conoscendolo so che alla Società Umanitara sarà comunque tutto a posto ma rimane il fatto che la notizia non è decisamente di quelle migliori.
La mia testa decide che a Bologna sono stato troppo agitato. E che stasera come va va. Non ci crederete eppure funziona. Mi calmo. Ha ragione Osvaldo. ‘A capa é na sfoglia é cipolle.
Alla stazione troviamo Ciro Russo. Sono emozionato. Mi ha pescato su Facebook qualche mese fa. Alle scuole medie dfacevamo coppia fissa. Sono 40 anni che non lo vedo. Meglio di Carramba che sorpresa.
Stasera rivedrò anche Cristina. Con lei sono almeno 15 anni che non ci si vede. Incredibile ma vero. E poi arrivano mio cugino Romeo, i miei amici Antonio e Vincenzo, Loredana l’amica di Alberto, i librai della Feltrinelli con il libro. E poi ci sono Alessia Potecchi e Luca De Biase, e poi arriva l’eroico Gianni.
Chissà la folla, starete pensando. E invece no. Perchè oltre a loro ci saranno state altre 9-10 persone.
Il giorno dopo Gianni lo definisce un flop. Io nn sono daccordo. Non solo perché mi è capitato molto di peggio al tempo de “la Casa dei diritti”, a Genova in 3 a presentarlo e in 2 a partecipare. Ma perchè c’è stata una bella discussione. Ho rivisto un pò di amici. Ho stabilito link con bella gente che non conoscevo. Ho trascorso una bellissima serata con amici vecchi e nuovi.
La mattina dopo Reggio Emilia. Riunione di lavoro e poi  pranzo con pasta con le cozze e paranza fritta con persone straordinarie modello Amici miei. Ma questa è un’altra storia. Che forse un giorno vi racconterò.

Bologna, 23 Aprile 2009

enakapata3Come molte delle cose che mi accadono anche questa comincia un pò per genio e molto per caso.
Nel corso dell’ultimo anno Sergio l’ho incrociato più volte e sulle “principali” l’ho trovato tranquillo, per certi versi persino rilassato. Forse Bologna la rossa e fetale non lo ha amato come merita. Forse è stato lui che non ha saputo farsi amare di più. Ma in fondo io devo soltanto chiedergli se gli va di presentare il libro.
Ne parlo con Angelo Lana. Mi dice che l’idea non gli dispiace. Mi dico che è difficile che mi ricapiti la fortuna di un editore così. Chiedo il numero alla mitica Magda. Chiamo. Gli dico che ho scritto assieme a mio figlio Luca un libro che racocnta la nostra esperienza in Giappone. Gli chiedo se ha voglia e tempo di presentarlo. Mi dice subito si. Aggiunge che le Librerie Coop  gli sembrano il posto giusto.
Metto in moto la macchina. Fila tutto liscio. Fino ad una settimana prima della presentazione. Quando mi viene in mente che lui è il Sindaco di Bologna. Che per quanto il libro sia bello  io e  Luca a Bologna non siamo certo delle celebrità. Che se non viene nessuno alla presentazione faccio una pessima figura.
Scatta il Piano Plus. Coinvolgere mio fratello Antonio, che a Bologna vive da più di 30 anni.  Torturare la mia amica  Roberta Della Sala, che a Bologna ci è arrivata da un anno  per la laurea magistrale dopo la laurea triennale a Salerno. Chiedere aiuto a tutti gli amici reali e virtuali che in qualche modo hanno o hanno avuto a che fare con Bologna. Una per tutti. Cristina Zagaria. Che prima di approdare a la Repubblica Napoli ha lavorato alla redazione di Bologna. Per aiutarmi invia mail e mette annunci su Facebook. Mi sembra incredibile e invece è vero.
Nel treno verso Bologna continuo a ripetermi che funzionerà, ma il fatto che me lo ripeta non serve certo a tranquillizzarmi. Sento Cinzia. Lei  e Luca sono già in albergo. Li raggiungiamo. Mettiamo via i bagagli. Andiamo a fare un giro in centro. Incontro Roberta. Poi Alessandro Pecoraro di Oltregomorra, con il quale conto come Fondazione Di Vittorio di organizzare una serie di iniziative sul tema legalità, lavoro, diritti. Parliamo di un sacco di cose. Ma io penso sempre alla stessa cosa.
Piove. Facciamo un giro. Non piove. Ancora un giro. Piove ancora. Meglio andare in libreria.
Non c’è ancora nessuno per la presentazione, ma manca ancora mezzora. Cinzia e Roberta chiacchierano. Io vado avanti e indietro come un carcerato.
Mi maledico e poi mi maledico ancora. Mi ripeto che le presentazioni dei libri le devono fare gli scrittori veri, quelli che loro arrivano, fanno i tipi “sostenuti”, firmano autografi, trovano tutti là che pendono dalle loro labbra, non come me che a momenti devo preparare anche il tavolino con le sedie mentre Luca già da 3 giorni mi ha comunicato che lui quello che poteva fare l’ha fatto e non ha nessuna intenzione di farsi trascinare in questa overdose di ansia da presentazione. Giuro che mi ha detto più o meno così. Giuro che se fosse davvero possibile odiare i propri figli queste sarebbero le occasioni nelle quali ci riuscirei alla grande.
Esco. Ritorno. Riesco. Ritorno. Lo facico ancora. Miracolo. Lo spazio che ci è stato assegnato è pieno di sedie e di persone. Merito di Roberta e di Antonio. Merito di Sergio. Merito della libreria. Non importa.
La discussione fugge via piacevolissima.  Il Sindaco che non fa il sindaco ma il curioso, l’amico,  il lettore, l’intervistatore. L’abbraccio affettuoso con Carmine Rubino e Gennaro Pastore, amici amici amici della Secondigliano della mia gioventù. Le dediche, ebbene sì, ai lettori conquistati.  La foto ricordo che mannaggia mi sono dimenticato di chiamare tutto il resto della Band. La cena, le chiacchiere e il vino con Angelo, Cinzia, Antonio, Stefano e Luca.
Domani si ritorna a casa. Anzi a lavoro. Ma stanotte la testa sul cuscino la metto felice.

Napoli, 17 marzo 2009

enakapata3Sono 2 mesi che abbiamo presentato il libro a Napoli. Fino a quando il mio amico Carninci non scopre la maniera per recuperare l’elasticità e dunque l’efficienza del mio cervello (lo so che lui lavora per il cervello di tutti, ma intanto io mi guardo il mio) mi tocca coccolare la mia poca memoria. In questi casi lo faccio con piacere. Lei quasi lo avverte. E mi regala le 10 cose 10 che (ancora) non ho dimenticato:
l’attività di amici e parenti per la buona riuscita dell’evento; ammetto di aver avuto la sensazione di esagerare quando ho visto che non mi rispondevano al telefono e mi evitavano per strada, ma non ho avuto pietà;
la sala eventi de la Feltrinelli Libri e Musica di p.zza dei Martiri piena piena  piena di facce conosciute e no; a fare la differenza con le altre volte sono i tanti amici di Luca ma io per intanto mi compiaccio con me stesso di non aver avuto pietà;
il momento di panico, quello che non manca mai e rischia creare l’incidente ancora prima di cominciare; non ricordo più come e perché è successo, ma ricordo bene che c’è stato e che mi ha procurato un disturbo all’occhio sinistro che è andato via solo due giorni dopo;
i pensieri gentili di Cristina Zagaria,  la sua dolce fermezza, l’elogio del figlio nonostante un padre che non sta zitto mai;
il talento dirompente di Enzo Avitabile, le parole e la musica, il cuore e le mani;
i volti felici di amici e parenti, l’imbarazzo e il piacere ad ogni dedica, il senso condiviso di una sera;
gli occhi di Luca;
la gioia di Laura e Riccardo;
la ricerca di un portafoglio perduto e mai più ritrovato (il mio, of course);
il tempo ritrovato (di una cena) con Cinzia, Angelo, Alessio, Luca, Stefano, Federica, Tarcisio, Gianni;
le chiacchiere gioiose fino a casa, della serie domani è un altro giorno, ma intanto questo ha funzionato alla grande;
l’ultimo è per un sospeso, per un pensiero che verrà, proprio come quella bella abitudine ormai andata quasi del tutto persa di pagare un caffé, un sospeso per l’appunto, per la persona che lo chiederà.

Ricomincio da tre

enakapata3 NapoliRomaMilanoReggioEmiliaNapoli. Tutta una parola. Tutto in 2 giorni. Tutta in treno. Il bellissimo libro di Weick che ho portato con me, Senso e significato nell’organizzazione, non l’ho neanche aperto. In compenso Luca mi ha raccontato un pò di cose di sè. Delle cose che ha in mente di fare. Accade quando abbiamo un pò di tempo per stare da soli assieme. E come sempre quando accade sono contento. Di più. Sono felice. Ancora di più. Mi vengono idee.
L’idea è il viaggio di Enakapata  che continua. Nel senso che andando in giro per presentarlo continuiamo a incrociare persone e storie che meritano di essere raccontate. E poi mi piace l’idea di utilizzare questo blog per ridarvi indietro, attraverso il racconto, almeno un pò dell’affetto che ci dimostrate leggendo il nostro libro e scrivendo le vostre impressioni, idee, recensioni. Stamattina ne ho parlato con Luca, gli ho detto cosa intendo fare, ho precisato che naturalmente lui è libero di partecipare oppure no e con mia grande sorpresa, a quell’ora del mattino la percentuale di rischio che ti bocci qualunque proposta è tra il 98 e il 99%, ha fatto un cenno con la testa, penso volesse dire che gli  sembrava  una buona idea.
Mah. Si vedrà. Per intanto anch’io ricomincio da tre.  Dalle presentazioni di Napoli, Bologna e Milano. Cercherò di fare in fretta. Perché il viaggio continua. E lunedì è già Benevento.

p.s.
il primo che indovina a che ora del mattino ho parlato con Luca vince una copia omaggio di Enakapata con dedica da ritirare durante la presentazione nella sua città.

Borrelli, Rotella, Malafronte, Ferrante, Lorusso

enakapata3Marika Borrelli: L’ho letto in tre ore, l’altro ieri sera tra un po’ di Barcellona-Chelsea e il letto.
Ne ho fatto indigestione. Infatti, ho sognato il Riken, il ramen, il bar delle “ragazze”, tutto assieme, preoccupandomi se poi la Fender di Luca sia mai arrivata a destinazione.
Mentre leggevo – conoscendo già il contenuto del libro perché il prof. Moretti ne distribuisce camei su FB ogni tanto – mi è venuto in mente un documentario visto su Discovery Channel: True Tokio, o una cosa così. E ho cominciato a fare automaticamente paragoni tra il diario di Moretti&son e la descrizione (agrodolce) del tipo che a Tokio ci lavorava e viveva già da un po’.
Lo dico perché Enakapata – come il documentario – è soprattutto la proiezione di vite su un luogo diverso da quello quotidiano. Ed è la diversità del luogo che cambia la ricostruzione di un ricordo e lo ricompone. Vincenzo ci racconta della sua famiglia e Luca ci racconta del padre, stimolato dagli eventi che in quei desueti luoghi accadono.
Un diario a due voci, svelto, appetibile (molti riferimenti gastronomici, siamo italiani! Ed a Tokio si può anche mangiare male), dettagliato come per sistematizzare due esistenze per un mesetto sradicate da quell’humus vischioso e bellissimo che è Napoli, nonostante tutto. Con la meticolosità di Moretti father alle prese con un sistema cognitivo (quello dei nipponici) inverso: vedi il metodo di contare sulle dita, per esempio!
E con il rammarico di fondo dell’impossibilità per noi Italiani di avere una ricerca universitaria degna. Ci prova, Vincenzo, a descrivere il Riken, tempio pressoché perfetto per scienziati e ricercatori, evidenziando il coraggio dei nostri compatrioti a trasferirsi agli antipodi, lui con il rimpianto della pastiera.
Ma cosa mai potrebbero pensare i giapponesi di noi, se leggessero questo libro che li descrive e descrive due napoletani alle prese con Tokio? Sembra l’analisi di Las Meninas che ne fece Focault: un gioco di rimandi iconici il cui differenziale era il prodotto di una proiezione, appunto.

Mauro Rotella on Tesionline.it

Assunta Malafronte: Da qualche giorno ho terminato la lettura del vostro libro. Avvincente. La cosa che mi è piaciuta di più è l’aver alternato la “pancia” (le storie di vita) alla “testa” (la ricerca), rendendo la lettura scorrevole ed interessante. Non ho mai visitato il Giappone e prima di leggere il libro nemmeno ci avevo mai pensato. Però, prima di partire, farò un bel corso di inglese e  appena arrivata andrò a mangiare dalle ragazze!

Tommaso Ferrante: Na capata … ò sasiccio… le prime 40 pagine so state peggio di una palillata in fronte. Le ho lette almeno 3 volte per comprenderei qualcosa :-). Sembra il libro per l’esame di teoria dell’informazione e telecomunicazione. Ti farò sapere alla fine. Un abbraccio.

Rosa Lorusso: Sono pienamente d’accordo con l’idea che non si può prendere senza lasciare, né chiedere senza dare, ma aggiungerei che non si può dare se non si è a propria volta ricevuto.
Prescindendo dai nostri valori e orientamenti possiamo arricchire la nostra vita e la vita altrui, convinti che più si condivide più ci si arricchisce.
L’aggettivo che a mio parere meglio racchiude quest’opera è coinvolgente. Chi possiede la speciale abilità di renderti partecipe nella relazione del sapere riesce a farti entrare in un interessante vortice comunicativo che incoraggia la voglia di contribuire alla costruzione di questo meraviglioso e mai terminato edificio della cultura.
Mi sono sentita particolarmente coinvolta in questo viaggio; a volte mi sembrava di essere lì con i protagonisti di quest’avventura.

Avitabile, Cofferati, Geronazzo, Pepicelli, Annibale

enakapata3Enzo Avitabile: Credere nei sogni e nelle probabilità. In questo libro c’è questo. Attraverso il viaggio voi credete nel sogno e nella probabilità dell’incontro. Il che significa dire la verità. Io i miei miti li ho incontrati tutti. Dal primo all’ultimo. Io stasera per rendere omaggio a questo evento e a questo libro io vi voglio far sentire una devozione dialettale nostra antica. L’idea è quella di usare lo strumento lì dove non arriviamo con le parole. La contaminazione è anche questo, lo scambio è anche questo. Sono convinto che tutto questo sia in sintonia con Enakapata, un libro che parla di una città diversa, di una Secondigliano diversa, un cemento che si muove verso il futuro nel rispetto di una storia, di un passato, di una cultura.

Sergio Cofferati: Luca e Vincenzo un po’ di risposte ce le hanno date. Un po’ di reticenza rimane ma è comprensibile,  dato che non è sempre semplice rendere noto il percorso che nella testa di ciascuno di noi inizia e porta a delle conclusioni come sono quelle materiali di un libro che consegna il tuo pensiero agli altri e dunque alla loro lettura, alla loro interpretazione.
Io credo che per stasera possiamo accontentarci, poi la curiosità si risolve attraverso la lettura e, d’altro canto, se avessimo capito tutto i poveri autori sarebbero palesemente danneggiati.
È giusto invece lasciare un robusto fondo di curiosità al lettore se deciderà, come spero, di diventare tale. Poi vedremo tra qualche tempo quale sarà stato il grado di accoglienza (non per contare il numero di copie vendute; guardate, questo è ovviamente importante per loro, ma forse non è la cosa più importante).
Siccome l’editore li ha stimolati a commettere questo atto del quale porteranno poi anche delle conseguenze, vedremo se sarà invogliato a chieder loro di ripetere la stessa esperienza in un altro luogo e magari in un altro modo.
A me piacerebbe molto un approccio rovesciato, che cioè al prossimo giro Luca si occupi dell’argomento che in un modo o nell’altro è connesso al lavoro e che invece al suo povero babbo che avrà, come ha già adesso, un’età nella quale merita un po’ di rispetto, sia dato invece lo spazio per il tempo libero, la possibilità di dare sfogo alle sue curiosità anche senza restare vincolato al necessario aplomb di chi, occupandosi di scienza e interloquendo con persone di cotanto senno come quelle di cui si parla libro, è inevitabilmente portato ad avere.
Dunque, vi ringrazio della vostra presenza e se l’editore è d’accordo appuntamento in qualche luogo al prossimo libro nella formazione che decideranno loro.
Lo dico perché a me il libro è piaciuto molto, vi ho trovato elementi di novità nella forma e nel contenuto che non sono affatto disprezzabili. Mi sentirei, cosa che non faccio molto di frequente quando mi capita di presentare qualche libro, di sollecitare esplicitamente gli autori a riprovarci.
Negli altri casi non dico niente, e tanto basta. Qui invece c’è davvero un elemento di novità che varrebbe la pena di sviluppare, di approfondire, passando ancora per il vivere assieme, per  qualche altro viaggio, per qualche altro pezzo della vita in comune tra padre e figlio.
Poi, perché no, c’è anche un altro fratello, Riccardo, che magari, avendo da quel che mi ricordo un carattere un po’ più irriverente, possa essere nei confronti del padre un po’ meno gentile di quanto non sia stato Luca. Grazie, buona serata e buona lettura.

Renzo Geronazzo: Gli autori affrontano il tema, fondamentale per il nostro futuro, della ricerca scientifica e dell’innovazione con leggerezza e tono disincantato ma, nel contempo, con estremo rigore intellettuale.

Geremia Pepicelli: Ciao Vincenzo, ti scrivo per trasferirti qualche pensiero ed emozioni suscitate dal tuo ultimo lavoro. Tutti noi, in maniera più o meno consapevole, attraverso la lettura siamo alla ricerca di conferme, rassicurazioni, risposte suscitate dal nostro vissuto quotidiano, qualcosa che si agganci alla nostra vita e quanto più questa operazione risulta efficace tanto più la lettura ci restituisce soddisfazione: tutto ciò si è magicamente riproposto nella lettura di “Enakapata”. A cominciare dall’emozione intensa di pensare ad un’esperienza così importante prima vissuta e poi tradotta in un libro insieme ad un figlio; ho una figlia di 21 anni con la quale spesso ci confrontiamo su mille temi ed è stato bellissimo vivere attraverso la vostra esperienza una simile possibilità, fatta di differenze e di sinergie, visioni a confronto e grande affetto. Penso che Luca sia proprio fortunato ad aver recepito attraverso di te il messaggio di apertura che tuo padre ti aveva così teneramente consegnato.
Ogni giorno vivo nella mia Azienda esattamente la stessa frustrazione che hai descritto nel confrontare il sistema di ricerca giapponese con quello che esiste in Italia. Ogni giorno le persone attive, competenti e “per bene” di questo nostro paese si scontrano con qualcosa che sembra sovrannaturale e gli impedisce di creare esattamente le stesse condizioni organizzative che hai trovato al Riken. Sembra tutto impossibile e distante ma tutti noi sapremmo cosa fare se non ci venisse impedito con una pressione invincibile da un potere economico-politico teso al mantenimento di posizioni di potere personale anziché del benessere collettivo, l’imposizione della raccomandazione che schiaccia costantemente la meritocrazia. E se l’Italia sembra culturalmente ed organizzativamente lontana dal Giappone, Napoli lo è almeno altrettanto dalle migliori esperienze italiane. E quindi, attraverso il vostro libro siamo qui ancora una volta a chiederci cosa fare: come la cambiamo la situazione? Tu lo dici e noi lo sentiamo che “si può fare”. Forse una strada semplice e concreta è quella che ci avete suggerito indirettamente nel libro; apriamo gli orizzonti ai nostri ragazzi, diamogli la possibilità di vedere e toccare con mano come è possibile “fare bene”, come si sta bene in una società dove il rispetto degli altri e del  bene comune è un valore fondamentale e che non grava per niente sui singoli. Facciamoli uscire dal torpore stucchevole di una cultura folkloristica che ricopre, con una patina invisibile eppure coriacea, tutta la nostra esistenza, sociale e lavorativa. Forse quando torneranno, se torneranno, avranno qualche strumento in più, sapranno ancor più “cosa fare”. Vincenzo, Luca, un grazie infinito per il vostro lavoro.

Vincenzo Annibale: La prima “orecchia” si trova a pagina 30, l’ultima a pagina 195, la penultima del libro. Avevo adottato il vecchio metodo (piegare le pagine nell’angolino in alto) per segnalare le cose più interesanti. Alla fine sono una ottantina quelle che resteranno per sempre con l’angolo piegato. Tante chicche inserite in un libro che per fortuna ho letto ed ho trovato ricco di notizie, di suggestioni e di riflessioni.
Si racconta anche di un padre e di un figlio, del mantra della pastiera, di treni che fanno i treni, di come la spazzatura prodotta a Tokyo da 35 milioni di persone viene raccolta senza drammi, ma si parla soprattutto di genio e caso che si alleano, di cultura del merito, di funzione sociale della scienza, di rispetto per il lavoro e per chi lavora ad ogni livello, di educazione intesa come cultura, del vedersi riconosciuti i risultati raggiunti, di rispetto delle regole.
Purtroppo non si racconta dell’Italia. Si parla di Giappone visto con gli occhi di un padre ed un figlio curiosi di conoscere e di farci conoscere un altro mondo, una cultura, una civiltà distanti anni luce da noi e non per questioni di chilometri.
L’ultimo appunto di viaggio riguarda ovviamente il ritorno a Napoli e racchiude una frase che da sola spiega la sensazione che si ha leggendo Enakapata: se partire è un po morire, talvolta è vero il contrario.

Della Sala, Orlando, Lagomarsini, Gianfagna, Asfoco, Conforti

enakapata3Roberta Della Sala: Ieri pomeriggio a Bologna presso la libreria Coop Ambasciatori è stato presentato un anomalo e originale testo, o meglio, un diario di viaggio che percorre due binari paralleli che hanno imparato ad incrociarsi: la scienza e la città.

Leggi l’intero articolo su Alter-Azione

Valerio Orlando, again: Caro Vincenzo, ho finalmente (ma ero dispiaciuto come accade quando viene il tempo di separarsi dalle cose amate) terminato di leggere il tuo libro. Di nuovo complimenti. Credo sia un documento importante che spero possa trovare massima attenzione sia negli ambienti che decidono/programmano il futuro della ricerca in questo paese, sia semplicemente (serendipity) tra qualche giovane che possa cosi trovare un’occasione per sognare. Spero di sentirti presto. Valerio.

Andrea Lagomarsini: Vincenzo non ti smentisci mai.. il libro è bellissimo.. una commistione di pezzetti che all’unisono conducono al risultato .. un onore avere un angolino di spazio.. quando riusciremo a organizzare la presentazione.. e purtroppo penso andremo a ottobre visto che giugno è martoriato dalle elezioni… Porta anche TUO FIGLIO!

Andrea Gianfagna: Dear Vicienz’, ho letto con interesse e piacere il Diario che hai scritto together tuo figlio Luca, sulle esperienze del vostro viaggio in Giappone. Complimenti. Mi è venuto  in mente un proverbio di Campanasce, leggendo la tua interpretazione, molto accattivante, della serendipity.
Il proverbio recita: “la vecchia nun vulea murì pecché autre cose vuleva verè (dove veré sta per scoprire)”, mi sembra che in questo proverbio ci sia, in nuce, lo sviluppo della teoria della serendipity.
Ma veniamo a noi. Sono stato in Giappone nel 1968 per oltre 20 giorni a Tokyo, Kyoto, Nara ed Osaka e devo dirti che condivido molte delle tue valutazioni sui giapponesi e sul sistema Giappone, anche con le relazioni che tu fai, confrontandole con ciò che avviene in Italia.
Volevo tuttavia dirti che la cosa più importante che mi è capitata nel viaggio in Giappone in compagnia di Julien Livi (fratello di Yves Montand) e segretario del Sindacato Alimentaristi della CGT, è stata la presa di coscienza che il mondo si deve valutare non solo con i criteri europei ed americani, e che l’Asia, il Giappone richiedono altro. Il tuo diario conferma. Domo arigato per il tuo lavoro ed auguri, affettuosamente.

Sabrina Asfoco: Ciao Moretti senior, ho letto il tuo libro e l’ho trovato divertente e leggero. Si, sei riuscito a parlare di scienze e tecnologia con leggerezza. Bravo anche Luca. Un abbraccio.

Antonio Conforti: […] E’ il Vincenzo che parte da Secondigliano e senza più parlarne esplicitamente, traccia lungo tutto il libro un filo invisibile di napoletanità e di tradizione popolare, alla quale non rinuncia comunque, anche se fra mille contraddizioni.
E’ il fiume carsico dello stesso Luca, molto più giovane e strutturato verso una valorizzazione del “nuovo”, che tenta di portare indietro,verso il luogo d’origine, i simboli del mondo visitato, dalla cucina al gadgets, perché si sedimentino nella comunità alla quale appartiene come ulteriore patrimonio di ricchezza.
E’ la pervicace, spettacolare ritrosia a comunicare nell’inglese universale che hanno quasi tutti i giapponesi, che sembrano rifiutare così l’omogeneità imposta dall’esterno. […]

Leggi l’intera recensione

Annibale, Maxtraetto, Orlando, Ugolini, Pennone, Potecchi, Splendore

enakapata3Vincenzo Annibale: Fino al 10 marzo è una chicca. Avevo deciso di piegare le pagine interessanti per poi commentarle. Fino ad ora ho fatto una novantina di “orecchie”. Dopo il 31 marzo mi mancherà il giappone (è anche un invito al visitarlo insieme a tante altre affascinati cose, che poi dirò tutte insieme). C’è da sperare che socializzi altri viaggi.

Maxtraetto: Il fil-rouge sella serendipità è la vera capata che sconvolge le mie sinapsi da un po’ di tempo. Destino, fato, caso, dharma, coincidenza, occasione, opportunità, parole che all’inizio credevo sinonimi di serendipità. Se non accompagnate da: attenzione, apertura mentale, storia, organizzazione, desiderio, potrebbero esserlo ma la capacità di mettersi continuamente in gioco è l’anello mancante. Con l’umiltà di chi apprezza gli insegnamenti e con la voglia di affrancarsi da pensieri che si ritengono fondamentali. Per me bella la coincidenza dell’arrivo del vostro libro con le riflessioni che stavo facendo intorno a “carpe diem”.
Un abbraccio.
http://solchi.blog.dada.net/

Valerio Orlando: Carissimo Vincenzo, solo per dirti che mi porto il tuo libro (e di tuo figlio!) in giro per Roma e per il mondo. Bello. Bellissimo. Cerco di non leggerlo con gli occhi di chi sa. E mi riesce facilissimo. Ma più che i contenuti e i luoghi che conosco e riconosco, mi godo proprio la scrittura. Quell’insieme di riverberi che rivelandosi o celandosi, raccontano ora l’uomo e ora l’artista. Spero di sentirti presto. Un abbraccio. Valerio

Bruno Ugolini on l’Unità del 6 Aprile 2009

Domenico Pennone: Da non perdere. Il viaggio che tutti vorremmo fare. Portandosi dietro molto passato e tanto vissuto, cercando quello che altrimenti non potremmo nemmeno immaginare. Enakapata, il libro di Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio è tutto questo e tantissimo altro ancora. Un viaggio cosi bello, così avvincente che fatichi a non pensare che sia finto. E invece è tutto vero, raccontato con passione ironia e a tratti anche con un pizzico di sana malinconia.
MetroMagazine

Alessia Potecchi: Cari Vincenzo e Luca, sono contentissima di partecipare alla presentazione del vostro libro a Milano, la mia città, e vi ringrazio molto per avermi invitata. Ho trovato la vostra pubblicazione molto affascinante e nello stesso tempo fresca e originale. Leggendo sembra di compiere il vostro viaggio e ci si trova immersi nella cultura giapponese scoprendo tanti aspetti sociali e culturali che fanno riflettere a confronto con il nostro quotidiano. Trovo che il libro offra diversi spunti di riflessione e sia un’ottima lettura che incuriosisce sempre di più strada facendo…..Tanti tanti complimenti, vi auguro un grosso successo e sono sicura che sarà così! A presto.

Nunziante Splendore: Cosa ha spinto un sociologo napoletano a lasciare per un mese il suo lavoro, le sue abitudini, i suoi affetti più cari per trasferirsi in Giappone ad intervistare, a scoprire, ad annusare, condividere e integrarsi in un mondo completamente diverso dal suo? La risposta in questo libro, Enakapata, scritto da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio. Già ma cosa vuol dire enakapata e perché? Enakapata è un verso nippo napoletano inventato dagli autori, che vuol dire è una capocciata, una cosa da urlo, uno sballo qualcosa di diverso dall’ordinario, qualcosa che ti fa capire quello che avevi sotto il naso ma non avevi mai riflettuto. Ne esce fuori un diario, il racconto di una vita, un grido di dolore, un grido di conforto e di smarrimento e di ritrovamento, quasi un urlo di speranza verso il futuro. Ho intravisto un doppio livello di lettura in questo libro: il primo come fanno gli scienziati a scoprire l’imponderabile, il secondo livello è solo vivendo intensamente che possiamo realizzarci. Il professore Moretti ci rassicura e ci tranquillizza. Tutto funziona per genio e per caso. L’importante è capire, dare un senso ad un insieme di flussi che ci travolgono, ci invadono ci sfiorano, ci arricchiscono. Un po’ come vivere in un ambiente straniero ostile e completamente diverso dal nostro e dare un senso a ciò. Il libro ci indica due vie la prima razionale la seconda ancora da studiare: imparare l’inglese e scoprire che non è di grandissima utilità per la vita quotidiana giapponese, la seconda aiutarsi con il genius napoletano, il tutto condito con un metodo di lavoro straordinario: 17 ore filate di lavoro come un vero giapponese. Tutto ciò si scopre leggendo Enakapata, storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo. Alla fine del libro due domande: la prima: che tipo di diario poteva scrivere un ipotetico scienziato giapponese in missione in un centro di ricerca napoletano; la seconda: Paghiamo per dieci anni una ventina di alte teste giapponesi pensanti e mettiamoli al servizio della ricerca italiana ne uscirà qualcosa di diverso oppure no?

Risi, Aliberti, Del Vecchio, Pennone, Panachia, Ugolini

enakapata3Vincenzo Risi: Caro professor Moretti, sappia che stamattina le voglio molto male. Stanotte ho iniziato a leggere il suo libro e sono riuscito a chiuderlo solo dopo le 3… Scherzi a parte, in un sol colpo sono a più della metà e le posso dire che è un racconto meraviglioso. Non lo dico per farle piacere, ma perchè lo penso davvero. E’ divertentissimo, ho riso da solo che un altro po’ i coinquilini mi prendevano per pazzo, e nei punti dove parla della sua Secondigliano e in particolare di suo padre mi sono commosso tantissimo. Sono arrivato all’intervista con Marchesoni, e l’analisi che ne esce sul sistema ricerca in Italia fa molto riflettere. Va bè, a questo punto conto di finire il libro in breve tempo! Le farò avere un parere nel complesso.

Sabato Aliberti: Grazie per questa Kapata. Non commento il libro. Non sarei obiettivo dato l’affetto e l’ammirazione che nutro per Vincenzo e indirettamente per Luca, conosciuto di persona ma ancor più a fondo attraverso le parole scritte nel libro. Voglio solo ringraziare i due autori per per avermi dato la possibilità di vivere qualche giornata in Giappone. Presso il Riken Institute, nelle vie della città, in albergo, nel bar a colazione. Ho vissuto l’ansia di Vincenzo, lo stupore e il disincanto di Luca. Sono stato presente all’incontro con il premio Nobel, con gli scienziati, Carninci e F. Nori e le tante altre persone che hanno accompagnato i nostri nel loro viaggio. Non ho sentito la necessità di immaginare niente! La dettagliata e magnifica descrizione di un viaggio di un’esperienza di ricerca, trasformata in una foto artistica che rappresenta i contrasti e le similitudini di realtà apparentemente così distanti sotto il profilo antropologico. Due culture a confronto! Delle foto artistiche estremamente varie nei soggetti: paesaggi, scene urbane e rurali, ritratti, stili life, soggetti folkloristici, popolari e mistici, così come ritratti delle personalità incontrate. Un gioco di luce e ombre di colori e di bianco e nero, frammenti di vita quotidiana del presente e del passato, di una realtà vissuta ma ancor più “sentita”. Razionalità ed emozioni unite. Grazie per tutto questo.

Beppe Del Vecchio: … un ringraziamento agli autori del libro. Un libro “piccolo” ma compresso. Una vera bomba (direi una vera capata). Ricco di concetti che vanno ben oltre il racconto. Uno strumento. Ha la capacità della chiarezza e la grandezza della semplicità.

Domenico Pennone: Azz Vincenzo che bel libro che hai scritto! Il commento lo devo maturare, non meriti na’ cosa arronzata:-).

Rosalba Panachia: Caro Moretti, ho da poco finito di leggere il suo libro e devo dire che… è ‘na capata! Complimenti a lei e a suo figlio! Poi io mi sono divertita particolarmente a riandare con la mente, grazie ai racconti suoi e di Luca, a quei primi tre mesi del 2008 che ho passato in Giappone, e a tutto “lo yin e lo yang” (molto più yin, naturalmente) che quel paese mostra ai nostri occhi non solo occidentali, non solo italiani, ma anche (e soprattutto) NAPOLETANI! Per la serie “l’importanza del punto di vista”! Concordo sul fatto che è stato un peccato non poterci incontrare a Tokyo, ma da quel che ho letto dei suoi ritmi nipponici e da quello che so essere state anche le mie giornate intense, mi sa che era abbastanza naturale… Comunque è stato bello poterci finalmente conoscere da vicino alla presentazione alla Feltrinelli, e spero ci terremo in contatto. Mata aimashou! Arrivederci!

Bruno Ugolini on Storie di oggi

De Biase, Romano, Illiano, Marcone, Zagaria, Cervone, Romano

enakapata3Luca De Biase: Enakapata è un colpo di genio. Il racconto scritto in forma di diario da Vincenzo e Luca Moretti sul loro viaggio da Secondigliano al Giappone. Nello stupore di ogni gesto, di ogni differenza, di ogni pensiero. Nell’approfondimento delle dinamiche antropologiche e tecniche del Riken, un megacentro di ricerche genetiche di Tokyo. Bellissimo libro, ispirato dalle persone che lo popolano, come lo scienziato Piero Carninci, il Nobel Ryoji Noyori e don Peppe detto “Testolina”. Un colpo di genio. Che in lingua napoletana “è ‘na capata”. Enakapata.

Tiziana Romano: Mi è piaciuto all’ennesima potenza. Salve prof. Moretti, Le scrivo a proposito del suo libro Enakapata. Esilarante nel senso buono del termine. Un po’ come Luca mettevo in ordine la camera prima di partire e mi sono imbattuta in questo libro. Ho iniziato a leggere e mi son trovata alle 3 del mattino che ancora leggevo. Io sono una studentessa universitaria e leggere questo libro è stato vedere nella realtà, cosa c’è fuori dal mondo universitario (italiano).  Al di là dei numerosi fatti che sono menzionati nel libro, mi ha affascinato tanto la struttura del Riken, il fatto della collaborazione e competizione sana.  Tutto è incentrato sul merito e lavoro di squadra  in modo da creare armonia. Mi piace. Le aggiungo, inoltre, che non c’è una parte del suo libro che non mi è piaciuta. Certo ho trovato un po’ di difficoltà nel capire: genomi, Rna, Dna, proteine & company però mi son divertita. Complimenti. Per Luca anch’io c’ero al teatro Bellini al Japan Week  è stato bello tra kimono, danze e strani strumenti musicali ….  solo un po’ noioso quando per circa un quarto d’ora hanno scritto qualcosa su un foglio lunghissimo. Complimenti ad entrambi.

Luca Illiano on MediNapoli

Angelo Marcone: Caro Vincenzo, volevo ringraziarti per il tuo invito alla presentazione di Enakapata. Mia moglie ed io siamo stati molto contenti di essere venuti. Ti confesso che  ho avuto qualche difficoltà  a ‘entrare’ sul serio nel libro ma, stamane, evidentemente dopo una elaborazione notturna automatica, mi sono reso conto che è veramente un bel lavoro. Il mio ex capo, nell’azienda elettronica dove lavoravo era solito chiedermi di un mio progetto: ‘Angelo, funziona o non funziona?’. Ebbene, credo che il libro sia veramente un bel progetto ‘funzionante’ e quindi grazie a te e tuo figlio per la bella realizzazione. Sono del Vomero ma ho insegnato qualche anno in una scuola di Secondigliano e quindi i tuoi racconti mi hanno ricordato un periodo particolare della mia vita che ricordo con piacere. D’altra parte i racconti del Giappone mi hanno anche portato ad un vita fa, in cui alcuni miei colleghi di lavoro, giapponesi, cercavano di condividere con me il loro modo di vivere e di progettare l’elettronica ed il software. Cordiali saluti.

Cristina Zagaria on Voltapagina, again

Francesco Cervone on Antonella Romano Blog

Antonella Romano
, again, on Antonella Romano Blog

Iucci, Zagaria, Romano, Iossa, Strazzullo, Gonzalez, Comunitàzione, Di Domenico, Vesupreme, Lieto

enakapata3Stefano Iucci: Dunque, non voglio buttarla giù troppo pesante, ma nei Ricordi di egotismo di Stendhal c’è scritto che l’unica giustificazione per… scrivere di Sè è quella di essere assolutamente sinceri. Ecco io credo che uno dei pregi di questa kapata sia la sincerità degli autori nel raccontare le proprie esperienze (comprese difficoltà, paure, incomprensioni). Non è un giudizio psicologico o moralistico, nel senso che questa sincerità si fa scrittura. E’ insomma una sincerità letteraria, l’unica possibile in un libro.

Cristina Zagaria: È  stata ’na kapata!!!!!!!!!! … Funziona … l’ho letto … senza fatica in un giorno … è un libro diverso … e questo credo sia un grande pregio, con diversi punti di interesse … e questa è la sua forza …
Riassumendo le mie tre pagine di appunti, la prima cosa che mi ha colpito è lo stile. Il libro è scritto come fosse un continuo scambio di mail. Ci sono anche alcune parti in inglese. Moretti è un blogger appassionato e si vede. La sua scrittura è veloce, moderna, fresca.
E poi c’è la teoria della Serendipity, non vorrei sbagliarmi, perché vado a memoria e cerco di semplificare, ma è quel modello scientifico secondo cui partendo da un dato anomalo si arriva ad elaborare una nuova teoria o ad ampliare una teoria già esistente, stravolgendo il punto partenza (non è fantastico!!!! Non dico solo nella scienza o nella sociologia, ma anche nella vita).
Attenzione, però, il diario non è assolutamente un trattato scientifico, io direi piuttosto che è un’avventura, sul cui sfondo si delinea anche il bellissimo rapporto tra padre e figlio.
Vincenzo, infatti, lo sa, le pagine che più ho adorato del diario sono quelle scritte da Luca, studioso di cultura giapponese, che riesce a portare il lettore a passeggio nelle vie di Tokyo, tra presente e passato, tra realtà e leggende. […]
Leggi l’intero articolo su Voltapagina

Antonella Romano: Ho appena finito di leggere Enakapata (troppo curiosa per aspettare la presentazione). Mi è piaciuto molto. Sembra contenere tutto. Due punti di vista (padre e figlio) che si intersecano. Due culture (Occidentale e nipponica) a confronto. Il Suo diario è stato a tratti esilarante (la testata, l’ambasciata e la storia di “ammazzarli quando sono piccoli”etc… comicità allo stato puro); a tratti istruttiva (parte scientifica); senza fare a meno dell’approccio sociologico (deformazione professionale). Quanto alle pagine di Luca, è riuscito ad unire storia e descrizione dei luoghi con molta cura per i dettagli (sembrava quasi di esserci). Troppo spesso è difficile parlare di storia, tradizioni o narrare di luoghi senza annoiare. E “il suo erede” ci è riuscito. Mi è venuta voglia di andarci in Giappone (anche se un mese senza pasta e pizza…ecco forse due settimane possono bastare!). La saluto. A domani. Complimenti e in bocca al lupo.

Luisa Iossa: Di mestiere faccio la libraia, e dovrei quindi esprimermi come tale…ma con il tuo libro proprio non ci riesco…come amica e persona che ti vuole bene dico che è semplicemente “tutto te stesso”. Ti ritrovo in ogni rigo, mi sembra anzichè leggere di ascoltarti, per non parlare di Luca che si è già confermato figlio di tale padre (e direi tale nonno).La vera scoperta per me è proprio Luca, ed è a lui quindi che faccio i miei in bocca al lupo, ma so già che questo può solo farti felice…Enakapata Forever!

Alessio Strazzullo on Ciò che penso e qualche volta scrivo

Irene Gonzalez: Cmq è trooooooooooooooopp bell!!!

Red on Comunitàzione, Il punto di incontro per la comunicazione e il marketing

Salvatore Di Domenico: Caro Enzo, sai il bene che ti voglio, ma non è questo il motivo per cui ti scrivo. Stamattina appena sveglio poso lo sguardo su Enakapata e incomincio a leggere. La posizione dove mi sono trovato a leggere non era tra le più comode. Ma nonostante tutto mi sono fermato solo quando le gambe hanno iniziato a   farmi male e ho pensato che le pagine del tuo libro sono come le patatine fritte e i pistacchi… quando inizi non è facile smettere. P.S. scusa per il paragone Salvatore

Red on Vesupreme, storie di eccellenze napoletane

Antonio Lieto on Marketing Media Comunicazione Innovazione

Mai dire mai

enakapata3Per Luca è la prima volta. Lui fino ad oggi ha litigato più con le note che con le parole. Per me no. Io sono Moretti il vecchio. E non mi ricordo neanche più da quand’è che faccio a pugni con i pensieri.
L’affettuosa complicità di amici come Sabato Aliberti, Salvatore Casillo, Sergio Cofferati, Luca De Biase, Biagio De Giovanni, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi ha permesso ai miei libri di finire sugli scaffali e a me di imparare molte cose. Ma è inutile negarlo. Questa volta è diverso. Speciale.
Quando ho chiesto a Luca di venire con me in Giappone ho pensato che per lui potesse essere un’esperienza importante. Gli piace viaggiare, studia giapponese,  ama le culture orientali, gli piace persino cucinare giapponese,  quale occasione migliore?, mi sono detto. E poi avevo un bel ricordo del nostro viaggio in Australia, nel 2000, in occasione delle Olimpiadi. E poi ero terrorizzato dal mio pessimo inglese e dalla mia scarsa capacità di sopravvivenza. E poi ai tipi che fanno, per scelta e per caso, la vita che faccio io, fa un gran bene stare per un pò assieme ai propri figli. E poi potrei dire di altri mille e poi. Ma mai e poi mai avrei pensato di scrivere un libro insieme a mio figlio. E invece eccoci qua. Cosi insieme e così diversi.
Perché le cose che ha raccontato lui io non avrei mai potuto raccontarle. Perché mentre lui faceva il turista io lavoravo. Perché senza quelle sere passate assieme a leggere, rileggere, correggere non sarei tornato a Secondigliano, alle mie radici, là dove per me tutto è cominciato.
Anche per questo Enakapata non è solo un diario. Ma anche un gioco. Un tradimento. Una prepotenza. Un augurio.
Il diario dà conto di come è nato e di cosa è stato il viaggio a Tokyo e al Riken, istituto di ricerca tra i più importanti del mondo. Dove io e Luca siamo rimasti dal 3 al 30 marzo 2008. Dove continuiamo a tornare con il pensiero. Il discorso. L’immagine. La posta e la chiacchiera. Elettronica e no.
Il gioco consiste nella contrazione giapponesizzazione di un’espressione assai di moda nello slang under 30 dalle parti del Vesuvio, «è ’na capata», letteralmente «è una testata», in senso figurato «è in», «è una cosa che colpisce», «è qualcosa di straordinario». Il resto lo scoprirete leggendo il libro.
Chi lo ha letto lo ha trovato bello, ma su questo conviene che io taccia. Mio padre avrebbe detto “Ogni scarrafone è bello ‘a mamma soia” o anche, meglio, “Acquaiuò, l’acqua è fresca? Manco ‘a neve“, e tanto basta.
Posso dire invece che spero che lo compriate. Di più.  Che vi piaccia a tal punto da indurvi a consigliarlo agli amici. A regalarlo. Ancora di più. Io ci credo. E voi?
Buona lettura.

La struttura delle rivoluzioni scientifiche | Thomas S. Khun

29. Scienza normale significa una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore.

38. La verità emerge più facilmente dall’errore che dalla confusione.

40. Lo scienziato che scrive ha maggiori probabilità di veder danneggiata la propria reputazione professionale che di accrescerne il prestigio.

66. Michael Polanyi ha argomentato che gran parte della riuscita di uno scienziato dipende da una conoscenza tacita, cioè da una conoscenza che è stata acquisita attraverso la pratica e che non può venire articolata esplicitamente.

75. La ricerca governata da un paradigma deve essere una maniera particolarmente efficace di introdurre cambiamenti di paradigma. Le novità fondamentali di fatto e teoriche infatti portano proprio a questo. Prodotte inavvertitamente da un gioco che procede secondo un certo insieme di regole, la loro assimilazione richiede la elaborazione di un altro insieme di regole.
Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1979, pag. 75

76. La scoperta comincia con la presa di coscienza di un’anomalia, ossia col riconoscimento che la natura ha in un certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale; continua poi con un’esplorazione, più o meno estesa, dell’area dell’anomalia, e termina solo quando la teoria paradigmatica è stata riadattata, in modo tale che ciò che era anomalo diventa ciò che ci si aspetta. L’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento, non semplicemente additivo, della teoria; finché  tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici.

89. L’anomalia è visibile soltanto sullo sfondo fornito dal paradigma. Quanto più preciso è tale paradigma e quanto più vasta è la sua portata, tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di un’anomalia e quindi di un’occasione per cambiare il paradigma.

103. Una volta raggiunto lo status di paradigma, un teoria scientifica è dichiarata invalida soltanto se esiste un’alternativa disponibile per prenderne il posto.

105. Abbandonare un paradigma senza al tempo stesso sostituirgliene un altro equivale ad abbandonare la scienza stessa.

117. Coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure nuovi arrivati nel campo governato dal paradigma che essi modificano.

119. Consideriamo qui rivoluzioni scientifiche quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.

119. Le rivoluzioni scientifiche sono introdotte da una sensazione crescente, anche questa volta avvertita da un settore ristretto della comunità scientifica, che un paradigma esistente ha cessato di funzionare adeguatamente nella esplorazione di un aspetto della natura verso il quale quello stesso paradigma aveva precedentemente spianato la strada.

138. I paradigmi forniscono agli scienziati non soltanto un modello, ma anche alcune indicazioni indispensabili per costruirlo. Allorché impara un paradigma, lo scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri tutti assieme, di solito in una mescolanza inestricabile. Perciò quando i paradigmi mutano, si verificano di solito importanti cambiamenti nei criteri che determinano la legittimità sia dei problemi che delle soluzioni proposte.

138. Poiché nessun paradigma risolve mai tutti i problemi che esso definisce e poiché non succede mai che due paradigmi lascino irrisolti proprio gli stessi problemi, le discussioni su paradigmi implicano sempre la stessa questione: quali problemi è più importante risolvere? Questione dei valori.

140. In periodi di rivoluzione, quando a tradizione della scienza normale muta, la percezione che lo scienziato ha del suo ambiente deve venire rieducata: in alcune situazioni che gli erano familiari deve imparare a vedere una nuova Gestalt. Dopo di che, il mondo della sua ricerca gli sembrerà in varie parti incommensurabile con quello in cui era vissuto prima.

180. Poiché i nuovi paradigmi sono nati da quelli vecchi, di solito essi contengono gran parte del vocabolario e dell’apparato, sia concettuale che operazionale, che aveva appartenuto al paradigma tradizionale. Ma raramente essi usano questi elementi ereditati dalla tradizione in maniera del tutto tradizionale. Entro il nuovo paradigma, i vecchi termini, concetti ed esperimenti entrano in nuove relazioni tra di loro.

190. Il punto in discussione consiste invece nel decidere quale paradigma debba guidare la ricerca in futuro, su problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente. Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, avere fiducia che l nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che l vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.

213. Il termine paradigma compare molto presto nelle pagine precedenti e la maniera in cui viene introdotto è intrinsecamente circolare. Un paradigma è ciò che viene condiviso da una comunità scientifica e, inversamente, una comunità scientifica consiste di coloro che condividono un certo paradigma.

214. Una comunità scientifica consiste di coloro che praticano una comunità scientifica.
I membri di una comunità scientifica vedono se stessi e sono visti dagli altri come gli unici responsabili del perseguimento di un insieme di finalità condivise, compreso l’addestramento dei loro successori.

217. Un paradigma governa, innanzitutto, non un campo di ricerca ma piuttosto un gruppo di ricercatori. Qualsiasi analisi di uan ricerca scientifica che sa governata da un paradigma o che infranga un paradigma deve cominciare cn l’individuare il gruppo o i gruppi responsabili.

218. Una rivoluzione è una specie molto particolare di cambiamento che comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi dal gruppo.

219. Le crisi non sono necessariamente prodotte ad opera della comunità che ne fa l’esperienza e che talvolta subisce una rivoluzione in conseguenza di esse.

225. Se tutti i membri di una comunità rispondessero a ciascuna anomalia considerandola come una causa di crisi o abbracciassero ogni nuova teoria avanzata da un collega, la scienza cesserebbe di esistere. Se, d’altra parte, nessuno reagisse alle anomalie o a teorie assolutamente nuove in materie che comportano alti rischi non vi sarebbe quasi nessuna rivoluzione. Il situazioni come queste il ricorso a valori comunemente condivisi anziché a regole comuni che governano la scelta individuale può essere la maniera in cui la comunità distribuisce i rischi e assicura il successo duraturo della sua impresa.

230. La natura e le parole vengono conosciute assieme. Per fare uso ancora una volta dell’utile frase di Michael Polanyi, il risultato d questo processo è una tcita conoscenza che viene appresa facendo scienza piuttosto che acquisendo regole per farla.

232. Stimoli molto differenti possono produrre e stesse sensazioni; lo stessos timolo può produrre sensazioni molto differenti; il percorso dallo stimolo alla sensazione è in parte condizionato dall’educazione.

238. Nell’uso metaforico non meno che in quello letterale del vedere, l’interpretazione comincia là dove finisce la percezione. I due processi non sono gli stessi, e che cosa la percezione lasci all’interpretazione perché la completi, dipende essenzialmente dalla natura e dalla misura della esperienza e dell’educazione precedenti.

244. Tradurre una teoria o una concezione del mondo nel proprio linguaggio non equivale a farla propria. Per ottenere questo effetto bisogna naturalizzarsi nel nuovo linguaggio, bisogna scoprire che si pensa e si opera in, e non semplicemente si traduce da, un linguaggio che precedentemente era straniero.

246. Presi come gruppo o in gruppi, coloro che svolgono attività all’interno delle scienze sviluppate sono fondamentalmente dei solutori di rompicapo. Sebbene i valori cui essi fanno ricorso nelle situazioni in cui si tratta di scegliere una teoria derivino anche da altri aspetti della loro attività, la dimostrata capacità di formulare e risolvere rompicapo presentati dalla natura è, nel caso di conflitti fra valori, il criterio dominante per la maggior parte dei membri di un gruppo scientifico.

247. Si ritiene di solito che una teoria scientifica sia migliore di quelle che l’hanno preceduta non solo nel senso che essa costituisce uno strumento migliore per la scoperta e la soluzione di rompicapo, ma anche perché in un certo modo essa fornisce una migliore rappresentazione di ciò che la natura è realmente.

251. La conoscenza scientifica, come il linguaggio, è intrinsecamente la proprietà comune di un gruppo o altrimenti non è assolutamente nulla. Per capirla dovremo conoscere le caratteristiche specifiche dei gruppi che la creano e la usano.

Pensare l’efficacia | Sottolineato e Note a margine

Francois Jullien, Il saggio è senza idee, Einaudi, 2002, pag. 109, Euro 10.00
Filosofia | Saggezza

Paragrafi
Un’alternativa nella cultura | Lo sconvolgimento del pensiero | Riaprire altri possibili nel proprio spirito | Per essere efficaci: modellizzare | O appoggiarsi sui fattori “portanti”: “surfare” | Domanda: quali sono i limiti di fecondità del modello? | La conduzione della guerra, non essendo modellizzabile, è forse per questo incoerente? | Nelle “Arti della guerra” cinesi: la nozione di potenziale della situazione | Sul coraggio: qualità intrinseca o frutto della situazione? | Valutazione – determinazione | Mezzo – fine | O condizione – conseguenza | Elogio della facilità | Processo: meditare sulla crescita delle piante | Modalità strategiche: l’indiretto e il discreto | Sul versante europeo: azione, eroismo, epopea | Sul versante cinese: il non agire | Azione / trasformazione | Mitologa dell’evento | Si tratta di empirismo? | Anche un contratto è in trasformazione (ma ance l’amicizia è un processo) | Progresso / Processo | Come pensare l’occasione? | Traslazione: efficacia / efficienza |   Obiezioni | La lunga marcia è un’epopea? | Cercare un margine per sopravvivere (anziché sacrificarsi) | Deng ha “trasformato” la Cina | Che cos’è un grande politico?

Filosofia | Saggezza
Attaccarsi a un’idea | Essere senza idea (privilegiata), sensa posizione fissa, senza io particolare, tenere tutte le idee sullo stesso piano
La filosofia è storica | La saggezza è senza storia
Progresso della spiegazione (dimostrazione) | Variazione della formula (la saggezza va rimugnata, “assaporata”)
Generalità | Globalità
Piano d’immanenza (che taglia il caos) | Fondo d’immanenza
Discorso (definizione) | Osservazione (incitamento)
Senso | Evidenza
Nascosto perché oscuro | Nascosto perché evidente
Conoscere | Realizzare (to realize): prendere coscienza di ciò che si vede, di ciò che si sa
Rivelazione | Regolazione
Dire | Non c’è niente da dire
Verità | Congruenza (congruo: perfettamente conveniente a una data situazione)
Categoria dell’Essere del soggetto |Categoria dl processo (corso del mondo, corso della condotta)
Libertà | Spontaneità (sponte sua)
Errore | Parzialità (accecati da un aspetto delle cose, non si vede più l’altro; non si vede che un angolo e non la globalità)
La via conduce alla Verità | La via è la percorribilità (per dove “va”, per dove è “possibile”)

Alla ricerca della politica | Revelli | Eguaglianza

1. VI secolo a.C. Otane, Megabizo e Dario, che diventerà re, ucciso l’usurpatore che aveva occupato il trono di Cambise, formulano per la prima volta la celebre ripartizione delle forme di governo in monarchia, aristocrazia, isonomia. Cfr. Erodoto, Bobbio.
1647, Putney, Londra. Carlo I viene giustiziato. Circa 90 uomini, eletti capillarmente nei reparti, discutono, nel pieno della rivoluzione inglese, i fondamenti del nuovo ordine politico cui si intende dar vita. Si discute il Patto del popolo. I Livellatori, ala radicale dei soldati appoggiati da un piccolo numero di ufficiali sostengono il principio della sovranità popolare e del suffragio universale. Secondo tale tesi, caldeggiata dal colonnello Reinborough, tutti gli inglesi debbono essere considerati politicamente eguali. Ad essi si oppongono i Moderati, che, per bocca di Ireton, sostengono invece che a tutti i cittadini spetta l’eguaglianza giuridica e non quella politica e che pertanto il diritto di voto spetta soltanto ai proprietari terrieri.

Alla ricerca della politica | Bovero | Libertà

Premessa metodologica.
Libertà è una parola ambigua. Più le parole sono grosse (parole-chiavi) più sono ambigue. Ci sono filosofi che sostengono che la parola libertà è per sua natura ambigua, perchè ad essa sono associati contestabili giudizi di valore. Non condivisibile.
Hanno piuttosto ragione coloro, tra cui Bobbio e Oppenheim, che considerano possibile e fruttuoso la ricostruzione in termini neutri ed avalutativi il significato del termine libertà.
Per sciogliere le ambiguità di parole e concetti occorre distinguere. Distinguere un concetto dai concetti affini. Distinguere un concetto dai concetti opposti.
Una buona tecnica è quella di chiedersi qual’è il contrario della parola il cui significato stiamo cercando di chiarirci.
Definizioni logiche.
Abbiamo un’idea intutitiva di quale sia l’opposto di libertà? Schiavitù, servitù.
Libero è un soggetto che non è schiavo, non è servo e viceversa. Schiavo e servo sono quasi sinonimi: lo schiavo è in catene, il servo no.
Prima definizione approssimativa: Libero è chi è senza catene, senza lacci, senza vincoli di vario tipo.
Non c’è servo o schiavo se non c’è il potere di qualcuno che li tiene in condizione di servo  o di schiavo.
Il potere del signore è la negazione della libertà del servo e viceversa.
Opposizione concettuale fondamentale: libertà e potere. Cfr. Bobbio.
Anna e Bruna. Anna ha potere su Bruna nella misura in cui condiziona la condotta di Bruna. La condotta di Bruna sarebbe diversa da quella che è se potesse esplicarsi al di fuori del potere di Anna. Bruna, rispetto ad Anna, non è libera. Anna è libera rispetto a Bruna e Bruna non ha potere su Anna. La libertà di Bruna si attua contro il potere di Anna, negandolo in tutto o in parte.
Per conquistare spazi di libertà occorre superare due tipi di ostacoli: obblighi e divieti, impedimenti e costrizioni. La relazione tra potere e libertà va vista in maniera dinamica, con possibili spostamenti di confine.
Anna è libera se Bruna non ha potere su di lei. Ma Anna è libera anche se Bruna si libera. O meglio, ci sono due possibilità: se Bruna fa la rivoluzione, prende lei il potere su Anna; se Bruna si emancipa, si sottrae al potere di Anna ed in questo caso Anna e Bruna sono entrambe libere.
Aspetto della libertà che coincide con il potere su di sè: la mia libertà si realizza per un verso negando aspetti, spazi, dimensioni di potere altrui e per un altro conquistando la possibilità di essere autonomo, cioè di esercitare potere su me stesso.
Benjamin Constant: Libertà degli antichi= partecipazione degli individui al potere politico e all’autodeterminazione collettiva (autonomia di potere su di sè; Libertà dei moderni= godimento individuale di spazi liberi e protetti dal potere altrui, in primo luogo quello politico.
Libertà negativa: una persona può essere definita libera se e nella misura in cui la sua condotta non incontra impedimenti e non subisce costrizioni. (Negativo è un concetto logico e non di valore. Constant: supremo valore positivo le libertà negative; le libertà individuali fondamentali sono anzitutto libertà negative).
Libertà positiva: forma o specie di libertà che coincide  con il potere su di sè, con l’autonomia. Una persona è libera in quanto è in grado di decidere, scegliere.
Perchè sia libertà negativa, dunque, debbono mancare impedimento e costrizione; perchè sia libertà positiva deve esserci capacità di determinare la propria volontà.
Chiarimenti e aprrofondimenti, obiezioni e risposte.
Libertà da e Libertà di sono due definizioni vuote ed ingannevoli.
Un modo per approfondire la distinzione tra le due specie di libertà: la Libertà negativa si riferisce soprattutto alla sfera dell’agire; la Libertà positiva alla sfera della volontà.
L’opposizione logica delle due Libertà non implica necessariamente una loro opposizione assiologica. Del resto, sulla congiunzione di aspetti fondamentali di queste due libertà si fonda la nozione comune di liberaldemocrazia.
Ha davvero senso tenere separate queste due libertà? Si, perchè possiamo incontrare situazioni in cui un aspetto della libertà vige e l’altro no.
E’ opportuno distinguere anche terminologicamente i due concetti, chiamando la libertà positiva Autonomia? No, perchè anche l’autonomia, in quanto definisce la libertà di non essere eterodiretti è a suo modo una libertà negativa.
RIdefinizioni politiche.
Al livello delle relazioni sociali concrete i singoli individui saranno più o meno liberi nel loro agire (L. N.) a seconda che sia più o meno ampio lo spazio di comportamenti permessi dalle norme collettive, principalmente dallo Stato. Cfr. Thomas HObbes e Libertas silentium legis, l’individuo è libero là dove la legge tace. Quando però alcuni spazi di libertà dell’agire sono garantiti, ossia sottoposti alla tutela delle costituzioni, allora certe Libertates non coincidono più con un semplice silentium legis ma diventano verbum legis, esplicita norma costituzionale.
Al livello delle relazioni di ciascuno con sè stesso: l’individuo è autonomo se è in grado di determinare da sè la propria volontà, di dar norme a sè stesso.
Se i singoli individui sono più o meno liberi (negativamente) nel loro agire quanto maggiore o minore è la sfera dei comportamenti permessi dalle norme collettive, gli stessi individui sono più o meno liberi (positivamente) nel loro volere, o meglio autonomi, a seconda che partecipano più o meno direttamente ed efficacemente alla formazione di quelle norme alle quali essi stessi saranno sottoposti (formazione decisioni collettive).
La distinzione tra libertà negativa e libertà positiva tende a presentarsi come distinzione tra la libertà privata o civile e la libertà pubblica o politica.
Hans Kelsen: si può essere sottoposti ad un ordinamento sociale ed essere libero se e perchè c’è libertà politica. La libertà politica come autonomia è l’autodeterminazione dell’individuo mediante la sua partecipazione alla creazione dell’ordinamento sociale: in ciò consiste il principio della democrazia.
Bobbio e quattro grandi libertà dei moderni: la libretà personale, la libertà di opinione e di stampa, la libertà di riunione, la libertà di associazione.
La libertà liberale, spazi di libertà d’azione garantiti e protetti da chiunque, è una forma di libertà eguale, perchè deve essere goduta da tutti in egual misura.
La libertà democratica, la possibilità di partecipare al processo di definizione delle scelte politiche, è una forma di autonomia eguale, perchè la frazione di potere attribuita a ciascun cittadino deve essere equivalente a quella di tutti gli altri.
Libertà liberale e libertà democratica, diritti civili o personali fondamentali e diritti di cittadinanza politica si sostengono a vicenda nelle liberaldemocrazie. Senza libertà civili l’esercizio della libertà politica è un inganno ma senza questa partecipazione le libertà civile fondamentali restano prive di efficace difesa.
Conclusione.
Finchè c’è una costituzione democratica ci viene riconosciuta ed attribuita la libertà. Ci sono mille possibile domande sui condizionamenti, sulle apparenti libertà, sulle possibilità di persuasione più o meno occulta ma proprio perchè ci facciamo tali domande non siamo servi stupidi e contenti e forse siamo anche in grado di riconquistare la libertà. O almeno di provarci.

Alla ricerca della politica | Veca | Etica

E’ possibile parlare di rapporto tra etica e politica? Qual’è la natura di questo rapporto?  Tante risposte possibili. Cfr. Platone o Aristotele, Agostino o Tommaso; Machiavelli; Hobbes, Locke, Rousseau, Kant; Hegel; Marx; Stuart Mill o Weber. Tanti tentativi.
Occorre prendere sul serio la storia di questi tentativi alle nostre spalle.
Disponiamo di principi o valori etici per la valutazione della politica? Per Aristotele il fine della politica non è la vita o il vivere, quanto piuttosto la vita buona o il vivere bene. Ciascuno di noi ha un proprio criterio di valutazione delle scelte e se vogliamo rendere conto del fatto che ciascuno è capace di impegnarsi in criteri di giudizio politico (giusto, ingiusto, accettabile, non accettabile) dobbiamo affermare che esistono dei criteri etici di valutazione della politica. Asserire che esistono dei criteri etici non equivale a dire che tali criteri esistono come esistono gli oggetti, le cose materiali.
Un’Etica della politica può coincidere con una teoria, una concezione, un modo di guardare le cose che mira alla giustificazione delle istituzioni e delle scelte collettive. Teoria della giustizia.
Giustificabilità, accettabilità di una determinata politica, di una scelta o un provvedimento, di un determinato assetto delle istituzioni fondamentali (costituzione). Cfr. Kant e la sua concezione del Ragionevole.
Il campo del ragionevole richiede che ognuno di noi disponga di un doppio modo di guardare  e valutare le cose. Selezionare ragioni che possono valere per chi le presenta come per colui a cui vengono presentate. Prendere sul serio il punto di vista dell’altro.
L’Ordinamento impersonale è quello in virtù del quale ci impegniamo a rispondere al fatto elementare che ci sono altri come noi. La Responsabilità deriva dalla capacità di risposta a ciò. Cfr. Kant e l’insieme delle Ragioni Pubbliche, le ragioni dovute all’uso pubblico della ragione.
L’etica per la politica si basa sul confronto delle ragioni impersonali che le persone possono assumere miranti alla giustificazione o meno di istituzioni politiche e scelte collettive.
Un’ Etica politica si costruisce nello spazio che abbiamo chiamato del ragionevole, grazie all’esercizio della libera ragione pubblica. Cfr. John Rawls, Liberismo politico.
I criteri etici, per giustificare politiche e scelte, basate su ragioni pubbliche, devono superare un qualche test di generalità, universalità e impersonalità. In questo senso, per etica si intende etica pubblica.
Due impegni relativi alla libertà e all’eguaglianza. Sarà non libero chi sarà escluso dal confronto tra le ragioni miranti alla giustificazione. E sarà ineguale chi avrà ragioni che contano più o meno delle ragioni degli altri.
In un’Etica pubblica la giustificazione riguarda la vita giusta e non tanto la vita buona. I valori di un’Etica per la politica coincidono con quelli che potremmo chiamare gli elementi costituzionali essenziali, sullo sfondo di una poliarchia costituzionale.
Distinzione tra etica condivisibile  e non (convergenza ecc.). Ma esiste una sola etica condivisibile? Di fronte al pluralismo delle prospettive di valore (Etica utilitaristica ed Etica  Comunitaria. Etica del discorso di Karl Otto Apel. Etica di Jurgen Habermas. Nell’ultimo trentennio le principali etiche in competizione hanno oscillato dall’accento posto sulla nozione di utilità, a quello posto sull’eguale libertà negativa, a quello posto sull’equità, a quello posto sulla comunità) ha senso parlare di un’Etica per la politica?.
Ciascuna di queste etiche pubbliche è centrata su un singolo o un singolo insieme di valori.
Utilitarismo. Cfr. benessere collettivo, giustificazione di istituzioni e politiche che lo massimizzano;
Teorie libertarie. Cfr. valore della libertà negativa, libertà da, giustificazione di politica e istituzioni che minimizzano l’area dei vincoli sulle scelte e le transazioni individuali;
Teorie della giustizia come equità. Cfr. eguaglianza nelle opportunità fondamentali, eguale cittadinanza, giustificazione di politiche e istituzioni che le tutelano;
Teorie comunitarie. Condivisione di una identità collettiva, di una storia congiunta, di un noi senza il quale nient’altro può avere valore.
Come se ne esce?
Forse dovremmo chiedere ad un’etica per la politica di essere più propriamente un’etica politica: definire i valori fondamentali, concernenti l’ambito circoscritto del politico, che possono essere riconosciuti e condivisi da tutti, per ragioni che chiunque può trovare all’interno della propria particolare concezione etica. Pur non condividendo tutto possiamo, forse dobbiamo, condividere qualcosa.
Adottando la prospettiva di un’etica politica non richiediamo di condividere tutti i valori, come pretendono i comunitari, ma chiediamo di condividere quei valori che siano pertinenti per ciascuno di noi in quanto ciascuno di noi si pensa come partner, come socius, come compagno di pari dignità nella polis, nella città. A Libertà ed Eguaglianza bisogna dunque aggiungere un terzo valore ereditato: Reciprocità di Cittadinanza.
In questo ambito, l’etica politica perimetra l’area della condivisione, della comune lealtà civile, fissa e custodisce i termini del patto in cui ci impegnamo a modellare le nostre forme di vita collettiva e le comuni istituzioni entro i quali perseguire i nostri differenti obiettivi, ideali o interessi derivanti da una varietà di lealtà, di attaccamenti, di impegni, di riferimenti a differenti e plurali comunità o cerchie di riferimento.
La giustizia è così la prima virtù della società come unione di unioni sociali, se miriamo a delineare i tratti di un’etica per la politica fin de siécle.
Questioni aperte. Tante. Giustizia globale. Destini del mondo. Cfr. Kant e pensiero largo: impegno a guardare vite di donne e di uomini al di là dei confini dopo tutto contingenti e di frontiere più o meno arbitrarie, rassicuranti, rischiose, crudeli.

Alla ricerca della Politica | Bobbio | Democrazia

Democrazia= popolo (demos) + potere (crazia).
Potere= capacità di determinare il comportamento altrui. Il potere viene dunque rappresentato come rapporto tra due soggetti, colui che ha il potere e colui che lo subisce. Il significato di potere si comprende meglio se viene messo in relazione con la libertà. Potere e libertà indicano due situazioni in cui una è la negazione dell’altra.
Il rapporto politico si può presentare tanto come rapporto tra potere e non libertà quanto come un rapporto tra libertà e non potere. Tutta la storia politica può essere interpretata come una continua lotta tra coloro che vogliono conquistare il potere o non vogliono perderlo e coloro che vogliono conquistare o non perdere la libertà.
Se nel rapporto tra due soggetti potere e libertà sono uno la negazione dell’altro, nello stesso soggetto potere e libertà, non potere e non libertà, coincidono. Chi acquista libertà acquista anche potere e viceversa. Ogni lotta per la libertà è anche lotta per il potere.
Le tre forme di potere: economico, politico, culturale.
Il potere economico si esercita attraverso il possesso della ricchezza. Il potere politico, in ultima istanza, con la forza. Il potere culturale con le idee, le dottrine, le ideologie. Il potere politico è il potere dei poteri.
Dalla ineguale distribuzione di questi tre poteri nascono tre tipi di diseguaglianza: tra ricchi e poveri, tra forti e deboli, tra sapienti e ignoranti.
Prima definizione di Democrazia: forma di governo che tende a correggere, attenuare le diseguaglianze tra gli uomini. Storicamente essa è la più egualitaria tra le forme di governo. Non a caso nell’antichità essa era definita Isonomia, eguaglianza di diritti ed eguaglianza di fronte alla legge. Cfr. Erodoto e dibattito tra tre principi persiani.
Popolo= avere certi diritti, in particolare quelli politici. Activae civitatis, cittadinanza attiva per distinguerli dai diritti personali e di libertà, iura civitatis.
Popolo è una parola ingannevole. Cfr. Dio e Popolo, Il Popolo d’Italia (quotidiano ufficiale del regime fascista), le due parole chiave del nazismo, Fuhrer (duce) e Volk (popolo).
Non è vero che Popolo comprende tutti. Cfr. Senatus Populusque Romanus, Statuto Albertino del 1848, introduzione in Italia del suffragio universale soltanto dopo la seconda guerra mondiale.
Popolo è un termine anche emotivamente ambiguo. Esso indica inoltre una collettività indifferenziata. La democrazia dei moderni si regge invece sul principio una testa un voto. La volontà popolare è in realtà la volontà dei singoli cittadini.
La democrazia dei contemporanei potrebbe essere ridefinita come potere dei cittadini piuttosto che potere del popolo. La democrazia dei moderni si fonda sulla concezione individualistica della società e dello stato.
Democrazia= potere dei cittadini.
Ma vi sono tanti modi di avere, conquistare, conservare, perdere il potere.
Le  varie forme di governo si distinguono in base alle regole che stabiliscono come si esercita il potere, attraverso quali procedure ed entro quali limiti. Cfr. le Leggi Costituzionali.
Le leggi costituzionali fondano la legittimità del potere e permettono di distinguere tra il potere legittimo, che richiede obbedienza e potere illegittimo contro cui è lecito opporre resistenza. Sempre le leggi permettono di distinguere l’uso legale e quello illegale del potere.
Le regole fondamentali di una costituzione democratica sono quattro:
Il suffragio, che deve tendere ad essere  universale;
Il voto deve essere eguale. Cfr. art. 48 della costituzione. L’eguaglianza di voto è una caratteristica della rappresentanza politica e la differenzia dalla rappresentanza degli interessi. Cfr. Condominio, Consiglio di Amministrazione;
Il voto deve essere libero in un duplice senso. Il singolo votante non deve ricevere imposizioni da chicchessia e deve avere la possibilità di scegliere tra diversi candidati e diversi partiti. Non è democratica la forma di governo in cui tutti hanno egual diritto di voto ma non hanno libertà di scelta. Non è democratico il regime in cui solo pochi hanno libertà di voto e che a buon diritto può chiamarsi liberale ma non democratico;
Le decisioni collettive debbono essere prese almeno a maggioranza. Libertà di discussione. Voto. Legittima la decisione approvata a maggioranza. Mediante questa quarta regola la democrazia, oltre ai valori dell’eguaglianza e della libertà, incorpora il valore della non violenza.
Migliore definizione di democrazia: forma di governo, modo di convivenza retto da regole tali che permettono di risolvere conflitti sociali senza bisogno di ricorrere all’uso della violenza reciproca, cioè all’uso della forza tra le diverse parti contrapposte. Un governo democraticamente eletto, contrariamente ad una dittatura,  non può usare la forza per mantenere il potere.
L’umanità deve tendere verse la non violenza.
Democrazia= potere del popolo; più corretto= potere dei cittadini; potere= capacità che ha un soggetto di determinare l’azione di un altro soggetto.
Su chi i cittadini esercitano il loro potere? Su se stessi.
Distinzione tra autonomia ed eteronomia. Cfr. Kant e distinzione della morale da tutti gli altri sistemi normativi.
Autonomia= un soggetto da legge a sè stesso. Eteronomia= un soggetto riceve una legge da altri (Dio, società, Stato ecc.). Nell’Autonomia chi pone la norma e chi la deve osservare sono la stessa persona; nell’Eteronomia il legislatore e l’esecutore sono due soggetti diversi.
Libertà negativa è quella situazione nella quale non siamo impediti, non siamo costretti, non siamo obbligati a fare o non fare. Questa forma di libertà può chiamarsi anche indipendenza.
La libertà come autonomia può essere definita come il dare leggi a  se stessi. Cfr. Rousseau e Contratto sociale.
Hans Kelsen: Democrazia (autonomia) e Autocrazia (eteronomia).
La Democrazia è quella forma di governo in cui il popolo è insieme legislatore ed esecutore delle leggi. Essa ha come sua caratteristica anche la libertà intesa come autonomia.
Autonomia= ideale-limite. Le decisioni in realtà non sono prese da tutti i cittadini ma dai loro rappresentanti. Si può parlare di autonomia per la maggioranza ma non per la minoranza.
Democrazia= potere regolato. Democrazia e Stato di diritto (qualunque potere è sottoposto a regole che lo delimitano e stabiliscono quello che può e deve fare e quello che  non può e non deve fare).
Democrazia è governo delle leggi contrapposto al governo degli uomini.
Non si può però confondere il populus, o l’insieme dei cittadini, con la moltitude o, come diremmo oggi, la piazza. Cfr. Hobbes. Non si può confondere democrazia con il potere della piazza.
Democrazia e sue regole, piazza senza regole. In democrazia ciascuno è una persona.
Pari dignità sociale. Cfr. art. 3 della Costituzione.
Partendo dalla pari dignità sociale si può dare un senso ai valori della democrazia: eguaglianza, libertà, autonomia, non violenza.
Solo essendo bene informati sui tratti essenziali, necessari e sufficienti, per stabilire che cosa significa Democrazia e quali sono le sue regole principali, saremo in grado di giudicare in quale misura ed entro quali limiti una determinata forma di governo sia una democrazia e trarne eventualmente motivo per migliorarla.

Alla ricerca della politica | D’Orsi | Introduzione

L’arte della convivenza nella polis
Il filosofo insegna la virtù d’essere cittadini.
Nel IV secolo a.C., Platone crea, con l’ Accademia, la prima scuola di politica.
Politica come congiunzione di una buona fortuna con una meravigliosa preparazione. Cfr. Machiavelli: virtù e fortuna del Principe.
Secondo Werner Jaeger in Platone, accanto alla Politéia, c’è la Paidèia, la funzione educativa. Cfr. Città ideale, retta dai filosofi, e formazione di uomini giusti.
Con Aristotele la politica diviene epistème, scienza: una forma specifica di sapere che ha per oggetto la vita delle città e dei cittadini.
Guglielmo di Moerbeke traduce l’opera aristotelica in latino che si diffonde però soprattutto grazie a san Tommaso d’Aquino: la politica come arte del buongoverno. Cfr. Cicerone e  recta iustitia.

La democrazia, tra libertà ed eguaglianza
Isonomia: uguaglianza di fronte alla legge. Cfr. Erodoto. Regole e contenuti della democrazia. Eguaglianza e Libertà: le due gambe sulle quali cammina la democrazia.
Libertà: Locke e Montesquieu. Liberismo esasperato. Liberalismo.
Eguaglianza: Rousseau. Egualitarismo esasperato: Babeuf. Socialismo e comunismo.
Tocqueville: libertà ed eguaglianza.
Liberalismo e socialismo: John Dewey. In Italia liberalsocialismo di Calogero e Capitini e socialismo liberale di Rosselli e Giustizia e Libertà. Nel pensiero comunista esperienza di Rosa Luxemburg.
Benjamin Constant e due tipi di libertà. Non ci sono bandiere nè cause per le quali si possa sacrificare la libertà dell’individuo.
Isaiah Berlin: meglio Hobbes che Rousseau.
Determinazione delle Libertà e delle Uguaglianze.
Isonomia:uguaglianza formale; Isomoiria: uguaglianza delle parti, distributiva, sostanziale.
Tocqueville e l’égalité des conditions; Ralph Dahrendorf e l’uguaglianza delle opportunità (lebenschancen) a metà strada fra eguaglianza formale e sostanziale.

Dell’utopismo
Thomas More: Utopia, non luogo, luogo che non esiste, luogo del bene, luogo felice. Cfr. La repubblica di Platone. La grande stagione dell’utopia è il Cinquecento e con esso faranno i conti tutti i sognatori di repubbliche perfette, a partire da Tommaso Campanella.
L’altra età dell’oro dell’Utopia è il secolo dei Lumi, ricco e ambiguo.
Nella prima metà dell’ottocento il concetto di Utopia si coniuga con quello di progettualità sociale. Cfr. Saint Simon, Fourier, Owen, Cabet, Weitling, Proudhon.
William Morris, Notizie da nessun luogo, uno degli ultimi classici dell’Utopia.
Bloch e lo spirito dell’Utopia, Mannheim, i francofortesi da Horkheimer e Adorno a Marcuse e Habermas.
Distopia: paradigma negativo dell’utopia che serve a denunciare i limiti, le ingiustizie, gli errori, la brutalità del potere. La distopia appare una sorta di avviso estremo ai naviganti prima della tempesta distruttrice.

La laicizzazione della politica
Idealismo platonico v/s realismo naturalistico, descrittivo, sistemico di Aristotele; rigore analitico e crudo realismo di Machiavelli v/s l’utopismo di More ed Erasmo.
Con Machiavelli la scoperta dell’autonomia della politica. La politica da arte del buon governo a ragione di stato. Cfr. Giovanni Botero, 1589. In nome dell’asserito utile dello Stato vengono messi in subordine i diritti dei cittadini, ai quali il potere si sovrappone e si contrappone, facendo cadere così il significato originario della politica.
Bodin, République, 1576: senza la teoria politica non può esserci governo, indipendentemente dalla forma istituzionale.
Laicizzazione della politica: ruolo di Altusio, Grozio, Spinoza, Montesquieu.
Lo spirito delle leggi, 1748, è un lavoro da sociologo.
La politica positiva di Comte sinonimo di Scienza della politica e al suo maestro Saint-Simon va attribuito il primo progetto di rinnovamento culturale in senso efficientista, industrialista e scientista della borghesia europea.
Importanza di Tocqueville.
La politica come scienza del potere, come scienza deputata a conquistare e conservare gli Stati.
Staatskunst e Staatswissenschaft. Cfr. Adam Muller, Hegel, Carl Ludwig von Haller.
Con Marx la politica perde quel che aveva guadagnato in autonomia ma acquista in ricchezza di sfondo. Da Marx prende il via una distinzione tra il politico e la politica: il primo è dappertutto, alla luce della verità eterna della lotta di classe, la seconda è la forma contingente ed ideologica del dominio borghese. La politica è la sovrastruttura caduca della formazione economica sociale.
Oggi la politica è fondamentalmente scienza che si occupa del potere. E’ stato soprattutto Max Weber ad abbandonare il punto di vista giuridico istituzionale servendosi di categorie storiche e sociologiche volte a determinare il potere nell’età dello stato moderno. Cfr. anche Karl Schmitt, autonomia e brutalità della politica.

La politica fra etica e religione
Vanno definiti dei criteri per la valutazione morale della politica?
Salvatore Veca: Etica e politica, espressione solenne, vaga e complicata.
Diritti e necessità di una loro più equa distribuzione: da questione dell’etica a questioni di giustizia, eguaglianza per qualificare la libertà. Cfr. Kant e la sua idea di Stato di diritto, razionale ed eticamente fondato.
Accanto alla ragione c’è però un’altra fonte della morale: la speranza in qualche dio, il culto della divinità. Cfr. Henri Bergson.
La storia dei rapporti tra religione e politica è innanzitutto storia delle relazioni tra Stati e Chiese.
Sul piano storico sia la Chiesa di Pietro che le Chiese riformate, a partire da Lutero, si sono rivelate centri di potere politico, culturale ed economico.
In Italia da Costantino il Grande in poi la storia rende difficile un’azione politica che non tenga conto del rapporto con il cattolicesimo.
Critica della religione: Hegel, sinistra hegeliana, Marx, Nietzsche, positivismo, Kierkegaard.
Mondo contemporaneo, crisi della modernità, crisi della ragione. Negli anni ottanta: ritorno verso la religione, restaurazione politica a livello internazionale, nuova importanza politica e sociale delle fedi ultraterrene parallela alla crisi delle ideologie politiche. Papa polacco, Islam.
Si incrina l’identità tra modernizzazione e secolarizzazione. Religione= Altare e Trono.

Il mito nazione.
Mytos nella cultura greca si contrappone a logos. Ambedue significano Parola, Discorso, ma il primo è prerazionale, immaginativo, sentimentale, il secondo è razionale, consapevole.
Il secolo del mito politico è il Novecento, a partire da George Sorel, le parole mito nascono un pò prima tra il tardo Settecento e l’inizio dell’ Ottocento.
Uno dei miti più potenti della storia è quello della Nazione, termine dalla immensa forza emotiva ma che rimane tra i più vaghi ed incerti del vocabolario politico.
La nazione in senso moderno nasce con la Rivoluzione francese e, sul piano dell’elaborazione teoretica, specialmente con il romanticismo tedesco.
Autonomizzazione della politica e comparsa di soggetti e concetti autonomi , autogiustificati, autocentrati come il Principe (Machiavelli), lo Stato (Hobbes), il Popolo (Rousseau).
Nazione e nazionalismo ( parola coniata dal tedesco Herder, 1774)
Il nazionalismo è l’ideologia più compatta ed espansiva dell’età contemporanea. Nel secolo XIX diventa forza propulsiva che mira a trasformare la nazione dal terreno prevalentemente spirituale a fatto territoriale e politico statuale. Non è da sottovalutare la teoria che sostiene che è il nazionalismo che precede la nazione.
Sia nato prima il nazionalismo e poi la Nazione o viceversa, sta di fatto che l’ideologia della Nazione, il nazionalismo (cuore, appartenza, identità, sangue, suolo, lingua, ETHNOS) ha quasi sempre vinto contro le ideologie contrarie. Con la prima guerra mondiale, davanti a questa parola, falliscono i due principali internazionalismi, quello socialista e quello cattolico.
Nazionalismo ottocentesco, patriottico, e Nazionalismo novecentesco,  imperialistico vanno probabilmente tenuti distinti. Se il primo mira a far coincidere Patria e Stato, al secondo sono sottese idee di supremazia e progetti di egemonia, all’interno di un panorama culturale complesso, popolato da positivismo, darwinismo, organicismo.
Prevale in questo secondo nazionalismo il concetto di comunità come elemento costitutivo della nazione. E il lessico della comunità ha poco o nulla a che spartire col lessico della democrazia che è invece un lessico societario.
Proposta di una nazione non come fatto di stirpe, come dato naturale, ma come costruzione storica in cui, nel corso dei secoli o degli anni, si esprime la patria. Essa vorrebbe contribuire alla rinascita democratica attorno ad un nuovo patto, capace di coniugare identità nazionale, interna solidarietà e dialogo sovranazionale.

Fra progresso e conservazione
Il progresso è un’idea che ha conosciuto i suoi fasti nel secolo dell’ottimismo borghese e che è caduta in disgrazia nel Novecento, il secolo delle incertezze.
Hiroshima ed Auschiwitz segnano la fine della fiducia un pò cieca e un pò cinica nelle sorti magnifiche e progressive dell’umanità. Cfr. Asor Rosa e vicenda dell’Occidente.
L’ideologia del progresso si affaccia nella nostra cultura nell’età moderna, a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento. La sua piena esplicitazione si realizza con l’età dei Lumi. Cfr. Voltaire, Filosofia del progresso e filosofia della storia. Con l’illuminismo il progresso diventa un’idea forza da far valere mediante il pensiero e l’azione, una possibilità da far diventare realtà.
Nel secolo successivo l’idea del progresso tende a lasciare sullo sfondo la soggettività umana e a cogliere le leggi che presiedono allo svolgimento delle umane vicende. Cfr. Inevitabile sviluppo progressivo che conduce al socialismo ed al comunismo.
In polemica con l’ideologia del progresso, l’ideologia della conservazione.
Chateaubriand, Le Conservateur, 1817, Francia sembra sia stato il primo ad usare la parola. Nel 1830 in Inghilterra il partito Tory viene ribattezzato Conservative Party.
Quando la conservazione è volonta di restaurare lo status quo ante si può parlare di restaurazione; la tradizione è invece una conservazione estesa nel tempo e nello spazio; per reazione va in teso infine il comportamento collettivo di chi intende riportare indietro la ruota della storia.
La concessione di diritti ai ceti inferiori ha lo scopo di impedire un cambiamento radicale e irreversibile nella società.
La conservazione come negazione di valori e culture contrarie? Cfr. Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese. Burke è un conservatore nobile, attento ai valori della conservazione più che agli interessi, non a caso ritiene legittima la rivoluzione inglese del 1688. Riformismo conservatore?
Dialettica progresso conservazione: da una parte fiducia nell’essere umano, di cui l’egualitarismo è una componente essenziale, dall’altra pessimismo antropologico, scarsa fiducia, resistenza all’allargamento dell’arena politica e sociale.
Il conservatorismo riformatore o democratico rientra nell’alveo dello Stato e del pensiero liberale, la rivoluzione conservatrice, creatura dell’età dell’imperialismo ne esce e si intreccia strettamente al nazionalismo, sfociando nei tolitarismi fascisti del Novecento.

Della rivoluzione
La parola rivoluzione è una delle più controverse del lessico politico.
Essa nasce con gli eventi inglesi del seicento, il secolo della rivoluzione scientifica. Rivoluzione proviene proprio dal lessico scientifico.
Più che le due rivoluzioni inglesi e quella americana è la Rivoluzione Francese la rivoluzione per antonomasia. Essa diventa idea forza ed idea valore.
Parlare di rivoluzione, nella storia delle idee, significa affrontare un discorso sulle cause, sui fini, sui mezzi e, infine, sui soggetti politici e sociali degli eventi rivoluzionari.
Cause e Crisi. Cfr. Gramsci e crisi organica. Fini e Ridistribuzione del potere sul terreno economico, culturale e politico. Mezzi e Strumenti al di fuori della legalità, quasi sempre violenti anche se non mancano esempi contrari. Cfr. Gandhi ed in Italia Capitini. Soggetti e Borghesia, contadini, proletari, donne, giovani.
La teoria della rivoluzione sorge nel vivo di una crisi ad opera di leaders che spesso conducono in prima persona la lotta. Babeuf, Buonarroti, Blanqui, Weitling, Pisacane, Bakunin, Lenin, Luxemburg, Trockij, Mao. Il centro è ovviamente Marx.
Storia del pensiero rivoluzionario e (è) storia del pensiero comunista.

Le nuove forme della politica
La comunicazione rappresenta una rivoluzione in atto, se non la rivoluzione. Nell’insieme delle tecnologie e delle pratiche della comunicazione risiede il più potente mezzo di conservazione o anche di reazione ma altresì uno strumento straordinario di emancipazione, almeno potenziale.
Novitismo. Cfr: Sartori. Perorazione del trapasso dalla prima alla seconda repubblica.
Televisione come mezzo e luogo della nuova politica.
Televisione come agorà elettronica della Piazza. Cfr. Bobbio.
Novitismo e Direttismo alla base del Videopotere. Esso ha contenuti di destra e sostanzialmente antidemocratici. Cfr. Stati Uniti, Brasile, Italia. Insofferenza verso le regole democratiche, tendenze a stabilire un rapporto diretto capo/massa, economicamente neoliberiste, antiegualitariste ed antisolidaristiche sul piano sociale. Telefascismo. Orwell.
Le folle in delirio sono esistite in tutti i tempi ed in tutti i luoghi ma il Novecento è il secolo delle ideologie, dei totalitarismi, ed è il secolo della persuasione politica: il cittadino è perfettamente equiparato ad un consumatore; prima di rivolgersi a lui si compiono studi di mercato, si individuano tendenze, si fanno simulazioni e sondaggi. Dalla democrazia alla sondocrazia?
Karl Popper e la cattiva maestra televisione. Regis Debray e lo Stato seduttore. Carlo Maria Martini e l’emergenza mediale. Francesco Casavola e la comunicazione come intelaiatura della società civile.
Dall’autonomia della politica all’autonomia della videopolitica? Dalla democrazia alla videocrazia? Con i mutamenti in atto, e la comunicazione globale, il cittadino ha più o meno possibilità di contare politicamente? Nel villaggio globale abbiamo più o meno possibilità di essere autentici politeis?
TUTTO CIO’ CHE NEGA LA POLITICA FINISCE PER NEGARE LA DEMOCRAZIA. Non esiste una società civile benefica ed una società politica malefica:l’uno è lo specchio dell’altra.
NECESSITA’ DELLA POLITICA come importanza della conoscenza, scelta consapevole, partecipazione alla cosa pubblica. LA POLITICA E’ DI TUTTI.
Da Aristotele a Hanna Arendt per una politica fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, ma a cui occorre dare un senso. Cfr Arendt. Intesa così la politica non può non costituire la preoccupazione di ogni uomo libero. Cfr. B. Crick.

Il soggetto. E l’organizzazione

Confesso che diventa sempre più difficile. Soprattutto per chi, come me, non facendolo di mestiere, si ritrova per varie ragioni a recensire soltanto libri che gli sono piaciuti. Che ha trovato belli. Interessanti. Degni per l’appunto di un articolo che li analizza in modo critico (come da definizione del termine “recensione” del Vocabolario De Mauro Paravia). Si rischia di finire vittima dell’autocensura. Della ricerca a tutti i costi di limiti e difetti da mostrare come garanzia di obiettività. Della categorica necessità di non esagerare con l’entusiasmo, con i commenti positivi.
Per una volta ancora no. Si farebbe un torto troppo grande al libro. E a chi lo ha scritto. Della produttività è infatti non solo un libro colto. Agile. Utile. Mai banale. Ma è anche di quei volumi che hanno la straordinaria qualità di dirti, darti, delle cose e di spingerti allo stesso tempo a saperne di più. Di quelli insomma che mentre li leggi ti fanno venire voglia di leggerne altri. Che ti danno piacere oltre che dati, informazioni, conoscenze.
Lo stile narrativo di Franco Farina, la sua naturale capacità di tenere assieme la dimensione pubblica del discorso e quella privata, gioca sicuramente una parte importante in questa direzione, come appare con particolare evidenza nella bella Postfazione dedicata a Bruno Trentin. Ma c’è di più. C’è la formazione culturale dell’Autore, quel suo essere una sorta di strano ircocervo un po’ sociologo, un po’ filosofo, un po’ sindacalista, come appare dal titolo che ha voluto dare al suo lavoro, dagli incipit scelti, dai primi autori citati, Hans Magnus Enzensberger e Fredrick Taylor, Luciano Gallino e Ludwig Wittgenstein. C’è soprattutto il fatto che Farina parla di cose che conosce a fondo sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista pratico, aspetto questo molto meno scontato di quanto di norma non si sia portati a credere.
Questioni di conoscenza, insomma. E di compentenze. Di sapere. E di saper fare. Che per l’appunto permettono all’Autore di condensare in poco più di 100 pagine un percorso, non solo organizzativo, che, come egli stesso esplicita a più riprese, esplora le ragioni per le quali sono le persone, con le loro conoscenze e le loro competenze, il punto di riferimento chiave per comprendere come funzionano le organizzazioni. Per individuare le strategie più adatte, a livello di sistemi territoriali così come a livello di singola unità produttiva, per migliorare la qualità del lavoro e dunque la produttività.
È questo a nostro avviso le trait d’union che attraversa e tiene assieme i quattro capitoli che, ancora una volta con una efficace contaminazione tra elementi di teoria e di analisi, esperienze e proposte,  compongono il volume.
La qualità del lavoro è la bussola che accompagna il lettore nel viaggio dall’uomo impersonale e senza qualità, rotella da sincronizzare nell’ineccepibile ingranaggio dell’industria tipico della One Best Way di Taylor fino alla soggettività del lavoro, all’importanza dei fattori istituzionali e ambientali nell’analisi delle strutture e dei processi organizzativi,  all’idea che l’impresa può essere compresa a partire dalle culture organizzative che in esse si affermano e sono prevalenti e che dunque sono i soggetti molto più delle strutture a determinare il carattere, i processi decisionali, le storie, i successi e i fallimenti delle organizzazioni.
Buona lettura.

Il prototipo Pirelli

È bene dirlo subito: per quanto sia dura resistere, leggere il libro di Carlo Ghezzi e Marica Guiducci con l’ansia di correre all’ultimo capitolo, laddove si narra delle vicende che hanno portato Sergio Cofferati a Bologna, è un clamoroso errore.

“La strada del lavoro” è infatti molto di più della testimonianza in presa diretta, della pur preziosa ricostruzione di passaggi significativi della storia repubblicana da parte di “una voce di dentro”. È prima di tutto il racconto di un modo di vivere il sindacato e la politica. Il modo di chi sa pensare e decidere con la propria testa. Di chi vive l’utopia come progettualità sociale, come esito di processi nei quali convivono idee e concretezza, passioni e realismo. Di chi anche nelle fasi più difficili sa indicare una prospettiva, non si abbandona al pessimismo e alla sfiducia. Di chi non si riconosce nella politica tutta schiacciata sulla figura del leader, insofferente verso la fatica e le regole della partecipazione, perennemente tesa a semplificare, sostanzialmente antidemocratica. Di chi sa che bisogna tenere assieme le lotte di ogni giorno per migliorare le condizioni di vita e di lavoro e quelle per la difesa della democrazia, contro il terrorismo, le strategie economicamente neoliberiste e antisolidaristiche sul piano sociale.
Riformismo e radicalità: è su queste basi che viene costruito quel “prototipo Pirelli” che non si sarebbe affermato senza gruppi dirigenti autorevoli, con una diffusa capacità di confrontarsi con i lavoratori, di interpretare le loro esigenze, di ricercare soluzioni condivise anche quando sanno che sono dolorose.

Su “La strada del lavoro” si incontrano insomma tante cose.
Il valore del lavoro, senza il quale, non manca di sottolinearlo Paul Ginsborg nella sua bella prefazione, il “ciascuno è indebolito nella sua soggettività e privato dell’appartenenza alla comunità”. I diritti e i doveri della cittadinanza. La giustizia come prima virtù della società. L’idea di un’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale. L’idea di una politica fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, a cui occorre dare un senso, che per questo non può non costituire la preoccupazione di ogni uomo libero.

Sta qui la forza del libro. Nella sua capacità di trasmettere tutto questo attraverso le storie che racconta. Quando a fare da protagonisti sono Carlo Gerli o Giuseppe Fenzio così come quando sono Bruno Trentin o Luciano Lama. Senza retorica e senza ideologismi. Con una tensione politica che traspare da ogni pagina, da piazza Fontana alle vicende del Corriere della Sera, dagli autoconvocati a tangentopoli, dal terrorismo che ritorna all’elefante CGIL che fa da diga e si ritrova solo.

Un racconto insomma tutto da leggere. Con un’assenza e un sospetto.
L’assenza è quella del Sud d’Italia e in larga parte si spiega con la le radici e storia, privata e pubblica, del protagonista. In larga parte però non vuol dire del tutto e forse sarebbe utile domandarsi perché: i) in quanto questione generale, da tempo quella meridionale è “una questione che non c’è più” anche nel sindacato; ii) il movimento sindacale meridionale incontra crescenti difficoltà a svolgere un ruolo e una funzione nazionale.

Il sospetto, del quale lo stesso Ginsborg si fa interprete, è che l’affetto che lega Ghezzi e Cofferati abbia indotto una sorta di autocensura intorno alle ragioni che hanno portato l’ex leader della CGIL ad “abbandonare il campo”.
Vero? Falso? Possibile. Ma forse per comprendere cosa è successo occorre scegliere un punto di vista meno usuale, guardare sì al Cofferati mosso “più dagli eventi che da un intimo convincimento” come al Cofferati “vero”, ma in un’accezione diversa da quella che sembra suggerire Ginsborg.
Proprio la capacità di cogliere il potenziale insito nella situazione, di rifiutare i modelli, di puntare sui fattori portanti, di comprendere gli eventi, di puntare sul rinnovamento a venire della situazione, è il filo rosso che tiene assieme il percorso sindacale e politico di Cofferati, nei lunghi anni nei quali sembrava condannato a rimanere il numero due del sindacato dei chimici così come nelle straordinarie iniziative per la difesa dell’articolo 18.
In questo senso Cofferati è davvero “cinese”. Per il suo modo di intendere l’efficacia dell’azione sindacale e politica. Per la “naturale” propensione a ritenere che nei momenti di difficoltà, quando gli eventi non sono propizi, ci si debba “ritirare” e, “non agendo”, così facendo, aspettare che ogni cosa sia compiuta. Per la innata convinzione che la scelta di stare in campo ad ogni costo non è mai destinata, “di per sé”, a produrre gli effetti desiderati.
Facciamo un esempio?
L’anno era il 1995, e chi scrive aveva di fronte, nella stanza al quarto piano di Corso d’Italia, proprio Cofferati e Ghezzi. Ricordo che opposi un orgoglioso, coraggioso, coerente “no” alle diverse soluzioni che mi venivano prospettate per risolvere la questione politica che avevo aperto. E che con una collera che mai più avrebbe avuto nei miei confronti Cofferati mi congedò sottolineando che, a prescindere dalle ragioni e dai torti, la mia scelta avrebbe prodotto più danni della peggiore delle proposte che lui e Ghezzi mi avevano fatto.
Mi costa ancora fatica ammetterlo, ma la profezia di Cofferati si è avverata. Naturalmente, le sue scelte del tempo non sono state ininfluenti nel determinare tale esito, così come probabilmente non lo sono state, per tornare al punto, quelle di D’Alema e Bertinotti nel determinare il suo approdo a Bologna. Ma nella strategia cinese ogni movimento contribuisce al divenire complessivo. E forzare gli eventi è sempre la peggiore delle opzioni possibili.

Carlo Ghezzi e Marica Guiducci
La strada del lavoro
Prefazione di Paul Ginsborg
Baldini Castoldi Dalai Editore
Pagg. 300
Euro 17.00


Quadrare il cerchio | Ralf Dahrendorf

La disuguaglianza sistematica, diversamente dalla diseguaglianza comparativamente accidentale all’interno del medesimo universo di opportunità, è incompatibile con gli assunti civili del primo mondo.

Il compito che incombe sul primo mondo è quello di far quadrare il cerchio tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica.

Nei paesi Ocse benessere economico, sociale e politico sono legati in modo nuovo e inquietante. La ragione è la Globalizzazione.

Il concetto di nazione ha perso buona parte del suo significato economico.

Politica e tecnologia, spinte del mercato e innovazioni organizzative sono tutte cose che cospirano a creare, in aree importanti dell’attività economica, uno spazio completamente nuovo che chiunque, si tratti di aziende o di nazioni, può ignorare solo a proprio rischio e pericolo.

Cosa devono fare aziende, paesi o regioni di ogni parte del mondo se non vogliono condannarsi all’arretratezza ed alla povertà? Occorre Flessibilità.

In assenza di un notevole grado di flessibilità le aziende non possono sopravvivere nel mercato mondiale.

Il termine flessibilità ha finito per indicare soprattutto allentamento dei vincoli che gravano sul mercato del lavoro, ma flessibilità significa anche disponibilità di tutti gli operatori ad accettare i cambiamenti tecnologici e a reagirvi prontamente. In termini di marketing flessibilità è capacità di andare ovunque si offra un’opportunità e di abbandonare ogni posizione in cui le opportunità passate si siano esaurite.

Scegliere tra economia  a retribuzione bassa (Stati Uniti, Gran Bretagna) ed economia ad alta specializzazione (Giappone, Germania).

Scegliere tra contenimento della pressione fiscale e contributiva e alti guadagni (economie anglo americane) e una pressione fiscale e contribuita  sostenuta abbinata ad una bassa distribuzione dei profitti (Giappone ed Europa continentale).

La strada dei bassi profitti rende più probabili gli investimenti a lungo termine ed assegna un ruolo più importante alle banche rispetto al mercato finanziario.

La globalizzazione minaccia la società civile in tanti modi diversi ma tutti di una certa gravità.

La globalizzazione economica sembra essere associata a nuovi tipi di esclusione sociale.

Le disegueglianze in termine di reddito sono aumentate.

Una sistematica divergenza delle prospettive di vita per ampi strati della popolazione è incompatibile con una società civile.

Sottoproletariato, underclass, emarginati sociali, veri svantaggiati: presunti cittadini che in realtà nel loro ambiente sono dei non cittadini, un vivente atto d’accusa per tutti gli altri.

Povertà e disoccupazione minacciano la stessa struttura portante delle società.

La flessibilità non è solo l’altra faccia della rigidità ma anche il contrario della stabilità e della sicurezza.

Almeno in Europa si avvertono strane somiglianze tra fine ottocento e fine novecento. Adesso come allora la gente si è trovata a vivere un periodo di individualismo rampante: il manchesterismo di allora come il thatcherismo di oggi.

L’effetto forse più grave del trionfo dei valori legati alla flessibilità, all’efficienza, alla produttività, alla competitività e all’utilità è la distruzione dei servizi pubblici. Servizio sanitario pubblico, istruzione pubblica per tutti, salario minimo garantito sono vittime di un economicismo sfrenato.

L’indiividualismo ha trasformato non solo la società civile ma anche i conflitti sociali. Anche quando molte persone soffrono per lo stesso destino, non c’è nessuna spiegazione unificata e unificante alle loro sofferenze, nessun nemico suscettibile di essere combattuto e costretto ad arrendersi.

Le persone realmente svantaggiate non rappresentano una nuova forza produttiva nè una forza con la quale si debbano fare i conti. I ricchi possono diventare più ricchi senza di loro; i governi possono essere rieletti anche senza i loro voti; il prodotto nazionale lordo può continuare ad aumentare.

La sensazione che si va diffondendo è che si stia venendo meno ogni certezza: di qui senso di anomia, tramonto di ogni regola, profonda insicurezza.

La libertà fiorisce in un clima di fiducia. La fusione di competitività globale e di disintegrazione sociale non è una condizione favorevole alla costituzione della libertà. Se la libertà sfocia nell’anomia i cittadini cominciano a dubitare della saggezza dei padri delle loro costituzioni e vanno alla ricerca di un’autorità, di un governo forte, autoritario anche se non necessariamente totalitario.

Sviluppo economico nella libertà politica ma senza coesione sociale; sviluppo economico e coesione sociale privi di libertà politica: è questa l’alternativa che hanno di fronte le società moderne?

I valori asiatici e l’autoritarismo politico che ne discende, sono diventati la nuova tentazione. (fustigazione, commenti in Europa, studenti romani).

Abbandoniamo il modello americano, suggerisce la nouvelle vogue politica, e chiediamo all’asia un nuovo modello in cui il progresso economico possa combinarsi con la stabilità sociale e con i valori della conservazione.

Questo periodo di adattamento alla competitività globale, con i suoi costi economici a carico di molti, con la disintegrazione sociale e con i disagi e le sofferenze che ne derivano, con la sua tipica sfiducia nei partiti e nei leader politici tradizionali, mette alla prova la capacità delle democrazie di promuovere il cambiamento senza violenze e senza violazione dello stato di diritto.

Desideriamo la prosperità per tutti e siamo disposti ad accettare  le esigenze poste dalla competitività nei mercati globali.

Aspiriamo a società civili capaci di mantenersi unite e di costituire il solido fondamento di una vita attiva e civile per tutti i cittadini.

Auspichiamo lo stato di diritto e istituzioni politiche che consentano non solo il cambiamento ma anche la critica e l’esplorazione di orizzonti nuovi.

Questi tre desideri non sono automaticamente compatibili.

Sei suggerimenti possibili:
Cambiare il linguaggio dell’economia pubblica. La crescita del prodotto nazionale lordo non può essere un feticcio. Occorre valorizzare il fattore stare bene. Welfare.

La trasformazione in atto della natura del lavoro può funzionare solo se  tutti, fin da giovani, hanno fatto esperienza del mercato del lavoro.

Vanno tagliate le radici dalle quali nasce il sottoproletariato, underclass, svantaggiati di domani ( addestramento professionale, servizi sociali, creazione di comunità).

Le pressioni simultanee verso l’individualizzazione e la centralizzazione insite nel processo di globalizzazione vanno contrastate valorizzando il potere locale.

Occorre consapevolezza dei legami esistenti tra l’insieme di coloro che a vario titolo hanno interesse a un’impresa economica (dipendenti, fornitori, clienti, banche, comunità locali = economia degli stakeholder) e volontà di promuovere nel migliore dei modi gli interessi della gente.

I governi hanno speciali responsabilità nella sfera pubblica e innanzitutto ad essi spetta di trovare un nuovo equilibrio tra qualità del servizio, efficienza e profitto.

NON PERDERE MAI DI VISTA LA NATURA VERAMENTE INTERNAZIONALE, ED IN QUESTO SENSO UNIVERSALE, DEL PROGETTO PER IL PROSSIMO DECENNIO.