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Zia Concetta e papà

L’effetto “livella” della morte l’ho imparato da piccolo, alla morte di un mio vecchio zio, mezzo alcolizzato, nulla facente (anzi nò, qualcosa la faceva, ogni tanto picchiava moglie e figli)  grazie a un bel manifesto listato con su scritto “dopo una vita dedicata alla famiglia e al lavoro, serenamente come visse si è spento eccetera eccetera”.
Dite che così non vale? Non lo so. Quello che so è che mia zia per anni ogni domenica è andata al cimitero con la sua brava sediolina pieghevole e ha allietato il deceduto consorte con ingiurie, sberleffi e anatemi di ogni tipo.
Dite che così non serve a niente? Non lo so. So che a un certo punto la zia l’abbiamo soprannominata Highlander. E che è stata l’ultima dei Moretti della sua generazione a morire, quando i 90 anni li aveva già lasciati alle spalle da un pezzo.
Zia Concetta era un personaggio unico e con le sue sotrie di vita si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Con papà, il più piccolo dei fratelli, (è quello che vedete nel disegno), c’era stato una volta un siparietto tragicomico di quelli che sembrano usciti dalle commedie di Eduardo.
Scena. Letto di morte di zia Maria. Personaggi. Papà che piange inconsolabile la sorella a cui era particolarmente legato. Zia Concetta. Che arriva claudicante. Abbraccia papà. Piange. Lo abbraccia più forte. Gli dice “Pascà, simme rimasti io e te, mò devi morire solo tu”. Papà che la spinge via, si tocca là dove non batte il sole e le risponde “Cuncé, ma pecché, nun può murì primme tu, ca tieni vintanne cchiù é me?”.
Se avesse potuto, credo che anche zia Maria sarebbe scoppiata a ridere. Di certo non se la prese per la risata che si propagò presenti.
Perché vi racconto tutto questo? In primo luogo per ricordare papà, che era davvero una grande anima anche se io non l’ho mai capito fino in fondo fino a quando non c’è stato più. E poi perché questa storia a Natale in un modo o nell’altro in famiglia ce la raccontiamo sempre. E quest’anno mi piace raccontarla anche a voi. Tanto, se non la volete sapere, potete anche cliccare da un’altra parte. Tanto io non mi offendo. Noooo.

Fare è pensare

enakapata3Né carne né pesce. Si intola così una bella nota di Irene Gonzalez su Facebook dove l’autrice scrive ad un certo punto: ” […] Mi piacerebbe che sulla carta di identità di questa persona ci potesse essere scritto: UOMO DI CULTURA, ma è pur vero che la vaghezza a cui queste tre parole sono condannate nel mondo di oggi sparirà difficilmente, visto che a sparire, oggi, è sempre più il significato delle parole e quindi delle cose. E delle persone.
Ecco la mia riflessione: fare cultura è promuovere il pensiero, le idee, la bellezza, l’utilità pratica di qualcosa tanto impalpabile quanto importante per la vita di ogni ora, di ogni tempo, di tutto il tempo […]”.

Da quando non ho più la televisione la sera devo reinventarmi le ore o i minuti prima del sonno. Ieri ho cercato un libro, sono inciampato in Richard Sennett e nel suo L’uomo artigiano, mi sono detto ma sì, è il momento di rileggerlo, nelle prime  tre  righe della prima pagina, quella dei ringraziamenti, ho letto “Voglio dichiarare il mio debito speciale nei confronti del filosofo Richard Foley. Ero arrivato a un punto morto del mio libro, quando Foley mi domandò: “Quale è l’intuizione che la guida?”; d’impulso risposi: Fare è pensare” e non ho avuto più dubbi.

Karl Weick nei suoi vagabondaggi intorno al senso e al significato nelle organizzazioni (Raffaello Cortina, 1997) l’ha definita retrospezione, in estrema sintesi l’attività del ripensare, dell’osservare e dello spiegare a posteriori a partire dall’analisi del vissuto significativo.

Senso, significato, fare, pensare. Per me Enakapata è un pò tutto questo. Sono grato a Irene, a Richard e a Karl (gli ultimi due mi perdonino la confidenza poetica) per avermelo ricordato.

Come si fa ricerca. E come si pulisce la città. Questo lo avete detto voi

enakapata3Cinzia Massa: Bacoli (NA). Cittadina di circa 30 mila abitanti. Dalla primavera di quest’anno è cominciata la raccolta differenziata porta a porta su aree sperimentali. Cosa significa? Che su un territorio abbastanza vasto il porta a porta viene eseguito in aree con densità abitativa bassa, lasciando il libero arbitrio alle altre zone del territorio dove sono ubicati fatiscenti cassonetti in cui depositare carta, plastica (in pochissime aree) e indifferenziato, ovvero di tutto di più!
Sul porta a porta il Lunedì ed il Venerdì viene ritirato l’organico (n.b. in sacchetti di plastica non biodegradabili e neanche trasparenti, per intenderci in buste di supermercato), Martedì e Sabato l’indifferenziato, Mercoledì la carta ( anche essa in sacchetti da supermercato) Giovedì la plastica e il vetro. Mi chiedo e vi invito a riflettere con me … è possibile che un simile sistema funzioni? Come viene controllato il porta a porta? E dove viene scaricato? Non sarà una trovata per ottenere i finanziamenti e non restarne fuori? Come tutte le cose credo che anche la raccolta porta a porta debba essere fatta in tutto il paese e bene oppure no. E che vada controllata.

Concetta Tigano: Vivo a Catania … meglio non commentare!

Carmela Talamo: Somma Vesuviana. Non ci sono nata ma… ci vivo. Raccolta differenziata porta a porta: giorni dispari umido, martedì plastica. giovedì e (badate bene) domenica indifferenziata, per tutti gli altri rifiuti sempre differenziati compresi quelli ingombranti e gli oli isola ecologica dove entri solo con la tessera. Certo la cittadina non è grande come Napoli, certo i costi di gestione per la raccolta sono praticamente raddoppiati … certo tante altre opposizioni, ma funziona e da qualche parte bisogna pur iniziare. Il sindaco è pure del pdl ma se funziona funziona.

Ancora Daniele Riva segnala questo link

Andrea Lagomarsini: Non sai come si fa R&D in Italia, morendo di fame, richiando di fallire ogni anno, avendo la colite e sopratutto non dormendo la notte. Ecco come si fa. Capisco perché se un progetto di innovazione italiana va avanti poi é vincente. Con tutto quello che ha dovuto patire per nascere e crescere, chi lo ammazza più. Che tristezza!

Adriano Parracciani: Provo: solo talento crei; solo organizzazione produci; talento e organizzazione innovi.

Daniele Riva: Qui da me – non sono a Tokyo, ma nel profondo Nord lecchese – è proprio quello che accade: martedì sacco viola trasparente con determinati rifiuti, venerdì sacco trasparente con gli altri tipi di spazzatura, entrambi i giorni viene raccolto anche l’umido in sacchi biodegradabili in mater-bi. Se solo provi a sgarrare ti lasciano il sacco con l’avviso. Tutto il resto (erba, ingombranti, macerie, vetri, ferro) viene portato nella discarica comunale. Penso che sia un modello esportabile anche a Napoli.

I rami della tua assenza

Su certe cose papà non tornava indietro nemmeno se piangevi in tedesco. Tu gli dicevi che la cosa che ti stava chiedendo non l’avevi mai fatta? E lui ti rispondeva “guagliò, dint’ ‘a vita ce sta sempe nà primma vota. Meglio mò, ch’aroppo”. Adesso sarebbe facile dargli ragione. La verità è che non c’è stato mai bisogno di dargliela. Quando era vivo, perché se la prendeva e basta. Adesso che è morto, perché ce l’ha.
Oggi è la volta di Enakapata. Che per la prima volta racconta di un libro diverso da Enakapata. Un libro troppo bello. Ma è meglio cominciare dall’inizio. Cioè dall’altro ieri sera, galeotto Facebook e chi si collega.
Irene: un giorno lontana da napoli e già mi manca tutto … ma se pò fà?
Vincenzo: domani sera stai a roma?
Irene: sì, vieni?
Vincenzo: se mi ospiti si, alle 9.00 p.m. si presenta un libro meraviglioso che tra l’altro volevo regalarti. Fammi sapere.
Irene: e se venissi pure io e dopo ce ne andiamo a casa insieme?
Vincenzo: eccellente, mi fai felice.
Irene: allora zio, la presentazione dov’è?
Vincenzo: Libreria Bibli. Il libro si chiama “I rami della tua assenza”, l’autore è Guido Stabile, è un poema in versi che tratta di un’esperienza di perdita. Io l’ho trovato meraviglioso, nonostante non vada matto per i libri di poesia.
Irene: ua zio, capita a fagiuolo, la mia tesi è incentrata sul tema dell’assenza.
Vincenzo: grande.
Irene: serendipity.
Ieri sera la presentazione a Roma. Una serata stupenda come il libro e il suo autore.
Mi fermo qui. Anzi no. Vi regalo La borsetta dal libro di Guido.
Apro la porta, mi tolgo le scarpe, non la pena.
Bianca e cuoio mi sorprende sempre la tua borsetta.
Frammento di inquitudini e rifugio nascosto,
l’affascinante caos di un’antica bttega,
la scintillante luce delle pietre preziose.
Incato nel mercato di Antibes, stordimento nel suk di Aleppo.
Il mondo della mia compagna, il mondo delle donne.
Il mondo dei maschi, vuole entrare, are la borsetta e si affaccia,
fruga con la volontà del sesiderio, gesto sempre inconcludente.
Di solito le cose non sono mai dove pensiamo,
neanche l’amore è là dove lo cerchiamo,
nelle donne e nei sogni c’è sempre un altrove,
voli spezzati, dischiuse ferite,
sentieri persi nella notte, invisibil combinazioni.

Come si fa ricerca. E come si pulisce la città.

enakapata3 Tre riflessioni in risposta a un aggiornamento di stato su Facebook “Sarà capitato anche a voi? Come si fa ricerca in Italia? Come si risponde al dilemma talento e/o organizzazione? “, e alla citazione che potete leggere su questo blog. Due temi molto ma molto caldi come la ricerca e la raccolta differenziata. L’idea che possiate essere in tanti ad avere voglia di interagire. Ne abbiamo cominciato a discutere ieri sera con Antonio Cilardo, giovane e assai valente direttore di Tutti in Piazza, con la prospettiva, naturalmente ancora tutta  da verificare, di farne argomento di inchiesta, reportage, studio. Se n’est que un debut, dunque,. Sta anche a a voi fare in modo che continui, qui, su Facebook, sui vostri blog, dove vi pare. L’approccio è quello che conoscete. Pensieri. Opinioni. Casi studio. Esperienze da confrontare e/o da copiare. Eccetera eccetera.

Antonio Cilardo e Valeria Gonzalez

Grazie di cuore ad Antonio Cilardo per la bella recensione su Tutti in Piazza, e speriamo siate in tanti a trovare la voglia e il tempo di leggerla. E un bacio affettuoso a Valeria Gonzalez che anche da Aux en Provence non manca di dedicarci ogni tanto un pensierino come questo: “S’encapar” in provenzale significa “riuscire, andar bene” … hihihi, ke kapata !!!.
Visto che ci siamo vi ricordo l’iniziativa “A Natale regala Enakapata”. Dite che è l’ iniziativa è mia ? E allora? Ciò non toglie che è un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Che Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot (ti) fa solo piacere. E soprattutto che è bello, come disse la mamma allo scarrafone suo.

会席料理 Kaiseki Ryori

[…] Tonomura ha predisposto che la cena si svolga nel ryokan, locanda tradizionale in stile rigorosamente classico, naturalmente nel senso giapponese del termine: pavimenti in tatami, stanze prive di mobili, porte scorrevoli in legno e carta, giardini interni per la cerimonia del tè.  […]
La cena è in stile kaiseki ryori, l’alta cucina tradizionale giapponese. Kaiseki letteralmente significa “pietra in grembo” ed è riferita all’antica usanza dei monaci Zen di mettere una pietra calda nei loro kimono in modo tale che durante le lunghe meditazioni potessero sopportare meglio il digiuno, in seguito questo termine serviva ad indicare il pasto che accompagnava la cerimonia del tè. […]
Quello che caratterizza il kaiseki è l’abbinamento di cibi, rigorosamente di stagione, di colori ed estetica delle portate in un’alternanza caldo – freddo. L’insieme di questi elementi crea l’esaltazione delle pietanze attraverso più sensi: vista, olfatto, tatto, gusto.
Per prima cosa ci portano dei tovaglioli caldi con cui lavarci le mani, poi servono dei sukizuke, piccoli antipasti fatti con farina di fagioli accompagnati da fettine di radice di zenzero. Dopo i sukizuke è la volta di hassun e mokozuke rispettivamente piatti di sushi e sashimi accompagnati da verdure crude. Takiawase, verdure accompagnate da zuppa di tofu. Yakimono, ovvero pesce fritto in una speciale pastella. Tomewan, zuppa di miso, condimento ottenuto dai semi della soia gialla, e riso.
Il piatto che più mi colpisce è però il gohan, riso condito con pesce e verdure di stagione crude su cui viene versato il cha (tè giapponese) bollente, in questo modo il pesce viene cotto al momento e il risultato è una zuppa dal gusto unico.
Per finire il dolce, mizumono, fatto di frutta e panna. È una serata indimenticabile anche per la simpatia di Tonomura e della sua assistente Kimi. Ci capiamo perfettamente in inglese, finalmente qualcuno che lo parla.

Tu chiamale se vuoi, recensioni

AAA A tutti quelli che hanno letto Enakapata e non hanno ancora mandato un pensiero, un commento, una recensione la Befana porterà una calza piena piena di carbone.
Come rimediare? Scrivendo a
enakapata@gmail.com ciò che pensate del libro. L’unica regola è la sincerità. Altrimenti le calze con il carbone, come le pizze di Peppiniello, passano a due.
Detto di una delle mie ultime sempre più farneticanti iniziative per diffondere Enakapata tra gli abitanti del pianeta Facebook segnalo Sottolineato, la bella pagina ideata da Adriano Parracciani. Mi piace molto l’idea di condividere “le frasi che sottolineiamo nei libri che leggiamo. Quelle che mettiamo in evidenza, che ci stimolano, che salveremmo dalla distruzione, quelle del copia e incolla”. Mi ricorda un progetto che sto un pò trascurando ma che anche grazie ad Adriano forse presto riprenderò, Citarsi Addosso.
Se un giorno deciderete di atterrare sul pianeta Facebook, e naturalmente ancor di più se ci siete già, non mancate di partecipare.
Buona citazione a tutti.

Un haiku è per sempre

奥まった場
家族から出す
いい考え

okumatta ba
kazoku kara dasu
ii kangae

storie segrete
come una famiglia
grandi idee

Hattori Ransetsu
(1654 – 1707)

Totò, Luca e la Feltrinelli Express

Se state pensando che è un fotomontaggio, vi sbagliate, è proprio Moretti il giovane al lavoro. Se state pensando che è una fortuna lavorare in un posto così, guardate le foto su Flickr per capire fino a che punto avete ragione.
A La Feltrinelli Express di Napoli Centrale su 1100 mq  di superficie di vendita potete trovare 25 mila libri (titoli), 9 mila dischi,  4 mila home video, 2 mila giochi.  Se passate per Napoli non perdete l’occasione. Se siete Napoli, cosa aspettate a visitarla? La Feltrinelli Express è aperta dalle 7 di mattina alle 10 di sera 365 giorni all’anno.

Luca al lavoro a La Feltrinelli Express di Napoli
Luca al lavoro a La Feltrinelli Express di Napoli

Il jazz di Marsalis e il soul di Scaffidi

Ancora a proposito di connessioni, a pagina 17 del meraviglioso libro di Wynton Marsalis (Come il jazz può cambiarti la vita, Feltrinelli) guardate cosa ho trovato: Ci vogliono coraggio e fiducia per condividere certe cose. Molte volte è lo stesso atto del rivelare ad avvicinarti alle persone. Mentre conosci una persona, allo stesso tempo apprendi qualcosa del mondo e di te stesso, e se riesci a mettere a frutto ciò che apprendi, il mondo e te stesso ti sono sempre più vicini.
Questa è invece la mail che mi ha inviato Enzo Scaffidi da Brolo:
Carissimo professore,
come le avevo promesso, nel nostro incontro, in Brolo per la presentazione del suo libro Enakapata, mi permetto di esprimerle il mio pensiero, visto che l’ho finito di leggere.
Vi ho trovato un racconto avvincente, ricco di ironia, di tensione, ma anche divertente e paradossale, specchio del mondo in cui viviamo. Vi ho trovato storie straordinarie che entrano in modo indelebile nel nostro immaginario per far parte della nostra memoria.
La lettura di questo libro credo emozionerà il lettore per un racconto vissuto in prima persona; una storia fatta di storie vere, di persone incontrate in un lungo viaggio in un paese lontano e diverso dal nostro. Talmente diverso da essere posto agli antipodi per cultura, costume, dove il rapporto tra diritti e doveri è del cento per cento in quel paese asiatico, mentre nel nostro i diritti vengono reclamati tutti, ma i doveri hanno una percentuale molto bassa.
Nonostante questa differenza, credo che il suo libro non voglia dare la formula per risolvere alcuni dei nostri problemi, in primis, la raccolta della spazzatura, ma evidenziare che se si vuole una cosa si può fare, basta avere volontà e responsabilità. In fondo al vaso di Pandora è nascosta la speranza, che è poi l’ultima a morire.
Vi ho trovato, molto bello, il rapporto con suo figlio, un rapporto fatto di grande stima, di fiducia, di grande amicizia e di grande educazione. Sono purtroppo, sentimenti rari nelle famiglie odierne, dove i genitori anzichè parlare, sentire i propri figli, sembrano arrendersi, concedendo loro tutto per paura di sentirsi rifiutati. Bisogna, anche con i figli, rischiare di credere, avere coraggio, proprio come amare.
Credo che la lettura di un buon libro, come il suo, non è altro che una conversazione piacevole con una persona che vuole dare il suo contributo a una vita giusta e migliore per tutti. Con simpatia. Enzo Scaffidi.

La mia morale della favola? Semplicemente che sono un uomo molto fortunato.

Una fabbrica di connessioni

Alla mia età le principali o le hai imparate o le hai imparate. La vita accade. Ti toglie e ti dà.  Quelli più allenati sanno prendere meglio ciò che viene loro dato. E sanno accettare meglio ciò che viene loro tolto. Proprio così. Quelli allenati sanno. Nel senso di conoscono. Nel senso di  sono consapevoli. In tutti i sensi.
Naturalmente non è mai facile. C’è sempre un dolore che quando capita a te ti sembra particolarmente ingiusto e inaccettabile. C’è sempre qualcuno meno bravo e più fortunato di te. C’è sempre qualcosa che tu avevi pensato  e qualcun altro è riuscito a realizzare. Quelli allenati non vivono fuori dal mondo. E’ che hanno definito un diverso ordine di priorità.  Cercano ancoraggi. Volti. Storie. Senso. Significato. Quando non li trovano? Aspettano che passi la nottata, perché alla loro età che la nottata passa o l’hanno imparato o l’hanno imparato.
Sapete cosa ha risposto Antonio Tubelli, in tempi lontani buon dirigente sindacale  oggi eccellente cuoco, alla figlia che in qualche modo lo “rimproverava” di aver lavorato una vita senza aver messo da parte una lira? Che invece le lasciava qualcosa che vale davvero, come “un po’ di rapporti con un po’ di bella gente”. E come dimenticare la gioia  di quella sera a via Caracciolo, quando Salvatore Veca mi rivelò che le nostre vite possono dirsi tanto più degne di essere vissute quanto più ampie sono le relazioni e le connessioni che riusciamo a determinare con altri esseri, come noi, umani.
Quando presentammo il suo meraviglioso libro, Dell’Incertezza (Feltrinelli, 1997), volli intitolare il mio piccolo intervento proprio “Delle connessioni” come omaggio alla sapienza così diversa e così uguale di Antonio e Salvatore.
Lo so che ve ne siete accorti, ma per me la forza di Enakapata sta prima di tutto nel suo essere una fabbrica di connessioni. Questo blog ne è una piccola grande testimonianza. Le mie fatiche hanno senso per questo. E di questo sono sinceramente e profondamente grato a ognuna/o di voi.

Quale politica per la transizione italana

Strano ma vero, il racconto di La democrazia dei cittadini si dipana tra parole chiave come amicizia, cittadinanza, Costituzione, democrazia, futuro, giovani, leader, movimenti, partecipazione, PD, Ulivo, o anche Berlinguer, De Gasperi, Moro in maniera lieve e appassionante.

A renderlo tale è innanzitutto la concezione dell’amicizia come valore fondamentale non solo nella sfera personale – il sentimento profondo che lega Scoppola e Ariemma, Autore e Curatore del volume, Presidente e Vice dell’Associazione “I cittadini per l’Ulivo” -, ma anche nello spazio pubblico. Questa dimensione politica dell’amicizia emerge a più riprese, ad esempio quando Scoppola scrive che “I cittadini per l’Ulivo […] devono instaurare tra le varie componenti, oltre che un rispetto reciproco, un clima di amicizia, senza il quale è difficile dare vita ad una volontà politica comune”, o quando individua nell’amicizia la risposta alla solitudine involontaria, o ancora quando pensa all’amicizia come a una leva importante per definire i caratteri di un welfare rinnovato.

Poi ci sono le qualità umane e politiche di Scoppola, il suo tenere sempre alto lo sguardo, la consapevolezza che “con i personalismi i partiti non salvano la loro visibilità e identità, ma vanno semplicemente alla sconfitta”, che c’è un urgente bisogno di “persone di buona volontà, contente di fare il loro mestiere, disposte a lavorare per l’Ulivo, che non cercano candidature”, che la vera ambizione non può che essere quella di “tirar fuori il Paese dalle secche in cui lo ha cacciato una politica ispirata solo agli interessi personali e alle logiche di mercato”.

Scoppola insomma non è solo “un cattolico a modo suo” che vive “la fede come scelta, come rischio di un impegno senza riserve, come scommessa”, ma anche “un politico a modo suo” che concepisce la politica come disegno per il futuro, come terreno di confronto e di iniziativa per persone che intendono contribuire, con la loro testa e le loro mani, al processo di rinnovamento della democrazia italiana.

Sia chiaro. Il libro non concede nulla all’antipartitismo, del tutto estraneo alla cultura, alle convinzioni, al percorso politico di Scoppola e di Ariemma; esso mette piuttosto in evidenza le ragioni per le quali alla crisi della repubblica dei partiti bisogna rispondere con la repubblica dei cittadini, la più idonea a definire progetti e selezionare classi dirigenti all’altezza delle nuove sfide.

Sul nesso tra crisi della democrazia italiana e scarsità di classi dirigenti Scoppola torna più volte, ad esempio quando afferma che “la transizione, a trentanni dall’assassinio di Moro, è ancora incompiuta perchè senza guida, affidata a iniziative molteplici e contradditorie” o quando, nell’ultima intervista a Repubblica, sottolinea che “la transizione italiana è povera di veri leader politici, di grandi disegni, di cultura”.

Scoppola e Ariemma non pensano a leader modello “un uomo solo al comando”, ma piuttosto a gruppi dirigenti rappresentativi, ricchi di personalità di primo piano, in grado nel nuovo contesto di produrre beni identitari, di rappresentare valori e ideali, di proporre programmi e prospettare soluzioni ai problemi del Paese.

La democrazia dei cittadini è un libro che vale anche per questo, perché ricostruisce in maniera mirabile il senso di una storia, dall’Ulivo al Partito Democratico, nella quale a tutti coloro che, si identifichino o meno con un partito, sono interessati alla politica, al valore della Costituzione, all’incontro tra mondo cristiano e sinistra come condizione e fine per costruire un nuovo e più robusto costume morale, civile e politico degli italiani, viene chiesto di mobilitarsi, singolarmente e attraverso le loro associazioni, per alimentare il processo democratico.

Le connessioni, le domande, che tengono assieme soggetti, progetti, contenuti e luoghi della “nuova” politica, hanno origine anche in questa storia. Non solo “Perché nasce il Partito Democratico? Su quali radici può già contare? Quale il suo retroterra sociale e culturale? Quali valori e interessi intende rappresentare? Quale il rapporto con i movimenti?”, ma anche “Noi che ci stiamo a fare? Cosa facciamo per mettere in circolo nuove energie, per sostenere il radicamento sociale e territoriale del nuovo partito, per favorire il confronto di idee e gruppi dirigenti, per cambiare in meglio i partiti, la politica, il Paese?”.

Per Scoppola e Ariemma ripartire dalla base, dalla società civile, dal mondo della cultura, dall’esperienza de “I Cittadini per l’Ulivo” vuol dire prima di tutto questo. Non basta chiedere ai partiti. Per costruire una cultura comune a partire dai temi etici, dalla giustizia sociale, dai giovani occorre che le energie presenti facciano sentire la loro voce, assumano le loro iniziative sul territorio, diano senso all’appartenenza comune, “vadano avanti come l’idea stessa di processo richiede, senza aspettare le decisioni dei vertici”.

La democrazia dei cittadini è in definitiva un libro appassionante perché racconta e suggerisce quella politica che, da Aristotele ad Hanna Arendt, è fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, a cui occorre dare un senso.

Cercansi cittadini disposti a contribuire con il proprio mattone.

Leggerlo Enakapata. Regalarlo nù capatone

A Natale regala Enakapata. E’ un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot (ti) fa solo piacere. E’ bello, come disse la mamma guardando lo scarrafone suo. Leggerlo Enakapata. Regalarlo nù capatone.
Queste le quattro righe quattro con le quali da qualche giorno ho lanciato Natale Enakapata, ‘a Befana nù capatone, la campagna natalizia per quelli che hanno già letto Enakapata e per quelli che invece no.
In queste ultime settimane mi sono chiesto spesso se non sia ora di smetterla di fare viaggi, di spendere tempo e  soldi, di dare fastidio ai miei amici su Facebook, per promuovere Enakapata. Perché non lo faccio? Perché per ora mi piace più di quanto mi stanchi, anche se mi stanca molto. Perché una ragione ci deve essere se più della metà delle persone che vengono alle presentazioni comprano il libro. E perché spero che un giorno o l’altro il passaparola l’abbia vinta sui distributori che non lo pubblicizzano e sui librai che non lo ordinano.
La morale della storia? Fino a quando ce la faccio, vado avanti, nonostante Luca che quando non lavorava non mi aiutava senza sensi di colpa (per fortuna li ho io quelli di tutta la band) e adesso che lavora non mi aiuta e basta.
Su Flickr troverete perciò le nuove foto (e le vecchie di Noyori, Tonomura, Nori e Carninci nello stesso album).  Su Scomunicando il resoconto della presentazione a Brolo. Per le prossime news, incluse quelle relative alla traduzione del libro in giapponese, bisogna aspettare ancor un pò. Speriamo.

Noyori says

Domani c’è un eurostar (senza av, che da Napoli in giù non si usa) che parte alle 8.42 destinazione Villa San Giovanni, poi traghetto per Messina e poi in auto a Brolo assieme al mio amico Teodoro Lamonica. A Brolo rivedrò  tra gli altri Max Scaffidi, l’uomo che mille ne pensa e diecimila ne fa e che assieme a Teodoro ha organizzato tutta la faccenda presentazione di Enakapata.
Tra i miei impegni del giorno segnalo l’invio a Rassegna di un articolo di presentazione di Accadde in autunno, iniziativa della Fondazione Di Vittorio e del Sindacato Pensionati della CGIL , l’aggiornamento dei contenuti di Immaginazione Poteri Diritti, il corso con gli studenti del Margherita Di Savoia, la sosta alla Feltrinelli per ritirare i libri da portare domani alla presentazione perché in Sicilia non se ne trovavano a sufficienza. Non mi piace ma funziona così, se non hai scritto il Codice Da Vinci o giù di lì con la distribuzione è dura, molto dura. Che fare? Io, l’autore – facchino. Voi, rompere i cabasisi al vostro libraio fino a quando non ordina il libro.
Tra una cosa e l’altra ho cercato naturalmente anche di pensare a cosa raccontare domani, quando via Google Alert mi è arrivata la seguente news: i premi Nobel Leo Esaki (physics, 1973), Susumu Tonegawa (medicine, 1987), Ryoji Noyori (chemistry, 2001), Makoto Kobayashi and Toshihide Maskawa (physics, 2008) (da sinistra nella foto) hanno incontrato i giornalisti per protestare contro i tagli del governo alla ricerca.
Cosa hanno detto? “It is essential to establish Japan as a nation driven by the creativity of science and technology, to constantly gather talented individuals to the scientific world and to steadily continue to accumulate knowledge“. In particolare Noyori, che ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare durante il mio soggiorno a Tokyo ha sottolineato senza giri di parole che “We need more money, not less”.
Cosa ha fatto il Primo Ministro Yukio Hatoyama? Ha deciso di incontrarli per ascoltare la loro opinione. Uguale a ciò che accade da noi. Mi piacerebbe parlarne domani a Brolo.

Bella

Ieri a Caserta è stata davvero una gran bella serata, nonostante Luca non abbia potuto esserci causa lavoro (quanto tempo mi ci vorra ancora prima di abituarmi ad associare Luca e lavoro?; per ora la cosa continua a sembrarmi strana tendente al buffo).
Si, la mia parola chiave  per definire la serata è decisamente “bella”. Si attaglia alle Librerie Pacifico, alle persone che la dirigono e ci lavorano, al fatto che anche loro abbiano comprato il libro, all’aria che si respirava nel corso della discussione, alla gentilezza e alla competenza delle persone che vi hanno partecipato, alla commozione che ho provato nel rivedere amici che non incontravo da tempo.
Questi miei vagabondaggi qui e là per l’Italia mi confermano che si può parlare di scienza, di merito, di serendipity, ma anche di rapporti tra generazioni, di culture, di regole, con leggerezza ma senza superficialità, con spirito critico ma senza qualunquismo, con consapevolezza delle difficoltà ma senza rinunciare a cercare risposte e, soprattutto, senza rinunciare a fare la propria parte.
Sabato sarò a Brolo, ma di questo faremo in tempo a parlare ancora. Per intanto ancora grazie di cuore a tutti quanti hanno reso possibile questa bella serata.

La testata di Ikebukuro

Roberto De Pascale l’ho conosciuto a inizio  mese nel corso della presentazione di Enakapata a Capo Miseno. Per lui il Giappone è una cultura e una passione prima ancora che un lavoro e mi aveva fatto piacere quel suo accenno alle atmosfere  nelle quali si era riconosciuto, ancora di più perché su Giappone e dintorni il merito è tutto di Luca.
Ieri Roberto mi ha inviato questa mail:
Caro Vincenzo,
ti scrivo da Tokyo in un momento libero tra impegni di lavoro e il sonno profondo dovuto alla stanchezza. Ho sempre detto che in Giappone non basta una giornata di 24 ore. Proprio stamattina sono passato nella Stazione di Ikebukuro e mi son venute in mente le tue parola alla presentazione del Libro a “Cala Moresca” su dove, e sopratutto come, era nato il titolo del libro.
In effetti mi sono trovato davanti a questa trave dell’ingresso della stazione alquanto bassa, ma a misura giapponese, e mi son trovato a ridere cercando di immagginarmi la scena della tua “Kapata” nella trave. Puoi immaginare le facce dei giapponesi che mi vedevano ridere da solo. Ho tirato fuori il cellulare con fotocamera e son venute fuori queste due foto che ti invio in allegato.

Mi dispiace non essere presente alla serata di Caserta, torno il 26 da Tokyo.
Buon lavoro e a presto.

Le foto sono quelle che vedete qui e qui, ma posso confessare che mi fa letteramente impazzire questa lettura “militante e partecipata” di Enakapata? Il fatto che diventa sempre più l’occasione per nuove connessioni e rapporti di amicizia? Che mi fa sentire un pò un vero scrittore il fatto che persone che prima non conoscevi riconoscano luoghi e fatti raccontati nel libro, ne scrivano, li fotografino e così via discorrendo? Dite che l’ho confessato? Please, wait a moment!  Perché io la testata l’ho data nella parte alta della porta della metropolitana ma Roberto ha ragione due volte. La prima, perchè a Capo Miseno me lo ha chiesto, e io pensando che parlassimo della stessa cosa ho risposto si, inducendolo all’errore. La seconda perché nel libro ho scritto “all’uscita della metropolitana” invece che “all’uscita dalla metropolitana”, cosa che, grazie a Roberto, sarà mia cura correggere nella seconda edizione prossima ventura.
Posso aggiungere, se prometto che poi la smetto, che tutto questo mi ricorda il genio, il caso, la letteratura? Di più. Che mi piace talmente tanto che quasi quasi appena torno a Ikebukuro vado a dare la testata nel posto giusto? Fatto. Per il resto giudicate voi.

Il turnista. Ovvero: Vicié, ‘e figlie sò figlie

Settimana Enakapata quella che comincia oggi. Mercoledì presentazione del libro a Caserta, alle 17.00, alla Libreria Pacifico, in Piazza Vanvitelli, con la partecipazione ormai straordinaria di Moretti il giovane, perché lui lavora a turno, per 5 ore al giorno, 6 giorni su 7, ed è per un puro colpo di fortuna che mercoledì alle 14.00 finisce e può raggiungermi a Caserta (continuate a leggerci, prometto che vi farò sapere in anteprima l’ora e il giorno in cui lo strozzo :D). Sabato invece, alle  17.30, presentazione a Brolo, provincia di Messina, nella sala multimediale Rita Atria, rigorosamente da solo, perchè turno o non turno “lui” non può  venire certo fino laggiù di sabato per tornare la domenica sera (e se lo avessi già strozzato? It’s impossible. Come direbbe Filumena Marturano, Vicié, ‘e figlie sò figlie :D). Vuol dire che mangerò tanti di quei dolci siciliani che solo a raccontarglielo gli farò venire un attacco di bile, senza parlare del salame di maiale nero di Brolo di cui mi ha detto il mio amico Gianni Bombaci.
Questa settimana diventerà più intensa anche la “campagna” Natale Enakapata ‘a Befana è nu capatone (vedi già tremare i miei 633 amici di Facebook Planet).
Il messaggio è per Natale regalate Enakapata. E’ un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot(ti) fa solo piacere. E’ bello, come disse la mamma guardando lo scarrafone suo.
Buon pacchetto a tutti.

La democrazia dei cittadini

enakapata3Sto scrivendo per Rassegna Sindacale la recensione di La democrazia dei cittadini,  bellissimo libro curato da Iginio Ariemma che raccoglie gli scritti di Pietro Scoppola dall’Ulivo al Partito Democratico  e sono inciampato ne La casa dei diritti, un mio libro pubblicato nel 2002.
Nella pagina dei ringraziamenti cito con affetto i miei amici Ettore Combattente, Luca De Biase, Gerardo Di Paola, Teresa Granato, Luigi Morra, Colomba Punzo, Luigi Santoro, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi. Poi Sergio Cofferati, al tempo leader della CGIL ed autore della prefazione,  Salvatore Veca, i cui libri e la cui amicizia mi hanno insegnato altri modi di guardare alle cose della politica e della vita e, udite udite, “mio figlio Luca, del quale la circostanza mi ha permesso di  scoprire una confidenza con i punti e le virgole (questioni di sintassi, insomma) che non gli conoscevo. A lui sono grato per la meticolosa opera di rilettura del testo. E per avergli sentito dire che “nonostante il genere non sia il massimo, il libro si può leggere”.
Come tutte le cose della mia vita, belle o brutte che siano, non me ne ricordavo più, nel senso che non me le ricordo a comando, mi tornano in mente se e quando si crea qualche link.
Confesso che mi ha fatto piacere trovare un antenato alla nostra collaborazione per Enakapata. Come dice il proverbio? Non c’è due senza tre? Chissà, forse bisognerebbe chiederlo a lui. O forse meglio di no.

Uno di due

enakapata3 Ebbene si, si ricomincia.
Il prossimo appuntamento è per il 7 novembre a Capo Miseno, dove  la presentazione del libro sarà il pretesto per ragionare di università, di ricerca scientifica, di innovazione, magari con qualche raffronto  tra Giappone e Italia.
Il 25 novembre sarà invece la volta di Caserta, dove invece il tema scelto dagli organizzatori è lo scambio culturale tra le generazioni.
Ecco, tra le cose che continuano a piacermi di tutta questa storia ci sono sicuramente le diverse angolazioni con le quali si può leggere Enakapata. La scienza. Il rapporto tra padre e figlio. Secondigliano e Tokyo. L’umanità di magliari e Nobel Prize.
La cosa che mi piacerà di meno sarà ritrovarmi a discutere senza Moretti il giovane. Se siete frequentatori abituali già sapete che da qualche setimana ha un lavoro. E se non lo siete non perdetevi d’animo, appena un pò di scrolling e avrete modo di sapere tutto  ma proprio tutto su questa grande novità.
Lo so che ci voleva. Il titolo del post l’ho scritto io, non voi. Ma se e quando accadrà mi mancherà tantissimo. Enakapata è il nostro viaggio. In ogni caso vi farò sapere. Promesso.

p. s.
Prima che me lo chiedete voi, ve lo dico io. I turni di Moretti il giovane lo impegnano 6 giorni a settimana, cosicché incastrare la sua agenda con la mia e con quelle di coloro che organizzano le presentazioni è un’impresa titanica. Senza bisogno di dircelo abbiamo deciso di dare priorità al libro, e ogni volta che abbiamo una data si va comunque. Naturalmente lui conta sul fatto che tanto sono io quello che sta sempre in mezzo. Vorrei sfatare questo mito. C’è qualcuno che mi aiuta? Io sono certo che Moretti il giovane da solo se la caverebbe benissimo. E voi?

Tecknos, dunque Apai

Tecknos, dunque Apai. Quando la testa fa rima col cuore. Grazie. Semplicemente. Sinceramente.

Ci voleva

enakapata3 Valeria l’ho avvistata su Skype ieri sera. Era nella casa di Aux en Provence. Da poco di ritorno da Marsiglia. Detto che se ancora non sapete chi è Valeria e cosa ci fa a Aux en Provence lo potete leggere qui, aggiungo che con questo amore di ragazza è sempre un piacere fare quattro chiacchiere.
Gli occhi luminosi, il sorriso dolce, mi ha raccontato dei suoi studi, delle tante piccole grandi incombenze che chi si trova nella sua situazione deve ogni giorno affrontare, dell’atteso, imminente trasloco nella nuova casa.
Poi siamo finiti a parlare di lui, Moretti il giovane. Mi ha detto di avergli scritto una mail, anche perché lui non si era ancora fatto vivo. Da parte mia nessuna meraviglia, of course. Perché se è vero che il tipo è solo un falso sprucido è altrettanto vero che la finzione gli riesce alla grande. Se poi ci aggiungete che in  queste settimane è stato impegnato in un doloroso conflitto, ancora non del tutto risolto, con un dente del giudizio e in un inedito coinvolgente rapporto con il suo nuovo, anzi primo, lavoro, capite bene che il tempo per scrivere a Valeria proprio non lo poteva trovare.
A proposito del lavoro di Moretti il giovane. Sapete qual’è stato il commento di Valeria? Zio, ci voleva.
È proprio vero. Ci voleva. Sarà per questo che da una settimana sono sempre contento anche se il Milan vince a Madrid e la Juve sembra non morire mai. Ci voleva. Sicuramente per la madre e per me. Forse per il fratello. Soprattutto per lui.
In questo mondo di pacchi e veline si fa fatica a pensarlo. Ma il lavoro è un valore.  Un diritto. Un’occasione importante di crescita.
Valeria lo sa. Mi ha detto che l’amica che l’ha ospitata a Marsiglia è una sociologa, che le hanno offerto un dottorato, che sembra avviata verso una bella carriera.
Zio, queste cose qui in Francia accadono ancora, ha aggiunto raggiante. E in Italia?

Secondigliano non è solo camorra

Antonio Parola, Umberto Pastore, Antonio Rubino, Pasquale Ruggiero, Salvatore Traino Mercoledì ho rivisto Salvatore Traino. Erano più di 30 anni che ci eravamo persi di vista. Aveva saputo di Enakapata da Tonino Parola, ha comprato e letto il libro, mi ha cercato e trovato via internet, mi ha scritto, ci siamo sentiti, siamo stati qualche ora assieme a parlare di noi oggi e di noi allora, la cosa forse più scontata, di certo più sentita, che potevamo fare.
Ci siamo un pò infreddoliti in Piazza Plebiscito e poi siamo saliti a casa mia, dove abbiamo bevuto il tea bello caldo preparato da Luca a casa sua (giuro che è possibile, anche senza appartenere alla categoria dei maghi), gli ho passato un pò di indirizzi mail e di numeri di telefono che lui non aveva del vecchio gruppo di Secondigliano.
La sera stessa mi ha mandato alcune foto. Un paio mi hanno fatto andare il cuore fuori giri. Oggi il messaggio: Sono riuscito a contattare Umberto e Carmine, per tuo fratello è più difficile. Mi rimandi l’e-mail di Carmine? Ho Vista  impallato e su Ubuntu non l’ho salvato. Tutto bene a Reggio? Continuamo nelll’impresa di metter insieme questi Secondiglianesi. Ti sono arrivate le foto? Un abbraccio. Salvatore.
Tra un pò gli scrivo. Per intanto mi piace raccontarlo qui. Mi piace Enakapata che è ‘na capata perchè mi fa ritrovare gli amici dei miei anni secondiglianesi. Mi piace quest’idea di Secondigliano che non è solo camorra. Mi piace l’idea che questa idea possa aiutare le tante persone perbene di Secondigliano a sentirsi almeno un pò più orgogliosi. Mi piace persino pensare che Roberto Saviano  possa sentire almeno un pò più forte la solidarietà di tutte queste persone e almeno un pò meno forte la solitudine.
Questo per oggi potrebbe essere tutto. E invece no. Perchè nella foto che vedete  a fianco c’è anche, sulle scale, Tonino Rubino, che almeno in questa vita non potremo  incontrare più. Tonino non sembrava, era davvero un personaggio uscito dai romanzi di Jack Kerouac. E forse non poteva che lasciarci così, come un personaggio creato dal profeta della beat generation. E’ passata una vita, ma mi è sempre mancato un pò. Adesso mi manca un pò di più.

A fratemo Enzo. Enakapata. Enzo Avitabile

NapoletanaCi siamo incontrati ieri sera a Napoli. Alla Feltrinelli Libri e Musica. Si parlava di libri e di gente con Cinzia e il mio amico Gianni Giannantonio, che dirige la “bottega” di Piazza dei Martiri. Non ricordo se è stato lui a dirmi dell’assegnazione del Premio Tenco a Enzo. Ricordo di aver pensato finalmente. Di aver aggiunto gliene manca almeno un altro. Quello di Salvamm’ ’o munn non poteva che essere suo. E invece.
Il nuovo disco si chiama Napoletana, canti e musica scritti nel cemento. Mentre chiacchiero con Gianni faccio un cenno di saluto. Ancora chiacchiere. Faccio in tempo ad essere  maleducato, senza volerlo of course,  ma ciò non basta a giustificarmi, con la mia amica Li, quando Enzo si avvicina. Ci abbracciamo. Mi chiede di Luca. Del libro. Tutto ok, gli dico. Aggiungo che si fa fatica a farlo “vivere” in giro per l’Italia. Che sto facendo un sacco di chilometri per promuoverlo. Bisogna stare sempre sul pezzo, mi dice. Un libro, come un disco, una volta fatto, non si può abbandonare.
Arriva il CD. Enzo se lo rigira tra le mani. Glielo chiedo. Me lo passa. Mentre mi allontano gli dico di non muoversi che lo pago, lo apro e mi ci mette la dedica. Lo sento dirmi aspetta, che te lo regalo. Mi volto. Sorrido. A me fa piacere quando gli amici comprano i miei libri. E anche quando lo regalo lo faccio solo se promettono che, se gli piace, lo regaleranno a loro volta. Quindi … vado e torno.
Enzo chiede un pennerello. Non c’è. Prova con la penna. Non va. Il suo produttore gli ricorda che hanno altri impegni. Non esiste. Ormai ’a pigliato ’a nziria. O pennerello, o pennerello. È Gianni a risolvere la questione. Enzo scrive: A fratemo Enzo. Enakapata. Poi lo firma. Poi mi guarda negli occhi. E mi dice vai a casa e ascoltalo da solo. In pace.
L’ho fatto. E vi assicuro che è stata un’emozione incredibile. È nà capata. Che dico, nù capatone.
Le canzoni sono bellissime. C’è magia. Poesia. Tradizione. Musica. Anima.
È Enzo Avitabile, gente. Cosa fate ancora qui a leggere. Andate a comprarlo.

p.s.
Ho scritto a Li una sentita mail di scuse. Quello che ho scritto naturalmente non ve lo dico.  Ma se per caso la incontrate non dimenticate di metterci una buona parola.

Susanna Musetti

enakapata3 A Vincenzo e Luca
Sono Susanna, ho acquistato il vostro libro Venerdì scorso a Sarzana, vi ricordate, ho chiesto la vostra e-mail (che mi è stata gentilmente scritta da Luca in terza di copertina) per mandare i miei commenti.
Più che commenti o critiche, le mie le considererei delle riflessioni , o se vogliamo quello che mi ha trasmesso il vostro libro.
Abbiate pazienza se alcuni punti non corrispondono a quello che effettivamente volevate trasmettere con questo diario, ma spero che vi faccia piacere, ricevere lo stesso, quello che è andato a finire nella mia scatola dei ricordi.
Quando come noi, si lavora tanto dietro la stesura di un libro, è piacevole sapere quello che ne è rimasto nel lettore. Ed io ho fatto tesoro di tutte le critiche e commenti che mi hanno inviato, li ho persino inseriti in un sito, dove il lettore può andare a leggere in qualsiasi momento.
Volutamente ho trascritto soprattutto i giudizi negativi o le citazioni sciocche, perché proprio da queste si capisce che cosa ha recepito realmente il lettore. Non vi dico cosa mi ha scritto: “Lo sbirulino un po’ matto, ma stranamente intelligente”, che voi conoscete come Andrea Lagomarsini, ed è proprio grazie a lui che sono venuta alla vostra presentazione e ho letto il vostro libro.
Mi dispiace di essere arrivata in ritardo e di essere riuscita a seguire solo l’ultima parte della presentazione, perché in questo caso mi sono persa le vostre considerazioni in merito.
Anch’io come voi sono da sempre stata affascinata dal Giappone dalle sue origini, storie e dalle tradizioni radicate negli anni.
Entriamo nel vivo commento al libro.
All’inizio, mi sembrava una cronistoria giornalistica, quasi delle veline radiofoniche, poi ho capito che era un diario di viaggio e, sono entrata nella storia solamente al vostro arrivo in Giappone. Ho trovato piacevole il confronto padre e figlio, in effetti è divertente leggere due risvolti dello stesso episodio ma scritti da due persone diverse.
Nel leggere il libro mi hanno fatto sorridere alcuni aneddoti che avete scritto, dalle prime colazioni che avete fatto, difatti dovrebbe essere stato traumatico privare un napoletano di caffè e cornetto, episodio che vi è rimasto ancora più impresso proprio perché siete napoletani; poiché: tanti sono gli italiani che possono fare a meno di fare colazione, o privarsi del caffè mattutino. “Togli tutto ma non il caffè a un napoletano”.
Però sottolineandolo avete messo in luce e portato a paragone due modi diversi di vivere, di cibarsi, e di fare colazione.
Un altro fatterello su cui vorrei soffermarmi è quello della puntualità, sì, sicuramente il Giappone è un popolo metodico, ripetitivo e puntualissimo, basta pensare che per secoli i giapponesi sono stati abituati a meticolose regole da rispettare per il rispetto altrui, inculcategli fin dalla nascita.
E molti sono coloro che vedono la puntualità e la precisione di uno stato come il gran pregio di un paese e, pensano che lo stato funziona perché il popolo è preciso e puntuale, la puntualità e la perfezione in assoluto, non un minuto in più o in meno, non si può sgarrare perchè è la loro filosofia di vita; per altri o forse per noi italiani questo pregio è visto come un difetto, poiché lì, niente, riesce a rompere la monotonia.
Difatti ho un’amica napoletana che per lavoro vive in Giappone da diversi anni, ma ogni tanto e direi spesso, stanca degli stereotipi, deve tornare in Italia per respirare e prendere una boccata di ossigeno, e allora tutto le torna alla normalità quando prende il pendolino “Roma Napoli” che è puntualmente in ritardo o l’appuntamento con gli amici che sfora sempre della famosa mezz’oretta di ritardo, che lei chiama il “Ritardo accademico”
Anch’io trovo che lei abbia un modo diverso di vivere dal mio e pensare che quando vive a Napoli siamo solamente a poche centinaia di chilometri di distanza, figuriamoci paragonare uno stile di vita a migliaia di chilometri, ove entrano in gioco proprio gli usi e costumi diversi del paese.
Per ultimo quello dei bimbi che passeggiano da soli, in questo caso la differenza non c’è perché eravate a oriente invece che a occidente, basti pensare che i bambini spagnoli vivono di notte, difatti i figli di alcuni amici che vivono in Spagna vanno tranquillamente da soli a prendere il pane, in farmacia, ecc. traumatico per noi italiani solo pensarlo invece loro lo fanno e non solamente di giorno ma anche in piena notte. Poiché questo è il loro modo di vivere.
Poi ho scorto che tra le righe del libro è stato affrontato un grosso problema dello stato Italiano, una lacuna, e questo l’avete scritto in forma delicata quasi per paura di offendere le istituzioni, in questo mi riconosco poiché anch’io nel mio libro ho scritto in forma così delicata e raffinata che quasi quasi il lettore ha letto senza rendersene conto di alcune considerazioni da me fatte pesanti e reali. Scusate se in corsivo ve ne cito alcuni paragrafi ma è solamente per dare più enfasi a quello che sto dicendo. ”non mi sembrava un coglione una testa di cazzo, come ritenevo coloro che erano dall’altra parte del Parlamento. Un leader, capace solo di pavoneggiarsi e di governare lo stato solo per rimanere nei libri di storia …”.
Allora diciamolo a caratteri cubitali e urliamo alle istituzioni che se vogliamo che l’Italia emerga, bisogna adeguarsi, destinando alla ricerca una percentuale più alta del Pil, questo per favorire lo sviluppo tecnologico ma soprattutto per fare passi avanti. Ed è ora che lo Stato aumenti di gran lunga le sue aspettative in merito per non essere i fanalini di coda. Stiamo arretrando invece dovremmo adeguarci, solo in questo modo si può dire di essere un paese aperto e all’avanguardia, cercando di abbattere i carenti posti di lavoro…. È vergognoso, che da sempre, gli italiani siano costretti ad emigrare oltre oceano per fare ricerca.
Teniamoci i cervelloni ed investiamo un po’ di più nei settori specifici.
“I talenti vanno scoperti, coltivati plasmati e lo stato che accetta tutto ciò che gli altri gli propongono senza riflettere, ha la mente limitata, e la mente recintata diventa arida, vuota, impersonale, mutilata. E un governo che ha la mente mutilata è uno stato incapace di governare o fornire stimoli, desideroso solo di mantenere intatto il ruolo di spettatore passivo, con un “annichilimento intellettuale non solo per se ma anche per i suoi cittadini”.
Finalmente conclude starete pensando, sì, termino qui, dicendole Vincenzo che il suo papà può essere solo che contento di aver faticato tanto facendo due lavori pur di far studiare i figli, e mi sembra che nel suo caso, ne sia valsa la pena.
Mi tenga aggiornata dei suoi diari di viaggio, ha fatto bene a scrivere questo libro poiché così manterrà eterna questa esperienza ed è persino riuscito a condividerla e trasmetterla agli altri.
Ho solo una curiosità ma il codice a barre inserito nella terza di copertina a cosa serve?
E poi non ho capito, perchè avete dimorato in due alloggi diversi, perchè eravate ospitati o per studiare il fenomeno sociologico da due punti diversi?

P.S
Stamani mentre mangiavo la mia foccaccina istintivamente mi è venuto di dare un morso metterla nella busta di carta, poi tirarla fuori dare un altro morso e riporla. Che scema mi sono detta subito dopo, non sono mica in Giappone.

P.S per Luca
Grazie, mi hai risolto il problema della cena. Se vorrai ti farò sapere come è andata la tua ricetta. Ciao

Cornuti e mazziati

enakapata3 Ci credete che questi viaggi in giro su e giù per l’Italia per raccontare Enakapata mi piacciano un sacco? Immagino di si. Farete molta più fatica a credere che sono anche molto faticosi. Impegnativi (anche, per il mio livello di reddito, dal punto di vista economico). E’ una delle grandi tragedie della mia vita. Ma di che ti lamenti, in fondo fai le cose che ti piacciono. Assolutamente vero. Ma per farle faccio tanta fatica. Sì, vabbé, ma in fondo ti diverti. Assolutamente vero. Ma ciò non toglie che … Basta ci rinuncio. Tanto, come diceva mio padre, alla fine si finisce sempre  cosi. Cornuti e mazziati.
A proposito di divertimento, quest’ultimo viaggio a Sarzana è stato non solo estremamente interessante, bello, gratificante, ma anche l’occasione per sperimentare un nuovo futuro per i Moretti&Moretti.
Di cosa si tratta? Non ve lo dico, of course.  Al massimo posso darvi un assaggio di com’è dura la vita di un padre che, per genio e per caso, si è ritrovato a scrivere un libro insieme al figlio.

2 Ottobre, in treno da Roma verso Firenze:
V.: … Bisogna che aumenti la presenza di Enaapata nelle libreria. Mi dovrò inventare qualcosa.  Non c’è niente da fare, bisogna stare sempre sul punto. Non so come fai tu a vivere senza pensare a nulla.
L.: Niente di meno! Non vedi tu come stai combinato e al contrario io come sto bene? Immagino che adesso col lavoro cambierà molto ma per i miei primi 26 anni ho cercato davvero di avere un approccio taoista nei confronti della vita.
V. Adesso mi butto giù dal treno. Anzi butto giù te.
L. Siamo sui treni ad Alta Velocità. Non è tecnicamente possibile. Senza contare che hai giurato che per rispetto ai pendolari se ti suicidi non lo farai mai buttandoti sotto a un treno.

2 Ottobre, in treno da Firenze verso Sarzana
V.: L’altro giorno a Roma in Cgil ho rivisto A. R., è stato affettuoso, effervescente, pirotecnico come al solito.
L.: Sarà che quello di sindacalista è un lavoro usurante, ma dei tanti sindacalisti che ho conosciuto nella mia vita non ce n’è ancora uno normale. Sì, sarà che il lavoro è usurante.

3 Ottobre, in albergo a Sarzana
V.: Mannaggia, ho perso l’orologio!
L.: Pà, come hai fatto a perderlo, ieri sera tardi ce l’avevi, guarda bene.
V.: Ho guardato dappertutto.
L.: Guarda meglio.
V.: No, l’ho perso. No, l’ho trovato. Nella tasca laterale della giacca. E’ che io la giacca non la porto quasi mai.

3 Ottobre, in treno da Sarzana a Firenze
V.: Mannaggia, ho perso il telefono!
L.: Pà, come hai fatto a perderlo, in stazione ce l’avevi, guarda bene.
V.: Ho guardato dappertutto.
L.: Guarda meglio.
V.: No, l’ho perso. No, l’ho trovato. Nella tasca laterale della giacca. E’ che io la giacca non la porto quasi mai.
L.: Pà, ma quale giacca, telefono e portafoglio! Tu é perz a capa. Ma da un sacco di tempo.

That’s all, folks! Se decidete di scrivere un libro, e decidete di farlo con vostro figlio, preparatevi.  Tanto alla fine si finisce sempre così. Cornuti e mazziati.

La Nazione

enakapata330/09/09 NAZ – Sarzana – Un viaggio tra i «cervelli» e i loro luoghi
La Nazione – (on – line) – 30/09/09 – pag. 26
IL LIBRO: L’AFFASCINANTE DIARIO DEI MORETTI, PADRE E FIGLIO

IN «ENAKAPATA, Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo» c’è anche Sarzana.
Un libro scritto a quattro mani da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio, un diario stranissimo che comincia a Secondigliano e si conclude a Tokyo passando appunto per Sarzana. Nel 2007 infatti Vincenzo Moretti, presente alla prima edizione di Tecknos a Sarzana incontra tante persone interessanti che fanno cose interessanti. Tra queste un ingegnere fisico, una vita da ricercatore, scienziato, imprenditore, una storia incredibile alle spalle legata anche al Giappone, e con Piero Carninci, lo scienzato che ha messo in discussione il dogma del Dna. Il libro è anche e soprattutto il resoconto di un viaggio nel quale padre e figlio si occupano di ricerca scientifica, là dove si concentrano i «cervelli» del pianeta, di luoghi e volti della capitale giapponese, di serendipity e di shinsetsu (ospitalità), in un alternarsi e incrociarsi di voci generazionalmente lontane ma intimamente accordate, e inoltre di periferia napoletana, in un confronto paradossale. Un libro sorprendentemente vitale, fisico, che prende i sensi, scritto con una lingua prensile che con leggerezza, in maniera accattivante, divertente, a tratti persino commovente, porta lontano il lettore, in un mondo sconosciuto e affascinante.

Sarzana, tre anni dopo

enakapata3 Sono passati 3 anni, ma voi questo lo sapete già. Ma nonostante i problemi, le difficoltà, la crisi, la banda Apai non ha rinunciato al suo evento, ma di questo potrete leggere domani su Nòva 100.
Quello che ci piace raccontarvi adesso è che a Sarzana, nell’ambito di Tecknos Duepuntozero ci saremo anche io e Luca, e naturalmente Enakapata e Tokyo e la serendipity e Secondigliano e il ramen e ancora tante altre delle cose che abbiamo fatto e visto in Giappone.
Ma Enakapata a Sarzana non sarà solo un viaggio verso ciò che è già stato. Non solo perché con Andrea Lagomarsini,  Laura  Marchini, Marco Marchi e company non è possibile guardare solo al passato. Ma perché Tecknos è davvero un evento serendipitoso, che favorisce naturalmente e piacevolmente l’incontro di menti preparate capaci di cogliere il dato anomalo, imprevisto e startegico e dunque in grado di realizzare connesioni e creare valore per genio e per caso.
Non ci credete? Seguiteci e vedrete.

A Sarzana ci incontrammo

enakapata3 30 settembre 2006. Andrea Lagomarsini è il presidente di Apai Srl, giovane, dinamica impresa che sviluppa sistemi e tecnologie per la domotica e la sicurezza.
Andrea legge un mio articolo su Nòva 24 e mi invita al numero zero di Tecknos, giornata di discussioni, dimostrazioni, confronti intorno al tema innovazione.
Come sempre devo fare un po’ di conti con gli dei del tempo, ma alla fine decido di andare. Come speravo a Sarzana incontro tante persone interessanti che fanno cose interessanti. Tra queste Antonio Esposito, ingegnere fisico, una vita da ricercatore, da scienziato, da imprenditore.
Come me è made in Naples. Più di me ha una storia incredibile alle spalle. Che scopro ha a che fare anche con il Giappone. E con Piero Carninci.

È il 1994 quando al Cnr di Napoli mi propongono di lavorare per un anno in Giappone. Non sono convinto. Chiedo ed ottengo di limitare l’esperienza a sei mesi. A Tsukuba rimango cinque anni, per due anni insegno alla Technical University di Monaco, poi l’approdo a Ginevra, dove ancora oggi
vivo e lavoro.
Uno che se ne va di malavoglia dalla propria città non ci torna più per molte ragioni. Perché conosce storie, culture, contesti, persone, punti di vista diversi. Perché scopre che tutto questo gli piace. Perché si cala nei nuovi contesti, si fa contaminare da essi, li contamina a propria volta. Perché si ritrova catapultato in una sorta di paradiso della ricerca a fronte di una realtà, quella del Cnr, dove anche le razioni di carta e penna erano un problema.
Ero abituato alle giostre di paese. Mi ritrovo a Disneyland.
Giuro che non esagero. Un mese di lavoro a Tsukuba vale sei mesi a Napoli. Lì ho potuto giocare con gli strumenti e i macchinari giusti, fare ricerca, sperimentare, con una quantità di risorse e una qualità di risultati per me impensabili in Italia.
A Tsukuba incontro Piero e nasce un’amicizia fatta di calcio (nel senso del gioco del pallone) e di scienza. Nel 1997 con Vittorio Palmieri, Luca Casagrande, Gennaro Ruggiero e Francesco Vitobello scopriamo l’RD39, Effetto Lazarus. Che non è il titolo di un film di James Bond. Ma il numero di repertorio ed il nome con il quale si può rintracciare, al Cern di Ginevra, la suddetta scoperta.
Di cosa si tratta? Della possibilità di «resuscitare» le sfoglie di silicio utilizzate per la rilevazione di particelle. Rigenerarle. Farle rivivere. Immergendole in azoto liquido a meno 207 gradi Celsius.
A Napoli per ora non penso di tornare. Ma a Napoli, insieme a Vittorio e Francesco, due della vecchia band di Lazarus, ho messo su la Incept, che sviluppa Technology on Demand. Investendo, facendo ricerca, impresa, cerco di dire che continuo ad amare la mia città.
Lo ritengo il mio esperimento più difficile. Ma ci credo. E non intendo rinunciare alla possibilità di ridare indietro alcune delle cose che l’università e le strutture di ricerca della mia città mi hanno dato, almeno un po’ di ciò che ho imparato in giro per il mondo.

Questo è tutto. Anzi no. Perché, qualche giorno dopo, Piero mi svelerà che Antonio a Tsukuba era chiamato «Dony», nientepopodimenoche l’adattamento made in England della seconda parte del cognome Maradona; che assieme sono diventati famosi per la danza fatta a centrocampo dopo ogni goal (lancio millimetrico di Piero dalla difesa, stop a seguire e rete di Antonio); che il team era soprannominato Rvc, Russian Vodka Ceremony, invece che Japanese Tè Ceremony, in omaggio ai
colleghi russi che al termine della partita erano soliti dissetarsi con una bottiglia di Vodka. Mentre le stelle italiane stavano a guardare.
A questa parte della storia io non ho mai creduto. Forse fareste bene a non crederci neanche voi.

Palermo mia cara

enakapata3 L’ultima volta a Palermo? Una vita fa. Naturalmente l’ultima volta che ci sono stato veramente, con la testa e col cuore, e non l’ultima volta che ci sono passato da turista. Era il giugno 1992, un anno difficile da dimenticare. 36 giorni prima, l’eccidio di Capaci era costato la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie, agli uomini della scorta. Eravamo arrivati da Napoli, nonostante il mare forza nove, per partecipare alla manifestazione promossa da CGIL, CISL e UIL, “L’Italia parte civile”. Ricordo la città partecipe e solidale invasa da decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia. Ricordo l’amarezza con la quale l’avevamo lasciata. La manifestazione appena conclusa. Il nostro ingresso nel bar. Il giovane proprietario che ci chiede i motivi della nostra presenza nell’isola. La fierezza della nostra risposta. La sfida nei suoi occhi. Lui che a Napoli ci viene ogni anno. Ma per cose serie. Come la partita della Juve allo stadio San Paolo.
Questa volta no. Questa volta è stato tutto bello. Dall’inizio alla fine. Certo Enakapata. Ma non solo quello. Anzi neanche soprattutto.
Non ci credete? E allora provate voi ad arrivare in una soleggiata giornata palermitana dopo una notte assolutamente tranquilla nonostante la Tirrenia non fosse attrezzata per farci vedere via satellite Inter Barcellona. La sera prima si era abbattuta su Palermo una vera e propria bufera? Noi neanche lo sapevamo, almeno fino a quando non hanno cominciato a squillare i maledetti cellulari. E questo è niente. Perchè nonostante l’evidente disappunto di Moretti il giovane comincio a chiedere ai passanti di una buona pasticceria e a una buona pasticceria, che dico, ottima, arriviamo davvero, e in meno di 10 minuti. Pasticceria Mazzara, dal 1909, provare per credere. Mangiamo dolci che è una meraviglia, le persone sono tutte attente e gentili, paghiamo poco più di 11 euro per 6 dolci, 3 caffè, 1 latte freddo, 1 succo di frutta (al tavolo, a Napoli in un posto equivalente ce ne sarebbero voluti 30). E non finisce qui. Perché ci mettiamo a chiacchierare e scopriamo che il simpatico signore che ci serve i dolci si chiama Franco Di Modica e scrive testi per cabarettisti siciliani. Gli regaliamo il libro, ci invita a tornare e ad assistere al nuovo spettacolo, da gennaio ad aprile 2010.
Morale della storia? In 2 giorni alla Pasticceria Mazzara ci siamo tornati 5 volte, e ne è sempre valsa la pena.
E poi, e poi? E poi i giri per i mercati a caccia di storie e di spezie. E poi Enakapata e Antonio e Francesco e Teodoro e Lia e Roberta e… E poi le strade e le chiese. E poi le sarde, la frittura  e gli involtini di pesce spada. E poi il ritorno e la Via Lattea. E poi un padre e un figlio che diventano sempre più amici. Lo so che lo sapete già. Ma Enakapata è nà capata soprattutto per questo.  Nonostante la fatica, le corse, le spese. E’ così bello che mi sembra un sogno. Anzi no, come diceva l’Ernesto? E’ un sogno quando sogni da solo. Quando sogni con gli altri è realtà.

ANSA e la Repubblica Palermo

enakapata3ANSA Palermo, 16 settembre 2009: Qual e’ lo stato della ricerca in Italia? A giudicare dal libro di Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio, che portano notizie fresche dal Giappone, il Belpaese
non è messo bene. Vincenzo Moretti, professore a contratto di  Sociologia dell’Organizzazione all’Università di Salerno, lo scorso marzo è andato per un mese in Giappone, accompagnato dal figlio che studia culture orientali. Il viaggio è diventato un libro: ”Enakapata”, edizioni Ediesse, che sara’ presentato domani a  Palermo, alle 18, alla libreria Feltrinelli.
Il titolo parte dall’espressione napoletana ”è ‘na capata” e si accorda con assonanze orientali. Moretti padre, autore, sempre per Ediesse, del ”Dizionario del pensiero organizzativo”, comincia a concepire il viaggio nel Sol Levante quando scrive una mail a un ricercatore, ovviamente italiano, Piero Carnici, che coordina il Fantom International Consortium, dove lavorano 192 cervelli di 11 paesi. Moretti gli chiede se nelle ricerche dello studioso, il caso abbia avuto un ruolo. La risposta non si fa attendere ed è si. La serendipity, che aiutò Fleming a scoprire la penicillina, anche nelle ricerche dello studioso italiano ha avuto un significato, portando lui e il suo gruppo alla scoperta di Rna non codificati, al di fuori del dogma centrale della biologia molecolare.
Nel panorama dei cervelli in fuga dall’Italia, Carnici è uno dei tanti accolti a braccia aperte all’estero. Questione di soldi? Non solo: il Giappone spende il 3,6% del Pil per la ricerca (l’80% dei fondi proviene dal settore privato), ma il finanziamento, dice uno degli interlocutori di Moretti, è un mezzo, non lo scopo dell’attività di ricerca; e se i risultati non arrivano, è destinato a restare un episodio nel Paese dove l’organizzazione non è seconda al talento.

la Repubblica Palermo, 17 settembre 2009: Esiste nel mondo una distribuzione equa dei cervelli, almeno dal punto di vista culturale e tecnologico? La risposta prova a darla una storia nippo-vesuviana, ambientata tra Napoli e tokyo, intitolata Enakapata, il libro scritto da Vincenzo e Luca Moretti.
Generazioni sensibilità e differenze si mettono a confronto insto sarcastico e goliardico, dove si fa un parallelismo tra il luminare che ha messo in discussione il dogma del Dna e l’uomo che tende ad arrangiarsi. Figure agli antipodi e divise da chilometri e chilometri di terra e mare, che però potremmo quasi paragonare a degli eroi.

Riegler, Pagano

enakapata3Siglinde Riegler: Magari sono una che si entusiasma facilmente, ma leggere Enakapata mi ha fatto intravedere aspetti sorprendenti del Giappone, lasciandomi un po’… invidiosa? Forse. Un esempio? Il concetto di “kyoiku”, educazione intesa come cultura di rispetto delle regole … l’idea che ci sia un paese che “predilige i toni bassi, la modestia, l’understatement (…) che investe con forza e ad ogni livello sulla cultura e sulla valorizzazione del merito nonostante continui a considerare importante l’anzianità, la famiglia, il clan”.
Un altro mondo è possibile? Pare proprio di sì! Dove trovo il modulo per chiedere asilo politico al Giappone.
Altro aspetto che mi ha colpita: le riflessioni sul concetto di “serendipity”…che mi piacerebbe approfondire! Un elemento di leggerezza (non di superficialità) che permette di fare inaspettati balzi in avanti…il contrario del cocciuto accanimento sterile, pesante ed ottuso!
Ed infine: in Enakapata ho trovato degli spunti interessantissimi di riflessione sulle organizzazioni. A proposito della creazione di senso, della condivisione dei valori, della necessità che il genio individuale venga sostenuto dall’impegno delle organizzazioni affinché i saperi e il saper fare non vadano perduti; a proposito del bisogno di una continua azione di retrospezione attraverso la quale il gruppo che lavora insieme per un obiettivo definisce e rafforza la propria identità confrontandosi su ciò che si è fatto e sui risultati…riassumendo: l’importanza di dare valore alle regole, alla responsabilità, al rispetto, al Lavoro. In tutti i contesti in cui viviamo, per viverci meglio! Ecco, credo che in Enakapata si racconti di ricerca, ma si parli, in fondo, di vita, di come si potrebbe viverla meglio.
In Giappone, dopo 54 anni di opposizione, hanno vinto i democratici: sarà forse un caso?

Alessandra Pagano: Ieri ho cominciato a leggere il diario che ha scritto insieme a suo figlio e devo dire che veramente “ENAKAPATA”!
Banale forse come complimento ma io che ho sognato per una vita di visitare il Giappone e che ho avuto la possibilità di andare lì solo due anni fa ho rivissuto, attraverso le parole di suo figlio, quelle stesse emozioni.
Già la foto di copertina mi ha fatto riascoltare come per magia la vocina della metropolitana che avvisa i viaggiatori di trovarsi a Roppongi.
A breve arriverò alla fine e ho già deciso di comprare una copia per una mia carissima amica che, per coltivare appieno la sua passione per la ricerca, ha lasciato questa “povera patria”.
Spero di non essere stata troppo invadente con questo messaggio.

P. S.
Troppo forte anche il suo riferimento a Casperia dato che, pur essendo nata a Napoli e avendo avuto la geniale idea di tornarci a vivere da sola all’eta di 23 anni, ho trascorso a Rieti tutta la mia infanzia assieme alla mia famiglia!
A presto.

‘E sbagliat palazz

enakapata3 Ieri mattina. sabato. Ore 12.00. L’appuntamento è alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri. Io e Luca arriviamo 10 minuti prima. Moretti il giovane deve comprare dei regali. Facciamo un giro. Prende Ti racconto il 10 maggio e Juve – Napoli 1-3, la presa di Torino di Maurizio de Giovanni (Edizioni Cento Autori) più Seventies, una raccolta in 3 cd di grandi successi anni 70. Poi si mette in fila per pagare mentre io esco fuori per vedere se è arrivato. Antonio Gravina c’è. Si rivela subito una persona molto particolare. Ma di questo avremo modo di parlare altre volte. Passano pochi minuti e arivano la moglie Trudy e il figlio Francesco. Entriamo. Riusciamo a sederci al bar mentre prendiamo bibite e caffé. Un’ora di straordinario piacere. E Trudy che ad un certo punto dice “questa storia è cominciata con un parrucchiere che ha sbagliato palazzo e ha bussato per caso alla nostra porta”.
Il déjà vu è inesorabile. Secondigliano. Mio padre. Il suo “guagliò, se pienze ‘e fa ‘e capa toia cu mmé ‘e sbagliat palazz”. La discussione che vorrebbe finisse lì. Il tempo che  ridefinisce i poteri e le possibilità.
Enakapata è nà capata anche per questo. Per le facce e le storie che mi sta facendo incontrare. Per il tempo e i ricordi che mi sta facendo ritrovare.  Se spero che tutto questo duri per sempre? A volte. Mentre mi organizzo per il prossimo viaggio.

Dampyr a Palermo, tra qanat e nà kapata

enakapata3Forse ve l’ho detto già che sono anche un vecchio napoletano superstizioso. O forse ve lo sto dicendo adesso. Ma vi assicuro che quando stamane mi sono accorto che il numero di settembre di Dampyr, il  fumetto edito dal mitico Sergio Bonelli che ha preso nel mio cuore il posto di Dylan Dog che aveva preso il posto di Tex Willer (naturalmente non tutto il posto, solo il primo posto), è ambientato a Palermo, non vi nascondo che ho provato un attimo di sincera felicità. Enakapata e Dampyr nello stesso mese a Palermo. Buon segno. Direi ottimo. E poi come ogni volta accade con le storie di Dampyr si imparano un sacco di piccole, grandi cose.
Ad esempio tutto le volte che sono stato a Palermo  nessuno mi aveva mai parlato dei qanat: “costruiti dagli arabi con tecniche proprie dei persiani, sono delle strette gallerie sotterranee scavate dai muqanni, “maestri d’acqua”, con delle semplici zappette”. Continuo? Non sapevo che i regali ai bambini non arrivano a Santa Lucia né a Natale ma nel giorno dei morti. Nè che nella lingua palermitana il verbo declinato al futuro non esiste.
Sapete che vi dico? Chiamo il mio amico Antonio Riolo e gli chiedo se trova il modo di farci farci fare un giro nel qanad del gesuitico basso, che pare sia il più bello e il più facile da visitare.
Dite che sono esagerato? Che Antonio ha già fatto tanto per la presentazione di Enakapata a Palermo? Ma no.  I siciliani in quanto ad ospitalità non temono confronti. Io comunque ci provo. Nel caso vi faccio sapere.

Ho visto robot che voi giovani neanche immaginate. Firmato: il nonno

enakapata3Lo vogliamo dire? E diciamolo. E’ per me motivo di soddisfazione la frequenza con la quale Google Alert mi segnala notizie riguardanti il Riken. Tra le ultime ricordo i Display OLED destinati a costare come stampare un giornale, RIBA, il robot che si prende cura degli anziani (segnalatomi anche dalla mia amica Alessia Cerantola direttamente dal Giappone), i cacciatori di raggi cosmici.
Dite che io non ho nessun merito? Vero. Ma solo in parte. Perchè sono stato tra i primi (forse il primo, ma come si fa a dirlo?) a scrivere dell’organizzazione di questo istituto, dei processi di competizione collaborazione che contraddistinduono le sue attività, dell’importanza che in esso viene assegnato al merito.
Tornato in Italia, sembravo un marziano. Il Ri che? Il Riken, signori, una straordinaria  fabbrica di scoperte scientifiche, per genio e per caso.
Meditiamo gente, meditiamo.

Gravina

enakapata3Antonio Gravina: Ho letto il vostro libro che ha cambiato la mia vita. Mi piacerebbe comunicare con voi, senza disturbare volevo conoscervi se mi si è concesso, sono un piccolissimo imprenditore napoletano a cui piace viaggiare soprattutto in Asia, mi lascio molto influenzare dalle culture e cerco di portare un piccolo contributo delle mie conoscenze nella nostra città.
Il concetto di serendipity è la versione più bella di collaborazione costruttiva che abbia mai potuto pensare o scrivere o raccontare … l’ho usato in un meeting interno con 30 persone che sono rimaste estasiate. Complimenti!!

P. S.
Sono di Secondigliano … ma adesso vivo al centro di Napoli e lavoro nel sud Italia.
A presto.

Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà

enakapata3[…] Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe «Testolina», di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa.
Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà, e non smette fino a quando l’amico non scende.
L’aspetto positivo della faccenda è che si riusciva a sopravvivere anche senza i telefonini. Quello negativo è che talvolta si esagerava con lo spirito di gruppo.
Ci ripenso e comincio a ridere da solo. No, non sono impazzito. Almeno non ancora. Si tratta del giorno in cui mi sono fidanzato. Il 6 settembre del 1976. Un lunedì. L’appuntamento con lei è per le 10.30 alla Mostra d’Oltremare, dove da qualche giorno è cominciata la Festa Nazionale dell’Unità. L’anno prima Maurizio Valenzi è stato eletto sindaco di Napoli. Un sindaco comunista, in realtà del Pci, per una città che ha dovuto fare i conti con Lauro, con i Gava, con il colera.
L’atmosfera è decisamente di festa, l’attesa per il comizio conclusivo di Enrico Berlinguer già enorme. Sto per uscire di casa quando mi chiama lui, uno dei pilastri della Secondigliano Band, per dirmi che ha deciso di venire con me.
La cosa mi sorprende non poco. Lui è persona informata dei fatti. E sa che vado alla festa per lei. Glielo ricordo ancora. Risponde offeso che lui non sarà certo un problema. Non ci resta che andare. Alle 10.20 siamo sul posto. Appena qualche minuto e arriva lei. Non so cosa pensate voi del fatto che io non fossi solo. So che mi ci è voluta mezza giornata buona prima di riuscire a prendere per mano lei e a seminare lui. Complice lo stand con i libri di Brežnev e di Kim Il Sung.
Lui non se lo aspettava. Lei invece sì. Non riesco a dire quello che volevo dire come lo volevo dire. Per fortuna l’amore non è solo cieco. È anche sordo. Lei mi dice sì. E io riesco ad evitare ancora per un’ora lui. Il resto del pomeriggio assieme. Ma ormai è andata.
È sera quando ci ritroviamo io e lui senza lei alla stazione della metropolitana di Campi Flegrei. Destinazione casa. Sono felice. E la felicità può giocare brutti scherzi. Farfuglio che mi dispiace di essere scomparso e che spero che lui mi possa capire. Mi conferma che lui mi capisce. Ma aggiunge che anch’io devo capire lui. Che si è annoiato. E ci è rimasto anche un po’ male. Rimango senza parole. Anzi no. Gli dico a muso duro che no, io non lo capisco. Che lui là non ci doveva proprio venire. Lui sta per arrabbiarsi. Io di più. Facciamo prima a scoppiare a ridere.

Gaetano

enakapata3Lo vogliamo dire? E diciamolo. Noi ci siamo piaciuti. E  non sempre accade. Telefonate e messaggi sms lo hanno “soltanto” confermato.
Non ci credete? Ascoltate il podcast su RAI Radio 3. E se poi vi piace giurate che lo fate girare. Come disse Zia Concetta a mio nipote Davide (lei si riferiva ai Moretti) fatelo crescere e moltiplicare.
Ciò detto, la porzione Enakapata del mio cervello è già proiettata sulla prossima tappa del viaggio, quella che il 17 settembre ci porterà a la Feltrinelli Libri e Musica di Palermo.
Anzi no. Rewind. C’è tempo per parlare di Palermo. Oggi il post di Enakapata è dedicato a Gaetano. Il terzo dei miei fratelloni. Che sta attraversando un momento di quelli tosti davvero. E che ieri ha chiuso il suo messaggio a me e Luca con un “sono contento e fiero di voi” che mi ha commosso. Dite che è  la vecchiaia che avanza? Dite pure. Per una volta non me ne importa niente.

All we hear is Fahrenheit

enakapata3Lo confesso. Il titolo non è solo un omaggio  al genio dei Queen e alla mitica Radio Ga Ga, ma anche il pretesto per ricordarvi che domani 31 agosto, dalle 17.00 alle 17.30, si parla di Enakapata a Fahrenheit, sulle frequenze Rai Radio 3, nel corso del programma condotto da Tommaso Giartosio.

Sperando che siate davvero in tanti a sintonizzarvi vi ricordo che potete interagire inviando:

una mail all’indirizzo fahre@rai.it
un SMS al numero 3355634296
un commento a I vostri favoriti

Buona partecipazione.

Zio Peppino

enakapata3[…] Luca un po’ si diverte e un po’ fa la faccia modello «pà, questa già l’hai raccontata 1387 volte». Comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò.
Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de «La Settimana Enigmistica»; nel senso che poteva ripetere pressoché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.
Zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali «essersi sistemato» equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa vent’anni. Fino a che una mia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, sei in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.
In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano.
Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle sei sorelle. Ora non sosterrò che Luca si è commosso, lui che quando gli ho detto che se mi succede qualcosa gli toccherà prendersi cura di me mi ha risposto «già il verbo è sbagliato, quello giusto non è curare, ma terminare», ma sono certo che la storia gli è piaciuta. In fondo fa lo sprucido per darsi un tono. Anche se in effetti la cosa gli riesce molto bene. […]

From Porto Cesareo to Fahrenheit

enakapata3Molti di voi (forse) lo sanno già. Il prossimo appuntamento è per il 31 Agosto. Dalle 17.00 alle 17.30.  Quando Enakapata sarà ospite di Fahrenheit, programma cult di Radio 3. L’auspicio è, naturalmente, che siate in tanti a sintonizzarvi e ad interagire, ma su questo avremo modo di tornare nei prossimi giorni.
Oggi vi diciamo invece che la presentazione  al
BeB A Casa di Margherita è stata un successone. Non ci credete? E allora leggete qui: una trentina di partecipanti,  una bellissima discussione, 14 copie del libro vendute,  uno splendido concerto jazz, una magnifica mangiata di triglie fritte, cocomero, fichi d’india e sangria a volontà (e vi assicuro che di volontà ne abbiamo dimostrato tutti tanta).
That’s all, folks. Per ora.

A casa di Margherita

enakapata3A casa di Margherita stiamo  trascorrendo giornate molto belle. Non al BeB che i mitici Trisolini Brothers hanno voluto dedicare alla propria mamma. Ma proprio a casa della mamma, una straordinaria signora vicina agli 80 anni che ci ha lasciato la sua casa, quella nella quale vive a Veglie, per l’intera settimana.
In queste occasioni si fa in fretta a dire parole già dette,  persino scontate, ma vi assicuro che siamo rimasti semplicemente conquistati dalla gentilezza, dalla dolcezza, dall’ospitalità di mamma Trisolini e anche se (forse) lei non sa neanche cos’è un blog non intendiamo rinunciare al piacere di dirle anche su queste pagine il nostro semplice, affettuoso, sincero, grazie.
Il resto lo sapete. Tra qualche ora l’appuntamento è alle ore 21. Al BeB A Casa di Margherita, a 4 km da Porto Cesareo.  Si dirà forse di scienza e di serendipity, di Tokyo e di Secondigliano,  di colazioni improbabili e di radici, di  certo di molto altro ancora.  A seguire, ma questo lo sapete già, concerto jazz del Francesco Fornarelli Quartet.

P.S.
Domani non mancate di tornare da queste parti. Vi racconteremo tutto ma proprio tutto quello che è successo. Promesso.

Truffi, Rossi

enakapata3Corrado Truffi, again: Per continuare nella critica, “poco interessante da fuori” vuol dire che certe pagine di diario con la cronaca pura e ripetitiva della giornata non servono e un po’ annoiano. Se privato doveva essere, sarei stato più curioso di capire meglio la vita a Secondigliano e gli amici, o qualcosa di più sul Giappone di Luca… e meno dettagli “quotidiani”.
Sulle “cose illuminanti”, oggi mi è capitato di leggere qualcosa che mi ha fatto scattare dei link con Enakapata, e ne ho scritto sul mio blog.

Bernardo Rossi: Avete scritto il libro assoluto vagheggiato da Mallarmé, la recensione è più lunga del previsto, ma arriverà presto.

Corrado Truffi: Ci sono alcune cose davvero interessanti ed illuminanti, in questo libro. Ma la forma di doppio diario privato è spesso troppo ripetitiva e poco interessante da fuori.

SetteTreOttoZeroTreTreOtto

enakapata3Niente 081, al tempo, per le telefonate urbane, non si usava. Prima 7547547 e poi 7380338. Era il numero di telefono di casa a Secondigliano. Per diversi anni servito soprattutto per ricevere la telefonata di metà pomeriggio  di papà. Niente chi parla, lui prima della voce riconosceva l’odore. La domanda inesorabile come il passato: ci sono novità? La risposta quasi:  NN (Nessuna Novità). Forse il telefono era troppo veloce per il livello medio di accadimenti in una famiglia operaia come la nostra. Forse era la consapevolezza che da lì a qualche ora papà sarebbe tornato a casa e anche se c’era qualche novità meglio dirgliela di persona. Forse era che il telefono ci sembrava più utile per parlare con amici e fidanzate (al tempo l’unica “chat”  disponibile D. In ogni caso papà non si è mai perso d’animo, al punto che le rare volte in cui non telefonava quasi quasi ci prendeva l’ansia. Esagerati? Forse. Ma papà lavorava con la corrente elettrica e con la corrente elettrica non si scherza D.
Perchè vi racconto tutto questo? Perchè mi piace. E perchè mi sembra un modo simpatico per annunciare le novità di casa Enakapata, che anche in questo difficile mese di Agosto non mancano.
Avete pronta carta, penna, tastiera, touch screen? E allora scrivete:
21 Agosto. Ore 21. BeB A Casa di Margherita, a 4 km da Porto Cesareo, presentazione di Enakapata e, a seguire, concerto jazz di Francesco Fornarelli Quartet.
31 Agosto. Ore 15.00 – 15.30.  Enakapata è ospite di Fahrenheit, programma cult di Radio 3.
Per ora mi sembra abbastanza, ma voi ogni tanto passate da queste parti.
Papà? La prossima volta che lo sogno glielo dico. No, la volta dopo. La prossima mi ha promesso un terno secco sulla ruota di Napoli. Sperando che non sbagli casa come un mese fa.

Ariemma, De Cunzo, Cerantola

enakapata3Iginio Ariemma: Il libro di Vincenzo Moretti e di suo figlio Luca – Enakapata, Ediesse 2009 – è sicuramente un bel libro. Il titolo è azzeccato. Enakapata significa “è una testata”, cioè una cosa straordinaria che colpisce, in una forma linguistica che è certamente napoletana, ma per certi versoi richiama anche il nipponico. Infatti è la narrazione del viaggio, dal 3 al 30 marzo, compiuto dai due autori a Tokio, per scoprire e studiare il centro di ricerca Riken. Ma hanno ragione a scrivere che “non è soltanto un diario. Ma anche un gioco. Un tradimento. Una prepotenza. Un augurio”.
Tutte queste cose si trovano nel libro. Specialmente se si va da Tokio a Napoli o più precisamente a Secondigliano; e viceversa. Perché l”a spazzatura non può essere organizzata da noi come a Tokio, città di 35 milioni di abitanti? Perché “In Giappone si possono regolare gli orologi con il passaggio dei treni”? E così via.
A me è piaciuto molto anche la forma del diario, scritto a due voci, in modo intrecciato, con alcune pagine di Vincenzo ed altre di Luca, ma senza stacchi che indichino subito le parole dell’uno o dell’altro. Soltanto dal contesto si comprende chi scrive. Ha ragione Luca quando dice che il padre è “come un cingolato” che macina cose e pensieri avanti e indietro, con encomiabile cocciutaggine. Del resto senza questa cocciutaggine non sarebbe stato possibile un viaggio di tale natura. […]

L’intera recensione di Ariemma  a settembre su Rassegna Sindacale.

Gianluca De Cunzo: Salve prof., ho finito di leggere Enakapata, ed eccomi pronto per un recensione più approfondita, anche per verificare se ho capito il senso indipendentemente dal racconto.
L’importanza conferita alla ricerca in Giappone è sicuramente maggiore rispetto all’attenzione che il nostro paese dedica alla stessa. Ciò giustifica maggiori fondi, apparecchiature migliori, proprio perché la ricerca rappresenta la chiave del futuro, per diversi motivi. Artefice di tutto ciò è sicuramente una classe politica diversa dalla nostra, che peraltro anche in questi giorni sta facendo il suo… (è un eufemismo ovviamente). E’ ancora da sottolineare la presenza di due elementi essenziali come la collaborazione e la disponibilità di strutture adeguate senza che l’una sia prediletta riispetto all’altra. Una buona organizzazione produce buoni risultati anche qaundo coinvolge un gran numero di persone, come nel caso della raccolta dei rifiuti in Giappone (mentre noi in Italia la paghiamo a peso d’oro per tenerla sotto casa, chissà perché…)
Una efficace organizzazione produce risultati migliori sia nelle piccole che nelle grandi cose, certo c’è sempre il rovescio della medaglia ma è quel minimo tollerabile dovuto al cosiddetto errore standard.
Tutto questo spiega anche perché gli stessi ricercatori si sentano maggiormente coinvolti nei progetti cui fanno parte.
P.S.
Inutile scrivere commenti sulle parti del testo dedicate alla sua vita da adoescente…

Alessia Cerantola: Enakapata è un libro dalle molteplici letture e interpretazioni. Per me è stato soprattutto un viaggio alla riscoperta di una città conosciuta e vissuta come Tokyo.
Guidata dal racconto delle ricerche sulla serendipity del professor Vincenzo Moretti, e animata dal desiderio di confrontare le mie esperienze in Giappone con quelle di altri viaggiatori, ho gustato con piacere le descrizioni della città. I due Moretti, padre e figlio, come due moderni esploratori urbani, hanno tinteggiato scorci e descritto abitudini di una città dall’aspetto caleidoscopico e in continua trasformazione. Quello che si ricava riunendo questi frammenti è, prima di tutto, un’essenziale guida turistica per il viaggiatore che finisca per caso o volontà in Giappone e che voglia iniziare a conoscere l’aspetto, la storia e la vita di Tokyo. E poi un insegnamento: nonostante non manchino le incomprensioni, linguistiche e culturali, il Giappone può diventare per certi aspetti un modello. In fondo, un paese in cui i treni arrivano in orario, i bambini possono tornare a casa da soli dall’asilo o da scuola, i cittadini fanno un’attenta raccolta differenziata, la ricerca scientifica è sostenuta e incentivata, non è così “strano”. Insomma, Enakapata è anche un libro per confrontarsi con il Giappone e riflettere sull’Italia.

Enakapata al mare

enakapata3Peccato che ci abbiano già pensato Franco Battiato e Giusto Pio, autori della canzone portata al successo da Giuni Russo nell’estate del 1982, l’anno  della conquista della terza Coppa del Mondo da parte dell’Italia, quella del sorriso di Sandro Pertini e dell’urlo di Marco Tardelli. Sulle note di Un’estate al mare, anche Enakapata al mare avrebbe potuto essere un successone. Ve la immaginate?
Per le strade straordinarie della scienza
che consentono fantastiche scoperte
guarda come il talento è coltivato
ci sarà nuovo cibo per la mente
Enakapata al mare
voglia di viaggiare
da Secondigliano a Tokyo
insieme al padre e al figlio  sotto l’ombrellone
Enakapata al mare
voglia di incontrare
Peppe Testolina
oppure un premio Nobel  sotto l’ombrellone.

Detto che non ci tenenia a sapere cosa ne pensate :-), aggiungiamo che Enakapata è al mare anche da un altro punto di vista, quello che si riferisce alla presentazione del prossimo 21 agosto al B&B A casa di Margherita. Per chi è  dalle parti di Porto Cesareo l’auspicio è che ci sia il tempo e la voglia di farsi vivo. Per chi invece no su queste pagine faremo come sempre in modo di tenervi informati. Sperando più di sempre che la cosa vi faccia piacere.
Per intanto a tutti buone vacanze.

Serendipity Lab

enakapata3Chi non ha letto il libro e se lo ricorda (anche chi lo ha letto?) lanci pure la prima mail, ma il serendipity travel di Enakapata non comincia domenica 2 marzo 2009, giorno della nostra partenza per Tokyo, destinazione Riken, ma venerdì 25 ottobre 2005, quando su La Stampa.it pubblico l’articolo che parla di Piero Carninci e delle sue scoperte.
Da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi serendipitosi, a partire da quelli che portano me e Cinzia Massa ad intervistare Piero per il numero di Gennaio Febbraio 2006 di Technology Review.
La cosa bella (almeno dal mio punto di vista), è che il viaggio continua. Naturalmente attraverso questo blog. Poi ancora sul terreno delle idee, com epotete leggere ad esempio su Nòva Review. Da qualche giorno con un vero e proprio Serendipity Lab, che speriamo da settembre, anche con il vostro aiuto, di far diventare un luogo dove confrontare idee e progetti nati per genio e per caso, grazie al talento e all’organizzazione.
In attesa di più connessioni ed interazioni più fresche e riposate, buona lettura.

L’uomo artigiano | Sottolineato e Note a margine

Il vaso di Pandora –  Hannah Arendt e Robert Oppenheimer (11)
Le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno (11)
Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così. (12)
Discorso e azione come caratteristiche dell’essere umani (14)
Homo Faber (perché) e Animal Laborans (come) (15-16)
Animal laborans, Anomia, Operaio alla catena, Oppenheimer (16)
Che cosa ci rivela su noi stessi il procesos di produrre cose materiali? (17)
E’ possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare (17)
Fare le cose per bene perché é così che si fa (17)

Il progetto – L’uomo artigiano; guerrieri e sacerdoti; lo straniero (18)
La maestria designa un impulso mano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso (18).
L’intimo nesso tra la mano e la testa (18)
La resistenza e lambiguità possono risultare esperienze istruttive; per lavorare bene, l’artigiano deve imparare da quelle esperienze, anziché combatterle (19).
La motivazione cnta più del talento (20).
Motivazione, talento, organizzazione (20)
Il bravo artigiano usa le sue soluzioni per scoprire nuovi territori; nella sua mente, la soluzione di un problema e l’individuazione di nuovi problemi sono intimamente legati (20).
Il bravo artigiano di Sennett e il bravo democratico di Veca. Nella discussione pubblica siamo artigiani della parola? (20)
Mi sembra più realistico indagare come si possa modificare o regolare il comportamento concreto, piuttosto che esortare a un cambiamento dei cuori (21).
La questione “convenienza” (21).

Le tribolazioni dell’artigiano
Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il alvoro ben fatto per se stesso (27).
L’artigiano è la figura rappresentativa di na specifica condizione mana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno (28).

Why Riken è ‘na capata

enakapata3Ancora sul mondo Riken i link relativi agli ultimi articolati segnalati su Business Exchange. Con l’avvertenza di non perdere di vista il fatto semplice ma non banale che i risultati che da quelle parti si ottengono sono il prodotto di una ottima organizzazione, di sistemi di valutazione efficaci, di politiche di costante valorizzazione del talento e del merito.
Aggiunto che se volete saperne di più sul modello organizzativo Riken potete cliccare qui, eccovi i link promessi:
Sense of Attraction
A timid knockout mouse separates conflicting emotional behavior for the first time
How the turtle’s shell developed
Buona lettura.

The face, the body, the city

enakapata3Oggi le cronache raccontano di giapponesi in fuga dall’Italia, causa prezzi troppo elevati e le troppe truffe. Pessima notizia. Dall’articolo di Repubblica di oggi un dato fa riflettere, quello che si riferisce al milione di visitatori previsti per il 2009 a fronte dei 2,17 milioni del 1997 e dei 1,47 milioni del 2007, e un dato fa sorridere, quello relativo ai commenti del Sindaco Gianni Alemanno, modello svogliata difesa d’ufficio (Roma è una città accogliente dove si può spendere poco rispetto ad altri capitali europee), del presidente della Confcommercio Cesare Pambianchi, modello addò coglio coglio tanto in Giappone chi ci è mai stato (i giapponesi vengano da un Paese che forse ha qualche mariuolo in meno, ma dei prezzi estremamente eccessivi per i turisti), dell’Assotravel-Confindustria modello e la crisi dove la mettiamo (la flessione dei turisti del Sol Levante nel nostro Paese è dovuta essenzialmente alla grave crisi economica che attanaglia da tempo il Giappone).
Per fortuna il Giappone conosce anche l’altra Italia, quella della scienza, della moda, dell’arte.
A proposito di arte ieri abbiamo raccontato di Humanized, il volto, il corpo, la città, la mostra monografica di Onze a Tokyo, dal 18 luglio al 1 agosto, nella prestigiosa sede dell’Istituto di Cultura a Kudanshita. Se siete da quelle parti è un appuntamento da non perdere. Se invece ve ne state qui in attesa di tempi (si spera) migliori, non perdete l’occasione per visitare il sito dell’autore e della mostra.
Buona visita a tutti. Quelli che stanno là. E (ahimé) quelli che stanno qua.