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Piccole Storie Crescono | S2-9

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Maria Paraggio
Domani, si ma bisogna arrivare a domani. Questa notte sarà interminabile. Il letto è così stretto e corto che , se mi rannicchio, rischio di cadere, se stendo le gambe, i piedi escono fuori dalla sponda. Ma chi me l’ha fatto fare. Poi mi metto buono e buono e dico a me stesso ” Chi va per questo mare, questi pesci prende” e rassegnato, lascio che il sonno abbia la meglio sul mio disagio.

3. Daniele Riva
Il sogno che mi avviluppa forse è un incubo. Mi trovo a guardare da un oblò di lavatrice e tutto beccheggia, neanche l’elettrodomestico fosse stato gettato in mare. Lo spazio esiguo si trasforma in una cabina telefonica di quelle che c’erano una volta, quelle gialle per intenderci, e non ho neppure un gettone per chiamare… Suona il telefono, rispondo ma non c’è nessuno all’altro capo del filo. Lo squillo continua… È il mio cellulare. Lo cerco a tentoni picchiando in un paio di spigoli, finalmente lo trovo e rispondo…

4. Paola Bonomi
“Papà, guarda che la puntualità in Giappone è un onere e un onore… Iniziamo male. Dai, veloce…”. E’ Luca che mi chiama, svegliandomi dall’incubo, liberandomi dalla lavatrice.

5. Maria Maddalena Fea
“Hai 20 minuti di tempo, ti aspetto nella hall per colazione”
Accidenti, questo figlio iper-attivo finirà per distruggermi, penso caracollando verso la doccia. In qualche modo riesco ad essere in orario, e quando arrivo nella hall, pensando intensamente a quanto avrei bisogno adesso di un buon caffè, vedo che Luca sta confabulando con la receptionist di turno…eccolo là, la vena latina viene a galla anche dall’altra parte del mondo, chissà cosa le sta raccontando, penso mentre sorridendo sornione mi avvicino ai due. Quando mi avverte al suo fianco, Luca si volta e con uno sguardo perplesso mi dice “La signorina mi ha appena comunicato che è arrivato un pacco per noi”.

6. Daniele Riva

Impacchettato in carta di riso e sigillato con una ceralacca bruna dove è impresso come marchio un drago, dispiace quasi di rovinare la confezione. Ma Luca lo apre con una certa velocità, lacerando l’involto. Ne esce una tavoletta di legno rossastro, dove sono dipinti con maestria alcuni ideogrammi neri. È bellissima, ma non sappiamo né cosa sia né cosa ci sia scritto. La receptionist ci viene in soccorso. Legge:  “Yo no naka wa jikoku no ue no hanami kana” e per fortuna traduce anche: “In questo mondo contempliamo i fiori; sotto, l’inferno”. “È un haiku di Kobayashi Issa”, aggiunge.

7. Lucia Rosas
La “serendipity” ci ha portato fin qua. San Tommaso guida i miei passi. E le mie notti non sono mai state lunghe. Sognerò il cibo di casa, come ho sognato stanotte un sakura. Ma ancora non so cosa sia.

Piccole Storie Crescono | S2-8

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.


2. Paola Bonomi

Ne approfitto per fare buio dentro di me: con movimenti precisi e sinuosi decido di lasciare quest’utero partenopeo e rinascere. Domani, riposato dalla spossatezza di questo parto, muoverò i primi passi in un mondo nuovo. Allargherò i miei pori per recepire quello che mi verrà offerto, quello che saprò andare a cercare. E prendendomi forte per mano, crescerò. Ancora.

3. Entropia
Questa vena poetica, però, dura poco. E anzi, vorrei non aver mai pensato quel “crescerò. Ancora”. Per carità; soprattutto quì in Giappone. Provo a distendermi nel letto ma un terzo del mio corpo rimane fuori; non posso dormire così. Mi sovviene il teorema di Pitagora e realizzo che l’unico modo è buttare le lenzuola per terra e dormire in diagonale nella stanza. Domani sta faccenda però va risolta.

4. Stefania Bertelli
Il jet lag, però, non mi dà tregua. Una miriade di pensieri si stanno incastellando dentro di me. Non riesco proprio a prendere sonno. Decido, quindi, di leggere qualcosa: il libro di poesie, che porto sempre con me? Quel noiosissimo saggio, di cui devo scrivere la recensione? La guida del Giappone? Opto per quest’ultima: la Lonely Planet mi mette sempre allegria. Mi diletto a ricercare i ristorantini più accattivanti, i negozi dove poter fare acquisti, i locali alla moda.

5. Deborah Capasso de Angelis
Ok, ho deciso! Sono lontanissimo da casa, non c’è nulla di familiare intorno a me, non posso continuare a comportarmi come d’abitudine, non riesco neanche a dormire. Da domani farò tutto quello che non ho mai fatto! Appena sveglio giro per negozi alla moda, pranzo nel posto più chic della città, lavoro (ma solo un po’), non rispondo a nessuna mail, riposino pomeridiano e la sera…..

6. Bruno Patrì
“Il JET LAG …. Caro Dottore io non so nemmeno cosa sia …… 72 ore di viaggio ….. tre notti e tre giorni  precisi ….. sull’aereo avevo stretto amicizia con tutti: con i piloti, con gli stewarts e con l’unica hostess, una di Prato, 62 anni suonati ….. male … tutto sommato il cibo a bordo non era male …. Io per il si e per il no mi ero portato un poco di pasta con le sarde ed i finocchietti selvatici, tre chili di pane di casa, una forma di pecorino ragusano stagionato  (pepato e piccante) da due chili, tre chili di pomodorini tipo “Pachino”, sei bottiglie di Cerasuolo di Vittoria, otto bottiglie di acqua minerale frizzante “Santa Maria”, olio di casa (delle olive del mio terreno dalle parti di “Mussolinia”), pomodori secchi sott’olio, olive nostrane e capperi sott’aceto”.
Perplesso domandai …. “Mussolinia …… esiste una località o un paese che si chiama così?”
“eh … no  … caro Dottore …. Mussolinia non esiste … non è mai esistita …. ma i miei compaesani ….al tempo del Duce … fecero comparire che esisteva  …. fecero un bel fotomontaggio e lo mandarono a Roma …. e Mussolini  ci cascò …. gli antifascisti fecero di più …. gli mandarono la fotografia di Caltagirone (608 metri sul livello del mare) …. con il mare … con tante barche e velieri ormeggiati ….. e così Caltagirone non diventò mai Provincia …. Il Duce, dopo un interminabile giramento di  … cabasisi,  (che già ce l’aveva con Don Luigi Sturzo, nostro concittadino e fondatore del Partito Popolare Italiano, diventato poi D.C.) preferì eleggere a Provincia Enna … un paesotto di 10.000 abitanti che fino ad allora si chiamava Castrogiovanni”
“Non divaghiamo …. ma voi in Giappone …. anzi in Cina … che ci siete venuto a fare?
“La domanda è pertinente e merita una risposta “circoncisa” ed “esautorata” …. In poche parole sono venuto a misurare la lunghezza della ……Grande Muraglia”
“La lunghezza della … Grande Muraglia … e come … con la rullina da venti metri……?”
“Caro dottore … dovete sapere che la grande Muraglia o Wanli changcheng…. fino a poco tempo fa era lunga   6.350 chilometri …. Poi venne misurata con strumenti e tecnologie all’avanguardia (infrarossi, GPS, etc,)  e risultò lunga 8.851,80 chilometri …. Nemmeno di poco si erano sbagliati … ma io farò di più … la misurerò da me stesso pirsonalmente  ed entrerò nel Guiness dei primati”.

Piccole Storie Crescono | S2-7

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Dora Amendola

Il fuso orario mi ha decisamente stordito, credo che mi ci vorranno un paio di giorni per riprendermi del tutto!…già, ma per riconnettermi con il mondo dovrei dormire, e mi sa che in questo buco di stanza sarà un po’ difficile, soprattutto considerando che il futon ha le dimensioni della cuccia di Cocco Bil, il mio adorato chiwawa. Ma mentre già pregusto una “splendida” notte in bianco, Luca sembra un grillo, non sta fermo un istante…

3. Vincenzo Moretti
Certo, per lui il momento è catartico, tra due giorni mi saluta e si aggrega alla nazionale di pallanuoto per i campionati del mondo qui in Nuova Zelanda. Dite che sono troppo pesante? Che in fondo sono in vacanza? Che da dopodomani anche io sarò in un comodo hotel del centro? Tutto vero. Ma io da solo mi scoccio e se come si spera il Settebello arriverà fino alla finalissima sarà dura. E se mi trovassi una fidanzata? Non solo perché mi chiamo Caputo Pasquale, ma perché ho 65 anni e peso 165 chili. Sì, Luca è il figlio della vecchiaia.  E quando la trovo io, una fidanzata ……

4. Lucia Rosas
A questo punto il jetlag impone la sortita finale: alle immagini tv di cui non capisco nulla si sovrappone una maschera bianca … fantomas o kabuki non importa. Alberto Sordi mi presenta Caterina. La pastiera, la panna montata e la bandiera della danimarca. Dissolvenza delle mie membra per terra. Mi arrendo.

5. Daniele Riva
“Caputo san! Caputo san!” chiamano dalla porta, bussano. Strano, i giapponesi sono molto discreti, non fanno mai baccano, non chiedono informazioni, non rompono… Sollevo a fatica il mio corpaccione e apro la porta con un grugnito. Infatti non è la cameriera giapponese ma un elegante marcantonio americano. Peserà come me, ma solo di muscoli. Mi ero dimenticato di avere un  appuntamento. E avevo anche staccato il telefono in camera.
“Caputo san! Mister Caputo!, it’s time to go”. E jamme allora, jamme!

6. Vincenzo Moretti
Aisséra, Nanninè, mme ne sagliette, tu saje addó… Tu saje addó… Addó, ’sto core ‘ngrato, cchiù dispiette farme nun pò… Farme nun pò! Addó’ lo ffuoco coce, ma si fuje, te lassa stá… Te lassa stá. E nun te corre appriesso e nun te struje sulo a guardá… Sulo a guardá…
Jammo, jammo,’ncoppa jammo ja’… Jammo, jammo,’ncoppa jammo ja’… Funiculí, funiculá, funiculí, funiculá… ‘Ncoppa jammo ja’, funiculí, funiculá…
Incredibile. Un sogno assurdo, una specie di viaggio nel futuro, che mi suggerisce le parole del ritornello per la mia canzone. Ne devo parlare a Luigi Denza, gli devo chiedere la musica, che al 6 giugno mancano pochi mesi.

7. Deborah Capasso de Angelis
Sono sveglio? Mah! Mi sento come un caterpillar, sono pronto a spaccare il mondo! E quella….chi è?
Faccio colazione lentamente, mangio assoporando ogni boccone. La sedia sembra sofferente ma secondo me tiene!
Ma che fa? Guarda proprio me? Sorseggia il suo the, intinge il biscotto con movimenti sensuali e….si, guarda proprio me.
Il cornetto mi va di traverso, istintivamente tossisco e con fare lesto mi aggiusto il ciuffo. Non c’è male! E poi, perchè mi meraviglio tanto? Tutto sommato so nu bell’omm!!!

8. Pierantonio Orlandi
Due dromedari trottavano indisturbati sul lungomare de “La Goulette” mentre il sole con il suo tramonto pitturava di rosso le bianche case di Sidi Bou Said che si intravedevano lontano sullo sfondo, arrampicate sulla dolce collina. Da una finestra coperta da un graticcio azzurro ecco apparire una figura unica nel suo genere, una visione da .. mille ed una notte. La sua voce suadente mi chiamava ….. Vincenzo … Vincenzo …… vieni … la tua Aisha ti aspetta.  Mi sveglio in un bagno di sudore e Luca mi guarda con aria interrogativa.
Scherzi del jet lag.

Piccole Storie Crescono | S2-6

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Vincenzo Moretti
Brava, brava, brava. Se potesse La Musa se lo ripeterebbe mille volte. Adesso sarà dura negare la superiorità degli Applet. La prova era lì, in quella stanza di 12 metri quadri, in quei 16 umani pronti a tutto. Da una parte Felicia, Adriano, Anna, Carmela, Cinzia, Maria Maddalena, Sabato, Viviana. Dall’altra Daniele, Deborah, Dora, Maria, Paola, Stefania, Tina, Vincenzo. Lei, l’applet più giovane creata dai Soft Machine, in mezzo. La posta in gioco? Il ritorno nel real world. Come si vince? Eliminando tutti gli avversari, of course. Niente armi. Soltanto perfidia. E inganno. Per degli umani non dovrebbe essere difficile.

3. Viviana Graniero
Ma gli applet avevano dalla loro il fatto di imparare in fretta e di essere più veloci, La Musa si ripetè anche questo. Ce la faremo, siamo più forti e ci muoviamo meglio anche nello spazio angusto. Forse si potrebbe giocare sulle loro debolezze, pensò… gli umani ci mettono poco a schierarsi l’uno contro l’altro, anche quando dovrebbero essere dalla stessa parte… sì…

4. Deborah Capasso de Angelis
Musa ignorava però la capacità degli umani di “sentire i battiti”. Se avesse azionato il sensore dell’emotività forse si sarebbe accorta del flusso di sensazioni che attraversava la stanza. Quel sensore non era per le battaglie, questa era la differenza tra applets e umani.
Nel soffocante spazio della stanza, disposti in un apparente disordine, gli umani disposero i “trasmettitori” in posizione strategica.
Erano gli uomini del gruppo…

5. Stefania Bertelli
….che avevano i maggiori timori: cominciarono ad analizzare il problema, con estrema freddezza. Gli uomini avanzarono delle tesi, enunciarono teoremi, elaborarono algoritmi, fecero speculazioni di massima….intanto il tempo passava. Le donne, maggiormente sensibili alle vibrazioni degli applets, capirono che non potevano lasciare risolvere la questione alla parte maschile…

6. Miss Hentai
Musa era furente, essere presentata come una giovane applet qualsiasi, lei che aveva millenni di storia sulle spalle, bah! La sua natura ribelle le suggeriva di gridare in faccia a tutti chi fosse realmente, ma quel barlume di fredda razionalità che entrava in scena sempre al momento opportuno le impose di tacere mantenendo la parola data al Grande Capo: doveva figurare come la piccola di casa Soft Machine per poter smascherare il vero intruso fra gli umani. già, gli umani, come se lei fosse aliena… ma nn c’era tempo adesso per questo genere di pensieri e lo spazio vitale era davvero angusto. Le donne, gli uomini, nn era una questione di sesso ma di sensibilità e capacità strategiche, soprattutto lei doveva intercettare il clandestino e nn era affatto semplice.

Piccole Storie Crescono | S2-5

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Daniele Riva
Il viaggio interstellare è stato molto più difficile di quello che avevo pensato. Ma, ora che la luce blu di guerra illumina la base militare antaresiana, tutte le mie sofferenze svaniscono e anche questa squallida cameretta dove tento di riposare diventa confortevole quasi quanto il mio alloggio al circolo ufficiali delle Forze di Pace Intergalattiche. Anche se non dispero di venirne a capo, la missione, qui su Antares, è molto complicata.

3. Vincenzo Moretti
Nonostante la stanchezza, il capitano Shore non potè fare a meno di sorridere. Il generale Bank aveva imparato a conoscerlo come le sue tasche, e gli sembrava di sentirlo mentre nel suo studio, avvolto dalla nube tossica del suo sigaro, urlava a quel poveretto di Frederick, il suo segretario “tira giù dal dannato letto nel quale si è conficcato Daniel e digli che deve partire immediatamente per Antares. 33 mila anni luce alle spalle e la storia è sempre la stessa: re che rubano le donne ad altri re, eroi che sfidano altri eroi, popoli costretti a pagare il prezzo dei capricci dei loro re e dei loro eroi. Come se non bastassero i nostri, di problemi. Sì, che se la sbrighi Daniel. Lui ci sa fare con i re, con gli eroi e soprattutto con le donne”.

4. La Musa
Ichnusa è una donna bellissima, di quella bellezza antica e selvaggia che solo chi ha sentito parlare del pianeta Terra può intuire. I suoi avi erano natii di una penisola frastagliata e verdeggiante chiamata Italia; il 13 aprile 2036, domenica di Pasqua è segnato anche come giorno dell’Apocalisse per la gran parte dei terrestri. Apophis si è abbattuto con indicibile e distruttiva violenza sulla Terra e ha lasciato riparo davvero a pochi. Gli avi di Ichnusa, di stirpe reale, sono ancora bambini e sono fra quegli eletti che scampano alla catastrofe, ma devono abbandonare il pianeta dove oramai nn c’è più aria per vivere. Affidati a una nutrice vengono imbarcati su un’astronave che alla velocità di 22.000 miglia orarie raggiunge Antares. Trentatre mila anni luce dopo, Ichnusa siede assorta davanti allo schermo interstellare; i suoi capelli di seta dorata ricadono come mantello lieve sulle spalle diafane e il suo sguardo dai bagliori d’acciaio si fa sempre più pensoso. La lotta di potere scatenatasi fra le Grandi Dinastie Reali di Antares si fa di giorno in giorno più cruenta e le donne sono fra l’umanità più a rischio. Daniel… questo nome le evoca ricordi ancestrali sovrapposti, chi è Daniel? sarà lui l’essere supremo tanto atteso che governerà pianeti e galassie?

5. Viviana Graniero
Daniel era corso a rapporto dal capitano. Era già pronta la mappa intergalattica virtuale di Antares e la squadra speciale 273 era già a lavoro per organizzare una strategia diversiva… tutti sapevano che la missione era ad altissimo rischio, ma se c’era uno che aveva qualche speranza di portarla a termine, quello era Daniel. Bisognava raggiungere il palazzo di cristallo e una volta lì entrare nella sala di Xenosor, dove il capo dei golpisti custodiva qualcosa di segreto che  poteva decidere le sorti della battaglia e dell’universo intero…

Piccole Storie Crescono | S2-4

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.


2. Carmela Talamo

Rieccomi qui. Rieccomi dall’altra parte del mondo. Rieccoci padre e figlio insieme, come in Australia. Ma questa volta è diversa, questa volta lavoro, impegno. Mi si stringe lo stomaco e perso a cosa possa spingere un uomo sano di mente a imbarcarsi in un’avventura simile, e penso che proprio il fatto di essere sano di mente ti spinge a porti dei limiti e poi a superarli. E penso che sono contento di questo passaggio sulla terra da essere umano, e penso che adesso devo dormire sennò domani più che un essere umano sulla terra sembrerò uno zombi “riesumato” dalla terra.

3. Vincenzo Moretti
Se ieri sera avessi mangiato bucatini con il soffritto e salsicce fritte con i peperoni lo avrei anche capito. Ma una notte intera con un mattone così sullo stomaco senza aver messo nulla nello stomaco è la prima volta che mi capita. E non mi passa, lo sento ancora tutto … qui.
Maledizione, ma Riccardo cosa mi ….

4. Viviana Graniero
… combini???? Trascinarmi all’altro capo del mondo in cerca di cosa??? Sei sicuro che qui scoprirai cosa ci hanno nascosto fino ad oggi, da dove proveniamo e cosa è accaduto 60 anni fa… ma è passato così tanto tempo, come potremo ritrovare le tracce di qualcosa e qualcuno che forse non c’è più?

Piccole Storie Crescono | S2-3

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Lucia Rosas
Ricordo un cartone animato in cui un robot dormiva nel ripostiglio di un grande appartamento. Scontro prima la poltrona poi la scrivania e mi chiedo se un ascensore non sarebbe un posto più comodo. Non posso farcela.

3. Adriano Parracciani
“Altezza è mezza bellezza”, diceva mia madre ed io mi sono sempre accontentato visto che l’altra metà, beh, insomma, diciamo che me ne bastava mezza. Il problema è che a queste longitudini, Tokyo è la capitale più orientale del mondo, hanno ben altri detti, nessuno favorevole agli spillungoni. Decido di approfondire la cosa. Accendo il Mac mi butto su skype: almeno la rete funziona. Fortunatamente Piero è online. Gli spiego la situazione con imbarazzo ma anche con preoccupazione. Lui ride e mi rassicura – tranquillo, domani ti prenoto un albergo a misura tua.

4. Lucia Rosas
La tentazione di chiedergli una di quelle stanze pazzesche, di quelle da missione spaziale bianche ovattate. Quegli hotel bio che usano pannelli fotovoltaici piante e tende intelligenti. Sorrido e taccio. Il brivido della vacanza ha il sopravvento sul jet lag e io mi assopisco col pc acceso.

5. Viviana Graniero
Al risveglio trovo un biglietto accanto al cuscino. Lo apro: è il mio ritratto fatto a carboncino e sotto c’è scritto ” Suyushi hotel, ore 12″. Nient’altro.
Sono confuso e un po’ spaventato. Chi è entrato nella mia stanza? Sono indeciso, forse è uno scherzo di Piero, ma la curiosità prende il sopravvento. Ho deciso, andrò all’appuntamento ad occhi chiusi…

6. Deborah Capasso de Angelis
Spero che sia lei….so che da qualche mese si è traferita qui per lavoro e so che con lei non c’è più suo marito.
Arrivo trafelato all’appuntamento e cerco capelli biondi, lunghi e sicuramente spettinati.
All’improvviso una forte manata sulla spalla mi fa trasalire! – Vincè t’aggio acchiappato!! – Mi volto lentamente, riconosco una voce familiare che non sentivo da almeno vent’anni.  Mi assale una voglia improvvisa di trovarmi a migliaia di chilometri lontano da quell’hotel. Alto quanto me, sorriso beffardo e occhi come fessure….Peppiniello Mezaparrucca!

Piccole Storie Crescono | S2-2

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Deborah Capasso de Angelis
Mi sento come alienato. Armeggio con i telecomandi per cercare tra i canali satellitari una lingua familiare. Una musica orientale mi prende, ragazze ballano la danza del ventre. Mi spoglio e, ancheggiando, decido che è meglio fare una doccia.

3. Vincenzo Moretti
Mi sveglio tutto bagnato. No, non è la doccia, quella faceva parte dell’incubo. E’ il sudore. La vista su New York dalla suite al 77° piano del Vesuvio Building è stupenda. Patrizia che dorme come un angelo al mio fianco ancora di più. Eppure faccio fatica a riprendermi. Tokyo. Un figlio di 27 anni. Una stanza di 12 metri quadri. Ma che ci faceva uno come me in un sogno come quello? Meglio farsi una doccia. Tra poco Patrizia si sveglia e potremo fare colazione.

4. Cinzia Massa
Patrizia… sembra ieri eppure sono passati già 4 anni. E’ entrata nella mia vita come un fulmine. L’ha sconvolta, trasformata, illuminata. Si proprio così il-lu-mi-na-ta! Ricordo ancora le sue risate sulla spiaggia, e la sua gaffe…. Ebbene sì  è la regina delle gaffe!!!!!  Ma è simpatica.

5. Vincenzo Moretti
Come si chiamava quel suo fidanzato? Ah, sì, Michele ‘o crick, specializzat nel furto di ruote d’autmobile. Che personaggio. E quella canzone che ascoltava a tutto volume, come faceva? Ah, sì “Eri la reginetta di tutta Baia Domizia, avevi un nome semplice, il tuo nome era Patrizia, eri una tipa splentita in mezzo agli ombrelloni, stringevi nella mana la tua frittata di maccheroni… Patrizia! Oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia! oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia!”. Invece mò, New York, alberghi e ristoranti di lusso. Eh, ma è bella, è troppo bella. Aspé, comme faceva ‘a canzone?, Oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia! Oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia!

6. Viviana Graniero
E invece adesso in questo letto enorme e soffice, avvolta con leggerezza nelle lenzuola non posso far altro che sorridere e pensare che le cose sono cambiate e anche la canzone è cambiata… è un’altra Patrizia… ” amo il tuo sapore di fragole e di panna, d’estate d’erbe appena calpestate, ti amo perché sei solare, perché sai far l’amore, ti amo per come mi ami tu… io ti amo per come mi ami tu”

Piccole Storie Crescono | S2-1

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Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.

2. Adriano Parracciani

Per capire bene il mio disagio dovreste avermi visto di persona o aver sentito come mi descrisse un amico: “é un napoletano alto quanto quattro nani della favola a cavacecio”.
Esatto, sono proprio così. Questa storia dei nani e della favola mi fa tornare in mente una scena del film Totò Fabrizi e i giovani d’oggi, quando Fabrizi porta Totò, futuro consuocero, a visitare la casa che ha acquisato, con tanti sacrifici, per i futuri sposi. La casa è così piccola che Totò non risparmia la battuta sarcastica:
“E Biancaneve dove la mettiamo? Si perchè i sette nani possono trovare una sistemazione adeguata, ma Biancaneve lei l’avra vista un pezzo di ragazzona, dico, come…”
Ecco io mi sento come Biancaneve: dico, come ci dormo qui dentro?

3. Daniele Riva
Inscatolato. Come una sardina. Il sonno però è abbastanza tranquillo, forse perché sono praticamente imbalsamato. ‘O Faraone Vincenzamon. Il jet-lag comunque si fa sentire e mi sveglio che sono le 5 a.m. Mi disimballo e mi vesto praticamente come una marionetta tanto i movimenti sono condizionati dalla stanza. Come sarà la vita fuori? Mi avventuro con il mio inglese migliorabile e una gran voglia di caffè. Caffè, quello vero, quello fatto con la napoletana…

4. Adriano Parracciani
Macchè, niente da fare. Giro come un a trottola alla ricerca di simil-bar che servano qualcosa di assolutamentre distante da quei brodini che invece la fanno da padrone. Tutto inutile. Guardo nel vuoto come non fossi circondato da migliaia di persone che in maniera innaturale si disperdono senza produrre il chiasso a cui sono abituato. In questa ambientazione, deserta delle classiche scene cittadine italiane, mi appare un miraggio. Un uomo occidentale dai tratti marcatemente mediterranei si avvicina dall’orizzonte spingendo una sorta di carretto. La voce è ancora lontana ma il suono sembra quasi familiare. Quando arriva sotto i dieci metri stento a credere ai miei sensi: “Dotto’ a vulite na bella tazzulella e caffè?”

4. Daniele Riva
Pasquale Capone detto ‘O Giappunese mi racconta la sua storia. Come Colombo è emigrato dalla parte sbagliata del globo: credeva di andare in America e invece si è ritrovato qui, a Tokyo. Stessi grattacieli, lingue e scritture diverse. Ma tanto a lui che gli importa? Non conosce l’inglese e neanche il giapponese… Ma ha imparato quel tanto che basta per vendere il suo caffè. E i giapponesi apprezzano il caffè italiano. Sorseggio il liquido scuro nella tazza e mi sembra di essere in Paradiso, altro che a Tokyo. Posillipo, il Vesuvio..

5. Bruno Patrì
赤オレンジのシチリア。 “Arance, arance rosse di Sicilia ….!”
Quella frase sorprese sia me che Luca. – “Arance rosse di Sicilia … qui … in Giappone.”
Se ne stava tranquillamente seduto su un bidone del Dash dietro ad una bancarella realizzata su una carrozzina per neonati all’inglese.
Appena ci siamo avvicinati, alzò appena lo sguardo, rigirò la sigaretta senza filtro tra le labbra, si alzò in un tempo che mi apparve interminabile e tese la mano.
“Benvenuti in un angolo della Sicilia – qui non c’è l’Etna e nemmeno il vostro Vesuvio, ma ringraziando a Dio abbiamo altri vulcani e i ….. terremoti… sono all’ordine del giorno …. Mi fanno sentire meno la lontananza da casa”.
Noi italiani, anzi noi napoletani la provenienza l’abbiamo scritta … in faccia … non c’è bisogno di passaporto.
“Permettete …… Bruno Patrì ….. siciliano ….”
Stringiamo quella mano callosa e con le dita gialle di nicotina.
Sto per parlare ma lui con un fare … imperioso…. alza la mano : – “Prima assaggiate queste arance, sono di Ramacca, della Piana di Catania, me ne arriva un container ogni settimana, là non sanno cosa farsene ….. le schiacciano con le ruspe …. per tenere alto il prezzo …”

6. Vincenzo Moretti
Mò ci mancava solo Bruno Patrì con la arance di Ramacca.

7. Bruno Patrì
“Scusate, ma a voi ….. in Giappone ….. chi vi ci porta?”
“Caro dottore ….. la storia è lunga …. comunque se non avete fretta …. ve la posso raccontare”.
Si rimise a sedere sul bidone del Dash mentre noi trovammo posto, all’ombra, su un alto gradino a fianco della bancarella.
“ Io sono del ’54, ho sempre lavorato nel giardino (in Sicilia gli agrumeti si chiamano giardini) di mio padre, tre salme di terra, cioè 48 tumuli …. in metri quadrati fanno circa 100.000, cioè 10 ettari, cioè una bella rottura di … cabasisi . Arrivato a 19 anni sono dovuto partire ….. ho fatto il militare a … Cuneo. Un altro ambiente, tanti divertimenti, donne diverse …. con l’aria del continente …. mentre al paese …. se volevi piantare … un chiodo ….. ti dovevi sposare”
Si accese un’altra sigaretta senza filtro, diede due boccate, quattro colpi di tosse, otto soffiate di naso in un fazzoletto grande quanto …. una salma.
“Tornato al paese, dopo quattordici mesi, il lavoro del giardino non mi piaceva più così dissi a mio padre : –  padre…. datemi …. un milione… che in America voglio andar….. –” .
Ulteriore soffiata di naso …. che fece vibrare il gong del vicino tempio.
“Lui mi rispose: – io un milione te lo do …… ma in America ……No! No! No!”

8. Daniele Riva
Pasquale Capone e Bruno Patrì sono i due lati di una stessa moneta, quella dell’italiano che si trova a suo agio ovunque nel mondo e vi porta il suo bagaglio  di umanità e di arte dell’arrangiarsi. Non mi meraviglierei di trovare altri così. Invece, salutato il siciliano, dopo il caffè e la spremuta, entro in un negozietto gestito da giapponesi e mi compero dei biscotti. Speravo ci fosse non dico una massaia di Portici con le sue sfogliatelle, ma almeno un parigino con dei croissant. Esco, metto in bocca un biscotto. È salatissimo, puah!

9. La Musa
Oh, è ‘o vero, salaterrimi! mio fratello me ne portò una confezione, giusto giusto da Tokyo, ne conservo ancora la carta, troppo bellella per buttarla int’a ‘o sicch’ ra’ munnezz. Belli assai da vedersi, dicevo, preparati nello stile del sushi per intenderci, tutti rotolini colorati e disposti sul cabaret a fasce di colore dal più tenue al più carico, alcuni un po’ lucidi, altri impolverati da una sostanza biancastra, impalpabile, che lì per lì sperai fosse zucchero al velo, come si usa da noi ‘ncoppa a’ pastiera e ‘ncoppa ‘e sfogliatelle. Macchè, puah e doppio puah!!! Salaticci e viscidi come un celenterato del Pacifico. Ah, scusate, nn mi sono ancora presentata, song a sorella ‘e Pascalone Capone detto ‘o giapponese, Assunta Capone, per servirvi.

10. Adriano Parraciani

Eccone un’altra. Ma sono a Tokyo o a Piazza Garibaldi? Ammetto che i venditori ambulanti italiani proprio non me li aspettavo in Giappone. Mentre sono li, preso da sentimenti contrastanti per quei connazionali, arrivano fulminee tre Subaru della Polizia Metropolitana. Pasquale cerca inutilmente di confondersi tra i turisti, mentre Bruno Patrì, tentando la fuga, cade scivolando sulle sue stesse arance. Assunta invece, con una prontezza incredibile, mi prende sottobraccio e si stringe affettousa, recitando la parte della moglie impaurita.

11. Daniele Riva
Mi spinge in un negozio dove vendono kimono. Ne esamina qualcuno, con un aria da intenditrice assolutamente fuori luogo. “Dotto’, grazie, grazie assai” dice, e intanto getta occhiate nella strada dove la polizia sta ammanettando Bruno Patrì. “Ma io ve lo ricambio ‘stu favore, dotto’, state sicuro”. Mi mette in mano un foglietto con un numero di telefono. Se vi trovate nei guai, chiamate qui” dice facendomi inquietare in maniera impressionante. “Quassi cosa”… Con la coda dell’occhio vedo che anche Pasquale Capone viene arrestato e un poliziotto viene verso il negozio.

12. La Musa
Mio fratello è nato pazzariell, è stato sempre accussì, povera mamma! ‘Nu piezz ‘e core eh, intendiamoci, ma estroso assaje assaje. Eravamo otto figli e nun c’era pane, allora si doveva andare avanti co’ ‘e sicarett ‘e contrabbando. Mammà teneva ‘o banco a Via San Liborio vicino a Piazza Carità. Di giorno puliva le case dei signori del Vomero e di sera teneva ‘o banco de’ sicarett, mentre io preparavo un piatto di minestra calda per la cena. Poi arrivarono i marucchin, gli albanesi e nn si vendeva più bene, erano più pericolosi loro della polizia. Mammà stev malament, allora Pasquale dicett vicino a me: “Domani è l’ultimo carico che faccio, prendo i soldi e scappo in America, da lì vi aiuterò” E così fece, ma sbagliò qualcosa e si ritrovò in Giappone. E io pure mò sto qua, co’ stu’ dottore ca nun è bbon a recità, Madonna do’ Carmine, c’aggià fa? Mentre i poliziotti giapponesi entrati nel negozio puntano proprio verso noi due, guardo il dottore e con la voce più
suadente che mi sia mai uscita in vita mia, toccandomi la pancia gli dico: “Mimì, questo kimono è perfetto, mi accoglierà per tutti e nove i mesi, comodo, largo, un pò sgargiante come la bambola che mammà teneva ‘ncoppa ao’ liett” e nel mentre, prendo la sua mano fra le mie e lo induco a massaggiarmi la pancia – ” Mo’ damm nu’ vas” gli dico e intanto i poliziotti sembrano aver  cambiato rotta.

13. Daniele Riva
Assunta Capone è una cozza. No, non intendo dire che è brutta. Può piacere. È una cozza perché si avvinghia e non mi molla. Riesco a infilarmi in un taxi e mi faccio condurre all’hotel. Ma… il tassista è Bruno Patrì. “Dottore” mi fa”, non si preoccupi, sono dei servizi segreti: è da quando è arrivato in Giappone che la sorveglio. Mi sono infiltrato nella gang e con l’aiuto della polizia nipponica siamo riusciti a sventare un complotto ordito ai danni della sua persona”. Prosegue: “Lei deve sapere che Assunta e Pasquale Capone sono…

14. La Musa
Ha parlat o’ MiTiLE ignoto! Ma che siamo e siamo, opperbacco! Mio fratello è un santo signurì, ‘a copia ‘e San Gennaro! E io sono qui per evitare che qualche malafemmena giapponesa so’ purtass int’a casa soja! E ci sono altri fatti da contare, altrochè! Dovete sapere, signurì, che quel tale Bruno Patrì ca’ mo’ s’ spacc’ pe’ detectìv è ‘nu malament, un mariuolo come si dice. Scusate, ma quando sono molto arrabbiata, mi parte la calata partenopea. ‘O saje comm’ se ddic’ ao’ paese mio? ‘A gatta quanno nun po’ arrivà a ‘o lardo, dice che fete! Ma torniamo ai fatti che ci coinvolgono. Dicevo, quel mascalzone di Bruno Patrì, ten’ ‘a scusa dei portogalli di Ramacca, tutta commedia è! Quello venne a Tokyo per sfuggire a un regolamento di conti; l’aveva fatta grossa, si arrubbò mezzo patrimonio del boss di Barcellona; no ‘a Barcellona spagnola, Barcellona Pozzo di Gotto, ‘a patria da’ maffia! Manco in America potè riparare, che l’avesser’ accis’ pure là.

15. Daniele Riva
E così Assunta è riuscita a infilarsi anche dentro il taxi. E non so più di chi fidarmi. Patrì ricercato dalla polizia di mezzo mondo e pure dal commissario Montalbano (in effetti, ora che ci penso, non mi ha mostrato nessun tesserino).
E in tutto questo bailamme si sono fatte le dieci e ho appuntamento alle 11 a Yushima, sul Kasuga Dori. Cosa faccio? Chiedo al tassista-latitante-Mitile Ignoto di portarmi là? Oppure dovrei scendere? E ‘sta pazza me la porto dietro come garanzia? Gesummaria, che dilemma!

16. Entropia
La situazione sta diventando insopportabile, anzi meglio: direi quasi noiosa. Mentre Assunta continua a parlare e Bruno Patrì a guidare prendo lo zainetto e lo sistemo tra i miei piedi. Mi curvo facendo finta di cercare qualcosa; in realtà sto indossando i guanti di pelle marroni. Continuo nella finta ricerca di qualcosa per il solo tempo necessario ad avvitare il silenziatore alla Glock calibro 9 parabellum che tengo nella sacca interna. In lontananza sulla destra c’è una grande area di parcheggio. Estraggo la pistola e la punto al fianco destro di Assunta. Sparo due colpi in rapida successione; Bruno non fa  in tempo a chiedersi cosa succeda che la canna ancora calda della mia Glock è attaccata alla sua nuca – Vai lì a destra, nel parcheggio. Fai come dico e tutto andrà per il verso giusto – Bruno esegue l’ordine senza fiatare e si ferma nella parte più isolata, in mezzo ad un paio di Toyota. Per lui basta un colpo solo.

17. Deborah Capasso de Angelis
Sapevo di avere un’altra scelta. C’è sempre un altro modo di risolvere le situazioni ma ho imparato a seguire sempre il mio istinto. Quei due avrebbebbero attirato troppo l’attenzione su di me. Bruno ha gli occhi fissi nel vuoto ed un’espressione crudele, da padrone del mondo.
Lo rimetto seduto al posto di guida senza destare sospetti tra gli automobilisti che si dirigono, veloci, a riprendere le loro automobili. Salgo sul sedile posteriore, ripongo la pistola nello zaino e noto una signora che mi fissa. Abbraccio Assunta. Mi si accascia tra le braccia e fingo di baciarla, è calda. Ripenso alla mia prima volta. Il terrore ed il desiderio, la finzione dell’amore, l’odore dei corpi, i sensi di colpa, l’angoscia del dopo. Manca il respiro, adesso c’è l’alito della morte…

18. Daniele Riva
Sono le 11. Sono a Yushima, sul Kasuga Dori. È l’ora del mio appuntamento. Ecco  l’uomo che mi attende. Indossa come sempre il suo gessato e gli occhialini con la montatura d’oro. Hiroshi Kawasaki, è il potente capo di “Entropia”, una setta segreta affiliata alla Yakuza. Deve darmi il nome del mio prossimo “contatto” da eliminare. Come quando clicchi con il tasto destro su Cestino e poi su “Svuota”. Questo è il mio lavoro. Quel nome che Kawasaki ha scritto su un foglietto che poi ha bruciato nel posacenere è quello di un noto manager giapponese. Sta a Chiba, una cinquantina di km da Tokyo…

19. Bruno Patrì
“Luca …. vieni con me …mi sembra di vedere un nostro connazionale in difficoltà”!
Era un sessantino scarso,  … di età, di peso e di … altezza e stava praticamente litigando con un poliziotto.
Sembrava il Dr. Livingstone in tenuta da viaggio: stivali marrone scuro, sahariana completa di casco coloniale, occhiali da sole Lozza tipo Arisa, zaino dello stesso colore della … divisa e in mano teneva una rullina da venti metri ed un doppio metro.
Mi avvicinai: “Italian ….. I suppose……”
“Supponete bene caro Signore …. Purtroppo io non sono bravo a parlare il cinese e questo cretino qui non solo non capisce il mio cinese ma nemmeno il mio inglese con inflessione catanese e non sa nemmeno dirmi dove posso trovare la Grande Muraglia”.
“Scusate …. ma voi volete parlare cinese con un ….. giapponese?”
“Come …? Un poliziotto giapponese in Cina ?… eh  già oggi ….con la cassa integrazione … con la mobilità …… succede questo ed altro..”
“Ma quale Cina …” – rispondo io – “Qua siamo a Tokio …. In Giappone ….. e per la Grande Muraglia …. mi sa che siete un po’ ……. fuori mano ….”
“In Giappone? Lo sapevo …., l’avevo intuito che qualcosa non andava …. ora capisco … ora vi spiego …… Dunque io ho un cugino che ha un cognato il cui nipote ha un’agenzia di viaggi … vado da lui e gli dico – Michele ho bisogno di un biglietto andata e ritorno per la Cina – E lui mi risponde – Caro Zio …. non ci sono problemi …. ti trovo subito un volo a prezzo stracciato …. chiaramente non è un volo diretto ….. dovrai fare qualche scalo intermedio … allungherai un po’  …. qualche ora in più …”
Tira fuori dalla tasca un enorme fazzoletto …. (dove ho visto un fazzoletto simile?) e si asciuga la fronte imperlata di sudore.
“Dunque …. Dove ero rimasto …. Ahh.  Si … mi imbarco a Catania Fontanarossa, primo scalo Palermo, secondo scalo Napoli, poi Roma, Milano, Vienna, Parigi, Madrid, Barcellona (in Spagna e non Pozzo di Gotto), Tunisi, (passo sopra Catania), Atene, Il Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Tashkent, Kuanu Lampur, Hanoi, Tokio,  Baijing” ……. 72 ore di volo … anzi di ….aeroporti”
Comincia a “santiare” nel suo dialetto …… “ Mi sa che sono sceso una fermata prima”
Improvvisamente si batte il palmo della mano in testa rischiando di fraccassarsela: “Che maleducato ….. permettete che mi presenti ….. Bruno Patrì … geometra … di Caltagirone … provincia di Catania”
Io guardo Luca ….. Luca guarda me ed insieme esclamiamo  ad alta voce “Un altro Bruno Patrì siciliano ?”
“He no … egregi signori …. Io sono l’unico Bruno Patrì siciliano, anzi italiano, in tutto il mondo ce n’è solamente un altro ….. ed è francese…. Se non mi credete … guardate su … Facebook”.
“Ma noi poco fa abbiamo incontrato un altro Bruno Patrì, siciliano, di Ramacca, vendeva le arance rosse,  poi è stato arrestato,  poi faceva il tassista e  diceva che era dei servizi segreti”
Ci guardò pensieroso. “ Dunque …. Ramacca, arance, arance rosse, arrestato …….ho capito chi è, l’ho letto quindici giorni fa su “La Sicilia” – edizione di Catania –  Truffa alla Comunità Europea – 300.000 chili di arance rosse  sparite misteriosamente “
Tira di nuovo fuori il fazzoletto e si soffia il naso. Il suono fa vibrare il gong di due tempi più avanti.
“Questo …. signore …. che, a quanto pare, si è appropriato della mia onorata identità ….. trattasi di certo Giuseppe Francesco Bartolomeo Maria Balsamo detto “Cagliostro” …. Ha un enorme agrumeto nella piana di Catania …. Ha usufruito degli aiuti della Comunità Europea per le sue arance … non solo le ha vendute a tre acquirenti diversi ma ha fatto comparire di averle mandate al macero ed invece se le era …. imbarcate a Palermo in trenta bei …. container …. destinazione sconosciuta. Lo cercano tutti: i Carabinieri, la Polizia,la Finanza,  l’Interpol, gli accalappiacani, la suocera ….”.

20. La Musa
Se proprio doveva succedere, avrei preferito morire sotto i colpi di una Luger P08 – al cuore nn si comanda – e invece eccomi qua, in quest’asettico ospitale tokiese tutta fasciata come una mummia egiziana. Oh, Maronna mia, ma p’cchè chill m’ha sparat’ propr’ a mme? Sono intontita, nn ricordo nulla, tranne quei colpi sparati accussì, a bruciapelo. Signurì… SiGNURììì, maronnamia, teng a frev’, signurì, chiamatemi a Pascale ‘o frate mio, ci debbo parlare urgente!

21. Bruno Patrì
“Per lui basta un colpo solo” ……   Poveri illusi … mi hanno dato per morto!
Il proiettile mi ha fatto un buco nel lobo dell’orecchio sinistro … ci metterò un bel  piercing d’oro … me lo farò fare apposta .… con l’oro dei denti fasulli  di Entropia …dopo averglieli stappati uno ad uno……  con le mie mani!  Adesso devo cambiare identità . “Cagliostro” avrà la sua vendetta …. la sua tremenda vendetta!

22. Viviana Graniero
Sarà uno scherzo da ragazzi… mi rivolgerò a Giovanni “taleequale”, il migliore falsario di documenti in circolazione! Domani avrò la mia vendetta e poi finalmente andrò a recuperare la valigetta…
driiiiiiiiiiinnnnnnnnn…
“E’ tutto pronto, cassetta di sicurezza n.23”

23. Daniele Riva
Buongiorno. Sono il “deus ex machina”, l’espediente che permette di portare avanti una storia. “Deus” nel vero senso della parola. Perché questo è il Paradiso, è bello ma spesso ci si annoia, e allora i ragazzi si inventano giochi di ruolo per divertirsi un po’ e passare il tempo. È per questo che non muoiono mai. Dunque. San Bruno, San Vincenzo, Sant’Assunta e San Pasquale si sono inventati questo giochetto ambientato a Tokyo. Ah, vi lascio indovinare chi ha scelto per sé il ruolo di Entropia.

Serendipity. From Secondigliano to Tokyo

Posso dire prima di tutto un grazie di cuore a Antonio Gravina e a tutto il team Bespoke? Fatto! E poi posso aggiungere che secondo me sarà una bella festa?
Ci sarà Enakapata, of course, ad un anno dall’uscita modello groviera nelle librerie di tutta Italia.
What’s uscita modello groviera?  Che la presenza di Enakapata nelle librerie registra un bel pò di buchi, perché in Italia se non scrivi per i 4-5 editori più grandi è dura davvero.
Dite che non ci dobbiamo scoraggiare? E chi si scoraggia. Le schiere degli amici che lo ordinano nelle librerie e online cresce sempre di più. Questo blog, lasciatemelo dire adesso che lui festeggia adesso il primo compleanno, diventa sempre più bello, ricco e partecipato. E poi … basta con le celebrazioni.
Ci sarà la musica dei Motor Sound in versione Ensamble, in pratica la formazione “storica” più tanti altri amici suonatori e musicisti (se scrivo solo musicisti Luca mi fa un cazziatone, voi non lo sapete ma l’understatement l’ha inventato lui).
E ci saranno anche un pò di chiacchiere serendipitose. Si si, tra me e Antonio, ma vedrete che troveremo il modo di coinvolgere anche voi.
Per ora è tutto. Anzi no. Il Serendipity Event è domenica 21 marzo 2010. Dalle 17.00 alle 24.00. Alla Bespoke academy. Galleria Umberto I, 50. Napoli. Adesso è davvero tutto. Per ora.

Detto Lo Scognato

enakapata3Si lo che ormai vi siete abituati ai miei ti abbracico invece di ti abbraccio, ma vi assicuro che questa volta non ho sbagliato. Era scritto proprio in bella evidenza: detto lo scognato. Dov’era scritto? Ah, già scusate, sull’avviso mortuario. La dicitura in alto quella in versione sobria: E’ venuto a mancare all’affetto dei suoi cari all’età di 52 anni; sotto il nome e cognome; più sotto ancora detto lo scognato.
Da voi come lo chiamate?, il soprannome, il contronome, insomma il modo in cui per tutta la vita uno viene chiamato.
Immagino che adesso vi state domandando da dove viene scognato. Lasciate stare i dizionari di italiano e di napoletano. Scognato, scugnato, significa senza denti. Vedete, se foste stati di Secondigliano l’aveste saputo, perché da quelle parti a tutti è stata  data l’opportunità, almeno una volta nella vita, di prendere in giro qualcuno cantilenando “scugnato, senza diente, vase ‘nculo, a zì Vicienzo“.
State pensando che davanti alla morte ci vuole più rispetto? Non sono d’accordo, perché non si tratta di mancanza di rispetto. C’è innanzitutto una questione pratica. Solo con il nome e cognome sul manifesto al funerale non ci viene nessuno, perché nessuno capisce chi è morto. E poi c’è una questione di identità. Si proprio quella cosa strana ma importante che ci permette di riconoscerci con gli altri nel tempo.
Voi dite e allora il Partito Comunista? La Democrazia Cristiana? Il Partito Socialista? Potrei rispondervi appunto, guardate come stiamo combinati.  Che naturalmente chi doveva essere arrestato andava arrestato, e anche qualcuno di più, ma non si doveva buttare il bambino insieme all’acqua sporca. Preferisco “nuje simme gente seria, appartinimme ‘a morte“. Si, meglio lo Scognato, con l’aiuto di Totò.

Piccole Storie Crescono | s1-9

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 9
2. Vincenzo Moretti

Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.

3. Deborah Capasso de Angelis
Viviana andò via soddisfatta. Gioiva per un ulteriore traguardo raggiunto, ignara delle conseguenze della sua scoperta. Il progetto Nasa, Kapata D2004, doveva restare segreto. I robot erano il fiore all’occhiello del Prof. Parracciani che, sfiorando il microchip alla base del collo, pensava a come far tacere la ragazza.

4. Viviana Graniero
Infatti Viviana aveva persino scoperto che in realtà Luca e Vincenzo erano l’anagramma del nome di questo robot di ultimissima generazione che la Nasa voleva tenere nascosto: Luc-zeno-caniv D2004. Adesso sì che era nei guai, senza nemmeno saperlo… per troppa arguzia!

5. Entropia
Viviana andava sicuramente resa inoffensiva, ma Parracciani non pensava ad una semplice e banale eliminazione fisica. Era rimasto colpito dalla capacità di analisi della ragazza e dal suo livello investigativo, e così decise il da farsi: pezzi di corteccia cerebrale del suo emisfero sinistro sarebbero stati impiantati nella piattaforma neuro-quantistica del D2004.

6. Daniele Riva
“Psst… Signorì… Signorì…” una vocina dal pavimento sorprese Viviana intenta nei suoi pensieri sulla scoperta che aveva fatto. Ma non c’era nessuno. La ragazza guardò meglio: in una nicchia c’era una piccola grata e la voce veniva da lì. La aprì…

7. Concetta Tigano
… Non si vedeva granchè…ma ad un tratto gli comparve davanti un ometto molto curioso, vestito a righine, papillon e bombetta. Da dove salta fuori un tipo così? neanche il tempo di farsi domande che Pasqualino, così si presenta con tanto di “baciamano”, le parla con aria da complotto : “Signorì state attenta! sennò vi finisce comme a mè!!!”, Viviana, dapprima impaurita, si rende conto che Pasqualino sta cercando di metterla in guardia, ma da cosa?

8. Lucia Rosas
Viviana è interdetta. Il sesto senso le dice che deve sapere ma la paura di essere scoperta, e se fosse una trappola? Una prova di esame, se possono fidarsi di lei. L’omino ha uno sguardo sibillino e viviana si chiede se potrà tornare a casa. Con orrore si accorse che il cellulare era scarico. Doveva decidere. Adesso.

9. Entropia
Viviana decide di fidarsi di Pasqualino che nel frattempo le aveva proposto di accompagnarla verso un zona sicura da dove poi poter fuggire.
– Vede Signorì – le disse Pasqualino con voce triste ed ansiosa – questo quartiere è tutto un laboratorio. E se passa qualcuno d’interessante come lei, lo catturano per gli esperimenti – Viviana lo seguiva a questo punto impaurita e disse – Ma quali esperimenti?- Signorì, è meglio che non sappia, ora pensi a fuggire – Le fece percorrere una lunga strada in discesa, e poi entrarono in un garage. Da qui presero un ascensore che li portò svariate decine di metri sotto terrà, poi un lungo corridoio. -Ecco Signorì, siamo arrivati – disse Pasqualino mentre apriva la grande porta verso quella che sembrava essere la libertà. Appena Viviana la passò sentì una voce sinistra che l’accolse – Ben ritrovata Viviana – Lei si girò di scatto e vide il Professor Parracciani intento a leggere dei monitor.

10. Deborah Capasso de Angelis
Per un attimo Viviana si sentì sollevata. Quell’uomo bassino le aveva sempre ispirato simpatia, i suoi occhi vispi le davano sicurezza. Ma adesso il suo sguardo aveva qualcosa d’inquietante.
Pasqualino continuava a stringerle la mano, si accorse un secondo dopo che al suo polso aveva uno strano bracciale. – Ti chiederai perchè sei qui – disse il professore.
I pensieri di Viviana le si affollavano in mente, forse il professore era stato colpito dalla sua arguzia e voleva coinvolgerla in qualcuno dei suoi progetti sugli androidi. Di colpo i pensieri positivi scomparvero. Vide il tavolino su cui erano poggiati singolari strumenti chirurgici, la poltrona con le cinghie ma soprattutto sentì la presa di Pasqualino diventare sempre più forte e la vibrazione che le dava il bracciale. Fu terrore…

11. Daniele Riva
…Viviana si sentì perduta. Poi vi fu come un lampo e le macchine nel laboratorio cominciarono a emettere strani sibili, scintille, vi fu anche qualche piccolo scoppio. Pasqualino aveva gli occhi che roteavano vorticosamente e mollò la presa sul suo braccio. Il professor Parracciani si mise una mano al collo e rimase bloccato in quella posizione. “Oddio, sono degli androidi” comprese la ragazza. E fuggì un attimo prima che il laboratorio sotterraneo esplodesse, infilandosi velocemente nella piccola grata… Una mano la aiutò a risalire…

Piccole Storie Crescono | s1-8

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 8

2. Vincenzo Moretti
Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.

3. Deborah Capasso de Angelis
Viviana andò via soddisfatta. Gioiva per un ulteriore traguardo raggiunto, ignara delle conseguenze della sua scoperta. Il progetto Nasa, Kapata D2004, doveva restare segreto. I robot erano il fiore all’occhiello del Prof. Parracciani che, sfiorando il microchip alla base del collo, pensava a come far tacere la ragazza.

4. Viviana Graniero
Infatti Viviana aveva persino scoperto che in realtà Luca e Vincenzo erano l’anagramma del nome di questo robot di ultimissima generazione che la Nasa voleva tenere nascosto: Luc-zeno-caniv D2004. Adesso sì che era nei guai, senza nemmeno saperlo… per troppa arguzia!

5. Entropia
Viviana andava sicuramente resa inoffensiva, ma Parracciani non pensava ad una semplice e banale eliminazione fisica. Era rimasto colpito dalla capacità di analisi della ragazza e dal suo livello investigativo, e così decise il da farsi: pezzi di corteccia cerebrale del suo emisfero sinistro sarebbero stati impiantati nella piattaforma neuro-quantistica del D2004.

6. Daniele Riva

“Psst… Signorì… Signorì…” una vocina dal pavimento sorprese Viviana intenta nei suoi pensieri sulla scoperta che aveva fatto. Ma non c’era nessuno. La ragazza guardò meglio: in una nicchia c’era una piccola grata e la voce veniva da lì. La aprì…

7. Dora Amendola

ed intravide una donna che con la mano invitava a seguirla. Incuriosita la nostra cervellona si lasciò convincere e, dopo aver attraversato uno stretto cunicolo, sbucò in un modernissimo laboratorio sottorrenaeo. Qui fu accolta dalla super equipe della D.ssa Misteria, l’acerrima nemica del Prof. Parracciani.

8. Lucia Rosas
La donna le sorrise ma lei non ricambiò. Le ricordava una professoressa del liceo arcigna, odiosa, disegno tecnico, una macchia e il foglio diventava coriandoli. Tutto doveva essere perfetto. – Viviana tu sarai la mia arma vincente. niente se, niente ma. Avanti fanciulla.- Viviana abbozzò un sorriso. Identica a ..

Piccole Storie Crescono | s1-7

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

Storia 7
2. Bruno Patrì

Il quartiere più vicino all’albergo era quello di Ueno. Il suo grande parco ci appariva come incantato sotto il caldo sole estivo. L’umidità saliva e avvolgeva, trasformava la vista degli alti toori. Ecco il primo tempio, dal classico colore rosso acceso.
Saliamo le ampie scale e giunti all’ingresso veniamo accolti da un anziano giapponese che in uno stentato inglese inizia un lungo monologo.
Diamo cenno di gradire il suo intervento, inchiniamo il capo più volte in segno di ringraziamento…… ma lui imperterrito continua con la sua cantilena sbiascicata.
Riusciamo a “fuggire” ……. e continuiamo a visitare il resto del parco. Attraversiamo ampi “corridoi” tra i curatissimi alberi, passiamo sotto agli splendidi toori e giungiamo ad un altro piccolo tempio contornato da antiche strutture incastonate nella vegetazione del parco.

3. Daniele Riva

Lì, con uno dei miei piedi misura extralarge colpisco inavvertitamente una pietra circolare, che rotola di lato e va a colpire con un toc sordo qualcosa in un cespuglio fiorito. È una borsa! E l’anziano giapponese aveva ripetuto spesso nel suo discorso sconclusionato la parola “bag”. Vuoi vedere che?
La curiosità è tanta. Che fare? Aprirla? Chiamare una guardia? Certo, poi quella non spiaccica una parola di inglese e finisce che passiamo la notte al commissariato, come Totò e Peppino…

4. La Musa
“Dopotutto”, mi dico, “è assoluamente lecito aprire una borsa rinvenuta fra i cespugli” del resto se nn l’aprissi nn potrei mai sapere a chi sia appartenuta. mi accingo a farlo, ma qualcosa mi frena e mi colpisce; la foggia della borsa è inusuale e anche il pellame di cui è fatta. sembra proprio una vecchia borsa da medico condotto. cerco l’anziano giapponese, ho bisogno della sua approvazione anche solo fatta di sguardi, ma davanti a me soltanto la distesa dei ciliegi odorosi e di lui nemmeno l’ombra. la borsa è lì, ai miei piedi, un velo spesso di polvere antica ne nasconde la finezza della fattura, la cerniera in metallo sembra ossidata. prendo ancora qualche minuto per decidere, in fondo sono ospite di una nazione molto lontana dal mio modo così occidentale di pensare, nn vorrei trovarmi nei guai…

5. Vincenzo Moretti
Va bé, alla fine se sto qua tutta la notte a pensarci diventa come trascorrere la notte al commissariato. Io la apro. No. Si. Dentro tre monete antiche. Con il buco in mezzo. Uguali uguali a quelle usate al posto degli steli di foglie per interorgare l’I-Ching, il più antico testo di saggezza cinese. No, non sono uguali uguali. Sono proprio loro.

6. La Musa
Ora che ho aperto, davanti a quelle monete antiche mi risuonano alla mente le lezioni del prof. di storia del liceo: un gruppo di transfughi cinesi riparati in giappone portarono con loro alcune cose indispensabili per nn morire di nostalgia: i bonsai, i bamboo e le monete divinatorie de I-Ching. “che meraviglia!” penso fra me e me, “a chi saranno appartenute queste preziose monete e come mai nella borsa da medico nascosta fra i cespugli di acero?” intanto, con le monete fra le mani, vado pulendole per guardarle meglio. il rame così sfregato a poco a poco mi rimanda i suoi rossi bagliori. ecco, ora le vedo bene, due sono sul lato “testa” – lo yang – e una sul lato “croce” – lo yin.

7. Deborah Capasso de Angelis
Morte e vita, ombra e luce, giorno e notte, perfetto equilibrio, interdipendenza, maschio e femmina, destra e sinistra…simboli antichi di una saggia cultura.
Sono inquieto, che faccio? Chiedo consiglio a Luca.
Fa un’espressione da “scugnizzo”. – Papà, comme se dice, ogni lasciata è persa! Piglia ‘a borsa e fuimmo!!! Po’ c’e pensamme!!! -.
Seguo all’istante il suo consiglio!

8. Daniele Riva
Rientrati in albergo, ci attacchiamo a Internet (Luca si attacca a Internet, io lo guardo da dietro le spalle, cosa che lo fa incavolare abbastanza) e troviamo un po’ di informazioni sull’I-Ching. C’è anche un sito che fa le divinazioni. Per gioco inseriamo la frase “Che cosa significano queste monete nella borsa?” e ci risponde: “Cielo e terra si incontrano: la pace”.

9. Adriano Parracciani
E’ una prima risposta. Ma adesso dobbiamo sapere di più su queste monete tonde con un foro quadrato al centro. La ricerca su internet si fa difficlle; non abbiamo idea di come orientarci in questo mondo sconosciuto ed immenso della numismatica. La depressione ci sta raggiungendo quando improvvisamente dal mio hard disk cerebrale spunta fuori il ricordo che serve. – Ma certo, – dico a luca – Alberto! Ti ricordi che è un appassionato di monete? Forse ci può aiutare –  Luca scatta delle foto con il suo iPhone e mandiamo tutto per email all’amico di Roma con la speranza che possa dirci qualcosa di più. Dopo un’ora arriva la risposta – Non m’intendo molto di monetazione cinese ma qualcosa posso dirvi. Innazitutto il foro quadrato centrale, che serviva per agevolare il trasporto infilandole in un laccio,  rappresenta la Terra avvolta dal Cielo del cerchio. Secondo il mio catalogo Krause le vostre monete sono dei Cash della dinastia Song più o meno databili intorno al 1200. Adesso non
vorrei illudervi ma se ho azzeccato l’identificazione siete incappati in  monete qualificate come R5 ossia rarissime, battute in soli tre, dico tre, esemplari !!! Quotazione?? 150.000$ l’una !!!

10. Deborah Capasso de Angelis

Alla faccia del bicarbonato di sodio!!! In casi come questo Totò è d’obbligo!
Continuiamo a fissare la cifra sul monitor ed io ho bisogno di sedermi.
– Papà, ma tu hai realizzato? Ti rendi conto di quello che abbiamo per le mani?-
– Si, Luca. Ma adesso dobbiamo restare calmi e pensare a cosa fare -.
L’anziano signore! Cerco di ricordare le sue parole….bag, peace, danger, end, earth wind and fire…mannaggia a me e l’inglese!

11. Maria Paraggio
Ancora incredulo e adirato con me stesso per non ricordare esattamente le parole, decido che per il momento è meglio pensare ad altro. Se son rose fioriranno! E’ meglio dormirci sopra e non perdere di vista il vero motivo del nostro viaggio in Giappone. Luca conviene con me che è ora di andare a letto. Ci siamo appena coricati, quando sentiamo strani rumori venire dalla porta d’ingresso.

12. Carmela Talamo
Ci alziamo e facciamo una “capatina” fuori dalla porta: turisti, non giapponesi  of course! Mannaggia! Di dormire non se ne parla. Troppa adrenalina, troppe emozioini, troppo di tutto. Ritorno a pensare inevitabilmente alle “nostre” (nostre?) monete, a cosa ci potremmo fare. Ai miei @mici di face, finalmente potrei realizzare il sogno di riunire la big band, stringere le mani di chi ancora non conosco, frugare tra i loro sguardi, respirare le loro emozioni. Ma mi tornano in mente anche gli articoli e le opinioni intrecciate con loro su rispetto, legalità, regole “E allora”, mi chiedo “forse che ciascuno è onesto solo fino a che non si presenta l’occasione?”… “Pa’”  mi interrompre Luca quasi a leggermi nel pensiero”. “Hai deciso?” “Si”… Ci rivestiamo e ci incamminiamo insieme verso la più vicina stazione di polizia.

13. La Musa
Avevo letto qualcosa sulla polizia giapponese: nè particolarmente preparata, nè particolarmente severa, ma una cosa è certa, si avvale di strumenti normativi e mezzi tecnici molto efficienti e chi è ritenuto colpevole paga, e paga severamente fino all’ultimo giorno di carcere duro. “non abbiamo nulla da temere”, mi dico, siamo degli onesti cittadini e come tali ci tratteranno. Il portiere dell’albergo ci indica il più vicino commissariato di polizia che è a due isolati dal nostro albergo, siamo nel grande quariere di Shibuya, sì proprio dove c’è la statua di Hachikō. L’edificio è a due piani, pulito e ordinato come tutto in giappone. Luca spiega brevemente a un agente, nel suo impeccabile inglese, il nostro problema. Questi annuisce e ci indirizza verso una porta in fondo al luminoso corridoio. sulla porta una targa: lost and found. Bussiamo.

14. Adriano Parracciani

Luca inzia a spiegare in giapponese la situazione ma, fortunatamente per me, l’agente lo invita ad usare l’inglese.
– Abbiamo trovato questa valigia nel parco – spiega Luca
L’agente prende la borsa, la osserva e poi la apre. Guarda all’interno con attenzione, infila la mano ma la ritrae stranamente vuota
– Non c’era nulla all’interno?
– Non so dirle, signore – risponde Luca da navigato attore – noi non l’abbiamo proprio aperta
Lo guardo cercando di dissimulare lo stupore mentre sento che sta per venirmi un infarto.

15. La Musa
Ho tirato su un novello Laurence Olivier, altro che ricercatore esperto nipponico! Sorrido, Luca nn finirà mai di stupirmi e intanto penso che quelle tre piccole monete stiano ballando allegramente nella tasca dei suoi pantaloni. Ma sì, dopotutto le cose sono di chi le trova, chi le perde è evidente, non meritava di averle – filosofia nippopartenopea – Usciamo dal commissariato senza scambiarci una parola, la nostra intesa d’intenti va ben oltre. Shibuya è un brulicare di gente, l’aria è fresca e il profumo dei ciliegi in fiore sarà il bouquet che ci accompagnerà per tutta la nostra permanenza a Tokyo. Passiamo sulla piazzetta davanti alla statua di Hachikō, il cane di bronzo, col suo sguardo fiero sembra darci la sua approvazione. Dopotutto i ragazzi meno fortunati di Secondigliano, di Scampia, di Barra, di Ponticelli, hanno bisogno di tutto e quelle monete potranno coprire una parte dei loro desideri, dei loro bisogni. Ci guardiamo io e Luca, il Giappone è davvero la terra dei miracoli.

16. Vincenzo Moretti

Miracoli. San Gennaro. Giuro che lo sto solo pensando. Luca mi guarda e mi fa: “Voglio pigliare tutta ‘a gente di Forcella, della Sanità e del Pallonetto e la voglio trasferire sopra al Vomero, al sole don Vincé, che nei bassi non ci batte mai. Un grande quartiere residenziale per i poveri, pulito comme ‘a Svizzera. Tutta gente onesta, che paga puntualmente, e chi non paga lo caccio via”. Comincio a ridere come un pazzo. Lui mi segue a ruota. Ebbene sì. Nel ruolo di Dudù e don Vincenzo in Operazione San Gennaro ci stiamo a pennello.

17. Deborah Capasso de Angelis
– Moretti san!-. La voce ci giunge quasi ovattata, io e Luca ci giriamo di scatto, impallidendo.
Stavolta San Gennaro lo invoco disperato! Sono quasi sicuro che sono i poliziotti venuti a reclamare le monete ma in giro non ci sono agenti.
– Moretti san! – stavolta la voce è più vicina e Luca si dirige verso la statua di Hachikō. Con gran stupore si trova davanti l’anziano signore incontrato nel parco di Ueno qualche giorno prima. Raggiungo Luca e, dopo una serie di veloci inchini, l’anziano inizia a parlare: – I’m your light. Now you’ve the keys. The young teachs, the old thinks….now you can -. Il tempo di guardarci con aria interrogativa nel tentativo di comprendere l’ermetico messaggio e l’anziano…..

18. Maria Paraggio

Una cosa però era chiara. Il vecchio ci aveva visti “trafugare” la borsa ed era anche a conoscenza del suo contenuto. Oggetti antichi, giovane insegnante, senz’altro faceva riferimento a Luca e alle monete antiche.

19. Daniele Riva
– “Salvatore, ma che stai facendo? Sono  ore che giochi a ‘stu videogghéim”
– “Nenti, pa’ mi ha presu. Ce stanno du’ napulitani che devono risolvere un enigma co’ tre monete. Sto quasi per passà al prossimo livello”.
– “Salvato’, t’ho detto tante volte che prima devi studià. Vai, vai a studiare di là”.
(Salvatore esce sbuffando, il padre si siede davanti alla consolle)
“Munete, ecche so’ ste munete bucate?”

Piccole Storie Crescono | s1-6

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 6
2. Vincenzo Moretti

Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.

3. Concetta Tigano
“Cosa?” chiede disperata un’ altra alunna, fissata con la Matematica, “mai esistiti? robot della Nasa? incredibile…Vincenzo sembrava cosi credibile..”
Il prof. Parraciani le spiega, l’alunna in questione oltre la Matematica, poverina, non capiva granchè…, “Si è così , sono stati creati per stimolare gli studi sul Giappone, naturalmente!! Sempre la solita tontolona eh Tigano?”

4. La Musa
Il prof. Parracciani fa a questo punto un breve cenno sulla storia degli androidi. Il capo della Nasa in quel periodo, era John Titor, lo ricordate vero? fu lui a ideare la splendida macchina del tempo e sempre lui a dar vita ai due robot – Vincenzo e Luca – nomi italiani perchè la lingua è di gran classe e poi perchè li aveva corredati di spirito di adattamento, di ironia, di simpatia e umanità tali che solo gli italiani posseggono.

5. Stefania Bertelli
Inoltre, prosegue il professore, pare che, acquisendo le caratteristiche degli italiani, i due androidi avessero anche ereditato la loro litigiosità. Infatti, è stato rivelato che i due androidi non fossero mai d’accordo su nulla e anche la redazione del libro abbia avuto molti intoppi dovuti a questo problema di fondo.

6. La Musa
L’amore non è bello se nn è litigarello, dice un vecchio adagio romanesco e fra i due androidi, è risaputo, intercorre un rapporto d’affetto che prescinde dalla veduta di idee, sicchè le scaramucce sono all’ordine del giorno. Sotto l’occhio benevolo di tutte le Muse, il libro viene portato a termine con grande lustro e la redazione, contando sull’impegno del Prof. Parracciani, decide di trasformare i due scrittori androidi in esseri umani belli e buoni. Il professore è pensieroso, si riserva di dare la sua collaborazione; sa che non sarà affatto facile, ha bisogno di tempo e intanto le copie di Enakapata spopolano nelle librerie di tutto il cosmo.

7. Entropia
Parracciani sa bene come affrontare la nuova sterzata narrativa; non deve far altro che attingere alla sua esperienza diretta. Da oltre due anni, infatti, partecipa MM (ManMachine), una team transnazionale segreto a cui collaborano varie agenzie d’intelligence e che ha l’obiettivo di fare ricerca teorica ed operativa nei settori della cibernetica alieno-umanoide e della superintelligenza bioartificiale.

8. Deborah Capasso de Angelis

Per la messa a punto dei due androidi erano stati spesi quasi tutti i fondi messi a disposizione dalla Nasa. Il prof. Parracciani aveva poi impiegato tutte le risorse rimanenti per il lancio del libro. E quei due robot continuavano a litigare…. Ma si! Adesso so come recuperare l’investimento iniziale! I miei gioiellini diventeranno Wakarasaseya! Con il loro caratterino e la forte richiesta di questa nuova figura imprenditoriale li terrò occupati fino al prossimo progetto!

9. La Musa
Wakarasaseya, sì! un tempo lontanissimo il termine usato era escort, ma erano individui – androidi e non, maschi o femmine – dozzinali, di poca cultura e scarso valore; poi la tecnologia avanzò di molto: da modesto ciarpame atto a distruggere unioni sentimentali consolidate, vennero trasformati in veri e propri professionisti dello strappo, della lacerazione. amore, professione, ceto sociale, col loro intervento da spietatissimi killers assistenziali, tutto si poteva ribaltare e quando ingaggiati per distruggere, l’amore finiva miseramente, la professionalità rovinava ancor peggio e in men che nn si dica potevano ridurre il malcapitato ultimo fra gli ultimi nella scala sociale.

10. Concetta Tigano
Questi rovina famiglie sono investigatori privati senza scrupoli, ma come farli pasare inosservati due spilungoni in un paese di “bassetti”, la loro altezza potrebbe compromettere le indagini, il prof. Parraciani ha un’idea… li presenta come esperti “gastronomi italiani” in modo di aver facili contatti con il “gentil sesso”, necessita a tal punto un indrottinamento “eno-gastronomico”….un problema tira l’altro!!!
Ma almeno così potranno essere ingaggiati come wakarasasesya più facilmente…ma da chi???

11. Daniele Riva
La questione si risolve da sé. Mentre il prof. Parracciani siede in un ristorante a mangiare ramen e a sognare una cofana di amatriciana, un piccoletto gli si avvicina e gli spiega in inglese che gli serve un wakarasasesya. Parracciani ha già capito che quello è uno scagnozzo della Yakuza e decide di sfruttare la cosa a proprio favore…

12. Concetta Tigano
Yacuza? Ma si !!! Certo, Yacuza=camorra=’ndrangheta=cosanostra…mafia insomma!!Brivido…l’idea di avere a che fare con questa gentaglia lo rende nervoso, molto nervoso…Ma, da quel genio che è gli viene un’idea …..
Subito contatta tramite i suoi canali privatissimi e segretissimi , non per niente è una personalità in Giappone, i “servizi” e propone loro di utilizzare i suoi preziosi robot-wakarasaseya per stanare quei delinquenti, ovviamente in cambio di un cospicuo “ritorno”.

Piccole Storie Crescono | s1-5

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 5
2. Vincenzo Moretti

Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.

3. Deborah Capasso de Angelis
Viviana andò via soddisfatta. Gioiva per un ulteriore traguardo raggiunto, ignara delle conseguenze della sua scoperta. Il progetto Nasa, Kapata D2004, doveva restare segreto. I robot erano il fiore all’occhiello del Prof. Parracciani che, sfiorando il microchip alla base del collo, pensava a come far tacere la ragazza.

4. Viviana Graniero
Infatti Viviana aveva persino scoperto che in realtà Luca e Vincenzo erano l’anagramma del nome di questo robot di ultimissima generazione che la Nasa voleva tenere nascosto: Luc-zeno-caniv D2004. Adesso sì che era nei guai, senza nemmeno saperlo… per troppa arguzia!

5. Entropia
Viviana andava sicuramente resa inoffensiva, ma Parracciani non pensava ad una semplice e banale eliminazione fisica. Era rimasto colpito dalla capacità di analisi della ragazza e dal suo livello investigativo, e così decise il da farsi: pezzi di corteccia cerebrale del suo emisfero sinistro sarebbero stati impiantati nella piattaforma neuro-quantistica del D2004.

6. Daniele Riva
“Psst… Signorì… Signorì…” una vocina dal pavimento sorprese Viviana intenta nei suoi pensieri sulla scoperta che aveva fatto. Ma non c’era nessuno. La ragazza guardò meglio: in una nicchia c’era una piccola grata e la voce veniva da lì. La aprì…

7. Concetta Tigano
… Non si vedeva granchè…ma ad un tratto gli comparve davanti un ometto molto curioso, vestito a righine, papillon e bombetta. Da dove salta fuori un tipo così? neanche il tempo di farsi domande che Pasqualino, così si presenta con tanto di “baciamano”, le parla con aria da complotto : “Signorì state attenta! sennò vi finisce comme a mè!!!”, Viviana, dapprima impaurita, si rende conto che Pasqualino sta cercando di metterla in guardia, ma da cosa?

8. Lucia Rosas
Viviana è interdetta. Il sesto senso le dice che deve sapere ma la paura di essere scoperta, e se fosse una trappola? Una prova di esame, se possono fidarsi di lei. L’omino ha uno sguardo sibillino e viviana si chiede se potrà tornare a casa. Con orrore si accorse che il cellulare era scarico. Doveva decidere. Adesso.

9. Entropia
Viviana decide di fidarsi di Pasqualino che nel frattempo le aveva proposto di accompagnarla verso un zona sicura da dove poi poter fuggire.
– Vede Signorì – le disse Pasqualino con voce triste ed ansiosa – questo quartiere è tutto un laboratorio. E se passa qualcuno d’interessante come lei, lo catturano per gli esperimenti – Viviana lo seguiva a questo punto impaurita e disse – Ma quali esperimenti?- Signorì, è meglio che non sappia, ora pensi a fuggire – Le fece percorrere una lunga strada in discesa, e poi entrarono in un garage. Da qui presero un ascensore che li portò svariate decine di metri sotto terrà, poi un lungo corridoio. -Ecco Signorì, siamo arrivati – disse Pasqualino mentre apriva la grande porta verso quella che sembrava essere la libertà. Appena Viviana la passò sentì una voce sinistra che l’accolse – Ben ritrovata Viviana – Lei si girò di scatto e vide il Professor Parracciani intento a leggere dei monitor.

10. Deborah Capasso de Angelis
Per un attimo Viviana si sentì sollevata. Quell’uomo bassino le aveva sempre ispirato simpatia, i suoi occhi vispi le davano sicurezza. Ma adesso il suo sguardo aveva qualcosa d’inquietante.
Pasqualino continuava a stringerle la mano, si accorse un secondo dopo che al suo polso aveva uno strano bracciale. – Ti chiederai perchè sei qui – disse il professore.
I pensieri di Viviana le si affollavano in mente, forse il professore era stato colpito dalla sua arguzia e voleva coinvolgerla in qualcuno dei suoi progetti sugli androidi. Di colpo i pensieri positivi scomparvero. Vide il tavolino su cui erano poggiati singolari strumenti chirurgici, la poltrona con le cinghie ma soprattutto sentì la presa di Pasqualino diventare sempre più forte e la vibrazione che le dava il bracciale. Fu terrore…

11. Lucia Rosas
La curiosità uccise il gatto. Ecco il titolo del suo sogno, perchè doveva essere quello. Solo che adesso sentiva del freddo metallo attraverso i vestiti e un forte bruciore sul braccio e sulle tempie. Poi un brivido. Panico. Le avevano istallato dei microchip.

12. Entropia
I nano circuiti bioquantistici presero il controllo del sistema nervoso centrale di Viviana. Con dei semplice movimenti di joystick, il tecnico neurocibernetico agli ordini di Parracciani guidò la giovane verso una poltrona operatoria. Viviana si accorse che il suo corpo era completamente scollegato dalla sua coscienza; agiva per conto suo senza che lei potesse fare nulla. Un casco di lucido metallo iridescente le calò sulla testa; il sistema di Lobotomia Tridimensionale a Scansione era pronto.

13. Stefania Bertelli
Viviana ebbe la tragica sensazione che la sua esistenza era finita: le passarono davanti, come dei flash, i momenti più importanti della vita. Si ricordò il primo giorno di scuola, il primo amore, la mamma, il papà, la nonna…cercò disperatamente di urlare…e si svegliò! Madida di sudore ebbe la piacevole sensazione di aver sognato. Era stato tutto un orribile incubo!

14. Carmela Talamo
Viviana riprese a respirare si sentì leggera e sollevata, eppure quella morsa che le cingeva la testa era stata così reale…appena il tempo di provare ad alzarsi e si rese conto che i polsi le dolevano ancora e che quella non era la sua camera, non era la sua casa…

15. Viviana Graniero
Tentò di fare qualche passo, ma sentiva la testa pesante… cercò una porta, ma la stanza sembrava non avere uscite. Era circondata da 4 mura bianche ed era sovrastata da uno strano soffitto… era come trasparente… ma cosa c’era sopra di lei?

16. Deborah Capasso de Angelis

Serrò gli occhi così forte da farli lacrimare. Quando li riaprì il soffitto era un cielo sereno e sentì una voce familiare. – Dormi amore, sogna con me, domani il mondo più bello sarà -. Era la ninna nanna che le cantava sua nonna. Viviana cominciò a credere di essere impazzita fino a quando l’ologramma proiettato sul soffitto non cambiò di nuovo scenario.

17. Daniele Riva
Non era un ologramma… Viviana ci mise un po’ a capirlo. Erano i riflessi dell’alba che entravano dalla finestra e si riflettevano sul soffitto. Che sogno strano! E poi chi era quel Parracciani? E il Giappone? Basta, si disse, devo smetterla di guardare Licia Colò prima di andare a letto.

18. Entropia
Poi aggiunse – forse devo anche smettere di farmi le canne, prima di andare a letto.

Piccole Storie Crescono | s1-4

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 4
2. Deborah Capasso de Angelis

Entriamo nel tempio di Benten-do sull’isoletta al centro del lago. Luca respira profondamente, quasi volesse farsi penetrare dal delicato odore dei fiori. Io lo guardo e lo riscopro, un uomo che tocca con mano quello che finora aveva sognato. Sorride e chiude gli occhi, è felice.

3. Lucia Rosas
Come Saigo Takamori: con l’aria fiera di chi guarda al domani e io nel ruolo del cane fedele mi chiedo cosa accadrà. Non mi stupirei se per cena proponesse di indossare il kimono. Troppe sensazioni a pelle.

4. Anna Aquilone
Ogni volta che visito un paese straniero è la stessa storia,insieme alla gioia della nuova esperienza si accompagna una stana malinconia, un formicolio nello stomaco, simile all’innamoramento. Gli odori , i sapori e i colori che sto metabolizzando lentamente, diventano parte di me ,fino a quando, improvvisamente riconosco luoghi e situazioni… . Li chiamano déja-vu !

5. Sabato Aliberti
Luca mi spiega che il tempio di Benten-do è dedicato alla patrona degli innamorati, della ricchezza e delle arti. Mi viene in mente la nostra festa di S.Valentino. Il contrasto tra spiritualità e matrialismo.

6. Dora Amendola
Ma l’atmosfera quasi mistica, che nello splendido luogo aleggiava leggera e che dolcemente aveva rapito Luca e me, all’improvviso fu rotta dall’insistente e quanto mai inopportuno squillo del telefonino. Acciderbolina! Avevo dimenticato di spegnere l’infernale aggeggio! “Papà, ma fai sempre questo!” tuonò Luca con uno sguardo di benevolo biasimo.

7. Lucia Rosas

Stavo replicando che omaggiavo questa terra usando un loro prodotto di punta quando lo sguardo di pietra di un signore anziano mi ricordò che eravamo lì per il piacere della compagnia e spegnerlo non mi avrebbe fatto male.

8. Stefania Bertelli
Prima di spegnerlo, però, non rinunciai a darci una sbirciatina. Diamine, avrebbe potuto telefonare chiunque: qualche parente che stava male, un amico che non sentivo da tempo, qualcuno che mi offriva un lavoro nuovo e interessante. Non potevo certo, in nome della spiritualità, rinunciare, a cuor leggero, a quella che sarebbe potuta essere la chiamata più importante della mia vita!

9. Sabato Aliberti
Non riconosco il numero, e non mi appare nessun nome sul display. Anche se a malincuore, spengo il cellulare. L’anziano signore fa un cenno di assenso con la testa. Penso divertito che se fosse stata primavera, periodo in cui, in questo luogo, ci si dedica all’hanami, la contemplazione degli alberi in fiore, splendidi ciliegi soprattutto, il vecchietto più che lo sguardo mi avrebbe lanciato il bastone. Nel frattempo Luca si è allontanato in direzione del tempio di Kiyomizu Kannon-do.

10. La Musa
10. Kiyomizu Kannon-do è un grande tempio buddhista, il suo scopo è quello di difendere a nord-est l’arrivo degli spiriti maligni; “gli spititi cattivi provengono sempre da nord-est” sogghigno fra me e me, poi cancello questo pensiero beandomi lo sguardo con la fioritura dei ciliegi che sono lì nei pressi.

11. Viviana Graniero

Sono come in trans, tra i ciliegi in fiore e la filosofia buddhista che mi sta entrando dentro… mi piace questo paese. Luca mi suggerisce di spostarci nel quartiere di Asakusa, perché lì c’è un altro tempio, addirittura il più antico della città… il mio stomaco brontola, e in giro c’è un odorino niente male, ma non voglio fare la figura del brontolone e dico di sì…

Piccole Storie Crescono | s1-3

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 3
2. Deborah Capasso de Angelis
Entriamo nel tempio di Benten-do sull’isoletta al centro del lago. Luca respira profondamente, quasi volesse farsi penetrare dal delicato odore dei fiori. Io lo guardo e lo riscopro, un uomo che tocca con mano quello che finora aveva sognato. Sorride e chiude gli occhi, è felice.

3. La Musa
A proposito di mani, ce le siamo lavate alla Station Dragon, prima di entrare nel parco di Ueno, è usanza e noi ci atteniamo. Quello che ci colpisce entrando, è una moltitudine di gente in “hanami” – contemplazione degli alberi in fiore – ma anche una distesa ordinata di tende da campeggio; capiamo che il parco ospita al suo interno una schiera di senzatetto.

4. Vincenzo Moretti
Mamma mia, che ho detto: senzatetto, disoccupati organizzati e non, falsi invalidi e pensioni d’oro. Ma none ravamo venuti via da Napoli? Ma non stavamo a Tokyo. Mi sta venendo mal di pancia. Saranno ancora i postumi della mia vita precedente?

5. Lucia Rosas
Luca mi tira per un braccio, non può parlare a voce alta e cerca di spiegarmi il concetto di dignità: quando un uomo è in difficoltà cerca di fare da solo, poi si rivolge ai parenti stretti, andare dai loro servizi sociali è ammettere di aver fallito, un tempo il suicidio onorevole ora quello. tempi moderni.

6. La Musa
Mah, sarà pure così, ma a me ricorda sempre più il nostro paese. Certo la tendopoli è ordinata e pulita e poi immersa in questo splendido parco. E se al nostro rientro proponessimo una cosa simile per la reggia di Caserta? Luca mi guarda in tralice, “è pura utopia!” mi soffia in un orecchio. Vero, siamo troppo poco nipponici per attuare un progetto simile.

7. Stefania Bertelli

Tuttavia, io continuo a rimuginare, questo tempio non è forse dedicato a Benten, dea della musica e della bellezza muliebre? E chi, più di noi napoletani sa apprezzare le virtù femminili? Non solo, ma è pure dea della buona sorte, e su questo tema noi siamo dei maestri. Non ci vedo tutte queste differenze…e ci sono pure le bancarelle.

8. Lucia Rosas

Sorrido e mi vedo con un calderone che offro a tutti gli spaghetti al pomodoro. Un piatto caldo e allegro che smuova queste figure pietrose e poi? Ma luca mi spinge via, ci sono troppe cose da vedere in questo parco.

9. Vincenzo Moretti
Mentre camminiamo gli chiedo ancora dell’anno dell’inaugurazione. Il 1873, mi risponde. Questo numero mi dice qualcosa. Ma sì, la Remington, la multinazionale americana che scappò da Napoli negli anni 70. Nel 1873 la Remington and Sons avvia la prima linea industriale di macchine da scrivere. Me lo ricordo perché con i delegati ci giocammo 18 e 73 sulla ruota di Napoli e vincemmo 83 mila lire.

10. Lucia Rosas

Fu l’anno della grande depressione che cominciò col fallimento di una banca americana … tecnologia e bassi salari … nuovo capitalismo e trust. Ecco mi sono lasciato prendere dai giochi di parole un’altra volta, solo che sta ruota panoramica si chiama storia ed ha un sapore amaro.

11. La Musa
“Depressione”, solo pensarla quella parola mi da un senso di nausea. No! siamo qui per tutt’altro, bandite dal mio vocabolario depressione e fallimento; tengo l’amaro perchè il sapore forte e amarognolo del ginseng Chikutsunin Jin, tipico del Giappone, funziona da sublime adattogeno: risveglia le attività organiche depresse e al contempo ridimensiona le funzioni interne troppo eccitate. una buona tazza fumante darà a me e Luca la giusta lucidità per questa nuova giornata.

12. Maria Paraggio
Usciamo dal tempio e mi fermo ad osservare il laghetto. Sulla sua superficie galleggiano barche che sembrano prese da una giostra per bambini: hanno forma di cigni. Gli alberi di loto, quel laghetto, quelle strane barche mi distraggono dalla storia e mi infondono una tranquillità che non avevo mai provato.

13. Lucia Rosas
per un attimo rivedo luca bambino, siamo a natale, al luna park e lui con gli occhi sgranati come allora, il sorriso incantato quando insieme saliamo sulla giostra coi cigni e giriamo fin quando tutto diventa una macchia di colore. questa vacanza assomiglia sempre più ad un viaggio nel tempo.

14. la Musa
L’odore acre degli incensi bruciati mi riporta alla realtà. Ora siamo ancora nel parco e ci siamo arrivati in taxi, ma la nostra permanenza a Tokyo si protrarrà per diversi giorni e io sono assolutamente privo di senso di orientamento, come faremo visto che qui le strade nn hanno i nomi come in occidente, nè un inizio nè una fine, solo il nome del municipio e dei numeri, bah! Conto sul grande spirito di osservazione e orientamento di mio figlio, senza di lui potrei perdermi irrimediabilmente.

15. Maria Paraggio

Luca decide di tornare in albergo in metrò. Sono scettico, vorrei riprendere il taxì, per essere certo di non sbagliare ma Luca mi rassicura. Così saliamo sul treno della metropolitana che conta ben 29 stazioni. Sono sempre più in ansia. Scenderemo, davvero alla fermata giusta?

16. Adriano Parracciani
Ovviamente no! Luca aveva contato 29 stazioni inclusa quella da cui siamo partiti. Saremmo dovuti scendere alla 28-esima ed invece eccoci ad un paio di chilometri dall’albergo. E’ qui che la serendipity entra prepotentemente in azione.

17. Maria Paraggio
Ci guardammo intorno, in cerca di punti di riferimento, quando vidi venire, a passi veloci, una donna occidentale, le cui sembianze mi sembravano note. Ci passò vicino lasciando una scia di “chanel N-°5″. La riconobbi nell’attimo stesso in cui lei si girò chiamandomi ” Vincenzo, che ci fai a Tokyo?” Mai e poi mai avrei immaginato di rivedere Marilù, la donna che mi aveva fatto girare la testa durante il mio soggiorno a Parigi. Che magnifica giornata si era rivelata quella! Se fossimo scesi alla fermata giusta, avrei perso per sempre l’occasione di rivederla!

Piccole Storie Crescono | s1-2

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 2
2. Vincenzo Moretti
I ragazzi rimasero molto sorpresi di quel frammento di diario ritrovato dalla Navicella Archeo 1. Si riferiva all’anno 030 dell’Era galattica, in pratica circa 1500 anni prima, e raccontava di un paese, il Giappone, di cui non conoscevano l’esistenza. Scusate, non ve l’ho detto, ma su Panaetaka funziona così: ogni nuova conoscenza, sapere, scoperta viene portata prima di tutto nelle scuole. Sì, sono androidi strani.

3. La Musa
Panaetaka, la porta dell’Universo. Qui i ragazzi – per metà progettati geneticamente, per l’altra metà strutturalmente “naturali” – attendono il Sapere. Il loro professore di filosofia – perchè della filosofia non si può proprio farne a meno – è un crononauta appassionato del Giappone; a loro svelerà la realtà autentica del cosmo e che soprattutto, non esiste il vero o il falso, ma solo la complessità delle cose.

4. Viviana Graniero
“Giappone” gridò il maestro e il fascio di luce proiettò tra i bambini volti strani, con occhi bellissimi, un po’ a punta… i nostri bimbi allungavano le mani e respiravano forte per sentire gli odori di quella terra che non avevano mai visto, ma che pure un tempo era esistita… e sì, qui la proiezione ha anche la capacità di farti sentire gli odori.

5. Adriano Parracciani
E non solo. Si tratta di una speciale tecnologia chiamata OTOGU, Ologramma Tattile-Olfattivo-Gustativo-Uditivo, che permette il trasporto di tutte le informazioni sensoriali, ovunque e contemporaneamente. Grazie a OTOGU, su Panaetaka è possibile riprodurre un evente presente o passato nella sua interezza. La memoria, così, non è più solo racconto ma un complesso viaggio sensoriale.

6. Lucia Rosas
come una pioggia bianco-rossa, come una bandiera fatta dai tasselli di un mosaico: il nanami party era cominciato. gli ologrammi avevano labbra rosso vermiglio mentre i 1000 ciliegi ondeggiavano.

7. Maria Paraggio
Nell’aula si diffondeva come per incanto il profumo dei fiori di ciliegio che cadono in primavera, quello di incenso dei boschi nei pressi dei templi, quello del the verde. Sembrava di attraversare grandi parchi con aiuole fiorite di camelie. Persino quelle che dovevano essere le compagne degli umani emanavano un profumo inebriante.

8. Daniele Riva

Il professor PC-4070 HR, in realtà un sofisticato computer umanoide dallo sguardo a cristalli liquidi, emise un bip prolungato. I ragazzi sapevano che cosa aspettarsi. Ora il dotto automa avrebbe interrogato. Tutti a nascondersi sotto il banco? No, a Panaetaka è impossibile. A parte il fatto che il prof ha la vista a raggi X, ognuno si prende le sue responsabilità. In questo sono un po’ nipponici.

9. Lucia Rosas

Il silenzio in aula si palpava. Poi una flebile voce ruppe il momento: N35 42.711 E139.46.447 (WGS 84). Il bip che seguì fremeva eccitato: risposta esatta.

10. Viviana Graniero
alla risposta seguì la dimostrazione pratica: l’alunno kalawa13 si alzò e soffiò su un piccolo coriandolo, che si aprì in migliaia di lucine colorate e in aria ci fu un gran trambusto: fuochi d’artificio li chiamavano i giapponesi. La lezione sugli usi e costumi di questa antica civiltà era piaciuta davvero molto ai nostri bambini.

11. La Musa
Eh, le responsabilità! All’apparenza i più diligenti e rispettosi sembrano essere gli androidi, a loro basta fare Biiip o sbriciolar coriandoli e tutto torna; in realtà i più affidabili e assennati sono proprio i “naturali”. Hanno metabolizzato il meccanismo, il Crononauta – fusione perfetta fra occidente e oriente – ha indicato loro il metodo, ed essi hanno recepito che l’uno e il plurimo sono soltanto due aspetti della stessa realtà. Goooong! la campanella della ricreazione suona così a Panaetaka e con le sfoglie di gambero si passa al confronto fra i due gruppi.

12. Lucia Rosas
Kalawa 13 continua a ripetere la sequenza. non vuole stare seduto, alza la mano come vedesse qualcosa davanti. Prof pc-470HR soffia il bip e kalawa 13 si siede, aspetterà la notte siderale per toccare Cassiopea. Triste ascolta gli echi.

13. La Musa
Cassiopea, hmmm… costellazione del cielo boreale. Kalawa13 da quando è finita la ricreazione non sta nella pelle, pensa a quello che gli ha proposto Atasuke, il ragazzo “naturale”: appena il prof. lascerà l’aula e gli altri saranno andati in laboratorio, loro si collegheranno di nascosto al polo nord celeste e guarderanno lo spettacolo della Nebulosa a Cuore della costellazione di Cassiopea.

14. Lucia Rosas
Atasuke le ha insegnato una parola antica SHEDIR altro nome di Cassiopea condannata su una sedia a pettinarsi i capelli per l’eternità, kalawa13 si chiede come possano i “naturali” pensare così, quale alchimia li guidi. Androide è meglio. Ne è sicura, anche se un bip …

15. Viviana Graniero
… le ricorda che ha bisgono di nuova energia, di “ricaricarsi”. E’ ora di andare alla fontana blu: lì gli androidi immergono le mani e attingono nuova energia, una linfa vitale che rigenera i circuiti e anche le parti naturali. Chissà cos’è che dà la carica ai bambini completamente naturali, si chiede kalawa 13…

16. La Musa
Il Crononauta li ha indirizzati bene: i ragazzi naturali come Atasuke, Anzai, Fujio, Gennosuke e tutti gli altri traggono energia necessaria dalla fantasia; più è fantasioso il loro modo di essere tanto più vigore e persino determinazione riusciranno a dimostrare. Questo Kalawa 13 nn può recepirlo, gli androidi sono sì simili agli umani, ma nn in tutto, le emozioni sono ancora sconosciute per loro e Kalawa 13 è fiero di avere come grande amico Atasuke, sa che presto gli insegnerà il grande mistero dell’immaginazione.

17. Viviana Graniero
Il mattino seguente, mentre Kalawa13 e Atasuke, andavano a scuola sentirono per la prima volta il Grande Padre (l’unico androide perfetto: con cuore e mente umani) dare l’allarme. Sapevano cosa significava, anche se non era mai accaduto prima, e corsero con gli altri nella grande piazza, spaventatissimi… allora era vero? il giorno tanto atteso era arrivato????

18. La Musa
Il grande gong sospeso, oscillava ancora il suo piatto enorme di rame sfavillante. Troneggiava nella piazza di faccia alla scuola, proveniva da Pechino e anche il battitore era cinese. Il suono ripetuto del grande gong era il segnale di raccolta, diceva ai ragazzi che qualcosa di solenne stava per accadere. Erano arrivati da molto lontano i Global Oscillations Network Group, ricercatori e studiosi della struttura e le dinamiche del Sole; i ragazzi erano elettrizzati, a breve avrebbero saputo tutto di tramonti e albe, di eclissi e solstizi, che meraviglia!

19. Lucia Rosas
Kalawa 13 sente di nuovo quel bip. che i naturali una volta avvicinati trasmettessero qualche strano virus? Quel bip martellava e … se i GONG avessero proposto a qualcuno di loro di seguirli? Poter vedere quei racconti da un oblò? E non in un’aula?

Piccole Storie Crescono | s1-1

INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.

STORIA 1
2. Deborah Capasso de Angelis

Entriamo nel tempio di Benten-do sull’isoletta al centro del lago. Luca respira profondamente, quasi volesse farsi penetrare dal delicato odore dei fiori. Io lo guardo e lo riscopro, un uomo che tocca con mano quello che finora aveva sognato. Sorride e chiude gli occhi, è felice.

3. Lucia Rosas
Come Saigo Takamori: con l’aria fiera di chi guarda al domani e io nel ruolo del cane fedele mi chiedo cosa accadrà. Non mi stupirei se per cena proponesse di indossare il kimono. Troppe sensazioni a pelle.

4. Anna Aquilone
Ogni volta che visito un paese straniero è la stessa storia,insieme alla gioia della nuova esperienza si accompagna una stana malinconia, un formicolio nello stomaco, simile all’innamoramento. Gli odori , i sapori e i colori che sto metabolizzando lentamente, diventano  parte di me ,fino a quando, improvvisamente riconosco luoghi e situazioni…  . Li chiamano déja-vu !

5. Sabato Aliberti
Luca mi spiega che il tempio di Benten-do è dedicato alla patrona degli innamorati, della ricchezza e delle arti. Mi viene in mente la nostra festa di S.Valentino. Il contrasto tra spiritualità e matrialismo.

6. Dora Amendola
Ma l’atmosfera quasi mistica, che nello splendido luogo aleggiava leggera e che dolcemente aveva rapito Luca e me, all’improvviso fu rotta dall’insistente e quanto mai inopportuno squillo del telefonino. Acciderbolina! Avevo dimenticato di spegnere l’infernale aggeggio! “Papà, ma fai sempre questo!” tuonò Luca con uno sguardo di benevolo biasimo.

7. Lucia Rosas

Stavo replicando che omaggiavo questa terra usando un loro prodotto di punta quando lo sguardo di pietra di un signore anziano mi ricordò che eravamo lì per il piacere della compagnia e spegnerlo non mi avrebbe fatto male.

8. Stefania Bertelli
Prima di spegnerlo, però, non rinunciai a darci una sbirciatina. Diamine, avrebbe potuto telefonare chiunque: qualche parente che stava male, un amico che non sentivo da tempo, qualcuno che mi offriva un lavoro nuovo e interessante. Non potevo certo, in nome della spiritualità, rinunciare, a cuor leggero, a quella che sarebbe potuta essere la chiamata più importante della mia vita!

9. Lucia Rosas
La curiosità uccise il gatto. e lo fece anche stavolta. Era dall’Italia e non era in memoria. Ormai la chiamata era persa  e la mia fantasia galoppava, chi aveva avuto quel numero? Sapeva che stavo dall’altra parte del mondo? Deciso, avrei richiamato in albergo, uno strano brivido lungo la schiena mi diceva di farlo.

10. La Musa
Il tempo di una doccia veloce, mettermi comodo ed eccomi pronto; compongo il numero e resto in paziente attesa, che ore sono? qui in Giappone sono le 11.55 p.m. in italia siamo intorno alle 8 di mattina, “menomale” mi dico, è un’orario decente per chiamare. dopo una lunghissima attesa di tuuuuu tu tuuuuuuuu, la voce metallica del disco mi dice che il numero nn è raggiungibile. e vabbuò, sono stanco e nn insisto, una buona salutare dormita mi rinfrancherà dalle fatiche e le emozioni della giornata appena conclusa. chiamerò appena mi sveglio, orario permettendo.

11. Carmela Talamo
Storia 1.11 Infatti, alle 2.30 (ora locale) il trillo del cellulare mi catapulta letteralmente giù dal letto. A malapena riesco a farfugliare un pronto che se lo avessi pronunciato in giapponese sarebbe stato più comprensibile. Dall’altro capo del mondo mi arriva uno “Ciao Vincè” fresco e pimpante “Volevo essere sicuro di non disturbare e ho chiamato prima di pranzo” Ma chist chi è?

12. Lucia Rosas
Una cosa è certa: non è una delle mie solite frequentazioni. Cerco di ascoltare il suone della voce, l’inflessione ma non mi sovviene niente. Oddio panico! Fa che non sia una rimpatriata scolastica, ho fatto una fatica immane a ritagliare questa vacanza. Ma così non ascolto cosa dice.

13. Viviana Graniero
… ma una frase mi riporta alla realtà ” Vince’ ma che hai combinato”… ma sì, adesso lo so, questa voce la conosco! e finalmente ascolto quello che mi si dice dall’altra parte “Vincé, sono Salvatore… ma che hai combinato???? e dove stai???? è venuta a cercarti la polizia!”

14. Carmela Talamo

“Vincè ma mi senti? Mi pare che stai dormendo”. Ancora Salva… Gaetano!! D’un tratto la faccia di mio fratello si materializza davanti ai miei occhi. “Gaetà ma lo sai che ore sono?” “Sarà ‘a mezza, ma perchè stai mangiando?” “Gaetà sono le 2,30” “Allora ‘e mangiato già?” “Di notte Gaetà. Sto A Tokyo” “Tokyo? ma non era il mese prossimo? WOW! e mò che fai?” “Dormo Gaetà, dormo, con il permesso tuo e di Salvatore”.

15. Adriano Parracciani
Ma come? Vai in Giappone e dormi? Io nun dormisse mai. Vabbuo’, comunque ti ha cercato la polizia, dice che c’è un problema con il tuo passaporto e che non puoi espatriare. Oh, ma mo comme faje se sei già espatriato?

Piccole storie crescono | Numero Zero

Incipit
Scrivo a Piero per dirgli dell’idea di portare con me, naturalmente a mie spese e trovandogli una sistemazione autonoma, mio figlio Luca, che ha 25 anni, studia lingua e cultura giapponese e ogni tanto cucina anche giapponese.

Storia 1
2. Deborah Capasso de Angelis

Aspetto con ansia la risposta sperando che mi dica di non preoccuparmi per Luca. Sarà anche lui un gradito ospite!

3. Daniele Riva
In fondo i giapponesi sono noti per la loro maniacale precisione, per l’accanita ostinazione nell’osservare le regole e per la loro squisita ospitalità. Piero non dovrebbe avere difficoltà a convincerli.

4, Vincenzo Moretti
Purtroppo mi sbagliavo. Naturalmente non su Piero e neanche sull’ospitalità giapponese. E’ che ragioni di forza maggiore impongono di annullare ogni viaggio verso il Giappone. La delusione è tanta. Propongo a Luca di tornare a Sydney. Non me lo fa dire due volte.

5. Viviana Graniero
Tutto sommato, dice Luca, un nuovo viaggio avventuroso non è poi una cattiva idea e c’è sempre tempo per il lontano Oriente…
Surf, natura salvaggia e la grande città… ma sì, partiamo!

6. Anna Aquilone
Partiamo?  Ma quanto tempo ci vuole per arrivare dall’altra parte del modo ? Non voglio nemmeno pensarci…anzi …ci penso proprio, tutto quel tempo senza cellulare che squilla, solo con i miei pensieri e con…quanti libri riuscirò a leggermi durante il volo ?! Un sorriso si allarga sulla mia faccia. Partiamo !

7. Dora Amendola
In realtà Luca è un patito del mare e della tintarella e visto che in questo periodo in Australia è estate, il ritorno a Sidney non gli è per nulla dispiaciuto. Certo il Giappone ha il suo fascino, ma non importa perché sarà sicuramente la meta del nostro prossimo viaggio.

8. Viviana Graniero
Australia arriviamo! In aereo Luca mi elenca tutti i posti da vedere, tutto quello che assolutamente non possiamo perdere… mi ha comprato anche uno di quei costumi che sembrano pantaloni da rapper, non ho avuto il coraggio di dirgli che sarei stato più a mio agio persino con un costume alla tarzan che con uno di quei cosi… pazienza, mi adatterò anche a questo…

Storia 2
2. Stefania Bertelli

E’ la prima volta che facciamo un viaggio noi due, da soli. Sono un po’ preoccupato, perché non so come andrà, ma anche molto eccitato. Mio figlio è diventato un uomo e quasi non me ne sono accorto: le sue competenze rappresentano per me una sfida. Il suo amore per la cultura giapponese mi aiuterà a conoscere meglio quel paese.

3. Vincenzo Moretti
Adesso che non si può, cosa darei per fare un viaggio da solo con mio padre. Certo che è strana la vita, al tempo avrei inventato chissà quali scuse per evitarlo. Era testone, prepotente, voleva avere sempre ragione lui. Proprio così, era un uomo straordinario.

4. Daniele Riva
Chissà cosa avrebbe pensato di questi grattacieli, della monorotaia veloce, della monnezza che vengono a prendere a casa. Avrebbe borbottato qualcosa del tipo “Chisto è tutto n’atu munno! Però Napule tene ‘o sole!”

5. Cinzia Massa
Ah, papà. Grande filosofo della quotidianità. Mi assale un moto di tristezza interrotto quasi bruscamente da Luca che mi dice: “senti pà con il gruppo stiamo pensando ad un concerto di inizio primavera…” “oddio – penso – non gli ho ancora detto nulla del Giappone!”

6. Tina De Simone
Un concerto??? questa primavera??? No, devo parlargli subito, non posso più rimandare… deve sapere!! Omai è un uomo, il bambino capriccioso che era da piccolo è cresciuto. Gli dirò della visita e della brutta notizia che mi ha dato il medico. Questo viaggio con lui è troppo importante ora!

7. Vincenzo Moretti
Per essere brutta, la notizia è brutta. Però come tutte le volte in cui non puoi farci più niente, è inutile stare a piangerci sopra. E poi quante volte i medici si sono sbagliati. Ho cambiato idea, a Luca non dico nulla, deve decidere se venire con me senza condizionamenti.

Storia 3

2. Cinzia Massa

Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.

3. Viviana Graniero
Ci divideremo le valigie: i miei maglioni misti alla sue T-shirt, i suoi cd misti ai miei… i nostri libri… quegli stessi che ho letto io e che ora ritrovo sul suo comodino e mi danno uno strano senso di malinconia e insieme di orgoglio.

4. Vincenzo Moretti
Assurdo. Luca mi ha detto che lo hanno preso a lavorare alla Feltrinelli. Lo so che il lavoro è importante, ma adesso io come faccio? Rimandare non posso. Andare da solo non mi va. Mi sa che intanto me ne vado a Procida da Salvatore. Sono il luogo e la persona ideale per rilassarsi e pensare.

5. Viviana Graniero
E mentre scelgo qualche libro da portare con me a Procida mi arriva una mail… “Ehi, ma per quel caffé poi???? bacio, Carla.”
Ecco giusto lei ci mancava ad incasinare la mia vita… che faccio, parto o resto?

6. Maria Maddalena Fea
Detesto dover scegliere, quando entrambe le situazioni mi interessano.
Sono ancora arrabbiato con Carla, ma leggendo la sua mail ho avvertito le farfalle nello stomaco, è una sensazione che mi piace nonostante tutti i problemi che comporta…e ne comporta sempre tanti avere a che fare con lei…

7. Viviana Graniero
E’ una persona particolare e il mio buon senso mi dice di starle alla larga, ma poi la guardo sorridere e si apre un mondo… ha quel sorriso infantile, che ti strega e ti fa abbassare le difese… ma sì… infondo si tratta solo di un caffé, che male c’è?

8. Maria Maddalena Fea
Prima però telefono a Salvatore e gli confermo che domani nel primo pomeriggio sarò da lui, così mi metto al riparo  da un eventuale colpo di testa nel caso in cui il sorriso di Carla stasera fosse più ammaliante del solito…e poi le scrivo proponendole un aperitivo al solito posto, quello dove abbiamo litigato l’ultima volta…ripartire da lì per ricostruire una parvenza di rapporto mi pare una scelta sensata…
La sua risposta arriva immediata “non posso aspettare fino a stasera. Mi stanno succedendo cose strane, devo vederti SUBITO”

9. Stefania Bertelli
Le avventure di Carla non rappresentano per me una novità. Quando la conobbi, era la persona più incasinata del mondo. Non sapeva decidersi tra due lavori e neppure tra due fidanzati. In quel marasma mi ero infilato io. Forse mi piaceva proprio per quello: nessuna certezza, nessuna stabilità, nessun impegno (da parte mia).

10. Maria Maddalena Fea
La giornata trascorre veloce. Preparo la valigia e mi rilasso nel silenzio di questa casa che ha il potere di rigenerarmi, tra un disco di Coltrane e un paio di caffè con inevitabile sigaretta. Puntualmente alle sette mi trovo all’appuntamento, preparato a non indispormi per il classico quarto d’ora di ritardo che senz’altro, come al solito, avrà Carla. E invece no. Me la trovo davanti appena varco la soglia del bar. Mi fermo interdetto a guardarla, seduta ad un tavolino in fondo alla sala. Avvicinandomi mi rendo conto che qualcosa non va veramente, in lei.

11. Tina De Simone
“Carla” le dico quasi bisbigliando. La luce nei suoi occhi è fioca e nel sorriso accennato non c’è spensieratezza infantile, ma una tristezza raggelante!!!
“Siediti” mi dice ed io paralizzato da tanta serietà, sto su quella scomoda sedia.

12. Viviana Graniero
“Sono Incinta” mi dice seria, buttando rapidamente giù un intero bicchiere d’acqua, “me l’ha confermato il medico qualche ora fa…”

13. Adriano Parracciani
Cavolo, non so cosa dire in queste situazioni. Non ho mai la casella pronta per la situazione giusta, come diceva il grande Giorgio Gaber in una delle sue canzoni. Provo a buttarla sul gioioso – ma è una notizia fantastica – le dico impostando il miglior sorriso del mio armamentario – E cosa ci sarebbe di fantastico, scusa? – replica lei secca – Ma come? Stai per diventare mamma, non lo trovi fantastico? – Mi guarda dritto negli occhi ed intuisco che sta per dirmi qualcosa di eccezionale – Bene, allora troverai sicuramente fantastico che tu stia per diventare nonno ! –

14. Cinzia Massa
Nonno?!! Trasecolo, sbando, mi si accappona la pelle. Carla è li che mi guarda. La guardo. E’ bella, allegra, coinvolgente, è giovane. Si è vero ho sempre pensato che prima o poi tutto sarebbe finito. Del resto non ha nemmeno trent’ anni, ed io ……Ma Luca no!!!! Con mio figlio no!!

15. Maria Paraggio
Che stupido che sono stato! Come ho fatto a non accorgermi di niente! Penso tra me. Mi sento un cretino. Non so cosa rispondere. Mi sento doppiamente tradito. Mi alzo, le tendo la mano salutandola e le dico ” Vi auguro di essere felici e buoni genitori”. Devo uscire in fretta, ho bisogno di aria.

16. Maria Maddelena Fea
Ripenso affannosamente ai colloqui con Luca avuti ultimamente. E’ vero, mi aveva accennato ad una nuova presenza femminile nella sua vita, ma non ci avevo fatto molto caso, lui è così, si infiamma facilmente e la settimana dopo con nonchalance mi comunica che no, era un falso allarme, già tutto finito, la prossima sarà di sicuro quella giusta e avanti così…

17. Felicia Moscato
Volevo andare da Salvatore per rilassarmi e pensare ma credo che Procida non sia più la soluzione giusta. In questo momento ho più confusione in testa io che quella che generò il Big Bang. Devo fermarmi un attimo, ripensare al mio obiettivo e fare delle scelte. Deciso: metterò in atto un veloce processo decisionale per arrivare alla scelta meno sbagliata. Parto con Riccardo o rinuncio a Tokyo?

Storia 4
2. Cinzia Massa

Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.

3. Maria Paraggio
Magari Piero mi prenderà in giro , ricordando il film ” In viaggio con papà”. L’abbiamo visto insieme, nel 1982. Eravamo giovani e pieni di sogni, progetti, ambizioni proprio come il mio Luca. Sognavamo l’America, grandi città, successo e soldi. Chi l’avrebbe mai detto che la sorte ci avrebbe diviso e destinati a luoghi così distanti geograficamente e culturalmente!

4. Deborah Capasso de Angelis
Chissà che impressione faremo ai giapponesi! Due “giganti buoni”! Magari ci ripenso, lascio a casa Luca e chiedo ad Adriano di accompagnarmi!

5. Adriano Parracciani

E così vedrebbero un “gigante” ed un “genio”. Uhm, no; Adriano sarà pure geniale ma di lingua e cultura giapponese ne sa meno di un pastore sardo, con tutto il rispetto. Absolutely, meglio Luca, no doubt.

Storia 5
2. Cinzia Massa

Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.

3. Adriano Parracciani
Però, per dirla veramente tutta manca ancora qualcosa: che ho una gran voglia di fare questo viaggio con lui; padre e figlio soli per il mondo.

4. Maria Maddalena Fea
La risposta di Piero arriva il giorno dopo. Fisso sconcertato lo schermo e rileggo la mail più volte…ma come è possibile?!?

5. Carmela Talamo
Piero mi scrive che, conoscendomi, era sicuro che avrei voluto condividere questa avventura. Ha già organizzato tutto per due. Gli mancava solo di sapere il nome del mio accompagnatore.

Storia 6
2. Paola Bonomi

E Luca sarebbe un perfetto interprete, non tanto del mio “partenopeo english”, quanto di quella sciolta parlata con le mani e con il corpo, di quell’eccesso d’affettività verbale che potrebbe fare insorgere incomprensioni con i cari amici giapponesi. Già mi vedo e sorrido.

3. Daniele Riva
Che poi, magari, mi scappa un gesto – che so? di allargare le braccia in segno di rassegnazione – e quel gesto in Giappone vuol dire tutt’altra cosa. Anche perché, mi hanno detto, ci sono gesti per gli uomini e gesti per le donne. E se faccio quello da donna, che figura ci faccio? Luca potrebbe salvarmi.

4. Stefania Bertelli
Mi viene in mente, a questo proposito, che Luca ed io, una volta, abbiamo visto insieme un film, si chiamava “Lost in traslation”, proprio ambientato a Tokio, dove il protagonista faticava a mettersi in contatto con i giapponesi, quanto abbiamo riso! Mi ero identificato in quell’attore molto alto, di cui non ricordavo il nome, ” ma è Bill Murray, papà, quello di Ghostbusters”.

Storia 7
2. Carmela Talamo

Luca. All’improvviso la tenerezza dei ricordi si confonde con la speranza per il futuro. Lo rivedo tentennante che muove i primi passi e lo immagino sicuro che mi guida per la sconosciuta metropoli e…poff…è arrivata la mail di Piero.

3. Paola Bonomi

La risposta è positiva al punto che ha già pianificato il nostro viaggio. Quindi abbandono subito la nuvola dei ricordi che mi aveva assalito e cedo totalmente anima e corpo a nuove sensazioni: paura, eccitazione, curiosità. In una parola (anzi due): Giappone, arrivo!!!

4. Vincenzo Moretti
Ancora l’avviso di ricevimento mail. Ancora Piero. Mi dice che si è scordato di dirmi che dovrei fargli un favore: portare in Giappone il suo vecchio cane. Portare in Giappone un cane? Ma si può fare? Come si fa? E chi glielo dice a Luca?

5. Viviana Graniero

Ed eccomi il giorno dopo a girovagare su internet per cercare qualche informazione su come far viaggiare gli animali… e mentre spulcio, trovo questo stranissimo sito… un’illuminazione!

6. Maria Paraggio
Così scopro che per portare in Giappone un cane è necessario un controllo sanitario. Inoltre deve essere dotato di Microchip (discernimento di individuo), 2 vaccinazioni contro l’idrofobia, esame del sangue,180 giorni di quarantena in Italia, dichiarazione di importazione al Servizio Quarantena Animali giapponese entro 40 giorni prima dall’entrata in Giappone. Insomma, un dirottatore salirebbe su un aereo più facilmente di un cane!

7. Paola Bonomi
E poi parliamone di questa idea di cane: pesa poco più di due etti, se lo nascondo in una tasca della giacca scompare ed è di una marca che non riesco nemmeno a pronunciare…ciuaua  ci che?

8. Adriano Parracciani
Mentre mi affanno ansiosamente alla ricerca di una soluzione, arriva una nuova email di Piero, dalla quale scopro il suo l’animo burlone che ignoravo. Mi scrive che il suo “vecchio cane” è in realtà un quadro di uno sconosciuto pittore fiammingo, antico regalo di una sua ex a cui è tanto affezionato.

9. Tina De Simone
Ma quanto sarà grande questo quadro??? Come dovrò imballarlo?? Come lo imbarco sull’aereo? Dovrò mica portarlo su come bagaglio a mano??? entrerà dal portellone? Preferivo il cane …. il ciuaua almeno lo nascondevo in tasca!!!

Storia 8
2. La Musa

La risposta non si fa attendere, Piero ha dato il suo benestare. Me lo comunica via mail, una domenica mattina, il viaggio è prefissato per il mercoledì successivo; giusto il tempo di stivare due trolley e si parte. Napoli-Roma-Milano-Tokyo: 13 ore e spicci con voli diretti, Dio ci scampi da eventuali subbugli aeroportuali. Luca non sta nella pelle e io come lui. La terra degli Shōgun ci attende; mi torna alla mente Itto Ogami – al quale peraltro assomiglio un po’ – e suo figlio Daigoro, un bel connubio di amore paterno/filiale e complicità.

3. Vincenzo Moretti
Tra pochi minuti comincieremo a sorvolare la Russia, Luca mi parla di quando siamo tornati dall’Australia mentre io sono alle prese con il tavolino che nn riesco a far uscire dal bracciolo.
Le parole sono rassicuranti, il tono di voce no. Luca che mi spiega che faremo uno scalo non previsto all’aeroporto di Mosca. Perché? Per quanto tempo? Ho una paura matta, ma faccio finta di niente.

4. La Musa
Attimi, frammenti di tempo che sembrano interminabili quando è la paura a farla da protagonista; respiro lungo, scrollo la testa per spostare ‘sti pensieri molesti, non voglio assolutamente trasmettere a mio figlio quest’ansia che mi sta pervadendo e ci riesco. L’aereo, fra un beccheggio e un altro, è entrato nei fasci di luce della pista d’atterraggio: Sheremetyevo Airport, voli internazionali. tutto sommato, assomiglia un pò all’aeroporto di Perth del viaggio australiano. la paura è scemata, Luca è sorridente; siamo consapevoli che ci attende una lunga fila per gli inflessibili rigidi controlli, finiti i quali ci indirizzeremo verso un albergo sulla Moskova, temperatura: -7°

Storia 9

2. Sabato Aliberti

Con la precisione che lo caratterizza, Piero mi risponde in giornata dicendomi che non ci sono problemi e che, anzi gli fa piacere. E poi è curioso di assaggiare una prelibatezza nippopartenopea.

3. Anna Aquilone
Sushi ? Saschimi ? Ma non lo sa Piero che anche noi campani siamo maestri con il pesce ? Avete presente quelle alicette crude marinate, che fanno , per esempio, a Capri ? Luca ifatti, sa preparare un piatto fatto proprio con alici marinate e…riso !

4. Viviana Graniero
Questa cosa deve averla ereditata dalla madre, la passione per la cucina… che poi è come la passione per i viaggi: è lo scoprire i sapori e gli odori, è il miscelare, l’integrare e poi assaggiare quello che non si conosce o che si conosce pure, ma che alla fine è sempre diverso.

5. Anna Aquilone
Si, voglio tentare di mischiarmi ai colori ed agli odori di questo paese,tentare, per il tempo che sarò qui,di assumere il loro punto di vista, di pensare all’orientale. Per prima cosa, sfidando le risate di Luca e Pietro, vado a comprarmi un bel kimono!

6. Carmela Talamo
Già, comprare un Kimono! Avete idea di quale sia l’altezza media di un giapponese? Posso solo dirvi che è molto, ma molto lontana dalla mia. Comunque non sarà certo qualche centimetro ad interrompere il mio processo di integrazione.

7. Viviana Graniero
E infatti quando rientro a casa col mio Kimono-minigonna, Luca mi prende in giro e ride come un matto… ma io non mi smuovo di un passo e ficco il mio nuovo acquisto in valigia. Ne sono ogoglioso e niente e nessuno mi farà cambiare idea.

8. Paola Bonomi
In kimono, calzini e mocassini, sarò protagonista e portavoce di una cultura occidentale curiosa di confrontarsi con il vasto mondo a Oriente.
Eh, sì! Proprio una grande occasione: crescere ancora.

Storia 10
2. Adriano Parracciani

La fissa del Giappone gli venne sin da piccolo, a forza di guardare quei bruttissimi cartoni animati manga. Non che avvessi un pregiudizio ideologico, ma francamente non riuscivo a vedere in Ken il Guerriero l’evoluzione di una Pantera Rosa o di Wile Coyote e Beep Beep.

3. Felicia Moscato
La stessa fissa continuò a maturare in lui quando per il suo 15°compleanno gli regalai un bel bonsai di acero rosso giapponese. Pensai che, data la sua passione per il Giappone, un bonsai poteva essere un’ottima sostituzione del classico”cucciolo da appartamento”.

Storia 11
2. Cinzia Massa

Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.

3. Adriano Parracciani
Però, per dirla veramente tutta manca ancora qualcosa: che ho una gran voglia di fare questo viaggio con lui; padre e figlio soli per il mondo.

4. Stefania Bertelli
Accidenti agli smemorati! Mi sono dimenticato di chiedere a Piero dove io sarò alloggiato; mi ero raccomandato di trovare un luogo, il più possibile familiare ed accogliente, vista la mia contrarietà verso gli alberghi modernissimi e anonimi . Invio perciò una seconda mail.

5. Tina De Simone
Ricevo il letto al mio scritto … la seconda mail è arrivata. Vediamo cosa risponde …
Ancora “Invia-ricevi” e arrivano le notizie da Piero:
Caro amico mio, visto che cercavi un posticino accogliente e poco moderno, ti ho trovato una camera presso una tradizionalissima famiglia giapponese, spero gradirai lo sforzo che ho fatto per te! Io invece starò in un’altra stanza, proprio in uno di quei modernissimi alberghi che tu odi, ma ci vedremo, stai tranquillo.

Storia 12
2. Paola Bonomi

E Luca sarebbe un perfetto interprete, non tanto del mio “partenopeo english”, quanto di quella sciolta parlata con le mani e con il corpo, di quell’eccesso d’affettività verbale che potrebbe fare insorgere incomprensioni con i cari amici giapponesi. Già mi vedo e sorrido.

3. Tina De Simone
Viene da ridere anche a me!!!
Siamo sicuri che Luca potrebbe davvero spiegare ai cari amici giapponesi come mai davanti a del pesce crudo, un uomo può brontolare tanto???
“ma chisto nun è magnà!!! … a chi o’ vulite dà!!
Il cameriere giapponese corre al tavolo a chiedere cosa c’è che non va …
Luca, imbarazzatissimo, scuote il capo a destra e sinistra nervosamente, continua a ripetere … 何もない (nulla … nulla) e si alza imbarazzatissimo … cerca con lo sguardo la cassa per poter pagare .. vuole solo allontanarsi!!!
Mi prende sotto il braccio e mi ritrovo all’uscita … con cinque giapponesi che mi fissano e mi ripetono: ARIGATO’ .. ARIGATO’!!!
Ed io: “Luca, addò vaie … chiste hanno capito che ie vulevo a PASTA!!!”

4. Vincenzo Moretti
Per carità. Se gli combino uno scherzo simile Luca sta una settimana senza parlarmi. Di Più. Se ne torna a Napoli. Ancora di più. Mi porta in un posto sperduto di Tokyo e mi lascia lì, sapendo che non sarei capace di tornare neanche in taxi. L’unica sarebbe la polizia, ma sai che figura. No no, su queste cose non si scherza.

Piccole storie crescono | Istruzioni per l’uso

L’ispirazione me l’ha data neanche a farlo apposta La Musa, anche se in una versione diversa da quella che intendo proporvi e che, lo dico subito, non so ancora bene se e come possa funzionare. Diciamo che è un gioco  esperimento e che, come mi hanno insegnato i miei amici scienzati, in quanto  esperimento può riuscire o fallire.
Passo a spiegare come dovrebbe funzionare il gioco. Dopo di che spero mi diciate cosa ne pensate e se vi va di giocare. Infine, ammesso e non concesso che ci sia qualcuna/o disposta/o a farlo, cominceremo a giocare.

ISTRUZIONI PER L’USO
Titolo
Piccole Storie Crescono

Finalità

Riscrivere Enakapata a 10, 100, 1000 mani. Far diventare ogni pagina (giornata) del diario un giardino dei sentieri che si biforcano.

Modalità
Ogni  lunedì vengono pubblicate le prime righe (fino al primo punto) di una delle giornate di Enakapata, in ordine casuale (Piccole Storie Crescono non è il clone di Enakapata).
Queste righe faranno insomma da incipit, dopo di che la parola, meglio, la scrittura, passa a noi.

Premesse
1. Chi decide di giocare, lo fa rispettando le regole. Punto.
2. Chi decide di giocare, lo fa accettandone le finalità.
3. La scrittura è assolutamente libera purché rispettosa della Netiquette.
4. Niente Berlusconi, Bersani, Di Pietro e così via discorrendo, nella mia vita tutto questo ha un peso già troppo rilevante e non intendo averci a che fare anche quando gioco.

Regole
1. Si comincia il lunedì postando una volta sola e solo al livello 2.
2. Dal martedì al venerdì si può postare un solo post per singola storia.
3. Il sabato e la domenica niente vincoli se non quello di non postare di seguito nella stessa storia.
4. Ciascun post deve essere lungo max 7 righe, va contrassegnato con il solo numero 2 se è collegato all’incipit e con il numero della storia e il numero progressivo negli altri casi (esempi: 2; Storia 3 – 5; Storia 1-12; Storia 9 – 6).

Fase  Transitoria
E’ fissata in un mese, termine entro il quale saranno definiti eventuali cambiamenti delle modalità o delle regole.

Enakapata Game

A. A. A. A tutti gli appassionati, gli innamorati, gli amanti di giochi linguistici, vi aspettiamo in tanti, di più, a palate, sulle pagine di Secondigliacrostico e di Omero Enakapata.
A tutte/i voi che sceglierete di interagire va il nostro più caro e affettuoso benvenute/i a Enakapata Game.

Ho detto tutto

enakapata3Ebbene sì. Ho deciso di battere Peppeniello e di designare 3 vincitori, ognuno naturalmente vinciotre della copia autografata di Enakapata. La ragione mi pare resa evidente dalle motivazioni, e dunque, come diceva uno dei mitici fratelli Capone, “Ho detto tutto”. Si potrebbe aggiungere qualcosa sul rapporto partecipanti al gioco – votanti, ma non qui e non ora. Aggiungo invece con piacere che sono sinceramente grato a tutte/i coloro che hanno partecipato e ancora parteciperanno a giochi di Enakapata.
Con questo, bando alle chiacchiere.
Vincono la copia autografata di Enakapata:

Giuseppe Giordano per il suo metacrostico. È  stato definito geniale, stupendo e tante altre cose ancora, è stato il più votato, ma, come è stato giustamente rilevato, in senso proprio il suo non è un acrostico. A lui va dunque il premio per l’opera più creativa e affascinante.

Deborah Capasso de Angelis perché è stata la più votata tra gli acrostici veri e propri, perché in particolare il suo acrostico in inglese è veramente bello e perché ad un certo punto ha rischiato di battere nel voto popolare persino Giuseppe Giordano.

Adriano Parracciani perché secondo Sabato Aliberti, Luca Moretti e Alessio Strazzullo è stato quello che ha saputo meglio tenere assieme il gioco, la bellezza letteraria (dell’acrostico) e  il contenuto (del libro).

Tautogramma Enakapata

enakapata3Nuovo gioco, nuova corsa. L’idea è arrivata ancora una volta via Facebook, ma stavolta il sasso nello stagno l’ha gettato Francesco Caruso. Cos’è un tautogramma l’ho imparato dopo il suo messaggio: uno scritto in cui le parole iniziano con la medesima lettera. Il nuovo gioco ha una sola regola, anzi due: si possono usare solo le lettere (una sola, naturalmente) che compongono la parola Enakapata; non si può usare la k per comporre parole come ke, ki, kiara, ecc. That’s all, folks. Buona Partecipazione.

Deborah Capasso de Angelis
Nessuno nasce nella nefandezza. Nessuno nutre nel nido neonati nefandi. Nessuno nasce nazista.

Keep kindness, kiss keenly, kill kingbird, knot kismet.

Promessa. Parole, pesanti pietre, penetrano profondi pensieri.

Tutto taceva troppo tranquillo! Trasportata, tosto trascrivo tautogrammi

La Musa
Bandana&banana, Bacucca, Babbeo, Bamberottolo: BALORDI! Baldanzosamente baritoneggiano, barbugliano bizzosi – “badilate, badilate!” – bastonando baldi benpensanti barricadieri. Banditi, bracconieri, buoniannulla, BASTARDUME!

E di ENAKAPATA
Egea era euforica; esteticamente esile, efebica, eclissò eterea entro elevatore, ed essendo estate, evinse essere epoca esatta: evadere, evadere! era eccepibilmente eccitata; enigmaticamente, evocava estrosi espedienti: evitare escursioni estere. Ella era ellenica ed edonista – “efkaristò” – esclamò ebbra entrando. ecco, era eliaco Eden. Ermete echeggiò: “efkaristò?” erano entrambi emozionati esternandosi enfatiche effusioni. “Egea…” “Ermete…” era entusiasmo endogeno, eccellenti evasioni. echinocactus ed euphorbia, elicrisio ed edera. era, ebbene, efflorescente estate.

“Pò-Pò-Pò, PiO-PiO-PiO” pigola petulante pulcino Pancho; “porca paletta Pancho!” parlotta papera Polda – “per piacere Pancho, papà Pinco potrebbe prenderla prosaicamente!” papà papero, passata paura per puma poco placido, pensato pressare pisolino pomeridiano. “Pii-Piii-Piiii, PiOO-PiOOO-PiOOOO” prorompe precipitoso Pancho. “Panchooo!” Polda perde pazienza. “piccolo prepotente, proprio persecutore!” – predicozzo per punire pestifero Pancho – piano piano, pulcinetto pigola placato “pio-pì, pì-pì” “piuttosto” – pensa – “prenderò panni per partire – piii – partirò per posti privi papere pedanti!”

Clarissa casuale cardiologa [in C]
Credendolo con collasso ciclo cardiaco completo, Clarissa corse con CGRP – conosciuto composto chimico con caratteristica capacità contrazioni cuore – cercando cavità capace convergere corroborante. Camillo continuò camminare carponi causa cute cuoio capelluto crivellata; Clarissa constatando cicatrice craniale, cautamente condusse Camillo canapè cremisi, costringendolo coricarsi con capo chino. Camillo, colorito cadaverico, chiese caffè corretto con cointreau; categorica, Clarissa costrinse costui calmarsi con camomilla.

Concetta Tigano
Eterea estate,
espugni effimeri equilibri.
Eterno equinozio,
esalti estranei eremiti.
Entrambi esprimono estasi ed ebrezze.
Eludendo errori…evochiamo efficaci Elisir!!

Trasformi
timide tentazioni, teneri turbamenti,
tessendo trasparenti tele.
Trasmetti
tumultuose tempeste, traboccanti torrenti
tacendo.

Nessun nomade naufraga nelle nuvole
Niente, nemmeno nubi e nebbie nuociono
Noi, nuovi nostalgici, nuotiamo nelle nostre nostalgie
Noi nocchieri naufgaghiamo nella natura, nelle nuvole
Nuove nebbie nascondono nostro Nadir
Nuove ninfee nascono, nuotano nel nostro nuovo nulla.

Viaviana Graniero
L’ACINO ALL’ASTUTO (LA VOLPE E L’UVA IN A)
Anticamente , animale astuto, acuto, assai ambizioso, accusando assenza alimentare, avanzava affamato. Arrivò ad appezzamento affollato abbondanti, altissimi acini. “Ah! anelato alimento…” allora atleticamente allungò arti, ancora… ancora… Azz! Arduo arrivarci…
“Aspetta” asserì “Assurdo arrendersi, arguzia aiuterà, avrò acini assolutamente!”
Allora, allontanato affaticamento, ancora accennò anomali acrobazie. Accipicchia! Abilità acrobatiche assolutamente assenti…
Alfine, allontanandosi amareggiatamente, affermò ” Assurdo affannarsi alacremente: acini ancora acerbi, assimilarli avvelenerebbe!”
ASSIOMA: Accort’ ambizioso! Assai amaramente affogherai… abbassa ali!

ALBACHIARA (in a… cantabile, ma con qualche licenza metrica… e non solo!).
Aliti adagio allontanando attenzione
addormenti annottando
apri ante all’aurora
accechi alias alba
arzilla alias aria …
Assumi aspetto arrossato, ammirata
assai ammaliante allorché assorta:
avendo ardori, aspirazioni …
Anacronisticamente addosso assente
abito appariscente,
alcuno ad apprezzare,
anche ad ammirare…
Adesso angelicamente attraversi autostrada
addentando alimento, abbecedario
aneli approfondire
ancora accenni ad arrossire (?!) …
Allora affronti ambiente apertamente
assai autenticamente
appare ancora agli amici
anima, auspici …

Kyoto kermesse: Kung-fu? Kendo? kick-boxing? kabuki?????…. karaoke!!!!

Kurosawa Kollossal: “Kimono killer knockout kilt killer!”

Peter Pan (in p… e a modo mio eh! si fa per ridere!!!)
Peter Pan, personaggio prossimo pensione, pensa poter perpetuare perennemente preadolescenza…. (paradigmatico!)
Prende probabilmente pillole (più pericolose prozac!)…
Privo professione, perdigiorno, propina panzane piccole puelle.
Prospetta parecchi portenti: parapendii, posti paradossali, piroghe per pirati, piccoli palazzi posti profondità piante portentose.
Poi puntualmente Peter Pan piazza prontamente piccole pesti perdute, porge pezza per polvere, pasta per pulire pavimenti, pentole per preparare peperonata…
Perciò pronto precetto: Puelle, prudenza! praticate plurimi pretendenti, punite poco pietosamente panzanatori pari Peter Pan!

Paradisiaco Pellegrinaggio (Divina commedia in p)
Poeta, parte per Paradiso, passando prima per paese pienamente peccaminoso, poi per purgatorio. Per pilota, poeta persino più popolare!
Pensionato preistorico piroga per percorso paludoso (pare pipì!), portandolo presso porta peccaminosa. Poster puntualizza previdenza ” Perdete prospettive, penetrando!”
Post parlatoria plurimi peccatori puniti perennemente, poeta prosegue pellegrinaggio per purgatorio. Punizioni passeggere, peccatori presto partiranno per Paradiso, previa preghiere parentado.
Perciò pure poeta prosegue per punto più prominente, popolato persone perfette. Permutato pilota: puella paradisiaca! Poeta prova poderoso palpito petto… pure pube (pesante peccato!)
Puella presenta patriarca perfettissimo “piacere!”, poeta percepisce potenza, proferisce paternoster, prega per prossime pubblicazioni popolari, possibilmente pure per plurime pecunie!

Dora Amendola
Teorizzando tormentosi trasporti, temibili trasferte, trafiggendomi tu taci troncando teneri tempi… talché, trovando tosta terapia, tutti tornano tranne te tediosa tendinite!

Preparare polpettoni pesanti per parenti pedanti potrebbe pregiudicare prossimi pranzi… pertanto propinarli paga!
Pensare producendo parole profonde può parere pleonastico primariamente per persone psicologicamente piccole.
Trote trotterellanti traversano torrenti turchesi tramando truffe taglienti toccanti trattorie tarantine.

Maria Maddalena Fea
Torino-Toronto traversata terrificante: tuoni terribili tartassavano turbìne, tempesta trapanava timpani, tazze tremavano, terrorista tenebroso trasportava teschi, topi transitavano trotterellando. Tacevamo tutti!

Nacque nano nella nuvolosa Norvegia. Nottetempo nuotava nascosto, naufragando nomade nel nonconformismo nichilista. Nutrimenti nocivi: nicotina, narghilè. Nutrimenti non nocivi: noci, nocciole, nespole, nettarine, nasello, nebbiolo. Nefrite nefasta necessitò nosocomio. Noncurante naviga nelle nuvole, non nasconde nudità, niente noia, nostalgia, nel nuovo nirvana.

Nidia Vedana
Aiuto! Accorrete! Affogo! Aiu….
Ammise affranto: assassinai Antonio: amava Anna.
Anni addietro aveva avuto antipatiche allergie agli acari, asma atipico; aveva addirittura assunto ansiolitici anti-age. Assurdo? Assolutamente autentico: accaduto ad Antonio.
Aspettaaaaaaaaaa!!!!Arrivooooooooo!!! Andato. Accipicchia. Avessi accelerato avrebbe aspettato almeno alcuni attimi.

Ah, avessi allora ascoltato avvertimenti! Avrei ampiamente accolto amore. Accidenti!

Astri argentei ammaliano anime addormentate

Avevano aspettato ansiosi. Adesso, alfine, all’alba autunnale aprirono adagio ampie ali azzurro acqua alzandosi accorti, avanzando alti, ammirando Alpi, Appennini, altitudini assai ammalianti, aspirando aria avvolgente, aggiungendo alcune allegre acrobazie. Affrontarono agitati anche attimi angoscianti, abbagli assassini. Avanti, ancora avanti. Altrove, aldila’, attendevano anatre, albatros, allodole, allocchi, animali africani, amici, anche – azzarderei -amori.

Roberto De Pascale e Miyuki Hasegawa
(in caratteri Occidentali)
kyou kara kyouto kayou kyoukai konsaato kaishi, kekkou,
kono kaijou kayoukyoku kiku koto kanpeki.
(in caratteri giapponesi)
今日 から 京都 歌謡 協会 コンサート 開始, 結構, この 会場 歌謡曲 聞く こと 完璧
(Traduzione)
Da oggi iniziano i concerti dell’Associazione di Musica Tradizionale Giapponese di Kyoto, l’acustica di questa sala si puo’ considerare perfetta.

Cinzia Massa
Nipponico Noyori. Nella Napoli negligente, nichilita, negata non nascono Nobel. Nella Napoli narcotizzata, nolente, nomade, neanche. Nebulosa notte. Neapoli numen necesse.

Stefania Bertelli
Per piacere puoi porti, prossimamante, più parco per pretendere parole preziose possibili, per persone perfette, pur povere pecunia (parlo personalmente)…però pronte per parlare, presentare paradossi, proporre pedanti pagine, piene pamphlet. Porgo panegirico pullulante peana, per particolari parti prosodiche per programmi pubblici. Percossa petulanti pensieri, posso perorare perditempo penosi, per produrre premi perenni.
Perdindirindina….

Daniele Riva
Know-how KO: karma kaputt, kleenex…
(sembra un delirio incomprensibile: in realtà è un tizio che si trova con il computer in avaria, “invoca” alcuni santi del paradiso e alla fine, come il grande Troisi, non gli resta che piangere…)

Esulando dal tema prettamente Enakapata e nipponico, ho una versione tautogrammatica della poesia “Alla sera” di Foscolo:
POMERIGGIO PASSATO
Probabilmente perché paragoni
postremo passo, più piacevolmente
plani! Plaudonti prendendo passione,
pecorelle pervenute ponente,
poi più pallide precipitazioni
portanti procella prepotente,
però pregata procedi, padroni
poveri palpiti perdutamente.
Poiché poni pensieri ponderare
passo per prossimo periodo, prendo
perciò perizia precario passare
preoccupazioni procurate; pendo
per pace piana proposta: posare
proposito pugnace preferendo.

Partenopei partirono per paese posto poco ponente. Passarono per paesaggi paradisiaci parlando padre pargolo. Pigramente presero parte performances piacevoli. Poi pubblicarono prosa ponderata.

Bruno Patrì
Ad Aosta andarono alcuni alpini, avevano amato: auree albe, ammalianti ancelle austriache, alte anglosassoni, anonime abbronzate, angeliche andaluse, aborigene australiane, assatanate argentine, acchetate americane, accigliate armene, affezionate amazzoni, accomodanti artigiane, acconsenzienti agrigentine, accreditate ambasciatrici, acide albanesi, acquose anconetane, acrobatiche albine, aggressive astigiane, affezionate arizoniche, addette alla anagrafe, assassine ariane

Lucia Rosas
Tentativi tentando testi, tentai tentatore testi tamburellati , trovare termini, tasti trovati troverò terminando tossendo temendo tonta temeraria

Felicia Moscato
Pietro Paolo Pancio, Pittore Poco Pratico, Promise Pince Paride Per Puro Poco Prezzo
(è la filastrocca delle 13 P che mi insegnò da piccola la buonanima di mio nonno … a  me faceva sempre sorridere … non sarà il massimo, ma nel mio piccolo voglio sorridere di nuovo)

Adriano Parracciani
Enakapata è elemento enzimatico; escogita esercizi ed esorta energie elaborative, esportando educativi ed efficaci enacrostici elegantemente editati

Vincenzo Moretti
Papà, per piacere puoi passare per Perugia per portare presso Padova pacchi postali per portalettere partecipanti prossima partita pallavolo pescivendoli – postini?

I poppisti

enakapata3Di Totonno qualche volta vi ho parlato. Alto, robusto, forzuto, simpatico, atteggiato, ignorante q.b., in un mondo in cui tutti avevano prima un “soprannome” e poi un nome e cognome – Peppe ‘a lenta, Pippone, Gennaro Topolino, don Peppe Testolina, Gigino schifo d’ommo e così via -, a lui era stato affibiato quel “tre palle” che si portava appresso con ostentato orgoglio, come a imperituro acclarato riconoscimento del fatto che quando il gioco si faceva, per così dire, duro, potente come lui non c’era nessuno.
Se fosse stato uno Jedi sarebbe stato il suo lato buono della forza. Quello che gli permetteva di parlare di politica senza capirci niente, tanto lui era rivoluzionario come Cè Gaetano. Quello che quando provavi a dirgli che era Che Guevara, gli  faceva rispondere “e che differenza c’è, conta quello che ha fatto non come si chiama”. Quello che gli aveva  permesso di coniare il termine “poppista” per definire me, Salvatore ‘o beat, Tonino Parola e tutto il resto della band.
Poppista, cioè seguace della musica pop, nella sua Weltanschauung una sorta di poveraccio che perde tempo appresso a Joan Baez, Crosby, Stills, Nash & Young e similari quando ha in casa dei come Mario Merola e Pino Mauro.
A raccontarle tutte ci vorrebbe un libro intero, vi dirò per questo solo della sera in cui  nel bar di don Peppe mi si avvicinò con fare comprensivo, mi mise una mano sulla spalla, mi disse oggi ‘e fatt l’ommo venenno cu chelli ddoje guaglione, pure se erano nu poco brutte. A proposito, ma pecché ‘e poppiste so tutte brutte? Cercai di spiegargli che non erano brutte, che si vestivano da maschio,  che non si truccavano, mi avete sentito voi?, lo stesso lui.
Lo ametto, dovevo capire e non capii, ma a quei tempi si usava. Si usava cosa? La cosa che dissi a Totonno: e poi si proprio ‘o bbuò sapé, ‘e poppiste so belle dentro.
Mi guardò con comprensione. Di più. Preoccupato. Ancora di più. Al punto da non profferire ulteriore parola. Con l’esperienza di oggi ne  avrei approfittato, avrei preso le mie due buste di latte e me ne sarei tornato a casa. Allora invece no.  E gli dissi che d’é, nun parli cchiù? Viciè – mi rispose -, io stavo parlann ‘e femmene e tu me parli ‘e trippa.
Sono passati 40 anni. Ma quando ci penso sento ancora i pugni sul flipper do ricciulillo e la risata con il risucchio di Peppe ‘a lente che a momenti rischiamo di perderlo per sempre. Sono andati avanti per un bel pò a sfottermi: Viciè, è bella dentro, ma ‘a fora nun se pò guardà. E’ la legge del chi sbaglia paga. Non è la peggiore, volendo si impara anche. Le leggi brutte, quelle brutte assai, sarebbero venute dopo. Ma di questo stasera non voglio parlare.

Enacrostico Fuori Concorso

enakapata3Ancora della serie una regola è una regola, in questa pagina gli acrostici arrivati fuori tempo massimo e che quindi non partecipano al concorso.
E se lo immaginassimo come un cantiere sempre aperto? Un ponte verso il gioco prossimo venturo? Voi se vi sovviene un nuovo acrostico  non esitate a inviarlo. A pubblicarlo penseremo noi.

La Musa
Era Necessario Abdicare. Kronos Aveva Provocato Atteggiamenti Troppo Aberranti
Ecco Ninfa Ancella. Kaos A Palazzo. Abbaruffata Tra Abbadesse
Ecatombe Narvali A Kyoto: Accorrete Per Arginare Triste Accadimento
Endecasillabi Nodose. Assortamente Katrina Annotava Perifrastiche Attive Tratteggiandole Accuratamente
Erano Nere Aquile, Kandahar Appariva: Pietrosi Altopiani Tipicamente Afghani.

Dora Amendola
Ecchimosi Nere Ammantano Kevin: Aveva Pericolosamente Affrontato Tornanti Alpini
Eccola Nadia: Assaporando Kebab Ancheggia Per Ankara Tutta Allegra
Essendo Nano, Abdul Kassam Attraversò Pistoia A Testa Alta
Elisa Non Apprezza Koala Australiani, Preferisce Topi Africani
Entrando nell’arena Karim aspettò pazientemente ansimanti tori assassini

Valeria Atteo
E Nessun Altro Kaos Aveva Prima Attanagliato Tanto Amore
Era Nuda Adesso Ke Aveva Provato A Tenerlo Accanto
Era Nervosa Adesso Ke Aveva Perso Altro Tempo Amando

Luca Moretti
Eterne Notti A Kyoto. Amori Passionali Attendono Tenui Albe

Miyuki Hasegawa
In caratteri occidentali
Eien-ni Nanokori Academic-ni Kagaku-wo Aisuru Partner-ga Achikochikara Takusan Atumarutokoro

In caratteri giapponese
永遠に 名が残り アカデミックな 科学を 愛する パートナーが あちこちから たくさん 集まるところ

Traduzione
Consacrando il proprio nome all’immortalità, in questo luogo si riuniscono i colleghi amanti della scienza accademica provenienti da ovunque

Nidia Vedana
Everybody: Never Again! Keep Auschwitz People Alive. Teach Always

Maria Maddalena Fea
Eterna Noia A Kyoto, Avrei Preferito Avere Torbidi Amori

Adele Gagliardi
Enzo Non Aveva Kiesto Aiuto Per Andare Tranquillamente Avanti

Laura Fichera
E, Nell’Antico Kimono, Asconde Prudentemente Audaci Testi Amorosi
E’ Notte Al Kilimangiaro, Aquila Percorre Alta Terra Africana
E’ Nell’Arte Kabuki, Asiatica Poesia, Assoluta Teatrale Armonia
Eucalipto Nutre Acrobatico Koala, Animale Presente Ardente Terra Australiana
E Nell’Ampio Kay-way Alla Pioggia Aiuto Tranquillo Abbiamo
Esistono Nauseanti Assassini Ku-klux-klan Anonimi Putridi Animali Turpemente Arroganti
E Nell’accogliere Kirieleison Alto padre Ascoltaci, Tremebondi Aiutaci
Esiste Nell’Avvolgente Kriss, Asiatico Pugnale, Arte, Tecnica, Armonia

Gerardo Navarra
Ernesto Non Aspettava, KIller Amato, Passionario, Armato, Temerario, Amorevole

Enacrostico Poll

enakapata310  voti
Giuseppe Giordano

9 voti
Deborah Capasso de Angelis

4 voti
Maria Maddalena Fea

3 voti
Cinzia Massa

2 voti
Adriano Parracciani

1 voto

Sabato Aliberti (f.c.), Paola Bonomi, Guglielmo Festa, Valeria Gonzalez, Vincenzo Moretti, Bianca Paganelli, Carmela Talamo

21 partecipanti e 48 acrostici, questo l’esito del gioco Acrostico Enakapata proposto da Adriano Parraciani, ideatore di Sottolineato.
Da adesso e fino a domenica prossima chi ne ha voglia può votare e far votare quello che ritiene più bello. A fianco di ciascuno dei partecipanti ho messo un numero (in ordine di apparizione), si vota indicando il cognome o il numero. :-))))

1. Maria Maddalena Fea
Entrando Nell’Agognata Kermesse Avvicinerò Politici Attempati Torturandoli Appassionatamente

2. Sabato Aliberti
Enzo, Navarra, Anna, Killer Anche Parracciani Acrostici Talentuosi Appostarono
E Non Abbandonare Katia, Altrimenti Perdi Ancora Tanto Amore!
Eccomi Nell’Antica Kioto A Pensare Al Tuo Ardore
Enzo Non Amò Kiara, Anzi Partì Amareggiato, Tanto Angustiato!

3. Deborah Capasso de Angelis
Eccoli Numeri Ambiziosi Ke Arrivano Prevedibili A Travestire Armonie
Everybody Needs A Key A Particular Access To Authenticity
Emotiva Narrazione Ambiziosa Keyworld Argute Parole Accarezzano Turbolenti Anime

4. Adriano Parracciani
Enakapata: Napoletani A Kyoto; Anzi, Prima A Tokyo Andarono
Ehi, Non Abbiamo Killer Abbastanza Pratici A Terminare Adriano
E’ Napoletanità Amara, Kafkianamente Angosciata, Pur Amandola Tanto, Ancora
Enakapata: Nipponico Amore. Karaoke A Parte, Anche Totò Andrebbe
Enakapata: Napoletani Allontanatesi Kilometri A Palate, A Tokyo Arrivarono

5. Irene Gonzalez
Estri Nascenti Accolsero Kimoni Antichi Proponendo Altrove Tempi Ascolti

6. Anna
Ecco, Nemmeno Avessi Kapito A Proposito Ancora Tutto, Amore.

7. Giuseppe Giordano
Esile Nobile Ardente Karma Anela Pacato Auspicio: Tanto Amore
Era Nuova Attesa: “Kaira Ama Pino?” Attesa Tanto Amara
E(N) = Ak ∪ Ap →A  T(A)
Sia E l’insieme degli Eventi a cui partecipano gli attori di una rete (es.: post in un forum)
Sia N il numero dei nodi (attori della rete)
Allora: l’insieme delle relazioni che uniscono gli N attori  attraverso gli Eventi: E(N) è descritta dall’Unione della matrice di affiliazione A dei primi k nodi e la matrice di Affiliazione dei p restanti nodi,  (dove N=k+p) e dalla loro unione si definisce la matrice di affiiazione completa A che, moltiplicata per la sua trasposta, T(A) definisce la matrice di adiacenza delle rete completa degli N nodi in ENAKAPATA: E(N) = Ak ∪ Ap → A  T(A)

8. Guglielmo Festa
Entrai Nell’ Amata Kabul A Portare Amore Tranquillità Ascolto

9. Lucia Rosas
Egli Non Aveva Kapito Astioso Provava Ancora Tanta Amarezza
Erano Nuovi Auspici Ke Aprivano Porte Animando Tanti Ardori
Ecco Non Arrivano Ke Appelli Per Averti Trovato Amore
E’ Nobile Anima (di) Klee Aleggia Parlando Ancheggiando Tortuosi Arabeschi
E’ Notevole Avversario Kasparov Annuii Pensando Tormentati Arrocchi
E’ Nell’Antico Kalahari Amico Poeta Ancora Tutta Acerba
Elementi Naturali Artistici Kahlo Artista Pazza Annunciò Turbinosi Auspici
Esaurita Narrazione A Kiamata Ancora Provo Affondo Toccata Ammirata

10. Valeria Gonzalez
Ensemble, N’ Accepte K’ Amour Passionné, Autrement Trouvé Ailleur

11. Riccardo Moretti
E’ N’Avventura Ke Aiuta Per Attraversare Momenti Amari
Essendo Napoli Andata Ko Aiutarla Puoi Amarla Tanto Anche (con Vincenzo Moretti)

12. Vincenzo Moretti
Entrando Nell’Antica Kyoto Ascoltò, Poi Aspettò, Trovando Amore
E Nun Alluccà Kabuki. A Piazzetta Augusteo Teatro Abbasta

13. Gerardo Navarra
Eva Non l’Afferrò, Kostrinse Adamo Promettendogli Amore: Tentazione Amara!

14. Paola Bonomi
Eccoti  Notte  Avvincente. Kimoni Aperti Protesi Al Tramonto
E’ Notte Ancora. Kimono Avvolgimi e Proiettami Al Teatro Astrale

15. Daniele Riva
È Necessario A Kyoto Andare Per Apprezzare Terra Amata

16. Carmela Talamo
Empatica Narrazione Affascinante Ke Accorpa Parenti Amici Transitati Affettuosamente

17. Bianca Paganelli
Estasiato Nell’Azione Kamikaze Ambisci Paradisi Ammazzando Tante Anime?

18. Stefania Bertelli
Eziandio Noi Abbiamo Kant A Parlare Ai Tanti Amici
Essendo Nato A Kyoto Attende Pazientemente Altri Turisti Aerotrasportati
Eppur Nostro Amato Kolbe Aveva Pensieri Tutti Apostati
Eccoci: Noi Anime Kiare Avanti Possenti Autori Tesoro Ameno
Eccolo Nuovo Attore Keynesiano Americano Presidente Avventurarsi Terreno Ascoso
Effettivamente Noi Arranchiamo Koala Animali Protetti Avanziamo (pian pianino
ascendendo) Torre Avita

19. Cinzia Massa
E’ Necessario Avere Karma Attraente Per Allacciare Tante Amicizie

20. Concetta Tigano
Entra Nell’Anima Klimt Audace Pittore Austriaco Tanto Amato!!!

21. Alessandro Trovato
E Noi Audaci Klingon Andiamo Protervi Alla Terra Amata

‘O primmo estratto

Il babà da Augustus? Preso. I libri alla Feltrinelli? Pure. Resta la cumana, destinazione Bacoli, dove oggi ci vengono a trovare due cari amici. La notizia buona? La cumana è puntuale. Dite che non dovrebbe essere una notizia? Ma dove credete di essere, in Giappone?
Entro nella cumana, poso babà e libri, prendo ‘O principe piccerillo, la traduzione in lingua napoletana di Roberto D’Ajello del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, essa stessa un capolavoro, quando mi si avvicina un giovanotto in arancione, sandali ai piedi, con i libri di Krishna. Sorrido. Sorride. Mi propone un testo. Gli dico che Cinzia l’ha comprato già. Non mi dice chi è Cinzia, mi chiede un piccolo contributo. Sorrido. Sorride. Gli do due euro. Per me sono tanti. Ma ho simpatia per i seguaci di Krishna. Di più. Mi ricordano i tempi del Gruppo Alternativo Incazzati di Secondigliano e il cantio corale di “Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare”.
Mi rimetto le cuffie, comincio a leggere, neanche un minuto, entra un signore con la fisarmonica e comincia a suonare a mezzo metro da me. Mi tolgo le cuffie, Asle Rose e lui assieme non vanno. La prende come una manifestazione di interesse. Gli faccio segno di no con la testa. Se ne va deluso.
Mi rimetto le cuffie, ricomincio a leggere, altro uomo in fisarmonica più bambina con tamburello. La ragazzina avrà dieci anni, forse ci è nata sulla cumana, ha il pregio di sorridere sempre, un sorriso vero, nonostante il raccolto sempre troppo magro. La guardo, sorrido, faccio no con la testa.
Riprendo a leggere, stavolta passano tre pagine prima che con la coda dell’occhio mi accorgo del babà che si sposta. E’ il quarto, l’uomo con i bigliettini, un giro e li appoggia senza una parola sul sedile, un altro giro e li riprende. Lo guardo, gli sorrido, ma il mio budget giornaliero per la sezione “facite ‘a carità, rifrisco all’anema de muort vuost” è stato abbondantemente superato.
Mi dico Vicié, forse i due euro li hai dati a chi ne aveva meno bisogno. Mi rispondo  Vicié, mò non solo hai speso due euro ma ti vuoi far venire anche i sensi di colpa? Oggi è sabato. Hai puntato tutto sul primo estratto. E sulla corsa delle 9.40 è uscito Krishna. La cumana è arrivata a Lucrino. Scendo. Ma se pò campà accussì?

Orrait

E ’nguaiato tutta ’a grammatica: la condanna era definitiva, la colpa il non avere fatto una cosa come diceva lui. La possibilità di farla come l’avrebbe fatta lui? Semplicemente non era prevista. Un pò perché nel fare le cose lui era davvero come l’amico della porta accanto di Massimo Troisi, un mostro, nel senso che era un “mastro” in tutto o quasi. Un pò perché anche se una cosa la facevi benissimo lui ci trovava sempre un difetto, la sbavatura che si poteva evitare, il particolare che si poteva curare meglio.
Lo vogliamo dire? E diciamolo. Quando faceva così non ce la facevi a sopportarlo. Di più. Ti levava la salute di dosso. Ancora di più. Era comme ’a morte ’ncoppa ’a noce do cuollo.
Vi state chiedendo se tutto questo ha inciso su di me?  E perché mai avrebbe dovuto? Io non ho mai saputo fare niente di pratico. E soprattutto non ho mai voluto imparare a fare niente di pratico. Il saper fare comporta aspettative. Genitori, mogli, figli, sorelle, fratelli che si aspettano che tu aggiusti cose che loro non sanno aggiustare. E ti criticano fino alla ferocia se non lo aggiusti nel modo in cui loro ritengono vada fatto. Manco ai cani. Certo ho rischiato. Come quella volta che ho fatto venire mio fratello Gaetano da Secondgliano al Vomero, roba da due ore e mezzo anche tre di traffico tra andata e ritorno più la “mission impossible” finale, trovare un posto dove parcheggiare a via Palizzi, più un paio d’ore buone con pinze, cercafase, cacciaviti, prima di accorgersi che la lampadina sul comodino che non riuscivo ad accendere da due mesi era semplicemente svitata.
Dite che doveva accorgersene subito? E perché? Gaetano è un uomo razionale. Pensa che qualunque persona normale prima di mettere in moto un meccanismo infernale controlla se la lampadina è svitata o è fulminata.
Dite che così facendo riconosco di non essere normale? Potrei rispondere “e chi lo è?”. Preferisco definirmi un sincero keynesiano.
Non funziona lo scaldino? Chiama l’idraulico e fai circolare la vil moneta. La moneta non è disponibile? Chiama un parente o un amico. L’amico non ce l’hai? Ti rimane l’opzione “impresario di Shakespeare in love”: Si risolve, come?, non lo so, è un mistero!
Dite che sono una persona impossibile? Lui lo era più di me. Eppure è stato molto amato, dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro, dai conoscenti. Sapete che anche io mi arrangio? Deve essere una questione di simpatia. Come faceva quella canzone che a lui piaceva tanto? Orrait, i song veri nais, che ci posso fà.

Assunta Malafronte e Gerardo Navarra

Il commento di Assunta è dall’undici ottobre duemilanove che è rimasto lì dove  lo ha postato lei, in calce alla pagina di Enakapata100. Nessuna censura, of course. Ma non me la sono sentita di portarla in prima  pagina. Troppi complimenti. Solo per me. Più la sindrome del political correct. Più il fatto che Assunta è una “mia” ex studentessa.
Oggi è arrivato il commento di Gerardo, “mio” ex studente, in calce alla pagina Citazione. L’ho letto. Ho sorriso. Mi sono ricordato del commento di Assunta. Mi sono detto Vincenzo a volte sei esagerato. Di più. Insopportabile. Rilassati. E che sarà mai. Facciamo che l’entusiasmo degli ex studenti bisogna tararlo del 50%. Di più? Del 75%. Ancora di più? Del 90%. Resta il fatto che anche se la loro laurea se la sono già presa continuano ad avere affetto per te. Come Antonio. E Antonio. E Antonio. E Vincenzo. E Roberta. E tanti altri.
E allora sapete che faccio? Assunta e Gerardo ve li propongo qui chiatti chiatti. Nel senso metà fisico, s’intende. Buona lettura.

Assunta Malafronte
“Ogni libro ha un’anima. L’anima di chi scrive e quella del lettore”.
Nel mio percorso di studio ho avuto modo di conoscere molti prof. ma solo pochi ricordo ancora con affetto. Moretti è uno di loro. Uno di quei pochi. E’ una persona che ha una straordinaria capacità: riesce ad insegnarti le cose senza farti sentire il “peso” di essere uno studente. Ti trasmette cose che vanno al di là dello studio. Ecco, il suo libro è proprio così. Non è solo il frutto di una ricerca, ma è un racconto di vita, di una grande città, di personaggi, di incontri, di amori, di aspettative, di ricordi. Questa è l’anima che ho sentito scorrere nelle pagine di quel libro. Un mega “in bocca al lupo” al mio magnifico prof.!!!

Gerardo Navarra
ENAKAPATA è realmente na ‘CAPATA, nei pensieri, perchè fa riflettere e non poco.
ENAKAPATA: è il vecchio e il mare?…NO
ENAKAPATA: è il “vecchio” e il giovane, il vulcano che brontola e la pianura fertile, il capocomico e la “spalla” che lo rende tale, l’arzigogolo e la sobrietà.
L’ho letto divertendomi, poi, mi sono reso conto che mi ha fatto riflettere in modo serio. Tante verità. Anche tristi. Non a caso, Luca scrive: “La saggezza popolare recita che partire è un po morire. Forse talvolta è vero il contrario.”
ENAKAPATA inizia con un parallelismo, padre-figlio e finisce con un’amalgma, una fusione oserei dire tenera, sempre padre-figlio.
ENACAPATA: è analisi empirica, che scaturisce da un viaggio, reale, bello, suggestivo, didattico, viaggio fatto per lavoro e per piacere, e proprio per questo che dietro un sorriso spesso spunta una riflessione arguta e seria.

No, a Maronn ’e ll’Arco no

È stata la mia giovane amica Maria Clara Esposito a lanciare, su Facebook, il grido di dolore: “No, a Maronn ’e ll’Arco no”. E all’amica che le scrive “Alle prese con le feste di paese? Io sono stata svegliata dalla banda per la festa di un certo Sant’Antuono!”, risponde “non si tratta di festa di paese … magari! c’è questa specie di setta di “devoti” della Madonna dell’Arco in tutta la provincia di Napoli, che da gennaio fino a Pasqua, ogni domenica mattina girano per le strade della città urlando e strepitando canti e preghiere che dovrebbero invocare la Madonna. La cosa brutta è che si fingono fedeli, ma vanno solo a caccia di soldi. È un fenomeno curioso e avallato da cammorristi e delinquenti locali. Pensa che tra i doni che si fanno alla Madonna spesso ci sono siringhe e pistole d’oro”.
Immagino che voi vi sareste scandalizzati, incazzati, indignati. Io  no. Io ho pensato Maronn, e mò chi c’ho dice a Maria Clara. Chi le dice cosa? Che papà è stato fujente, cioè devoto della Madonna dell’Arco, uno di quelli che andava in giro, scalzo, vestito di bianco, fascia azzurra, statua della Madonna in spalle, che urlava, strepitava canti e preghiere, agitava il fazzoletto bianco con le monete per invogliare i passanti a lasciare il proprio obolo alla Madonna. Chi le dice di quella vecchia foto nella quale siamo ritratti io, Antonio e Gaetano, Nunzia non ancora ancora nata, mamma e la nonna nella parte posteriore di una vecchia Ape Piaggio che papà si era fatto dare in prestito, con i cappellini con in punta la spilletta della Madonna dell’Arco, sorridenti, felici di aver visto la festa del lunedì in Albis al santuario della Madonna dell’Arco, orgogliosi del fatto che quando papà era più giovane anche lui era entrato vestito di bianco in chiesa e si era buttato faccia a terra. Chi le dice che a casa nostra quando papà metteva dopo il mannaggia la Madonna dell’Arco (non ne vado fiero, of course, ma la verità è che la bestemmia da noi era di casa; talvolta ho pensato fosse “solo” un intercalare, altre volte un modo per invocare e manifestare affetto ai santi, altre volte addirittura il pretesto per creare situazioni paradossali, come quando papà giocava a carte – ho detto giocava, dunque niente soldi in palio -, scopa a 11 e pizzico a 21, con il suo amico Cosimo Pellecchia e ad ogni pigliata dell’altro bestemmiava avendo in risposta un immediato “sempre sia lodato”) era il terrore, perché significava che papà era davvero arrabbiato nero e ci avrebbe in ogni caso punito, fosse anche solo per l’oltraggio che aveva fatto alla Madonna di cui era devoto. Chi le dice della mia gioia quando, dopo le abiure della mia piccola grande rivoluzione culturale post 68, studiando antropologia all’università, ho potuto ridare dignità, senso, cultura a una parte della mia vita che tenevo accuratamente nascosta.
Lo so che vi sembra troppo, ma sapete com’è, a pensarlo non è come a scriverlo, basta un attimo. E dopo? Dopo mi sono detto che Maria Clara ha ragione. Mi sono sentito triste. Mi sono detto per fortuna che papà questa se l’è risparmiata. Poi mi sono come ribellato: No, a Maronn ’e ll’Arco no.
Il controllore mi ha guardato. Ho messo in tasca l’Iphone. Ho assunto l’espressione “aggiate pacienza”. Gli ho dato il biglietto. L’ha timbrato e ha girato le spalle, lo sguardo fisso modello “ma vedite nu poco”. Per fortuna la fermata dopo era la mia.

Persone e Webpersone

di Adriano Parracciani
Vincenzo Moretti dice che io e lui siamo diventati amici e complici ancora prima di conoscerci, ed aggiunge che a lui questa cosa è gia capitata; ma questo lo trovate scritto nel suo bel libro Enakapata.
Confermo le parole di Vincenzo, e qui si riapre il dibattito sul tema dell’amiciza nell’epoca di facebook già acceso e scaldato da un recente articolo di Maria Laura Rodotà.
Bisognerebbe presentare a MLR queste esperienze non per dimostrarle che ha torto, ma per con-dividere e con-vincere con i fatti. Qui ci troviamo di fronte ad una empatia di tastiera , amicizia e complicità digitale prima che analigica (“prima di conoscerci”, dice Vincenzo). Che poi non si capisce perchè ci si debba stupire quando in passato c’era l’empatia tutta epistolare fatta di carta ed inchostro.
Certo: confermo che esiste anche l’indifferenza, l’odio e l’ignavia di tastiera.
Non faccio parte della schiera degli apologeti della rete. Provo per il genere umano il distacco sufficiente per respingere l’illusione e la falsa retorica della webfratellanza, ed anzi vedo all’opera i futuri grandi fratelli telematici di orwelliana memoria.
Ciò detto rimane la grande rivoluzione epocale che le webtecnologie stanno alimentando. Le persone di stanno trasformando in webpersone, individui che fanno parte di un tessuto connesso, tessuto essi stessi, dotati di vita analogica e digitale. Le webpersone hanno gli stessi pregi e difetti delle persone; anche alle webpersone piace vedersi, toccarsi, camminare sotto la pioggia e bere una birra con gli amici. Non ci sarebbe differenza se non fosse per le enormi opportunità in più che hanno persone con il prefisso web.

da Note su Facebook

Casa Pivano

Primi anni 70. Come tutte le mattine papà mi porta il caffé a letto alle 6.05-6.10. Alle 6.30 siamo come tutte le mattine in lotta per l’ultimo giro in bagno. Alle 6.40-6.50 la mitica Fiat 850 verdino chiaro esce come tutte le mattine dal garage di Peppe destinazione Ferrovia. Come tutte le mattine papà va a marcare il cartellino almeno mezzora prima di iniziare a lavorare (eh si, ci potrebbe sempre essere un’imprevisto e al lavoro non si può fare tardi) all’Enel di via Galileo Ferraris. Per me invece niente metropolitana. Niente ITIS Augusto Righi. Avere il permesso da papà di non andare a scuola è stata dura. Ma ce l’ho fatta. Gli ho detto che era per un mio amico. Ho aggiunto che da un mese le stavo  appresso e ora la grande Fernanda Pivano ci aveva dato appuntamento a casa sua, a Trastevere. Mi ha detto “e chi é”. Gli ho detto come, ha conosciuto Cesare Pavese, ha tradotto Jack Kerouac e Allen Ginsberg, ha portato in Italia il mito della Beat Generation. Mi ha detto “e chi sono?”. “Va bbuò, pà, con te si può parlare solo di Altafini, Sivori, Aurelio Fierro e Peppino di Capri. Per me questa è una cosa importante e mi dispiace assai se non la posso fare. E poi faccio una figura di niente con il mio amico, con la scrittrice e con gli amici che mi hanno organizzato l’appuntamento”. “Va bé, fà comme vuò tu, tanto ò ssaie, se nun viene promosso, a stagione viene cu mmé a purtà a cardarella”.
Detto che poi ci sono finito davvero a fare per qualche giorno l’aiutante muratore (ma non certo per colpa della Pivano, erano l’elettrotecnica, l’elettronica e la meccanica che proprio non mi venivano giù), confesso che quando io e Antonio E., eccellente chitarrista e aspirante poeta, siamo arrivati fuori alla sua porta ho inspirato forte prima di premere il campanello. Mi sono chiesto: la Pivano è un mito, e noi? Mi sono risposto: noi  siamo un giovane intellettuale (a fine anno rimandato, sic!) alternativo di Secondigliano con un amico poeta che vuole leggere le sue poesie a Fernanda Pivano per avere consigli e opinioni. Driiin. Driiin.
La porta aperta, la visione del mito, il profumo di incenso.  Lei ci saluta, ci offre biscotti e Coca Cola (l’unica cosa che disturba un pò due alternativi che più alternativi non si può nemmeno col candeggio come noi), ascolta le poesie di Antonio, è tenera nel commento, decisa nel rappresentare la distanza che c’è tra scrivere poesie e pubblicare e tra pubblicare e mangiare. Ancora due biscotti e poi a casa si ritorna a casa.
Cosa è successo dopo? E’ successo che per tutto il viaggio di ritorno io e Antonio  siamo stati felici come due bambini.  E’ successo che io che non mi ricordo mai niente me lo ricordo ancora. E’ successo che quella grande signora ha conquistato per sempre un posto nel mio cuore. Per voi non lo so, ma per me è tanto.

Gente di Secondigliano | Nennella

Nennella penso di averla vista l’ultima volta che aveva 7 – 8 anni. La volta precedente neanche la ricordo più. Per genitori due splendide persone. Lui con i suoi turni in fabbrica, lei ogni mattina lì, nel bar di fianco alla salumeria di don Alfonso.
Gli anni si sono succeduti ad uno ad uno, poi a dieci a dieci, ma io non ho mai smesso di parlare di Nennella. Non che ci fosse una ragione. Così,  come tributo alla Secondigliano che non mi sono mai voluto togliere di dosso.
L’amicizia con il fratello Rosario. La straordinaria gentilezza del padre, don Gaetano. Gli inviti domenicali a pranzo. Le mangiate  maccheroni, ragù, carciofi fritti, contorno, frutta e per finire “ò spasso”. Nennella che a due anni mangiava piattoni di pasta che adesso a “noi” del Vomero ci bastava per due e volendo anche per tre.
Luca prima e Riccardo poi Nennella l’hanno conosciuta senza averla mai vista. Era lì con noi ogni volta che a tavola facevano i capricci. “Se qui ci fosse stata Nennella”. “Se vi vedesse Nennella”. Fino al fatidico “papà ce fatto ’a palla tu e Nennella”.
Da una settimana Nennella al gioco della vita non ci gioca più. A neanche quarant’anni le è bastata la sua voglia matta di volare giù.
Hanno dato la colpa alla depressione. Acqua. A Secondigliano per morire ci vuole di meno, di più.  Rassegnazione? Ancora più acqua,  se Nennella avesse  saputo cos’è la rassegnazione sarebbe ancora qui. Disperazione? Poteva essere, se però non avesse avuto quel figlio di dieci anni da lasciare solo. Liberazione. Si, liberazione. Mi sembra la parola giusta. Liberazione.

Gente di Secondigliano | Antonio Gravina

A sentirlo sembra un personaggio da “La leggenda degli uomini straordinari”. E in fondo anche a conoscerlo con quel look modello Steve Jobs e gli occhi profondi non lo vedresti male a fianco di Sean Connery. È un imprenditore ma non ti dice di capitale. Piuttosto dell’importanza di avere ogni tanto la testa sgombra, di riprendersi un pò del proprio tempo, di leggere per ritrovare i propri pensieri. È un imprenditore ma non ti dice di profitto. Piuttosto delle idee che lo ispirano e gli danno l’energia positiva per fare quello che vuole fare nella maniera più straordinaria possibile. Sulle tracce dei migliori. Qualunque cosa facciano. In qualunque parte del mondo lo facciano. È un imprenditore. Alle prese ogni giorno con faccende di capitali e profitti.
Antonio Gravina è fatto così. Nessuna via di mezzo. L’eccellenza per scelta. La curiosità per destino. Bracciata controcorrente. Come quando lascia la scuola contro il volere dei genitori. Sentivo di poter fare qualcosa di meglio lavorando – racconta -, anche perché, stupidamente, avevo scelto un istituto per geometra che non mi stimolava abbastanza. So che non sta a me dirlo, ma ero bravo, mi piaceva studiare,  apprendevo facilmente, e quel tipo di scuola mi annoiava.
Visto da un certo punto di vista, diresti ancora oggi che nel cambio ci ha perso. Comincia vendendo biancheria. Calzini. Libri. Abbigliamento again. Il servizio militare. Poi l’approdo nel suo attuale universo.
Ho cominciato in uno scantinato come Steve Jobs – mi dice mentre sto lì a congratularmi con il mio quinto senso e mezzo -, ci sono dieci anni di lavoro prima di arrivare a Bespoke.
La stessa filosofia nel lavoro e nella vita: conoscere le cose direttamente, da vicino; confrontarsi con persone ed esperienze di ogni parte del mondo;  non fermarsi ai “si dice”; cercare sempre un punto di vista originale.
Mi dice che il mondo trabocca di persone interessate, superficiali o anche solo distratte che mentre cercano di imitarti ti spiegano che quello che vuoi fare tu loro già lo fanno o lo hanno fatto meglio di come lo potresti fare tu senza essere riusciti a cavare un ragno dal buco.
Il ritornello è sempre lo stesso, non si può fare. La mia esperienza, le mie letture, i miei viaggi dimostrano che invece si può. Si può cosa – gli faccio -.  Si possono fare cose belle che ti fanno stare bene in maniera semplice – risponde-.
Londra è la capitale della moda, anche nel nostro settore, da molti decenni, e quando ci sono stato la prima volta ho visto parrucchieri fare cose che noi italiani neanche immaginavamo. Lamentandocene.
Adesso ti metti a citare anche Blade Runner – gli faccio -. Lasciami finire – mi fa -.
La prima, semplice, domanda che mi sono fatto è stata: perché parrucchieri che vanno a Londra da molti anni prima di me, e hanno visto quello che ho visto io, non hanno trasferito in Italia quel modello vincente, smettendo di lamentarsi, facendo qualcosa di innovativo, conqistando maggiori opportunità, soddisfazioni guadagni? Lo so che tu stai pensando che la stessa cosa vale per la ricerca, l’impresa, la politica, ecc., ma io preferisco rimanere sul punto.
Un punto che tu chiami isomorfismo, io benchmarking e che in estrema sintesi si può ridurre al rifiuto dell’idea che da noi non si può fare.
Va bene, è difficile, ci si mette lo Stato, la burocrazia, le tasse, la cultura, i concorrenti, i mille altri piccoli grandi impedimenti, ma si può fare.
Si può fare a patto di smontare tutto il sistema di credenze preesistenti, di rinunciare alle nostre piccole certezze, di ribaltare l’approccio che abbiamo ereditato da persone valide ma cresciute in anni in cui invece di sognare ci si arrangiava. Io non mi accontento di sembrare un vip con una bella automobile, delle belle vacanze, una o più belle case di proprietà. Io sono un imprenditore. Dunque un innovatore. E il cambiamento non lo aspetto. Lo realizzo ogni giorno.
Questo è quanto, più o meno, mi ha detto Antonio un paio di settmane fa. Quello che gli ho detto io glielo ho detto ieri sera. A voi ve lo racconto domani. Magari dopo che mi avete detto quello che gli avreste detto voi.

Chesta è ‘a morte soia

A long time ago. L’autunno caldo riscaldava i nostri cuori di ragazzo e alla voce “lotte” anche io potevo annoverare l’occupazione dell’Istituto Tecnico Industriale Statale di Caivano (Na). Era l’ultimo dell’anno, e papà era come ogni anno incaricato di comprare e cucinare il capitone. Per la verità, più che un incarico era una necessità, perché nostra madre, che mal sopportava qualunque tipo di pesce (della serie puzza, fa fummo, sporca ’e piastrelle da cucina e dopo pé pulezzà aggià fà nà faticata), per il capitone nutriva un vero e proprio risentimento, che dico, un odio sincero.
A pensarci adesso, il modo in cui venivano uccisi i suddetti capitoni era da codice penale, tipo la rana della barzelletta: metti i capitoni vivi nella pentola con acqua fredda; accendi il fornello; non mollare mai il coperchio fino a quando i capitoni non passano a miglior (per chi se li mangia) vita. Ora, come in tutte le  faccende della vita, il fatto che una cosa non era mai capitata non voleva dire che non sarebbe mai capitata e così quella volta uno dei capitoni riuscì a fuggire dalla pentola e a infilarsi tra la cucina e il lavello. Non vi dico cosa fu. Mamma che imprecava invocando la caccia al capitone. Papà che “metteva ’a coppa” ricordando che se lasciava il coperchio i capitoni in giro sarebbero diventati sette (come da devozione, uno per ciascun componente della famiglia, compreso zio Peppino, non fa niente che Gaetano all’epoca aveva 6-7 anni e Nunzia 2-3). Io, Antonio e zio Peppino che ridevamo da pazzi, Gaetano che ci guardava come dei matti e Nunzia che piangeva.
Tanti anni dopo debbo ammettere che papà adottò la strategia giusta. Cucinati i capitoni rimasti nella pentola, li mise in un piatto, spostò la pentola con l’acqua bollente sul tavolo, spostò la cucina, si infilò dietro al lavello, riacchiappò con l’aiuto di un panno lo scivoloso fuggiasco, lo buttò nell’acqua bollente, riaccese il fornello e pronunciò il fatidico verdetto: “chesta è ‘a morte soia”.
Sapete che vi dico? Certe volte sogno di essere governato da persone come papà. Naturalmente non come papà nel senso di muratore, piastrellista, idraulico, elettricista con la quinta elementare come papà. Nel senso di governanti in grado di definire una strategia per affrontare i problemi, di metterla in pratica, di risolvere i problemi e di dire ai cittadini “questa è la morte sua”.
Dite che con il capitone è più facile che con la fuga dei cuori e dei cervelli? Come negarlo. Ma se fosse stata la stessa cosa papà non avrebbe fatto il muratore, piastrellista, idraulico, elettricista ma l’uomo di governo.

Senza testa e senza cuore

Ebbene si. Ogni tanto il grido di dolore che si leva da tutta Enakapata affinché chi ha letto il libro invii qualche riga di recensione, commento, riflessione viene raccolto e accade così che @mici che presto diventeranno amici come Nello Maresca inviino, all’indirizzo enakapata@gmail.com (no, che non mi arrendo),  messaggi  come questo:
L’eccellenza non ha fissa dimora!
Questo è il messaggio che è arrivato a me leggendo il libro di Vincenzo e Luca Moretti, “Enakapata”.
Semplice, intuitivo e scritto con il cuore (napoletano). L’eccellenza espatria, come i nostri validissimi ricercatori, ma è anche un fluido che riempie le forme che le diamo. Ancora una volta, le persone prima di tutto possono creare le forme.
Bravissimi Vincenzo e Luca Moretti.

Detto che gli @mici sono amici anche perché esagerano con i complimenti, e aggiunto che i complimenti fanno sempre piacere (in particolare quando hai raggiunto il tempo in cui non è più conveniente cambiare idea circa il fatto che nella vita non contano i soldi ma le soddisfazioni) la riflessione di Nello mi riporta su un tema che mi sta molto a cuore, quello a cui si riferisce con “L’eccellenza non ha fissa dimora”.
Cito testualmente da un mio articolo su Il Mese del giugno 2008:
È bene non fare confusione. Evitare di finire come Massimo Troisi che, in Ricomincio da tre, deve arrendersi al luogo comune che vuole che un napoletano non possa viaggiare ma soltanto emigrare.
Cosa intendiamo dire? Che la fuga di cervelli (brain drain) è solo una parte del fenomeno dei “cervelli che si spostano”, che comprende anche lo scambio di cervelli (brain exchange), la circolazione di cervelli (brain circulation) e lo spreco di cervelli (brain waste).
Di cosa si tratta? Secondo l’Ocse (1997) il primo definisce il flusso complessivamente equilibrato di risorse ad alta qualificazione tra due paesi; la seconda il flusso di risorse con le stesse caratteristiche che scelgono altri paesi per completare e perfezionare gli studi, fare le prime esperienze lavorative e poi tornare a casa per mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite; il terzo il flusso di risorse ad alta qualificazione che, nell’ambito di uno o più paesi, si sposta verso impieghi diversi rispetto a quelli per i quali sono stati formati.
Il messaggio nella bottiglia potrebbe essere il seguente: il fatto che di notte tutti i gatti sembrano grigi non vuol dire che lo siano. Come dimostra il fatto che la circolazione e lo scambio di cervelli fanno solo bene alla salute. Dei cervelli, dei paesi dai quali provengono e di quelli che li ospitano. La fuga e lo spreco no.

Cosa è cambiato in questo anno e mezzo? Che assieme ai cervelli se ne vanno sempre più anche i cuori, quelli dei giovani che nel nostro paese trovano sempre meno il modo di realizzare le loro aspirazioni.
Ci sarà un modo per invertire l’ago della bussola?

Chi ce vò bene appriesso ce vene

Chi me vò bene appriesso me vene. Era uno dei  detti preferiti da papà per indurci a seguirlo in qualche gioco, passeggiata,  ecc. quando già avevamo superato l’età del “chi  vò venì cu mmé mette ‘o dito ccà sotto” (lui con il palmo della mano aperta all’ingiù, noi felici di farci acchiapare il dito quando chiudeva la mano) e  non  avevamo ancora l’età del “se vulite venì, venite, o si nno facite comme ve pare”. Lui era fatto così. Se non lo assecondavi, “si pigliava collera”, naturalmente quando si giocava, perché quando si faceva sul serio o si faceva come diceva lui o si faceva come diceva lui.
Lo so che più passa il tempo più ho modi strani di associare le cose, ma a me questa storia di  “chi me vò bene appriesso me vene” mi è tornata in mente qualche giorno fa, dopo che il mio amico Salvatore, al quale avevo mandato il .pdf di “Legalità, ti voglio Bene”, mi ha inviato una mail molto affettuosa con la domanda difficile finale incorporata: “Vincenzo, ma secondo te in Italia c’è ancora spazio per la legalità e il rispetto delle regole?”.
Io ritengo che la parola amico, quando è usata a proposito, comporti un grande privilegio e molti piccoli obblighi, cosicchè ci ho pensato un pò su e poi ho così risposto a Salvatore: “Carissimo Sasà, non so rispondere alla tua domanda. Punto. Dopo di che, come  dice il saggio cinese, solo se in inverno ti prendi cura del seme in primavera puoi sperare di veder spuntare la pianta. Insomma noi ci proviamo. Pò, chi ce vò bene appriesso ce vene”.
La morale della storia? Non ci sta. Anzi si.  Noi lottiamo, amiamo, piangiamo, ridiamo, insomma viviamo, rispettando le regole. Chi ce vò bene appriesso ce vene.

Secondigliano, mon amour

enakapata3[…] È tutto il giorno che continuo a pensare a Secondigliano. Non tanto per i 25 anni e passa che ci ho trascorso. È che a Secondigliano ho comprato il mio primo disco, un 33 giri di vecchi successi di Peppino di Capri. E il mio primo libro, Lavoro salariato e capitale di Karl Marx. Da Secondigliano sono partito per occupare la mia prima scuola, l’Istituto Tecnico Industriale Statale Francesco Morano di Caivano. E per andare al mio primo concerto rock, The Incredible String Band alla Mostra d’Oltremare. A Secondigliano sono stato ragazzo. Fidanzato. Tifoso. Studente. Comunista. Ho vissuto la mia vita da mediano. Con mio fratello Antonio; Tonino Parola, figlio di Raffaele, operaio all’Italsider; Salvatore Traino, detto ò beat, figlio di Gennaro, operaio alla Mecfond; Stanislao Nocera, figlio di Cosimo, operaio alla Mangimi Chimici Meridionale; Antonio e Carmine Rubino, figli di Gennaro, pensionato; Umberto e Gennaro Pastore, figli di Antonio, artigiano. Tutti soci fondatori del Gruppo Alternativo Incazzati di Secondigliano. Con regolare sede in via Corso d’Italia. Ampio sottoscala condiviso con una compagnia di prosa napoletana. Da “Non ti pago” di Eduardo De Filippo a “Howl” di Allen Ginsberg. Dalla musica di Charlie “Bird” Parker alle canzoni di Massimo Ranieri. Niente spocchia. Nessuna puzza sotto al naso.
Per me Secondigliano è tutto questo. E molto altro ancora. Oggi deve essere la giornata mondiale del déjà vu. Mi tornano in mente senza un ordine preciso. Ma sono proprio loro. Senza ombra di dubbio.
Giorgio Gagliardi, tecnico della Radaelli, milanese, che mi presenta la donna, napoletana of course, destinata a diventare la più importante della mia vita.
Don Peppe detto Testolina, che nella Torino dell’autunno caldo raccoglie sassi per strada e li vende come pietre del Vesuvio. Uomo capace di giocare e di perdere, in quegli stessi anni, 700 mila lire giocando una partita a scopa. Vince chi fa sette punti. 100mila lire a punto. Una partita sola. Senza rivincita. Una vita da magliaro e un sogno. Vedere Ciro, l’ultimo figlio maschio, diplomato. Almeno per lui vuole un destino diverso. Ed è strenuamente convinto che solo la scuola possa darglielo. Il fatto è che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino dei re. Figurarsi in quello dei magliari. Sarà la sconfitta più dolorosa della sua vita.
Peppe detto “a lente” a causa della marcata miopia, discreta ala destra, esponente di seconda fascia della band dei magliari, più piccole truffe che fantasia, non ha ancora 30 anni quando supera il traguardo dei 200 comuni che gli hanno consegnato il foglio di via.
Totonno detto “tre palle”, meglio lasciar perdere per quale ragione, che quando Pippone, l’eleganza fatta “paccotto”, gli chiede di affacciarsi dal finestrino per vedere quale stazione si stanno lasciando alle spalle risponde “siamo a Alemagna panettoni”.
Gennarino De Rosa, detto Topolino, forse per i baffetti radi o forse no, operaio in una piccola fabbrica di calzature, un destino segnato dalla colla e dai tacchi.
Pasqualino detto “ò ricciulillo” in omaggio alla folta chioma che fu, che ha in sorte una sorella di nome Margherita e il tormento del nostro sorriso malizioso mentre intoniamo, si fa per dire, “perché Margherita è buona, perché Margherita è bella, perché Margherita è mia”, ogni volta che lo vediamo avvicinarsi.
Tutto vero. Giuro. Com’è vero che Secondigliano mi è rimasta appiccicata addosso anche quando, con il matrimonio, mi sono potuto spostare al Petraio, magica scalinata tra Chiaia e il Vomero, uno degli scorci più incantevoli di Napoli. Forse è per questo che non mi sono mai del tutto rassegnato all’infinito degrado del mio quartiere. Che, non potendo naturalmente impedirlo, ho cercato almeno di esorcizzarlo. Con l’ironia. Con il ricordo. Penso al tormentone interpretato fino allo sfinimento e oltre con Luigi Santoro, mio maestro e compagno alla Cgil. Io che propongo di organizzare un convegno dal titolo “Secondigliano non è solo camorra”, lui che risponde serio che si può fare. A patto di affidare a lui l’intervento centrale. Titolo: “… è pure munnezza”. Luigi è così. Prendere o lasciare. Battuta sempre pronta. Mai banale. L’organizzazione prima di tutto. Se ti può stressare ti stressa. Se può farti venire i sensi di colpa te li fa venire. Però non ti lascia mai solo. Lui c’è. E tu sai che su di lui puoi contare. Sempre. Comunque su Secondigliano ho continuato a pensarla a modo mio, anche se a sentire lui io ho sempre pensato e fatto a modo mio. Adesso che ci penso, qualcosa di vero ci deve essere, perché una volta anche il grande capo, Sergio Cofferati, mi ha detto che ho il difetto di fare sempre di testa mia, che non sto a sentire nessuno. Ma quella volta era molto arrabiato con me per faccende legate al sindacato campano. O forse poi me lo ha detto anche qualche altra volta. Comunque quella è un’altra storia, che forse un giorno racconterò. In questa c’è che nelle diatribe tra le bande giovanili del Vomero e quelle di Secondigliano, quando con l’apertura della linea 1 della metropolitana i “tamarri” di periferia si sono potuti finalmente riversare in massa nei quartieri “alti” della città, non ho avuto dubbi a schierarmi dalla parte giusta. Naturalmente quella di Secondigliano.
In questo diario il mio quartiere non ci sta insomma per una questione di folklore. Né per nascondere le sue vergogne. Non sarebbe giusto. E neanche possibile. La mia è piuttosto una dichiarazione d’amore. Per tutto quello che esso ancora rappresenta per me. Per le tante persone perbene che ci sono vissute. Per tutte quelle che ci vivono ancora. Forse dovrei scrivere che è soprattutto per loro che non bisogna perdere la speranza. La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse.

Enakapata Movie

Forse ve l’ho già raccontato. O forse no. Del mio @mico regista che leggendo di zia Concetta e papà mi ha chiesto di mandargli una bozza di sceneggiatura che lui magari lo faceva diventare un “corto”. Io, naturalmente l’ho presa come dovevo prenderla, come un gesto di amicizia, come si dice, una cosa carina. E invece no. Perché ieri l’ho me lo sono ritrovato in chat con la medesima reiterata richiesta. E allora ho capito che le sue intenzioni sono serie, come disse la signora Assunta quando Totonno tre palle le si presentò in casa con cravatta, 11 rose rosse e scatola maxi di Baci perugina per “appuntare” ufficialmente il fidanzamento di fatto con la figlia Carmela.
Cosa succederà adesso? Manderò le mie due paginette al mio @mico Francesco.
Cosa succederà dopo? Probabilmente nulla. Perché non è detto che le mie due paginette piacciano a Francesco. E perché anche se gli piacciono non è detto che trovi il modo di tirarne fuori qualcosa.
Vi sembro strano se vi dico che a me tutta questa storia già così mi piace un sacco? E poi sono o non sono un mago della serendipity? Io per intanto scrivo. Il resto, se accade, ve lo faccio sapere.

La nota della salute

Con Anna e Gerardo siamo amici da una vita, anche se tra le cose della vita non sempre riusciamo a districarci in maniera tale da trovare più spesso il tempo di stare assieme. Ieri sera però ci siamo riusciti alla grande.
Vogliamo cominciare dalle pizze fatte da Anna? Erano così buone che con Alessandro, Anna, Barbara, Cinzia, Federica, Gerardo, Gianni, Sondra, Valeria (notare il rigoroso ordine alfabetico, please) abbiamo deciso di fondare la Compagnia della Pizza e di vederci ogni inizio anno per i prossimi 30 anni (fatta una rapida addizione mi sono rifiutato di impegnarmi oltre) per celebrare il nostro vincolo di amicizia. Immancabile quanto inutile (tra non molto il verbo ascoltare lo potremo eliminare dal vocabolario) la  discussione sul rapporto dei ragazzi con Facebook, con me unico tra i grandi (nel senso di over 40, of course) a sostenere la causa dei social network. Infine la più magica, paranoica, insinuante, comica, eroica osservazione che un/a amico/a può fare su Enakapata: “però a me tra gli amici non mi hai citato”.
Chi è stato/a non ve lo dico. Vi dico invece  che aveva i titoli per farlo. Aggiungo che è finita come ogni volta a ridere, tra uno sfottò di chi su Enakapata c’è e una citazione della più nota “nota della salute” di tutti i tempi, quella stilata da Tommasino in Natale in Casa Cupiello.
Dite che c’è qualcuno che non la conosce? Rispondo  che non è vero ma ci credo. E ve la regalo direttamente da You tube. Buona visione.

Era un giovidì, signò

From Enakapata. Thursday, September 11 2006
Non avevo dubbi. Ma mentre metto a punto il corso per il nuovo anno accademico ripenso con piacere all’interesse riscosso dal modulo sulla Serendipity. Un interesse che l’esempio di Carninci ha sicuramente contribuito a rafforzare. Thomas Kuhn e la struttura delle rivoluzioni scientifiche, il cambiamento di paradigma, l’inganno del saggio scientifico, le scoperte multiple indipendenti, il rapporto tra genio e caso sono diventate anche grazie a lui qualcosa di più del “solito” programma del corso di sociologia dell’organizzazione da studiare “a pappardella” per sostenere l’esame e cancellarlo dalla memoria il giorno successivo. Mi convinco sempre più che per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reali. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità.
Esce oggi un mio nuovo articolo dedicato ancora alla serendipity e all’organizzazione della scienza. Lo spazio tiranno costringe Pierangelo Soldavini, vicecaporedattore di Nòva, a sforbiciarlo qua e là. La cosa gli riesce con una maestria che la sintesi che segue non riesce di certo ad eguagliare.
Il punto di partenza è dato dal concetto di Serendipity, sconosciuto ai più, buffo anzichenò, con un certo non so che di magico, una sorta di supercalifragilistichespiralidoso della ricerca sociologica che dobbiamo al genio di Robert K. Merton. Quello di arrivo dalla possibilità che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi moltiplichi ed acceleri le opportunità per tutti quei soggetti – città, università, imprese – che intendono puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che per questa via si possa crescere di più. Sfruttare di più e meglio le opportunità. A sostegno dell’idea cito ancora una volta il lavoro di Carninci. Ricordo che in Italia non ha avuto la possibilità di stabilirsi come ricercatore, pur avendoci provato per diversi anni, sia in campo universitario che nell’industria biotecnologia. Che mentre le domande con le quali era solito fare i conti dalle nostre parti erano del tipo: prenderò il prossimo stipendio? devo cambiare lavoro? se non compero la carne ma mangio solo spaghetti, riesco ad avere i soldi per fare benzina e andare in laboratorio?, giunto in Giappone le domande prevalenti sono diventate di colpo: come capire la funzione del genoma? come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni? Evidenzio il fatto che in Giappone, come negli Stati Uniti, le strutture di ricerca sono organizzate, la ricerca è un investimento in sapere, il ricercatore è considerato un produttore di conoscenza e di brevetti per lo sviluppo del paese. Indico la necessità di prendere atto della oggettiva difficoltà del nostro Paese ad uscire dai confini della sperimentazione, a delineare una prospettiva nella quale le eccezioni diventino la regola, le buone pratiche la norma. Sottolineo che si tratta di un prendere atto che non significa subire, ma piuttosto comprendere fino in fondo tali difficoltà per incrementare le effettive possibilità di superarle. Come? Ad esempio attivando processi di sensemaking, cioè considerando la realtà come il risultato dell’attività delle persone che danno senso in maniera continua alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate. Esplicito l’idea che il sensemaking possa favorire il passaggio dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi – fini, a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Concludo sostenendo che in Italia esistono molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione e allo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso”. Che davvero nell’Italia delle cento città questa può essere questa una maniera utile per sostenere processi di sviluppo dal basso, diffusi, di qualità. In particolar modo se saranno le istituzioni, le università, le imprese a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la loro propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la loro voglia di fare rete.

Potsu-potsu

enakapata3Si scrive potsu-potsu. Si pronuncia, più o meno, po(t)zu-po(t)zu. Significa schizzechea. Cosa vuol dire schizzechea? Ma allora, come dice Riccardo, state proprio a pezzi. Ma come, c’è anche la canzone di Pino Daniele, Vorrei rubare per un’ora, qualche sorriso e qualche storia, però il tempo sta cambiando, schizzechea. Schizzechea sta per “piove rado, lentamente, piano, appena”. Ebbene si. Pare che il giapponese,  come il napoletano, sia una lingua decisamente onomatopeica.
Non lo sapevate? Neanche io e Cinzia fino a ieri sera. Quando abbiamo imparato che Vincenzo in giapponese si dice Vincenzo. Dite dove sta la novità? Ci sta, ci sta. Perché ad esempio Roberto in giapponese si dice Roberuto. Perché Vincenzo uguale e Roberto no? Perché nella lingua giapponese non esistono sillabe tronche, ad eccezione di quelle che finiscono in N. La N è insomma l’unica consonante che può rimane tronca. Vi state chiedendo se ieri sera io e Cinzia abbiamo cenato con amici giapponesi? La risposta è no. Patrizia e Roberto, che ci hanno invitato nella loro bella casa, sono napoletani doc. Così come Barbara, alla quale dobbiamo la conoscenza di Patrizia e Roberto. Il fatto è che per Patrizia, Roberto e Barbara il Giappone è passione, cultura, studio, lavoro. Il giapponese è la loro seconda lingua. Il Giappone la loro seconda casa. L’ospitalità e la cena deliziosa, la buona compagnia, le chiacchiere intorno al Giappone e alla Cina, al giapponese e al napoletano, a Froncois Jullien e a Ivan Morris, al pensiero dell’efficacia e alla nobiltà della sconfitta ci hanno consentito di trascorrere una bellissima serata.
Sarà l’età (non scatecollatevi a fare sì sì con la testa, vi potrebbe venire un dolorino dietro al collo), ma mi convinco sempre più che un bel libro, una bella chiacchierata, una bella passeggiata e una bella donna (anche un bell’uomo, of course, ma in queste faccende ognuno parla per sé) sono tutto ciò che serve nella vita per essere felici. Ci vediamo l’anno prossimo.

Overamente è ‘na capata!

enakapata3Luigi Della Corte: Ve lo ricordate il fratello di Parascandolo, nel film “Così parlò Bellavista”? Ecco, chi scrive è “fratello di”, in questo caso di Renato, una delle “comparse” di Enakapata (quello della cartolina, per capirci).
La faccio breve: penso che il libro abbia molti pregi.
Anzitutto: esce fuori dallo schema “in viaggio con papà”. Il “diario” di Vincenzo e Luca in Giappone è fatto “alla pari”, senza passare da rituali, iniziazioni o passaggi di testimone o altro. È quasi una vita domestica, dove l’eco di Napoli arriva e porta le sue nostalgie di sempre.
Altro pregio: si parla di università e di eccellenze, di ricerca, di innovazione. E si dice che sì servono soldi (e tanti) per portarle avanti, ma che da soli i soldi non bastano. Servono sopratutto teste pensanti e idee da mettere in circolazione liberamente. Non è una ovvietà ripeterlo, in una Italia che – non solo nell’ambito universitario – sembra fatta di “compartimenti stagni” e di tagli alle spese, di mancanza di coordinamento e forse (ahinoi!!!) di finalità.
Infine, la cosa che mi ha colpito di più: Enakapata è una “foto” dei tempi di oggi. Email, cartoline, skype, telefonate e quant’altro. Relazioni che nascono e crescono attraverso vecchi e nuovi mezzi di comunicazione, che non temono le distanze: una società globale che ha voglia di comunicare, di confrontarsi e – una volta tanto – di capirsi. Un mondo che, nonostante tutto, overamente è ‘na capata!

Ma io e Adriano siamo amici? E io e Concetta? E io e Bruno? E io e …

Vincenzo, I’d like to add you to my professional network on LinkedIn. Il messaggio è quello di prammatica, ma l’invito viene da Carninci, che peraltro è da un bel po’ che non sento. È domenica mattina e lo stress non è quello dei giorni migliori. Mi connetto alla piattaforma LinkedIn, digito login e password, accetto la richiesta di Piero, mi metto a sistemare le mail in entrata e in uscita. […]
Ma io e Piero siamo amici?, mi domando. Sì, certo, mi rispondo. Ma sono quasi 2 anni che ci conosciamo e non ci siamo ancora visti una volta che fosse una, mi dico ancora. Non un caffè preso assieme. Non una stretta di mano. Vero, controbatto. Ma ci siamo sempre sentiti ben accolti nella cerchia dell’ospitalità. Abbiamo condiviso il piacere della conoscenza. Abbiamo trovato impressioni e connessioni come solo ai veri amici accade.
Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe Testolina, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di
Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà e non smette fino a quando l’amico non scende. […]

Assieme a Cinzia, ho inviato per la prima volta una mail a Piero Carninci a inizio ottobre 2005. Sono diventato suo amico su LinkedIn il 27 maggio 2007.  Ci siamo scritti e  parlati via Skype più volte nel corso dell’anno. Ho stretto la sua mano per la prima volta a Tokyo la sera del 3 marzo 2008. Magie di internet. Tecnologie che riarredano il mondo nel quale viviamo. E mentre siamo intenti a disporre le nuove cose, a dare significato le parole che le definiscono,  a gestire l’incertezza che ad esse è associata, ci scopriamo in un mondo diverso da quello al quale eravamo  abituati.
Prendiamo la parola amico. Su Facebook ne ho quasi 800. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò grazie a Facebook. Con parecchi di loro mi scrivo, scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto accada di fare con molti amici “in carne e ossa”. Eppure ogni volta mi viene da dire “siamo amici su Facebook”.  Perché? Perché non c’è “una parola una” che definisce questo rapporto? E se fosse l’ora di inventarla?

Noci, nucelle e castagne ‘nfurnate

enakapata3I remember. Ricordo che il momento dell’abbrancata era quello più eccitante del cenone della vigilia. Dopo, con i dolci, sarebbe tornata l’armonia e la pace che si addicono al Natale, ma quello era il momento della competizione. Di più. Della più accanita, agguerrita, fraticida, chiassosa, giocosa lotta dell’anno.
Come si svolgeva? Noci, noccioline, mandorle, castagne infornate, ecc. venivano riversate al centro del tavolo e ad un cenno di papà io, Antonio e Gaetano e Nunzia cercavamo di abbrancare”, cioé di afferrare, conquistare, accaparrare quanto più era possibile. Le gomitate si sprecavano. Così come le risate. E i tentativi quasi sempre infruttuosi di infilare le mani sul bottino già conquistato da fratelli e sorella.
Era quasi una lotta senza quartiere. Estremamente divertente. Che aveva fine solo quando mamma, gerla in mano, passava in rassegna la “truppa” intimando la restituzione del “maltolto”. A suo dire era per evitare il sopraggiungere di fastidiosi mal di pancia, ma noi abbiamo sempre pensato che intendeva evitare soprattutto che le “scorte” si esaurissero prima del tempo, il giorno della Befana.
La più bella ex contadina del mondo, nostra madre, su questo punto era inflessibile. Il procedimento era lo stesso a Pasqua. Le letterine piene di buoni propositi sotto il piatto di Papà. Papà che con grande “sorpresa” le notava, le leggeva, si commuoveva e ci dava mille lire ciascuno, mamma che passava con la mano aperta per ritirare le milel lire che le avrebbe conservate lei per quanto ci servivano.
Le avete mai viste voi le mille lire di papà? Neanche noi.
Tanti anni fa ho scritto che il Bel Paese lo vedo proprio così. In balia di chi pensa che non resta che abbrancarne i pezzi, che siano di territorio, di media, di magistratura o di quant’altro poco importa. Il tutto senza divertimento. E senza che si intraveda chi abbia la capacità e i “titoli” per avviare il gioco e stabilire le regole. Che a tutt’oggi (l’oggi di più  di dieci anni fa) non ci sono. Aggiungendo che forse sarebbe stato il caso di cambiare il gioco. E coloro che ne erano i protagonisti.
Ma che faccio, è Natale e mi metto a fare ragionamenti politici? Perdonatemi. Un abbraccio affettuosi a tutti voi. Buon Natale.

Enakapata Sottolineato

enakapata3Sottolineato, una splendida idea – pagina promossa su Facebook.  Una telefonata. Un pò di chiacchiere formato chat. Intersezioni, interazioni, connessioni. La voglia di incrociarlo alla prima occasione davanti a un buon caffé. Per fare quattro chiacchiere formato chiacchiere. E magari “inventare” qualcosa assieme.  It’s “my” Adriano Parracciani, folks. Quelle che potete leggere di seguito sono invece la sua mail e la sua recensione.

Ti mando su gmal una recensione di Enakappata. Non ho fatto come invece sono solito fare, varie riletture a freddo con relative correzioni; quindi scusa per gli errori e/o strafalcioni che troverai. Ho finito il libro da qualche giorno e non volevo meritarmi il carbone nella calza della Befana quindi mi sono detto meglio inviare subito il commento anche perchè devo rimettermi sotto a terminare la pazzia in cui mi sono imbarcato: un romanzo thriller storico. A  presto. Adriano.

Inizio a leggere le prime righe. Uno scienziato italiano quarantenne dirige in Giappone un consorzio di cervelloni che sta rivoluzionando le conoscenze sul DNA. Ho capito, si deve trattare di un romanzo di fantascienza, non ce dubbio. Le righe che seguono però smentiscono la mia ipotesi: è scienza; proprio quella vera con la esse maiuscola.
Il testo scorre agevolmente e subito si comprende che Vincenzo Moretti, l’autore, ha una fissa: quella della serendipity nella scienza. Il Moretti sociologo vuole sapere quanto conta il caso nella ricerca, se la casualità è tanto importante quanto il genio, e se conta più il talento o l’organizzazione per avere successo. Se ne va quindi in Giappone per un mese a studiare la cosa, portandosi il figlio Luca, bassista ed ex studente di fisica, che gli farà da tutor-assistente-traduttore-spalla-bandante-figlio, ma non solo. Il Moretti bassista, è infatti il contro-canto del Moretti sociologo in questo libro-blog di viaggio.
I due Moretti hanno un problema, per esplicita dichiarazione del sociologo: sono di Secondigliano. Essere di Secondigliano e voler combattere, con la dignità ed il rigore, l’ironia ed il luogo comune.
Essere di Secondigliano, però, e non perdere la speranza: uhm..dura. “La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse” dice Vincenzo prima di partire. Quello che scopre del Giappone non lo aiuterà a ricredersi, tutt’altro.
Ma torniamo alla ragione del viaggio. Capire se quel centro di ricerca nel Sol Levante può essere preso ad esempio come modello organizzativo innovativo e vincente. Studiare il modello Riken, ed il sociologo lo fa con il metodo scientifico; intervistando quelli che contano: gli scienziati italiani che lì eccellono, i ricercatori, i nobel e alcuni semi-dei dell’industria giapponese. Interviste incontri, visite,
appunti, articoli analisi e riflessioni alla fine permettono di scoprire la ricetta vincente.
Competere anzi collaborare è loro paradigma; lì fare rete è una cosa che si fa, che si applica, non come in Italia dove è solo una frase da consulenti, che si usa dire e ri-dire perchè è di moda. “Come dice Joda a Luke nel quinto episodio della saga di Star Wars, provare non esiste. Esiste fare o non fare”.
Serendipity e processo organizzativo basato sul merito, vera condivisione, forte collaborazione e sana competizione, non guerra; voglia di “cimentarsi con l’inedito” e comprendere che “fare ricerca in giro per il mondo fa bene alla ricerca”. “Senza soldi non si fa ricerca” ma il Giappone lo sa e provvede.
Mia nota tra parentesi (In Italia, non solo a Secondigliano, tutto questo non si può fare. Menti italiane eccellono all’estero perchè in questa italia con la minuscola, l’eccellenza è abolità, così come il merito, il rispetto, la responsabilità e svariate cosette di questo genere).
Come ho detto, il bassista ed il sociologo sono napoletani. Non che questo sia ne un pregio ne un difetto, lo dico perchè questa essenza partenopea si annusa in tutto il libro, come è giusto che sia. Tante righe sono dedicate ai ricordi di gioventù, a Secondigliano, agli affetti familiari ed alla napoletanità.
Le innumerevoli citazioni di Totò mi rendono la valutazione di Enakapata assolutamente parziale; a me, che sono una specie di zio Peppino, ne bastano tre per definire un libro automaticamente eccelso. Durante l’incontro dei Moretti con Tonomura (Mister Hitachi, nominato National Tresure dall’Imperatore) che aveva notato come i due avessero lo stesso cognome, Luca interpreta addirittura il mitico ritornello “Vincenzo mè padre a me”.
I due Moretti vanno alla scoperta del Giappone e attraverso Enakapata lo fanno scoprire anche a noi. E cosa si scopre? Un altro mondo!
– in Giappone il Karaoke è una vera mania; (Oh no eviterò di andarci);
– in giappone neanche i fandanzati si chiamano per nome;
– non si mangia per strada, tant’è che non ci sono i cestini;
– le stanze andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo;
– le cose vengono costruite a regola;
– s’indossano le mascherine per proteggere gli altri dai propri virus;
– è sconveniente starnutire in pubblico;
– il lavoro è finito quando è finito non quando suona la campanella;
– si da valore alla responsabilità, al rispetto, al lavoro;
– il colore del grembiule degli scolari dipende dal profitto;
– per contare chiudono le dita invece di aprirle;
– se possono fare una volta “prima” allora possono fare sempre “prima”;
– la spazzatura te la ritirano a casa
– parlano poco la lingua inglese (ehi, come noi);
– tanta gente ma niente prepotenze, spinte o casini;
– i mezzi pubblici spaccano il secondo, sono confortevoli, puliti e silenziosi;
– si rimane colpiti quando si guasta la metro;
– la bellezza è un ossessione.
Come dicono i Moretti, sti giapponesi sono dei “tipi strani”. Dopo un mese, al ritorno, Luca conferma l’amarezza iniziale di Vincenzo; “La saggezza popolare recita che partire è un pò morire. Forse talvolta è vero il contrario”.
E’ l’amara conclusione rispetto a quello che potrebbe essere ed che invece non è.

Riccardo e il ritratto del nonno

Riccardo ha appena compiuto 14 anni. Una settimana fa l’ho trovato a casa mia che guardava il disegno a matita del nonno e scriveva. Gli ho chiesto cosa stesse facendo. Un ritratto del nonno, mi ha risposto.
Il suo ritratto del nonno è questo:
Quell’oscuro abisso era costeggiato da un contorno ondulato di ciglia lunghe e sottili, sotto cui si ergeva come un monte solitario quel suo enorme naso, forse un pò goffo, ma pieno di espressione. Sotto, una bocca lunga e sottile era contornata da qualche ruga appena accennata. Sopra gli occhi, si estendeva una pianura rosa costeggiata ai due lati da due boschi bianchi come la neve.
Il punto, almeno il mio, non è né la somiglianza né, tantomeno, la qualità letteraria  del ritratto. Il punto, almeno il mio, è la motivazione. Quella che l’ha portato a casa mia. Ad osservare il disegno del nonno. A scrivere il suo ritratto.
Riccardo frequenta il primo liceo scientifico. L’altro giorno ha avuto la pagella del primo trimestre. Sua madre, da sempre più presente di me in queste faccende, è andata a scuola per ritirarla e per parlare con i proff.
Quando sono passato il giorno dopo, ho saputo che Riccardo e la sua classe erano andati al cinema e che la prof. che li aveva accompagnati era tornata superarrabbiata perché  i ragazzi avevano lasciato di tutto per terra. Dopo di che aveva  rimarcato l’esigenza di parlarne nelle sedi d’istituto, aveva ribadito che una cosa del genere non poteva essere lasciata passare in silenzio e aveva concluso sottolinenando che era stato solo grazie a Riccardo, Francesco e Alessio, che avevano raccattato tutto quanto era possibile raccattare, che era stato possibile non sprofondare per la vergogna.  La cosa ha avuto un seguito già il giorno successivo in classe quando un’altra prof. ha  voluto fare personalmente i complimenti a Riccardo, Francesco e Alessio per ciò che avevano fatto.
Il punto, almeno il mio, non è quello di raccontare quanto sono bravi ed educati Riccardo,  Francesco e Alessio. Sia perché in fondo hanno fatto soltanto ciò che andava fatto , sia perché messa così la faccenda fa fatica ad avere un valore generale.
Il punto, almeno il mio, è che ancor più dei ragazzi che hanno  avuto un comportamento responsabile sono stati le proff. che, valorizzando tale compertamento, hanno posto le basi per l’attivazione di circuiti virtuosi, di buone pratiche, di processi di isomorfismo.
Il punto, almeno il mio, è che deve essere conveniente essere educati, rispettosi, responsabili affinché si diffonda la cultura dell’educazione, del rispetto, della responsabilità. E che nella determinazione di questa convenienza sono decisive le motivazioni delle persone. E, ancor di più le azioni delle famiglie, delle scuole, delle imprese, dei governi a ogni livello.
Elementare. Ma niente affatto semplice. E questa volta non c’entra il mio punto di vista. Basta guardare a casa Italia.

Di giappoletani, di naponici e di altre sciocchezze

enakapata3Roberto De Pascale lo  conoscete già. Ve ne ho parlato in un post di qualche settimana fa commentando le foto e il post che aveva inviato da Ikebukuro. Oggi sulla pagina di Enakapata su Facebook ha postato questo messaggio:
Fino ad ora in Giappone ho conosciuto tre “giappoletani” d.o.c.: uno è Girolamo Panzetta, presentatore TV ed uomo immagine della cultura tradizionale napoletana; il secondo è Salvatore Cuomo, visto esternamente puo’ sembrare un giapponese ma ha un cuore (anche se un pò “acciaccato”) totalmente napoletano, vero rappresentante della Cucina Napoletana in terra di Yamato; il terzo è Pietro Cristo, poliedrica figura, capace di fare l’arbitro di calcio come l’attore in film con Takeshi Kitano, che ogni settimana si collega tramite “feed radio” ad orari indecenti pur di seguire, in diretta, le partite del Napoli. Come la forza in Luke Skywalker, la Serendipity scorre forte in queste persone”.
Di “naponici” (il neologismo definisce in questo caso i napoletani che coniugano la creatività partenopea e l’approccio al lavoro nipponico) avevo raccontato più o meno nello stesso periodo su Della leggerezza.
La domanda potrebbe essere: dato che il giappoletano ha già scelto il Giappone per realizzare le proprie aspirazioni, si può fare ancora qualcosa affinché almeno i naponici vivano le loro vite “per genio e per caso” trovino le loro strade serendipitose da queste parti?