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I fantastici 4

Dite la verità. Vi sarebbe piaciuto  di più rivedere il trailer del film con Reed Richards, Susan Storm, Johnny Storm e Ben Grimm alle prese con Silver Surfer.

E invece vi dovete accontentare di 4 domande e 4 parole chiave che però vi aiuteranno a capire meglio cosa fate o, meglio, cosa dovreste fare quando prendete una decisione.

1. Quali azioni sono possibili?
La prima parola – questione chiave è: Alternative.

2. Quali sono le conseguenze di ciascuna alternativa e quali le probabilità che ciascuna di essa si realizzi?

La seconda parola – questione chiave è: Aspettative.

3. Quanto contano (che valore hanno) per il decisore le conseguenze di ciascuna alternativa?

La terza parola – questione chiave è: Preferenze.

4. Come si sceglie fra diverse alternative tenuto conto del valore delle loro conseguenze?
La quarta parola – questione chiave è: Regola decisionale.

Ci fermiamo qui? Niente affatto. Perché bisogna fare i conti con 4 problemi importanti:

Problemi di Attenzione
Tempo e capacità di attenzione limitati.
Troppi elementi rilevanti.
Troppi segnali per poterli seguire contemporaneamente.

Problemi di Memoria
La capacità delle persone e delle organizzazioni di immagazzinare informazioni e, ancor più, di recuperarle quando servono è limitata. Non si conservano tutti i documenti. Non si registrano tutti gli eventi. La memoria si inganna. E’ difficile che la conoscenza accumulata in una parte dell’organizzazione sia utilizzata in un’altra.

Problemi di Comprensione

Il decisore ha capacità di comprensione limitate, fa fatica a organizzare e collegare gli eventi, non sempre è consapevole di essere in possesso di informazioni rilevanti, trae inferenze arbitrarie dalle infrmazioni in suo possesso.

Problemi di Comunicazione
E’ difficile comunicare e condividere informazioni specialistiche e complesse.

[Dizionario del Pensiero Organizzativo]

Se una regola c’è

Il processo decisionale può essere definito come conforme a regole quando le persone e/o le organizzazioni agiscono in base alla propria identità e seguono regole e procedure che ritengono appropriate alla situazione data.

Quando il processo decisionale si sviluppa secondo la logica dell’appropiatezza le domande principali con le quali chi decide si trova a fare i conti sono tre:

1. La domanda sul Riconoscimento:
Che tipo di situazione è questa?

2. La domanda sulla Identità:
Che tipo di persona (o di organizzazione) sono?

3. La domanda sulle Regole:
Cosa fa una persona come me (o un’organizzazione come questa) in una simile situazione?

La logica dell’appropiatezza è strettamente connessa al concetto di identità.

Un’identità è una concezione del sè organizzata in regole per adeguare l’azione alle situazioni.

Bocca di Rosa
Don Chisciotte
Agente 007
Medico
Giudice
Operaio

L’identità definisce l’individuo ma anche i suoi rapporti sociali con gli altri.
Sacerdote e sua comunità religiosa
Soldato, suoi commiltoni e suoi superiori

La faccenda è importante perchè:
Nella prospettiva individuale, le nostre azioni sono il risultato di standard autoimposti e di ruoli e regole che abbiamo deciso autonomamente.
Nella prospettiva sociale, le nostre azioni sono la conseguenza di obblighi precedentemente appresi, da responsabilità e impegni verso gli altri.

Nel primo caso, le identità sono definibili come conseguenza di scelte volontarie. Nel secondo caso, le identità sono qualcosa che si segue e non si sceglie.

[Dizionario del Pensiero Organizzativo]

Attenzione, battaglione, bisogna prendere decisioni

L’azione è strategica
I soggetti inviano e ricevono segnali, creando aspettative. L’agire diviene strategico e l’informazione, utilizzata per uno scopo preciso, può essere nascosta o messa in evidenza rispetto ad alternative, identità e regole.

Le credenze sono importanti
Le decisioni possono creare credenze, e possono anche influenzare la percezione delle cose, in particolare le reputazioni.

Fiducia e lealtà sono rare e apprezzate
L’agire strategico e le credenze rendono dinamico il processo tendente a stabilire intese e alleanze.
In tale situazione il processo decisionale attribuisce importanza a valori come fiducia e lealtà ma non li considera scontati.

L’attenzione è importante
L’efficacia delle decisioni è connessa all’attenzione di chi partecipa al processo decisionale.
Un uomo con più potere e risorse, ma distratto, può più facilmente fallire rispetto ad un uomo attento ma con minori risorse e potere.

Differenziazione delle Identità
Per gli individui è importante creare una propria identità  differente da quella degli altri. Per questo cercano di essere parte di gruppi che si differenziano dalla moltitudine e all’interno di questi cercano a propria volta di distinguersi.
Le differenze e i conflitti tra i gruppi favoriscono la coesione interna al singolo gruppo.

Competizione per il Primato
Le organizzazioni e i propri membri competono per migliorare i propri livelli.
La competizione non riguarda solo l’aspetto materiale ma anche quello relativo alla soddisfazione, come ad esempio il primato.
Per il decisore il raggiungimento del primato è spesso più importante delle ricompense materiali.

Decisioni Politiche o Conflittuali
Le decisioni vengono definite politiche o conflittuali quando  vengono assunte senza che vi sia accordo nè sulle preferenze sulle identità e ciò suggerisce probabilmente qualcosa di significativo circa le loro connessioni con il potere.

Team, sempre Team, fortissimamente Team

La modalità più semplice per pensare il passaggio dalla decisione individuale a quella collettiva è quella nella quale un guadagno relativo a un individuo costituisce un guadagno per tutti gli altri componenti del gruppo.
L’azione decisa da una identità è coerente con le identità a cui si riferiscono gli altri componenti del gruppo.
Difficile ma vero: il team risulta formato da attori con preferenze o identità coerenti che dovranno fare  conti soltanto con i problemi di comunicazione e di coordinazione.

La presenza di preferenze e identità multiple nell’ambito di un gruppo non è un fatto patologico bensì un fatto normale.
Preferenze e identità dei partecipanti non possono essere tutte realizzate all’interno dei vincoli già esistenti.

Il gruppo prende decisioni nonostante la moltiplicità, i contrasti, l’incoerenza tra i singoli attori.

Come?Team come Approssimazione
Il gruppo è ragionevolmente coerente e si può decidere di lasciar perdere le differenze.

Team come Semplificazione
In presenza di gruppi diversi, non si considerano le differenze interne a ciascun gruppo.

Team come Contratto
L’azione si svolge a due livelli.
Al primo si allineano le preferenze attraverso pagamenti, negoziazione, contratti.
Al secondo gli individui operano come un team.

Non prendete l’ascensore, prendete il potere

Chi prende cosa, quando e come, quando prende il potere? Come vengono trovati gli alleati, come sono negoziati e fatti rispettare gli accordi?
Persone differenti vogliono avere cose diverse o impersonare identità diverse e dunque non tutti possono ottenere ciò che desiderano.

Il potere è dato dalla capacità di avere ciò che si vuole o di soddisfare pienamente la propria identità.
Il potere si esprime sia attraverso la posizione che attraverso il comportamento.
Il potere si riferisce ad una sfera specifica.
La forza del potere si esaurisce con l’uso.

L’equa distribuzione del potere è la base della democrazia.
La conquista del potere è la base dell’ambizione personale.
La lotta per il potere e, attraverso il potere, per i risultati desiderati è la base del processo decisionale.

Il potere si basa sulla forza quando è il risultato di una combinazione ponderata delle volontà.

Il potere si basa sullo scambio quando è generato da scambi volontari e determina vantaggi comparati.
Quando il modello prevede lo scambio, la capacità di perseguire o soddisfare l’identità di un altro (cioè il potere) dipende da tre elementi:

Controllo sulle regole
Le interazioni sociali si fondano su regole. Le regole influiscono sulle decisioni, specificano procedure decisionali adeguate e giustificazioni adeguate per le decisioni e dunque intervenire su questi vincoli è fonte di potere.

Controllo sulle risorse
In un modello di scambio la capacità di controllare le risorse desiderate da altri genera potere. Quando i decisori hanno qualcosa che altri desiderano, possono scambiarlo con qualcosa di loro interesse. Il potere deriva dal possedere risorse ambite.

Controllo su preferenze e identità
Avere cose che altri desiderano comporta un vantaggio competitivo
. Chi persegue il potere è in grado di indurre gli altri a desiderare ciò che egli può offrire. Cambiare gli altri non è solo il modo per cambiare preferenze e identità ma anche per cambiare il proprio sé.

Digital Materials Laboratory

Al Digital Materials Laboratory (DML), diretto da Franco  Nori, si elaborano, sulla base di modelli fisici, teorie che si muovono nello spazio di intersezione tra fisica atomica, fisica quantistica e materia condensata, che possono essere verificate in maniera sperimentale o comprese attraverso l’osservazione dei fenomeni da esse stesse prodotte[1].

Al Dml, così come in tutti i laboratori di ricerca che compongono il Sqdrg, le verifiche sono annuali, estremamente analitiche, approfondite, dettagliate. A volere così è Akira Tonomura, il «gran capo», che le conduce personalmente sulla base di un algoritmo di valutazione, da egli stesso definito, che tiene conto del numero di pubblicazioni moltiplicato il livello di impatto della rivista sulla quale vengono pubblicate.

Tonomura premia chi ha risultati migliori con maggiori finanziamenti tra quelli assegnati al gruppo e per questa via contribuisce ad affermare la cultura del merito nell’ambito del Sqdrg e del sistema Riken più in generale.

A valutare gli articoli sono anche soggetti esterni. Ad esempio, l’articolo pubblicato a marzo 2008 da un team del Dml formato da un ricercatore cinese, uno svedese e uno americano, tra 2-3 anni sarà valutato da una compagnia specializzata, la Halsan, a partire dal numero di volte che è stato citato[2]. Poi bisogna naturalmente fare i conti con le verifiche periodiche.

L’ultima review di medio termine, condotta da un gruppo internazionale di verifica molto prestigioso, ha preso atto, nell’ambito di un esito complessivo lusinghiero, del risultato davvero eccellente del Dml. Kohei Tamao, al tempo direttore del Frontier Research System, ha apprezzato molto questo risultato e non ha fatto mancare al Sqdrg supporto e risorse.

Nori si pensa come una specie di coach, una sorta di allenatore in campo, ma in realtà è anche il fuoriclasse della squadra[3], un decisore con margini di autonomia molto ampi: è lui a indicare le direzioni di marcia, a individuare i progetti da portare avanti prioritariamente, a fare sintesi, a organizzare i team di ricerca, a definire la loro composizione, i criteri con i quali le risorse vengono destinate alle diverse attività, le modalità di finanziamento per l’attività dei ricercatori aggregati al suo gruppo.

Il numero dei ricercatori impegnati al Dml è decisamente variabile anche se con un trend in crescita[4]. Si tratta nella maggior parte dei casi di ricercatori che svolgono la loro attività di studio e di ricerca in altri paesi (Ucraina, Cina, Taiwan, Russia, Germania, Svizzera, Inghilterra, Moldavia, Giordania, Italia) che mediamente rimangono al RIKEN dai due ai quattro mesi all’anno[5], anche se non di rado ritornano per periodi più o meno lunghi più volte in un anno o nel corso di più anni[6]. Di norma, Nori predilige i ricercatori che provengono da paesi come Cina, Ucraina, Russia, che hanno una grossa tradizione nello studio delle scienze, i cui ricercatori hanno una formazione di ottimo livello, che investono molto sul lavoro scientifico.

Al Dml non ci sono posti fissi, così come più in generale al Sqdrg, i contratti hanno di norma la durata di qualche mese, al massimo un anno, naturalmente rinnovabili secondo le reciproche disponibilità o necessità[7]. Come afferma il suo leader, il Dml è un laboratorio di visiting researcher a breve, medio e lungo termine.

Nori sceglie personalmente ogni singolo componente del proprio team e ritiene che il processo di selezione delle risorse è molto complesso; è difficile dire cosa e chi funzionerà e cosa e chi no, chi riuscirà a produrre risultati nei tempi necessari e chi invece si muoverà troppo lentamente. Quel che è certo, aggiunge, è che le decisioni sono più veloci e la responsabilità delle scelte più chiara.

Importante è la capacità di distinguere, in ogni fase dell’attività di ricerca, tra componenti oggettive dei problemi, ad esempio un filone di ricerca non particolarmente redditizio, e componenti soggettive, più propriamente legate ai limiti di chi fa ricerca, ai risultati reiteratamente deboli e insufficienti prodotti da ricercatori non all’altezza del compito.

Il modello organizzativo adottato al Dml è tanto semplice quanto funzionale. Di norma Nori suddivide il team in gruppi, secondo uno schema che negli anni si è abbastanza consolidato: ogni gruppo, composto da un leader e 2-3 ricercatori, fa ricerca su un tema specifico; con Nori si relazionano i leader dei diversi gruppi che naturalmente a propria volta interagiscono con i loro collaboratori. Meno frequenti sono le discussioni plenarie[8].

Nel corso delle riunioni è talvolta Nori a proporre i temi e le idee, più spesso sono i leader dei diversi team, mentre Nori riserva per sé la parte dell’avvocato del diavolo: ci si scambiano i ruoli, si discute delle aree da sviluppare e di quelle da evitare perché troppo affollate, di quali articoli leggere, dei seminari e dei convegni cui partecipare.

Questa parte del lavoro relativa alla partecipazione a conferenze, alla lettura degli articoli, al confronto con gli altri gruppi in giro per il mondo è molto importante per individuare le aree di ricerca più fertili.

Nella fase finale diventa invece molto importante il controllo di qualità: la scelta dei contenuti da tagliare e di quelli da aggiungere o da potenziare; l’individuazione dei risultati che non sono sufficientemente importanti e di quelli che invece lo sono; la definizione delle modalità con le quali essi vanno presentati; la traduzione di tutto questo nel modo migliore di organizzare gli articoli, di strutturarli, di rappresentarli con l’ausilio di grafici, immagini e tutto quanto può aiutare a migliorarne la chiarezza e l’impatto.

È in questa fase che si sviluppa il processo di discussione finale. I diversi componenti del team fanno domande, e uno di essi, al quale è stato assegnato il ruolo del referente, risponde; oppure ci si siede davanti a due megaschermi e si discute l’articolo; c’è chi critica, chi mette in discussione, chi risponde; ogni domanda e ogni risposta viene come esaminata ai raggi X fino a quando tutti non vedono, condividono, ritengono corretta, la stessa risposta.

È questa una caratteristica importante del gruppo Nori, una metodologia adottata e consolidata nel corso degli anni: più occhi puntati sull’articolo per cercare e trovare l’errore. La capacità di individuare gli errori ha un’importanza fondamentale.

Nori alterna il lavoro al monitor e quello sulla carta; utilizza fogli di tutti i formati e penne di tutti i colori; insiste sulla necessità di utilizzare figure per illustrare in maniera chiara le proprie tesi; mette assieme più cervelli e più occhi per trovare il punto debole.

È meno facile di quanto si creda.
A quel livello, gli errori hanno una grande capacità di mimetizzarsi.
Quattro occhi sono meglio di due, sei meglio di quattro, otto meglio di sei, ama sottolineare Nori con approccio solo in apparenza didascalico; gli errori non rilevati finirebbero inevitabilmente per essere individuati da altri team ed è dunque molto meglio fare prima una propria review, attrezzare una metodologia che permetta a tutto il team di ricevere in maniera sistematica le stesse informazioni da quello che legge e contribuisca a rafforzare ogni singolo aspetto del lavoro che si intende presentare con una nota, una precisazione, un grafico che contribuiranno a rendere maggiormente evidente il processo seguito e i risultati raggiunti.

Per il gruppo Nori questa metodologia è diventata prassi. Per altri, anche in Giappone, abituati a processi di tipo verticale, nei quali a decidere è soprattutto il leader, è meno usuale.

È importante che tutti siano coinvolti in maniera attiva, che l’intero team mostri voglia di discutere e di condividere ciascuna frase dell’articolo.

Ancora. Una volta scritto un articolo lo si lascia là per giorni, dopo di che lo si rilegge e la rilettura meditata del testo ti fa accorgere se, come e dove la struttura logica non è ancora del tutto chiara, se manca ancora qualche passaggio intermedio.

La chiarezza logica dell’articolo è fondamentale. Aiuta a spiegare bene le proprie tesi, a interagire meglio con chi fa le review, a raggiungere un livello di produttività più elevato.

Per quanto sia impegnativa, talvolta persino dolorosa, questa prassi è decisiva per migliorare la qualità del lavoro e dunque dei risultati. È attraverso questo controllo di qualità interno molto rigoroso che si riesce a ottenere un asset molto elevato.


[1] Tra i progetti sui quali il Dml lavora attualmente ricordiamo il quantum computing, lo studio dei superconduttori di qubits attraverso la Josephson-junction, i circuiti quantistici scalabili, la dinamica dei vortici nei superconduttori, i nuovi dispositivi fluxtronics, i dispositivi che possono controllare il movimento dei quanta.

[2] Le comparazioni si fanno ovviamente per ogni settore dato che le dinamiche e l’ecologia di ogni gruppo sono diverse: di norma nell’area delle ricerche fisiche vengono considerati molto buoni i lavori che hanno citazioni nell’ordine di sette all’anno; per la matematica basta di meno, per la biologia ci vuole di più.

[3] Naturalmente, se lo si chiede a lui, risponderà che ogni tanto gioca pure lui ma in generale tocca agli altri componenti del team tirare calci alla palla.

[4] A gennaio 2002 al Dml lavorano in quattro, compresa la segretaria, già a fine anno sono tra i 6 e i 10, nel 2004 tra i 12 e i 16, a marzo 2008 tra i 12 e i 20.

[5] C’è chi rimane una settimana, chi un mese, chi 2-3 mesi, chi 6, chi 1 anno, chi 2-3; al marzo 2008 il record di permanenza appartiene a uno scienziato russo rimasto con il gruppo Nori per 5 anni.

[6] Per chi fa ricerca al RIKEN, un’opportunità importante è data proprio dalla possibilità di affrontare problemi complessi che non è possibile definire in poche settimane o mesi.

[7] È utile ribadire che si tratta di ricercatori che di norma hanno una stabilità di rapporto con istituzioni e centri di ricerca del proprio paese; naturalmente il discorso assume connotazioni diverse se e quando il ricercatore in questione lascia il proprio paese e si trasferisce a tempo pieno presso l’istituto di ricerca giapponese.

[8] Di solito i livelli sono dunque tre, in casi più rari quattro; al quarto livello sono impegnati quasi esclusivamente studenti.

Paroliamo

Alternative, Ambiguità, Apprendimento Organizzativo, Aspettative, Attenzione, Leader, Azione, Coalizione, Competenza, Conformità, Contraddizioni, Costruzione del Significato, Cultura Organizzativa, Decisione, Efficacia, Efficienza, Enactment, Identità, Incertezza, Interpretazione, Leadership, Motivazione, Partecipazione, Partner, Potere, Preferenze, Problem Solving, Processo Decisionale, Regole, Retrospezione, Ruolo del dirigente, Scopo, Sensemaking, Serendipity, Sistema Qualità, Soluzioni, Team.

Giocare è facile.
Ognuna/o di voi sceglie una o più parole tra quelle che trova qui sotto e prima propone film, libri, canzoni, quadri, sculture, storie di vita, luoghi, ecc. che ritiene possano essere associate alla parola scelta e poi spiega le ragioni dell’associazione fatta.

Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i

Citarsi Addosso [2]

L’individuo occidentale e il giapponese intendono qualcosa di diverso quando parlano di “prendere una decisione”.
In occidente, tutta l’enfasi è posta sulla risposta alla domanda. In effetti i nostri libri sulla decisione cercano di sviluppare approcci sistematici al problema di dare una risposta.
Per il giapponese, invece, l’elemento importante nella decisionalità è definire la domanda. I passaggi importanti e cruciali sono decidere se c’è bisogno di una decisione e che cosa essa riguardi. Ed è in questo passaggio che il giapponese mira a ottenere il consenso. In realtà, questo passaggio è, per il giapponese, l’essenza della decisione.
La risposta alla domanda (quella che per gli occidentali è la decisione) dipende dalla sua definizione. Durante il processo che precede la decisione, non si accenna mai a quale potrebbe essere la risposta. (….) Così l’intero processo si concentra sullo scoprire che cosa effettivamente riguardi la decisione, e non quale decisione dovrebbe essere.
[Drucker, 1974, pp. 446-467, cit. in Weick, 1995, pag. 15]

Giocare è semplice.
Si tratta di commentare con degli esempi  (vita quotidiana, letteratura, musica, cinema, ecc.) le considerazioni  di Peter Drucker.
Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i.