Non so se ve l’ho già raccontato, ma credo di no, in ogni caso immaginatevi Secondigliano nella prima metà degli anni 60 con annessa una giornata di pioggia a zeffunne, cosa peraltro facile da immaginare di questi tempi, e poi immaginatevi me e mio fratello Antonio ancora piccoli ma già con i nostri, vogliamo dire nasi pronunciati?, ma sì, diciamo pure nasoni, premuti sul vetro della finestra della cucina a ripetere sei, sette, dieci volte: “Madonna nun fa chiovere, che papà è ghiuto fora, è ghiuto cu’ ‘e scarpe rotte, a Madonna ‘e Piererotta, rotta ruttella, ‘a Madonna cu’ ‘e scarpuncielli, stella stelluccia, ‘a Madonna cu’ ‘o cappelluccio“. Papà da lì a poco sarebbe tornato a piedi da lavoro, avrebbe fischiettato per avvisarci che era l’ora di uscire sul ballatoio e correre ad abbracciarlo, e noi accompagnavamo così il suo ritorno, con la nosta cantilena propiziatoria inframmezzata da poco convinti “Enzo guarda, Antò guarda, chiove cchiù poco“.
La cena era una festa, non per quello che mangiavamo, che da quel punto di vista c’era assai poco da festeggiare, ma per la porta aperta. Per papà che ad ogni passaggio di un vicino, la nostra era la prima casa sul ballatoio e in quegli anni dal lavoro si tornava più o meno tutti alla stessa ora, gridava “don Gennà, don Antò” e così don discorrendo, “favorite“, ricevendo in cambio l’immancabile “buon appettito a voi e alla famiglia, don Pascà“. E anche, perché no, per mamma, la saggia adorabile contadina nostra, guai a chi ce la tocca ancora oggi, che ripeteva una volta si e un’altra pure “zitto Pascà, cà si chille veneno overamente, nun tenimmo niente“.
Eh sì, funzionava così. Porte aperte a Secondigliano. Sì, è vero, poi sarebbe cambiato, ma dove non sarebbe cambiato? Vabbé, ma io non voglio parlare di questo, ma di questo rapporto con la religiosità della gente semplice che a pensarci aveva un che di speciale.
Ne volete un’altra? Quando papà prime di uscire per andare al lavoro diceva “buon giorno“, dopo che ci aveva baciati uno a uno, moglie e figli, tutti quelli in possesso di parola presenti in casa dovevano rispondere “‘A Madonna t’accumpagna“. Altrimenti lui rimaneva fermo sulla porta, immobile, come una statua. E se passava troppo tempo, poiché lui non aveva tempo da perdere, si incazzava nero. E se si incazzava nero, poiché a quei tempi le cose procedevano diciamo così con un certo ordine, erano guai seri.
Vabbè, per oggi basta coi ricordi. Anzi no. Perché come in tutte le storie vere anche in questa non manca il lato oscuro, in realtà giocoso, della forza. Volete sapere qual’era la risposta se “‘A Madonna t’accumpagna” lo usavi tra amici? ” A Madonna t’accumpagna, San Giuseppe te saluta, ogni passo ‘na caruta“. Punto.
Piccole Storie Crescono Today
Questo lo ha scritto Lucia Rosas
Ho sempre creduto ai libri come mondi paralleli e possibili. Crescendo, ad appuntamenti col destino. Stavolta il libro è venuto a cercarmi e alla fine ho ceduto. Ho ritrovato i passi del gioco, i gusti di un amico virtuale, i suoi occhi su un mondo che funziona, delle idee, dei ricordi, delle riflessioni. Letto tutto in un fiato e sottolineato alcuni passi. E rileggerò ancora delle pagine, perchè servono idee emotive.
La cattiva strada
Non sempre due indizi fanno una prova ma ieri mattina un’amica, mentre si discuteva delle generazioni più giovani mi ha detto: questi ragazzi si stanno allenando a diventare imbroglioni mentre stasera un’altra mi ha scritto chiedendo cosa rispondere ai giovani che le dicono che gli adulti stanno insegnando loro che bisogna vivere nell’illegalità.
In altri anni non avrei avuto dubbi su ciò che cosa sarebbe giusto dire, oggi si. Non ho eccessivi dubbi invece su che cosa direi io oggi:
1. che è assolutamente vero che il messaggio di noi adulti, a partire dagli adulti delle classi dirigenti, è che bisogna vivere nell’illegalità (naturalmente tra gli adulti e persino tra le classi dirigenti c’è chi non appartiene a questa schiera, ma in quano aggregati, “adulti” e “classi dirigenti” danno inequivocabilmente questo messaggio);
2. che loro, i giovani, questo messaggio lo devono rifiutare non soltanto per una questione di etica o di giustezza ma anche, soprattutto, per una questione di convenienza, dato che vivere nell’illegalità non è una risposta alle loro esigenze e che a fronte dei pochi che a livello personale ci guadagnano, in quanto “aggregato” i giovani hanno tutto da perdere da questo stato di cose;
3. che ciascuno di noi può fare delle cose concrete per cambiare; se si è studenti, studiando tanto; se si lavora, lavorando col massimo impegno; quando da studenti di legge si diventa avvocati, scegliendo per il proprio studio i più bravi e non i parenti o i raccomandati; all’università, assegnando le borse di studio ai più meritevoli e così via discorrendo;
4. che ciascuno di noi può fare queste e tante altre cose concrete senza cercare alibi nell’imbroglione della porta affianco; nessuna conquista, piccola o grande che sia, è possibile senza persone disponibili a fare il primo passo, ad assumersi responsabilità, a rischiare di pagare un prezzo in prima persona per lasciare a chi viene dopo un mondo almeno un pò migliore di quello che ha trovato;
5. che l’alternativa alla legalità, al rispetto delle regole, al fare le cose per bene perché è così che si fa c’è, ed è continuare a vivere in un mondo nel quale gli adulti insegnano a vivere nell’illegalità; se per loro va bene, la strada attuale è quella giusta.
L’amicizia al tempo dei Social Network
Napoli, domenica 27 maggio 2007
Vincenzo, I’d like to add you to my professional network on LinkedIn.
Il messaggio è quello di prammatica, l’invito viene da Piero Carninci, mio amico scienziato allora di stanza a Tokyo, oggi a Yokohama, sempre per conto del Riken. È domenica mattina e lo stress non è quello dei giorni migliori. Mi connetto alla piattaforma LinkedIn, digito login e password, accetto la richiesta di Piero, mi metto a sistemare le mail in entrata e in uscita.
Ma io e Piero siamo amici?, mi domando a un certo punto. Sì, certo, mi rispondo. Ma sono passati quasi 2 anni da quando con Cinzia Massa l’ho contattato per l’intervista su Technology Review e non ci siamo ancora visti una volta che fosse una, mi dico ancora. Non un caffè preso assieme. Non una stretta di mano. Vero, controbatto. Ma ci siamo sempre sentiti ben accolti nella cerchia dell’ospitalità. Abbiamo condiviso il piacere della conoscenza. Abbiamo trovato impressioni e connessioni come solo ai veri amici accade. Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe Testolina, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà e non smette fino a quando l’amico non scende.
Tokyo, lunedì 3 marzo 2008
Sono quasi le 9.00 p.m. quando incontro per la prima volta live Piero, dopo due anni e mezzo di mail e chiacchiere via Skype. È affettuoso, gentile, premuroso. Come incontrare un amico di vecchia data. Mio figlio Luca racconterà che dopo una giornata così un italiano che ci dà il benvenuto è quanto di meglio possa capitare. Poi aggiunge: “Domani Piero parte per l’Olanda, ci ritroveremo tra una settimana. Posiamo i bagagli in camera e riscendiamo per andare a mangiare qualcosa insieme. Entriamo in un bar, piccolo ma accogliente, naturalmente prendo un tè, il primo in terra giapponese. Carninci ci dà alcune indicazioni per raggiungere il Riken e i numeri di telefono di Uruma san, la sua segretaria, che ha l’incarico di far sistemare papà alla postazione che gli è stata preparata e di metterlo in contatto con Franco Nori e Iwano san”.
Roma, domenica 27 dicembre 2009
Pubblico un post su Della Leggerezza. Un altro su Enakapata. Racconto che su Facebook ho quasi 1000 amici. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò solo grazie a Facebook. Con un numero signficativo di loro scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto mi accada di fare con molti amici “in carne e ossa”. Mi domando se Ludwig Wittgeinstein oggi scriverebbe ancora che “ogni parola ha un significato, questo significato è associato alla parola, è l’oggetto per il quale la parola sta?”. Ma che significato ha la parola “amico” su Facebook? O anche, meglio: che cos’è l’amicizia al tempo dei social network?
Daniele Riva, autore di un bellissimo blog letterario, Il canto delle Sirene (http://cantosirene.blogspot.com/) e mio amico su Facebook, risponde così: “Bella domanda. È un’amicizia mentale, una comunione di idee e pensieri, un confronto. Certo, con molti ci si trova come con i passeggeri di un treno, ci si scambiano convenevoli e quattro chiacchiere, con altri la cosiddetta “amicizia” si approfondisce, si addentra nel vero e proprio legame sociale – rimanendo sempre fisicamente lontani. Una relazione sociale, dunque, quella di Facebook. Ma “relati” è un brutto termine, continuiamo pure a chiamarci “amici”.
La risposta di Daniele mi suggerisce una possibilità, quella di distinguere tra @mici e amici. Lo scrivo. Ancora Daniele posta un affettuoso: “ottimo, una definizione azzeccatissima, @mici è la soluzione ideale”. Seguono Deborah Capasso de Angelis con “@mici: mi piace moltissimo” e Giorgio Fontana con “Ciao Vincenzo, da @mico ti rubo il post su Nòva e lo condivido. Tra i tanti possibili atti di @micizia credo sia quello più @micale”.
Enakapata, 27 dicembre 2009 – 2 gennaio 2010
Adriano Parracciani scrive: “Dunque, amici del poker, amici di scuola, amici di lavoro, vecchi amici, amici del bar, ex amici, amici perduti, amici così tanto per dire, amici del cuore, amici del militare, amici di lettera, amici di letture, amici del club, amici del partito, amici dei giochi on-line, amici manco per niente, amici di bevute, amici della palestra, amici degli amici, e-amici, @mici ed poi i famici, i facebook-amici, un sottoinsieme degli @mici. Tra i miei “amici” pochi sono tanti tipi di amici, altri meno tipi, molti sono @mici e moltissimi famici. È la rete che la rete sconvolge, modifica, apre, gira, capovolge, sbaraglia, sposta, macina, allunga, deforma, ri-forma, insomma, innova, nel senso che porta il nuovo dentro, il non conosciuto, l’inedito; come gli @mici”. A seguire gli interventi di Adele Dedé Gagliardi: “tu sei amico di Adriano se Adriano è amico tuo, lo stesso collegamento logico vale per Concetta, cioè siete legati solo se la tabella di verità dello “and” è vera” e di Emilia Peatini: “Interessante questo contributo! Qui mi ritrovo, non nell’articolo “Amicizia svuotata” della Rodotà sul Corriere”. Ancora Adriano: “Potrei scrivere un articolo esattamente di tenore opposto a quello di MLR sul Corriere, di amicizie recuperate, di legami rinforzati, di persone conosciute e frequentate poi anche fisicamente e magari amate, di relazioni impensabili ed impossili altrimenti, di persone che hanno trovato l’unico modo di relazionarsi, della volontà a partecipare che non ci sarebbe mai stata; e potrei continuare molto ma molto a lungo”. Ad interagire questa volta sono Angela Graziano: “Sono perfettamente d’accordo con queste ultime affermazioni. A volte è impossibile mantenere rapporti continui ed intensi con amici che abitano lontano e spesso manca anche la volontà di farlo con i mezzi tradizionali. Facebook ci tiene in contatto ed offre spunti interessanti di discussione e confronto continui. È difficile che si prenda il telefono per commentare con l’amico che sta a mille chilometri le affermazioni della Rodotà, ma su Facebook si, lo facciamo”; Concetta Tigano: “questa domanda mi ha messo un tarlo nella mente; l’amicizia, anche quella su Fb, secondo me non si può “definire”, cioè chiuderla dentro una frase, perchè ci coinvolge profondamente, mi piace conoscere davvero le persone, scoprire gli interessi e piaceri comuni, discutere, confrontare e Fb consente proprio questo, saltando certi convenevoli o certe paure, che rallentano le relazioni, ti butti e… via! Scopri persone interessanti, gradevoli con le quali ti ritrovi a parlare di cose che magari prima non ti sarebbero venute in mente. Manca la fisicità? Fino un certo punto, vuoi mettere l’emozione di ricevere messaggi o mail che aspetti! Ho letto tutti i commenti e si vede che è un tema che che a noi “amici” sta a cuore”; Bruno Patri: “Quando avevo 15 – 18 anni avevo una grande passione. Ero un radioamatore. Allora non c’erano i telefonini, non c’era internet. A casa non avevo nemmeno il telefono fisso (i miei lo fecero montare quando partii militare). Grazie al mitico “baracchino” mi mettevo in contatto con persone mai viste, di qualsiasi età, di qualsiasi estrazione sociale. Si venivano a creare così delle amicizie che diversamente da internet avevano un solo “canale”: la voce. Era vera amicizia? Semplice conoscenza? Semplice passatempo? Non lo so. Per anni ed anni, di giorno e di notte, parlavo con questi “amici”, nasceva un rapporto, ci si confidava, spesso si “litigava” in modo colorito. Ogni volta che accendevo il rx-tx e sentivo una “voce amica” era per me un momento “magico”. Ho nostalgia di quei tempi”; Angela Giannoni: “Io scrivo di una via di mezzo … in media stat virtus!”. Per la serie “scoperte multiple indipendenti” Mario Furlan, senza che si sia mai venuti in contatto, posta: “Tremila amici su Fb. Ma quanti sono Amici? Amico è chi si avvicina a te quando il mondo si allontana”.
Della serie spesso ritornano Deborah Capasso de Angelis scrive: “Quando mi sono iscritta a Facebook cercavo un ulteriore modo per esprimere il mio essere socievole. Un mondo virtuale dove confrontarmi con persone o semplicemente con delle icone senza volto. Ho ritrovato chi non ricordavo più, memorie perdute di eventi passati, vicende rimosse dalla mente riafforate al primo accenno. Ma soprattutto ho riascoltato il rumore dei miei passi nel cammino della vita. Quelli che credevo @mici, come Ernesto o Enza, mi hanno cercato e ritrovato con gioia, persone con cui ho condiviso solo un piccolo tratto di strada hanno parlato di me con profondo affetto. Altri, con cui ho avuto prima di Facebook un rapporto formale e distaccato, come Sabato o Pino, si sono rivelati amici disinteressati pronti a sostenermi quando ho chiesto aiuto. Gli amici di sempre sono rimasti lì ma non mi sorprendono più, non li riconosco. Qui sono faccine”. Adriano Parracciani: “Dovremmo abbandonare l’uso del termine virtuale quando ci riferiamo a quello che facciamo in rete. Non è virtuale, è reale, punto. A differenza del pre-internet, oggi l’umanità si trova di fronte ad un cambiamento epocale dato dal fatto che viviamo, assieme ad una vita analogica, anche una vita digitale. Non c’è nulla di virtuale nell’acquistare su ebay, nel fare home-banking, nel telelavoro, nello scrivere un blog o nel frequentare un social network. La mia @micizia con Vincenzo non è virtuale, scrivo sulla sua bacheca, nel suo blog, lui risponde sulla mia, partecipa alle mie iniziative, ci scriviamo per posta, ci siamo sentiti per telefono e presto ci vedremo. Il fatto che la rete abbia i suoi aspetti negativi non dipende dalla rete ma dall’essenza stessa dell’essere umano, dalla sua complessità. Che ci (vi, o gli) piaccia o no, la vita digitale sarà sempre più integrata a quella analogica fino, un giorno, a con-fondersi, in quello che probabilmente sarà il “nuovo essere umano”. Concetta Tigano: “Nessuno ci costringe a scegliere, gli @amici o gli amici, possono convivere benissimo, non si escludono vicenda. Gli amici che avevo, li ho ancora, in più ho potuto conoscere in rete persone con le quali scambiare e condividere opinioni che in qualche modo arricchiscono. Sempre più spesso mi capita infatti di chiacchierare delle iniziative che ci sono in rete, dei vari blog e gruppi e dei loro contenuti. Facebook è un mezzo, se buono o cattivo, dipende da come lo usiamo. Altro che “virtuale!”. Adele Dedé Gagliardi: “carissimo Enzo, per me l’amico virtuale non è proprio un amico, ma un fantasma, tutti i miei amici di FB sono persone che comunque conosco realmente, tranne una, ma è un velista! Non conoscere direttamente le persone significa non poter condividere, in quanto non sai se sono alti, bassi, grassi, magri e poi il loro pensiero: non saprai mai se è di convenienza o vero”. Paola De Gioia: “Vincenzo io non lo conosco assolutamente, è un @mico a tutti gli effetti: siamo entrati in contatto tramite percorsi strani, misteriosi, oscuri, ignoti che credo solo Fb possa offrire. Non so se sia alto o basso, non so che voce abbia, non so se lo incontrerò mai. Ho scoperto, però, immediatamente, che molto di quello che scrive mi porta a riflettere: molto di più di alcuni amici reali. Mi aiuta a conoscere: come molti amici reali. È molto probabile che nel momento di difficoltà non mi rivolgerò a lui nè da lui avrò un aiuto spontaneo: come talvolta capita anche con gli amici reali”.
Cellole, 17 gennaio 2010
Mia madre sta preparando gli gnocchi, ma io non sto ridendo, lo farò dopo, perché buoni e morbidi come li fa mia mamma gli gnocchi, con la farina e senza patate, of course, non li fa nessuno. Infilo la chiavetta nel Mac e faccio un giro. Posta elettronica. Blog. Enakapata. Adriano Parracciani ha postato un nuovo commento. L’ha chiamato Persone e webpersone. Da due settimane, può essere un’eternità nel mondo dei bit, non ne parlavamo più. Adriano scrive: “Vincenzo dice che io e lui siamo diventati amici e complici ancora prima di conoscerci, ed aggiunge che a lui questa cosa è gia capitata; ma questo lo trovate scritto nel suo bel libro Enakapata. Confermo le parole di Vincenzo, e qui si riapre il dibattito sul tema dell’amiciza nell’epoca di Facebook. Bisognerebbe presentare a MLR queste esperienze non per dimostrarle che ha torto, ma per con-dividere e con-vincere con i fatti. Qui ci troviamo di fronte ad una empatia di tastiera, amicizia e complicità digitale prima che analigica (“prima di conoscerci”, dice Vincenzo). Che poi non si capisce perchè ci si debba stupire quando in passato c’era l’empatia tutta epistolare fatta di carta ed inchostro. Certo: confermo che esiste anche l’indifferenza, l’odio e l’ignavia di tastiera. Non faccio parte della schiera degli apologeti della rete. Provo verso il genere umano il distacco sufficiente per respingere l’illusione e la falsa retorica della webfratellanza, ed anzi vedo all’opera i futuri grandi fratelli telematici di orwelliana memoria. Ciò detto rimane la grande rivoluzione epocale che le webtecnologie stanno alimentando. Le persone si stanno trasformando in webpersone, individui che fanno parte di un tessuto connesso, tessuto essi stessi, dotati di vita analogica e digitale. Le webpersone hanno gli stessi pregi e difetti delle persone; anche alle webpersone piace vedersi, toccarsi, camminare sotto la pioggia e bere una birra con gli amici. Non ci sarebbe differenza se non fosse per le enormi opportunità in più che hanno le persone con il prefisso web”.
Non bisogna essere dei geni per capire che c’è spazio per una nuova discussione. Tolgo Adriano dai commenti. Lo faccio diventare un post. Chiedo agli @mici di Facebook di commentarlo.
Enakapata, 17 – 22 gennaio 2010
Diverse le reazioni al post di Parracciani. Lucia Rosas: “È sempre un piacere vedere in facebook che enakapata lancia il suo suono. Porta piccoli racconti di un vissuto prospettive che magari camminando per strada non noteremmo mai, piccoli tesori sguardi odori che valicano un mezzo freddo come viene accusato essere lo schermo. Il bello della rete, anche se vivo su Fb, è inciampare su certe frasi, rileggerle, ascoltarle e pensare, vedere con altri occhi e magari cambiare strada o idea senza urla, imposizioni perchè magari passo la pagina in posta e la riguardo e il giorno dopo sarà magari di nuovo nuova o io convinta della mia idea e se l’ha detta un personaggio celebre o un “amico di tastiera” sarà sempre una compagnia desiderata in quell’istante pertanto vera a tutti gli effetti. per me”. Paola Bonomi: “Le finestre di casa mia si affacciano su quelle della Lilla. Da piccole giocavamo assieme, poi nel tempo ci siamo allontanate. Vicendevolmente abbiamo visto la nostra vita allungarsi e riempirsi di altra vita. Quando dalle finestre di casa mia vedo le luci accese in quelle della Lilla, sono contenta. Mi fa piacere sapere che c’è, che è lì a produrre ancora vita. Così come, quando sul mio computer vedo il passaggio, il commento di taluni con cui non ho mai fatto un tratto di strada assieme. Ma di cui intuisco una sensibilità comune. Io le chiamo affinità elettive. Le affinità elettive non temono frontiere perchè frontiere non ne hanno”. Gerardo Navarra: “Adriano, nulla è cambiato. Nel senso che individui eravamo e individui siamo. Cambiano le modalità di approccio. Quando si incontrano persone positive e propositive come Vincenzo Moretti, non c’è metodo che tenga; epistolare, webpersone, o interazione faccia a faccia che sia. Possiamo discutere di metodi e tecniche, ma individui eravamo ed individui siamo”. Adriano Parracciani, again: “Condivido il pensiero di Gerardo. Propongo alla riflessione anche questa chiave di lettura. Fino a pochissimi anni fa si poteva parlare del web come tecnologia abilitante, come sistema di comunicazione che abbatteva spazio e tempo, come “metodi e tecniche” (per dirla alla Gerardo) innovativi per accelerare processi produttivi o relazionali. Oggi credo che, invece, siamo di fronte ad un qualcosa senza precedenti. Il web è oggi quello che nel passato è stata la ruota, l’uso della scrittura, la stampa, le macchine a vapore; cioè una tecnologia che non solo abilità ma modifica la vita, il pensiero e la cultura. Ma non mi pare solo questo; penso che il web sia esso stesso cultura, pensiero, ed i suoi contrari. Non è più solo tecnologia, applicazioni e reti ma è tutto questo integrato, mixato, con il genere umano, con l’intelligenza (e non) con la creatività (e non), con il pathos e l’ethos. Mi appare sempre più come un tessuto connesso, una specie di organismo vivente dalla complessità via via sempre crescente fino a quando sarà non più conoscibile. Forse sarà il web nel suo insieme la prima vera replica di un uomo, in attesa degli androidi? Scherzo, ovviamente. O no?”. Concetta Tigano: “Io le chiamo “opportunità”. Ci capita di conoscere spesso nuove persone, piacevoli o no, delle quali manteniamo il ricordo o che vogliamo dimenticare, con alcune si crea un istintivo legame con altre no. Sul web ne conosciamo tante di più, con lo stesso approccio, dipende se le sentiamo a noi “affini”, che secondo me vuol dire “sentire” le cose della vita nello stesso modo. Non ci vedo grandi differenze, se non quella di non “percepire” con i nostri rimanenti quattro sensi, ma si può rimediare, basta incontrarsi davvero! Quando ho iniziato l’avventura su Facebook, era mia intenzione trovare solo persone che avevo perso di vista, così è stato per alcuni, poi mi si è aperto un mondo nuovo, ci vado con i piedi di piombo, ma fino adesso ho incontrato persone intelligenti e stimolanti, veramente bello!”. Paola Barbarisi: “Facebook, Twitter, Myspace, Skype sono le finestre sul mondo che ci mettono in contatto con persone, note e non, ovunque noi siamo e ci permettono così di accorciare le distanze, temporali e spaziali. Un tempo era la radio, poi la tv. La differenza tuttavia è che adesso non siamo più soltanto ricettori passivi di informazioni, di una comunicazione unidirezionale mass-media to us, si sono rotti gli argini e i confini di questo flusso, fenomeno che ha permesso lo strutturarsi di un dialogo più partecipativo. Le amicizie, reali e virtuali, si confondono in un’unica piazza virtuale, che mette a nudo i nostri pensieri e ci permette di condividerli con gli altri. Ci sono le amicizie della vita di tutti i giorni, che includono anche i parenti e gli amici che si frequentano con regolarità. Alcune amicizie possono nascere dalle varie chatroom, da quella di Irc e Tiscali, ai vai forum di fan presenti in rete. Altre invece sono frutto di un ritrovarsi dopo tanti anni grazie i socialnetwork. Infine vi sono le conoscenze più recenti, dei vari incontri della quotidianità e di una chiaccherata che si conclude con l’ormai nota frase: “ti invio la richiesta d’amicizia su Facebook”. Ecco, quindi, che possiamo avere riunito, attraverso l’elenco di amici registrato su Fb, il mondo di legami che sono stati instaurati nell’arco della nostra vita. Tra questa moltitudine di amici, tuttavia, ci riduciamo a dialogare fondamentalmente con pochi di loro attraverso la chat. La comodità di questo strumento comunicativo è, in realtà, che in qualsiasi momento avremo la possibilità di “farci i fatti degli altri” o di scoprire affinità inaspettate attraverso un semplice “Mi piace”, condividere pensieri attraverso dei commenti, scoprire la personalità dei nostri conoscenti attraverso i vari test. Il mondo paravirtuale ci permette di esprimerci, di conoscere gli altri ed empatizzare forse con maggiore profondità rispetto a quanto accade attraverso la relazione face-to-face. Internet diventa così il rimedio ultimo per combattere la superficialità del postmodernismo, dell’epoca in cui l’apparire sembra più importante dell’essere. Esso è diventato un mondo nel mondo, la riproduzione virtuale della vita reale; il confine è così sottile che il tutto s’intreccia, si confonde e si plasma. Nell’epoca dei socialnetwork si possono ritrovare vecchie abitudini (come il gruppo “quelli che…da piccoli facevano pace con mannaggia al diavoletto!”), comunicare i propri pensieri e quant’altro. L’amicizia all’epoca di Facebook non fa altro che approfondirsi. Gli amici di sempre resteranno tali (fondamentalmente si continua ad uscire con le solite 4 persone), le amicizie che col tempo si sono allontanate vengono però riallacciate e tutti diventiamo un po’ meno sconosciuti. Reale o non, penso che tutto ciò sia fantastico!”. Stefania Bertelli: Non è facile definire l’amicizia nel Web, perché è uno strumento che uso da poco tempo, troppo poco perché capisca come si possa evolvere. Devo dire che i criteri che uso, per “selezionare” le persone, sono i medesimi della vita reale: affinità d’interessi, di vedute, di età ma, ogni tanto, ci sono l’incognita, la scheggia impazzita, la novità, a tutto ciò non mi esimio, per non fossilizzarmi nei giudizi. Certo mancano tutti quei messaggi che il linguaggio non verbale comunica e bisogna attendere, per capire meglio com’è una persona, ma, alla mia età, l’istinto e quel po’ di esperienza aiutano. Io non criminalizzerei il web come nuova forma di comunicazione, per non ricadere nei vecchi modelli, che si sono ripetuti quando è stata inventata la stampa, il telefono, la macchina per scrivere…etc. Mi fa piacere conoscere persone nuove, avere degli amici virtuali oltre ai miei amici, che frequento da decenni, che sono per me una famiglia allargata, anzi meglio di una famiglia e con i quali nulla è cambiato. Credo insomma sia anche interessante confrontarsi con altre persone, che abitano in altre città, in altre zone dell’Italia; il mio unico rammarico è non conoscere le lingue per allargare ulteriormente la mia cerchia d’amicizie. Io comunque sospenderei ancora per un po’ il giudizio, prima di esprimermi completamente su questa nuova forma di comunicazione”.
L’egemonia asiatica
from la Repubblica, 18 febbraio 2010
L’ egemonia asiatica – L’ Occidente sorpassato
Repubblica — 18 febbraio 2010 pagina 35 sezione: R2
L’ egemonia asiatica / 2 E nella corsa dei cervelli Pechino gia’ supera Harvard
Repubblica — 18 febbraio 2010 pagina 3537 sezione: R2
PECHINO Entro dieci anni la Cina guiderà il mondo anche nella scienza e il ricercatore di Pechino farà licenziare i suoi colleghi di Harvard e Ginevra. La notizia, frutto di un’ indagine dell’ istituto Thomson Reuters, ha lasciato scettici i centri di ricerca occidentali. Sotto accusa i parametri dello studio, che ha preso in esame il trend delle pubblicazioni internazionali tra le nazioni considerate in via di sviluppo. Allargando il campo a investimenti nella ricerca scientifica, ritorno dei «cervelli» in patria, brevetti, classifica di qualità delle università, numero di scienziati e di istituti hi-tech, il risultato cambia. Con un’ analisi complessiva emerge che la Cina otterrà la leadership globale del sapere non nel 2020, ma già nel 2015. E uno studio dell’ agenzia The web of science rivela: «La produzione scientifica dell’ Asia è cresciuta del 155% in 30 anni e nel 2009 il continente ha sorpassato gli Usa in termini di pubblicazioni su riviste qualificate». Il prossimo presidente cinese, l’ attuale vicepremier Xi Jinping, ha spiegato le ragioni di uno sforzo economico senza precedenti: «Nella nuova era finanza e industria seguiranno la rotta dell’ avanzamento nell’ alta tecnologia. La dimensione di ogni nazione sarà definita dai giacimenti di conoscenza». Dietro la crescita delle pubblicazioni scientifiche, di per sé scarsamente indicativa, la nuova generazione del potere di Pechino brucia in realtà i tempi del doppio sorpasso storico sugli Stati Uniti. L’ obiettivo, ben prima della scadenza del decennio, è conquistare la vetta sia delle teste che delle tasche. Sbaglia chi pensa che i nipoti di Mao siano affetti dall’ ebbrezza per la prodigiosa collezione di sorpassi aperta con la crisi del 2008. «Per consolidare manifattura, consumi interni ed export – dice Jia Wei, capo dell’ istituto di ricerche farmacologiche di Shanghai – dovremo abbassare ancora i costi. Acquistare ricerca e tecnologia in Occidente non ha più senso. Presto dovremo arrangiarcie iniziarea vendere anche progresso». La rincorsa cinese corrisponde ad una scelta politica. Thomson Reuters, spulciando i documenti scientifici apparsi negli ultimi trent’ anni su oltre 10 mila riviste internazionali, ha scoperto che gli articoli della Cina sono aumentati di 64 volte. Nel 2008 le pubblicazioni sono state 112 mila, seconde solo alle 304 mila degli Usa. La Cina, fino all’ anno scorso, investiva in ricerca l’ 1,5% del Pil. Nel 2010 è passata al 2%. Gli Stati Uniti sono scesi dal 2,7% al 2,5%. La quota cinese, considerato il debito Usa, non è solo la più alta delle nazioni emergenti, ma anche in termini di valore assoluto. Anche il Brasile sta producendo uno sforzo formidabile, in particolare in agricoltura e biologia, mentre l’ India avanza lentamente e la Russia, dipendente dal prezzo di petrolioe gas,è stata costretta a sospendere la ricostruzione del proprio sistema della ricerca. Il passo di Pechino ha però tutt’ altra velocità. Trai primi venti enti di ricerca mondiali, quattro si trovano ormai in Cina (nessuno in Italia). Tra le trenta università top del pianeta, dieci formano studenti tra Shanghai e Hong Kong. Il 9% dei documenti scientifici cinesi hanno ormai almeno un co-autore negli Usa e il 24% in Occidente, segno di un’ apertura inedita. La Cina è già al primo posto per scoperte in chimica, scienza dei materiali, ingegneria elettronicae fisica nucleare. Tre i fattori principali del boom: investimenti governativi, collegamento tra conoscenze scientifiche e applicazioni commerciali, attrazione in patria della diaspora scientifica riparata in Europae Nord America. Grazie al «Programma dei mille talenti», il governo cinese offre ai suoi scienziati stipendi tra 150 mila e 300 mila dollari all’ anno, una casa, e 1 milione di dollari per avviare un laboratorio e finanziamenti adeguati a sviluppare gruppi di ricerca all’ avanguardia nell’ arco di vent’ anni. Secondo i dati ufficiali, tra il 1994 e il 2006 erano rientrate in Cina circa mille “tartarughe di mare”, come vengono chiamati i “cervelli” che tornano in patria. Negli ultimi tre anni però il flusso è diventato una piena: 150 mila, 69.300 solo nel 2009. Nel 2008, per tornare da Princeton alla Tsinghua di Pechino, il biologo molecolare Shi Yigong ha rifiutato una borsa di ricerca da 10 milioni di dollari. «Pensavano fossi impazzito- dice oggi- poi hanno visto i piani cinesi nella ricerca contro il cancro. Abbiamo superato i 5 mila scienziati impegnati nelle sperimentazioni». La differenza, rispetto a Giappone, Europa e India, è che i “cervelli” che rimpatriano in Cina restano nei laboratori e non si riciclano nel business. Una condizione del partito, assieme alla rinuncia alla nazionalità straniera. Per cogliere la dimensione dell’ inversione di rotta del sapere, basta entrare nel campus della South China University of Technology, o girare per Zhongguancun, il quartiere della capitale dove si concentrano gli scienziati. L’ ex villaggio dove venivano sepolti gli eunuchi di corte, nel 2009 ha presentato 717.000 domande di brevetto nelle nanotecnologie, con un aumento annuo del 27%. In America ed Europa l’ élite della ricerca lotta per trovare fondi nel privato. In Cina lo Stato non fa più mancare nulla. «Quantità e qualità – dice però Teddy Zhang, rientrato a Shanghai dalla Wharton School – non sempre coincidono. A nessun cinese è mai stato assegnato il Nobel per ricerche condotte in Cina, siamo solo al decimo posto per brevetti applicati e 180 mila studenti cinesi emigrano ogni anno. Solo uno su quattro, tra chi ottiene un dottorato all’ estero, ritorna. Ma dal 2006, ogni anno, recuperiamo produzione scientifica come nei dieci precedenti». La missione è chiara: scuotere la culturae l’ istruzione nazionale dal cancro che le ha corrose per mezzo secolo. «I ricercatori – dice Jimmy Zhu, luminare di ingegneria elettronica reduce dalla Carnegie University – accettano di studiare in Cina a patto di vedere smantellato il sistema di corruzione, clientelismo e nepotismo che ancora domina in scuole e università. Il comitato centrale del partito si è convinto che, a questo punto, la lotta conviene anche sotto l’ aspetto ideologico. Una scienza nuova influenza l’ industria, ma cambia anche la società, introducendo la regola del merito». La Cina oggi è il secondo investitore in energie rinnovabili, il primo azionista della green economy, il primo acquirente di uranio, il primo produttore di energia nucleare e di tecnologia per lo sfruttamento delle terre rare, il quinto di scoperte in campo medico. A Ordos, nella Mongolia interna, ha inaugurato la più grande centrale solare del pianeta. Nel 2018 è in programma l’ invio dei primi astronauti cinesi sulla luna, proprio mentre gli Usa non hanno più fondi per le missioni spaziali. Un passaggio di consegne che, come nel dopoguerra del Novecento, fissa lo spostamento del centro da cui l’ umanità muove la propria evoluzione. Non solo i nostri figli lavoreranno per multinazionali basate in Cina, spendendo lo stipendio per acquistare prodotti cinesi. Per la prima volta cresceranno grazie al “sapere made in China “. «Una svolta – avverte Fred Simon, sociologo a Berkley – che schiude prospettive inesplorate». © RIPRODUZIONE RISERVATA – DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GIAMPAOLO VISETTI
<!–[if lte IE 7]>
<![endif]–> <!–[if lte IE 7]>
<![endif]–>
Piccole Storie Crescono | S2-9
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Maria Paraggio
Domani, si ma bisogna arrivare a domani. Questa notte sarà interminabile. Il letto è così stretto e corto che , se mi rannicchio, rischio di cadere, se stendo le gambe, i piedi escono fuori dalla sponda. Ma chi me l’ha fatto fare. Poi mi metto buono e buono e dico a me stesso ” Chi va per questo mare, questi pesci prende” e rassegnato, lascio che il sonno abbia la meglio sul mio disagio.
3. Daniele Riva
Il sogno che mi avviluppa forse è un incubo. Mi trovo a guardare da un oblò di lavatrice e tutto beccheggia, neanche l’elettrodomestico fosse stato gettato in mare. Lo spazio esiguo si trasforma in una cabina telefonica di quelle che c’erano una volta, quelle gialle per intenderci, e non ho neppure un gettone per chiamare… Suona il telefono, rispondo ma non c’è nessuno all’altro capo del filo. Lo squillo continua… È il mio cellulare. Lo cerco a tentoni picchiando in un paio di spigoli, finalmente lo trovo e rispondo…
4. Paola Bonomi
“Papà, guarda che la puntualità in Giappone è un onere e un onore… Iniziamo male. Dai, veloce…”. E’ Luca che mi chiama, svegliandomi dall’incubo, liberandomi dalla lavatrice.
5. Maria Maddalena Fea
“Hai 20 minuti di tempo, ti aspetto nella hall per colazione”
Accidenti, questo figlio iper-attivo finirà per distruggermi, penso caracollando verso la doccia. In qualche modo riesco ad essere in orario, e quando arrivo nella hall, pensando intensamente a quanto avrei bisogno adesso di un buon caffè, vedo che Luca sta confabulando con la receptionist di turno…eccolo là, la vena latina viene a galla anche dall’altra parte del mondo, chissà cosa le sta raccontando, penso mentre sorridendo sornione mi avvicino ai due. Quando mi avverte al suo fianco, Luca si volta e con uno sguardo perplesso mi dice “La signorina mi ha appena comunicato che è arrivato un pacco per noi”.
6. Daniele Riva
Impacchettato in carta di riso e sigillato con una ceralacca bruna dove è impresso come marchio un drago, dispiace quasi di rovinare la confezione. Ma Luca lo apre con una certa velocità, lacerando l’involto. Ne esce una tavoletta di legno rossastro, dove sono dipinti con maestria alcuni ideogrammi neri. È bellissima, ma non sappiamo né cosa sia né cosa ci sia scritto. La receptionist ci viene in soccorso. Legge: “Yo no naka wa jikoku no ue no hanami kana” e per fortuna traduce anche: “In questo mondo contempliamo i fiori; sotto, l’inferno”. “È un haiku di Kobayashi Issa”, aggiunge.
7. Lucia Rosas
La “serendipity” ci ha portato fin qua. San Tommaso guida i miei passi. E le mie notti non sono mai state lunghe. Sognerò il cibo di casa, come ho sognato stanotte un sakura. Ma ancora non so cosa sia.
Piccole Storie Crescono | S2-8
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Paola Bonomi
Ne approfitto per fare buio dentro di me: con movimenti precisi e sinuosi decido di lasciare quest’utero partenopeo e rinascere. Domani, riposato dalla spossatezza di questo parto, muoverò i primi passi in un mondo nuovo. Allargherò i miei pori per recepire quello che mi verrà offerto, quello che saprò andare a cercare. E prendendomi forte per mano, crescerò. Ancora.
3. Entropia
Questa vena poetica, però, dura poco. E anzi, vorrei non aver mai pensato quel “crescerò. Ancora”. Per carità; soprattutto quì in Giappone. Provo a distendermi nel letto ma un terzo del mio corpo rimane fuori; non posso dormire così. Mi sovviene il teorema di Pitagora e realizzo che l’unico modo è buttare le lenzuola per terra e dormire in diagonale nella stanza. Domani sta faccenda però va risolta.
4. Stefania Bertelli
Il jet lag, però, non mi dà tregua. Una miriade di pensieri si stanno incastellando dentro di me. Non riesco proprio a prendere sonno. Decido, quindi, di leggere qualcosa: il libro di poesie, che porto sempre con me? Quel noiosissimo saggio, di cui devo scrivere la recensione? La guida del Giappone? Opto per quest’ultima: la Lonely Planet mi mette sempre allegria. Mi diletto a ricercare i ristorantini più accattivanti, i negozi dove poter fare acquisti, i locali alla moda.
5. Deborah Capasso de Angelis
Ok, ho deciso! Sono lontanissimo da casa, non c’è nulla di familiare intorno a me, non posso continuare a comportarmi come d’abitudine, non riesco neanche a dormire. Da domani farò tutto quello che non ho mai fatto! Appena sveglio giro per negozi alla moda, pranzo nel posto più chic della città, lavoro (ma solo un po’), non rispondo a nessuna mail, riposino pomeridiano e la sera…..
6. Bruno Patrì
“Il JET LAG …. Caro Dottore io non so nemmeno cosa sia …… 72 ore di viaggio ….. tre notti e tre giorni precisi ….. sull’aereo avevo stretto amicizia con tutti: con i piloti, con gli stewarts e con l’unica hostess, una di Prato, 62 anni suonati ….. male … tutto sommato il cibo a bordo non era male …. Io per il si e per il no mi ero portato un poco di pasta con le sarde ed i finocchietti selvatici, tre chili di pane di casa, una forma di pecorino ragusano stagionato (pepato e piccante) da due chili, tre chili di pomodorini tipo “Pachino”, sei bottiglie di Cerasuolo di Vittoria, otto bottiglie di acqua minerale frizzante “Santa Maria”, olio di casa (delle olive del mio terreno dalle parti di “Mussolinia”), pomodori secchi sott’olio, olive nostrane e capperi sott’aceto”.
Perplesso domandai …. “Mussolinia …… esiste una località o un paese che si chiama così?”
“eh … no … caro Dottore …. Mussolinia non esiste … non è mai esistita …. ma i miei compaesani ….al tempo del Duce … fecero comparire che esisteva …. fecero un bel fotomontaggio e lo mandarono a Roma …. e Mussolini ci cascò …. gli antifascisti fecero di più …. gli mandarono la fotografia di Caltagirone (608 metri sul livello del mare) …. con il mare … con tante barche e velieri ormeggiati ….. e così Caltagirone non diventò mai Provincia …. Il Duce, dopo un interminabile giramento di … cabasisi, (che già ce l’aveva con Don Luigi Sturzo, nostro concittadino e fondatore del Partito Popolare Italiano, diventato poi D.C.) preferì eleggere a Provincia Enna … un paesotto di 10.000 abitanti che fino ad allora si chiamava Castrogiovanni”
“Non divaghiamo …. ma voi in Giappone …. anzi in Cina … che ci siete venuto a fare?
“La domanda è pertinente e merita una risposta “circoncisa” ed “esautorata” …. In poche parole sono venuto a misurare la lunghezza della ……Grande Muraglia”
“La lunghezza della … Grande Muraglia … e come … con la rullina da venti metri……?”
“Caro dottore … dovete sapere che la grande Muraglia o Wanli changcheng…. fino a poco tempo fa era lunga 6.350 chilometri …. Poi venne misurata con strumenti e tecnologie all’avanguardia (infrarossi, GPS, etc,) e risultò lunga 8.851,80 chilometri …. Nemmeno di poco si erano sbagliati … ma io farò di più … la misurerò da me stesso pirsonalmente ed entrerò nel Guiness dei primati”.
Piccole Storie Crescono | S2-7
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Dora Amendola
Il fuso orario mi ha decisamente stordito, credo che mi ci vorranno un paio di giorni per riprendermi del tutto!…già, ma per riconnettermi con il mondo dovrei dormire, e mi sa che in questo buco di stanza sarà un po’ difficile, soprattutto considerando che il futon ha le dimensioni della cuccia di Cocco Bil, il mio adorato chiwawa. Ma mentre già pregusto una “splendida” notte in bianco, Luca sembra un grillo, non sta fermo un istante…
3. Vincenzo Moretti
Certo, per lui il momento è catartico, tra due giorni mi saluta e si aggrega alla nazionale di pallanuoto per i campionati del mondo qui in Nuova Zelanda. Dite che sono troppo pesante? Che in fondo sono in vacanza? Che da dopodomani anche io sarò in un comodo hotel del centro? Tutto vero. Ma io da solo mi scoccio e se come si spera il Settebello arriverà fino alla finalissima sarà dura. E se mi trovassi una fidanzata? Non solo perché mi chiamo Caputo Pasquale, ma perché ho 65 anni e peso 165 chili. Sì, Luca è il figlio della vecchiaia. E quando la trovo io, una fidanzata ……
4. Lucia Rosas
A questo punto il jetlag impone la sortita finale: alle immagini tv di cui non capisco nulla si sovrappone una maschera bianca … fantomas o kabuki non importa. Alberto Sordi mi presenta Caterina. La pastiera, la panna montata e la bandiera della danimarca. Dissolvenza delle mie membra per terra. Mi arrendo.
5. Daniele Riva
“Caputo san! Caputo san!” chiamano dalla porta, bussano. Strano, i giapponesi sono molto discreti, non fanno mai baccano, non chiedono informazioni, non rompono… Sollevo a fatica il mio corpaccione e apro la porta con un grugnito. Infatti non è la cameriera giapponese ma un elegante marcantonio americano. Peserà come me, ma solo di muscoli. Mi ero dimenticato di avere un appuntamento. E avevo anche staccato il telefono in camera.
“Caputo san! Mister Caputo!, it’s time to go”. E jamme allora, jamme!
6. Vincenzo Moretti
Aisséra, Nanninè, mme ne sagliette, tu saje addó… Tu saje addó… Addó, ’sto core ‘ngrato, cchiù dispiette farme nun pò… Farme nun pò! Addó’ lo ffuoco coce, ma si fuje, te lassa stá… Te lassa stá. E nun te corre appriesso e nun te struje sulo a guardá… Sulo a guardá…
Jammo, jammo,’ncoppa jammo ja’… Jammo, jammo,’ncoppa jammo ja’… Funiculí, funiculá, funiculí, funiculá… ‘Ncoppa jammo ja’, funiculí, funiculá…
Incredibile. Un sogno assurdo, una specie di viaggio nel futuro, che mi suggerisce le parole del ritornello per la mia canzone. Ne devo parlare a Luigi Denza, gli devo chiedere la musica, che al 6 giugno mancano pochi mesi.
7. Deborah Capasso de Angelis
Sono sveglio? Mah! Mi sento come un caterpillar, sono pronto a spaccare il mondo! E quella….chi è?
Faccio colazione lentamente, mangio assoporando ogni boccone. La sedia sembra sofferente ma secondo me tiene!
Ma che fa? Guarda proprio me? Sorseggia il suo the, intinge il biscotto con movimenti sensuali e….si, guarda proprio me.
Il cornetto mi va di traverso, istintivamente tossisco e con fare lesto mi aggiusto il ciuffo. Non c’è male! E poi, perchè mi meraviglio tanto? Tutto sommato so nu bell’omm!!!
8. Pierantonio Orlandi
Due dromedari trottavano indisturbati sul lungomare de “La Goulette” mentre il sole con il suo tramonto pitturava di rosso le bianche case di Sidi Bou Said che si intravedevano lontano sullo sfondo, arrampicate sulla dolce collina. Da una finestra coperta da un graticcio azzurro ecco apparire una figura unica nel suo genere, una visione da .. mille ed una notte. La sua voce suadente mi chiamava ….. Vincenzo … Vincenzo …… vieni … la tua Aisha ti aspetta. Mi sveglio in un bagno di sudore e Luca mi guarda con aria interrogativa.
Scherzi del jet lag.
Piccole Storie Crescono | S2-6
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Vincenzo Moretti
Brava, brava, brava. Se potesse La Musa se lo ripeterebbe mille volte. Adesso sarà dura negare la superiorità degli Applet. La prova era lì, in quella stanza di 12 metri quadri, in quei 16 umani pronti a tutto. Da una parte Felicia, Adriano, Anna, Carmela, Cinzia, Maria Maddalena, Sabato, Viviana. Dall’altra Daniele, Deborah, Dora, Maria, Paola, Stefania, Tina, Vincenzo. Lei, l’applet più giovane creata dai Soft Machine, in mezzo. La posta in gioco? Il ritorno nel real world. Come si vince? Eliminando tutti gli avversari, of course. Niente armi. Soltanto perfidia. E inganno. Per degli umani non dovrebbe essere difficile.
3. Viviana Graniero
Ma gli applet avevano dalla loro il fatto di imparare in fretta e di essere più veloci, La Musa si ripetè anche questo. Ce la faremo, siamo più forti e ci muoviamo meglio anche nello spazio angusto. Forse si potrebbe giocare sulle loro debolezze, pensò… gli umani ci mettono poco a schierarsi l’uno contro l’altro, anche quando dovrebbero essere dalla stessa parte… sì…
4. Deborah Capasso de Angelis
Musa ignorava però la capacità degli umani di “sentire i battiti”. Se avesse azionato il sensore dell’emotività forse si sarebbe accorta del flusso di sensazioni che attraversava la stanza. Quel sensore non era per le battaglie, questa era la differenza tra applets e umani.
Nel soffocante spazio della stanza, disposti in un apparente disordine, gli umani disposero i “trasmettitori” in posizione strategica.
Erano gli uomini del gruppo…
5. Stefania Bertelli
….che avevano i maggiori timori: cominciarono ad analizzare il problema, con estrema freddezza. Gli uomini avanzarono delle tesi, enunciarono teoremi, elaborarono algoritmi, fecero speculazioni di massima….intanto il tempo passava. Le donne, maggiormente sensibili alle vibrazioni degli applets, capirono che non potevano lasciare risolvere la questione alla parte maschile…
6. Miss Hentai
Musa era furente, essere presentata come una giovane applet qualsiasi, lei che aveva millenni di storia sulle spalle, bah! La sua natura ribelle le suggeriva di gridare in faccia a tutti chi fosse realmente, ma quel barlume di fredda razionalità che entrava in scena sempre al momento opportuno le impose di tacere mantenendo la parola data al Grande Capo: doveva figurare come la piccola di casa Soft Machine per poter smascherare il vero intruso fra gli umani. già, gli umani, come se lei fosse aliena… ma nn c’era tempo adesso per questo genere di pensieri e lo spazio vitale era davvero angusto. Le donne, gli uomini, nn era una questione di sesso ma di sensibilità e capacità strategiche, soprattutto lei doveva intercettare il clandestino e nn era affatto semplice.
Piccole Storie Crescono | S2-5
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Daniele Riva
Il viaggio interstellare è stato molto più difficile di quello che avevo pensato. Ma, ora che la luce blu di guerra illumina la base militare antaresiana, tutte le mie sofferenze svaniscono e anche questa squallida cameretta dove tento di riposare diventa confortevole quasi quanto il mio alloggio al circolo ufficiali delle Forze di Pace Intergalattiche. Anche se non dispero di venirne a capo, la missione, qui su Antares, è molto complicata.
3. Vincenzo Moretti
Nonostante la stanchezza, il capitano Shore non potè fare a meno di sorridere. Il generale Bank aveva imparato a conoscerlo come le sue tasche, e gli sembrava di sentirlo mentre nel suo studio, avvolto dalla nube tossica del suo sigaro, urlava a quel poveretto di Frederick, il suo segretario “tira giù dal dannato letto nel quale si è conficcato Daniel e digli che deve partire immediatamente per Antares. 33 mila anni luce alle spalle e la storia è sempre la stessa: re che rubano le donne ad altri re, eroi che sfidano altri eroi, popoli costretti a pagare il prezzo dei capricci dei loro re e dei loro eroi. Come se non bastassero i nostri, di problemi. Sì, che se la sbrighi Daniel. Lui ci sa fare con i re, con gli eroi e soprattutto con le donne”.
4. La Musa
Ichnusa è una donna bellissima, di quella bellezza antica e selvaggia che solo chi ha sentito parlare del pianeta Terra può intuire. I suoi avi erano natii di una penisola frastagliata e verdeggiante chiamata Italia; il 13 aprile 2036, domenica di Pasqua è segnato anche come giorno dell’Apocalisse per la gran parte dei terrestri. Apophis si è abbattuto con indicibile e distruttiva violenza sulla Terra e ha lasciato riparo davvero a pochi. Gli avi di Ichnusa, di stirpe reale, sono ancora bambini e sono fra quegli eletti che scampano alla catastrofe, ma devono abbandonare il pianeta dove oramai nn c’è più aria per vivere. Affidati a una nutrice vengono imbarcati su un’astronave che alla velocità di 22.000 miglia orarie raggiunge Antares. Trentatre mila anni luce dopo, Ichnusa siede assorta davanti allo schermo interstellare; i suoi capelli di seta dorata ricadono come mantello lieve sulle spalle diafane e il suo sguardo dai bagliori d’acciaio si fa sempre più pensoso. La lotta di potere scatenatasi fra le Grandi Dinastie Reali di Antares si fa di giorno in giorno più cruenta e le donne sono fra l’umanità più a rischio. Daniel… questo nome le evoca ricordi ancestrali sovrapposti, chi è Daniel? sarà lui l’essere supremo tanto atteso che governerà pianeti e galassie?
5. Viviana Graniero
Daniel era corso a rapporto dal capitano. Era già pronta la mappa intergalattica virtuale di Antares e la squadra speciale 273 era già a lavoro per organizzare una strategia diversiva… tutti sapevano che la missione era ad altissimo rischio, ma se c’era uno che aveva qualche speranza di portarla a termine, quello era Daniel. Bisognava raggiungere il palazzo di cristallo e una volta lì entrare nella sala di Xenosor, dove il capo dei golpisti custodiva qualcosa di segreto che poteva decidere le sorti della battaglia e dell’universo intero…
Piccole Storie Crescono | S2-4
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Carmela Talamo
Rieccomi qui. Rieccomi dall’altra parte del mondo. Rieccoci padre e figlio insieme, come in Australia. Ma questa volta è diversa, questa volta lavoro, impegno. Mi si stringe lo stomaco e perso a cosa possa spingere un uomo sano di mente a imbarcarsi in un’avventura simile, e penso che proprio il fatto di essere sano di mente ti spinge a porti dei limiti e poi a superarli. E penso che sono contento di questo passaggio sulla terra da essere umano, e penso che adesso devo dormire sennò domani più che un essere umano sulla terra sembrerò uno zombi “riesumato” dalla terra.
3. Vincenzo Moretti
Se ieri sera avessi mangiato bucatini con il soffritto e salsicce fritte con i peperoni lo avrei anche capito. Ma una notte intera con un mattone così sullo stomaco senza aver messo nulla nello stomaco è la prima volta che mi capita. E non mi passa, lo sento ancora tutto … qui.
Maledizione, ma Riccardo cosa mi ….
4. Viviana Graniero
… combini???? Trascinarmi all’altro capo del mondo in cerca di cosa??? Sei sicuro che qui scoprirai cosa ci hanno nascosto fino ad oggi, da dove proveniamo e cosa è accaduto 60 anni fa… ma è passato così tanto tempo, come potremo ritrovare le tracce di qualcosa e qualcuno che forse non c’è più?
Piccole Storie Crescono | S2-3
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Lucia Rosas
Ricordo un cartone animato in cui un robot dormiva nel ripostiglio di un grande appartamento. Scontro prima la poltrona poi la scrivania e mi chiedo se un ascensore non sarebbe un posto più comodo. Non posso farcela.
3. Adriano Parracciani
“Altezza è mezza bellezza”, diceva mia madre ed io mi sono sempre accontentato visto che l’altra metà, beh, insomma, diciamo che me ne bastava mezza. Il problema è che a queste longitudini, Tokyo è la capitale più orientale del mondo, hanno ben altri detti, nessuno favorevole agli spillungoni. Decido di approfondire la cosa. Accendo il Mac mi butto su skype: almeno la rete funziona. Fortunatamente Piero è online. Gli spiego la situazione con imbarazzo ma anche con preoccupazione. Lui ride e mi rassicura – tranquillo, domani ti prenoto un albergo a misura tua.
4. Lucia Rosas
La tentazione di chiedergli una di quelle stanze pazzesche, di quelle da missione spaziale bianche ovattate. Quegli hotel bio che usano pannelli fotovoltaici piante e tende intelligenti. Sorrido e taccio. Il brivido della vacanza ha il sopravvento sul jet lag e io mi assopisco col pc acceso.
5. Viviana Graniero
Al risveglio trovo un biglietto accanto al cuscino. Lo apro: è il mio ritratto fatto a carboncino e sotto c’è scritto ” Suyushi hotel, ore 12″. Nient’altro.
Sono confuso e un po’ spaventato. Chi è entrato nella mia stanza? Sono indeciso, forse è uno scherzo di Piero, ma la curiosità prende il sopravvento. Ho deciso, andrò all’appuntamento ad occhi chiusi…
6. Deborah Capasso de Angelis
Spero che sia lei….so che da qualche mese si è traferita qui per lavoro e so che con lei non c’è più suo marito.
Arrivo trafelato all’appuntamento e cerco capelli biondi, lunghi e sicuramente spettinati.
All’improvviso una forte manata sulla spalla mi fa trasalire! – Vincè t’aggio acchiappato!! – Mi volto lentamente, riconosco una voce familiare che non sentivo da almeno vent’anni. Mi assale una voglia improvvisa di trovarmi a migliaia di chilometri lontano da quell’hotel. Alto quanto me, sorriso beffardo e occhi come fessure….Peppiniello Mezaparrucca!
Piccole Storie Crescono | S2-2
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Deborah Capasso de Angelis
Mi sento come alienato. Armeggio con i telecomandi per cercare tra i canali satellitari una lingua familiare. Una musica orientale mi prende, ragazze ballano la danza del ventre. Mi spoglio e, ancheggiando, decido che è meglio fare una doccia.
3. Vincenzo Moretti
Mi sveglio tutto bagnato. No, non è la doccia, quella faceva parte dell’incubo. E’ il sudore. La vista su New York dalla suite al 77° piano del Vesuvio Building è stupenda. Patrizia che dorme come un angelo al mio fianco ancora di più. Eppure faccio fatica a riprendermi. Tokyo. Un figlio di 27 anni. Una stanza di 12 metri quadri. Ma che ci faceva uno come me in un sogno come quello? Meglio farsi una doccia. Tra poco Patrizia si sveglia e potremo fare colazione.
4. Cinzia Massa
Patrizia… sembra ieri eppure sono passati già 4 anni. E’ entrata nella mia vita come un fulmine. L’ha sconvolta, trasformata, illuminata. Si proprio così il-lu-mi-na-ta! Ricordo ancora le sue risate sulla spiaggia, e la sua gaffe…. Ebbene sì è la regina delle gaffe!!!!! Ma è simpatica.
5. Vincenzo Moretti
Come si chiamava quel suo fidanzato? Ah, sì, Michele ‘o crick, specializzat nel furto di ruote d’autmobile. Che personaggio. E quella canzone che ascoltava a tutto volume, come faceva? Ah, sì “Eri la reginetta di tutta Baia Domizia, avevi un nome semplice, il tuo nome era Patrizia, eri una tipa splentita in mezzo agli ombrelloni, stringevi nella mana la tua frittata di maccheroni… Patrizia! Oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia! oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia!”. Invece mò, New York, alberghi e ristoranti di lusso. Eh, ma è bella, è troppo bella. Aspé, comme faceva ‘a canzone?, Oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia! Oh oh oh oh, oh oh oh oh… Patrizia!
6. Viviana Graniero
E invece adesso in questo letto enorme e soffice, avvolta con leggerezza nelle lenzuola non posso far altro che sorridere e pensare che le cose sono cambiate e anche la canzone è cambiata… è un’altra Patrizia… ” amo il tuo sapore di fragole e di panna, d’estate d’erbe appena calpestate, ti amo perché sei solare, perché sai far l’amore, ti amo per come mi ami tu… io ti amo per come mi ami tu”
Piccole Storie Crescono | S2-1
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
2. Adriano Parracciani
Per capire bene il mio disagio dovreste avermi visto di persona o aver sentito come mi descrisse un amico: “é un napoletano alto quanto quattro nani della favola a cavacecio”.
Esatto, sono proprio così. Questa storia dei nani e della favola mi fa tornare in mente una scena del film Totò Fabrizi e i giovani d’oggi, quando Fabrizi porta Totò, futuro consuocero, a visitare la casa che ha acquisato, con tanti sacrifici, per i futuri sposi. La casa è così piccola che Totò non risparmia la battuta sarcastica:
“E Biancaneve dove la mettiamo? Si perchè i sette nani possono trovare una sistemazione adeguata, ma Biancaneve lei l’avra vista un pezzo di ragazzona, dico, come…”
Ecco io mi sento come Biancaneve: dico, come ci dormo qui dentro?
3. Daniele Riva
Inscatolato. Come una sardina. Il sonno però è abbastanza tranquillo, forse perché sono praticamente imbalsamato. ‘O Faraone Vincenzamon. Il jet-lag comunque si fa sentire e mi sveglio che sono le 5 a.m. Mi disimballo e mi vesto praticamente come una marionetta tanto i movimenti sono condizionati dalla stanza. Come sarà la vita fuori? Mi avventuro con il mio inglese migliorabile e una gran voglia di caffè. Caffè, quello vero, quello fatto con la napoletana…
4. Adriano Parracciani
Macchè, niente da fare. Giro come un a trottola alla ricerca di simil-bar che servano qualcosa di assolutamentre distante da quei brodini che invece la fanno da padrone. Tutto inutile. Guardo nel vuoto come non fossi circondato da migliaia di persone che in maniera innaturale si disperdono senza produrre il chiasso a cui sono abituato. In questa ambientazione, deserta delle classiche scene cittadine italiane, mi appare un miraggio. Un uomo occidentale dai tratti marcatemente mediterranei si avvicina dall’orizzonte spingendo una sorta di carretto. La voce è ancora lontana ma il suono sembra quasi familiare. Quando arriva sotto i dieci metri stento a credere ai miei sensi: “Dotto’ a vulite na bella tazzulella e caffè?”
4. Daniele Riva
Pasquale Capone detto ‘O Giappunese mi racconta la sua storia. Come Colombo è emigrato dalla parte sbagliata del globo: credeva di andare in America e invece si è ritrovato qui, a Tokyo. Stessi grattacieli, lingue e scritture diverse. Ma tanto a lui che gli importa? Non conosce l’inglese e neanche il giapponese… Ma ha imparato quel tanto che basta per vendere il suo caffè. E i giapponesi apprezzano il caffè italiano. Sorseggio il liquido scuro nella tazza e mi sembra di essere in Paradiso, altro che a Tokyo. Posillipo, il Vesuvio..
5. Bruno Patrì
赤オレンジのシチリア。 “Arance, arance rosse di Sicilia ….!”
Quella frase sorprese sia me che Luca. – “Arance rosse di Sicilia … qui … in Giappone.”
Se ne stava tranquillamente seduto su un bidone del Dash dietro ad una bancarella realizzata su una carrozzina per neonati all’inglese.
Appena ci siamo avvicinati, alzò appena lo sguardo, rigirò la sigaretta senza filtro tra le labbra, si alzò in un tempo che mi apparve interminabile e tese la mano.
“Benvenuti in un angolo della Sicilia – qui non c’è l’Etna e nemmeno il vostro Vesuvio, ma ringraziando a Dio abbiamo altri vulcani e i ….. terremoti… sono all’ordine del giorno …. Mi fanno sentire meno la lontananza da casa”.
Noi italiani, anzi noi napoletani la provenienza l’abbiamo scritta … in faccia … non c’è bisogno di passaporto.
“Permettete …… Bruno Patrì ….. siciliano ….”
Stringiamo quella mano callosa e con le dita gialle di nicotina.
Sto per parlare ma lui con un fare … imperioso…. alza la mano : – “Prima assaggiate queste arance, sono di Ramacca, della Piana di Catania, me ne arriva un container ogni settimana, là non sanno cosa farsene ….. le schiacciano con le ruspe …. per tenere alto il prezzo …”
6. Vincenzo Moretti
Mò ci mancava solo Bruno Patrì con la arance di Ramacca.
7. Bruno Patrì
“Scusate, ma a voi ….. in Giappone ….. chi vi ci porta?”
“Caro dottore ….. la storia è lunga …. comunque se non avete fretta …. ve la posso raccontare”.
Si rimise a sedere sul bidone del Dash mentre noi trovammo posto, all’ombra, su un alto gradino a fianco della bancarella.
“ Io sono del ’54, ho sempre lavorato nel giardino (in Sicilia gli agrumeti si chiamano giardini) di mio padre, tre salme di terra, cioè 48 tumuli …. in metri quadrati fanno circa 100.000, cioè 10 ettari, cioè una bella rottura di … cabasisi . Arrivato a 19 anni sono dovuto partire ….. ho fatto il militare a … Cuneo. Un altro ambiente, tanti divertimenti, donne diverse …. con l’aria del continente …. mentre al paese …. se volevi piantare … un chiodo ….. ti dovevi sposare”
Si accese un’altra sigaretta senza filtro, diede due boccate, quattro colpi di tosse, otto soffiate di naso in un fazzoletto grande quanto …. una salma.
“Tornato al paese, dopo quattordici mesi, il lavoro del giardino non mi piaceva più così dissi a mio padre : – padre…. datemi …. un milione… che in America voglio andar….. –” .
Ulteriore soffiata di naso …. che fece vibrare il gong del vicino tempio.
“Lui mi rispose: – io un milione te lo do …… ma in America ……No! No! No!”
8. Daniele Riva
Pasquale Capone e Bruno Patrì sono i due lati di una stessa moneta, quella dell’italiano che si trova a suo agio ovunque nel mondo e vi porta il suo bagaglio di umanità e di arte dell’arrangiarsi. Non mi meraviglierei di trovare altri così. Invece, salutato il siciliano, dopo il caffè e la spremuta, entro in un negozietto gestito da giapponesi e mi compero dei biscotti. Speravo ci fosse non dico una massaia di Portici con le sue sfogliatelle, ma almeno un parigino con dei croissant. Esco, metto in bocca un biscotto. È salatissimo, puah!
9. La Musa
Oh, è ‘o vero, salaterrimi! mio fratello me ne portò una confezione, giusto giusto da Tokyo, ne conservo ancora la carta, troppo bellella per buttarla int’a ‘o sicch’ ra’ munnezz. Belli assai da vedersi, dicevo, preparati nello stile del sushi per intenderci, tutti rotolini colorati e disposti sul cabaret a fasce di colore dal più tenue al più carico, alcuni un po’ lucidi, altri impolverati da una sostanza biancastra, impalpabile, che lì per lì sperai fosse zucchero al velo, come si usa da noi ‘ncoppa a’ pastiera e ‘ncoppa ‘e sfogliatelle. Macchè, puah e doppio puah!!! Salaticci e viscidi come un celenterato del Pacifico. Ah, scusate, nn mi sono ancora presentata, song a sorella ‘e Pascalone Capone detto ‘o giapponese, Assunta Capone, per servirvi.
10. Adriano Parraciani
Eccone un’altra. Ma sono a Tokyo o a Piazza Garibaldi? Ammetto che i venditori ambulanti italiani proprio non me li aspettavo in Giappone. Mentre sono li, preso da sentimenti contrastanti per quei connazionali, arrivano fulminee tre Subaru della Polizia Metropolitana. Pasquale cerca inutilmente di confondersi tra i turisti, mentre Bruno Patrì, tentando la fuga, cade scivolando sulle sue stesse arance. Assunta invece, con una prontezza incredibile, mi prende sottobraccio e si stringe affettousa, recitando la parte della moglie impaurita.
11. Daniele Riva
Mi spinge in un negozio dove vendono kimono. Ne esamina qualcuno, con un aria da intenditrice assolutamente fuori luogo. “Dotto’, grazie, grazie assai” dice, e intanto getta occhiate nella strada dove la polizia sta ammanettando Bruno Patrì. “Ma io ve lo ricambio ‘stu favore, dotto’, state sicuro”. Mi mette in mano un foglietto con un numero di telefono. Se vi trovate nei guai, chiamate qui” dice facendomi inquietare in maniera impressionante. “Quassi cosa”… Con la coda dell’occhio vedo che anche Pasquale Capone viene arrestato e un poliziotto viene verso il negozio.
12. La Musa
Mio fratello è nato pazzariell, è stato sempre accussì, povera mamma! ‘Nu piezz ‘e core eh, intendiamoci, ma estroso assaje assaje. Eravamo otto figli e nun c’era pane, allora si doveva andare avanti co’ ‘e sicarett ‘e contrabbando. Mammà teneva ‘o banco a Via San Liborio vicino a Piazza Carità. Di giorno puliva le case dei signori del Vomero e di sera teneva ‘o banco de’ sicarett, mentre io preparavo un piatto di minestra calda per la cena. Poi arrivarono i marucchin, gli albanesi e nn si vendeva più bene, erano più pericolosi loro della polizia. Mammà stev malament, allora Pasquale dicett vicino a me: “Domani è l’ultimo carico che faccio, prendo i soldi e scappo in America, da lì vi aiuterò” E così fece, ma sbagliò qualcosa e si ritrovò in Giappone. E io pure mò sto qua, co’ stu’ dottore ca nun è bbon a recità, Madonna do’ Carmine, c’aggià fa? Mentre i poliziotti giapponesi entrati nel negozio puntano proprio verso noi due, guardo il dottore e con la voce più
suadente che mi sia mai uscita in vita mia, toccandomi la pancia gli dico: “Mimì, questo kimono è perfetto, mi accoglierà per tutti e nove i mesi, comodo, largo, un pò sgargiante come la bambola che mammà teneva ‘ncoppa ao’ liett” e nel mentre, prendo la sua mano fra le mie e lo induco a massaggiarmi la pancia – ” Mo’ damm nu’ vas” gli dico e intanto i poliziotti sembrano aver cambiato rotta.
13. Daniele Riva
Assunta Capone è una cozza. No, non intendo dire che è brutta. Può piacere. È una cozza perché si avvinghia e non mi molla. Riesco a infilarmi in un taxi e mi faccio condurre all’hotel. Ma… il tassista è Bruno Patrì. “Dottore” mi fa”, non si preoccupi, sono dei servizi segreti: è da quando è arrivato in Giappone che la sorveglio. Mi sono infiltrato nella gang e con l’aiuto della polizia nipponica siamo riusciti a sventare un complotto ordito ai danni della sua persona”. Prosegue: “Lei deve sapere che Assunta e Pasquale Capone sono…
14. La Musa
Ha parlat o’ MiTiLE ignoto! Ma che siamo e siamo, opperbacco! Mio fratello è un santo signurì, ‘a copia ‘e San Gennaro! E io sono qui per evitare che qualche malafemmena giapponesa so’ purtass int’a casa soja! E ci sono altri fatti da contare, altrochè! Dovete sapere, signurì, che quel tale Bruno Patrì ca’ mo’ s’ spacc’ pe’ detectìv è ‘nu malament, un mariuolo come si dice. Scusate, ma quando sono molto arrabbiata, mi parte la calata partenopea. ‘O saje comm’ se ddic’ ao’ paese mio? ‘A gatta quanno nun po’ arrivà a ‘o lardo, dice che fete! Ma torniamo ai fatti che ci coinvolgono. Dicevo, quel mascalzone di Bruno Patrì, ten’ ‘a scusa dei portogalli di Ramacca, tutta commedia è! Quello venne a Tokyo per sfuggire a un regolamento di conti; l’aveva fatta grossa, si arrubbò mezzo patrimonio del boss di Barcellona; no ‘a Barcellona spagnola, Barcellona Pozzo di Gotto, ‘a patria da’ maffia! Manco in America potè riparare, che l’avesser’ accis’ pure là.
15. Daniele Riva
E così Assunta è riuscita a infilarsi anche dentro il taxi. E non so più di chi fidarmi. Patrì ricercato dalla polizia di mezzo mondo e pure dal commissario Montalbano (in effetti, ora che ci penso, non mi ha mostrato nessun tesserino).
E in tutto questo bailamme si sono fatte le dieci e ho appuntamento alle 11 a Yushima, sul Kasuga Dori. Cosa faccio? Chiedo al tassista-latitante-Mitile Ignoto di portarmi là? Oppure dovrei scendere? E ‘sta pazza me la porto dietro come garanzia? Gesummaria, che dilemma!
16. Entropia
La situazione sta diventando insopportabile, anzi meglio: direi quasi noiosa. Mentre Assunta continua a parlare e Bruno Patrì a guidare prendo lo zainetto e lo sistemo tra i miei piedi. Mi curvo facendo finta di cercare qualcosa; in realtà sto indossando i guanti di pelle marroni. Continuo nella finta ricerca di qualcosa per il solo tempo necessario ad avvitare il silenziatore alla Glock calibro 9 parabellum che tengo nella sacca interna. In lontananza sulla destra c’è una grande area di parcheggio. Estraggo la pistola e la punto al fianco destro di Assunta. Sparo due colpi in rapida successione; Bruno non fa in tempo a chiedersi cosa succeda che la canna ancora calda della mia Glock è attaccata alla sua nuca – Vai lì a destra, nel parcheggio. Fai come dico e tutto andrà per il verso giusto – Bruno esegue l’ordine senza fiatare e si ferma nella parte più isolata, in mezzo ad un paio di Toyota. Per lui basta un colpo solo.
17. Deborah Capasso de Angelis
Sapevo di avere un’altra scelta. C’è sempre un altro modo di risolvere le situazioni ma ho imparato a seguire sempre il mio istinto. Quei due avrebbebbero attirato troppo l’attenzione su di me. Bruno ha gli occhi fissi nel vuoto ed un’espressione crudele, da padrone del mondo.
Lo rimetto seduto al posto di guida senza destare sospetti tra gli automobilisti che si dirigono, veloci, a riprendere le loro automobili. Salgo sul sedile posteriore, ripongo la pistola nello zaino e noto una signora che mi fissa. Abbraccio Assunta. Mi si accascia tra le braccia e fingo di baciarla, è calda. Ripenso alla mia prima volta. Il terrore ed il desiderio, la finzione dell’amore, l’odore dei corpi, i sensi di colpa, l’angoscia del dopo. Manca il respiro, adesso c’è l’alito della morte…
18. Daniele Riva
Sono le 11. Sono a Yushima, sul Kasuga Dori. È l’ora del mio appuntamento. Ecco l’uomo che mi attende. Indossa come sempre il suo gessato e gli occhialini con la montatura d’oro. Hiroshi Kawasaki, è il potente capo di “Entropia”, una setta segreta affiliata alla Yakuza. Deve darmi il nome del mio prossimo “contatto” da eliminare. Come quando clicchi con il tasto destro su Cestino e poi su “Svuota”. Questo è il mio lavoro. Quel nome che Kawasaki ha scritto su un foglietto che poi ha bruciato nel posacenere è quello di un noto manager giapponese. Sta a Chiba, una cinquantina di km da Tokyo…
19. Bruno Patrì
“Luca …. vieni con me …mi sembra di vedere un nostro connazionale in difficoltà”!
Era un sessantino scarso, … di età, di peso e di … altezza e stava praticamente litigando con un poliziotto.
Sembrava il Dr. Livingstone in tenuta da viaggio: stivali marrone scuro, sahariana completa di casco coloniale, occhiali da sole Lozza tipo Arisa, zaino dello stesso colore della … divisa e in mano teneva una rullina da venti metri ed un doppio metro.
Mi avvicinai: “Italian ….. I suppose……”
“Supponete bene caro Signore …. Purtroppo io non sono bravo a parlare il cinese e questo cretino qui non solo non capisce il mio cinese ma nemmeno il mio inglese con inflessione catanese e non sa nemmeno dirmi dove posso trovare la Grande Muraglia”.
“Scusate …. ma voi volete parlare cinese con un ….. giapponese?”
“Come …? Un poliziotto giapponese in Cina ?… eh già oggi ….con la cassa integrazione … con la mobilità …… succede questo ed altro..”
“Ma quale Cina …” – rispondo io – “Qua siamo a Tokio …. In Giappone ….. e per la Grande Muraglia …. mi sa che siete un po’ ……. fuori mano ….”
“In Giappone? Lo sapevo …., l’avevo intuito che qualcosa non andava …. ora capisco … ora vi spiego …… Dunque io ho un cugino che ha un cognato il cui nipote ha un’agenzia di viaggi … vado da lui e gli dico – Michele ho bisogno di un biglietto andata e ritorno per la Cina – E lui mi risponde – Caro Zio …. non ci sono problemi …. ti trovo subito un volo a prezzo stracciato …. chiaramente non è un volo diretto ….. dovrai fare qualche scalo intermedio … allungherai un po’ …. qualche ora in più …”
Tira fuori dalla tasca un enorme fazzoletto …. (dove ho visto un fazzoletto simile?) e si asciuga la fronte imperlata di sudore.
“Dunque …. Dove ero rimasto …. Ahh. Si … mi imbarco a Catania Fontanarossa, primo scalo Palermo, secondo scalo Napoli, poi Roma, Milano, Vienna, Parigi, Madrid, Barcellona (in Spagna e non Pozzo di Gotto), Tunisi, (passo sopra Catania), Atene, Il Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Tashkent, Kuanu Lampur, Hanoi, Tokio, Baijing” ……. 72 ore di volo … anzi di ….aeroporti”
Comincia a “santiare” nel suo dialetto …… “ Mi sa che sono sceso una fermata prima”
Improvvisamente si batte il palmo della mano in testa rischiando di fraccassarsela: “Che maleducato ….. permettete che mi presenti ….. Bruno Patrì … geometra … di Caltagirone … provincia di Catania”
Io guardo Luca ….. Luca guarda me ed insieme esclamiamo ad alta voce “Un altro Bruno Patrì siciliano ?”
“He no … egregi signori …. Io sono l’unico Bruno Patrì siciliano, anzi italiano, in tutto il mondo ce n’è solamente un altro ….. ed è francese…. Se non mi credete … guardate su … Facebook”.
“Ma noi poco fa abbiamo incontrato un altro Bruno Patrì, siciliano, di Ramacca, vendeva le arance rosse, poi è stato arrestato, poi faceva il tassista e diceva che era dei servizi segreti”
Ci guardò pensieroso. “ Dunque …. Ramacca, arance, arance rosse, arrestato …….ho capito chi è, l’ho letto quindici giorni fa su “La Sicilia” – edizione di Catania – Truffa alla Comunità Europea – 300.000 chili di arance rosse sparite misteriosamente “
Tira di nuovo fuori il fazzoletto e si soffia il naso. Il suono fa vibrare il gong di due tempi più avanti.
“Questo …. signore …. che, a quanto pare, si è appropriato della mia onorata identità ….. trattasi di certo Giuseppe Francesco Bartolomeo Maria Balsamo detto “Cagliostro” …. Ha un enorme agrumeto nella piana di Catania …. Ha usufruito degli aiuti della Comunità Europea per le sue arance … non solo le ha vendute a tre acquirenti diversi ma ha fatto comparire di averle mandate al macero ed invece se le era …. imbarcate a Palermo in trenta bei …. container …. destinazione sconosciuta. Lo cercano tutti: i Carabinieri, la Polizia,la Finanza, l’Interpol, gli accalappiacani, la suocera ….”.
20. La Musa
Se proprio doveva succedere, avrei preferito morire sotto i colpi di una Luger P08 – al cuore nn si comanda – e invece eccomi qua, in quest’asettico ospitale tokiese tutta fasciata come una mummia egiziana. Oh, Maronna mia, ma p’cchè chill m’ha sparat’ propr’ a mme? Sono intontita, nn ricordo nulla, tranne quei colpi sparati accussì, a bruciapelo. Signurì… SiGNURììì, maronnamia, teng a frev’, signurì, chiamatemi a Pascale ‘o frate mio, ci debbo parlare urgente!
21. Bruno Patrì
“Per lui basta un colpo solo” …… Poveri illusi … mi hanno dato per morto!
Il proiettile mi ha fatto un buco nel lobo dell’orecchio sinistro … ci metterò un bel piercing d’oro … me lo farò fare apposta .… con l’oro dei denti fasulli di Entropia …dopo averglieli stappati uno ad uno…… con le mie mani! Adesso devo cambiare identità . “Cagliostro” avrà la sua vendetta …. la sua tremenda vendetta!
22. Viviana Graniero
Sarà uno scherzo da ragazzi… mi rivolgerò a Giovanni “taleequale”, il migliore falsario di documenti in circolazione! Domani avrò la mia vendetta e poi finalmente andrò a recuperare la valigetta…
driiiiiiiiiiinnnnnnnnn…
“E’ tutto pronto, cassetta di sicurezza n.23”
23. Daniele Riva
Buongiorno. Sono il “deus ex machina”, l’espediente che permette di portare avanti una storia. “Deus” nel vero senso della parola. Perché questo è il Paradiso, è bello ma spesso ci si annoia, e allora i ragazzi si inventano giochi di ruolo per divertirsi un po’ e passare il tempo. È per questo che non muoiono mai. Dunque. San Bruno, San Vincenzo, Sant’Assunta e San Pasquale si sono inventati questo giochetto ambientato a Tokyo. Ah, vi lascio indovinare chi ha scelto per sé il ruolo di Entropia.
Serendipity. From Secondigliano to Tokyo
Posso dire prima di tutto un grazie di cuore a Antonio Gravina e a tutto il team Bespoke? Fatto! E poi posso aggiungere che secondo me sarà una bella festa?
Ci sarà Enakapata, of course, ad un anno dall’uscita modello groviera nelle librerie di tutta Italia.
What’s uscita modello groviera? Che la presenza di Enakapata nelle librerie registra un bel pò di buchi, perché in Italia se non scrivi per i 4-5 editori più grandi è dura davvero.
Dite che non ci dobbiamo scoraggiare? E chi si scoraggia. Le schiere degli amici che lo ordinano nelle librerie e online cresce sempre di più. Questo blog, lasciatemelo dire adesso che lui festeggia adesso il primo compleanno, diventa sempre più bello, ricco e partecipato. E poi … basta con le celebrazioni.
Ci sarà la musica dei Motor Sound in versione Ensamble, in pratica la formazione “storica” più tanti altri amici suonatori e musicisti (se scrivo solo musicisti Luca mi fa un cazziatone, voi non lo sapete ma l’understatement l’ha inventato lui).
E ci saranno anche un pò di chiacchiere serendipitose. Si si, tra me e Antonio, ma vedrete che troveremo il modo di coinvolgere anche voi.
Per ora è tutto. Anzi no. Il Serendipity Event è domenica 21 marzo 2010. Dalle 17.00 alle 24.00. Alla Bespoke academy. Galleria Umberto I, 50. Napoli. Adesso è davvero tutto. Per ora.
Piccole storie crescono | s2
INCIPIT
Prima notte, una stanza di dodici metri quadrati, freddo, jet lag.
S2-1 | Adriano Parracciani
Per capire bene il mio disagio dovreste avermi visto di persona o aver sentito come mi descrisse un amico: “é un napoletano alto quanto quattro nani della favola a cavacecio”.
Esatto, sono proprio così. Questa storia dei nani e della favola mi fa tornare in mente una scena del film Totò Fabrizi e i giovani d’oggi, quando Fabrizi porta Totò, futuro consuocero, a visitare la casa che ha acquisato, con tanti sacrifici, per i futuri sposi. La casa è così piccola che Totò non risparmia la battuta sarcastica:
“E Biancaneve dove la mettiamo? Si perchè i sette nani possono trovare una sistemazione adeguata, ma Biancaneve lei l’avra vista un pezzo di ragazzona, dico, come…”
Ecco io mi sento come Biancaneve: dico, come ci dormo qui dentro?
S2- 2 | Deborah Capasso de Angelis
Mi sento come alienato. Armeggio con i telecomandi per cercare tra i canali satellitari una lingua familiare. Una musica orientale mi prende, ragazze ballano la danza del ventre. Mi spoglio e, ancheggiando, decido che è meglio fare una doccia.
S2-3 | Lucia Rosas
Ricordo un cartone animato in cui un robot dormiva nel ripostiglio di un grande appartamento. Scontro prima la poltrona poi la scrivania e mi chiedo se un ascensore non sarebbe un posto più comodo. Non posso farcela.
S2-4 | Carmela Talamo
Rieccomi qui. Rieccomi dall’altra parte del mondo. Rieccoci padre e figlio insieme, come in Australia. Ma questa volta è diversa, questa volta lavoro, impegno. Mi si stringe lo stomaco e perso a cosa possa spingere un uomo sano di mente a imbarcarsi in un’avventura simile, e penso che proprio il fatto di essere sano di mente ti spinge a porti dei limiti e poi a superarli. E penso che sono contento di questo passaggio sulla terra da essere umano, e penso che adesso devo dormire sennò domani più che un essere umano sulla terra sembrerò uno zombi “riesumato” dalla terra.
S2-5 | Daniele Riva
Il viaggio interstellare è stato molto più difficile di quello che avevo pensato. Ma, ora che la luce blu di guerra illumina la base militare antaresiana, tutte le mie sofferenze svaniscono e anche questa squallida cameretta dove tento di riposare diventa confortevole quasi quanto il mio alloggio al circolo ufficiali delle Forze di Pace Intergalattiche. Anche se non dispero di venirne a capo, la missione, qui su Antares, è molto complicata.
S2-6 | Vincenzo Moretti
Brava, brava, brava. Se potesse La Musa se lo ripeterebbe mille volte. Adesso sarà dura negare la superiorità degli Applet. La prova era lì, in quella stanza di 12 metri quadri, in quei 16 umani pronti a tutto. Da una parte Felicia, Adriano, Anna, Carmela, Cinzia, Maria Maddalena, Sabato, Viviana. Dall’altra Daniele, Deborah, Dora, Maria, Paola, Stefania, Tina, Vincenzo. Lei, l’applet più giovane creata dai Soft Machine, in mezzo. La posta in gioco? Il ritorno nel real world. Come si vince? Eliminando tutti gli avversari, of course. Niente armi. Soltanto perfidia. E inganno. Per degli umani non dovrebbe essere difficile.
S2-7 | Dora Amendola
Il fuso orario mi ha decisamente stordito, credo che mi ci vorranno un paio di giorni per riprendermi del tutto!…già, ma per riconnettermi con il mondo dovrei dormire, e mi sa che in questo buco di stanza sarà un po’ difficile, soprattutto considerando che il futon ha le dimensioni della cuccia di Cocco Bil, il mio adorato chiwawa. Ma mentre già pregusto una “splendida” notte in bianco, Luca sembra un grillo, non sta fermo un istante…
S2-8 | Paola Bonomi
Ne approfitto per fare buio dentro di me: con movimenti precisi e sinuosi decido di lasciare quest’utero partenopeo e rinascere. Domani, riposato dalla spossatezza di questo parto, muoverò i primi passi in un mondo nuovo. Allargherò i miei pori per recepire quello che mi verrà offerto, quello che saprò andare a cercare. E prendendomi forte per mano, crescerò. Ancora.
s2-9 | Maria Paraggio
Domani, si ma bisogna arrivare a domani. Questa notte sarà interminabile. Il letto è così stretto e corto che , se mi rannicchio, rischio di cadere, se stendo le gambe, i piedi escono fuori dalla sponda. Ma chi me l’ha fatto fare. Poi mi metto buono e buono e dico a me stesso ” Chi va per questo mare, questi pesci prende” e rassegnato, lascio che il sonno abbia la meglio sul mio disagio.
Questo lo ha scritto Maria Paraggio
Mi sono avvicinata a questo libro con molta curiosità. Già il titolo mi spingeva ad approfondire quale poteva essere l’elemento che avvicinava Secondigliano a Tokio. Pertanto, non appena avuto il libro nelle mani, svolte tutte le faccende e gli obblighi casalinghi, mi sono seduta comodamente in poltrona, decisa a fare quello stesso viaggio attraverso le parole degli autori.
E’ stata una lettura continua, sospesa solo per brevi pause e interrotta solo all’ultima pagina. La scelta di raccontare i fatti sotto forma di diario e secondo gli occhi di due diverse personalità, dico personalità non persone, che raccontano gli stessi eventi ma con prospettive diverse , a mio parere, è risultata vincente. Non ci si annoia mai, neanche quando dalle storie di tutti i giorni di persone semplici che nulla hanno a che fare con la scienza, si passa a testi che sembrano tratti da vere e proprie riviste per soli addetti. Ciò che maggiormente risalta è il desiderio di apprendere sempre di più, di condividere esperienze senza chiusura alcuna perché la scienza è patrimonio di tutti.
Non è estranea alle pagine l’amara riflessione che in Italia, purtroppo, non c’è molto spazio per bravi ricercatori né c’è l’interesse, di chi dovrebbe promuoverla, a studiare i successi dell’organizzazione della ricerca scientifica in altri paesi. Il tutto detto sempre senza asprezza, solo con un po’ di rammarico.
Bello è anche l’appellarsi, di tanto in tanto, alla saggezza insita nei vecchi proverbi e l’accorato ricordo del genitore che con la sua severità e il suo rigore morale ha trasmesso nell’autore valori e rispetto delle regole, che non sono poi così distanti da quelli giapponesi. Inoltre il viaggio si rivela anche un’occasione per mettere in luce che i figli imparano dai genitori ma anche questi ultimi hanno molto da apprendere da loro. E’ un continuo dare ed avere vicendevole.
Storia di Valeria GyR, studentessa che studia
Valeria GyR è una studentessa che studia che ha la testa al proprio posto, cioé sul collo. Ad aprile 2009 consegue la laurea triennale con 110 e lode presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, discutendo, in francese e in arabo, una tesi su “Creatura di Sabbia” di Tahar Ben Jelloun.
Maggio è il mese delle rose e, per Valeria, dei tentennamenti. Come tanti suoi coetanei, deve decidere se, come, dove continuare gli studi. A casa la lasciano tentennare in pace e a inizio giugno decide di continuere gli studi in Francia. Invia regolare mail di presentazione a l’Université de Provence, Aix Marseille, allega il diploma di liceo linguistico, l’elenco degli esami sostenuti con la votazione conseguita, il curriculum vitae e la lettera con la quale spiega perché intende completare i suoi studi in Francia; infine chiede, con traduzione regolarmente convalidata dal tribunale di Napoli, di essere ammessa alla specialistica.
Passa qualche settimana e l’Université de Provence comunica che, sulla base dei documenti inviati, le saranno convalidati il diploma e 120 dei 180 crediti della laurea triennale. In pratica, deve rifare il terzo anno del corso di laurea triennale.
Ma come – pensa Valeria -, e la mia laurea? Due o tre giorni ancora di riflessione, in famiglia, con le amiche, all’università, poi prenota il volo per Marsiglia.
Valeria l’ho rivista, lei a Aix io a Napoli, un paio di settimane fa. Magia? No, Skype. Un pò di chiacchiere fino alla domanda fatidica: come vanno gli studi?
Bene – la risposta -, però è molto impegnativo; bisogna studiare tanto e frequentare assiduamente, insomma è tosta. Ma non stai rifacendo il terzo anno? – insisto -. Si – conferma -; sai che se mi ammettevano alla specialistica non è detto che ce l’avrei fatta?
A me la storia di Valeria GyR suggerisce tre domande e un possibile epilogo.
Le tre domande: perché una laurea in lingue conseguita in Italia vale 2/3 di una conseguita in Francia?; perché Valeria, nonostante il meritato 110 e lode in una delle Università italiane più prestigiose nella sua disciplina, ha scelto di “ripetere” un anno pur di laurearsi in Francia?; perché le/i laureate/i più brave/i in Italia fanno fatica a tenere il passo in Francia?
Il possibile epilogo: le lauree di sabbia non servono al futuro, né dei giovani, né dell’Italia. E per favore lasciamo perdere le eccellenze. La qualità deve essere la norma, non l’eccezione.
Ogni maledetta domenica
Processi di Competizione Collaborazione
La capacità di networking è una componente essenziale dei processi di competizione, a livello delle strutture e a livello delle persone.
Due le parole chiave: competizione e collaborazione. Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Ma i campi di applicazione sono così vasti che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.
Paradigmatico l’esempio della collaborazione di Piero Carninci con il programma Encode lanciato nel 2003 dal National Institutes of Health (Stati Uniti), con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie[1] per l’analisi del genoma e applicarle a una parte, l’1 per cento del totale, del Dna.
Completata la mappatura del genoma, è apparso evidente che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T[2] messe in riga senza conoscere né dove comincia né dove finisce ciascuna parola, senza avere idea della punteggiatura, né della grammatica. Individuando le regioni che codificano per proteine è stato possibile comprendere le parole. Oggi si cerca di comprendere come le parole sono correlate tra loro. La prossima sfida è comprendere la loro logica.
Competizione. RIKEN, che dal 2001 sviluppa tecnologie proprie per comprendere dove sono gli mRna[3] e i loro promotori[4].
Collaborazione. Le tecnologie RIKEN complementari a quelle di Encode. L’utilizzo da parte di Encode della tecnologia ideata da Carninci per identificare l’inizio della trascrizione dei geni, individuare i promotori, capire come e quando il genoma agisce.
[1] Protocolli per trasformare Rna in informazione.
[2] Guanina, Adenina, Citosina, Timina.
[3] Gli Rna messaggeri, che producono proteine.
[4] Le sequenze che fanno svolgere al genoma la sua funzione principale: produrre Rna, ogni tipo di Rna, che ha non solo la funzione di trasportare e tradurre informazioni ma anche quella di contribuire a regolare l’espressione del dna, di coordinare il complesso lavoro teso a rendere integrate ed efficienti le migliaia e migliaia di componenti attive della cellula. In pratica il promotore è un interruttore che dice «accendi», «spegni» e, se «acceso», quanto bisogna produrre. I diversi tessuti esprimono Rna differenti e quindi proteine differenti. Ad esempio, il muscolo esprime proteine necessarie alla contrazione muscolare, il cervello esprime proteine importanti per l’attività neuronale. Promotori differenti controllano l’espressione di Rna differenti (e quindi proteine) in tessuti diversi; in questo contesto gli Rna che non codificano retroagiscono con il Dna, modificano l’espressione di mRna dal Dna e quindi modificano il livello di proteine prodotte dall’Rna.
Michael Jordan
Detto Lo Scognato
Si lo che ormai vi siete abituati ai miei ti abbracico invece di ti abbraccio, ma vi assicuro che questa volta non ho sbagliato. Era scritto proprio in bella evidenza: detto lo scognato. Dov’era scritto? Ah, già scusate, sull’avviso mortuario. La dicitura in alto quella in versione sobria: E’ venuto a mancare all’affetto dei suoi cari all’età di 52 anni; sotto il nome e cognome; più sotto ancora detto lo scognato.
Da voi come lo chiamate?, il soprannome, il contronome, insomma il modo in cui per tutta la vita uno viene chiamato.
Immagino che adesso vi state domandando da dove viene scognato. Lasciate stare i dizionari di italiano e di napoletano. Scognato, scugnato, significa senza denti. Vedete, se foste stati di Secondigliano l’aveste saputo, perché da quelle parti a tutti è stata data l’opportunità, almeno una volta nella vita, di prendere in giro qualcuno cantilenando “scugnato, senza diente, vase ‘nculo, a zì Vicienzo“.
State pensando che davanti alla morte ci vuole più rispetto? Non sono d’accordo, perché non si tratta di mancanza di rispetto. C’è innanzitutto una questione pratica. Solo con il nome e cognome sul manifesto al funerale non ci viene nessuno, perché nessuno capisce chi è morto. E poi c’è una questione di identità. Si proprio quella cosa strana ma importante che ci permette di riconoscerci con gli altri nel tempo.
Voi dite e allora il Partito Comunista? La Democrazia Cristiana? Il Partito Socialista? Potrei rispondervi appunto, guardate come stiamo combinati. Che naturalmente chi doveva essere arrestato andava arrestato, e anche qualcuno di più, ma non si doveva buttare il bambino insieme all’acqua sporca. Preferisco “nuje simme gente seria, appartinimme ‘a morte“. Si, meglio lo Scognato, con l’aiuto di Totò.
Questioni di Merito
Il riconoscimento sociale di ciò che le persone sanno e sanno fare è una componente essenziale del senso profondo di autostima delle persone e dei processi di costruzione di senso delle organizzazioni.
E invece basta guardare alle cover e ai titoli dei principali settimanali e tabloid, ai contenuti dei format televisivi di maggiore ascolto, ai cacciatori di celebrità formato cluster da 15 secondi, al popolo dei quiz pronto a indovinare il numero di lenticchie contenute in un vasetto, ai day trading orfani della edeologia di internet per rendersi conto che essere ricchi è bello, dà prestigio, riconoscimento sociale, niente di paragonabile con la fatica di chi ha un lavoro o un impiego, svolge una professione, scrive un articolo o un libro, dipinge un quadro.
In realtà l’apologia della ricchezza non rende meno diffusa «la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale».
Si può fare di più. Dando valore al merito. Riducendo le disuguaglianze che trovano la loro origine nell’organizzazione sociale.
Idea difficile, in particolar modo nel nostro Paese. Ma essere consapevoli che «far sorgere il merito nella società italiana non è compito facile», che «i due valori essenziali del merito, responsabilizzazione degli individui sulle proprie azioni e pari opportunità, sono da noi sostituiti da valori di solidarietà acritica e permissività lassista» non vuol dire rinunciare alla possibilità, al compito, all’urgenza di affermare il valore del merito, di assegnare un punteggio elevato al piacere, a ogni livello, di fare le cose per bene perché è così che si fa.
Tutto questo suggerisce almeno tre questioni ulteriori, che possiamo riferire all’organizzazione del talento, alla qualificazione del sistema educativo, all’individuazione delle strategie e delle azioni atte a garantire a ciascuno eguali opportunità nell’espressione e nella valorizzazione del proprio talento per tutto l’arco della vita.
Ci piace pensare al merito non solo come a un fondamentale indicatore delle abilità-capacità delle persone o della qualità e dell’efficacia della loro azione, ma anche come a un valore, un punto di riferimento fondamentale nella definizione di strategie volte a superare squilibri e divisioni, a definire le regole di società più giuste perché in grado, per l’appunto, di tutelare le capacità delle persone di realizzare i propri progetti di vita sulla base delle chance che si presentano loro sotto forma di diritti e di risorse, di legami sociali, di abilitazioni (il numero di capacità di cui ciascuna persona può concretamente disporre).
Il merito come trait d’union tra soggetto e struttura, tra individuo e organizzazione.
Talento e-o Organizzazione
Come organizzare il team, premiare il merito, riconoscere il talento?
Sono i processi attivati dalle persone con le loro idee, il loro talento, il loro lavoro, la qualità e la quantità delle loro relazioni, connessioni, interazioni, a determinare la storia e il carattere, i successi e i fallimenti delle organizzazioni?
O a fare la differenza sono piuttosto la forza e la consistenza delle strutture nelle quali esse vivono, lavorano, studiano, si divertono?
Con quali caratteristiche si presenta la relazione tra persone e strutture negli ambienti contraddistinti da processi di innovazione, forte specializzazione, elevata professionalità?
Digital Materials Laboratory
Al Digital Materials Laboratory (DML), diretto da Franco Nori, si elaborano, sulla base di modelli fisici, teorie che si muovono nello spazio di intersezione tra fisica atomica, fisica quantistica e materia condensata, che possono essere verificate in maniera sperimentale o comprese attraverso l’osservazione dei fenomeni da esse stesse prodotte[1].
Al Dml, così come in tutti i laboratori di ricerca che compongono il Sqdrg, le verifiche sono annuali, estremamente analitiche, approfondite, dettagliate. A volere così è Akira Tonomura, il «gran capo», che le conduce personalmente sulla base di un algoritmo di valutazione, da egli stesso definito, che tiene conto del numero di pubblicazioni moltiplicato il livello di impatto della rivista sulla quale vengono pubblicate.
Tonomura premia chi ha risultati migliori con maggiori finanziamenti tra quelli assegnati al gruppo e per questa via contribuisce ad affermare la cultura del merito nell’ambito del Sqdrg e del sistema Riken più in generale.
A valutare gli articoli sono anche soggetti esterni. Ad esempio, l’articolo pubblicato a marzo 2008 da un team del Dml formato da un ricercatore cinese, uno svedese e uno americano, tra 2-3 anni sarà valutato da una compagnia specializzata, la Halsan, a partire dal numero di volte che è stato citato[2]. Poi bisogna naturalmente fare i conti con le verifiche periodiche.
L’ultima review di medio termine, condotta da un gruppo internazionale di verifica molto prestigioso, ha preso atto, nell’ambito di un esito complessivo lusinghiero, del risultato davvero eccellente del Dml. Kohei Tamao, al tempo direttore del Frontier Research System, ha apprezzato molto questo risultato e non ha fatto mancare al Sqdrg supporto e risorse.
Nori si pensa come una specie di coach, una sorta di allenatore in campo, ma in realtà è anche il fuoriclasse della squadra[3], un decisore con margini di autonomia molto ampi: è lui a indicare le direzioni di marcia, a individuare i progetti da portare avanti prioritariamente, a fare sintesi, a organizzare i team di ricerca, a definire la loro composizione, i criteri con i quali le risorse vengono destinate alle diverse attività, le modalità di finanziamento per l’attività dei ricercatori aggregati al suo gruppo.
Il numero dei ricercatori impegnati al Dml è decisamente variabile anche se con un trend in crescita[4]. Si tratta nella maggior parte dei casi di ricercatori che svolgono la loro attività di studio e di ricerca in altri paesi (Ucraina, Cina, Taiwan, Russia, Germania, Svizzera, Inghilterra, Moldavia, Giordania, Italia) che mediamente rimangono al RIKEN dai due ai quattro mesi all’anno[5], anche se non di rado ritornano per periodi più o meno lunghi più volte in un anno o nel corso di più anni[6]. Di norma, Nori predilige i ricercatori che provengono da paesi come Cina, Ucraina, Russia, che hanno una grossa tradizione nello studio delle scienze, i cui ricercatori hanno una formazione di ottimo livello, che investono molto sul lavoro scientifico.
Al Dml non ci sono posti fissi, così come più in generale al Sqdrg, i contratti hanno di norma la durata di qualche mese, al massimo un anno, naturalmente rinnovabili secondo le reciproche disponibilità o necessità[7]. Come afferma il suo leader, il Dml è un laboratorio di visiting researcher a breve, medio e lungo termine.
Nori sceglie personalmente ogni singolo componente del proprio team e ritiene che il processo di selezione delle risorse è molto complesso; è difficile dire cosa e chi funzionerà e cosa e chi no, chi riuscirà a produrre risultati nei tempi necessari e chi invece si muoverà troppo lentamente. Quel che è certo, aggiunge, è che le decisioni sono più veloci e la responsabilità delle scelte più chiara.
Importante è la capacità di distinguere, in ogni fase dell’attività di ricerca, tra componenti oggettive dei problemi, ad esempio un filone di ricerca non particolarmente redditizio, e componenti soggettive, più propriamente legate ai limiti di chi fa ricerca, ai risultati reiteratamente deboli e insufficienti prodotti da ricercatori non all’altezza del compito.
Il modello organizzativo adottato al Dml è tanto semplice quanto funzionale. Di norma Nori suddivide il team in gruppi, secondo uno schema che negli anni si è abbastanza consolidato: ogni gruppo, composto da un leader e 2-3 ricercatori, fa ricerca su un tema specifico; con Nori si relazionano i leader dei diversi gruppi che naturalmente a propria volta interagiscono con i loro collaboratori. Meno frequenti sono le discussioni plenarie[8].
Nel corso delle riunioni è talvolta Nori a proporre i temi e le idee, più spesso sono i leader dei diversi team, mentre Nori riserva per sé la parte dell’avvocato del diavolo: ci si scambiano i ruoli, si discute delle aree da sviluppare e di quelle da evitare perché troppo affollate, di quali articoli leggere, dei seminari e dei convegni cui partecipare.
Questa parte del lavoro relativa alla partecipazione a conferenze, alla lettura degli articoli, al confronto con gli altri gruppi in giro per il mondo è molto importante per individuare le aree di ricerca più fertili.
Nella fase finale diventa invece molto importante il controllo di qualità: la scelta dei contenuti da tagliare e di quelli da aggiungere o da potenziare; l’individuazione dei risultati che non sono sufficientemente importanti e di quelli che invece lo sono; la definizione delle modalità con le quali essi vanno presentati; la traduzione di tutto questo nel modo migliore di organizzare gli articoli, di strutturarli, di rappresentarli con l’ausilio di grafici, immagini e tutto quanto può aiutare a migliorarne la chiarezza e l’impatto.
È in questa fase che si sviluppa il processo di discussione finale. I diversi componenti del team fanno domande, e uno di essi, al quale è stato assegnato il ruolo del referente, risponde; oppure ci si siede davanti a due megaschermi e si discute l’articolo; c’è chi critica, chi mette in discussione, chi risponde; ogni domanda e ogni risposta viene come esaminata ai raggi X fino a quando tutti non vedono, condividono, ritengono corretta, la stessa risposta.
È questa una caratteristica importante del gruppo Nori, una metodologia adottata e consolidata nel corso degli anni: più occhi puntati sull’articolo per cercare e trovare l’errore. La capacità di individuare gli errori ha un’importanza fondamentale.
Nori alterna il lavoro al monitor e quello sulla carta; utilizza fogli di tutti i formati e penne di tutti i colori; insiste sulla necessità di utilizzare figure per illustrare in maniera chiara le proprie tesi; mette assieme più cervelli e più occhi per trovare il punto debole.
È meno facile di quanto si creda.
A quel livello, gli errori hanno una grande capacità di mimetizzarsi.
Quattro occhi sono meglio di due, sei meglio di quattro, otto meglio di sei, ama sottolineare Nori con approccio solo in apparenza didascalico; gli errori non rilevati finirebbero inevitabilmente per essere individuati da altri team ed è dunque molto meglio fare prima una propria review, attrezzare una metodologia che permetta a tutto il team di ricevere in maniera sistematica le stesse informazioni da quello che legge e contribuisca a rafforzare ogni singolo aspetto del lavoro che si intende presentare con una nota, una precisazione, un grafico che contribuiranno a rendere maggiormente evidente il processo seguito e i risultati raggiunti.
Per il gruppo Nori questa metodologia è diventata prassi. Per altri, anche in Giappone, abituati a processi di tipo verticale, nei quali a decidere è soprattutto il leader, è meno usuale.
È importante che tutti siano coinvolti in maniera attiva, che l’intero team mostri voglia di discutere e di condividere ciascuna frase dell’articolo.
Ancora. Una volta scritto un articolo lo si lascia là per giorni, dopo di che lo si rilegge e la rilettura meditata del testo ti fa accorgere se, come e dove la struttura logica non è ancora del tutto chiara, se manca ancora qualche passaggio intermedio.
La chiarezza logica dell’articolo è fondamentale. Aiuta a spiegare bene le proprie tesi, a interagire meglio con chi fa le review, a raggiungere un livello di produttività più elevato.
Per quanto sia impegnativa, talvolta persino dolorosa, questa prassi è decisiva per migliorare la qualità del lavoro e dunque dei risultati. È attraverso questo controllo di qualità interno molto rigoroso che si riesce a ottenere un asset molto elevato.
[1] Tra i progetti sui quali il Dml lavora attualmente ricordiamo il quantum computing, lo studio dei superconduttori di qubits attraverso la Josephson-junction, i circuiti quantistici scalabili, la dinamica dei vortici nei superconduttori, i nuovi dispositivi fluxtronics, i dispositivi che possono controllare il movimento dei quanta.
[2] Le comparazioni si fanno ovviamente per ogni settore dato che le dinamiche e l’ecologia di ogni gruppo sono diverse: di norma nell’area delle ricerche fisiche vengono considerati molto buoni i lavori che hanno citazioni nell’ordine di sette all’anno; per la matematica basta di meno, per la biologia ci vuole di più.
[3] Naturalmente, se lo si chiede a lui, risponderà che ogni tanto gioca pure lui ma in generale tocca agli altri componenti del team tirare calci alla palla.
[4] A gennaio 2002 al Dml lavorano in quattro, compresa la segretaria, già a fine anno sono tra i 6 e i 10, nel 2004 tra i 12 e i 16, a marzo 2008 tra i 12 e i 20.
[5] C’è chi rimane una settimana, chi un mese, chi 2-3 mesi, chi 6, chi 1 anno, chi 2-3; al marzo 2008 il record di permanenza appartiene a uno scienziato russo rimasto con il gruppo Nori per 5 anni.
[6] Per chi fa ricerca al RIKEN, un’opportunità importante è data proprio dalla possibilità di affrontare problemi complessi che non è possibile definire in poche settimane o mesi.
[7] È utile ribadire che si tratta di ricercatori che di norma hanno una stabilità di rapporto con istituzioni e centri di ricerca del proprio paese; naturalmente il discorso assume connotazioni diverse se e quando il ricercatore in questione lascia il proprio paese e si trasferisce a tempo pieno presso l’istituto di ricerca giapponese.
[8] Di solito i livelli sono dunque tre, in casi più rari quattro; al quarto livello sono impegnati quasi esclusivamente studenti.
Piccole Storie Crescono | s1-9
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 9
2. Vincenzo Moretti
Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.
3. Deborah Capasso de Angelis
Viviana andò via soddisfatta. Gioiva per un ulteriore traguardo raggiunto, ignara delle conseguenze della sua scoperta. Il progetto Nasa, Kapata D2004, doveva restare segreto. I robot erano il fiore all’occhiello del Prof. Parracciani che, sfiorando il microchip alla base del collo, pensava a come far tacere la ragazza.
4. Viviana Graniero
Infatti Viviana aveva persino scoperto che in realtà Luca e Vincenzo erano l’anagramma del nome di questo robot di ultimissima generazione che la Nasa voleva tenere nascosto: Luc-zeno-caniv D2004. Adesso sì che era nei guai, senza nemmeno saperlo… per troppa arguzia!
5. Entropia
Viviana andava sicuramente resa inoffensiva, ma Parracciani non pensava ad una semplice e banale eliminazione fisica. Era rimasto colpito dalla capacità di analisi della ragazza e dal suo livello investigativo, e così decise il da farsi: pezzi di corteccia cerebrale del suo emisfero sinistro sarebbero stati impiantati nella piattaforma neuro-quantistica del D2004.
6. Daniele Riva
“Psst… Signorì… Signorì…” una vocina dal pavimento sorprese Viviana intenta nei suoi pensieri sulla scoperta che aveva fatto. Ma non c’era nessuno. La ragazza guardò meglio: in una nicchia c’era una piccola grata e la voce veniva da lì. La aprì…
7. Concetta Tigano
… Non si vedeva granchè…ma ad un tratto gli comparve davanti un ometto molto curioso, vestito a righine, papillon e bombetta. Da dove salta fuori un tipo così? neanche il tempo di farsi domande che Pasqualino, così si presenta con tanto di “baciamano”, le parla con aria da complotto : “Signorì state attenta! sennò vi finisce comme a mè!!!”, Viviana, dapprima impaurita, si rende conto che Pasqualino sta cercando di metterla in guardia, ma da cosa?
8. Lucia Rosas
Viviana è interdetta. Il sesto senso le dice che deve sapere ma la paura di essere scoperta, e se fosse una trappola? Una prova di esame, se possono fidarsi di lei. L’omino ha uno sguardo sibillino e viviana si chiede se potrà tornare a casa. Con orrore si accorse che il cellulare era scarico. Doveva decidere. Adesso.
9. Entropia
Viviana decide di fidarsi di Pasqualino che nel frattempo le aveva proposto di accompagnarla verso un zona sicura da dove poi poter fuggire.
– Vede Signorì – le disse Pasqualino con voce triste ed ansiosa – questo quartiere è tutto un laboratorio. E se passa qualcuno d’interessante come lei, lo catturano per gli esperimenti – Viviana lo seguiva a questo punto impaurita e disse – Ma quali esperimenti?- Signorì, è meglio che non sappia, ora pensi a fuggire – Le fece percorrere una lunga strada in discesa, e poi entrarono in un garage. Da qui presero un ascensore che li portò svariate decine di metri sotto terrà, poi un lungo corridoio. -Ecco Signorì, siamo arrivati – disse Pasqualino mentre apriva la grande porta verso quella che sembrava essere la libertà. Appena Viviana la passò sentì una voce sinistra che l’accolse – Ben ritrovata Viviana – Lei si girò di scatto e vide il Professor Parracciani intento a leggere dei monitor.
10. Deborah Capasso de Angelis
Per un attimo Viviana si sentì sollevata. Quell’uomo bassino le aveva sempre ispirato simpatia, i suoi occhi vispi le davano sicurezza. Ma adesso il suo sguardo aveva qualcosa d’inquietante.
Pasqualino continuava a stringerle la mano, si accorse un secondo dopo che al suo polso aveva uno strano bracciale. – Ti chiederai perchè sei qui – disse il professore.
I pensieri di Viviana le si affollavano in mente, forse il professore era stato colpito dalla sua arguzia e voleva coinvolgerla in qualcuno dei suoi progetti sugli androidi. Di colpo i pensieri positivi scomparvero. Vide il tavolino su cui erano poggiati singolari strumenti chirurgici, la poltrona con le cinghie ma soprattutto sentì la presa di Pasqualino diventare sempre più forte e la vibrazione che le dava il bracciale. Fu terrore…
11. Daniele Riva
…Viviana si sentì perduta. Poi vi fu come un lampo e le macchine nel laboratorio cominciarono a emettere strani sibili, scintille, vi fu anche qualche piccolo scoppio. Pasqualino aveva gli occhi che roteavano vorticosamente e mollò la presa sul suo braccio. Il professor Parracciani si mise una mano al collo e rimase bloccato in quella posizione. “Oddio, sono degli androidi” comprese la ragazza. E fuggì un attimo prima che il laboratorio sotterraneo esplodesse, infilandosi velocemente nella piccola grata… Una mano la aiutò a risalire…
Piccole Storie Crescono | s1-8
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 8
2. Vincenzo Moretti
Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.
3. Deborah Capasso de Angelis
Viviana andò via soddisfatta. Gioiva per un ulteriore traguardo raggiunto, ignara delle conseguenze della sua scoperta. Il progetto Nasa, Kapata D2004, doveva restare segreto. I robot erano il fiore all’occhiello del Prof. Parracciani che, sfiorando il microchip alla base del collo, pensava a come far tacere la ragazza.
4. Viviana Graniero
Infatti Viviana aveva persino scoperto che in realtà Luca e Vincenzo erano l’anagramma del nome di questo robot di ultimissima generazione che la Nasa voleva tenere nascosto: Luc-zeno-caniv D2004. Adesso sì che era nei guai, senza nemmeno saperlo… per troppa arguzia!
5. Entropia
Viviana andava sicuramente resa inoffensiva, ma Parracciani non pensava ad una semplice e banale eliminazione fisica. Era rimasto colpito dalla capacità di analisi della ragazza e dal suo livello investigativo, e così decise il da farsi: pezzi di corteccia cerebrale del suo emisfero sinistro sarebbero stati impiantati nella piattaforma neuro-quantistica del D2004.
6. Daniele Riva
“Psst… Signorì… Signorì…” una vocina dal pavimento sorprese Viviana intenta nei suoi pensieri sulla scoperta che aveva fatto. Ma non c’era nessuno. La ragazza guardò meglio: in una nicchia c’era una piccola grata e la voce veniva da lì. La aprì…
7. Dora Amendola
ed intravide una donna che con la mano invitava a seguirla. Incuriosita la nostra cervellona si lasciò convincere e, dopo aver attraversato uno stretto cunicolo, sbucò in un modernissimo laboratorio sottorrenaeo. Qui fu accolta dalla super equipe della D.ssa Misteria, l’acerrima nemica del Prof. Parracciani.
8. Lucia Rosas
La donna le sorrise ma lei non ricambiò. Le ricordava una professoressa del liceo arcigna, odiosa, disegno tecnico, una macchia e il foglio diventava coriandoli. Tutto doveva essere perfetto. – Viviana tu sarai la mia arma vincente. niente se, niente ma. Avanti fanciulla.- Viviana abbozzò un sorriso. Identica a ..
Piccole Storie Crescono | s1-7
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
Storia 7
2. Bruno Patrì
Il quartiere più vicino all’albergo era quello di Ueno. Il suo grande parco ci appariva come incantato sotto il caldo sole estivo. L’umidità saliva e avvolgeva, trasformava la vista degli alti toori. Ecco il primo tempio, dal classico colore rosso acceso.
Saliamo le ampie scale e giunti all’ingresso veniamo accolti da un anziano giapponese che in uno stentato inglese inizia un lungo monologo.
Diamo cenno di gradire il suo intervento, inchiniamo il capo più volte in segno di ringraziamento…… ma lui imperterrito continua con la sua cantilena sbiascicata.
Riusciamo a “fuggire” ……. e continuiamo a visitare il resto del parco. Attraversiamo ampi “corridoi” tra i curatissimi alberi, passiamo sotto agli splendidi toori e giungiamo ad un altro piccolo tempio contornato da antiche strutture incastonate nella vegetazione del parco.
3. Daniele Riva
Lì, con uno dei miei piedi misura extralarge colpisco inavvertitamente una pietra circolare, che rotola di lato e va a colpire con un toc sordo qualcosa in un cespuglio fiorito. È una borsa! E l’anziano giapponese aveva ripetuto spesso nel suo discorso sconclusionato la parola “bag”. Vuoi vedere che?
La curiosità è tanta. Che fare? Aprirla? Chiamare una guardia? Certo, poi quella non spiaccica una parola di inglese e finisce che passiamo la notte al commissariato, come Totò e Peppino…
4. La Musa
“Dopotutto”, mi dico, “è assoluamente lecito aprire una borsa rinvenuta fra i cespugli” del resto se nn l’aprissi nn potrei mai sapere a chi sia appartenuta. mi accingo a farlo, ma qualcosa mi frena e mi colpisce; la foggia della borsa è inusuale e anche il pellame di cui è fatta. sembra proprio una vecchia borsa da medico condotto. cerco l’anziano giapponese, ho bisogno della sua approvazione anche solo fatta di sguardi, ma davanti a me soltanto la distesa dei ciliegi odorosi e di lui nemmeno l’ombra. la borsa è lì, ai miei piedi, un velo spesso di polvere antica ne nasconde la finezza della fattura, la cerniera in metallo sembra ossidata. prendo ancora qualche minuto per decidere, in fondo sono ospite di una nazione molto lontana dal mio modo così occidentale di pensare, nn vorrei trovarmi nei guai…
5. Vincenzo Moretti
Va bé, alla fine se sto qua tutta la notte a pensarci diventa come trascorrere la notte al commissariato. Io la apro. No. Si. Dentro tre monete antiche. Con il buco in mezzo. Uguali uguali a quelle usate al posto degli steli di foglie per interorgare l’I-Ching, il più antico testo di saggezza cinese. No, non sono uguali uguali. Sono proprio loro.
6. La Musa
Ora che ho aperto, davanti a quelle monete antiche mi risuonano alla mente le lezioni del prof. di storia del liceo: un gruppo di transfughi cinesi riparati in giappone portarono con loro alcune cose indispensabili per nn morire di nostalgia: i bonsai, i bamboo e le monete divinatorie de I-Ching. “che meraviglia!” penso fra me e me, “a chi saranno appartenute queste preziose monete e come mai nella borsa da medico nascosta fra i cespugli di acero?” intanto, con le monete fra le mani, vado pulendole per guardarle meglio. il rame così sfregato a poco a poco mi rimanda i suoi rossi bagliori. ecco, ora le vedo bene, due sono sul lato “testa” – lo yang – e una sul lato “croce” – lo yin.
7. Deborah Capasso de Angelis
Morte e vita, ombra e luce, giorno e notte, perfetto equilibrio, interdipendenza, maschio e femmina, destra e sinistra…simboli antichi di una saggia cultura.
Sono inquieto, che faccio? Chiedo consiglio a Luca.
Fa un’espressione da “scugnizzo”. – Papà, comme se dice, ogni lasciata è persa! Piglia ‘a borsa e fuimmo!!! Po’ c’e pensamme!!! -.
Seguo all’istante il suo consiglio!
8. Daniele Riva
Rientrati in albergo, ci attacchiamo a Internet (Luca si attacca a Internet, io lo guardo da dietro le spalle, cosa che lo fa incavolare abbastanza) e troviamo un po’ di informazioni sull’I-Ching. C’è anche un sito che fa le divinazioni. Per gioco inseriamo la frase “Che cosa significano queste monete nella borsa?” e ci risponde: “Cielo e terra si incontrano: la pace”.
9. Adriano Parracciani
E’ una prima risposta. Ma adesso dobbiamo sapere di più su queste monete tonde con un foro quadrato al centro. La ricerca su internet si fa difficlle; non abbiamo idea di come orientarci in questo mondo sconosciuto ed immenso della numismatica. La depressione ci sta raggiungendo quando improvvisamente dal mio hard disk cerebrale spunta fuori il ricordo che serve. – Ma certo, – dico a luca – Alberto! Ti ricordi che è un appassionato di monete? Forse ci può aiutare – Luca scatta delle foto con il suo iPhone e mandiamo tutto per email all’amico di Roma con la speranza che possa dirci qualcosa di più. Dopo un’ora arriva la risposta – Non m’intendo molto di monetazione cinese ma qualcosa posso dirvi. Innazitutto il foro quadrato centrale, che serviva per agevolare il trasporto infilandole in un laccio, rappresenta la Terra avvolta dal Cielo del cerchio. Secondo il mio catalogo Krause le vostre monete sono dei Cash della dinastia Song più o meno databili intorno al 1200. Adesso non
vorrei illudervi ma se ho azzeccato l’identificazione siete incappati in monete qualificate come R5 ossia rarissime, battute in soli tre, dico tre, esemplari !!! Quotazione?? 150.000$ l’una !!!
10. Deborah Capasso de Angelis
Alla faccia del bicarbonato di sodio!!! In casi come questo Totò è d’obbligo!
Continuiamo a fissare la cifra sul monitor ed io ho bisogno di sedermi.
– Papà, ma tu hai realizzato? Ti rendi conto di quello che abbiamo per le mani?-
– Si, Luca. Ma adesso dobbiamo restare calmi e pensare a cosa fare -.
L’anziano signore! Cerco di ricordare le sue parole….bag, peace, danger, end, earth wind and fire…mannaggia a me e l’inglese!
11. Maria Paraggio
Ancora incredulo e adirato con me stesso per non ricordare esattamente le parole, decido che per il momento è meglio pensare ad altro. Se son rose fioriranno! E’ meglio dormirci sopra e non perdere di vista il vero motivo del nostro viaggio in Giappone. Luca conviene con me che è ora di andare a letto. Ci siamo appena coricati, quando sentiamo strani rumori venire dalla porta d’ingresso.
12. Carmela Talamo
Ci alziamo e facciamo una “capatina” fuori dalla porta: turisti, non giapponesi of course! Mannaggia! Di dormire non se ne parla. Troppa adrenalina, troppe emozioini, troppo di tutto. Ritorno a pensare inevitabilmente alle “nostre” (nostre?) monete, a cosa ci potremmo fare. Ai miei @mici di face, finalmente potrei realizzare il sogno di riunire la big band, stringere le mani di chi ancora non conosco, frugare tra i loro sguardi, respirare le loro emozioni. Ma mi tornano in mente anche gli articoli e le opinioni intrecciate con loro su rispetto, legalità, regole “E allora”, mi chiedo “forse che ciascuno è onesto solo fino a che non si presenta l’occasione?”… “Pa’” mi interrompre Luca quasi a leggermi nel pensiero”. “Hai deciso?” “Si”… Ci rivestiamo e ci incamminiamo insieme verso la più vicina stazione di polizia.
13. La Musa
Avevo letto qualcosa sulla polizia giapponese: nè particolarmente preparata, nè particolarmente severa, ma una cosa è certa, si avvale di strumenti normativi e mezzi tecnici molto efficienti e chi è ritenuto colpevole paga, e paga severamente fino all’ultimo giorno di carcere duro. “non abbiamo nulla da temere”, mi dico, siamo degli onesti cittadini e come tali ci tratteranno. Il portiere dell’albergo ci indica il più vicino commissariato di polizia che è a due isolati dal nostro albergo, siamo nel grande quariere di Shibuya, sì proprio dove c’è la statua di Hachikō. L’edificio è a due piani, pulito e ordinato come tutto in giappone. Luca spiega brevemente a un agente, nel suo impeccabile inglese, il nostro problema. Questi annuisce e ci indirizza verso una porta in fondo al luminoso corridoio. sulla porta una targa: lost and found. Bussiamo.
14. Adriano Parracciani
Luca inzia a spiegare in giapponese la situazione ma, fortunatamente per me, l’agente lo invita ad usare l’inglese.
– Abbiamo trovato questa valigia nel parco – spiega Luca
L’agente prende la borsa, la osserva e poi la apre. Guarda all’interno con attenzione, infila la mano ma la ritrae stranamente vuota
– Non c’era nulla all’interno?
– Non so dirle, signore – risponde Luca da navigato attore – noi non l’abbiamo proprio aperta
Lo guardo cercando di dissimulare lo stupore mentre sento che sta per venirmi un infarto.
15. La Musa
Ho tirato su un novello Laurence Olivier, altro che ricercatore esperto nipponico! Sorrido, Luca nn finirà mai di stupirmi e intanto penso che quelle tre piccole monete stiano ballando allegramente nella tasca dei suoi pantaloni. Ma sì, dopotutto le cose sono di chi le trova, chi le perde è evidente, non meritava di averle – filosofia nippopartenopea – Usciamo dal commissariato senza scambiarci una parola, la nostra intesa d’intenti va ben oltre. Shibuya è un brulicare di gente, l’aria è fresca e il profumo dei ciliegi in fiore sarà il bouquet che ci accompagnerà per tutta la nostra permanenza a Tokyo. Passiamo sulla piazzetta davanti alla statua di Hachikō, il cane di bronzo, col suo sguardo fiero sembra darci la sua approvazione. Dopotutto i ragazzi meno fortunati di Secondigliano, di Scampia, di Barra, di Ponticelli, hanno bisogno di tutto e quelle monete potranno coprire una parte dei loro desideri, dei loro bisogni. Ci guardiamo io e Luca, il Giappone è davvero la terra dei miracoli.
16. Vincenzo Moretti
Miracoli. San Gennaro. Giuro che lo sto solo pensando. Luca mi guarda e mi fa: “Voglio pigliare tutta ‘a gente di Forcella, della Sanità e del Pallonetto e la voglio trasferire sopra al Vomero, al sole don Vincé, che nei bassi non ci batte mai. Un grande quartiere residenziale per i poveri, pulito comme ‘a Svizzera. Tutta gente onesta, che paga puntualmente, e chi non paga lo caccio via”. Comincio a ridere come un pazzo. Lui mi segue a ruota. Ebbene sì. Nel ruolo di Dudù e don Vincenzo in Operazione San Gennaro ci stiamo a pennello.
17. Deborah Capasso de Angelis
– Moretti san!-. La voce ci giunge quasi ovattata, io e Luca ci giriamo di scatto, impallidendo.
Stavolta San Gennaro lo invoco disperato! Sono quasi sicuro che sono i poliziotti venuti a reclamare le monete ma in giro non ci sono agenti.
– Moretti san! – stavolta la voce è più vicina e Luca si dirige verso la statua di Hachikō. Con gran stupore si trova davanti l’anziano signore incontrato nel parco di Ueno qualche giorno prima. Raggiungo Luca e, dopo una serie di veloci inchini, l’anziano inizia a parlare: – I’m your light. Now you’ve the keys. The young teachs, the old thinks….now you can -. Il tempo di guardarci con aria interrogativa nel tentativo di comprendere l’ermetico messaggio e l’anziano…..
18. Maria Paraggio
Una cosa però era chiara. Il vecchio ci aveva visti “trafugare” la borsa ed era anche a conoscenza del suo contenuto. Oggetti antichi, giovane insegnante, senz’altro faceva riferimento a Luca e alle monete antiche.
19. Daniele Riva
– “Salvatore, ma che stai facendo? Sono ore che giochi a ‘stu videogghéim”
– “Nenti, pa’ mi ha presu. Ce stanno du’ napulitani che devono risolvere un enigma co’ tre monete. Sto quasi per passà al prossimo livello”.
– “Salvato’, t’ho detto tante volte che prima devi studià. Vai, vai a studiare di là”.
(Salvatore esce sbuffando, il padre si siede davanti alla consolle)
“Munete, ecche so’ ste munete bucate?”
Piccole Storie Crescono | s1-6
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 6
2. Vincenzo Moretti
Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.
3. Concetta Tigano
“Cosa?” chiede disperata un’ altra alunna, fissata con la Matematica, “mai esistiti? robot della Nasa? incredibile…Vincenzo sembrava cosi credibile..”
Il prof. Parraciani le spiega, l’alunna in questione oltre la Matematica, poverina, non capiva granchè…, “Si è così , sono stati creati per stimolare gli studi sul Giappone, naturalmente!! Sempre la solita tontolona eh Tigano?”
4. La Musa
Il prof. Parracciani fa a questo punto un breve cenno sulla storia degli androidi. Il capo della Nasa in quel periodo, era John Titor, lo ricordate vero? fu lui a ideare la splendida macchina del tempo e sempre lui a dar vita ai due robot – Vincenzo e Luca – nomi italiani perchè la lingua è di gran classe e poi perchè li aveva corredati di spirito di adattamento, di ironia, di simpatia e umanità tali che solo gli italiani posseggono.
5. Stefania Bertelli
Inoltre, prosegue il professore, pare che, acquisendo le caratteristiche degli italiani, i due androidi avessero anche ereditato la loro litigiosità. Infatti, è stato rivelato che i due androidi non fossero mai d’accordo su nulla e anche la redazione del libro abbia avuto molti intoppi dovuti a questo problema di fondo.
6. La Musa
L’amore non è bello se nn è litigarello, dice un vecchio adagio romanesco e fra i due androidi, è risaputo, intercorre un rapporto d’affetto che prescinde dalla veduta di idee, sicchè le scaramucce sono all’ordine del giorno. Sotto l’occhio benevolo di tutte le Muse, il libro viene portato a termine con grande lustro e la redazione, contando sull’impegno del Prof. Parracciani, decide di trasformare i due scrittori androidi in esseri umani belli e buoni. Il professore è pensieroso, si riserva di dare la sua collaborazione; sa che non sarà affatto facile, ha bisogno di tempo e intanto le copie di Enakapata spopolano nelle librerie di tutto il cosmo.
7. Entropia
Parracciani sa bene come affrontare la nuova sterzata narrativa; non deve far altro che attingere alla sua esperienza diretta. Da oltre due anni, infatti, partecipa MM (ManMachine), una team transnazionale segreto a cui collaborano varie agenzie d’intelligence e che ha l’obiettivo di fare ricerca teorica ed operativa nei settori della cibernetica alieno-umanoide e della superintelligenza bioartificiale.
8. Deborah Capasso de Angelis
Per la messa a punto dei due androidi erano stati spesi quasi tutti i fondi messi a disposizione dalla Nasa. Il prof. Parracciani aveva poi impiegato tutte le risorse rimanenti per il lancio del libro. E quei due robot continuavano a litigare…. Ma si! Adesso so come recuperare l’investimento iniziale! I miei gioiellini diventeranno Wakarasaseya! Con il loro caratterino e la forte richiesta di questa nuova figura imprenditoriale li terrò occupati fino al prossimo progetto!
9. La Musa
Wakarasaseya, sì! un tempo lontanissimo il termine usato era escort, ma erano individui – androidi e non, maschi o femmine – dozzinali, di poca cultura e scarso valore; poi la tecnologia avanzò di molto: da modesto ciarpame atto a distruggere unioni sentimentali consolidate, vennero trasformati in veri e propri professionisti dello strappo, della lacerazione. amore, professione, ceto sociale, col loro intervento da spietatissimi killers assistenziali, tutto si poteva ribaltare e quando ingaggiati per distruggere, l’amore finiva miseramente, la professionalità rovinava ancor peggio e in men che nn si dica potevano ridurre il malcapitato ultimo fra gli ultimi nella scala sociale.
10. Concetta Tigano
Questi rovina famiglie sono investigatori privati senza scrupoli, ma come farli pasare inosservati due spilungoni in un paese di “bassetti”, la loro altezza potrebbe compromettere le indagini, il prof. Parraciani ha un’idea… li presenta come esperti “gastronomi italiani” in modo di aver facili contatti con il “gentil sesso”, necessita a tal punto un indrottinamento “eno-gastronomico”….un problema tira l’altro!!!
Ma almeno così potranno essere ingaggiati come wakarasasesya più facilmente…ma da chi???
11. Daniele Riva
La questione si risolve da sé. Mentre il prof. Parracciani siede in un ristorante a mangiare ramen e a sognare una cofana di amatriciana, un piccoletto gli si avvicina e gli spiega in inglese che gli serve un wakarasasesya. Parracciani ha già capito che quello è uno scagnozzo della Yakuza e decide di sfruttare la cosa a proprio favore…
12. Concetta Tigano
Yacuza? Ma si !!! Certo, Yacuza=camorra=’ndrangheta=cosanostra…mafia insomma!!Brivido…l’idea di avere a che fare con questa gentaglia lo rende nervoso, molto nervoso…Ma, da quel genio che è gli viene un’idea …..
Subito contatta tramite i suoi canali privatissimi e segretissimi , non per niente è una personalità in Giappone, i “servizi” e propone loro di utilizzare i suoi preziosi robot-wakarasaseya per stanare quei delinquenti, ovviamente in cambio di un cospicuo “ritorno”.
Piccole Storie Crescono | s1-5
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 5
2. Vincenzo Moretti
Brava, disse soddisfatto Adriano Parracciani, il prof. di cultura giapponese, a Viviana Graniero, una delle sue studentesse preferite. Enakapata l’hai studiato molto bene, conosci ogni singola giornata del diario e sei anche l’unica che ha capito che Vincenzo e Luca Moretti, gli autori, non sono mai esistiti, ma erano due robot di ultima generazione realizzati dalla Nasa. 30 e lode.
3. Deborah Capasso de Angelis
Viviana andò via soddisfatta. Gioiva per un ulteriore traguardo raggiunto, ignara delle conseguenze della sua scoperta. Il progetto Nasa, Kapata D2004, doveva restare segreto. I robot erano il fiore all’occhiello del Prof. Parracciani che, sfiorando il microchip alla base del collo, pensava a come far tacere la ragazza.
4. Viviana Graniero
Infatti Viviana aveva persino scoperto che in realtà Luca e Vincenzo erano l’anagramma del nome di questo robot di ultimissima generazione che la Nasa voleva tenere nascosto: Luc-zeno-caniv D2004. Adesso sì che era nei guai, senza nemmeno saperlo… per troppa arguzia!
5. Entropia
Viviana andava sicuramente resa inoffensiva, ma Parracciani non pensava ad una semplice e banale eliminazione fisica. Era rimasto colpito dalla capacità di analisi della ragazza e dal suo livello investigativo, e così decise il da farsi: pezzi di corteccia cerebrale del suo emisfero sinistro sarebbero stati impiantati nella piattaforma neuro-quantistica del D2004.
6. Daniele Riva
“Psst… Signorì… Signorì…” una vocina dal pavimento sorprese Viviana intenta nei suoi pensieri sulla scoperta che aveva fatto. Ma non c’era nessuno. La ragazza guardò meglio: in una nicchia c’era una piccola grata e la voce veniva da lì. La aprì…
7. Concetta Tigano
… Non si vedeva granchè…ma ad un tratto gli comparve davanti un ometto molto curioso, vestito a righine, papillon e bombetta. Da dove salta fuori un tipo così? neanche il tempo di farsi domande che Pasqualino, così si presenta con tanto di “baciamano”, le parla con aria da complotto : “Signorì state attenta! sennò vi finisce comme a mè!!!”, Viviana, dapprima impaurita, si rende conto che Pasqualino sta cercando di metterla in guardia, ma da cosa?
8. Lucia Rosas
Viviana è interdetta. Il sesto senso le dice che deve sapere ma la paura di essere scoperta, e se fosse una trappola? Una prova di esame, se possono fidarsi di lei. L’omino ha uno sguardo sibillino e viviana si chiede se potrà tornare a casa. Con orrore si accorse che il cellulare era scarico. Doveva decidere. Adesso.
9. Entropia
Viviana decide di fidarsi di Pasqualino che nel frattempo le aveva proposto di accompagnarla verso un zona sicura da dove poi poter fuggire.
– Vede Signorì – le disse Pasqualino con voce triste ed ansiosa – questo quartiere è tutto un laboratorio. E se passa qualcuno d’interessante come lei, lo catturano per gli esperimenti – Viviana lo seguiva a questo punto impaurita e disse – Ma quali esperimenti?- Signorì, è meglio che non sappia, ora pensi a fuggire – Le fece percorrere una lunga strada in discesa, e poi entrarono in un garage. Da qui presero un ascensore che li portò svariate decine di metri sotto terrà, poi un lungo corridoio. -Ecco Signorì, siamo arrivati – disse Pasqualino mentre apriva la grande porta verso quella che sembrava essere la libertà. Appena Viviana la passò sentì una voce sinistra che l’accolse – Ben ritrovata Viviana – Lei si girò di scatto e vide il Professor Parracciani intento a leggere dei monitor.
10. Deborah Capasso de Angelis
Per un attimo Viviana si sentì sollevata. Quell’uomo bassino le aveva sempre ispirato simpatia, i suoi occhi vispi le davano sicurezza. Ma adesso il suo sguardo aveva qualcosa d’inquietante.
Pasqualino continuava a stringerle la mano, si accorse un secondo dopo che al suo polso aveva uno strano bracciale. – Ti chiederai perchè sei qui – disse il professore.
I pensieri di Viviana le si affollavano in mente, forse il professore era stato colpito dalla sua arguzia e voleva coinvolgerla in qualcuno dei suoi progetti sugli androidi. Di colpo i pensieri positivi scomparvero. Vide il tavolino su cui erano poggiati singolari strumenti chirurgici, la poltrona con le cinghie ma soprattutto sentì la presa di Pasqualino diventare sempre più forte e la vibrazione che le dava il bracciale. Fu terrore…
11. Lucia Rosas
La curiosità uccise il gatto. Ecco il titolo del suo sogno, perchè doveva essere quello. Solo che adesso sentiva del freddo metallo attraverso i vestiti e un forte bruciore sul braccio e sulle tempie. Poi un brivido. Panico. Le avevano istallato dei microchip.
12. Entropia
I nano circuiti bioquantistici presero il controllo del sistema nervoso centrale di Viviana. Con dei semplice movimenti di joystick, il tecnico neurocibernetico agli ordini di Parracciani guidò la giovane verso una poltrona operatoria. Viviana si accorse che il suo corpo era completamente scollegato dalla sua coscienza; agiva per conto suo senza che lei potesse fare nulla. Un casco di lucido metallo iridescente le calò sulla testa; il sistema di Lobotomia Tridimensionale a Scansione era pronto.
13. Stefania Bertelli
Viviana ebbe la tragica sensazione che la sua esistenza era finita: le passarono davanti, come dei flash, i momenti più importanti della vita. Si ricordò il primo giorno di scuola, il primo amore, la mamma, il papà, la nonna…cercò disperatamente di urlare…e si svegliò! Madida di sudore ebbe la piacevole sensazione di aver sognato. Era stato tutto un orribile incubo!
14. Carmela Talamo
Viviana riprese a respirare si sentì leggera e sollevata, eppure quella morsa che le cingeva la testa era stata così reale…appena il tempo di provare ad alzarsi e si rese conto che i polsi le dolevano ancora e che quella non era la sua camera, non era la sua casa…
15. Viviana Graniero
Tentò di fare qualche passo, ma sentiva la testa pesante… cercò una porta, ma la stanza sembrava non avere uscite. Era circondata da 4 mura bianche ed era sovrastata da uno strano soffitto… era come trasparente… ma cosa c’era sopra di lei?
16. Deborah Capasso de Angelis
Serrò gli occhi così forte da farli lacrimare. Quando li riaprì il soffitto era un cielo sereno e sentì una voce familiare. – Dormi amore, sogna con me, domani il mondo più bello sarà -. Era la ninna nanna che le cantava sua nonna. Viviana cominciò a credere di essere impazzita fino a quando l’ologramma proiettato sul soffitto non cambiò di nuovo scenario.
17. Daniele Riva
Non era un ologramma… Viviana ci mise un po’ a capirlo. Erano i riflessi dell’alba che entravano dalla finestra e si riflettevano sul soffitto. Che sogno strano! E poi chi era quel Parracciani? E il Giappone? Basta, si disse, devo smetterla di guardare Licia Colò prima di andare a letto.
18. Entropia
Poi aggiunse – forse devo anche smettere di farmi le canne, prima di andare a letto.
Piccole Storie Crescono | s1-4
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 4
2. Deborah Capasso de Angelis
Entriamo nel tempio di Benten-do sull’isoletta al centro del lago. Luca respira profondamente, quasi volesse farsi penetrare dal delicato odore dei fiori. Io lo guardo e lo riscopro, un uomo che tocca con mano quello che finora aveva sognato. Sorride e chiude gli occhi, è felice.
3. Lucia Rosas
Come Saigo Takamori: con l’aria fiera di chi guarda al domani e io nel ruolo del cane fedele mi chiedo cosa accadrà. Non mi stupirei se per cena proponesse di indossare il kimono. Troppe sensazioni a pelle.
4. Anna Aquilone
Ogni volta che visito un paese straniero è la stessa storia,insieme alla gioia della nuova esperienza si accompagna una stana malinconia, un formicolio nello stomaco, simile all’innamoramento. Gli odori , i sapori e i colori che sto metabolizzando lentamente, diventano parte di me ,fino a quando, improvvisamente riconosco luoghi e situazioni… . Li chiamano déja-vu !
5. Sabato Aliberti
Luca mi spiega che il tempio di Benten-do è dedicato alla patrona degli innamorati, della ricchezza e delle arti. Mi viene in mente la nostra festa di S.Valentino. Il contrasto tra spiritualità e matrialismo.
6. Dora Amendola
Ma l’atmosfera quasi mistica, che nello splendido luogo aleggiava leggera e che dolcemente aveva rapito Luca e me, all’improvviso fu rotta dall’insistente e quanto mai inopportuno squillo del telefonino. Acciderbolina! Avevo dimenticato di spegnere l’infernale aggeggio! “Papà, ma fai sempre questo!” tuonò Luca con uno sguardo di benevolo biasimo.
7. Lucia Rosas
Stavo replicando che omaggiavo questa terra usando un loro prodotto di punta quando lo sguardo di pietra di un signore anziano mi ricordò che eravamo lì per il piacere della compagnia e spegnerlo non mi avrebbe fatto male.
8. Stefania Bertelli
Prima di spegnerlo, però, non rinunciai a darci una sbirciatina. Diamine, avrebbe potuto telefonare chiunque: qualche parente che stava male, un amico che non sentivo da tempo, qualcuno che mi offriva un lavoro nuovo e interessante. Non potevo certo, in nome della spiritualità, rinunciare, a cuor leggero, a quella che sarebbe potuta essere la chiamata più importante della mia vita!
9. Sabato Aliberti
Non riconosco il numero, e non mi appare nessun nome sul display. Anche se a malincuore, spengo il cellulare. L’anziano signore fa un cenno di assenso con la testa. Penso divertito che se fosse stata primavera, periodo in cui, in questo luogo, ci si dedica all’hanami, la contemplazione degli alberi in fiore, splendidi ciliegi soprattutto, il vecchietto più che lo sguardo mi avrebbe lanciato il bastone. Nel frattempo Luca si è allontanato in direzione del tempio di Kiyomizu Kannon-do.
10. La Musa
10. Kiyomizu Kannon-do è un grande tempio buddhista, il suo scopo è quello di difendere a nord-est l’arrivo degli spiriti maligni; “gli spititi cattivi provengono sempre da nord-est” sogghigno fra me e me, poi cancello questo pensiero beandomi lo sguardo con la fioritura dei ciliegi che sono lì nei pressi.
11. Viviana Graniero
Sono come in trans, tra i ciliegi in fiore e la filosofia buddhista che mi sta entrando dentro… mi piace questo paese. Luca mi suggerisce di spostarci nel quartiere di Asakusa, perché lì c’è un altro tempio, addirittura il più antico della città… il mio stomaco brontola, e in giro c’è un odorino niente male, ma non voglio fare la figura del brontolone e dico di sì…
Piccole Storie Crescono | s1-3
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 3
2. Deborah Capasso de Angelis
Entriamo nel tempio di Benten-do sull’isoletta al centro del lago. Luca respira profondamente, quasi volesse farsi penetrare dal delicato odore dei fiori. Io lo guardo e lo riscopro, un uomo che tocca con mano quello che finora aveva sognato. Sorride e chiude gli occhi, è felice.
3. La Musa
A proposito di mani, ce le siamo lavate alla Station Dragon, prima di entrare nel parco di Ueno, è usanza e noi ci atteniamo. Quello che ci colpisce entrando, è una moltitudine di gente in “hanami” – contemplazione degli alberi in fiore – ma anche una distesa ordinata di tende da campeggio; capiamo che il parco ospita al suo interno una schiera di senzatetto.
4. Vincenzo Moretti
Mamma mia, che ho detto: senzatetto, disoccupati organizzati e non, falsi invalidi e pensioni d’oro. Ma none ravamo venuti via da Napoli? Ma non stavamo a Tokyo. Mi sta venendo mal di pancia. Saranno ancora i postumi della mia vita precedente?
5. Lucia Rosas
Luca mi tira per un braccio, non può parlare a voce alta e cerca di spiegarmi il concetto di dignità: quando un uomo è in difficoltà cerca di fare da solo, poi si rivolge ai parenti stretti, andare dai loro servizi sociali è ammettere di aver fallito, un tempo il suicidio onorevole ora quello. tempi moderni.
6. La Musa
Mah, sarà pure così, ma a me ricorda sempre più il nostro paese. Certo la tendopoli è ordinata e pulita e poi immersa in questo splendido parco. E se al nostro rientro proponessimo una cosa simile per la reggia di Caserta? Luca mi guarda in tralice, “è pura utopia!” mi soffia in un orecchio. Vero, siamo troppo poco nipponici per attuare un progetto simile.
7. Stefania Bertelli
Tuttavia, io continuo a rimuginare, questo tempio non è forse dedicato a Benten, dea della musica e della bellezza muliebre? E chi, più di noi napoletani sa apprezzare le virtù femminili? Non solo, ma è pure dea della buona sorte, e su questo tema noi siamo dei maestri. Non ci vedo tutte queste differenze…e ci sono pure le bancarelle.
8. Lucia Rosas
Sorrido e mi vedo con un calderone che offro a tutti gli spaghetti al pomodoro. Un piatto caldo e allegro che smuova queste figure pietrose e poi? Ma luca mi spinge via, ci sono troppe cose da vedere in questo parco.
9. Vincenzo Moretti
Mentre camminiamo gli chiedo ancora dell’anno dell’inaugurazione. Il 1873, mi risponde. Questo numero mi dice qualcosa. Ma sì, la Remington, la multinazionale americana che scappò da Napoli negli anni 70. Nel 1873 la Remington and Sons avvia la prima linea industriale di macchine da scrivere. Me lo ricordo perché con i delegati ci giocammo 18 e 73 sulla ruota di Napoli e vincemmo 83 mila lire.
10. Lucia Rosas
Fu l’anno della grande depressione che cominciò col fallimento di una banca americana … tecnologia e bassi salari … nuovo capitalismo e trust. Ecco mi sono lasciato prendere dai giochi di parole un’altra volta, solo che sta ruota panoramica si chiama storia ed ha un sapore amaro.
11. La Musa
“Depressione”, solo pensarla quella parola mi da un senso di nausea. No! siamo qui per tutt’altro, bandite dal mio vocabolario depressione e fallimento; tengo l’amaro perchè il sapore forte e amarognolo del ginseng Chikutsunin Jin, tipico del Giappone, funziona da sublime adattogeno: risveglia le attività organiche depresse e al contempo ridimensiona le funzioni interne troppo eccitate. una buona tazza fumante darà a me e Luca la giusta lucidità per questa nuova giornata.
12. Maria Paraggio
Usciamo dal tempio e mi fermo ad osservare il laghetto. Sulla sua superficie galleggiano barche che sembrano prese da una giostra per bambini: hanno forma di cigni. Gli alberi di loto, quel laghetto, quelle strane barche mi distraggono dalla storia e mi infondono una tranquillità che non avevo mai provato.
13. Lucia Rosas
per un attimo rivedo luca bambino, siamo a natale, al luna park e lui con gli occhi sgranati come allora, il sorriso incantato quando insieme saliamo sulla giostra coi cigni e giriamo fin quando tutto diventa una macchia di colore. questa vacanza assomiglia sempre più ad un viaggio nel tempo.
14. la Musa
L’odore acre degli incensi bruciati mi riporta alla realtà. Ora siamo ancora nel parco e ci siamo arrivati in taxi, ma la nostra permanenza a Tokyo si protrarrà per diversi giorni e io sono assolutamente privo di senso di orientamento, come faremo visto che qui le strade nn hanno i nomi come in occidente, nè un inizio nè una fine, solo il nome del municipio e dei numeri, bah! Conto sul grande spirito di osservazione e orientamento di mio figlio, senza di lui potrei perdermi irrimediabilmente.
15. Maria Paraggio
Luca decide di tornare in albergo in metrò. Sono scettico, vorrei riprendere il taxì, per essere certo di non sbagliare ma Luca mi rassicura. Così saliamo sul treno della metropolitana che conta ben 29 stazioni. Sono sempre più in ansia. Scenderemo, davvero alla fermata giusta?
16. Adriano Parracciani
Ovviamente no! Luca aveva contato 29 stazioni inclusa quella da cui siamo partiti. Saremmo dovuti scendere alla 28-esima ed invece eccoci ad un paio di chilometri dall’albergo. E’ qui che la serendipity entra prepotentemente in azione.
17. Maria Paraggio
Ci guardammo intorno, in cerca di punti di riferimento, quando vidi venire, a passi veloci, una donna occidentale, le cui sembianze mi sembravano note. Ci passò vicino lasciando una scia di “chanel N-°5″. La riconobbi nell’attimo stesso in cui lei si girò chiamandomi ” Vincenzo, che ci fai a Tokyo?” Mai e poi mai avrei immaginato di rivedere Marilù, la donna che mi aveva fatto girare la testa durante il mio soggiorno a Parigi. Che magnifica giornata si era rivelata quella! Se fossimo scesi alla fermata giusta, avrei perso per sempre l’occasione di rivederla!
Piccole Storie Crescono | s1-2
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 2
2. Vincenzo Moretti
I ragazzi rimasero molto sorpresi di quel frammento di diario ritrovato dalla Navicella Archeo 1. Si riferiva all’anno 030 dell’Era galattica, in pratica circa 1500 anni prima, e raccontava di un paese, il Giappone, di cui non conoscevano l’esistenza. Scusate, non ve l’ho detto, ma su Panaetaka funziona così: ogni nuova conoscenza, sapere, scoperta viene portata prima di tutto nelle scuole. Sì, sono androidi strani.
3. La Musa
Panaetaka, la porta dell’Universo. Qui i ragazzi – per metà progettati geneticamente, per l’altra metà strutturalmente “naturali” – attendono il Sapere. Il loro professore di filosofia – perchè della filosofia non si può proprio farne a meno – è un crononauta appassionato del Giappone; a loro svelerà la realtà autentica del cosmo e che soprattutto, non esiste il vero o il falso, ma solo la complessità delle cose.
4. Viviana Graniero
“Giappone” gridò il maestro e il fascio di luce proiettò tra i bambini volti strani, con occhi bellissimi, un po’ a punta… i nostri bimbi allungavano le mani e respiravano forte per sentire gli odori di quella terra che non avevano mai visto, ma che pure un tempo era esistita… e sì, qui la proiezione ha anche la capacità di farti sentire gli odori.
5. Adriano Parracciani
E non solo. Si tratta di una speciale tecnologia chiamata OTOGU, Ologramma Tattile-Olfattivo-Gustativo-Uditivo, che permette il trasporto di tutte le informazioni sensoriali, ovunque e contemporaneamente. Grazie a OTOGU, su Panaetaka è possibile riprodurre un evente presente o passato nella sua interezza. La memoria, così, non è più solo racconto ma un complesso viaggio sensoriale.
6. Lucia Rosas
come una pioggia bianco-rossa, come una bandiera fatta dai tasselli di un mosaico: il nanami party era cominciato. gli ologrammi avevano labbra rosso vermiglio mentre i 1000 ciliegi ondeggiavano.
7. Maria Paraggio
Nell’aula si diffondeva come per incanto il profumo dei fiori di ciliegio che cadono in primavera, quello di incenso dei boschi nei pressi dei templi, quello del the verde. Sembrava di attraversare grandi parchi con aiuole fiorite di camelie. Persino quelle che dovevano essere le compagne degli umani emanavano un profumo inebriante.
8. Daniele Riva
Il professor PC-4070 HR, in realtà un sofisticato computer umanoide dallo sguardo a cristalli liquidi, emise un bip prolungato. I ragazzi sapevano che cosa aspettarsi. Ora il dotto automa avrebbe interrogato. Tutti a nascondersi sotto il banco? No, a Panaetaka è impossibile. A parte il fatto che il prof ha la vista a raggi X, ognuno si prende le sue responsabilità. In questo sono un po’ nipponici.
9. Lucia Rosas
Il silenzio in aula si palpava. Poi una flebile voce ruppe il momento: N35 42.711 E139.46.447 (WGS 84). Il bip che seguì fremeva eccitato: risposta esatta.
10. Viviana Graniero
alla risposta seguì la dimostrazione pratica: l’alunno kalawa13 si alzò e soffiò su un piccolo coriandolo, che si aprì in migliaia di lucine colorate e in aria ci fu un gran trambusto: fuochi d’artificio li chiamavano i giapponesi. La lezione sugli usi e costumi di questa antica civiltà era piaciuta davvero molto ai nostri bambini.
11. La Musa
Eh, le responsabilità! All’apparenza i più diligenti e rispettosi sembrano essere gli androidi, a loro basta fare Biiip o sbriciolar coriandoli e tutto torna; in realtà i più affidabili e assennati sono proprio i “naturali”. Hanno metabolizzato il meccanismo, il Crononauta – fusione perfetta fra occidente e oriente – ha indicato loro il metodo, ed essi hanno recepito che l’uno e il plurimo sono soltanto due aspetti della stessa realtà. Goooong! la campanella della ricreazione suona così a Panaetaka e con le sfoglie di gambero si passa al confronto fra i due gruppi.
12. Lucia Rosas
Kalawa 13 continua a ripetere la sequenza. non vuole stare seduto, alza la mano come vedesse qualcosa davanti. Prof pc-470HR soffia il bip e kalawa 13 si siede, aspetterà la notte siderale per toccare Cassiopea. Triste ascolta gli echi.
13. La Musa
Cassiopea, hmmm… costellazione del cielo boreale. Kalawa13 da quando è finita la ricreazione non sta nella pelle, pensa a quello che gli ha proposto Atasuke, il ragazzo “naturale”: appena il prof. lascerà l’aula e gli altri saranno andati in laboratorio, loro si collegheranno di nascosto al polo nord celeste e guarderanno lo spettacolo della Nebulosa a Cuore della costellazione di Cassiopea.
14. Lucia Rosas
Atasuke le ha insegnato una parola antica SHEDIR altro nome di Cassiopea condannata su una sedia a pettinarsi i capelli per l’eternità, kalawa13 si chiede come possano i “naturali” pensare così, quale alchimia li guidi. Androide è meglio. Ne è sicura, anche se un bip …
15. Viviana Graniero
… le ricorda che ha bisgono di nuova energia, di “ricaricarsi”. E’ ora di andare alla fontana blu: lì gli androidi immergono le mani e attingono nuova energia, una linfa vitale che rigenera i circuiti e anche le parti naturali. Chissà cos’è che dà la carica ai bambini completamente naturali, si chiede kalawa 13…
16. La Musa
Il Crononauta li ha indirizzati bene: i ragazzi naturali come Atasuke, Anzai, Fujio, Gennosuke e tutti gli altri traggono energia necessaria dalla fantasia; più è fantasioso il loro modo di essere tanto più vigore e persino determinazione riusciranno a dimostrare. Questo Kalawa 13 nn può recepirlo, gli androidi sono sì simili agli umani, ma nn in tutto, le emozioni sono ancora sconosciute per loro e Kalawa 13 è fiero di avere come grande amico Atasuke, sa che presto gli insegnerà il grande mistero dell’immaginazione.
17. Viviana Graniero
Il mattino seguente, mentre Kalawa13 e Atasuke, andavano a scuola sentirono per la prima volta il Grande Padre (l’unico androide perfetto: con cuore e mente umani) dare l’allarme. Sapevano cosa significava, anche se non era mai accaduto prima, e corsero con gli altri nella grande piazza, spaventatissimi… allora era vero? il giorno tanto atteso era arrivato????
18. La Musa
Il grande gong sospeso, oscillava ancora il suo piatto enorme di rame sfavillante. Troneggiava nella piazza di faccia alla scuola, proveniva da Pechino e anche il battitore era cinese. Il suono ripetuto del grande gong era il segnale di raccolta, diceva ai ragazzi che qualcosa di solenne stava per accadere. Erano arrivati da molto lontano i Global Oscillations Network Group, ricercatori e studiosi della struttura e le dinamiche del Sole; i ragazzi erano elettrizzati, a breve avrebbero saputo tutto di tramonti e albe, di eclissi e solstizi, che meraviglia!
19. Lucia Rosas
Kalawa 13 sente di nuovo quel bip. che i naturali una volta avvicinati trasmettessero qualche strano virus? Quel bip martellava e … se i GONG avessero proposto a qualcuno di loro di seguirli? Poter vedere quei racconti da un oblò? E non in un’aula?
Piccole Storie Crescono | s1-1
INCIPIT
Visita al Ueno koen, uno dei parchi più antichi di Tokyo, inaugurato nel 1873, pochi anni dopo che la restaurazione dell’Imperatore Meiji mettesse fine al dominio politico e militare dello shogunato Tokugawa, dinastia di signori feudali che dal 1603 al 1868 governarono il Giappone.
STORIA 1
2. Deborah Capasso de Angelis
Entriamo nel tempio di Benten-do sull’isoletta al centro del lago. Luca respira profondamente, quasi volesse farsi penetrare dal delicato odore dei fiori. Io lo guardo e lo riscopro, un uomo che tocca con mano quello che finora aveva sognato. Sorride e chiude gli occhi, è felice.
3. Lucia Rosas
Come Saigo Takamori: con l’aria fiera di chi guarda al domani e io nel ruolo del cane fedele mi chiedo cosa accadrà. Non mi stupirei se per cena proponesse di indossare il kimono. Troppe sensazioni a pelle.
4. Anna Aquilone
Ogni volta che visito un paese straniero è la stessa storia,insieme alla gioia della nuova esperienza si accompagna una stana malinconia, un formicolio nello stomaco, simile all’innamoramento. Gli odori , i sapori e i colori che sto metabolizzando lentamente, diventano parte di me ,fino a quando, improvvisamente riconosco luoghi e situazioni… . Li chiamano déja-vu !
5. Sabato Aliberti
Luca mi spiega che il tempio di Benten-do è dedicato alla patrona degli innamorati, della ricchezza e delle arti. Mi viene in mente la nostra festa di S.Valentino. Il contrasto tra spiritualità e matrialismo.
6. Dora Amendola
Ma l’atmosfera quasi mistica, che nello splendido luogo aleggiava leggera e che dolcemente aveva rapito Luca e me, all’improvviso fu rotta dall’insistente e quanto mai inopportuno squillo del telefonino. Acciderbolina! Avevo dimenticato di spegnere l’infernale aggeggio! “Papà, ma fai sempre questo!” tuonò Luca con uno sguardo di benevolo biasimo.
7. Lucia Rosas
Stavo replicando che omaggiavo questa terra usando un loro prodotto di punta quando lo sguardo di pietra di un signore anziano mi ricordò che eravamo lì per il piacere della compagnia e spegnerlo non mi avrebbe fatto male.
8. Stefania Bertelli
Prima di spegnerlo, però, non rinunciai a darci una sbirciatina. Diamine, avrebbe potuto telefonare chiunque: qualche parente che stava male, un amico che non sentivo da tempo, qualcuno che mi offriva un lavoro nuovo e interessante. Non potevo certo, in nome della spiritualità, rinunciare, a cuor leggero, a quella che sarebbe potuta essere la chiamata più importante della mia vita!
9. Lucia Rosas
La curiosità uccise il gatto. e lo fece anche stavolta. Era dall’Italia e non era in memoria. Ormai la chiamata era persa e la mia fantasia galoppava, chi aveva avuto quel numero? Sapeva che stavo dall’altra parte del mondo? Deciso, avrei richiamato in albergo, uno strano brivido lungo la schiena mi diceva di farlo.
10. La Musa
Il tempo di una doccia veloce, mettermi comodo ed eccomi pronto; compongo il numero e resto in paziente attesa, che ore sono? qui in Giappone sono le 11.55 p.m. in italia siamo intorno alle 8 di mattina, “menomale” mi dico, è un’orario decente per chiamare. dopo una lunghissima attesa di tuuuuu tu tuuuuuuuu, la voce metallica del disco mi dice che il numero nn è raggiungibile. e vabbuò, sono stanco e nn insisto, una buona salutare dormita mi rinfrancherà dalle fatiche e le emozioni della giornata appena conclusa. chiamerò appena mi sveglio, orario permettendo.
11. Carmela Talamo
Storia 1.11 Infatti, alle 2.30 (ora locale) il trillo del cellulare mi catapulta letteralmente giù dal letto. A malapena riesco a farfugliare un pronto che se lo avessi pronunciato in giapponese sarebbe stato più comprensibile. Dall’altro capo del mondo mi arriva uno “Ciao Vincè” fresco e pimpante “Volevo essere sicuro di non disturbare e ho chiamato prima di pranzo” Ma chist chi è?
12. Lucia Rosas
Una cosa è certa: non è una delle mie solite frequentazioni. Cerco di ascoltare il suone della voce, l’inflessione ma non mi sovviene niente. Oddio panico! Fa che non sia una rimpatriata scolastica, ho fatto una fatica immane a ritagliare questa vacanza. Ma così non ascolto cosa dice.
13. Viviana Graniero
… ma una frase mi riporta alla realtà ” Vince’ ma che hai combinato”… ma sì, adesso lo so, questa voce la conosco! e finalmente ascolto quello che mi si dice dall’altra parte “Vincé, sono Salvatore… ma che hai combinato???? e dove stai???? è venuta a cercarti la polizia!”
14. Carmela Talamo
“Vincè ma mi senti? Mi pare che stai dormendo”. Ancora Salva… Gaetano!! D’un tratto la faccia di mio fratello si materializza davanti ai miei occhi. “Gaetà ma lo sai che ore sono?” “Sarà ‘a mezza, ma perchè stai mangiando?” “Gaetà sono le 2,30” “Allora ‘e mangiato già?” “Di notte Gaetà. Sto A Tokyo” “Tokyo? ma non era il mese prossimo? WOW! e mò che fai?” “Dormo Gaetà, dormo, con il permesso tuo e di Salvatore”.
15. Adriano Parracciani
Ma come? Vai in Giappone e dormi? Io nun dormisse mai. Vabbuo’, comunque ti ha cercato la polizia, dice che c’è un problema con il tuo passaporto e che non puoi espatriare. Oh, ma mo comme faje se sei già espatriato?
Chris Argyris e Donald A. Schon
Si deve ad Argyris e Schon l’idea che i contesti organizzativi, le relazioni tra persone, organizzazioni e società, e i loro significati, possono essere letti dal punto di vista della conoscenza.
È la conoscenza che consente di valutare criticamente successi e insuccessi di una data organizzazione; di ridefinire costantemente azioni ordinarie e indirizzi strategici; di accogliere e valorizzare punti di vista ulteriori rispetto a quelli prevalenti; di sperimentare innovazioni tecniche e organizzative; di collocare gli eventi all’interno di un contesto mentale e di dare loro un senso; di sostenere le persone nei loro potenzialmente mai finiti tentativi di crescita culturale e professionale.
Le organizzazioni possono essere per questo definite come costrutti cognitivi che attraverso l’individuazione e la correzione di errori e anomalie modificano la propria memoria, la propria mappa concettuale, il proprio modo di essere e di operare.
Per Argyris e Schon in un’organizzazione che apprende tutti i componenti contribuiscono a ridefinire, arricchire, tradurre in linguaggio comune le diverse abilità: l’individuazione e la correzione di errori che non pongono in discussione gli aspetti chiave della mappa cognitiva mettono in moto un processo di apprendimento a giro singolo (single-loop learning), mentre la scoperta e la correzione di errori che producono un mutamento di tale mappa determinano un processo di apprendimento a giro doppio (double-loop learning).
Diversamente dai contesti di apprendimento individuale laddove l’individuazione e la correzione dell’errore rimangono esperienza del singolo, l’apprendimento organizzativo incide e determina insomma conseguenze, più o meno positive a seconda delle scelte operate, sull’intera struttura.
Karl Wiig
A Karl Wiig si deve l’enunciazione dei principi del knowledge management (KM), l’idea che nell’ambito dei processi organizzativi occorra: domandarsi «perché» prima ancora di «come»; conoscere facendo ma anche insegnando ad altri; privilegiare l’azione piuttosto che concetti e piani formalmente ineccepibili; considerare l’errore una componente ineliminabile dell’azione; liberarsi della paura perché impedisce di convertire la conoscenza in azione; conoscere il contesto, capire come sostenere i propri progetti, convertire tale conoscenza in azione.
Muovendo dalla consapevolezza che avere a disposizione delle conoscenze non significa automaticamente saperle usare, Wiig teorizza la possibilità di sviluppare il ciclo della conoscenza all’interno di una comunità di pratica o d’apprendimento tramite strumenti e tecnologie dell’informazione.
L’idea in questo caso è quella di rendere espliciti e mettere in comune dati (grezzi), informazione (dati selezionati e organizzati per essere comunicati), conoscenza (informazione rielaborata e applicata alla pratica), saggezza (conoscenza mutuata dall’intuizione e dall’esperienza) che ogni componente ha maturato nel corso del suo percorso professionale per migliorare l’efficienza dei gruppi collaborativi.
La prima generazione del KM si riferisce alla mera gestione dell’informazione, tende a ridurlo alla sua componente strumentale, l’information technology, si caratterizza soprattutto per lo sviluppo dei mezzi per rendere veloce e semplice l’archiviazione, la descrizione e la comunicazione di dati e informazioni.
La seconda fase, quella della condivisione della conoscenza, si focalizza invece sulle modalità attraverso le quali le conoscenze professionali di ogni specifico componente dell’organizzazione possono essere messe al servizio di tutta la struttura e per questa via il KM acquista il carattere di vera e propria filosofia della collaborazione e della condivisione della conoscenza negli ambienti di lavoro.
Ikujro Nonaka e Hirotaka Takeuchi
Per Ikujro Nonaka e Hirotaka Takeuchi ogni organizzazione è strutturata in molteplici comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione del sapere: sono le persone che con la loro capacità di apprendere e adattarsi creano conoscenza e dunque le organizzazioni hanno tutto l’interesse a massimizzare i benefici derivanti da tali processi creando contesti e percorsi di sviluppo della creatività e della conoscenza dei singoli.
La conoscenza può essere esplicita o tacita.
La prima è razionale-mentale, sequenziale, digitale-teorica, si riferisce a tutto ciò che è manifestabile attraverso sistemi formali di comunicazione, presenta struttura e contenuti logici e linguistici, è trasmessa per mezzo di libri, manuali, corsi.
La seconda è corporea, legata all’esperienza, simultanea, analogica-pratica, prodotta da intuizioni, nozioni personali, esperienza, cultura e valori morali, trasmessa attraverso metafore, analogie, esempi pratici, e può essere tecnica (se si riferisce alla manualità, alle abilità pratiche, alle arti) o cognitiva (se si riferisce all’elaborazione, a modelli, schemi, paradigmi mentali, prospettive che ciascuno crea).
Nonaka e Takeuchi assegnano a cinque parole chiave la definizione della loro idea di sviluppo della conoscenza:
1) intenzionalità: gli obiettivi del processo devono essere definiti e condivisi da chi vi partecipa anche se talvolta una dose di indeterminatezza può contribuire allo sviluppo di nuove idee;
2) autonomia: le conoscenze emergono soltanto se chi lavora lo fa in piena autonomia, è capace di cogliere le opportunità che il processo offre e le sa gestire;
3) ridondanza: più le informazioni disponibili sono sovrabbondanti più ampie sono le possibilità di gestire in maniera positiva le spinte all’innovazione generate dal processo;
4) caos: la definizione di schemi mentali e processi organizzativi più rispondenti ai bisogni dell’organizzazione richiede caos creativo, spesso generato da situazioni di crisi;
5) varietà: l’apporto di conoscenze diverse è decisivo per rispondere in maniera efficace ai dilemmi organizzativi.
Con una sintesi efficace delle due visioni al tempo prevalenti[1] Nonaka e Takeuchi definiscono il proprio modello organizzativo middle-bottom-up e affidano al management intermedio una funzione fondamentale di cerniera tra la conoscenza esplicita e strategica del top management e la conoscenza tacita che caratterizza gli operai di linea: è ai capi intermedi che tocca gestire il processo di trasformazione della conoscenza, tenere assieme strategia e innovazione.
Si crea conoscenza, si sviluppa know how e apprendimento nella misura in cui si riesce da un lato a risolvere problemi specifici sulla base del contesto di riferimento e dall’altro e conseguentemente a modificare tale contesto.
L’organizzazione che apprende deve essere in grado di operare continue conversioni di conoscenza (da esplicita a implicita e viceversa, attraverso un processo di interiorizzazione-esteriorizzazione) e di creare campi di interazione nell’ambito dei quali sia possibile condividere conoscenza e modelli mentali, socializzare, creare nuova conoscenza: è la spirale senza fine che è alla base dell’innovazione, il motore che spinge verso la creazione di ulteriore conoscenza.
Il processo di creazione e di trasformazione della conoscenza non è automatico; richiede leadership riconosciute, obiettivi ben definiti, forti motivazioni allo scambio; muove dalle persone, coinvolge il gruppo e l’organizzazione, diventa conoscenza (capacità dei dipendenti, sistemi tecnologici, sistemi manageriali, valori, norme) e dunque occasione di vantaggio competitivo; fa sì che ciascuna organizzazione rappresenti un nodo della rete di produzione e scambio di conoscenza, servizi e beni con altre organizzazioni sulla base di un processo che è allo stesso tempo conservativo (dell’identità) e adattivo, capace cioè di facilitare l’evoluzione delle competenze distintive e ridefinire costantemente il proprio rapporto con l’ambiente.
[1] Secondo la visione top-down, le informazioni sono elaborate dal vertice e fluiscono attraverso direttive ai livelli di volta in volta successivi fino alle linee di produzione che restituiscono informazioni e riavviano il processo; secondo invece la visione bottom-up, chi dirige tenta di valorizzare il più possibile le capacità di chi lavora, le conoscenze sono più spesso di tipo tacito, le risorse della base sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi.
Piccole storie crescono | Numero Zero
Incipit
Scrivo a Piero per dirgli dell’idea di portare con me, naturalmente a mie spese e trovandogli una sistemazione autonoma, mio figlio Luca, che ha 25 anni, studia lingua e cultura giapponese e ogni tanto cucina anche giapponese.
Storia 1
2. Deborah Capasso de Angelis
Aspetto con ansia la risposta sperando che mi dica di non preoccuparmi per Luca. Sarà anche lui un gradito ospite!
3. Daniele Riva
In fondo i giapponesi sono noti per la loro maniacale precisione, per l’accanita ostinazione nell’osservare le regole e per la loro squisita ospitalità. Piero non dovrebbe avere difficoltà a convincerli.
4, Vincenzo Moretti
Purtroppo mi sbagliavo. Naturalmente non su Piero e neanche sull’ospitalità giapponese. E’ che ragioni di forza maggiore impongono di annullare ogni viaggio verso il Giappone. La delusione è tanta. Propongo a Luca di tornare a Sydney. Non me lo fa dire due volte.
5. Viviana Graniero
Tutto sommato, dice Luca, un nuovo viaggio avventuroso non è poi una cattiva idea e c’è sempre tempo per il lontano Oriente…
Surf, natura salvaggia e la grande città… ma sì, partiamo!
6. Anna Aquilone
Partiamo? Ma quanto tempo ci vuole per arrivare dall’altra parte del modo ? Non voglio nemmeno pensarci…anzi …ci penso proprio, tutto quel tempo senza cellulare che squilla, solo con i miei pensieri e con…quanti libri riuscirò a leggermi durante il volo ?! Un sorriso si allarga sulla mia faccia. Partiamo !
7. Dora Amendola
In realtà Luca è un patito del mare e della tintarella e visto che in questo periodo in Australia è estate, il ritorno a Sidney non gli è per nulla dispiaciuto. Certo il Giappone ha il suo fascino, ma non importa perché sarà sicuramente la meta del nostro prossimo viaggio.
8. Viviana Graniero
Australia arriviamo! In aereo Luca mi elenca tutti i posti da vedere, tutto quello che assolutamente non possiamo perdere… mi ha comprato anche uno di quei costumi che sembrano pantaloni da rapper, non ho avuto il coraggio di dirgli che sarei stato più a mio agio persino con un costume alla tarzan che con uno di quei cosi… pazienza, mi adatterò anche a questo…
Storia 2
2. Stefania Bertelli
E’ la prima volta che facciamo un viaggio noi due, da soli. Sono un po’ preoccupato, perché non so come andrà, ma anche molto eccitato. Mio figlio è diventato un uomo e quasi non me ne sono accorto: le sue competenze rappresentano per me una sfida. Il suo amore per la cultura giapponese mi aiuterà a conoscere meglio quel paese.
3. Vincenzo Moretti
Adesso che non si può, cosa darei per fare un viaggio da solo con mio padre. Certo che è strana la vita, al tempo avrei inventato chissà quali scuse per evitarlo. Era testone, prepotente, voleva avere sempre ragione lui. Proprio così, era un uomo straordinario.
4. Daniele Riva
Chissà cosa avrebbe pensato di questi grattacieli, della monorotaia veloce, della monnezza che vengono a prendere a casa. Avrebbe borbottato qualcosa del tipo “Chisto è tutto n’atu munno! Però Napule tene ‘o sole!”
5. Cinzia Massa
Ah, papà. Grande filosofo della quotidianità. Mi assale un moto di tristezza interrotto quasi bruscamente da Luca che mi dice: “senti pà con il gruppo stiamo pensando ad un concerto di inizio primavera…” “oddio – penso – non gli ho ancora detto nulla del Giappone!”
6. Tina De Simone
Un concerto??? questa primavera??? No, devo parlargli subito, non posso più rimandare… deve sapere!! Omai è un uomo, il bambino capriccioso che era da piccolo è cresciuto. Gli dirò della visita e della brutta notizia che mi ha dato il medico. Questo viaggio con lui è troppo importante ora!
7. Vincenzo Moretti
Per essere brutta, la notizia è brutta. Però come tutte le volte in cui non puoi farci più niente, è inutile stare a piangerci sopra. E poi quante volte i medici si sono sbagliati. Ho cambiato idea, a Luca non dico nulla, deve decidere se venire con me senza condizionamenti.
Storia 3
2. Cinzia Massa
Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.
3. Viviana Graniero
Ci divideremo le valigie: i miei maglioni misti alla sue T-shirt, i suoi cd misti ai miei… i nostri libri… quegli stessi che ho letto io e che ora ritrovo sul suo comodino e mi danno uno strano senso di malinconia e insieme di orgoglio.
4. Vincenzo Moretti
Assurdo. Luca mi ha detto che lo hanno preso a lavorare alla Feltrinelli. Lo so che il lavoro è importante, ma adesso io come faccio? Rimandare non posso. Andare da solo non mi va. Mi sa che intanto me ne vado a Procida da Salvatore. Sono il luogo e la persona ideale per rilassarsi e pensare.
5. Viviana Graniero
E mentre scelgo qualche libro da portare con me a Procida mi arriva una mail… “Ehi, ma per quel caffé poi???? bacio, Carla.”
Ecco giusto lei ci mancava ad incasinare la mia vita… che faccio, parto o resto?
6. Maria Maddalena Fea
Detesto dover scegliere, quando entrambe le situazioni mi interessano.
Sono ancora arrabbiato con Carla, ma leggendo la sua mail ho avvertito le farfalle nello stomaco, è una sensazione che mi piace nonostante tutti i problemi che comporta…e ne comporta sempre tanti avere a che fare con lei…
7. Viviana Graniero
E’ una persona particolare e il mio buon senso mi dice di starle alla larga, ma poi la guardo sorridere e si apre un mondo… ha quel sorriso infantile, che ti strega e ti fa abbassare le difese… ma sì… infondo si tratta solo di un caffé, che male c’è?
8. Maria Maddalena Fea
Prima però telefono a Salvatore e gli confermo che domani nel primo pomeriggio sarò da lui, così mi metto al riparo da un eventuale colpo di testa nel caso in cui il sorriso di Carla stasera fosse più ammaliante del solito…e poi le scrivo proponendole un aperitivo al solito posto, quello dove abbiamo litigato l’ultima volta…ripartire da lì per ricostruire una parvenza di rapporto mi pare una scelta sensata…
La sua risposta arriva immediata “non posso aspettare fino a stasera. Mi stanno succedendo cose strane, devo vederti SUBITO”
9. Stefania Bertelli
Le avventure di Carla non rappresentano per me una novità. Quando la conobbi, era la persona più incasinata del mondo. Non sapeva decidersi tra due lavori e neppure tra due fidanzati. In quel marasma mi ero infilato io. Forse mi piaceva proprio per quello: nessuna certezza, nessuna stabilità, nessun impegno (da parte mia).
10. Maria Maddalena Fea
La giornata trascorre veloce. Preparo la valigia e mi rilasso nel silenzio di questa casa che ha il potere di rigenerarmi, tra un disco di Coltrane e un paio di caffè con inevitabile sigaretta. Puntualmente alle sette mi trovo all’appuntamento, preparato a non indispormi per il classico quarto d’ora di ritardo che senz’altro, come al solito, avrà Carla. E invece no. Me la trovo davanti appena varco la soglia del bar. Mi fermo interdetto a guardarla, seduta ad un tavolino in fondo alla sala. Avvicinandomi mi rendo conto che qualcosa non va veramente, in lei.
11. Tina De Simone
“Carla” le dico quasi bisbigliando. La luce nei suoi occhi è fioca e nel sorriso accennato non c’è spensieratezza infantile, ma una tristezza raggelante!!!
“Siediti” mi dice ed io paralizzato da tanta serietà, sto su quella scomoda sedia.
12. Viviana Graniero
“Sono Incinta” mi dice seria, buttando rapidamente giù un intero bicchiere d’acqua, “me l’ha confermato il medico qualche ora fa…”
13. Adriano Parracciani
Cavolo, non so cosa dire in queste situazioni. Non ho mai la casella pronta per la situazione giusta, come diceva il grande Giorgio Gaber in una delle sue canzoni. Provo a buttarla sul gioioso – ma è una notizia fantastica – le dico impostando il miglior sorriso del mio armamentario – E cosa ci sarebbe di fantastico, scusa? – replica lei secca – Ma come? Stai per diventare mamma, non lo trovi fantastico? – Mi guarda dritto negli occhi ed intuisco che sta per dirmi qualcosa di eccezionale – Bene, allora troverai sicuramente fantastico che tu stia per diventare nonno ! –
14. Cinzia Massa
Nonno?!! Trasecolo, sbando, mi si accappona la pelle. Carla è li che mi guarda. La guardo. E’ bella, allegra, coinvolgente, è giovane. Si è vero ho sempre pensato che prima o poi tutto sarebbe finito. Del resto non ha nemmeno trent’ anni, ed io ……Ma Luca no!!!! Con mio figlio no!!
15. Maria Paraggio
Che stupido che sono stato! Come ho fatto a non accorgermi di niente! Penso tra me. Mi sento un cretino. Non so cosa rispondere. Mi sento doppiamente tradito. Mi alzo, le tendo la mano salutandola e le dico ” Vi auguro di essere felici e buoni genitori”. Devo uscire in fretta, ho bisogno di aria.
16. Maria Maddelena Fea
Ripenso affannosamente ai colloqui con Luca avuti ultimamente. E’ vero, mi aveva accennato ad una nuova presenza femminile nella sua vita, ma non ci avevo fatto molto caso, lui è così, si infiamma facilmente e la settimana dopo con nonchalance mi comunica che no, era un falso allarme, già tutto finito, la prossima sarà di sicuro quella giusta e avanti così…
17. Felicia Moscato
Volevo andare da Salvatore per rilassarmi e pensare ma credo che Procida non sia più la soluzione giusta. In questo momento ho più confusione in testa io che quella che generò il Big Bang. Devo fermarmi un attimo, ripensare al mio obiettivo e fare delle scelte. Deciso: metterò in atto un veloce processo decisionale per arrivare alla scelta meno sbagliata. Parto con Riccardo o rinuncio a Tokyo?
Storia 4
2. Cinzia Massa
Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.
3. Maria Paraggio
Magari Piero mi prenderà in giro , ricordando il film ” In viaggio con papà”. L’abbiamo visto insieme, nel 1982. Eravamo giovani e pieni di sogni, progetti, ambizioni proprio come il mio Luca. Sognavamo l’America, grandi città, successo e soldi. Chi l’avrebbe mai detto che la sorte ci avrebbe diviso e destinati a luoghi così distanti geograficamente e culturalmente!
4. Deborah Capasso de Angelis
Chissà che impressione faremo ai giapponesi! Due “giganti buoni”! Magari ci ripenso, lascio a casa Luca e chiedo ad Adriano di accompagnarmi!
5. Adriano Parracciani
E così vedrebbero un “gigante” ed un “genio”. Uhm, no; Adriano sarà pure geniale ma di lingua e cultura giapponese ne sa meno di un pastore sardo, con tutto il rispetto. Absolutely, meglio Luca, no doubt.
Storia 5
2. Cinzia Massa
Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.
3. Adriano Parracciani
Però, per dirla veramente tutta manca ancora qualcosa: che ho una gran voglia di fare questo viaggio con lui; padre e figlio soli per il mondo.
4. Maria Maddalena Fea
La risposta di Piero arriva il giorno dopo. Fisso sconcertato lo schermo e rileggo la mail più volte…ma come è possibile?!?
5. Carmela Talamo
Piero mi scrive che, conoscendomi, era sicuro che avrei voluto condividere questa avventura. Ha già organizzato tutto per due. Gli mancava solo di sapere il nome del mio accompagnatore.
Storia 6
2. Paola Bonomi
E Luca sarebbe un perfetto interprete, non tanto del mio “partenopeo english”, quanto di quella sciolta parlata con le mani e con il corpo, di quell’eccesso d’affettività verbale che potrebbe fare insorgere incomprensioni con i cari amici giapponesi. Già mi vedo e sorrido.
3. Daniele Riva
Che poi, magari, mi scappa un gesto – che so? di allargare le braccia in segno di rassegnazione – e quel gesto in Giappone vuol dire tutt’altra cosa. Anche perché, mi hanno detto, ci sono gesti per gli uomini e gesti per le donne. E se faccio quello da donna, che figura ci faccio? Luca potrebbe salvarmi.
4. Stefania Bertelli
Mi viene in mente, a questo proposito, che Luca ed io, una volta, abbiamo visto insieme un film, si chiamava “Lost in traslation”, proprio ambientato a Tokio, dove il protagonista faticava a mettersi in contatto con i giapponesi, quanto abbiamo riso! Mi ero identificato in quell’attore molto alto, di cui non ricordavo il nome, ” ma è Bill Murray, papà, quello di Ghostbusters”.
Storia 7
2. Carmela Talamo
Luca. All’improvviso la tenerezza dei ricordi si confonde con la speranza per il futuro. Lo rivedo tentennante che muove i primi passi e lo immagino sicuro che mi guida per la sconosciuta metropoli e…poff…è arrivata la mail di Piero.
3. Paola Bonomi
La risposta è positiva al punto che ha già pianificato il nostro viaggio. Quindi abbandono subito la nuvola dei ricordi che mi aveva assalito e cedo totalmente anima e corpo a nuove sensazioni: paura, eccitazione, curiosità. In una parola (anzi due): Giappone, arrivo!!!
4. Vincenzo Moretti
Ancora l’avviso di ricevimento mail. Ancora Piero. Mi dice che si è scordato di dirmi che dovrei fargli un favore: portare in Giappone il suo vecchio cane. Portare in Giappone un cane? Ma si può fare? Come si fa? E chi glielo dice a Luca?
5. Viviana Graniero
Ed eccomi il giorno dopo a girovagare su internet per cercare qualche informazione su come far viaggiare gli animali… e mentre spulcio, trovo questo stranissimo sito… un’illuminazione!
6. Maria Paraggio
Così scopro che per portare in Giappone un cane è necessario un controllo sanitario. Inoltre deve essere dotato di Microchip (discernimento di individuo), 2 vaccinazioni contro l’idrofobia, esame del sangue,180 giorni di quarantena in Italia, dichiarazione di importazione al Servizio Quarantena Animali giapponese entro 40 giorni prima dall’entrata in Giappone. Insomma, un dirottatore salirebbe su un aereo più facilmente di un cane!
7. Paola Bonomi
E poi parliamone di questa idea di cane: pesa poco più di due etti, se lo nascondo in una tasca della giacca scompare ed è di una marca che non riesco nemmeno a pronunciare…ciuaua ci che?
8. Adriano Parracciani
Mentre mi affanno ansiosamente alla ricerca di una soluzione, arriva una nuova email di Piero, dalla quale scopro il suo l’animo burlone che ignoravo. Mi scrive che il suo “vecchio cane” è in realtà un quadro di uno sconosciuto pittore fiammingo, antico regalo di una sua ex a cui è tanto affezionato.
9. Tina De Simone
Ma quanto sarà grande questo quadro??? Come dovrò imballarlo?? Come lo imbarco sull’aereo? Dovrò mica portarlo su come bagaglio a mano??? entrerà dal portellone? Preferivo il cane …. il ciuaua almeno lo nascondevo in tasca!!!
Storia 8
2. La Musa
La risposta non si fa attendere, Piero ha dato il suo benestare. Me lo comunica via mail, una domenica mattina, il viaggio è prefissato per il mercoledì successivo; giusto il tempo di stivare due trolley e si parte. Napoli-Roma-Milano-Tokyo: 13 ore e spicci con voli diretti, Dio ci scampi da eventuali subbugli aeroportuali. Luca non sta nella pelle e io come lui. La terra degli Shōgun ci attende; mi torna alla mente Itto Ogami – al quale peraltro assomiglio un po’ – e suo figlio Daigoro, un bel connubio di amore paterno/filiale e complicità.
3. Vincenzo Moretti
Tra pochi minuti comincieremo a sorvolare la Russia, Luca mi parla di quando siamo tornati dall’Australia mentre io sono alle prese con il tavolino che nn riesco a far uscire dal bracciolo.
Le parole sono rassicuranti, il tono di voce no. Luca che mi spiega che faremo uno scalo non previsto all’aeroporto di Mosca. Perché? Per quanto tempo? Ho una paura matta, ma faccio finta di niente.
4. La Musa
Attimi, frammenti di tempo che sembrano interminabili quando è la paura a farla da protagonista; respiro lungo, scrollo la testa per spostare ‘sti pensieri molesti, non voglio assolutamente trasmettere a mio figlio quest’ansia che mi sta pervadendo e ci riesco. L’aereo, fra un beccheggio e un altro, è entrato nei fasci di luce della pista d’atterraggio: Sheremetyevo Airport, voli internazionali. tutto sommato, assomiglia un pò all’aeroporto di Perth del viaggio australiano. la paura è scemata, Luca è sorridente; siamo consapevoli che ci attende una lunga fila per gli inflessibili rigidi controlli, finiti i quali ci indirizzeremo verso un albergo sulla Moskova, temperatura: -7°
Storia 9
2. Sabato Aliberti
Con la precisione che lo caratterizza, Piero mi risponde in giornata dicendomi che non ci sono problemi e che, anzi gli fa piacere. E poi è curioso di assaggiare una prelibatezza nippopartenopea.
3. Anna Aquilone
Sushi ? Saschimi ? Ma non lo sa Piero che anche noi campani siamo maestri con il pesce ? Avete presente quelle alicette crude marinate, che fanno , per esempio, a Capri ? Luca ifatti, sa preparare un piatto fatto proprio con alici marinate e…riso !
4. Viviana Graniero
Questa cosa deve averla ereditata dalla madre, la passione per la cucina… che poi è come la passione per i viaggi: è lo scoprire i sapori e gli odori, è il miscelare, l’integrare e poi assaggiare quello che non si conosce o che si conosce pure, ma che alla fine è sempre diverso.
5. Anna Aquilone
Si, voglio tentare di mischiarmi ai colori ed agli odori di questo paese,tentare, per il tempo che sarò qui,di assumere il loro punto di vista, di pensare all’orientale. Per prima cosa, sfidando le risate di Luca e Pietro, vado a comprarmi un bel kimono!
6. Carmela Talamo
Già, comprare un Kimono! Avete idea di quale sia l’altezza media di un giapponese? Posso solo dirvi che è molto, ma molto lontana dalla mia. Comunque non sarà certo qualche centimetro ad interrompere il mio processo di integrazione.
7. Viviana Graniero
E infatti quando rientro a casa col mio Kimono-minigonna, Luca mi prende in giro e ride come un matto… ma io non mi smuovo di un passo e ficco il mio nuovo acquisto in valigia. Ne sono ogoglioso e niente e nessuno mi farà cambiare idea.
8. Paola Bonomi
In kimono, calzini e mocassini, sarò protagonista e portavoce di una cultura occidentale curiosa di confrontarsi con il vasto mondo a Oriente.
Eh, sì! Proprio una grande occasione: crescere ancora.
Storia 10
2. Adriano Parracciani
La fissa del Giappone gli venne sin da piccolo, a forza di guardare quei bruttissimi cartoni animati manga. Non che avvessi un pregiudizio ideologico, ma francamente non riuscivo a vedere in Ken il Guerriero l’evoluzione di una Pantera Rosa o di Wile Coyote e Beep Beep.
3. Felicia Moscato
La stessa fissa continuò a maturare in lui quando per il suo 15°compleanno gli regalai un bel bonsai di acero rosso giapponese. Pensai che, data la sua passione per il Giappone, un bonsai poteva essere un’ottima sostituzione del classico”cucciolo da appartamento”.
Storia 11
2. Cinzia Massa
Bhè, diciamola tutta, per Luca sarebbe una gran bella esperienza, per me, che sono negato a fare cose pratiche e parlo poco l’inglese, una grande compagnia.
3. Adriano Parracciani
Però, per dirla veramente tutta manca ancora qualcosa: che ho una gran voglia di fare questo viaggio con lui; padre e figlio soli per il mondo.
4. Stefania Bertelli
Accidenti agli smemorati! Mi sono dimenticato di chiedere a Piero dove io sarò alloggiato; mi ero raccomandato di trovare un luogo, il più possibile familiare ed accogliente, vista la mia contrarietà verso gli alberghi modernissimi e anonimi . Invio perciò una seconda mail.
5. Tina De Simone
Ricevo il letto al mio scritto … la seconda mail è arrivata. Vediamo cosa risponde …
Ancora “Invia-ricevi” e arrivano le notizie da Piero:
Caro amico mio, visto che cercavi un posticino accogliente e poco moderno, ti ho trovato una camera presso una tradizionalissima famiglia giapponese, spero gradirai lo sforzo che ho fatto per te! Io invece starò in un’altra stanza, proprio in uno di quei modernissimi alberghi che tu odi, ma ci vedremo, stai tranquillo.
Storia 12
2. Paola Bonomi
E Luca sarebbe un perfetto interprete, non tanto del mio “partenopeo english”, quanto di quella sciolta parlata con le mani e con il corpo, di quell’eccesso d’affettività verbale che potrebbe fare insorgere incomprensioni con i cari amici giapponesi. Già mi vedo e sorrido.
3. Tina De Simone
Viene da ridere anche a me!!!
Siamo sicuri che Luca potrebbe davvero spiegare ai cari amici giapponesi come mai davanti a del pesce crudo, un uomo può brontolare tanto???
“ma chisto nun è magnà!!! … a chi o’ vulite dà!!
Il cameriere giapponese corre al tavolo a chiedere cosa c’è che non va …
Luca, imbarazzatissimo, scuote il capo a destra e sinistra nervosamente, continua a ripetere … 何もない (nulla … nulla) e si alza imbarazzatissimo … cerca con lo sguardo la cassa per poter pagare .. vuole solo allontanarsi!!!
Mi prende sotto il braccio e mi ritrovo all’uscita … con cinque giapponesi che mi fissano e mi ripetono: ARIGATO’ .. ARIGATO’!!!
Ed io: “Luca, addò vaie … chiste hanno capito che ie vulevo a PASTA!!!”
4. Vincenzo Moretti
Per carità. Se gli combino uno scherzo simile Luca sta una settimana senza parlarmi. Di Più. Se ne torna a Napoli. Ancora di più. Mi porta in un posto sperduto di Tokyo e mi lascia lì, sapendo che non sarei capace di tornare neanche in taxi. L’unica sarebbe la polizia, ma sai che figura. No no, su queste cose non si scherza.
Piccole storie crescono | Istruzioni per l’uso
L’ispirazione me l’ha data neanche a farlo apposta La Musa, anche se in una versione diversa da quella che intendo proporvi e che, lo dico subito, non so ancora bene se e come possa funzionare. Diciamo che è un gioco esperimento e che, come mi hanno insegnato i miei amici scienzati, in quanto esperimento può riuscire o fallire.
Passo a spiegare come dovrebbe funzionare il gioco. Dopo di che spero mi diciate cosa ne pensate e se vi va di giocare. Infine, ammesso e non concesso che ci sia qualcuna/o disposta/o a farlo, cominceremo a giocare.
ISTRUZIONI PER L’USO
Titolo
Piccole Storie Crescono
Finalità
Riscrivere Enakapata a 10, 100, 1000 mani. Far diventare ogni pagina (giornata) del diario un giardino dei sentieri che si biforcano.
Modalità
Ogni lunedì vengono pubblicate le prime righe (fino al primo punto) di una delle giornate di Enakapata, in ordine casuale (Piccole Storie Crescono non è il clone di Enakapata).
Queste righe faranno insomma da incipit, dopo di che la parola, meglio, la scrittura, passa a noi.
Premesse
1. Chi decide di giocare, lo fa rispettando le regole. Punto.
2. Chi decide di giocare, lo fa accettandone le finalità.
3. La scrittura è assolutamente libera purché rispettosa della Netiquette.
4. Niente Berlusconi, Bersani, Di Pietro e così via discorrendo, nella mia vita tutto questo ha un peso già troppo rilevante e non intendo averci a che fare anche quando gioco.
Regole
1. Si comincia il lunedì postando una volta sola e solo al livello 2.
2. Dal martedì al venerdì si può postare un solo post per singola storia.
3. Il sabato e la domenica niente vincoli se non quello di non postare di seguito nella stessa storia.
4. Ciascun post deve essere lungo max 7 righe, va contrassegnato con il solo numero 2 se è collegato all’incipit e con il numero della storia e il numero progressivo negli altri casi (esempi: 2; Storia 3 – 5; Storia 1-12; Storia 9 – 6).
Fase Transitoria
E’ fissata in un mese, termine entro il quale saranno definiti eventuali cambiamenti delle modalità o delle regole.
Philip B. Crosby
La qualità ha molte cose in comune con il sesso.
Tutti sono favorevoli.
Tutti pensano di conoscerla.
Tutti ritengono che per l’esecuzione sia solo questione di seguire le inclinazioni naturali.
E, come al solito, la maggior parte pensa che i problemi siano causati dagli altri.
Lavorare in Qualità. Un modo di essere. Cioè di fare
Affidabilità Ambiente (fisico e sociale) di lavoro Approccio per processi Audit Autovalutazione Braistorming Controllo (prodotto) Condivisione-Collaborazione Comunicazione Certificazione Documenti Efficienza-Efficacia Fidelizzazione Fornitore Input Iso 9001:2008 Manuale della qualità Miglioramento continuo Monitoraggio (processo) Norma Obiettivi (Mission) Organizzazione Orientamento al cliente Output Processo Procedura ProdottoRiesame della direzione Soddisfazione (del cliente) Valutazione Verifica ispettivaVision
Now You Can
Proprio così, adesso potete, nel senso che potete fare cose a cui prima non pensavate e che dunque non potevate fare. Naturalmente potete non significa dovete, nel senso che saranno la vostra voglia, le vostre motivazioni, il vostro interesse, oltre naturalmente alle piccole grandi cose con le quali siamo soliti fare a pugni ogni giorno, a determinare le vostre decisioni e le vostre azioni.
Noi (Cinzia Massa and Me) possiamo fare ancora due cose, anzi tre, e le facciamo volentieri.
La prima è continuare a interagire con voi. Leggendo e commentando le cose che scrivete, rispondendo alle vostre domande, naturalmente nei limiti delle nostre capacità, proponendo di tanto in tanto qualche nuova sollecitazione.
La seconda è far viaggiare questi contenuti in contesti e ambienti diversi da quello Bespoke; l’idea, l’auspicio, è che ciò possa generare ulteriori scambi, occasioni di confronto, possibilità di interazione.
La anzi tre è proporvi qualche esercitazione in forma di gioco, un gioco che porterà a voi e a noi ulteriori elementi di acquisizione e di condivisione di conoscenze.
Di certo l’avete intuito già, ma Ora tu puoi sta a significare proprio questo.
Ieri ho toccato Adriano. Oggi Deborah
Allora, prima che cominciate a malignare, è bene precisare che la “toccata” in questione è un modo per dire che ieri ho incontrato per la la prima volta “vivo live” Adriano Parracciani e oggi Deborah Capasso de Angelis. Ho stretto loro la mano, li ho guardati negli occhi, ho sentito le loro voci (per la verità con Adriano ci eravamo già parlati via Skype, ma comunque non è proprio del tutto la stessa cosa), abbiamo preso un caffé, abbiamo gesticolato, ci siamo detti che ci rivedremo. Sperando che abbiate finito di malignare, prima che cominciate a preoccuparvi pensando che io voglia riprendere la discussione sull’amicizia al tempo dei social network, rilassatevi, perché lo farò, ma la prossima settimana e su Nòva Review.
Perché allora vi sto raccontando tutto questo? Perché la “toccata” ha una versione secondiglianese, della Secondigliano dei miei 13-14 anni (il primo che dice che anno era lo fucilo). Avevamo la testa nel futuro (Kerouac, Ginsberg, Dylan, Genesis), i piedi nel presente (pregiudizi, maschilismo, omofobia e compagnia cantando) e una voglia senza fine di prenderci in giro, di sfotterci, di divertirci con quello che avevamo, cioé poco o nulla. E tra il poco o nulla c’era anche la “toccata”.
Di cosa si trattava? Presto detto. Di un tocco furtivo tra le natiche, meglio se eri piegato per prendere qualcosa che era stato fatto artatamente cadere per terra. Se al momento del tocco sobbalzavi, ti scansavi, saltellavi voleva dire che tenevi la “toccata”, nel senso che non eri un maschio a denominazione di origine controllata, avevi tendenze omosessuali.
Dite che è impossibile non sobbalzare se all’improvviso qualcuno ti mette una mano lì? Diciamo quasi, nel senso che era possibile se capivi il gioco per tempo e facevi finta di non essertene accorto.
Dite che non capite dove sta il divertimento? Mi dispiace, ma non ci posso fare niente. Vi assicuro però che quando si trovava il “soggetto” adatto ci si poteva passare in allegria una serata intera. Un poco più triste è il fatto che noi ci siamo fatti grandi e ce ne siamo andati. E troppi di quelli rimasti hanno cominciato, per scelta per necessità e per caso, a giocare con le pistole.
Enakapata Game
A. A. A. A tutti gli appassionati, gli innamorati, gli amanti di giochi linguistici, vi aspettiamo in tanti, di più, a palate, sulle pagine di Secondigliacrostico e di Omero Enakapata.
A tutte/i voi che sceglierete di interagire va il nostro più caro e affettuoso benvenute/i a Enakapata Game.
Paroliamo
Alternative, Ambiguità, Apprendimento Organizzativo, Aspettative, Attenzione, Leader, Azione, Coalizione, Competenza, Conformità, Contraddizioni, Costruzione del Significato, Cultura Organizzativa, Decisione, Efficacia, Efficienza, Enactment, Identità, Incertezza, Interpretazione, Leadership, Motivazione, Partecipazione, Partner, Potere, Preferenze, Problem Solving, Processo Decisionale, Regole, Retrospezione, Ruolo del dirigente, Scopo, Sensemaking, Serendipity, Sistema Qualità, Soluzioni, Team.
Giocare è facile.
Ognuna/o di voi sceglie una o più parole tra quelle che trova qui sotto e prima propone film, libri, canzoni, quadri, sculture, storie di vita, luoghi, ecc. che ritiene possano essere associate alla parola scelta e poi spiega le ragioni dell’associazione fatta.
Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i
Racconta la tua riunione
Giocare è facile.
Descrivi, commenta, analizza una riunione fatta con gli amici, in famiglia, sul lavoro, alla luce delle 7 caratteristiche del sensemaking.
Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i.
Citarsi Addosso [1]
I manager sempre di più cominciano a considerare come un aspetto centrale della loro pratica professionale [… il fatto …] che sebbene l’impostazione di un problema sia una condizione necessaria per il problem solving di tipo tecnico, in sé non si tratta di un problema tecnico. Quando impostiamo il problema, selezioniamo quelle che tratteremo come le “cose” proprie di quella situazione, delimitiamo i confini della nostra attenzione per essa e le imponiamo una coerenza che ci permette di dire che cosa è sbagliato e in quali direzioni è necessario cambiare la situazione. L’impostazione del problema è un processo in cui, in modo interattivo, diamo un nome alle cose cui presteremo attenzione e incorniciamo il contesto nel quale ce ne occuperemo.
[Schon, 1983b, p. 40, cit. in Weick, 1995, pag. 9]
Giocare è semplice.
Si tratta di commentare con degli esempi (vita quotidiana, letteratura, musica, cinema, ecc.) le considerazioni di Donald A. Shon.
Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i.
Citarsi Addosso [2]
L’individuo occidentale e il giapponese intendono qualcosa di diverso quando parlano di “prendere una decisione”.
In occidente, tutta l’enfasi è posta sulla risposta alla domanda. In effetti i nostri libri sulla decisione cercano di sviluppare approcci sistematici al problema di dare una risposta.
Per il giapponese, invece, l’elemento importante nella decisionalità è definire la domanda. I passaggi importanti e cruciali sono decidere se c’è bisogno di una decisione e che cosa essa riguardi. Ed è in questo passaggio che il giapponese mira a ottenere il consenso. In realtà, questo passaggio è, per il giapponese, l’essenza della decisione.
La risposta alla domanda (quella che per gli occidentali è la decisione) dipende dalla sua definizione. Durante il processo che precede la decisione, non si accenna mai a quale potrebbe essere la risposta. (….) Così l’intero processo si concentra sullo scoprire che cosa effettivamente riguardi la decisione, e non quale decisione dovrebbe essere.
[Drucker, 1974, pp. 446-467, cit. in Weick, 1995, pag. 15]
Giocare è semplice.
Si tratta di commentare con degli esempi (vita quotidiana, letteratura, musica, cinema, ecc.) le considerazioni di Peter Drucker.
Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i.
E(N) = Ak ∪ Ap →A T(A)
Sia E l’insieme degli Eventi a cui partecipano gli attori di una rete (es.: post in un forum)
Sia N il numero dei nodi (attori della rete)
Allora: l’insieme delle relazioni che uniscono gli N attori attraverso gli Eventi: E(N) è descritta dall’Unione della matrice di affiliazione A dei primi k nodi e la matrice di Affiliazione dei p restanti nodi, (dove N=k+p) e dalla loro unione si definisce la matrice di affiiazione completa A che, moltiplicata per la sua trasposta, T(A) definisce la matrice di adiacenza delle rete completa degli N nodi in ENAKAPATA: E(N) = Ak ∪ Ap → A T(A)
Giuseppe Giordano