I know. Lo so. ‘O saccio

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

“… Per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reale. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità.” (ENAKAPATA) … quanto mi piace … io l’ho dedicata a mia nipote che quest’anno ha la maturità!
Questa volta è stata la mia @amica Simona Salvatore a darmi due buone notizie e un’idea.
Partiamo dalle buone notizie. La prima è che sta leggendo il libro, e come sapete  io sono della serie chi trova una lettrice, un lettore, trova un tesoro. La seconda, per la verità non me l’ha data lei, l’ha scoperta il vecchio scugnizzo napoletano che alberga, insieme a tanti altri, in me, è che ha segnalato Enakapata anche sul gruppo Libri che Passione, al quale mi sono naturalmente iscritto.
L’idea è quella di spendere ancora qualche parola su cosa vuol dire studiare e sul perché è importante studiare. L’ultimo dolore l’ho avuto da una studentessa che ha affermato, candida, che lei in 3 giorni prepara gli esami da 3 crediti e in una settimana quelli da 6, “poi qualunque voto lo prendo”, la sua serafica conclusione.
Detto che preparare non è il verbo giusto in casi come questi, impreparare andrebbe già meglio, vorrei evitare però di ridurre tutto a una questione dei ragazzi, perché insieme o forse anche prima c’è una questione istituzioni, dalla scuola elementare all’università, e una questione prof., troppo spesso mal preparati, senza un minimo di amore per il loro lavoro, o anche solo demotivati, umiliati perché sono pagati male e trattati peggio, che è più comprensibile ma produce lo stesso effetto dal versante dei ragazzi.
Io un’opinione me la sono fatta, ma prima di dirvela mi piacerebbe foste voi a raccontare la vostra. Allora, forza, non lasciate tempo al tempo, che gli esami si avvicinano.

Dialogo finito in (finta) disturbata intorno a Enakapata di Lucia Rosas, Carmela Talamo e Viviana Graniero

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

L’idea me la suggerisce il commento di Cinzia Massa al dipinto di Matteo Arfanotti: “che invidia … Vincenzo sei proprio sicuro che a casa mia non starebbe meglio? 😀 E’ semplicemente FAVOLOSO!”, cosicché scrivo sulla bacheca di  Facebook. “A sentire Deborah Capasso de Angelis, Viviana Graniero e Cinzia Massa a casa loro The Enakapata Picture by Matteo Arfanotti starebbe alla grande. Sono commosso, ma declino l’offerta. Potrei però organizzare una festa sul terrazzo con visita al dipinto. Che ne dite?”.
E’ Lucia Rosas la prima a cliccare su “mi piace”, poi interviene Carmela Talamo, poi Lucia, poi Carmela, poi … ma che ve lo dico a fare, adesso ve lo scrivo. Io lo trovo un pezzo di teatro, voi fate voi.

Carmela Talamo
Questo quadro starebbe bene ovunque ma visto che si appropinqua il mio compleanno magari…

Lucia Rosas
Eccola, mi hai preceduto nella richiesta! 🙂

Carmela Talamo
Si appropinqua anche il tuo compleanno?

Lucia Rosas
Poco più in là … ma se posso prenotare approfitto!

Carmela Talamo
Siamo troppe e tutte sfacciate senza vergogna … povero Enzo il solito maschio in minoranza, hihihi.

Lucia Rosas
Mali estremi, estremi rimedi. Enzo fonda scuola di scrittura sul mare e tutti insieme ammiriamo il quadro.

Carmela Talamo
Lulù, ma sei di luglio anche tu?

Lucia Rosas
NO, ma piace molto pure a me.

Detto che l’idea della scuola di scrittura sul mare mi piace da impazzire ma è purtroppo  irrealizzabile dato che mi mancano due requisiti fondamentali, i soldi e le competenze, aggiungo che magari possiamo aprire un laboratorio teatrale, e non è detto che non …..

Poi è arrivata Viviana Graniero

Viviana Graniero
Uè uè e poi dite che sono sempre io a fare succedere la disturbata… c’ero prima io!!!!

Lucia Rosas
In coda piccola! e stavolta posso dirlo !!!!

Carmela Talamo
Viviana, ma tu non devi dare retta alla tua amica bergamasca? Jamme bell jà

Lucia Rosas
Eeeeeh ?

Carmela Talamo
Jamme bell ja vuol dire è un’esortazione che possiamo tradurre con “forza sù”

Viviana Graniero
Carme’, agg’ pacienz’… ma io mi sono prenotata che era ancora in “costruzione”… per cui: ARIA!!!! hihihihihi

Lucia Rosas
Quindi mentre voi … parlate entro in salotto lo sfilo e come caccia al ladro … adieu.

Carmela Talamo
Sentite facciamola breve io sò la più grande e, quindi, decido io.

Viviana Graniero
A-me-mi chiamano Viviana Bond (e pure un poco bot e cct), statevi attente!

Lucia Rosas
A me strega. le ragazze di enzo non perdonano!

Carmela Talamo
Vabbuò io già l’ho detto prima che stavo scazzata mò come la mettiamo?

Lucia Rosas
Toglitela. anche se abbai ti faccio pernacchia! PRRRR

Viviana Graniero

Carmé e tirititittì!!! hihihi

Carmela Talamo

Che belli cumpagn ca teng (che belle amiche che ho)

E con questo, Enakapata ha anche la sua compagnia teatrale :-).

Pensiero di un sognatore

by Matteo Arfanotti

Padri e figli o carote e carote, questo è il problema

Concetta l’aveva scritto, qualche giorno fa, quando avevo pubblicato il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi: “Conservato, stampato e lunedì lo leggo in classe!!!!”. Scritto fatto. Quelle che potete leggere di seguito sono le sue considerazioni post-fatto. Secondo me offrono un sacco di spunti per continuare a discutere. Buona partecipazione.

di Concetta Tigano
Come immaginavo…classi diverse reazioni diverse!
Ho una prima classe con ragazzini svegli e curiosi, dopo aver ascoltato con attenzione la lettura del discorso di Calamaandrei, la prima domanda è stata “noi cosa possiamo fare?”, con quegli occhi che chiedevano consigli , è stato bellissimo sentire questo interesse, poi tutti insieme a parlare tra loro chiedere, voglia di capire, di sapere, insomma un po’ di baccano, ma che bel baccano…..!!! Manco a dirlo è passata tutta l’ora parlando di regole da rispettare in tutti i campi , ma soprattutto da applicare in prima persona : casco , sigarette,rispetto, puntualità …..studio….

Ho anche una seconda, di gente un po’ “scafata” e con ben altri interessi, ragazzi molto più disinteressati , anche loro hanno ascoltato con una certa attenzione ma il commento finale è stato “anche se ci interessiamo…non cambia niente!” senza entusiasmo e disillusi, di già a 16-17 anni….
Ho cercato di coinvolgerli portando il discorso sui problemi della scuola, e lì un po’ si sono svegliati, ed è cominciata una discussione che li ha coinvolti…
Secondo me la differenza la fa un po’ le esperienze che hanno già avuto ed anche la brutta aria di rassegnazione che si respira, si rifugiano nell’ascolto di programmi idioti non seguono un TG , nessuno di loro ne aveva visto uno ieri sera, non cattiva informazione….nessuna informazione!!!!
Ma i genitori, cosi presenti per contestare un 5 al posto di un 6, che fanno???
I figli non sono carote, non crescono da soli!!!!
Ma forse da genitori carote…..figli carote!!!!

Signori, favorite i biglietti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Oggi, mentre nell’atrio della funicolare centrale aspetto il mio amico Angelo Marcone, passa un lavoratore credo filippino che mi vede dal lato sbagliato della porta, quello con il maniglione che permette di uscire ma non di entrare, si mette la mano in tasca, la ritira fuori, me la porge e mi dice  “vuoi il biglietto, signo?”. Gli sorrido, gli dico no, grazie, mentre cerco di spiegare che è già scappato via.

Due ore dopo, accompagno Angelo alla funicolare, la perde per un nonnulla, la prossima è diretta, bisogna aspettare 20 minuti, ci fermiamo fuori a chiacchierare ancora un pò, ad un certo punto mi racconta di Alì che non si chiama Alì.
E’ accaduto un pò di anni prima alla stazione centrale, sull’autobus in partenza per Arzano, alle porte di Napoli. Sale un lavoratore di colore, si siede, il conducente gli dice “cos’è, Alì, non si fa il biglietto?”. Il lavoratore in questione non risponde, probabilmente non ha capito che la domanda è rivolta a lui. Il conducente lo fa di nuovo, il lavoratore si alza, gli dice non mi chiamo Alì, il mio nome é Sulley Kemal Mustafà Mahallesi e ho regolarmente timbrato il biglietto giornaliero.

40 anni fa, arriva una lettera dai Moretti argentini, i figli di Vincenzo, il fratello più grande di papà. Ci chiedono aiuto per il concorso al quale stanno partecipando nel loro paese, vince chi raccoglie più biglietti di autobus, tram, filobus, metro in giro per il mondo.
In men che non si dica mettiamo su una catena di montaggio da far nvidia a Ford: i cugini maschi a raccogliere i biglietti negli autobus, alle fermate, chiedendoli alle persone (non era mica facile come oggi, bisognava  prima superare l’imbarazzo, poi spiegare perché facevi quella richiesta tanto strana), le cugine femmine a selezionare quelli buoni così come sono, a lavare e a stirare tutti gli altri e a mettere nelle buste, i cugini maschi ad affrancare e spedire. Non vorrei esagerare, ma credo che abbiamo inviato in Argentina più di diecimila biglietti per poi scoprire, una quindicina di anni dopo, che il concorso non era mai esistito, che i nostri cugini d’oltreoceano se l’erano inventato per sentirci vicini, per vedere se volevamo loro bene.
Voi che avreste fatto? Noi ci siamo commossi. Abbiamo mandato una bella lettera piena di affetto e con le firme di tutta la tribù rimasta in Italia. E li abbiamo pregati di non farlo più.

Marcoaldi cita Canetti [25]

L’uomo deve imparare a essere consapevolmente molti uomini e a tenerli tutti assieme … Anziché gli altri, dovrà governare le sue proprie personalità; queste avranno nome, egli le conoscerà, potrà comandarle. E la sua avidità di dominio non vorrà più agire sugli estranei … dal momento che ciascuno di noi potrà essere tanti quanti gli riesce di soggiogare.

Ma se pò arraggiunà accussì?

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Non mi ricordo l’anno né, tantomeno, il mese e il giorno in cui fui coinvolto per la prima volta da papà in una discussione sul lavoro, mi ricordo però che qualche mese dopo traslocammo nel quartino di palazzo Limone, di fianco al cinema Arcobaleno, nella traversa di Corso Secondigliano, piano terra. Papà con i propri compagni di lavoro stabiliva rapporti di affetto vero e perciò si dispiaceva sul piano personale quando le cose non giravano come secondo lui dovevano girare. Lui era abituato alle fatiche da impresa privata, ai lavori per la costruzione delle infrastrutture che avrebbero consentito, nei primi anni 50, di portare la corrente elettrica fin su  nei paesini delle montagne abruzzesi e calabresi, cosicché quando passò all’Enel le cose da fare gli sembravano sempre poche. E poi lui era fatto così, per natura e per convinzione, e guai a contraddirlo quando diceva che “a fatica va pigliata ‘e faccia”, nel senso che le cose vanno fatte al meglio, nel più breve tempo possibile, così poi c’è il tempo per fare qualche altra cosa o anche per prendere un caffé, ma con la coscienza tranquilla di chi ha già fatto quello che doveva fare.

Forse è perché con mamma di lavoro non gli piaceva parlare, o forse perché quella cosa lì voleva dirla proprio a me, quella serà mi guardò e mi disse “’e capito, io dico a Sebastiano di finire il lavoro del giorno precedente e quello mi risponde calma Pascà, ’a fatica va fatta a meglio a meglio”. “A meglio a meglio?, e che significa? – gli chiedo -, e lui mi risponde “significa che prima ci prendiamo il caffé, poi magari inquadriamo un pò la situazione, poi facciamo qualche cosa di più semplice e poi alla fine finiamo il lavoro. Può darsi che nel frattempo ci chiamano da qualche altra parte, e qui il lavoro lo viene a finire un’altra squadra”. Ma se pò arraggiunà accussì? fu la finta domanda e la vera, amara, conclusione. Già. Si può ragionare così?

L’immaginazione di Stefano Benni

C’era una volta, e per fortuna c’è ancora, Stefano Benni, poeta e scrittore dell’immaginazione. Nonostante non si vedesse quasi mai in televisione, e amasse poco concedere interviste, la gente leggeva i suoi libri e questo gli consentiva di vivere decentemente e di fare, almeno in parte, le cose che gli piacevano.
Un bel giorno capitò in una città di mare bella e difficile d’amare. Vi era giunto per parlare di poesia e a questo si sarebbe probabilmente limitato se la sua gentilezza, e le generose parole dell’Uomo dei Libri, non lo avessero convinto a dedicare un po’ del proprio tempo a due strani tipi inviati dai venti. Avvolto in un cappotto nero, seduto su un anonimo divano, lo scrittore poeta si ritrovò a parlare di immaginazione e di doni, di libri, di giochi e di televisione. Quello che state per leggere è il resoconto pressoché letterale di quella conversazione.

Due Strani Tipi: Proviamo a cominciare dai bambini. Quegli stessi che in un tuo libro, La compagnia dei celestini, sfidano il “Potere” organizzando un campionato di calcio di strada con delle regole molto particolari.

Stefano Benni: Non ho il mito del bambino buono e creativo a tutti i costi. E credo che l’immaginazione sia un dono che appartiene a tutti. Ma credo anche che nei bambini in particolare tale dono debba essere rispettato, non debba essere spento. Ci sono tanti modi di spegnerlo, di far sì che l’immensa varietà immaginativa che si ha quando si è ragazzi venga incanalata, con il risultato di farne delle macchine banali che rispondono non secondo la loro immaginazione ma per essere approvate, per aver riconosciuto un ruolo.
Dico sempre che l’immaginazione non è il giardino di rose dove si rifugia il pensiero, ma un’arma concreta per avere più possibilità. Il pensiero, la fantasia, non sono staccate dalle cose: tutti i grandi inventori sono degli immaginatori pazzi.
L’immaginario può essere una ricchezza reale, un dono che, se coltivato, ti serve per le battaglie di tutti i giorni. La sua importanza è questa.
E l’immaginazione è minacciata da più parti. Ancora oggi quando vado nelle scuole vedo quanta differenza c’è tra gli insegnanti che hanno determinate caratteristiche e quelli che non le hanno, anche se una volta la scuola minacciava l’immaginazione molto più di adesso.
Mi piace fare l’esempio del “fuori tema”.
Tutti i bambini hanno una unicità di scrittura che però con questo fatto che i temi spiegano già che cosa vi deve avvenire dentro non viene incoraggiata. Da qui i miei esempi abbastanza scherzosi, quei temi con titoli di sette pagine. Poi ci sono la famiglia, il conformismo delle mode, e negli ultimi anni questa grande macchina fabbricatrice di consenso che è la televisione. Il ragazzo riceve giorno dopo giorno una serie di messaggi che vanno tutti in una sola direzione.
È compito di chi l’immaginazione l’ha salvata, magari per miracolo, riproporre quella che è la varietà della cultura, spiegare che la cultura non è fatta di sole poche cose ripetitive ma di tante cose: ci sono i libri, c’è il teatro, c’è il gioco.
Nei Celestini c’è una cosa molto semplice: la differenza fra il gioco che ha delle regole imposte da altri, e la libertà di inventare delle regole. Io trovo che il modo di giocare dei bambini, il darsi dei ruoli, l’inventare delle regole, sia qualcosa che deve essere assolutamente mantenuto perchè corrisponderà, nell’età adulta, al fatto di poter scegliere i modi di stare nel mondo, alla capacità di convivere con le regole ma mantenendo allo stesso tempo una propria unicità. In questo senso, come è ovvio, non è la televisione ma il modo in cui è ed è stata usata in Italia che è fetente. Il libro è stato scritto prima che Berlusconi andasse al governo e dunque non si può dire che descriva qualcosa di già avvenuto. Ciò che è successo dopo ha dimostrato però che quella di cui si parlava era una paura reale, che in qualche modo il libro anticipava.
La televisione, che poteva essere una grande macchina di moltiplicazione delle conoscenze, è diventata uno strumento di immiserimento dell’immaginazione, una specie di piccola fabbrica di depressi, una sorta di baby sitter casalinga che spegne l’immaginazione.
È una televisione che in qualche modo celebra delle ossessioni, spaventa e poi rassicura falsamente. Che è qualche cosa che non fa parte nè del pensiero razionale nè di quello immaginativo: è una caricatura misera di tutti e due i pensieri.
A mio figlio, che ha nove anni, non ho proibito la televisione, ho soltanto cercato di dirgli che c’erano anche altre cose. Lui guarda la televisione ma si interessa anche ad altre cose. Credo che in questo modo quando sarà grande avrà più strade davanti.

Incoraggiati, incuriositi, contenti, i due strani tipi non esitarono a sparare una nuova raffica di domande.

DST: Ma perché in questo nostro Paese sembra così forte la voglia di conformismo? Al punto che in molte aziende c’è ancora il culto dell’eleganza fatta di giacca, camicia e cravatta, quando invece da altre parti c’è molta più attenzione verso i contenuti, la sostanza, le effettive capacità delle persone? E perché piacciano così tanto quelli portati a dire sempre di si?

SB: Detto che non penso che sia la camicia slacciata a definire il creativo, non è facile fare una riflessione sul perchè l’Italia abbia maturato questa attrazione verso il conformismo, che tra l’altro l’ha portata ad un esperienza purtroppo disastrosa come una guerra mondiale. Ad un certo punto sembrava di essere vaccinati, perlomeno nei confronti di un tipo di conformismo indubbiamente pericoloso come quello fascista, ed invece, lo vedo nei miei seminari, parecchi giovani sentono la loro diversità: lamentano che i loro coetanei sono molto conformisti e fanno tutti le stesse cose, ma allo stesso tempo esprimono un forte disagio, si sentono un po’ soli. (Bisogna dire anche che ci sono fasi nelle quali, all’opposto, ci sono movimenti, idee, per le quali una persona sente che i suoi pensieri sono condivisi da altri ma avverte che c’è un rischio di conformismo nell’anticonformismo).
L’immaginazione produce spesso una posizione di netta contrapposizione, ed è difficile per un giovane avere una sua precisa unicità.
Bisogna pensare che la cultura è anche questo. La cultura è molto spesso una strada di minoranza. Certe battaglie culturali s’intraprendono in minoranza cercando poi di contagiare la maggioranza.
Quello che forse in Italia è completamente scomparso è il valore del termine, della parola minoranza, che viene infatti confusa con emarginazione, minoritarismo. Invece, e specialmente la sinistra dovrebbe ricordarlo, va rivalutato il senso di questo termine non come separatezza ma come momento iniziale, come la valorizzazione di qualcosa che ancora non c’è.
Nell’invenzione scientifica si è da soli contro un accademia; un artista è solo quando scrive in un modo in un mondo di scrittori che scrive in un altro.
Adesso gran parte delle persone fanno una battaglia culturale solo se ha il consenso del 51%. Alcuni miei colleghi cominciano a scrivere un libro pensando già che dovrà avere comici che lo portano in televisione. Si buttano in un meccanismo che assicura loro il massimo di consenso salvo poi tornare indietro delusi perchè non hanno creato niente. Il fatto è che in questo momento la politica vuole una cultura conformista. La sinistra è andata al potere e ha stranamente ingoiato il veleno dell’avversario, nel senso che apprezza molto un presentatore televisivo o un suo simile che gli può portare consenso, mentre vede non dico con fastidio, ma con certa sufficienza, chiunque dica che la sua storia è una storia di grida non ascoltate.
In realtà non si sta certo incoraggiando l’anticonformismo bensì tutto ciò che è massificato, standardizzato come il cinema americano e la televisione. Del resto, anche i politici di sinistra vivono nei salotti televisivi e poi sostengono che ciò che lì succede è molto importante.
Non so a Napoli, ma a Bologna sono considerati eventi solo i grandi concerti, le grandi adunate mentre tutto ciò che è fatto da poche persone, ed è prezioso, viene vagamente stimato. Questo è il modo di uccidere l’immaginazione della cultura, perchè chiunque sarà portato a pensare che dato che gli esempi della grande politica vanno in questa direzione è meglio seguire il flusso.

Ormai la libido cultural letteraria aveva preso il sopravvento. La voglia di esibire la carica alternativa diligentemente repressa in decenni di onesta militanza nelle organizzazioni di massa era assolutamente trasbordante. E la domanda successiva ne fu una impietosa testimonianza.

DST: Nel 68 si è sostenuto che bisognava portare l’immaginazione al potere. A trenta anni di distanza, ti pare ancora un tema attuale?

SB: Mi verrebbe da dire che l’immaginazione al potere è arrivata con il processo Sofri. E’ Marino che l’ha portata al potere immaginando tutte quelle bugie che ha detto.
Se immaginazione al potere vuole dire immaginare di prendere il potere, e magari rifare le stesse cose, gli stessi errori, con le stesse retoriche, le stesse architetture che hanno fatto quelli di prima, non mi pare abbia molto senso.
Il verbo dell’immaginazione non è nè devo nè voglio, ma posso. Se posso, posso immaginare che esistono anche altre soluzioni, che esistono cose migliori. Solo dopo mi scontrerò con la realtà, sapendo che dovrò assolutamente accettarne il peso, l’inerzia. Non si tratta dunque di continuare a sognare ma di combattere dentro la realtà. Immaginazione al potere non vuol dire pensare che preso il potere l’immaginazione diventi una specie di bacchetta magica ma piuttosto riuscire ad avere più potere senza far sì che esso ti tolga l’immaginazione, riuscire cioè ad andare al potere rimanendo immaginativi e continuando ad ascoltare tutto ciò che al potere si oppone.
Il punto è in qualche modo la capacità di riuscire a mantenere insieme le due parole: avere un potere culturale, cioè la capacità di parlare, di discutere, di avere strumenti forti come la televisione ma senza mai fare calare una parola ultima, mantenendo questa specie di verità penultima, questa immaginazione.
In questo senso il 68, con la sua grande critica al principio di autorità, è servito a tutti, a noi che ci abbiamo creduto e anche ai nostri avversari, anche se è stato descritto come una cosa completamente diversa, come una sorta di età dello sballo.
In realtà non è mai stato questo: era qualcosa che stava dentro la pratica politica anche se ha avuto il torto di non immaginare, di non pensare abbastanza all’Italia, alla Francia, alla Germania, e di cercarsi nel mondo degli esempi come la Cina ed altri paesi piuttosto fetenti.
Io credo comunque che l’immaginazione stia ancora lottando e che rispetto alla politica, che è il mondo della miseria dell’immaginazione, e all’informazione, che è la morte dell’immaginazione, permanga, in modo molto trasversale, per dirla con una parola che a me non piace molto, in ambiti e mestieri molto diversi.
Nei nostri seminari ci sono psichiatri, antropologi, insegnanti, e tutti stanno un po’ riprendendo questo discorso: è proprio vero che la politica è così misera come ce la propone la televisione? è proprio vero che nelle città si può vivere solo sparandosi addosso? è proprio vero che la televisione è ciò che divora la cultura? è proprio vero che la scrittura non esiste più? è proprio vero che Internet è l’unica possibilità di comunicazione del futuro?
In qualche modo l’idea è che forse esista qualcosa di meglio. E che soprattutto esista qualcosa di diverso dall’economia come solo metro di valutazione del benessere.
In realtà laddove si sposa pensiero ed immaginazione non esiste un pensiero puramente immaginativo. Credo che si potrebbe fare una lunga analisi su che cosa è la metafora, su che cosa è il raccontarsi, su che cosa è la bugia. E penso che parecchie persone che si illudono di essere razionali dovrebbero ammettere di essere in realtà dei sognatori in viaggio in uno strano mondo.
Così come mi sembra che qualcosa che negli ultimi anni è stato oppresso dalla miseria della politica stia riprendendo piede. E’ un’inquietudine presente in molti settori, non soltanto tra gli scrittori, ma tra gli insegnanti, che sono molto attivi, tra gli studenti, nel mondo scientifico (nei nostri seminari abbiamo moltissimi scienziati).
C’è molta più immaginazione in una teoria scientifica astronomica che nella politica e quindi gli scienziati sentono molto questo bisogno di definire nuove possibilità rispetto a quello che è il nostro rapporto con la vita e con il mondo in cui viviamo. Sono alcune delle cose che stanno venendo fuori. Che a volte vengono anche banalizzate. E che potrebbero rappresentare, io lo spero, la battaglia dei prossimi anni.

Gli occhi del povero poeta scrittore cominciavano a cercare, con fare discreto, le lancette dell’orologio. Ma ormai i due erano un fiume in piena.

DST: Torniamo alla comunicazione. Ci sarà secondo te prima o poi una lingua senza frontiere? Una lingua fatta magari di immagini più che di parole? Una lingua in grado di abbattere le barriere linguistiche tra i diversi paesi?

SB:
Il sogno di una lingua universale personalmente non ce l’ho. La differenza linguistica può essere una ricchezza perchè fa parte della varietà. Io parlo tre dialetti e questo mi ha aiutato molto nel mio lavoro. Il dialetto può diventare una trincea contro gli altri o può essere un simbolo della varietà della propria lingua, della volontà di non rinunciare alla propria lingua.
Il problema non è una lingua universale, ma il mettere molta immaginazione nella comunicazione. Quando parliamo con un bambino, che ha un codice diverso dal nostro, e ci sentiamo fare una domanda di quelle che fanno loro, cosmiche, su Dio, o sulla Morte, possiamo dare una risposta razionale, codificata, o dirgli non te lo dico perchè tu non capisci (è una risposta spietata, la peggiore che si possa dare), o ancora dargli una risposta debole del tipo Dio è sulla nuvoletta. In tutti questi casi dimostriamo di non avere fiducia né nella nostra immaginazione nè in quella del bambino.
Ma c’è un’altra possibilità. Possiamo, con il massimo del nostro linguaggio metaforico, sfruttare le nostre risorse e andare a fondo di quello che noi pensiamo sia Dio, comunicando con assoluta varietà le nostre idee o i nostri dubbi al bambino, che a sua volta ci risponderà.
Probabilmente, quando avremo trasferito questo metadialogo dal registratore non avrà i caratteri di logicità di una conversazione, però alla fine verrà fuori molta più verità di quanto un no razionale avrebbe comportato.
Lo stesso avviene se parliamo con una persona di un’altra cultura. Io sono riuscito a parlare con i Lapponi. Ho parlato con gesti, intonazioni, segni.
E’ quanto desiderio abbiamo di comunicare che fa la differenza.
Se si parte dal fatto che il proprio codice è l’unica lingua possibile si finisce come Cortes e non ci si accorge di avere di fronte una grande cultura.
Non ho simpatia per le lingue dell’accademia, specialistiche, per iniziati: la lingua dell’economa, della magistratura, della medicina, dei tormentoni della politica, l’inglese tecnico, per certi versi la stessa lingua di internet. Usare termini troppo specialistici mi pare risponda ad una specie di logica di setta. Non è un caso che questi linguaggi si attorciglino su sé stessi, diventino sempre più ostici: essi non sono funzionali alla discussione ma all’imposizione.
Mi pare che proprio a Napoli siate maestri nella comunicazione universale: riuscite a parlare con tutto il mondo perchè avete tutta una serie di modi espressivi, vari tipi di desiderio di comunicare. Se ci si chiude dietro la differenza linguistica non si parlano neanche un bolognese ed un modenese.
L’immaginazione ti fa pensare che con i bambini non si comunica solo attraverso le parole ma anche con i disegni, con il gioco, l’invenzione, i ruoli. Quando i bambini giocano inventano parole per definire le cose ma molto spesso, crescendo, questa capacità la perdono. Mio figlio inventa di continuo delle parole, è creativo: se troverà sulla sua strada un insegnante che si limiterà a dirgli “ma questo non è italiano”, avrà trovato chi credendo di avergli insegnato l’italiano gli avrà in realtà spento l’immaginazione (ovviamente dovrà spiegargli che quello non è italiano, ma dovrà farlo in maniera tale da rispettare ed incoraggiare la sua capacità immaginativa).
Più che immaginare una lingua universale mi piacerebbe che le lingue non dividessero. Credo sia una buona cosa che una persona sappia quattro o cinque lingue. Ma se non c’è una effettiva volontà di comunicare se ne possono conoscere anche dodici: non ci si farà capire da nessuno.

Il poeta scrittore cominciava a dare ormai chiari segni di insofferenza. Sconvolti dalla possibilità di un troppo rapido ritorno alle loro angosce quotidiane, i due strani tipi si cercarono per un attimo con gli occhi: sapevano di essere preparati e intendevano assolutamente evitare che le fatiche della sera prima, quella specie di terapia di gruppo che aveva coinvolto intere famiglie nella ricerca delle domande giuste, andassero perse. Decisero perciò di giocare il tutto per tutto, e formularono la domanda alla quale non si può non rispondere, mai.

DST: Perché i pescatori sono bugiardi?

SB:
L’informazione spettacolo non l’ha inventata Berlusconi. Da ragazzo la mia immaginazione si è nutrita di tante cose, di una varietà infinita di libri, di racconti. Sono nato in campagna, ho avuto questa fortuna, ed andavo ad ascoltare i racconti di pesca: lì ho capito come è bello raccontare, narrare, anche se era evidente che i racconti che ascoltavo erano pieni di bugie. Ma ai pescatori piaceva raccontare e intanto comunicavano tante informazioni sulla pesca, sulla natura, ed in questo modo insegnavano delle cose.
I pescatori sono dei bugiardi architettonici, hanno tutta una struttura della bugia.
Ho coniato apposta per loro questa famosa legge del coefficiente di retrodilatazione del pesce narrato: quando un racconto comincia il pesce è due metri, ogni minuto che passa il pesce si restringe di qualche centimetro ed alla fine si ottiene un pesce di un metro. A questo punto si divide per due e quella è la reale lunghezza del pesce.
È una metafora dell’immaginazione.

DST:
A Napoli c’è un detto che dice “Accorcia l’anguilla”

SB:
Esatto. E’ una metafora dell’immaginazione nel senso che non esiste il grande ed il piccolo: quello che tu vedi da piccolo è grande e quello che vedi da grande è piccolo. L’immaginazione non è gerarchica, io non ho fatto altro che ribaltare questa cosa qui.

Per un attimo, il poeta scrittore abbandonò la posizione modello “con mezza chiappa sto ancora seduto e con una e mezzo sono pronto a scattare” e sembrò quasi a proprio agio sul divano. L’errore gli fu fatale.

DST: Napoli è una città di mare. E i pescatori sono un pezzo importante della sua storia e della sua cultura. Possiamo dedurne che i napoletani sono dei gran bugiardi?

SB:
Nei miei libri parlo dei pescatori di fiume. Ma per la verità anche quelli di mare lo sono abbastanza. Ho degli amici sardi che sono dei professionisti. E sono anch’essi vittime del vapore che viene fuori, che si combina, con le branchie del pesce. E’ l’orgoglio della pesca. Se gli chiedi che cosa hanno preso ti rispondono 30 chili di aragoste, ma quando vai a vedere sono 15.
In realtà i pescatori sono dei bugiardi abbastanza innocui, quelli pericolosi sono altri. Sulla bugia mi piace ricordare un’altra cosa, che a me fa assai riflettere: gli unici che sembra non debbano dire bugie sono i bambini, e ciò la dice lunga sul fatto che la bugia è un fatto di autorità.
I bambini non possono dire bugie, devono dire la verità! Proprio nei confronti dei bambini che sono gli unici che hanno un idea così fluttuante dell’autorità ed avrebbero tutto il diritto di raccontare qualche balla, la bugia è sanzionata.
Poi quando sei grande… Previti, o Clinton. Da grande più che bugiardo sei definito un po’ furbo, un po’ astuto.
Quando la bugia è produttiva in qualche modo funziona: quello che ci spaventa nella bugia del bambino è l’idea che non ci dica la verità, che non riconosca la nostra autorità. E poi ci disturba perché smaschera la nostra ipocrisia, perché è un ritratto in piccolo delle nostre bugie.
È una cosa che da una parte è ipocrita e dall’altra rappresenta una precisa invenzione del pensiero razionale.

Era finalmente finita? Macché! Persona estremamente sensibile, il poeta scrittore comprese che i due strani tipi erano veramente strani. E, come spesso accade, non solo per colpa loro. Solo per questo non fece resistenza quando i due, in maniera del tutto unilaterale, decisero che c’era ancora lo spazio per due ultime telegrafiche domande.

DST: Ti sei riferito spesso ai seminari che tieni a Bologna. Ci puoi spiegare un po’ meglio di cosa si tratta?

SB:
I seminari sono nati da alcuni discorsi di persone, psichiatri, antropologi, filosofi, che non hanno voluto arrendersi alla miseria del dibattito, alla poca libertà di discutere, agli scenari già dati, all’idea che bisogna necessariamente seguire gli orientamenti maggioritari, che tutto ciò che nasce e si sviluppa nell’ambito della psichiatria, dell’antropologia, o della filosofia, sia non produttivo, utopico.
In realtà ci proponiamo di capire se ci sono delle possibilità, se è possibile avere una reazione positiva nei confronti della complessità, che quasi tutti vivono in modo depresso: ciò che è complesso per forza deve essere complicato, depressivo e si può affrontarlo solo tagliandolo, riducendolo, immiserendolo.
Nei nostri seminari abbiamo pensato di affrontarla questa complessità, di chiamarla varietà, di vedere cosa c’è di nuovo in giro e partendo da qui abbiamo cominciato a fare questi confronti sulla scrittura, sulla malattia mentale, sulla scienza e, quest’anno, sulla libertà. Il prossimo anno ne facciamo uno sul gioco. Affrontiamo insomma tutto ciò che è in relazione con la parola immaginario.

DST: Il tuo elogio dell’immaginazione non è un po’ anche un elogio delle identità?

SB:
Più che dell’identità, dell’unicità.
Nell’immaginazione ci sono due mostri. Uno è l’Aleph. Ognuno partecipa all’immaginazione di tutti, legge libri che altri hanno scritto, ed è bellissimo poter partecipare a dei racconti, a dei sogni, che appartengono a tutti. Questa è la socievolezza dell’immaginazione.
Poi c’è l’unicità, che non è separatezza e che vuole dire che se io ti chiedo qual’è il tuo Pinocchio, qual’è la tua Alice nel Paese delle meraviglie, qual’è il tuo Don Chisciotte, so che questo è diverso dal mio e che in quanto tale va rispettato.
Non abbiamo, nè dobbiamo avere tutti, come fa credere la televisione, le stesse tre o quattro figure in testa. L’unicità della propria immaginazione è assolutamente un diritto dovere perchè è qualcosa che ha che fare con la personalità, la capacità di scegliere, con l’autonomia come scelta culturale, che è come dire ciascuno di noi sceglie quali libri prendere, non se li fa raccontare da altri. E questo non coincide, tranne che in casi rari di dandismo, di snobismo, con una separatezza dagli altri. Anche perchè l’immaginazione o è nutrita dall’Aleph di tutti gli altri o si immiserisce.

la Costituzione é ‘na capata

2 giugno. Storia. Costituzione. Lavoro. Diritti. Democrazia. Libertà. Futuro.
La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.
È così bello, è così comodo! è vero? La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! […] Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica.
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica. […] In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie
”.
Il discorso, famosissimo, di Piero Calamandrei, è rivolto agli studenti milanesi. L’anno è il 1955. Ogni volta che lo rileggo penso “come vorrei che ci fossero ancora uomini capaci di dire parole così belle”. Ogni volta mi dico che non basta. Che la necessità di meritarsela, giorno dopo giorno, la nostra Costituzione e la nostra democrazia, è sempre attuale. Quest’anno ho deciso di dirlo ancora più forte. E mi farebbe davvero piacere dirlo assieme a voi. Come si fa lo sapete.

Rigore è quando arbitro fischia

Si lo so che discutere con le giovani generazioni è sempre una bella esperienza, ma vi assicuro che le iniziative di inizio mese tra Messina e Gioiosa Marea con Guglielmo Sidoti (Consulta Provinciale degli Studenti di Messina) e Teodoro Lamonica (Associazione Un’Altra Storia) sono state particolarmente belle. Vi state chiedendo perché? Presto detto. Per il tema, la legalità come bene pubblico, come rispetto delle regole. Per la partecipazione, numerosa, consapevole, attiva. Per i “pubblici” differenti, ragazze e ragazzi di 15-18 anni a Messina e di 11-13 anni a Gioiosa Marea. Per l’impegno a trovare e usare le parole giuste, quelle che meglio potessero parlare alle loro teste e ai loro cuori.

Io è da un pò di anni che ho imparato che se vuoi parlare veramente con i ragazzi devi partire da loro, da ciò che per loro è importante, da ciò che per loro vale. Per la verità non vale solo con i ragazzi, diciamo che con loro vale di più.  Fatto il primo passo, poi il secondo, quello che porta loro a provare interesse per quello che dici tu, viene molto più facile.

Dite che non si capisce? Allora vi faccio un esempio. In questo periodo all’Università siamo alla prese con Weick e il suo magnifico volume, Senso e significato nell’organizzazione. Ad un certo punto l’Autore fa dire ad uno dei suoi personaggi, l’arbitro, che le regole del gioco “non sono nulla sino a che io non le chiamo”. Mi è venuto in mente Boskov, l’allenatore della Sampdoria di Mancini e Vialli, quella della scudetto, e il suo: “Rigore è quando arbitro fischia”.

Non ci crederete, ma l’idea che le regole esistono solo se qualcuno le chiama ha funzionato alla grande; anche le ragazze e i ragazzi più piccoli hanno capito benissimo che quello che nella partita di calcio fa l’arbitro nella vita di tutti i giorni lo dobbiamo fare noi cittadini.

Proprio così, non basta che a chiamare le regole siano le istituzioni, i magistrati, i poliziotti. Occorre che tutti noi, ogni volta che vediamo una regola infranta, un diritto calpestato, reclamiamo il suo rispetto, insomma la chiamiamo.

Sì, perché come sottolinea Varchetta nella prefazione a Weick, il punto non è la posizione di “potere” dell’arbitro, ma quella di “responsabilità nei confronti di una realtà che ha contribuito a creare e di cui può e deve rispondere. Sono infatti le nostre azioni che fanno la differenza”.

Altro che arbitro.  Funziona ancora meglio nel caso dei cittadini.

Enakapata di Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Draft 27 maggio 2010

1. Tecnologie dit un monde
Tecnologie che riarredono il mondo
Sindrome di Proust
Partizione tra certezza e incertezza

2. Citarsi Addosso
Richard Sennett: Un racconto non è solo un semplice susseguirsi di eventi, ma dà forma al trascorrere del tempo, indica cause, segnala conseguenze possibili.

Karl Weick: Le storie aiutano la comprensione, perché integrano quello che si sa di un evento con quello che è ipotizzato […]; suggeriscono un ordine causale tra eventi che in origine sono percepiti come non interconnessi […]; consentono di parlare di cose assenti e di connetterle con cose presenti a vantaggio del significato […]; sono mnemotecniche che permettono di ricostruire eventi complessi precedenti […]; possono guidare l’azione prima che siano formulate delle routine e possono arricchire le routine quando sono state formulate […]; consentono di costruire un database dell’esperienza da cui è possibile inferire come vanno le cose.

Barry Lopez: Le storie che raccontiamo alla fine si prendono cura di noi. Se ti arrivano delle storie, abbine cura. E impara a regalarle dove ce n’è bisogno. A volte una persona per sopravvivere ha bisogno di una storia più ancora che di cibo. Ecco perché inseriamo queste storie nella memoria gli uni degli altri. E’ il nostro modo di prenderci cura di noi stessi.

3. Le storie
Domenico R.
Milena A.
Valeria G.
Rosanella T.
Piero C.
Fabio M.
Renato D.

4. Dare Valore
Futuro: L’importanza di potersi riconoscere con gli altri sul lungo termine

Lavoro: L’impegno “a prescindere”, il gusto di fare le cose per bene perché è cosi che si fa, l’idea del lavoro come bisogno in sé, come valore, come parte fondamentale delle attività attraverso cui le persone danno senso e significato alle loro vite, soddisfano le loro aspettative di futuro, costruiscono gli orizzonti nei quali coltivano la stima di sé, la dignità, l’autonomia sul piano individuale e su quello sociale.

Rispetto: Sviluppare i saperi e il saper fare che produce rispetto di sé.

Merito: Qualificare il sistema educativo, dare valore al merito, organizzare il talento, sviluppare la capacità di competizione colalborazione, garantire a ciascuno uguali opportunità nell’espressione e nella valorizzazione del proprio talento per tutto l’arco della vita.

5. Social Network del Merito
È l’eccellenza che si fa normalità a fare sistema

6. Questioni di frame
Se le persone definiscono le situazioni come reali, queste avranno conseguenze reali.
Comportati come una persona felice e la felicità arriverà.
Persone e Ambiente.
Enactment.
Centimetro dopo centimetro.

7. Questione Risorse
Risorse finanziarie: In Giappone viene destinato alla ricerca il 3,6 per cento del Pil. L’80 per cento delle risorse provengono dal settore privato, il 63 dall’industria.
In Europa gli investimenti in ricerca e sviluppo rappresentano in media il 2 per cento del Pil, il settore privato contribuisce per una percentuale che si attesta intorno al 55.
In Italia tale percentuale è dell’1,1 per cento, il settore privato contribuisce per il 47,8 per cento.

Risorse relazionali: Salto di qualità nella capacità di cooperazione e di competizione internazionale e nella possibilità capacità di internazionalizzazione del sistema economico, delle strutture di ricerca, delle aziende.
Questioni di innovazione sociale, di percezione pubblica, di ecosistema normativo, di misure fiscali, di trasferimento tecnologico, di proprietà intellettuale, altrettanti fattori portanti per società che intendono essere e non solo definirsi knowledge based.

Risorse organizzative: Quelle necessarie, ad esempio, a sviluppare le capacità di coordinamento delle diverse attività nazionali da parte dell’Unione Europea. E a perseguire strategie di tipo win win (Cina and Africa)

8. Università e imprese
Negli altri paesi l’università rappresenta il punto più alto del processo di emancipazione delle persone, fa sì che il giovane che si laurea si ritrovi al massimo del suo percorso di emancipazione personale, quindi del suo senso di responsabilità; se diventerà o meno un membro della classe dirigente è un altro discorso, ma il riconoscimento sociale dell’università in quanto istituzione è unanime, indiscusso.
Nella società italiana questa percezione positiva non c’è più. In quanto istituzione, l’università italiana versa in uno stato di persistente anomia.
Non mancano certo i docenti di buon livello, che fanno ricerca e didattica, gestiscono migliaia di studenti, ma la condanna a cercare all’estero opportunità che qui non ci sono è uno dei grandi capitoli della questione.
I giovani ricercatori che decidono di lavorare in maniera consapevole nell’università non si ritrovano in uno dei luoghi di eccellenza del riconoscimento sociale ma in uno dei luoghi riconosciuti del precariato. Cosicché molti di quelli più bravi, a ogni livello, se ne vanno, si inverte la scala dei valori, si esce dal circuito internazionale: perché rimanere o, ancor più, venire in un sistema che non ti elegge, non ti abitua all’indipendenza scientifica, non ti consente l’indipendenza personale?

Occorre fare in modo che il sistema universitario recuperi la propria vocazione di istituzione che fornisce agli studenti gli strumenti cognitivi e metodologici, la cassetta degli attrezzi, necessari per intervenire e interagire in una molteplicità di contesti con autonomia e spirito critico. Istituendo ambienti organizzativi in grado di valorizzare le specifiche vocazioni e competenze delle università, delle strutture e degli enti di ricerca, delle imprese. Accentuando fortemente le possibilità – capacità di interazione tra i diversi sistemi. In un contesto, ancora una volta, di tipo win win.

Impossibile? Niente affatto. Come mi ha spiegato Akira Tonomura, l’uomo che Sua Maestà l’Imperatore del Giappone ha dichiarato National Tresure per meriti scientifici.
Riferendosi al Simple Quantum Dynamic Research Group, la struttura che dirige, Tonomura focalizza la propria attenzione proprio intorno ai punti di connessione tra l’università, la ricerca e l’industria in Giappone, con particolare riferimento, com’è ovvio, ai rapporti tra Hitachi e RIKEN. Racconta che il Sqdrg è strutturato in 4 team: il Quantum Phenomena Observation Technology Laboratory, che egli stesso dirige, allocato alla Hitachi; il Digital Materials Laboratory, diretto da Franco Nori, al RIKEN; il Macroscopic Quantum Coherence Laboratory, diretto da Jaw-Shen Tsai, alla Nec; il Quantum Nano-Scale Magnetics Laboratory, diretto da Yoshichika Otani, a metà tra RIKEN e Università di Tokio.
A dirigere i diversi team sono dunque ricercatori e scienziati che provengono da università giapponesi (Otani), dall’industria (Tonomura e Tsai), da università straniere (Nori). Il passo successivo è per Tonomura persino inevitabile: integrazione, cooperazione, internazionalizzazione sono le parole chiave per chi intende emergere nel mondo della scienza e delle tecnologie; a questi livelli una più alta capacità di interconnessione si traduce quasi sempre in un più elevato livello di competitività.
La Nec ha ad esempio tecnologie di altissimo livello, estremamente sofisticate e complesse di cui il Sqdrg ha un gran bisogno per i suoi studi e le sue ricerche, a partire da quelli condotti da Nori e Tsai; il RIKEN ha la metodologia e i cervelli, sa come si fa ricerca. Le tecnologie, la metodologia e i cervelli sono per ragioni diverse e complementari assolutamente fondamentali per raggiungere gli obiettivi. Quelli della Nec e quelli del RIKEN. Di conseguenza, la combinazione tra questi diversi aspetti è di fondamentale importanza tanto per l’una quanto per l’altro .
Semplice. Anzi geniale. Come dimostra il secondo esempio di Tonomura, quello che si riferisce ai processi di integrazione tra Hitachi e RIKEN. Egli sottolinea che nella fisica moderna molte strutture fini e nanomondi sono intrinsecamente connessi, cosicché c’è sempre più bisogno di tecniche e metodologie di ricerca sperimentali. Ancora una volta, l’industria ha la tecnologia; ad esempio, nel caso dell’Hitachi, l’elettromicroscopio da un milione di volt , unico al mondo. Il RIKEN ha la metodologia e i cervelli. Chi riesce a connettere meglio tecnologia, metodologia e cervelli è destinato a raggiungere i risultati migliori, più importanti, nel tempo più breve.

Ce la possiamo cavare dicendo che i giapponesi sono diversi? Anche i Cinesi sono diversi. Ma i cinesi e i giapponesi con le loro diversità competano sui mercati mondiali. E poi ci sono gli Stati Uniti che sono organizzati in maniera diversa. E poi La Germania, la Francia e il Regno Unito. E l’Italia?

9. Talento e Organizzazione
Si può fare? Sì, Si può fare. A patto di adottare scelte concrete e coerenti. Valutando ancora una volta le disponibilità e le buone pratiche.
Ad esempio verificando quali università, quali dipartimenti, quali istituzioni culturali sono disponibili, essendo in condizione di farlo, ad adibire spazi fisici, bene di norma assai prezioso nelle istituzioni scientifiche, a questo scopo.
Definendo in maniera puntuale i profili, scegliendo, sulla base dei curricula, delle application, dei colloqui, i candidati migliori che, avendo superato selezioni competitive, saranno motivati, orientati al risultato, competitivi, in grado di attrarre finanziamenti e di stare sulla scena internazionale.
Troppo elementare? Niente affatto. È per questa via che il 30 per cento della struttura A potrà essere dedicata all’innovazione, che in questo 30 per cento, corrispondente a X metri quadrati, ci saranno Y ricercatori, in larga parte giovani, con le caratteristiche e i profili suddetti , che avranno un salario decente, un budget e dei colleghi con i quali a vario livello interagire e dovranno fare i conti con dei parametri di efficienza, un tempo entro il quale produrre risultati, dei sistemi condivisi di valutazione di tali risultati. È così che sarà possibile attivare programmi internazionali per mettere a disposizione di ricercatori e scienziati ambienti culturali di eccellenza.
Nelle università di tutto il mondo sono tanti i ricercatori che farebbero carte false per venire in Italia per un periodo della loro vita e questo creerebbe un motore naturale per il funzionamento delle istituzioni culturali, porterebbe diversità, innovazione, qualità.
Non basta il fatto, vero, che gli scienziati italiani riescono a farsi onore all’estero. La qualità va organizzata. I talenti vanno coltivati. Altrimenti non si fa sistema. Non si offrono opportunità. Non si promuovono i cervelli che si hanno in casa. Non si cercano quelli che vengono da fuori.
Vanno individuate istituzioni e persone di alta qualità disposte a lavorare duramente in questa direzione. A essere valutate esclusivamente alla luce dei risultati prodotti sulla base di indicatori di riconosciuto livello internazionale.
Sì, si può fare anche in Italia. Si fa già. Al Dulbecco Telethon Institute e all’Istituto Oncologico Europeo, solo per fare due dei possibili esempi. La scommessa è fare in modo che gli esempi diventino sistema. Una scommessa – come abbiamo visto – non facile da vincere. Ma è su questo terreno che si misura il futuro del Paese, che le nuove generazioni giudicheranno le attuali classi dirigenti.

10. Serendipity Lab
Si potrebbe concludere il nostro racconto con la definizione di un possibile, provvisorio elenco di priorità che sottolinei la necessità di:

Investire di più e meglio nella ricerca, definire le risorse e l’attività ordinaria, pianificare il reclutamento, migliorare la capacità di collaborazione e di networking a livello internazionale, attivare processi di collaborazione competizione;

Fare dell’Italia un paese attraente per chi fa ricerca, adottare scelte e definire strategie che puntino ad attrarre l’interesse degli investitori, favorire l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi;

Attivare call internazionali allo scopo di portare l’esperienza, il know how, le capabilities degli scienziati più bravi nel nostro paese e di metterle al servizio dei nostri giovani ricercatori, realizzare politiche finalizzate allo scambio di giovani ricercatori, attirare i migliori giovani ricercatori di ogni parte del mondo, quelli che vanno dove ci sono opportunità vere, realtà estremamente qualificate e organizzate, educatori in grado di aiutarli a crescere, a diventare autonomi;

Selezionare i luoghi e le strutture alle quali concretamente affidare la mission di innescare questi circuiti virtuosi, ampliare le opportunità per le istituzioni e le organizzazioni, università e imprese in primo luogo, che intendono dedicarsi all’innovazione.

L’idea è che è possibile se si sceglie di connettere la bellezza, l’intelligenza, la creatività, lo spirito di iniziativa, la capacità di innovazione, il talento, che c’è, con una diversa cultura e modalità di organizzazione e di gestione dell’università e della ricerca scientifica, per sviluppare ambienti socio cognitivi serendipitosi, per attivare processi virtuosi «per genio e per caso» e determinare, in un arco credibile di tempo di 10-15 anni, un nuovo rinascimento.

Naturalmente, anche solo la possibilità che ci siano tanti Serendipity Lab nel nostro futuro è strettamente correlata alla volontà delle istituzioni, delle università, delle parti sociali, di interpretarne la necessità, di accompagnarne la crescita favorendo la propensione a (ri)definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali chi fa ricerca opera, a incentivare la voglia di fare rete.

11. Azione e Trasformazione
Azione (orientato allo scopo, locale, immediata, di breve durata)
Trasformazione (globale, si compie nella durata)

Matteo Enakapata Arfanotti

Enakapata  di Matteo Arfanotti è in dirittura d’arrivo. Posso dire che sono emozionato? Di più, che non sto nella pelle? L’ho detto. Sì, Enakapata è un libro speciale. Naturalmente non nel senso che quello che abbiamo scritto io e Luca è speciale, se anche fosse io sono l’ultima persona che può dirlo. Enakapata è speciale per tutto quello che sta determinando. Gli acrostici, i tautogrammi, i quadri, i racconti, i rapporti digitali che diventano umani, le @micizie che diventano amicizie, la serendipity e tutto il resto. Scorrendo  le immagini, dalla più recente ai bozzetti iniziali, potete seguire l’evoluzione dello splendido lavoro di Matteo. Non so perché ma credo che anche per voi  è difficile stare nella pelle. Proprio come accade a me.

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Matteo Enakapata Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

SottolineaLotto

SottolineaLotto
SottolineaLotto

Una cosa così la poteva pensare solo il mitico Adriano Parracciani, sostanzialmente una lotteria per decidere chi vince un kit di monete.
Lui l’ha chiamata la lotteria modello Highlander, a me ha ricordato il tressette a perdere, perché ha messo in una scatolina i nomi dei partecipanti e vincerà quello che viene estratto per ultimo. I partecipanti sono Vavier Verdem, Lucio Tamburini, Angela Martinengo, Daniele Riva, Maria Paraggio, Francesco Iandelli, Vincenzo Moretti, Anna Iaccarino, Sara Antiglio.

Telecronaca:
Adriano Parracciani ha girato il panariello- scatolina.
Il primo sfortunato non vincitore ad essere estratto è Daniele Riva. Seguono Anna Iaccarino, Maria Paraggio, Francesco Iandelli, Vavier Verdem, Sara Antiglio, Angela Martinengo.
Rimangono Vincenzo Moretti e Lucio Tamburrini.
Ci sono Carmela Talamo e Maria Paraggio che fanno il tifo per me.
Adriano estrae l’ultimo bigliettino:
Vincenzo Moretti, dunque “The winner is Lucio Tamburini”.

Notizie Brutte: Nessuna.
Notizie Belle: L’esperimento ha segnalato dei limiti, ma nel complesso è più che riuscito, l’idea è assai simpatica, può avere un seguito, e Adriano è bravissimo nel ruolo di banditore.
Notizie Pazze: Su Sottolineato Enakapata è il libro più citato con 19 citazioni e io e Luca siamo al 4 posto tra gli autori più citati (non vi dico prima di chi veniamo perché altrimenti non ho più il coraggio di farmi vedere in giro).

Proposta: io lo chiamerei SottolineaLotto, che ne dici Adriano?

A Paolo e a Giovanni

Questo lo ha scritto Carmela su Facebook. E le cose che scrive lei mi piacciano un sacco perché non sono mai pre-fabbricate. Tra le tante bellissime meravigliose cose che si diranno e si scriveranno oggi per ricordare Falcone e Borsellino è difficile che qualcuno dica o scriva di plaffoniere. Per me questo fa la differenza, e in ogni caso mi piace. Mentre voi leggete io la vado ad avvisare.

di Carmela Talamo
Lo ricordo come fosse successo poche ore fa. Erano i giorni in cui si traslocava da Secondigliano a Somma Vesuviana, eravamo in macchina, i soliti noti, mio marito mia madre ed io. Si parlava di lampade, plaffoniere. Mamma voleva portarci in un negozio che aveva intravisto durante uno dei tanti tentativi di trovare il percorso più breve dalla vecchia casa alla nuova. L’atmosfera era serena e rilassata. All’improvviso la radio dà notizia dell’attentato. Silenzio. Nessuno aveva il coraggio di parlare. Ricordo che ho cominciato a piangere in silenzio, senza respiro, senza singhiozzi. Rivoli di lacrime mi bagnavano il viso. Era la rabbia ed il dolore ma, ahimè, anche la paura e la consapevolezza che sarebbe successo ancora.
Non ho mai pensato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come a degli eroi (eppure lo sono stati). Ho sempre pensato che fossero uomini che non avevano scelta, poichè la loro scelta l’avevano già fatta, ed erano rimasti coerenti ad essa per tutta la vita e a costo della vita stessa.

Una giornata particolare

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri  Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri a Cinzia per i suoi 45 anni. La regola vorrebbe che io porti il regalo e lei offra il pranzo ma temo che anche questa volta se voglio mangiare devo pagare io, a suo dire lei è prima una signora e poi una festeggiata e le signore che sopportano un maschilista esagerato come me come minimo non pagano. Dite che dovrei spiegarle che non sono un maschilista?, é una parola. Preferisco vivere.

Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Giarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Sì, sono diventato tifoso dell’Inter grazie a loro, e a una Coppa vinta 46 anni fa a Madrid con 2 gol di Sandro Mazzola. Sì, poi l’anno dopo a Milano abbiamo fatto il bis contro il Benfica sotto il diluvio con una rete di Jair, ma stasera, ancora al Santiago Bernabeu di Madrid, se, e sottolineo se, con annessi corni, scongiuri , ecc., le cose dovessero andare come dovrebbero andare, potrò finalmente sostituire la mia vecchia formazione con la nuova,  Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Chivu, Zanetti, Cambiasso, Eto´o, Sneijder, Pandev, Milito. Zitti, zitti, non dite niente, perché altrimenti …

Ancora stasera, dalle 22.00 trattabili (causa partita) al Marabù Club, via Toma 5, Napoli, Musica Blues-Rock-Soul anni ’60 – ’70 con Federica Morra,  voce, Alessia di Filippo, voce, Luca Moretti, basso, Andrea di Filippo, chitarra, Peppe Del Vecchio, batteria. Insieme fanno i Motor Sound e vi assicuro che è davvero un piacere ascoltarli (soprattutto se l’Inter …., zitti, zitti, non dite niente, perché altrimenti …).

Il post lo volevo intitolare “ma proprio tutto oggi doveva capitare”, poi non so perché m’è venuto in mente Ettore Scola. Una giornata particolare. Speriamo. Voi intanto zitti, zitti, non dite niente, perché altrimenti ….

Puzza di “nero”? Ti mando in prima classe…

Rosa Parks
Rosa Parks

Pubblicato ieri sera da Viviana su Facebook. Senza dirglielo (nel senso che lo faccio tra un pò, appena la “acchiappo” via web) ho deciso di pubblicarlo anche qui. La speranza è che parlare possa aiutare a prevenire e a guarire. Che l’indignignazione sia con voi.

di Viviana Graniero
E’ accaduto sotto i miei occhi, martedì mattina sul treno in partenza da Napoli, destinazione Roma Termini. Da qualche scompartimento vicino al mio (di seconda classe), poco prima della partenza, si sentivano urla e imprecazioni. All’inizio non era chiara la faccenda, poi, purtroppo, lo è stata fin troppo: un ragazzo napoletano si “lamentava” del fatto che il suo posto non era “praticabile” perché “puzzava di nero”. Ovviamente seguivano imprecazioni e offese contro i ragazzi extracomunitari presenti nel suo scompartimento (che avevano regolare biglietto valido fino a Roma!).

Morale della favola, quando è arrivato lo staff di Trenitalia, invece di buttare fuori a calci questo deficiente razzista, hanno controllato e ricontrollato i biglietti degli extracomunitari (dando loro del TU, mentre continuavano a dare del LEI al cretino) e infine, non potendo far niente per buttarli fuori hanno pensato bene di offrire la prima classe al “gentile signore” per il disturbo arrecato…
evviva l’Italia!

Rispetto

Il tema è il rispetto, il senso di sé, la soddisfazione che viene dall’appartenenza al mondo del lavoro, del sapere, del saper fare come alternativa al rispetto, al senso di sé, alla soddisfazione che viene dall’appartenenza alle cosche mafiose, dalla violenza, dalla sopraffazione.

Facciamo che tu debba scriverci un libro. Come lo scriveresti? Quale punto di vista sceglieresti? Che storie racconteresti? Come lo svilupperesti?

Deborah Capasso de Angelis says

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Ho letto di emozioni, di sensazioni, di domande, di risposte, di ansia, di paura, di senso d’inadeguatezza, di gioia, di nostalgia, di soddisfazioni, di stupore, di amore, di ricordi, di volti, di luoghi sconosciuti, di luoghi noti, di notti insonni, di cose non dette, di cose non fatte, di cibo buono, di sapori amari, di dolci, cappuccini, letti stretti e corti, di scienza, di lavoro duro, di tecnologia, di scoperte sensazionali, di belle persone, di cervelli sublimi, di un giovane musicista, della sua chitarra, di fiori di ciliegio, di inchini, di treni puntuali, di novità, di risate, di qualche lacrimuccia.
Ho letto di uomini che non saranno mai caporali, di gente fantastica.
Adesso leggo il mondo anche con queste parole e sono più ricca.
Ho letto Enakapata!

Per indi poi

Auguri papà

Ciao pà,
se fossi stato da queste parti oggi avresti compiuto 80 anni e invece se non fosse stato per quella tua foto con la dedica a mamma, riemersa per caso mentre cercavo un notes dove segnare qualche appunto, forse non me ne sarei neanche ricordato. O forse si, chissà.
Ci sono tante cose buffe in questa faccenda, ma quella più buffa di tutte è che io non credo che tu possa sentirmi, non credo che ci sia un’altra vita, non credo alla trasmigrazione delle anime, non credo, punto. Anzi, no, c’è una cosa più buffa ancora ed è che sei stato tu a farmi capire che non credo. Tu non lo puoi sapere, ma è stato  il giorno del tuo funerale, sono arrivato alle 7.00 e ti ho trovato adagiato, nudo, in attesa che ti vestissero e ti componessero nella bara, su una lastra di marmo nella camera mortuaria.
Pà, te lo giuro, ho desiderato con tutte le mie forze di poterti rivedere un giorno da qualche parte e di poterti dire, come dice Trinity a Neo (lascia perdere, è un film, che anche a me Luca me lo ha dovuto spiegare venti volte per farmelo capire bene) quanto ti ho amato e quanto sei stato importante per me, con quel tuo carattere assurdo, prepotente, generoso, premuroso, orgoglioso, gentile.
L’ho desiderato tanto che mi sono dovuto fermare perché mi sembrava di morire, ma niente, ho pensato è andato, non lo vedrò più,  ha finito il suo giro.
Lo so, se tu adesso fossi qua diresti, “ma allora tu mò che bbuò a me?”, niente,  non voglio niente, quello che mi hai dato mi basta per 10 vite, voglio solo dirti che nonostante tutto non mi sono rassegnato all’idea che, come diceva un altro Pascal, con la “c”, non con la “q”, “qualche palata di terra sulla testa, ed è finita per sempre”, e allora ho cominciato a raccontarti, nelle mie chiacchiere, nei miei blog, nei miei libri, ed è così che sei finito qui.
Il fatto è che qui ci sono altre persone incredibili, alcune le hai conosciute, come Carmela, l’amica di Nunzia, Irene e Valeria, le figlie di Emma, Flavia, la tua nipotina preferita, altre non ti hanno conosciuto, come Concetta, Daniele, Santina, Adriano, Viviana e tante/i altre/i, altri ancora neanche io li conosco, e tutte/i  hanno cominciato a giocare assieme a me e hanno reso questo gioco bellissimo e  per me indimenticabile.
L’altro giorno su Sottolineato del mio amico Adriano Parracciani ho scritto una frase del mio amico Salvatore Veca, “non deve mai essere come se tu o io non fossimo esistiti per niente”, pensavo a te, a tutto quello che ci hai lasciato, e ho voluto condividerlo con i miei amici. Si lo so che tu non avevi bisogno di tutto questo, che eri pieno di amici che ti volevano bene; ne avevo bisogno io, e sono contento, di più, felice, di averlo fatto.
Per indi poi, come dicevi tu, oggi io, Antonio, Gaetano, Nunzia  e un altro bel pò di belle persone brindiamo ai tuoi ottantanni. La bottiglia è quella che ho messo qui a fianco, ci ho messo anche la tua etichetta, così caso mai puoi prenderne un sorso anche tu, che se il vino non era quello che facevi tu neanche lo prendevi in considerazione. Sì papà, diciamolo, perché altrimenti qui sembra tutta una storia mielosa: tu tineve nà cazz ‘e capa tosta che neanche a martellate ti si faceva cambiare idea. Vogliamo dire di quando ti sei spaccato la testa sotto l’inferriata che stavi pitturando e ti sei disinfettato con l’acqua ragia perché bruciava? O dei mesi di luglio alle 2 di pomeriggio con 40 gradi e tu al sole con il motozappa? Meglio che mi fermo qui, altrimenti …. si scopre che io tengo ‘a capa tosta peggio ‘e te. Per fortuna che tu il blog non ce l’hai, ma nel caso ti dovesse venire voglia, ti suggerisco di chiamarlo così, “per indi poi”. Mi dà una proiezione verso il futuro che mi  piace.
Tanti auguri, papà.
Alla prossima.

Tanti auguri papà

La foto, baffo malandrino, sguardo sorridente, giacca rigorosamente listata a lutto per la morte  dei suoi genitori,  l’ho ritrovata mentre cercavo un notes dove scrivere qualche appunto per domani.  E’ poco più grande di una foto tessera, più o meno delle dimensioni che potete vedere qui a fianco.
Davanti, nel triangolo bianco, questa scritta:
T’amo – impassitamente – sono il tuo quore che sembre ti ama, indimendicabile amore – tesoro felicità eterna. Pasquale. T’amo.
Sul retro, la città, la data e il seguito:
Chiedi – 14 – 2- 952
Dona Cotesta fota alla mia più grande Amore che sempre mi sognio è mi vuol bene fino alla morte! Ed io sono il tuo Amore che ti voglio sempre bene è ti sognia ti penso ti Ama.
Moretti Pasquale
Baci – Baci – Baci – Baci.

Ho cominciato a ridere, poi a piangere, poi ancora a ridere, ma sempre di gioia. Ho pensato a Totò, ad Anna Magnani, ad Amedeo Nazzari. Ho pensato la pubblico, è troppo bella, la foto con la dedica di papà a mamma. Ho pensato no, non si capisce, e poi magari chi la legge ride, e a me mi dispiace. Ho pensato ma sì, è l’amore di un uomo per la sua fidanzata,  che fa che Chieti diventa Chiedi, che gli accenti sembrano buttati dall’alto con l’elicottero, che la grammatica …., magari avviso tutti che non devono ridere. Ho pensato ma no, e che fa che ridono, in fondo hanno ragione, sto ridendo come un pazzo pure io. Ho pensato ma sì, se  papà fosse vivo domenica prossima compirebbe 80 anni, saremmo tutti attorno a lui, a dirgli quanto gli vogliamo bene. Ho pensat ma si, si, tanti auguri papà, vuol dire che domenica ti festeggeremo lo stesso. Magari faremo un brindisi. Ma sì, sì, perché magari.  Faccio proprio così.  Compro lo spumante, riempio i calici e ti ricordo come quella volta su La casa dei diritti:

A mio padre
al suo amore esagerato,
alla sua cura per l’amicizia,
al suo disprezzo per il denaro.

Sì, faccio proprio così.
Tanti auguri papà.

Laozi, Socrate, Zhuangzi

Laozi
Sapere di non sapere è la conoscenza suprema.
Non sapere credendo di sapere è la malattia.
Riconoscere la malattia come malattia,
questo è non essere malato.
Il saggio riconosce la malattia come malattia,
per questo non è malato.

Socrate
So perché so di non sapere

Zhuangzi
La conoscenza degli uomini dei tempi antichi raggiungeva il culmine ultimo. Qual’era il culmine ultimo della conoscenza? Riconoscevano che non esiste altro che il nulla. Quello in verità è il limite ultimo oltre il quale non si può andare. Poi c’erano quelli che ritenevan che le cose esistessero, ma non riconoscevano alcun confine fra di esse. Poi c’erano quelli che ritenevano ci fossero dei confini fra le cose, ma non riconoscevano nulla come giusto o sbagliato. Quando infine apparve la distinzione di giusto e sbagliato, il Dao perse la sua integrità. E quando il Dao perse la sua integrità, apparvero le preferenze personali.

Santina Verta, again

enakapata3Questo incontro”per caso” e “per fortuna” con Vincenzo e Luca Moretti mi conduce a scoprire concetti scientifici “serendipitosi” in un -viaggio- condito di concreta competenza e un pizzico di amarezza per quello che potrebbe essere la ricerca in Italia.. nello stesso tempo mi inebria del colore della nostalgia della meraviglia dei ciliegi in fiore fra templi e perfetta sincronia tecnologica. Mi arriva la percezione di suoni antichi e nuovi e ..gli incontri con persone che scandiscono il rinnovamento con modalità ritmate dal tempo delle regole condivise, danno speranza di futuro. Tutto il viaggio-diario è attraversato da un duetto padre-figlio esilarante e tenerissimo. Potrei mettere come colonna sonora…-ti invito al viaggio, in questo paese che ti somiglia tanto..( Battiato) mentre Pessoa direbbe:-“Un uomo, se possiede la vera sapienza, può godere l’intero spettacolo del mondo seduto su una sedia, senza saper leggere, senza parlare con nessuno, soltanto con l’uso dei sensi e il fatto che l’anima non sappia essere triste”.

La natura del sensemaking

Segnalazione dei casi sospetti di Battered Child Syndrome (BCS) e Sensemaking:
Primo, c’è qualcuno che rivela qualche cosa, entro un flusso continuo di eventi, qualche cosa che ha la forma di una sopresa, di un insieme di nformazioni discrepanti, qualche cosa che non quadra.
Secondo, le informazioni discrepanti sono individuate quando qualcuno riesamina l’esperienza passata. L’atto di osservazione è retrospettivo.
Terzo, vengono formulate ipotesi plausibili (per esempio, i genitori non comprendono la gravità delle lesioni) per spiegare le informazioni e la loro relativa singolarità.
Quarto, la persona che formula le ipotesi le pubblica in un articolo che compare su una rivista e che entra così a far parte del sapere condiviso della comunità medica divenendo disponibile per altri. Questa persona ha creato così un ogetto che non era “fuori” fin dall’inizio, ma che ora è “dentro” e può essere osservato.
Quinto, le ipotesi non generano immediatamente una gusta attenzione diffusa poiché, come notava Westrum, le osservazioni erano nate presso i radiologi, che hanno contatti sociali poco frequenti con i pediatri e con le famiglie dei bambini. Tali contatti sono cruciali nella costruzione e nella percezione di problemi.
Infine, sesto, questo esempio riguarda il sensemaking perché implica aspetti relativi all’identità e alla reputazione. (2).

Gli esperti sovrastimano la probabilità circa il fatto che, se il fenomeno fosse reale, loro ne sarebbero certamente a conoscenza. Westrum definisce ciò “fallacia della centralità: dato che io non conosco questo evento, esso non può esistere” (2).

Quanto più una tecnologia è ritenuta avanzata, tanto più è probabile che le persone non diano credito a quello che non proviene da essa. A causa della fallacia della centralità, migliore è il sistema di informazione, minore è la sua sensibilità agli eventi insoliti (3).

Per Starbuck e Milliken il sensemaking comporta un collocare gli stimoli entro una cornice (4).

Thomas, Clarck e Gioia descrivono il sensemaking come “l’interazione reciproca tra la ricerca d’informazioni, l’atribuzione di significati e l’azione” (5).

Varchetta, introduzione a Weick

Nel teatro narrativo di Weick, un suo personaggio, l’arbitro, sottolinea, riferendosi alle regole del gioco, che “non sono nulla sino a che io non le chiamo”. Così dicendo non indica una sua posizione di potere, quanto una sua posizione di responsabilità nei confronti di una realtà che ha contribuito a creare e di cui può/deve rispondere. Sono infatti le nostre azioni che fanno la differenza (xii).

Le persone istituiscono i loro ambienti nel senso che “costruiscono, resistemano, individuano e demoliscono molti aspetti oggettivi dell’ambiente che li circonda […] inseriscono tracce di ordine e letteralmente creano le loro limitazioni”. In questa prospettiva egli ci invita a pensare all’organizzazione come realtà condizionabile e all’idea di fondo che appartiene al grande movimento della seconda cibernetica, idea per la quale in qualche modo il possibile nell’esperienza organizzativa preceda il reale (xii).

Weick indica nell’ambiguità connessa all’esperienza organizzativa contemporanea il passaggio dalla verità al senso della verità, come cioé l’organizzazione si origini solo come risultato di processi conversazionali e di apprendimento reciproco dei soggetti umani […]. In questo senso, ammonisce Weick, non ci sono organizzazioni vere, ma gruppi di donne e uomini che si sono incontrati e conversando sono stati capaci di mettere e tenere assieme, sulla base di un incontro vero, un loro linguaggio vero (xii-xiii).

L’ambiguità non è un accessorio dell’organizzazione, da trattare come spurio ed eventuale, ma è una proprietà emergente dell’organizzazione: l’organizzazione nasce dove l’ambiguità si esprime (xiii-xiv).

Siamo costruttori di senso perché letteralmente “sentiamo il mondo” e costruiamo significati perché ci accoppiamo strutturalmente con i segni del mondo mediante il processo di simbolizzazione (xv).

Il sensemaking, secondo Weick, è l’area di intersoggettività relazionale prodotta dal continuo oscillare e trascorrere da una zona “asemantica” di indeterminatezza, a una zona – attraverso l’ambiguità dell’azione- di riflessività scambievole, nella quale si producono significati e si esprimono immagini e concetti, che contribuiscono a creare l’in-comune (xv).

Nel sensemaking proposto da Weick v’è tutta ancora l’ambiguità dell’agire umano, capace di accogliere sia l’oggettività simbolica del significato, che la non oggettività diffusiva del senso […] (xv).

L’organizzazione appare un territorio di contatto e di movimento continuo, nel quale gli incontri avvengono come condizione di integrazione e nel quale la precarietà e l’incompletezza sono garanzia di un processo emergente e ricorsivo, senza il quale l’organizzazione stessa non può apprendere e cambiare (xvi).

“Intraprendere un processo di sensemaking significa costruire, filtrare, incorniciare, creare la fattualità e trasformare il soggettivo in qualcosa di più tangibile; la relatà dell’organizzazione appare in ogni caso come una realizzazione continua che si struttura tutte le volte che gli attori umani danno senso retrospettivamente alle situazioni in cui si trovano e alle loro creazioni” (xvi).

Weick sostiene che l’arricchimento della nostra esperienza personale – e in questa colloca anche quella organizzativa – dipenderà in sensibile misura dalle parole scelte e utilizzate per uncinare tale esperienza (xix).

Musil: “Il significato riunisce in sé la verità che possiamo riconoscere in esso con le qualità del sentimento che hanno la nostra fiducia, per giungere a qualcosa di nuovo, a una comprensione, ma anche a una decisione, a un persistere sempre rinvigorito, a qualcosa che ha un contenuto psichico e spirituale e ‘pretende’ da noi e da altri un comportamento” (xxi).

Secondo Weick “il concetto di sensemaking è importante […] perché sottolinea l’invenzione che precede l’interpretazione; […] parlare di sensemaking significa parlare della realtà come una realizzazione continua che prende forma quando le persone danno senso retrospettivamente alle situazioni in cui si trovano e alle loro creazioni” (xxi).

Tic tac tic, tac tic tac. E siamo a 100. Grazie a Giovanni

enakapata3Tic, tac, tic, dalla finestrella di Facebook appare il nome Maria Paraggio e la scritta “Buonasera prof., Giovanni ha finito di leggere Enakapata. Se le fa piacere, gliene vuole parlare”.

Tac, tic, tac, “mi fa piacere?, certo che mi fa piacere, mi fa piacere un sacco, e poi Giovanni sarà il 100 lettore che lascia una recensione, un messaggio, un commento, bisognerà fargli un regalo”.

Tic, tac, tic, “buonasera professore sono Giovanni Salomone”.

Tac, tic, tac, “ciao Giovanni, chiamami pure vincenzo,  tanto qui non stiamo all’università”.

Tic, tac, tic, “vabbè, ma sempre professore siete !!!”.

Sorrido, rido, schiatto, tac, tic, tac, “per la verità non sono professore, sono Vincenzo, ma ne riparliamo tra qualche anno. A proposito Giovanni, quanti anni hai?”.

Tic, tac, tic, “13, ma il 1° luglio ne compio 14”.

Tac, tic tac, “allora ti è piaciuto il libro?”.

Tic, tac, tic, “si molto”.

Non avevo finito il tac, tic, tac precedente che già pensavo Vicié, e se glielo chiedi così cosa ti deve dire questo ragazzo?, quando tic, tac, tic, Giovanni aggiunge “anche perchè in fondo andare in Giappone è il mio sogno”.

Tac, tic, tac, “azz, bellissimo, perché è il tuo sogno?”.

Tic, tac, tic, “amo molto la cultura giapponese, leggo i loro fumetti e faccio anche un corso per imparare a disegnare i manga. Poi seguo la maggior parte degli anime giapponesi e quasi tutti i videogiochi li prendo giapponesi. Poi i giapponesi sono educati, gentili, rispettosi delle regole. E di questo ne ho avuto conferma nel vostro libro. E poi mi piace il fatto che sono diversi da noi, che hanno altri interessi che non entrano per niente nella nostra concezione. Mi riferisco, per esempio, al fatto che in Italia il disegno è una passione legata più all’arte vera e propria mentre in Giappone il disegno è comunicazione e divertimento oltre ad essere arte”.

Tac, tic, tac, “come conosci tutte queste cose del Giappone?”.

Tic, tac, tic, “beh, direi che so molto poco e quel poco che so l’ho imparato leggendo”.

Ri-azz, già è arrivato a Socrate?, boh, tac, tic, tac, “leggendo cosa?”.

Tic, tac, tic, “manga, libri in generale (Ichiguchi Keiko è molto brava, descrive in maniera compiuta la loro cultura. Ho imparato molto anche leggendo il vostro libro. A proposito, ma poi vostro figlio lo sta suonando il basso comprato a Tokyo??”.

Tac, tic, tac “si, si”.

Tic, tac, tic, “chissà che bello !!!!, io invece suono la chitarra”.

Tac, tic, tac “sei bravo?”.

Tic, tac, tic, “ho iniziato da poco ma l’insegnante dice che me la cavo”.

Tac, tic, tac “ti piace?”.

Tic, tac, tic “si, tantissimo, anche se il mio obiettivo è suonare la chitarra elettrica”.

Tac, tic, tac “lo credo bene, magari una bella Fender Stratocaster come quella di Eric Clapton”.

Tic, tac, tic, “beh non esageriamo”.

Tac, tic, tac, “esageriamo esageriamo. A proposito di esagerazione, conosci Made in Japan dei Deep Purple?”.

Tic, tac, tic, “no”.

Tac, tic, tac, “la prossima volta che incrocia tua mamma te lo faccio avere. È un disco esagerato. E se non esageri alla tua età quando esageri?”.

Sufficienza della sufficienza [46]

Quando il mondo ha il Dao,
rinuncia ad andare a cavallo
e dei cavalli usa il concime.

Quando il mondo non ha il Dao,
cavalli da guerra vengono allenati nei sobborghi.

Non c’è calamità più grande
del non conoscere la sufficienza.

Non c’è disgrazia più grande
del desiderio di acquisire.

Perciò colui che sa la sufficienza della sufficienza
ha sempre a sufficienza.

from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Primo Maggio 2010

Fino a qualche minuto fa questo post l’avrei intitolato “una storia sbagliata”.
Oggi, Primo maggio 2010, ho lavorato quasi tutta la giornata, ho litigato con un pò di persone a cui voglio molto bene, mi è tornato il mal di pancia di cui davvero non sentivo la mancanza, la Roma ha vinto a Parma.
Ma come vi ho raccontato altre volte sono un tipo molto fortunato e così mi sono venuti in mente Sottolineato, i libri, le citazioni e ho cominciato a pensare  a cosa scrivere.
Ho cominciato con un vecchio detto che sentivo spesso da don Pasquale, mi è sembrato un buon modo per ricordare papà, don Pasquale, e per prendermi in giro, così l’ho scritto, eccolo:
‘A carne fa carne, ‘o vvino fa sang, e ‘a fatica fa jettà ‘o sang.
Poi ho continuato con due citazioni dall’Uomo artigiano di Sennett.
Questa:
Il bravo maestro impartisce spiegazioni soddisfacenti; il grande maestro (quale era Hanna Arendt) turba, trasmette inquietudine, invita a obiezioni.
E questa:
Dunque, secondo Hannah Arendt, noi esseri umani viviamo in due dimensioni. Nell’una, fabbrichiamo cose; in questa condizione siamo amorali, immersi nel compito da eseguire. Ma alberghiamo in noi anche un’altra modalità di vita, più elevata, nella quale cessiamo di produrre e cominciamo a discutere a a giudicare, tutti assieme. Laddove l’animal laborans si fissa sulla domanda: “Come?”, l’homo faber chiede:”Perché?”.
Poi mi sono detto che le due citazioni potevano essere di quelle da discutere su Enakapata. Poi ho cambiata idea. Poi la mitica Lucia Rosas ha scritto una nota, l’ha intitolata Sennett, ha scritto “rubata e … dubbio: chi vive tra reale e web?”.
Dunque eccomi qua. La pancia mi fa male ancora. Ma il titolo del post è Primo Maggio 2010. Grazie a Adriano Parraciani e al suo Sottolineato, grazie a tutti quelli che ci scrivono, grazie a Lucia Rosas, grazie a tutti quelli che decideranno anche questa volta di interagire e a tutti quelli che invece no. La chiamano social networking, a me certe volte mi fa risparmiare i soldi per lo psicologo. Adesso vi lascio. Ho ancora due cose da finire.

Ma sì, pà, si campa anche di soddisfazioni

Me lo dà il permesso di pubblicare questi suoi pensieri su Enakapata?
Sì, lo ammetto, ad un certo punto glielo ho chiesto proprio così. Dite che detto così non si capisce niente? Va bene, allora provo a ricominciare dal principio.
Nella fattispecie il principio è il Serendipity Event del 21 marzo scorso organizzato dalla premiata ditta Bespoke & Enakapata. Tra le tante belle persone che mi sono state presentate da Antonio Gravina quella sera, con molte delle quali  nei giorni seguenti facciamo @micizia su Facebook, c’è Rosa Cennamo, che qualche settimana dopo mette sulla sua bacheca una citazione da Enakapata.
Che mi ha fatto piacere che ve lo dico a fare?, un pò è normale, un pò lo sapete già. Vi dico invece che abbiamo scambiato qualche chiacchiera via Facebook, i miei ringraziamenti, la sua gentilezza e poi basta. Anzi no. Poi ogni tanto frasi dal libro che ritornano sulla sua bacheca. Fino a stamattina. Quando su Facebook mi ha scritto:

E’ bellissimo il suo libro!!!, buongiorno Vincenzo, mi dispiace finirlo, lei mi fa felice tutte le mattine con questo suo diario stimolante. Sono napoletana e mi trovo da qualche anno a Firenze e quando nel libro incontro paragoni con la realtà di Napoli o le sue sensazioni nell’essere lontano da casa può capire l’effetto che scatena in me. E  poi tutte queste storie di personaggi importanti a livello scientifico riescono a portarmi lontano con la mente, verso  un  possibile futuro, grazie di cuore. Non so se ci fa caso, ma ogni tanto pubblico qualche frase del suo libro nel mio stato di Fb; dato che ho avuto il piacere di conoscerla personalmente mi capita, mentre  leggo il suo libro, di  leggerlo quasi come se parlassi dal vivo con lei.

Voi che avreste fatto? Io le ho detto che tutto questo mi fa un sacco di piacere e che aspetto la sua recensione appena ha finito di leggerlo. E poi ho aggiunto: Me lo dà il permesso di pubblicare questi suoi pensieri su Enakapata? Certamente – ha risposto-. Ed eccoci qua.
Ma sì, come ha detto Luca l’altro giorno parlando del suo lavoro, del quale è molto coonteno, ma sì, pà, in fondo si campa anche di soddisfazioni. Decisamente. Adesso però mettiamoci al lavoro.

Questo l’ha detto Concetta Tigano

enakapata3Bello.
Questo libro-diario mi è piaciuto!
Che fare “ricerca” fosse difficile lo sapevo, ma quello che succede in Giappone in questo campo è straordinario, mi sembra un mondo irraggiungibile.
Il racconto di questa avventura, scritto da Vincenzo e Luca, è istruttivo, coinvolgente, interessante, autoironico, a volte piacevolmente “comico”, insomma leggere “Enakapata” è puro piacere.
Conoscere l’autore di un romanzo può spiazzare, te lo immagini tutto diverso, ma conoscere l’autore di un libro autobiografico … aiuta a capire meglio, a me sembrava di sentire proprio la voce … di sentire il racconto … fantastico!!
Il legame che si intuisce tra padre e figlio è la cosa più vera e più tenera di tutto il libro.
Complimenti Vincenzo, sia come autore che come papà!!!!
E’ stata una lettura gradevolissima!!!!

Fare il napoletano stanca

enakapata3Sabato 24 aprile. Ore 6.10 a.m. Esco di casa diretto al bar Luciano per il quotidiano cornetto e caffè. Anche il sabato? Anche il sabato. Anche perché, da quando ho deciso di prendere un solo caffé al giorno, soffro di crisi di astinenza, nonostante abbia avuto cura di ridurre gradualmente la dose (da 6 o 7 caffé al giorno a 3 o 4 prima, da 3 o 4 a 1 poi). Il sabato è diverso perché non devo andare né a Fisciano, né a Roma e dunque sono in versione comoda e lite. Comoda perché non mi faccio la barba neanche se è già lunga di due giorni. Lite perché non ho com me lo zaino con il Mac. Perciò di solito scendo, mangio il cornetto, prendo il caffé, prendo la funicolare centrale, la prima corsa, quella delle 6.30, salgo al Vomero, faccio un giro, ritorno a casa a piedi per via Palizzi e mi metto a lavorare.
Sabato no. Perché alle 6.30 la funicolare era ancora chiusa. Alle 6.32 è sceso dall’autobus l’addetto di turno (che fortuna, ho pensato, e se l’autobus si fosse rotto o fosse passato più tardi?). Alle 6.35 si ferma la funicolare al Corso V.E. ma non apre le porte. A mia precisa richiesta il conducente mi dice che quella è la corsa di prova. Corsa di prova? Ma se è in ritardo rispetto alla prima corsa ufficiale? C’è stato un problema – è la risposta-. La funicolare che sale va, arriva quella che scende e si ferma. Qui ci sono molte persone a bordo. In salita era la corsa di prova e c’era il problema. In discesa no.  A Napoli abbiamo  inventato la funicolare con problema alternato.
Se state pensando “ma perché non dormi il sabato mattina invece di cercare rogne” vi dico subito che io non cerco niente. Che il mio giro per il Vomero me lo sono fatto così come la passeggiata per via Palizzi con vista su Capri, Posillipo, Sorrento. E aggiungo che ho aspettato anche qualche giorno per vedere se mi passava. Non mi è passata. Sarà perché lì con me c’era Ciro, che incrocio ogni  sabato e nell’occasione ho scoperto che lavora per le poste,  che era giustamente nero per il cazziatone che si sarebbe preso dal capo, più obbligo di recuperare alla fine della giornata il tempo perduto, per responsabilità certamente non sue.  Sarà per l’anziana insegnante che doveva arrivare a Casoria e che era preoccupata di arrivare in ritardo. Sarà perché sulla funicolare delle 6.45 c’erano almeno altre 15 persone nella prima delle tre carrozze, quella dove sono salito io, che stavano andando a lavorare e che in vario modo si lamentavano che la prima corsa della funicolare, in particolare al sabato, da tempo non era più puntuale.
È proprio vero. Fare il napoletano stanca. Hai voglia a provare a fare il giapponese. Ci vuole in Giappone. Ma pare proprio che non siamo capaci di meritarcelo.

p.s.
Il titolo me lo ha sparato in faccia un manifesto che annunciava il concerto  di Federico Salvatore al Teatro Delle Palme di Napoli il 29 aprile 2010. Non me lo sono lasciato scappare.

p.p.s.
per favore risparmiatevi la petizione, la protesta e compagnia cantante. Le persone che prendono la funicolare delle 6.30 il sabato per andare a lavorare non hanno tempo per queste cose. Si, sono stanche, hanno poca fiducia e tanta rassegnazione. Ma poi perché se la prima corsa della funicolare è prevista alle 6.30 bisogna fare una petizione perché la prima corsa della funicolare si faccia alle 6.30?

Il Piccolo Principe

Questa storia comincia alle 6.20 a.m. di una mattina di gennaio, o forse di febbraio, no gennaio, ma poi gennaio o febbraio cosa importa? Nel bar ci sono Luciano, il proprietario, alla cassa, la moglie, al banco dei cornetti, il mitico Gabriele, il barista, al proprio posto di combattimento, l’uomo sotto ai 40, anni,  che mangia un cornetto, uno sgabello di quelli alti modello saloon che sovrasta, di più, sommerge,  ancora di più, travasa tra le braccia del ragazzetto di 7 max 8 anni che non lo lascia fino a che non  è davanti al banco  del caffé. Passa la mano sul sedile, ci si arrampica sopra, chiede una cannuccia, beve avidamente il suo cappuccino. Il padre, l’uomo sotto ai 40, ha l’aria di chi ha rinunciato da un pezzo a dirgli di fare le cose con calma.
Sorrido. Il bimbo ha gli occhi belli e svegli, della serie da queste parti o cresci in fretta o cresci in fretta, e la risposta pronta, della serie anche alla mia età non mi faccio passare la mosca sotto il naso.
Sorrido mentre mangio con più lentezza del solito il mio cornetto.  Come sempre sono in anticipo, l’autobus per Fisciano parte alle 7.15 e da qui  alla fermata a piedi ci vogliono al massimo 20 minuti. E poi curioso sono curioso,  però curioso della curiosità buona, perché la curiosità è come il colesterolo, c’è quella buona, quella che ti fa fare domande, ti fa cercare risposte, ti fa capire, imparare, migliorare,  e c’è quella cattiva, quella che ti porta ad essere pettegolo, come si dice, trasiticcio. Aspetto dunque che padre e figlio escano  e chiedo a Gabriele cosa ci fa un ragazzino così piccolo a quell’ora per strada.
“Che ci fa per strada?, e provateci voi a tenerlo a letto, quello la mattina se non esce con il padre fa il pazzo. Le hanno provate tutte, la migliore è questa: la mattina vengono qui, fanno colazione, aprono l’oficina, poi lui alle 8 prende la cartella e se ne va a scuola”. “Tutte le mattine?” “Tutte le mattine.” Mah.
Ci siamo incrociati altre 6-7 volte fino a quando, due settimane fa, ho chiesto al padre se il ragazzino studiava con profitto. “Sì sì, mi ha risposto, è bravissimo, le maestre ne dicono un gran bene, non ci sono proprio problemi”.
Mentre facevo i miei soliti 20 minuti a piedi mi è venuta l’idea, e il giorno dopo ne ho parlato a Gabriele.
Avrei pensato di regalare un libro al ragazzino, “secondo te se lo faccio il padre si offende?”
“Assolutamente no, anzi, è una bravissima persona, un gran lavoratore, non ci sono problemi”.
Nei giorni successivi, durante uno dei miei ricorrenti pellegrinaggi alla Feltrinelli ho comprato Il Piccolo Principe, quello con la copertina di cartone, con i disegni colorati e la carta più bella. A voi lo posso dire, ci tenevo tanto che il libro piacesse al ragazzo.
Ieri finalmente l’ho portato, sono passato apposta prima, l’ho lasciato a Gabriele, che a me queste cose, sarò perché sono grande e grosso, mi imbarazzano in modo incredibile.
Stamattina invece li ho incontrati, ma solo perché loro erano in ritardo. Appena sono entrato Gabriele ha fatto segno al padre che mi ha detto “grazie, prufessò” e prima che riuscissi a impedirglielo ha fatto segno al figlio che prima che il padre gli dicesse qualche cosa mi ha detto grazie, ma non un grazie normale, ma un grazie così bello, con degli occhi così belli, che vi giuro un grazie così tanto bello l’ho sentito poche altre volte nella mia vita. Gli ho detto “per me è stato un grande piacere”. Lui mi ha detto “grazie”. Domani non mi devo scordare. Devo chiedere a Gabriele il ragazzetto come si chiama.

Mi chiamo Pisciotta. Giuseppe Pisciotta

Giuseppe Pisciotta l’ho conosciuto un anno e mezzo fa, anche due.
Arriva un mercoledì e mi chiede del programma di sociologia dell’organizzazione. Non faccio in tempo a dirgli autori e titoli dei libri che li dice lui a me. Scusa – gli faccio -, ma se li sai già che me li chiedi a fare? Mi scusi – mi risponde -, in realtà volevo la conferma che non erano cambiati, perché questi ce li ho già, nel senso che ce li ha già mia figlia, che studia sociologia, e che l’esame con lei l’ha fatto già. Ok, allora siamo a posto – dico io-. Per la verità non ancora – mi fa lui-. In che senso, scusa? Nel senso che volevo chiederle se mi poteva dare qualche indicazione su come studiare.
Voi a un tipo così cosa avreste detto? Io gli ho detto di ripassare il mercoledì successivo intorno alle 8.30.
Il mercoledì dopo arriva in fretta, la prima ora se ne va per le indicazioni che mi aveva chiesto, dopo di che mi dice che è dell’ottobre 1954, che è studente di Scienze del Governo e dell’Amministrazione,  che ha lavorato alla Conceria IMPEL di Solofra (AV) come ragioniere responsabile di acquisti, vendite e contabilità per circa 28 anni senza fare mai un giorno di assenza. Prende fiato, poi mi racconta del cuore che non ha retto, del lento recupero, della dieta alimentare, del passaggio da 60 a 0  sigarette al giorno, dell’attività sportiva leggera ma continua. Dal 2004 sono in pensione – conclude-,  nel 2007 mi sono iscritto all’università.
Giuseppe ha fatto il suo esame, ogni tanto un incontro nei corridoi di  Fisciano, fino all’annuncio della prossima laurea triennale con una tesi su Luigi Einaudi e il federalismo in Storia delle dottrine politiche. Il 22 febbraio 2010 la seduta di laurea, con l’emozione che lo avvolge fino a paralizzarlo quando pensa ai genitori che non possono vivere questo momento assieme a lui.
Adesso Giuseppe si è iscritto alla Magistrale, a Scienze politiche, indirizzo storico, ha già fatto due esami. Professò – mi ha detto l’ultima volta che l’ho visto  -, prima correvo, avevo come l’ansia di laurearmi. Adesso invece no, adesso se non mi danno almeno 27 l’esame non me lo prendo. Non devo dimostrare niente, ma studio con piacere, e penso che anche alla nostra età –  se mi posso permettere -, possiamo reggere il confronto con i più giovani.
Posso dire che mi fa piacere pensare che anche in un paese in questo momento così “sgarrubato” come l’Italia ci sono tante persone come Giuseppe Pisciotta che non rinunciano a migliorarsi, a  imparare, a crescere? Io intanto l’ho detto. Spero faccia piacere anche a voi.

Little big man

Lui si chiama Domenico Rosso. E’ di Buonabitacolo, estrema provincia salernitana. E’ stato il primo studente che si è laureato con me, 5 anni fa, con una tesi su Adriano Olivetti che gli valse 8 punti e una mia appassionata arringa per spiegare ai comprensivi colleghi perché chiedevo un punto in più di quello che era il massimo convenuto. E’ stato anche il primo mio studente di cui sono diventato amico. Il primo che mi ha presentato i genitori e il prete amico del cuore. Il primo che mi ha chiesto consiglio su che fare dopo la laurea. Il primo al quale ho detto “Domé, tuo padre è contadino e Buonabitacolo è in culo al mondo, tu se rimani qua con la tua laurea in scienze della comunicazione hai un futuro assicurato, quello di disoccupato”. Il primo che mi è stato a sentire. Il primo che ha trovato lavoro, a Madrid, dove si occupa di comunicazione e formazione per Greenpeace. Quando torna in Italia facciamo il possibile per vederci, ogni tanto mi manda una foto o un filmato nell’esercizio delle sue funzioni di tutore dell’ordine ambientale, stamane l’ho incrociato su Facebook e gli ho scritto “Domé, hai ancora intenzione di sposarti?, non farlo, stammi a sentire, è una fesseria”,  con lui che mi ha risposto con un yayayaya, che immagino sia una risata, accompagnato da un “Professò, tu duorme, già fatto, mi sono già sposato”, seguito da un link dove ho trovato la foto che vedete in alto.
Lo so che c’ho la commozione facile, ma a momenti mi commuovo davvero. “Domé, qui bisogna parlare serio, passiamo su Skype”. Un paio di tentativi andati a vuoto e poi ci siamo. Mi sono fatto raccontare tutto, del matrimonio civile a Madrid, del matrimonio ufficiale a Rio de Janeiro, (sì, non ve l’ho detto, ma la Rosa che ha sposato Domenico è una brasiliana), della festa italiana che si terrà l’11 agosto a Buonabitacolo. Mi sono fatto mandare tutto l’album di foto in formato pdf, gli ho quasi promesso che l’11 andiamo anche io e Cinzia (ma adesso sono ancora sotto l’effetto dell’emozione, quando mi passa non so cosa accade), mi ha raccontato del commento affettuoso, complice, felice della madre quando si è collegato via Skype da Rio de Janeiro a Buonabitacolo (giuro, succede anche questo): “Domenico, da te mi sarei aspettato tutto, ma che ti sposavi una brasiliana proprio no, sei riuscito a sorprendere anche me”. Poi ci siamo salutati, anzi no. Mi sono ricordato che lui un commento su Enakapata ancora non me lo aveva mandato. “Professò, io ti ho scritto qualche riga ma tu sul blog hai tante cose così belle che volevo pensare a qualcosa di particolare, di originale”. “Domé, più originale di te non ci sta niente al mondo, dunque mandami le righe che hai scritto altrimenti alla prima occasione che ti vedo ti ceco un occhio”.
Con le buone maniere si ottiene tutto, come potete leggere qua sotto. Prima vi posso dire però che, senza offesa per nessuno, almeno per oggi e domani il commento di questo piccolo grande uomo chiamato Domenico è il più bello che io potessi desiderare? L’ho detto. Buona lettura.

Ho letto il libro diversi mesi fa e ho regalato una copia a un amico spagnolo. A lui ho detto che Enakapata svela un tipo di napoletano poco conosciuto all’estero. Per me questo libro ha confermato quello che penso dei partenopei. Il napoletano è lavoratore, sa aprirsi e confrontarsi. Il napoletano è sognatore, grida negli stadi, è scaramantico, è brontolone ma canta all’amore. Divide il suo cibo con te, la sua cultura, i suoi sorrisi e i suoi viaggi.
Grazie per il libro. Aspetto il prossimo
“.

Tubettoni, seppie e piselli

from Adriano Parracciani

Oggi avevo pensato di passare da Gerardo e Anna. Compagnia ottima, siamo amici da una vita e anche più, pranzo altrettanto, Anna è una eccellente cuoca e  invece  ho desistito, proprio come nella mitica scena di Totò in Miseria e Nobiltà. Perché l’ho fatto è presto detto: in primis,  perché questa settimana l’ho trascorsa da vagamondo che più vagabondo non si può (mammà, come mi piacciono questi improbabili giochini con le parole); in secondis, perché le caccavelle appicciate ‘ncoppa ‘o ffuoco (lasciate perdere la traduzione letterale, sta per le cose da fare) sono in questo periodo talmente tante che l’idea di starmene a casa da solo a lavorare m’è sembrata  perfino una buona idea.
A proposito di caccavelle e di fuoco, intorno alle 11.00 a.m. ho realizzato che mangiare avrei dovuto mangiare comunque, così ho chiamato Beppe e abbiamo deciso che l’avrei raggiunto in bottega intorno alla 1.30 p.m. (penso che già ve l’ho detto, ma comunque preferisco avere una martellata sulle dita piuttosto che mangiare da solo, soprattutto fuori casa).
Ho preso una funicolare che parte alla 1.20 p.m., alla 1.40 p.m. sono arrivato in vico Acitillo, poco dopo le 2.00 p.m. eravamo a tavola.
Acqua. Liscia e a temperatura ambiente. Tubettoni, seppie e piselli per me. Tubettoni, seppie e piselli per Beppe. Siamo ancora alle prese con le chiacchiere quando sui due  schermi musicali – ormai sono diventati obbligatori per legge, come il divieto di fumare – compaiono cinque ragazze in bikini che si dimenano e cantano nella cella di un carcere, almeno così mi pare. Ve l’ho detto che io le televisioni che mentre mangi trasmettono musica, film, notiziari, programmi di intrattenimento, dibattiti e tutto quello che vi pare  io non le sopporto, quasi come non sopporto le sigarette? Nel caso, ve l’ho detto adesso. Eppure questo video ha qualcosa di diverso. No, non le ragazze in bikini, che quelle le trovi dappertutto, è come è fatto, come si muovono, quello che ti dicono anche se non capisco bene cosa ti dicono.
Il video sta per finire quando riconosco, mi sembra, Madonna. Chiedo conferma a Beppe. Ricevo conferma. Gli dico che Madonna riesce a fare sempre qualcosa di speciale. Mi dice che Madonna “è” speciale, non “fa” cose speciali. Gli chiedo se ha visto Kill Bill. Mi dice di no. Gli racconto di Bill che spiega a Beatrix la differenza tra Superman e  gli altri supereroi. Gli dico di Wayne e Parker che si svegliano al mattino e devono indossare il costume per diventare Batman o Spiderman mentre Superman si sveglia al mattino ed è già Superman. Mi dice che questo è uno degli scopi fondamentali delle nostre vite, riuscire a svegliarci la mattina ed essere quello che siamo, senza cercare ogni volta di mettere un costume per sembrare diversi. Sta per aggiungere qualcosa quando irrompe Agostina con il suo “Beppe, i vostri tubettoni, seppie e piselli, buon appetito.”
Per carità, non c’è Madonna o Batman che tenga. Buon appetito.

Sottosopra

Certe giornate funzionano proprio così. Molte delle cose che ti eri ripromesso di fare, non riesci a farle. Eppure non te la senti di archiviarle nella cartella giornate storte, perché in compenso ti sono capitate e hai fatto cose che non pensavi di fare.
La parte out della giornata non ve la racconto, tanto quello che non ho fatto oggi lo faccio domani, in settimana, prima o poi.
Per quanto riguarda la sezione accadde per caso segnalo:
il pranzo in compagnia del mio amico Antonio, ancora più piacevole proprio perché non era previsto né il pranzo né la compagnia (le due cose nella mia vita sono quanto mai connesse dato che detesto mangiare da solo);
le ore di lavoro che ho potuto dedicare a un nuovo progetto a cui tengo molto;
il viaggio di ritorno dall’Università con il mio amico Angelo, che mi ha spiegato un sacco di cose sull’alfabeto Morse e poi mi ha inviato questa mail:
Vincenzo, in allegato la tabella del codice Morse base e la tabella delle abbreviazioni più comunemente usate. Ti invio anche un link al quale potrai trovare una specie di ‘traduttore’ che ti consente di scrivere lettere (o intere parole) e sentire il suono delle stesse in CW (in morse):  http://morsecode.scphillips.com/jtranslator.html
Per questo link, inserisci nel parametro della velocità (speed) in basso il valore 15 per poter meglio apprezzare il suono (devi avere java abilitato sul browser per far funzionare l’applicazione). Per adesso 73 da da di di di   di di di da da  …  cordiali (saluti cordiali);
la chiacchiera via Facebook con il mio amico Matteo che mi fa ben sperare  per l’opera sua dedicata a Enakapata;
la sorpresa e l’imbarazzo con il giovane viaggiatore che in funicolare, mentre scendevo dal Vomero al Petraio (cose da 1 minuto e mezzo, di più non avrei potuto reggere) mi  ha chiesto: “Lei è vincenzo moretti?”, come negarlo – gli ho risposto-. Complimenti per il suo libro – mi ha detto-, l’ho letto, è stupendo, lei ha parlato del Giappone in un modo meraviglioso .. -cerco di dirgli che del Giappone ha scritto Luca, ma non riesco a fermarlo -… io sono uno studente dell’orientale di Napoli, il mio sogno è di andare in Giappone e scrivere un libro bello come quello che ha scritto lei”.
Per fortuna si è aperta la porta della funicolare, ho ringraziato, ho fatto un inchino come  nelle mie ore giapponesi e sono uscito.
Per favore non mi dite che il giovanotto ha esagerato con i complimenti perché lo so già, su molte cose perdo i colpi e non me lo nascondo, ma scemunito non lo sono diventato ancora. Almeno per me, il fatto che un giovane esagerato ti dica che sogna di fare una cosa che hai fatto tu rimane comunque sconvolgente. E’ una cosa che fa piacere, che ti fa essere contento.
Ma sì diciamolo, me ne potevo tornare a casa e godermi i miei 15 secondi di celebrità, e invece mi sono messo un’altra volta a trafficare con le mie pentole piene di parole.  Dite che tanto mi piace? vero. Ma ciò non toglie  che una di queste sere mi “ciacco” sul bordo del Mac a furia di prenderlo a capate perché mi ci addormento sopra.
Si, certe giornate funzionano proprio così, sottosopra. Forse è la mia vita che funziona così.  Sottosopra.


Non vivere per sé [7]

Il cielo dura e la terra permane.
La ragione per cui cielo e terra
possono durare e permanere
è che essi non vivono per se stessi:
perciò possono vivere a lungo.
Per questo il saggio si tira indietro
e viene a trovarsi davanti,
si esclude, ma rimane presente.
Non è forse perché non ha fini personali
che può realizzare fini personali?


from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Saranno famosi

Un’antica storia racconta che un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte. Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose:
“Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa.
Il secondogenito cura la malattia quando è ancra agli inizi; perciò il suo nome non è conosciuto al di là del vicinato.
Per quanto mi riguarda, pratico l’agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti”.

from
Thomas Cleary
Introduzione a
Sun Tzu
L’Arte della guerra
Ubaldini Editore

Guardare Oltre

4. L’elogio:
All’importanza delle parole, alla necessità di usare le parole giuste e di collocarle nel contesto giusto.
Eduardo De Filippo in Ditegli sempre di si.
Ludwig Wittgenstein e le parole come arnesi.
Teorico non significa astratto. Senza teoria la pratica ad un certo punto si ferma. Suonare a orecchio e/o conoscere la musica.

6. L’organizzazione che apprende come risposta al dilemma talento organizzazione.
Argyris, Schon, Deming, Nonaka e Takeuchi.
L’importanza di leggere i contesti organizzativi, le relazioni tra le persone, dal punto di vista della conoscenza.
L’importanza di riferirsi non solo alle idee e alle credenze ma anche all’azione.
Conoscenza tacita ed esplicita. Teoria Pratica Teoria.
Secondo il filosofo Michael Polanji l’ambito del tacito racchiude ciò che sappiamo più ciò che possiamo dire.

7. Le organizzazioni sono in grado di apprendere in quanto strutture e per questa via modificano i propri modi di essere e di operare.

8. In un’organizzazione che apprende tutti i componenti contribuiscono a ridefinire, arricchire, tradurre in linguaggio le diverse abilità.

9. A differenza di quanto avviene in contesti di apprendimento individuale, nei quali l’individuazione e la correzione dell’errore rimangono esperienza del singolo, l’Apprendimento Organizzativo incide e determina cnseguenze più o meno positive a seconda delle scelte operate, sull’intera struttura.

10. L’individuazione e la correzione di errori che non mettono in discussione gli aspetti chiave della mappa cognitiva usata nell’organizzazione mettono in moto un processo di apprendimento a giro singolo (single loop learning), mentre la scoperta e la correzione di errori che producono un mutamento di tale mappa determinano un processo di apprendimento a giro doppio (double loop learning).

11. Ma cos’è questa crisi?
L’importanza della qualità


Sconfiggere il nemico senza combattere

Per Sun Tzu la massima dimostrazione di abilità di un combattente è quella di sconfiggere il nemico senza combattere (L’arte della guerra).
Nella sua hit parade del combattente egli indica infatti, dal migliore al peggiore:
1. chi sa rendere vani i piani del nemico;
2. chi sa spezzarne le alleanze;
3. chi adotta lo scontro armato;
4. chi ricorre all’assedio delle città nemiche.

E’ l’esemplificazione del non agire (così come la storia dei 3 fratelli medici ricordata da Thomas Cleary nell’introduzione al libro di Sun Tzu), che a noi occidentali racconta di un pensiero e di un mondo, quello cinese, allo stesso tempo affascinante, enigmatico, controverso.

Ma siamo proprio certi che non agire siano le parole giuste per tradurre e dare significato, nella nostra parte di mondo, a wu wei?

Ad assicurare la riuscita non è piuttosto la capacità del contendente di agire a livello del piccolo, quando gli eventi non si sono ancora compiuti, le loro conseguenze non si sono ancora manifestate e dunque il corso delle cose può essere ancora determinato o cambiato con facilità (I Ching; Tao Te Ching)?

1. Metodology

Key Actions
To see | Intuire
To study | Studiare
To apply | Applicare, Mettere in pratica

Il processo di apprendimento ha inizio con un’intuizione, una sollecitazione (film, videoclip, song, ecc.) che ti fa vedere, immaginare, per l’appunto intuire un possibile punto di approdo. Poi occorre studiare. Infine applicare a contesti reali (famiglia, amici, lavoro, svago, studio, affetti, ecc.) ciò che si è studiato.

2. Background | Frame | Theory

Knowing Organization | Apprendimento Organizzativo
Argyris, Schon, Nonaka, Takeuchi, Polanyi

Le organizzazioni sono in grado di apprendere in quanto strutture e per questa via modificano i propri modi di essere e di operare.
Pensare la classe (aula, online, blended) come un’organizzazione che apprende.
In un’organizzazione che apprende tutti i componenti contribuiscono a ridefinire, arricchire, tradurre in linguaggio comune le diverse abilità.
L’individuazione e la correzione di errori che non mettono in discussione gli aspetti chiave della mappa cognitiva usata nell’organizzazione mettono in moto un processo di apprendimento a giro singolo (single loop learning), mentre la scoperta e la correzione di errori che producono un mutamento di tale mappa determinano un processo di apprendimento a giro doppio (double loop learning).
Conoscenza esplicita e tacita. Teoria Pratica Teoria.

Sensemaking
Weick
Pensare la classe come un’organizzazione che da senso e significato alle conoscenze e alle esperienze dei soggetti che la compongono.

Serendipity
Merton

Pensare la classe come un luogo sociocognitivo serendipitoso.

3. Purpose | Aim | Obiettivi | Scopi

La struttura del corso, e la metodologia che ha alle spalle, sono intese a facilitare modalità di apprendimento imperniate sulla elaborazione, definizione, costruzione, connessione di mappe cognitive. Per comprendere, organizzare, comunicare, utilizzare meglio tanto ciò che conosciamo, in maniera esplicita e/o tacita, quanto ciò che apprendiamo.
L’idea è in definitiva che sia possibile resistere alla deriva che porta sempre più gli studenti a pensarsi e ad essere cacciatori di crediti. L’auspicio è che si possa imparare connettendo. E diventare, anche per questa via, soggetti attivi dei processi di apprendimento.

4. Examples | Esempi

Quickly or correctly | Presto o bene
Armando’s Story | L’Armando

Elogio del viaggio

by Adriano Parracciani

Adesso mi raccomando, non prendetela come una provocazione. Non ho abbandonato l’esigua schiera dei samurai (io e Adriano) nobili e sconfitti, né intendo rinunciare alla possibilità di tornare ancora sulla questione dal mio punto di vista. Diciamo che questo post è una sorta di intermezzo tra “Senza uscire dalla porta” e  “Utilità del vuoto“, oltre che un omaggio alla mia amica Roberta Tallarico che lo ha ispirato.
Allora, la settimana scorsa ho sentito Roberta per fare i complimenti alla sua mamma per il bel compendio di storia della filosofia che avevo avuto il piacere di sfogliare qualche giorno prima in treno.
Ad un certo punto siamo fiiniti a parlare di Enakapata, credo che abbia cominciato lei, ma non potrei giurarlo, quando mi fa: “ti dico la verità Vincenzo, all’inizio il vostro libro lo tenevo in bagno, poi me lo sono portato sul comodino, adesso lo porto con me in borsa; insomma mi ha proprio preso”.
Potrei dirvi che l’ho ringraziata, ma questo era il minimo. Potrei aggiungere che le ho chiesto, quando ha finito, di scrivere qualche rigo di commento – recensione, ma questo lo sapete già. Vi dico invece che il viaggio di Enakapata dal bagno alla borsetta  mi è piaciuto un sacco. Al punto da pensare di adottarlo per dire in maniera un pò più simpatica delle stelline se un libro mi piace.
Allora vediamo, la cosa potrebbe funzionare così:
Scaffale, della serie potevo (potevate) anche fare a meno di comprarlo (di regalarmelo);
Bagno, della serie vediamo questo libro dove vuole arrivare;
Comodino, della serie qualche pagina di un buon libro prima di dormire fa bene alla salute e al sonno;
Borsa, della serie mamma mia com’è bello, devo assolutamente vedere come finisce.
Cosa ne pensate? Lo possiamo proporre a aNobii?
Mentre me lo fate sapere io ringrazio ancora Roberta.

Utilità del vuoto [11]

Trenta raggi convergono in un mozzo:
grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro.
Modelliamo l’argilla per fare un vaso:
grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del vaso.
Ritagliamo porte e finestre per fare una casa:
grazie al loro vuoto abbiamo l’utilità della casa.
Perciò, se l’uso dell’essere è benefico,
l’uso del non essere è ciò che ne crea l’utilità.

from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Nessuno è perfetto

Nessuno è perfetto

[A qualcuno piace caldo]

L’arzillo Osgood (Joe E. Brown) a Jerry – Dafne (l’impareggiabile Jack Lemmon) nella battuta finale del cult-movie diretto da Billy Wilder, con Tony Curtis e Marylin Monroe

Isaac Vàsquez

A Teotitlàn visitiamo la casa di don Isaac Vàsquez, un maestro tessitore diventato famoso fuori dal Messico per i suoi tappeti, le coperte e l’uso dei coloranti naturali. […]  Osservando don Isaac al lavoro, la vecchia madre che carda la lana, sua moglie, i fratelli, le sorelle, i cugini, i nipoti e i pronipoti, vedendoli tutti all’opera nel cortile, completamente assorbiti nel loro lavoro, mi prende un senso di inquietudine. Sono tutti consapevoli della loro identità, del loro ruolo e del loro destino sulla terra; sono i Vàsquez, la più vecchia e famosa famiglia di tessitori di Teotitlàn del Valle, l’espressione vivente di un’antica e nobile tradizione.

[Diario di Oaxaca, Oliver Sacks, 105]

Star Wars

Yoda, maestro Jedi, addestra il suo nuovo giovane allievo, Luke Skywalker.
Yoda dice a Luke di tirar fuori dal fango la propria astronave.

L.: Ci proverò.
Y.: No, provare No. Fare o non fare. Non c’è provare.

Luke non ce la fa, si rivolge sconsolato al maestro Yoda e gli dice: Vuoi l’impossibile.
Il maestro Yoda tira fuori l’astronave.

L.: Non posso crederci.
Y.: Ecco perché hai fallito.

Senza uscire dalla porta [47]

Senza uscire dalla porta di casa
puoi conoscere il mondo,
senza guardare dalla finestra
puoi scorgere il Dao del cielo.
Più si va lontano, meno si conosce.
Per questo il saggio senza viaggiare conosce,
senza vedere nomina, senza agire compie.

from
Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini

Dedicato a tutti i viaggiatori.
Per Francesco Caruso, Viviana Graniero e Cinzia Massa è anche un invito alla meditazione dopo tutti gli sfottò di cui sono stato oggetto venerdì sera per la mia “teoria” sull’osservazione dell’albero.

from
La Musa Antonella

Viviana e Francesco

Foto di Viviana Graniero

Francesco lo conoscevo già, qualche anno fa è stato mio studente a Unisa. Ci siamo visti qualche volta dopo, poi più nulla fino al nostro incontro on Facebook Planet. Se posso dire la verità, nel senso di se posso dire come sono andate veramente le cose, io quando abbiamo fatto amicizia su Facebook non lo sapevo di aver fatto amicizia proprio con lui. Innanzitutto perché tra i chips irrimediabilmente persi della mia memoria quelli che si riferiscono ai nomi, di cose viventi e inanimate, stanno al primo posto. Poi perché i rapporti con le persone mi piace viverli con curiosità, quando posso con intensità, nei casi più belli con complicità e  facendo in questo modo, almeno per me funziona così, finisci per dare più valore, e tempo, a ciò che ti accade adesso, , now, che alla nostalgia e al ricordo.
Dite che anche i ricordi sono belli? E chi lo mette in dubbio. Questo stesso post è l’omaggio al ricordo della bella sera che Viviana e Francesco hanno dedicato a me e a Cinzia. Ma resta il fatto che io uno sono, ho la fortuna di avere tante persone che mi vogliono bene, e già mi tocca gestire i sensi di colpa di non ruscire a ridare loro almeno una parte del bene che mi vogliono. Insomma io a Francesco non me lo ricordavo. Uffa. Fino alla sera in cui Francesco non mi scrive in chat “Ma hai mai provato a giocare con i tautogrammi?”.
I tautogrammi? What’s tautogramma? Con quel tauto iniziale (a Napoli ‘o tauto è la bara, si, proprio la cassa da morto) che non mi dice niente di buono. Però curioso sono curioso, vado a vedere, capisco il senso, lancio il primo gioco, si affaccia Viviana, che non so che è la moglie di Francesco che non so che è  il mio studente, che comincia a coinvolgerci tutti, fino a che questo blog comincia ad essere popolato da un bel pò di belle persone che prima non conoscevo.
Non mi chiedete quanto tempo ci ho messo per capire che Viviana è la moglie di Francesco e quanto per capire che Francesco è il mio studente che non ve lo dico. Ciò che invece intendo dirvi, finalmente direte voi, non andate sempre di pressa dico io, è che venerdì sera io e Cinzia siamo stati ospiti a cena a casa nostra. Dite che è una contraddizione in termini? Che non si può essere ospiti a casa propria? E invece no. Perché in realtà siamo stati ospiti a casa di Viviana e Francesco. Che ci hanno accolti così bene da farci sentire come a casa nostra. Lo dico con le parole del mio amico Salvatore Veca (Dell’incertezza, Feltrinelli, è un libro bellissimo, leggetelo), “Non mi piace l’ospitalità opportunistica o quella sciatta, sbracata. Mi piace l’attenzione. E la cura, discreta, nel ricevere, nella cerchia della philia, ha una sua naturale bellezza”.
Della naturale bellezza con la quale siamo stati accolti venerdì sera sono sinceramente grato a Viviana e Francesco. Punto.

Sun Tzu

Una volta colte, le opportunità si moltiplicano.

[L’arte della guerra]

Pulp Fiction

Sono il signor Wolf. Risolvo problemi

[Pulp Fiction, regia di Quentin Tarantino]

Winston Wolf (Harvey Keitel) nel momento in cui si presenta a Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) e Jimmie Dimmick (Quentin Tarantino).

Draft

Sì, per cominciare niente squilli di tromba, basta un abbozzo, qualche idea da confrontare.

Diciamo allora che al principio ci sono sempre domande ritenute fondamentali, almeno per tutti quelli che, come noi, sono cresciuti all’ombra del pensiero greco[1]. Accade alle persone comuni, che fanno a pugni ogni giorno con il desiderio di conquistare un futuro migliore per sé stessi e per i propri figli. Accade ai filosofi, che si ritrovano, millennio dopo millennio, ad interrogarsi su «ciò che vi è», su «ciò che vale», su «chi noi siamo». Accade nei film, come nel primo episodio di Matrix, la trilogia ideata e diretta dai fratelli Wachowski[2], quando l’affascinante Trinity sussurra a Neo «It’s the question that drive us, Neo. It’s the question that brought you here. You know the question, just as I did» e Neo (si) chiede «What is the Matrix?». Accade ai papi, come suggerisce l’aneddoto che vuole che Karol Wojtyla abbia detto, al giornalista che si congratula per la bellezza di «Varcare la soglia della speranza[3]», che il merito è delle domande di Vittorio Messori, dato che senza buone domande non esistono buone risposte. Accade anche ai sociologi dell’organizzazione, ai manager e ai team leader alle prese con la necessità di comprendere «come funzionano le organizzazioni» e «come potrebbero funzionare meglio».

Già. «Come funzionano le organizzazioni?», «come potrebbero funzionare meglio?», «come decidono?», «in che modo collaborano e competono?», «perché  è importante che assumano il miglioramento continuo come denominatore comune della loro cultura e delle loro azioni?», «come fanno in modo che le persone che le compongono siano motivate, partecipino, attivino processi di conferimento di senso e di significato?», «come mettono in comune, scambiano e utilizzano idee, contenuti e informazioni per apprendere, costruire significati, creare conoscenza?».

Si potrebbe partire da qui. Dalla voglia di pensare e di sperimentare metodologie e buone pratiche. Ragionando certo di processi decisionali, di sistemi qualità, di processi di competizione collaborazione, di serendipity,  ma anche di rapporto tra leader e team, di trasmissione di conoscenza di tipo top-down,  di caratteristiche dei testi di studio e di approfondimento, di apprendimento on the job, di diffusione di flussi di conoscenza di tipo  bottom-up, di valorizzazione dei saperi non solo espliciti ma anche taciti dei partecipanti al processo di apprendimento – miglioramento, di processi di comunicazione orizzontali, di rapporto tra nuove tecnologie  e processi di apprendimento, di approccio di tipo connettivo, di verifica continua sul campo di metodologia, didattica, contenuti.

Sun Tzu ha scritto che «una volta colte, le opportunità si moltiplicano[4]». E Winston Wolf (Harvey Keitel), in Pulp Fiction, il film cult di Quentin Tarantino, si presenta a Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) e Jimmie Dimmick (Quentin Tarantino) con la mitica battuta «Sono il signor Wolf. Risolvo problemi».
Ecco, il sociologo, il manager, il  team leader dalle mai finite connessioni che piace a noi ha più o meno queste caratteristiche: risolve problemi, coglie opportunità, ergo, le moltiplica.
Buona partecipazione.


[1] L’eccezione, non solo significativa ma destinata ad incidere sempre più sul nostro futuro, è data dal pensiero “altro” che ci viene dalla Cina, come spiega mirabilmente Francois Jullien nei suoi libri, per ultimo “Le trasformazioni silenziose”, Raffaello Cortina, 2010

[2] Il riferimento è naturalmente a The Matrix di Andy e Larry Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Monica Bellucci, 2003

[3] Giovanni Paolo II, Messori Vittorio, Varcare la soglia della speranza, Mondadori, 2004

[4] cfr. Sun Tzu, L’Arte della Guerra, Astrolabio Ubaldini

Se non ora, quando?

by Adriano Parracciani

Debbo queste riflessioni alla congiunzione di una mia idea d’annata –vendemmia 1994, anno nel quale Silvio Berlusconi vince le elezioni contro Achille Occhetto e la sua  “gioiosa macchina da guerra”-,  e una domanda postata su Facebook dalla mia amica  Musa: “ma come si fa a votare per questa maggioranza?” (la domanda è in verità più colorita, ma la sostanza è questa).
L’idea, per la verità talmente semplice da rischiare la banalità, è che la politica ha bisogno di differenze. Differenze che, Before 1989, erano date dalle ideologie, dalle appartenenze, dalle identità, nel senso che dirsi comunista, democristiano, fascista significava definire i confini entro i quali ci si poteva riconoscere con altri che, come  te, condividevano miti, valori, aspettative, ceti sociali di riferimento, modi di essere, talvolta persino di fare. Persino quando i  comportamenti sono diventati simili, l’apparentenza a ideologie diverse garantiva le differenze di identità, di riconoscibilità, di aspettative, di gruppi sociali di riferimento.
After 1989 le differenze, in Italia in particolar modo dopo Tangentpoli, avrebbero dovuto essere garantite dalle idee, dai programmi, dalle modalità con cui si favorisce la partecipazione e si selezionano le classi dirigenti, dai modelli di partito e di coalizione.
Vogliamo dirlo con uno slogan? Ma sì diciamolo! Meno ideologie, più differenze. Quale strada è stata imbroccata invece? Quella dell’omologazione. Nelle piccole e nelle grandi cose.  Vogliamo fare qualche esempio?
Federalismo,
che è una cosa seria, che invece di rincorrere la Lega, per poi lasciarle la più totale egemonia culturale, poteva essere fatto vivere come solidaretà, partecipazione, responsabilità, controllo.
Legalità, che è una cosa seria, che invece di assecondare la Lega sul terreno della paura dell’Altro, meglio se extracomunitario, quasi sempre da sfruttare di giorno  e da nascondere di notte come le puttane de “La città vecchia” di De André, poteva essere fatta vivere come una questione di etica pubblica invece che di ordine pubblico, di rispetto delle regole, di tutela dei diritti, di esercizio responsabile dei doveri.
Leaderismo esasperato, vogliamo chiamarlo idolismo?, personalizzazione dei partiti come antidoto alla loro crisi,  che non è una cosa seria, e che ha portato prima alla lista Berlusconi,  poi alla lista Di Pietro, poi persino alla lista Vendola,  in mezzo tutte le altre liste, senza nessuno che dica chiaramente che di molti di questi leader si può  tranquillamente fare a meno, dei partiti no. Che è una sciocchezza  immaginare una democrazia che funziona solo con la società civile, senza i partiti.
L’elenco potrebbe continuare, fino scrivere un libro: arbitrarietà nel rispetto delle regole (primarie a volte si, a volte no, a volte strappate dal basso, altre volte imposte dall’alto), di là mettono in lista portaborse, segretari, amanti e ballerine, di qua pure, e poi clientelismo, familismo, eccetera eccetera.
E non provate a dirmi che ci sono molte persone per bene che svolgono il loro ruolo di eletti in maniera seria. Innanzitutto perché lo so. E poi perché ci stanno anche di là. Anzi mi convinco sempre più che tra le ragioni del successo della Lega stia diventando sempre più importante il radicamento territoriale, il contatto con i cittadini e con gli elettorali, insomma quella roba che una volta facevano i comunisti e i democristiani.
Visto che ci siamo, non provate neanche a spiegarmi che con tutti i difetti che abbiamo noi e loro non siamo la stessa cosa. Innanzitutto perché lo so. Poi perché non basta. Soprattutto a livello di pubblica opinione.
Cosa voglio dire in sintesi? Che fermo restando tutti quelli come noi che a prescindere stanno dall’altra parte io credo che non sia solo comprensibile, ma anche razionale che la maggioranza degli italiani votino come votano.
Che fare in sintesi? Lavorare seriamente per una prospettiva diversa.
L’ho scritto martedì 16 dicembre 2008 alle ore 18.16 (potenza del web, e chi se lo sarebbe ricordato): se continuiamo a pensare di risolvere i problemi entro la prossima elezione non andiamo da nessuna parte.
Questo paese non ha più classi dirigenti nel senso auspicato da Cuoco, da Salvemini, da Gramsci, da Dossetti, da Di Vittorio, da Dorso, da ..;. c’è scarsità di senso civico ad ogni livello; di più, si è creata, grazie ad un’azione scellerata ma scientificamente condotta dall’attuale leadership, una  convenienza-convergenza intorno a una via italiana alla sopravvivenza fatta di piccole e grandi furbizie, evasioni, illegalità.
Bisogna ritornare a pensare e a praticare la partecipazione  come fatica, continuità, impegno, perché ad ogni diritto corrisponde un dovere, ad esempio di non chiedere favori e raccomandazioni, di non fare i furbi, di non rivendicare il merito quanto tocca agli altri e l’appartenenza quanto tocca a sè stessi.
Per invertire l’ago della bussola, per cominciare a varcare la distanza tra i valori di solidarietà a prescindere, di pemessività e persino di impuntà che informano oggi il nostro paese, e i valori di responsabilità, di eguali opportunità, di valorizzazione del merito e del talento di cui c’è bisogno, ci vuole tempo.
Dite che non possiamo aspettare? Sbagliato. Mi dicevano così anche nel 1994, che se non facevamo l’inciucio con Dini, Berlusconi sarebbe restato lì per altri 10 anni. Ne sono passati 16, per ora, destinati a meno di miracoli a diventare 19.
La verità è che non possiamo aspettare senza fare niente. Bisogna cominciare subito. Ognuno dal suo “posto di combattimento”. Facendo le cose per bene  perché è così che si fa. Facendo rete tra noi. Rendendo espliciti, pubblici, gli esiti di questo nostro lavoro.
Come ha scritto Confucio, una marcia di 10mila chilometri comicia con il primo passo. E, anche senza scomodare Aristotele, rimane il fatto che la politica è ‘na capata. L’importante è cominciare. Se non ora, quando?

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