Ieri sera grazie ai miei amici Anna e Gerardo ho conosciuto Antonio. Per molte ragioni è stato un vero piacere conoscerlo e una è questa che potete vedere nel video.
Le altre? Ve le farò scoprire nei prossimi giorni. Perché quella di Antonio è una storia speciale. Una storia di talento, anzi di talenti, di molti talenti. Per adesso buon ascolto.
Le rughe, le facce, il carattere e il destino
Le rughe e le facce sono connesse come sappiamo in molti modi. Poi c’è il legame tra le facce e il carattere. E poi quello tra il carttere e il destino.
Qui di seguito le citazioni dalla Presentazione per il lettore de “La forza del carattere” di James Hillman (tra parentesi il nome dell’autore e il numero di pagina, per questa volta non c’entra niente Adriano Parracciani, è il mio modo di sempre per ritrovare le citazioni).
Se anche solo una di esse ci darà uno spunto per le nostre conversazioni ne sarò contento.
Buona partecipazione.
Il carattere è il destino [Eraclito 15].
Esiste un qualcosa [ … carattere … ] che plasma ciascuna vita umana in un’immagine globale, comprendente le sue contingenze casuali e i suoi momenti speciali in attività inutili. Spesso gli ultimi anni sono dedicati ad esplorare tali particolari insignificanti, ad avventurarsi negli errori passati per scoprirvi configurazioni comprensibili [Hillman 15].
[…] Il pensiero è capace di dare origine alle proprie specie, di selezionare idee innaturali e di palesare la propria evoluzione; inoltre, un mucchio di pensieri asoslutamente inadatti soppravvive [Hillman 16].
I vecchi dovrebbero essere esploratori [Eliot 21].
[…] Per me questo significa: segui la curiosità, indaga idee importanti, rischia la trasgressione [Hillman 21].
[… L’alétheia è …] il tentativo […] di porci in contatto con la nuda realtà […] nascosta dietro il manto della falsità [Ortega y Gasset 21-22].
Il pensiero è una straordinaria modalità di eccitamento [Whitehead 22].
Una moneta per Turing
Alan Turing, fondatore della computer scienza, matematico, filosofo, crittanalista (la crittanalisi è lo studio dei metodi per scoprire il significato di informazioni cifrate), suicida a 42 anni perché distrutto dalla persecuzione omofobica condotta nei suoi confronti. Seppure molto tardivamente, nel 2009 sarà Gordon Brown, a nome del governo britannico, a scusarsi ufficialmente così: «Per quelli fra noi che sono nati dopo il 1945 […] è difficile immaginare che il nostro continente fu un tempo teatro del momento più buio dell’umanità. È difficile credere che in tempi ancora alla portata della memoria di chi è ancora vivo oggi, la gente potesse essere così consumata dall’odio – dall’antisemitismo, dall’omofobia, dalla xenofobia e da altri pregiudizi assassini – da far sì che le camere a gas e i crematori diventassero parte del paesaggio europeo tanto quanto le gallerie d’arte e le università e le sale da concerto che avevano contraddistinto la civiltà europea per secoli. […] Così, per conto del governo britannico, e di tutti coloro che vivono liberi grazie al lavoro di Alan, sono orgoglioso di dire: ci dispiace, avresti meritato di meglio».
Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché nel 2012, ricorre il centenario della nascita di Turing. E perché è stata promossa una petizione popolare per chiedere ai paesi europei di coniare per l’occasione una moneta commemorativa.
Promotore della petizione è Adriano Parracciani (www.adrianoparracciani.it), creativo, fisico mancato, ingegnere delle reti informatiche, che spiega così l’iniziativa:
“Le monete hanno ospitato e ospitano i volti di migliaia di personaggi, rendendo omaggio al loro genio o alle loro gesta. Perchè dunque non coniare una moneta commemorativa per Alan Turing che ci ha dato così tanto, contribuendo a liberarci dal nazismo, progettando i primi calcolatori della storia, ponendo le basi dell’intelligenza artificiale? Perché i paesi europei non dovrebbero concedergli questo onore di dedicargli una moneta, una memoria metallica circolante di mano in mano, un riconoscimento per un genio che dopo aver dato così tanto all’umanità è stato costretto alla castrazione chimica perchè omosessuale e portato al suicidio? Mi sono detto che valeva la pena di tentare quello che a prima vista potrebbe sembrare impossile: la strada della petizione internazionale. Ed eccomi qui.”
Cosa aggiungere ancora?
Che la petizione si può sottoscrivere qui: www.ipetitions.com/petition/coin4alanturing/. Che sul blog Grammi di Storia (http://grammidistoria.wordpress.com) potete saperne di più. E che tra gli altri ha aderito S. Barry Cooper, Dipartimento di Matematica Pura dell’Università di Leeds, che presiede il Turing Centenary Advisory Committee, il comitato che cura la gestione degli eventi per il centenario di Alan Turing (www.turingcentenary.eu/).
Buona partecipazione.
La fabbrica sostenibile
Ogni fabbricato dovrà produrre almeno una parte dell’energia che consuma, mentre i nuovi immobili dovranno essere a bilancio energetico positivo. Questo permetterà di creare milioni di posti di lavoro. “Dobbiamo ingegnarci: il Rinascimento nacque così”
Lo vogliamo dire? Nell’era di internet, della società della conoscenza, del capitale immateriale, fa un certo effetto constatare che al centro della civiltà dell’empatia Rifkiniana ci siano l’industria, la fabbrica, il cantiere. E fa ancora più effetto sentire perché sarebbe “facile”, anche per il nostro Paese, avviare un processo di crescita sostenibile destinato a creare diverse centinaia di migliaia di nuovi e qualificati posti di lavoro in pochi anni. Questioni di scelte. Di visione nazionale. Di politica industriale. Esattamente quello che è mancato in questa fase nel Belpaese. Ma è meglio non anticipare troppo e cominciare dal principio, da quello che Jeremy Rifkin – presidente di Foundation on Economic Trends (www.foet.org) e autore di numerosi bestseller sull’impatto del cambiamento scientifico e tecnologico sull’economia, il lavoro, la società –, ci ha detto a proposito del disastro causato dalla British Petroleum.
“La catastrofe del Golfo del Messico – spiega – ha ormai raggiunto una proporzione pari a sette o otto volte il disastro provocato dalla Exxon Valdez. Ciò dimostra quanto disperati e dipendenti siamo diventati, al termine dell’era dei carburanti fossili: pur essendo consapevoli dei danni che possono provocare sul lungo termine agli ecosistemi, siamo disposti a lanciarci in rischiosissime imprese di trivellazione off-shore perché dipendiamo da quelle risorse, tant’è che nel luglio 2008 l’intero motore economico della seconda rivoluzione industriale si è fermato. Come ho ripetuto più volte a governi e imprenditori, il vero terremoto è stato quello. Il collasso del mercato finanziario, sessanta giorni dopo, era una scossa di assestamento. E anche se al momento l’economia sta tentando di riprendersi, in misura estremamente contenuta ma pur sempre su scala mondiale, siamo ancora alle prese con le scosse di assestamento, non ne siamo ancora venuti fuori.
Immaginiamo che a suo avviso per venirne fuori davvero ci sia bisogno della terza rivoluzione industriale. Ma al di là dell’indubbio fascino evocativo, a che punto siamo concretamente?
Il concetto di terza rivoluzione industriale è stato assunto dal Parlamento Europeo nel 2007, quando l’allora presidente Pöttering l’ha definita una strategia di lungo termine per l’Unione Europea. Il lavoro fatto finora è proceduto a diverse velocità, tanto all’interno della Commissione quanto nell’ambito dei singoli Stati membri. Nel frattempo, circa un anno e mezzo fa, abbiamo fondato la Third Industrial Revolution Global CEO Business Roundtable, una coalizione globale composta da aziende che operano nel settore delle energie rinnovabili, nel settore edilizio, in quello immobiliare, delle tecnologie delle comunicazioni, dei servizi logistici, dei trasporti, delle forniture energetiche. Obiettivo della coalizione è elaborare una serie di master plan per le varie città e regioni, affinché queste possano iniziare a dotarsi dell’infrastruttura di cui la terza rivoluzione industriale necessita.
Un aspetto importante del nostro lavoro, che credo sia interessante per la vostra fondazione e per il movimento sindacale in generale, è che noi proponiamo un vero e proprio piano di sviluppo economico, non un piano sul clima o sull’energia.
Il nesso tra sviluppo ecosostenibile, crescita economica e occupazione delinea sicuramente, per il movimento sindacale, uno scenario di grande interesse.
Certo. Noi poniamo l’accento sugli investimenti, non sulla spesa pubblica. Ogni regione, ogni città, genera il proprio prodotto interno lordo e ogni anno una determinata percentuale di questo Pil generato localmente viene reinvestita. Strade, ponti, case, reti di distribuzione energetica, infrastrutture logistiche: non importa se le cose vanno bene o vanno male, una parte del Pil viene comunque ridestinata alle opere di miglioria. Prendiamo il caso di Roma, che attualmente reinveste circa 25 miliardi di euro all’anno, sarebbe a dire un quinto del suo Pil. La media di investimenti necessari da noi prevista per i prossimi vent’anni è di circa 500 milioni di euro annui, 10 miliardi in 20 anni. Stando ai nostri calcoli, se Roma si limitasse a dedicare agli interventi da noi previsti l’1,5 per cento degli investimenti infrastrutturali che effettuerebbe in ogni caso, riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi prefissati. Quindi complessivamente a Roma, per farcela, basterebbe spendere circa lo 0,3 per cento del proprio Pil. Questo discorso vale naturalmente per tutte le città e le regioni finora prese in esame: basterebbe dedicare al massimo il 3 per cento degli investimenti ai nuovi interventi, continuando a spendere il rimanente 97 per cento per il mantenimento delle vecchie infrastrutture ormai in malora, e ce la potremmo ancora fare. Ribadisco che si tratta di soldi che le amministrazioni dovrebbero comunque spendere dato che è tutto vecchio: fonti energetiche, infrastrutture, edifici, sistemi di stoccaggio, e non possiamo lasciare che cada tutto a pezzi.
Sembra facile. In realtà occorre un cambiamento di cultura e di approccio da parte dei diversi soggetti coinvolti, politica e istituzioni, imprese, sindacati, cooperative e terzo settore, ecc..
Esatto. I soggetti e le aziende presenti sul territorio devono capire che si tratta di un’enorme opportunità, che si tratta di reinventare l’economia esattamente come avvenne durante la prima rivoluzione industriale, quando fu realizzata la rete ferroviaria e di trasporto e si costruirono i grandi centri urbani. Oggi, con la terza rivoluzione industriale, ogni singolo fabbricato, dagli uffici agli impianti industriali alle case, dovrà produrre almeno parte dell’energia che consuma. Mentre gli immobili di nuova costruzione dovranno essere a bilancio energetico positivo. Significa creare milioni di posti di lavoro.
Uno scenario che a sentire lei sembra a portata di mano.
Certamente. In Germania ad esempio, dove ho fornito consulenza al cancelliere Merkel, sono stati già avviati gli interventi per la realizzazione dei quattro pilastri fondamentali. Stanno, infatti: installando impianti per le rinnovabili in tutto il paese, scelta che ha permesso di creare 220.000 posti di lavoro in pochi anni; trasformando il proprio intero patrimonio edilizio in centrali energetiche, affinché ogni stabile possa catturare la propria energia direttamente in loco; realizzando depositi di idrogeno in tutta la Germania; predisponendo una rete di distribuzione intelligente. Potrei citare anche la Spagna, che è il numero due sul fronte delle rinnovabili e sta anch’essa avviando la terza rivoluzione industriale. Perché non l’Italia?
Verrebbe da dire perché l’attuale governo ha scelto ancora una volta la via del nucleare e della centralizzazione, piuttosto che la via dell’ecosostenibile, delle rinnovabili, del decentramento.
A mio avviso il terreno dello scontro rimane politico, ma presenta caratteristiche diverse dalla fase in cui viveva sulla distinzione tra conservatori e riformisti. Io sono convinto che il nuovo terreno di scontro sia di natura generazionale. I giovani non pensano in termini di destra e sinistra, ritengono che lo scontro sia tra il modello patriarcale, centralizzato e piramidale da una parte, e il modello distribuito, dell’open source e delle creative commons dall’altra. È una generazione cresciuta su internet, abituata a Wikipedia, a condividere codici sorgente, codici computazionali e software, a usare Youtube e Facebook, tutti spazi collaborativi dove condividono le informazioni in maniera distribuita.
Su questa storia del superamento delle categorie di “destra” e “sinistra” ci sarebbe molto da discutere, a partire dal modello sociale, dal controllo dei mezzi di produzione e di distribuzione e dal fine ultimo dell’impres: il mero profitto o la crescita distribuita. Difficile invece non convenire sul fatto che si sta diffondendo una sensibilità trasversale intorno a questi temi.
Proprio così. La posta in gioco è la democratizzazione dell’energia, nel senso di power to the people. Si tratta da una parte di un modello di mercato dove ciascuno produce la propria energia, dall’altra di un modello collaborativo basato sulla condivisione tra pari dell’energia prodotta da ciascuna città, paese, continente. Per Roma proponiamo tra l’altro la costituzione di cooperative energetiche sull’intero territorio cittadino. L’idea è quella di lavorare con le imprese locali e nazionali e creare un sistema ibrido che offra a tutti gli attori territoriali la possibilità di fondare cooperative che riducano i margini di rischio per poi stringere accordi collaborativi che prevedano la condivisione dell’energia prodotta, attraverso reti distribuite connesse con il resto d’Europa e con il Mediterraneo. È il modello sociale e di mercato del ventunesimo secolo. Non è un caso che la Lega Coop sia tra i soggetti con un ruolo da protagonista in questo processo.
Torniamo alla questione lavoro, che in Italia presenta sempre più i caratteri dell’emergenza nazionale. Lei prima ha parlato della possibilità, con la terza rivoluzione industriale, di creare milioni di posti di lavoro. Possiamo provare a dare maggiore consistenza alla sua affermazione?
Se provo a pormi dal punto di vista del movimento sindacale le mie domande sono queste: una centrale a carbone, quanti posti di lavoro può creare? E una centrale nucleare? La Germania, che rimane un paese con un’economia trainante, ha dimostrato che le energie rinnovabili possono creare moltissima occupazione. Duecentoventimila posti di lavoro nel giro di pochi anni a fronte di un pugno di posti di lavoro in tutti gli altri settori. Il movimento sindacale dovrebbe anche rendersi conto che la chiave di tutto è l’edilizia: è quello l’elefante nella stanza, l’evidenza che nessuno vuole vedere. Abbiamo l’opportunità di riprogettare ogni singolo fabbricato italiano per trasformarlo in una centrale energetica: dal punto di vista del lavoro, il ritorno sull’investimento è immenso.
E poi c’è il fatto che la creatività che esprimete in Italia non ha pari. E avete anche una validissima comunità di piccole e medie imprese. Ora, da Roma in su l’Italia è una grande centrale, mentre da Roma in giù avete un’enorme quantità di energie rinnovabili. Pensate alle opportunità economiche che si verrebbero a creare stabilendo una forte alleanza tra chi produce le energie della terza rivoluzione industriale e chi produce il manifatturiero. Potreste costruire un’Italia omogenea e superare lo squilibrio tra meridione e settentrione.
Questo del superamento degli squilibri tra Nord e Sud, della definizione di nuovi e più avanzati equilibri è certamente un altro snodo decisivo.
Dal punto di vista dell’energia, da Bari alla Sicilia avete un’Arabia Saudita. C’è tutto: solare, eolico, marino. La sfida è riuscire a incanalare tutta questa energia con tecnologie al passo con la terza rivoluzione industriale, quindi fonti rinnovabili, riconfigurazione degli edifici, predisposizione di reti di distribuzione intelligenti e le altre cose che abbiamo detto, per poi stabilire una nuova relazione economica con l’Italia settentrionale. Posso dire che bisognerebbe guardare di più alle opportunità che tutto questo offre? Che vedo il futuro del movimento sindacale in buona parte qui?
Opportunità, come quelle che servono per lasciarci alle spalle la questione meridionale e ragionare in termini di risposta meridionale. Una risposta fondata sull’industria e sul lavoro ecosostenibile, sulle opportunità di crescita e di futuro.
Sì, opportunità di crescita sostenibile. Lo scontro non può continuare ad avvenire soltanto su quanto ancora toglieranno ai lavoratori e alle lavoratrici, occorre reinvestire nel nome di una giovane generazione di lavoratori. Dobbiamo saperci ingegnare. Il Rinascimento nacque da questo, ed è così che daremo corso al Rinascimento del ventunesimo secolo: sarebbe a dire un rinascimento energetico.
Al laureato non far sapere
Questa è la mail che mi ha inviato Vera Roberti un pò di giorni fa (a parte l’attacco, più formale e rispettoso del mio lavoro e dei miei 55 anni :-)). Io a Vera ho risposto, e naturalmente poi lo racconto anche a voi cosa le ho detto, le ho naturalmente chiesto il permesso di pubblicare la sua mail, e adesso mi piacerebbe che anche voi diceste la vostra in questa discussione, che secondo me non è per niente facile ma presenta molti aspetti molto ma molto interessanti.
Buona partecipazione.
Salve,
ho letto con piacere il suo libro Enakapata questa estate.
Sono perfettamente d’accordo con quasi il 100% delle sue considerazioni sulla ricerca in Italia e nel mondo. Io conosco molto bene questa realtà in quanto laureata in chimica con quasi dieci anni di precariato all’ attivo nel mio curriculum professionale. Poi mi sono arresa ed adesso faccio altro (vendo strumentazione scientifica per una multinazionale). Ho avuto anche proposte di lavoro all’ estero ma non so bene per quale motivo, se per paura o per mancanza di attitudine al cambiamento, non ho mai accettato.
Una sola cosa mi ha lasciato un pò perplessa; ad un certo punto lei nel libro parla del suo compito “istituzionale” di professore universitario ovvero delle prove di esame, parlando ad un certo punto di esamificio. Ebbene io penso che se dobbiamo aspirare all’eccellenza dobbiamo incominciare a farlo da subito ovvero dai banchi dell’università.
Perchè non si chiede agli studenti di non imparare a memoria ma di cercare di rielaborare le informazioni e farle proprie? Questo renderebbe magari gli esami meno sterili per gli studenti e forse gli stessi meno noiosi per lei.
Questo inoltre potrebbe far diminuire il numero di promossi ed aumentare magari il numero di 18, ma non sarebbe forse meglio far laureare solo coloro che effettivamente lo meritano piuttosto che avere un esercito di laureati che non sanno che farsene di un pezzo da carta che ormai non vale più niente?
Capisco che questo discorso in un momento in cui i corsi di laurea vengono valutati in base al numero di promossi non è poi in linea con il pensiero corrente. Non sia mai si sparge la voce che quel determinato corso di laurea è troppo sellettivo con conseguente fuga di iscrizioni … dunque meglio una massa di laureati senza possibilità di futuro tanto poi in italia NON IMPORTA QUELLO CHE SAI MA CHI CONOSCI O MEGLIO DA CHE SEI PRESENTATO.
Resto in attesa di una sua risposta ringraziandola anticipatamente.
Cordiali saluti.
Vera Roberti
Le nostre rughe ce le siamo guadagnate. Le immagini
Maria Paraggio

Lina Scalea



Vincenzo Moretti
Dedé Adele Gagliardi

Cinzia Massa

Antonella Romano
Vi presento Antonio Romano, detto Totonno o’maglicone (il maglio era un martello con cui si scolpivano le pietre per costruire le strade).
Nella prima in basso è ritartto in occasione dei 50 anni di matrimonio. Nella seconda e nella terza durante le classiche domeniche dai nonni nel momento catartico de “A carcioffola arrustuta”. Rigorosamente curata da nonno Totonno.



Maria Paraggio

Santina Verta



Felicia Moscato

Santina Verta



Le nostre rughe ce le siamo guadagnate
Il titolo non è mio, è del mio amico Luigi Santoro. Sì, proprio quello che a fine agosto è passato a T1, come ha scritto Adriano Parracciani (ricordate? T0 vita, T1 morte), e ancora mi manca e mi mancherà sempre. Credo fosse il 1996 o il 1997, i miei amici del sindacato pensionati mi avevano chiesto di aiutarli a fare il sito web e io cercavo un titolo. Ne parlai con tanti che mi diedero tante belle idee ma fu lui a fulminarmi, come del resto accadeva spesso.
Sono passati un pò di anni, e un giorno leggo in un bel libro di James Hillman (La forza del carattere, Adelphi) che la grande Anna Magnani, durante la lavorazione di un film, aveva detto al suo truccatore “mi raccomando, non toccare le mie rughe, me le sono guadagnate una a una”.
Sono passati altri anni ancora e in un Liceo di Reggio Emilia, dopo aver visto il bel film di Carlo Lizzani e Francesca Del Sette, Giuseppe Di Vittorio, Voci di ieri e di oggi, con tutte quelle belle facce segnate dalla fatica e dal sole, ho raccontato ai circa 200 ragazzi dai 16-18 anni presenti di Luigi Santoro e di James Hillman, di Anna Magnani e dei contadini di Cerignola, di come quelle facce fossero singolari, espressive, uniche e di come invece oggi, nell’era del lifting sfrenato e dei 70enni che giocano a fare i 20enni, le facce sono intercambiali, di plastica, nel senso che potrebbero appartenere all’uno o all’altro senza che ci sia molta differenza. So che ci crederete, ma vi assicuro lo stesso che da quei ragazzi ho ricevuto uno dei più bei applausi della mia vita.
Adesso ci si è messo Giacarlo Iorio, con le sue belle foto intotolate rughe, come faceva a non venirmi l’idea. Quale idea? Quella del concorso “Le nostre rughe ce le siamo guadagnate”.
INVIATE LE VOSTRE FOTO, IMMAGINI, DISEGNI, POESIE, NON IMPORTA IL VALORE ARTISTICO IMPORTA IL CONTENUTO, CHE ABBIANO COME SOGGETTO LE RUGHE.
LE VOSTRE RUGHE, QUELLE DELLE VOSTRE AMICHE O DEI VOSTRI AMICI, QUELLE DELLE PERSONE CHE INCONTRATE PER STRADA, QUELLE DEL VOSTRO CANE O DEL CANE DEL VOSTRO VICINO O DI QUALUNQUE ALTRO ANIMALE, QUELLE DELLA TERRA, QUELLE DEL SOLE E DELLA LUNA, INSOMMA QUELLE CHE VI PARE PURCHE’ SIANO RUGHE, SOLCHI, IMPRONTE, SEGNI.
I tre vincitori riceveranno in regalo una t-shirt nera con su stampato il quadro dedicato a Enakapata di Matteo Arfanotti e una copia del libro Uno, ddoje, tre e quattro, in uscita a novembre di quest’anno e per ora non posso dirvi di più.
Come decideremo i vincitori non lo so ancora, ma questo non mi sembra importante. Voi cominciate a spedire le vostre foto e a invitare i vostri amici a partecipare, al resto ci pensiamo via facendo.
Buona partecipazione.
Enakapata Agua

Ebbene sì. Chi trova un’amica trova un tesoro. Concetta Tigano il quadro precedente l’aveva fatto per Cinzia Massa e però poi ha fatto per me questa nuova versione acquerello.
Sì, direi proprio che Enakapata Agua ci sta molto bene nella nostra piazza. La galleria insomma si arrichisce sempre più. E poi sono in arrivo le foto di Giancarlo Iorio, e poi e poi va a finire che questa volta davvero la inauguro Enakapata at an Exhibition.
Vuol dire che venerdì a eBookFest avremo altre cose ancora da raccontare.
Appocundria
E’ un pò di giorni che continuo a pensare che mi piacerebbe scomparire per un pò, non solo da Piazza Enakapata e da Facebook, scomparire in generale, vorrei essere un prestigiatore tipo David Copperfield ma non come Nando Paone in “E fuori nevica” che lui non riesce a scomparire davvero e poi sappiamo come va a finire.
La cosa che mi preoccupa di più è che nel frattempo continuo a mettere in cantiere idee, progetti, appuntamenti, ancora non deve uscire il numero de Il Mese e poi dei Quaderni con l’intervista a Rifkin che già sto mettendo in pista l’intervista a Sennett. E poi ci sono i libri su cui sto lavorando, e sì, cari @amici e amici, vicini e lontani, ci saranno sorprese nei prossimi mesi, che dico, settimane, e poi c’è c’è la Fondazione, e poi l’università, e poi la serendipity, e poi la ricerca sul fare artigiano e poi quella su Sud e classi dirigenti.
Voi dite che è troppo? Io dico che la mia vita è stata più o meno sempre questa, che non conosco un altro “mio” modo di essere. Mi sono sempre detto “non ce la faccio”. Mi sono sempre risposto “in qualche modo farò”. E così è stato.
Adesso è diverso. Perché adesso lo so che ce la faccio, nel senso che l’ho imparato. E’ che non ho voglia di farcela. Non mi dice niente. Mah, prima o poi passa. Magari sono i 55 anni che compio sabato, ogni tanto me lo fa. Quando ho compiuto 30 anni è stata una tragedia, poi tutto tranquillo, a 40 come a 50 anni. Sono trascorsi 25 anni, saranno le nozze d’argento d’ “appocundria”. Mah, speriamo. Comunque se è qualcosa vi tengo aggiornati.
Lo strano caso dell’umile converso
Quando, nell’autunno del ’79, fui assunto nella Casa di Cura Ave Gratia Plena, specializzata nella terapia delle malattie neurologiche e psichiatriche, dovetti trasferirmi a S. Apollonia, ventimila abitanti, seicento metri sul livello del mare, distante meno di quindici chilometri dalla costa.
Mi ambientai bene nel giro di pochi mesi. Avevo scoperto abitanti gentili e pervasi da un sottile spirito epicureo, amanti della musica, della buona cucina e della cultura.
Il posto, oltre che per la clinica, era conosciuto nel circondario anche per un rinomato complesso sinfonico, davvero qualcosa di più di una banda musicale, che, tra l’altro, si esibiva solennemente in occasione della festa della Santa Patrona, il 13 marzo.
In quella ricorrenza l’orchestra, diretta dal baffuto maestro concertatore prof. Anselmo De Donatis, suonava brani di musica classica e lirica su un palco ottagonale, pennellato di bianco, con fregi azzurri e dorati.
Ritratti di musicisti famosi, tra cui Donizetti, Puccini, Verdi, Bellini, Schubert, Mozart, Rossini ornavano gli spicchi del soffitto e sorvegliavano l’esecuzione. Alle arcate portanti erano avvitate mille lampadine che diffondevano una luce intensa e calda. Il maestro De Donatis, virtuoso del violino, concludeva quasi sempre la serata con “il volo del calabrone”, scatenando entusiastici consensi anche tra gli spettatori più tiepidi.
Non lontano dalla Casa di Cura, in via Ugo Foscolo, l’altro motivo per cui quella città era famosa: “Da Santino”, un raffinato ristorante, in equilibrio fra tradizione e innovazione, dove si preparava, tra l’altro, un risotto di vialone nano, tirato con il brodo di frutti di mare e mantecato, rigorosamente fuori dal fuoco, come precisava l’autore, con spuma di crostacei. L’effetto consolatorio di quel piatto era tale che noi, nelle frequenti riunioni conviviali l’avevamo ribattezzato “Soma e Psiche” e qualche collega lo proponeva come cura alternativa agli antidepressivi.
I menu erano vergati a mano da Fra Guglielmo, il miniaturista dell’Abbazia Benedettina di sant’Erasmo, che distava dodici chilometri dal centro abitato.
Carta pergamena, inchiostri di china, caratteri gotici, ogni capolettera era una miniatura. Il risvolto di copertina recava una massima attribuita a Epicuro: “La sazietà è nemica del piacere”.
Santino approfittava spesso della nostra presenza per chiedere un consulto:
“Dottori, spiegatemi perché, se non posso avere sempre il meglio per il mio ristorante, mi viene l’ansia”. Fingevamo una confabulazione seriosa e poi rispondevamo un po’ a turno:
“Santino, questa non è una malattia… Tu hai la sindrome del Dom Perignon, solo il meglio… In fondo tutti i grandi cuochi, come i grandi artisti, sono dei perfezionisti”.
“Ho capito, ma allora dovrei aumentare i prezzi, così quasi ci perdo, la cucina e il servizio sono da Gran Vefour e il prezzo da normale buon ristorante cittadino”.
Non ero d’accordo sulla sindrome del Dom Perignon, il famoso champagne preferito da James Bond.
Santino non voleva il meglio per sé, come 007. Offriva il meglio ai suoi clienti, sperando di guadagnare la loro stima e benevolenza. In un certo senso l’opposto.
Comunque nessuno di noi lo avrebbe curato, poiché il suo disturbo ossessivo di personalità era il suo stile di vita e aveva il merito della bontà dei suoi piatti. D’altra parte avremmo continuato a frequentare quel luogo di delizie, anche se i prezzi fossero raddoppiati.
Comunque per quanto la città fosse tendenzialmente gaudente e invitasse a un simile stile di vita, lavorare si lavorava.
Eravamo più di venti specialisti senza contare gli psicologi e i consulenti esterni e, pur con qualche crisi personale e qualche sporadica caduta di rendimento, curavamo con grande attenzione e dedizione i nostri pazienti.
L’attività culturale preferita poi era la discussione dei casi clinici.
Mi ero appassionato a questo esercizio fin da studente, con la lettura di Tempo Medico, che nelle pagine centrali, illustrate da Crepax, vedeva un professore di clinica medica discutere con l’aiuto Attilio e con qualche fascinosa assistente, di complicati casi clinici che alla fine riusciva brillantemente a risolvere. Naturalmente avrei voluto essere come lui.
Anche per questa ragione avevo stretto amicizia con il consulente internista della clinica,
Luca Franceschi, fisicamente il gemello di Oliver Sachs, stesso barbone, stessi occhiali, stesso sorriso, dotato di raro acume e di vasta e profonda preparazione, dalla cardiologia all’endocrinologia. Lo stimavo e lo consideravo un eccezionale diagnosta.
Forse fu per questo motivo che quella mattina del maggio dell’ottantuno, quando mi venne a cercare in reparto e, battendomi una mano sulla spalla scandì col suo vocione:
“Ho un caso clinico da risolvere, ho bisogno di un tuo consulto”, caddi dalle nuvole.
“Eh, se…”, dissi, meravigliato e compiaciuto.
“Si tratta di una consulenza che l’abate in persona mi ha chiesto domenica scorsa dopo la messa”.
Luca, nonostante l’aspetto da sessantottino era un fervente cattolico.
“E’ per… un monaco, quindi dobbiamo andare all’abbazia”. Non volle anticiparmi altro.
Concordammo di vederci alle sedici del giorno dopo davanti al monastero.
Attraversammo il chiostro per giungere nell’ampia sala dedicata alla vendita al pubblico dei prodotti erboristici, dove ci attendeva il vice-priore.
Aveva incarico di condurci nell’ufficio dell’abate, padre Dom Ugo Clementi.
Questi ci salutò cordialmente e si disse grato per la nostra disponibilità.
Era un uomo più alto della media, magro, energico, il volto chiaro, quasi diafano, su cui spiccava la puntinatura nera della barba, nonostante la perfetta rasatura, capelli neri, lisci, mortificati da una chierica perfettamente rotonda. Mio padre, che, quando ero alle medie mi spiegava le parole difficili, lo avrebbe portato come esempio di figura ieratica.
La stanza dove ci aveva ricevuto era sobria ma non spartana. I mobili erano antichi e di eccellente fattura, alle pareti delle pergamene policrome e dipinti di soggetto religioso.
“Attribuito alla Scuola del Tiepolo”, disse soddisfatto, sorprendendomi a indugiare con lo sguardo su una “Madonna con Bambino”, affrescata alle sue spalle“.
Forse il figlio del maestro, Giandomenico… voi sapete che gli affreschi dell’abside della basilica sono del maestro in persona, 1750-51 circa, dopo l’incendio che annerì tutta la chiesa. Mentre il padre decorava da par suo la basilica, il figlio si dedicò ad affrescare alcune stanze e le cappelle interne. Questa stanza una volta era una chiesetta per i frati più anziani, non lontana dalle celle”.
Si capiva che avrebbe preferito parlare d’arte, di cui si sapeva che era un grande appassionato, ma subito dopo cambiò espressione e iniziò:
“Noi abbiamo sempre cercato di essere il più possibile autosufficienti ed è perciò che abbiamo anche un allevamento di animali da cortile e di maiali.
A occuparsi del nutrimento dei maiali è frate Onofrio, un laico, una persona semplice, cui il buon Dio, per sua imperscrutabile decisione, ha fornito una notevole forza fisica ma un intelletto non altrettanto robusto”.
“Ah, un converso!…” esclamai, contento di mostrare una certa competenza.
Sapevo di questa figura non tanto per aver studiato il monachesimo, quanto per i racconti di mia madre su Suor Maria Crocifissa, una nostra prozia ottocentesca, priora di un convento di clausura a Napoli e la sua conversa, che aveva acquisito fama perché bravissima nel confezionare i dolci di pasta reale. Il converso o la conversa erano persone di servizio, uomini di fatica o, nella migliore ipotesi, artigiani o dame di compagnia. In un certo senso la prova che l’egalitè non aveva espugnato i monasteri o semplicemente che una società ideale resta un’utopia.
Finalmente ora stavo per conoscerne uno dal vivo.
“Un converso, sì…” confermò l’abate con un lieve imbarazzo, “la famiglia ha voluto affidarlo a noi perché non aveva un lavoro vero e proprio, aiutava in campagna, ma i coetanei lo prendevano in giro a causa della sua ingenuità e… innocenza e, dopo la morte del padre, lui era diventato rissoso, si stava sbandando e… così… è qui da cinque anni”.
Dopo un lungo sospiro l’abate allargò le braccia e poi le richiuse come in dominus vobiscum.
“Mi dicono i confratelli che negli ultimi tempi, quando frate Onofrio porta il cibo ai maiali, si siede vicino alla mangiatoia ed emette degli strani singhiozzi o dei suoni gutturali anche per un’ora di seguito. A volte si prende la testa fra le mani e a volte solleva il capo al cielo. A volte alterna ai singulti dei veri e propri ululati. Se qualcuno dei frati si avvicina, appare come inebetito e, dopo un po’, il suo singhiozzare e il suo ululare si attenuano, fino a cessare. Se lo si interroga non risponde. Guarda a terra e non parla”.
Non seppi fare a meno di chiedere se solo in quella occasione il converso singhiozzasse e ululasse.
“Un confratello, che dorme vicino alla sua celletta, dice di averlo sentito qualche volta anche di notte”.
Il collega Franceschi mi guardava sperando che io avessi una risposta o almeno un’ipotesi, per tranquillizzare il prelato.
“Sarebbe bene ascoltarlo” dissi “ e anche visitarlo”.
L’abate si strinse un po’ nelle spalle, poi fece cenno di sì col capo.
“Temo” aggiunse “che non vi dirà molto. Anzi ho paura che non dirà neppure una parola”.
Ci recammo nell’infermeria dove il frate addetto ci accolse con tutti gli onori e quando ci fummo sistemati ci portarono frate Onofrio.
“ Buona sera frate Onofrio, accomodatevi”.
Il paziente, ancora sulla porta si girò a cercare rifugio nella tunica del confratello che lo accompagnava. Aveva un aspetto corpulento, ma il viso rotondo di un bambino.
Lo fecero sedere davanti a noi, ma alle mie domande non rispondeva. Guardava a terra come chi viene colto in fallo e rimproverato. Ogni tanto mi rivolgeva lo sguardo e una sola volta accennò a un debole sorriso. L’esame neurologico era negativo per deficit focali, ma era evidente una discreta microcefalia. Sicuramente, il frate era un minus habens, come dicevano allora gli psichiatri di grido, ossia era poco dotato sul piano dell’intelletto. Egli aveva una discreta intelligenza pratica, ma non sarebbe stato capace di formulare un concetto astratto.
Quando Luca Franceschi ed io fummo di nuovo soli mi inoltrai in un tentativo diagnostico differenziale:
“Mi è capitato una volta qualcosa di simile, una sindrome ticcosa con emissione soltanto di suoni gutturali, simili a grugniti o a singhiozzi, senza movimenti ticcosi, nel fratello di un paziente con sindrome di Gilles de la Tourette, oppure… potremmo pensare a una forma di epilessia parziale, secondariamente generalizzata, con emissione di vocalizzazioni, ma è una forma rara e poi… non mi tornano i conti. La crisi dura troppo…ma tu a che pensi?”.
“Da internista ho osservato il collo di frate Onofrio e allora darei uno sguardo anche alla tiroide, un deficit precoce potrebbe aver dato i suoi frutti”, disse Luca.
“Oppure sta diventando psicotico, potrebbe trattarsi di una sindrome d’innesto…” dissi riservando poca attenzione all’osservazione endocrinologica del mio collega.
Decidemmo che frate Onofrio sarebbe stato indagato in day-hospital, dove avrebbe praticato l’elettroencefalogramma, alcuni esami radiologici e neuroradiologici, alcuni test adatti alla sua età mentale e gli esami di laboratorio, compresi quelli per la tiroide.
Dopo circa 15 giorni avevamo i risultati che però non erano affatto illuminanti.
Non confermavano, ma non escludevano le diagnosi ipotizzate.
Prescrissi allora al converso una terapia sintomatica, blandamente sedativa, con piccole dosi di farmaci neurolettici e del triptofano e inviai una breve relazione all’abate, per informarlo della negatività degli esami e della necessità di attendere almeno quattro settimane per poter verificare gli effetti della terapia.
Non passarono neppure otto giorni, invece, che l’abate mi telefonò e mi fece capire che i farmaci non stavano dando miglioramenti, anzi. Gli ululati si erano fatti più lunghi e strazianti.
Alla fine della telefonata mi accennò, discretamente, alla sua ipotesi diagnostica.
“Dottore la cosa sta portando scompiglio nel monastero… non dovrei parlarne per telefono, ma se proprio la medicina non può far nulla… è tradizione che almeno uno dei confratelli si occupi… di… esorcismo e nel nostro monastero abbiamo frate Adelmo, che ha risolto molti casi, che da tempo mi chiede di intervenire… dice che forse la vicinanza con le bestie immonde…”.
Non commentai in nessun modo ciò che l’abate mi andava dicendo e a lui quel silenzio dovette sembrare piuttosto eloquente.
“Capisco che sto entrando in una sfera che voi laici… che gli uomini di scienza… oltre tutto i familiari hanno saputo qualcosa e ora vogliono essere informati sulle condizioni di salute del congiunto”.
Dissi educatamente che non era il caso di esorcizzare frate Onofrio e che avrei visto di nuovo lui e i familiari nel mio studio il giorno dopo.
Infatti, alle diciannove del pomeriggio seguente ero seduto di fronte al frate con i familiari in sala d’attesa.
Mi stavo giocando una carta importante. Mi dissi che, come nelle versioni di greco più incomprensibili, anche quel mistero doveva avere un senso.
“Onofrio, ricordate qualcosa di quando vi viene quella crisi? Vi succede di avere una specie di bolla nello stomaco? Avete mal di testa? Vi si abbaglia la vista? Vedete per caso cose strane?”
Mi sembrò che il povero frate si mettesse finalmente nei miei panni, capiva che ero nei guai per lui e che avrei dovuto dir qualcosa alle sorelle, alla madre e allo zio.
Fece passare un tempo che mi sembrò lunghissimo, poi bisbigliò qualcosa, sempre guardando a terra.
“Come? Non ho sentito”.
A quel punto mi guardò fisso mentre allungavo il collo e tendevo le orecchie per non farmi sfuggire neppure una sillaba e, al tempo stesso abbassavo lo sguardo verso il piano della scrivania, per non intimidirlo.
“Ce vulesse n…n…na femminuccia…p…p…però!” disse con voce bassa ma, questa volta, perfettamente comprensibile.
In quell’istante si aprì davanti ai miei occhi la voragine dell’ovvio. Come avevo potuto non pensarci. Avevo dato per scontato che il poveretto avesse una malattia, solo perché l’abate aveva questa implicita teoria su di lui, sostituita più tardi da quella della possessione.
Sia io che il mio collega eravamo caduti in un grave errore di metodo. Avevamo dato per certo ciò che non lo era affatto. Avrei dovuto ricordarmi che “La certezza è nemica della verità”, ma soprattutto avrei dovuto applicare questo insegnamento di Popper e invece io ero diventato subito certo dello stato di malattia del frate. Mi sentii un vero idiota e mi chiedevo chi tra noi due fosse il minus habens.
Non c’era diagnosi, semplicemente perché non c’era malattia. Ma quale sindrome ticcosa, epilessia parziale, innesto psicotico o possessione! I singulti e gli ululati erano dovuti a desiderio d’amore e nessuno di noi aveva pensato che anche una persona così semplice e innocente potesse soffrirne.
Ci misi quindici secondi per pensare tutto ciò. Quando alzai lo sguardo mi resi conto che Onofrio non era più disperato, si era liberato di un grande peso e sapeva che lo avrei aiutato.
Lo capii, al di là di ogni ragionevole dubbio, perchè sul viso rotondo dell’umile converso, ancora vestito da benedettino laico, era stampato il più complice e impertinente dei sorrisi.
Aliza e Biagio Pace

Ebbene sì, questo me lo ero perso, anche se non proprio perso perché avevo anche ringraziato ma poi mi ero dimenticato di postarlo sul blog. Lo aveva scritto Aliza, moderatrice del gruppo di lettura Mi libro con voi di Donna Moderna, il 21 agosto 2009, in risposta a un lettore che aveva scritto della sua passione per il Giappone: “Condivido il sogno! Mi consolo con le letture dal/del/sul Giappone. L’ultimo libro di questo genere che ho letto è ENAKAPATA di Vincenzo Moretti: insolito, divertente, illuminante…!
“
Questo invece l’ha postato Biagio Pace su Facebook: “Ho letto Enakapata… Complimenti, bellissimo anche nella parte … per addetti ai lavori. Scorrevole … splendida l’idea padre/figlio… Ma il basso è arrivato?”
Come sapete, il basso è arrivato, ma posso dire che continua a piacermi un sacco i commenti e le recensioni che arrivano su Enakapata?
Perciò cosa aspettate, se lo avete letto e ancora non avete mandato il vostro commento o la vostra recensione “do it”, fatelo. Saremo superfelici di pubblicarla.
Lo strillone dalla voce roca
Decidere un giovedì sera del giugno del ‘74, dopo un pomeriggio trascorso sulle sferocitosi ereditarie, di andare al cinema a vedere “Dove osano le aquile”.
Le ragioni del no: l’avevo già visto due o tre anni prima, non era il tipo di film di guerra che mi piaceva, non rispettava la storia e non era realistico, insomma un fumettone con un titolo enfatico, anche se con interpreti eccellenti, inoltre avrei dovuto attraversare piazza S. Maria La Scala alle 20 e avrei potuto trovarmi tra i piedi un alessandrino in avanscoperta.
Le ragioni di Giovanni: I grandi film di guerra si possono vedere anche tre volte, al Tiberio si paga poco, cast stellare, che ti frega del titolo.
Il bonus era poi la proposta della margherita finale.
Finii per cedere alle sue ragioni, anche perché, l’alternativa era pastina al burro e Rischiatutto in bianco e nero.
Il mio collega aveva visto “La grande fuga” 14 volte, conosceva i prezzi di tutti i cinema e di tutti gli spettacoli e al Tiberio riusciva anche a farsi fare lo sconto, corteggiando la cassiera, che aveva avuto lo zio ricoverato nel reparto dove lui era interno.
Quando uscimmo gli alessandrini misuravano il marciapiede di fronte all’ingresso del palazzo. Erano due o forse tre, ma, per fortuna non attraversavano allo scoperto quasi mai a quell’ora.
Sono topi di fogna col muso a forma di piramide tronca gli alessandrini, padroni assoluti della piazza dalle 23 in poi, l’ora in cui saremmo tornati dal cinema.
Assalivano i sacchi dei rifiuti, depositati accanto al portone, e sarebbe stato un problema entrare.
Al Tiberio si arrivava dopo Salita Sanfelice, si girava a sinistra e ancora duecento metri.
Il locale allora aveva un aspetto deprimente: luci al neon, sedute di legno, pubblico di studenti, disoccupati, venditori ambulanti… con qualche eccezione quando il film era di qualità, ma quasi mai esemplari di pubblico da Filangieri o da Metropolitan.
Passava Agostino per le bibite e i pop corn: “Aranciate, Coca, chi beve. Maasticate la gomma!”.
Qualcuno, ispirato dalla pettinatura, dalle movenze e dalla voce lo chiamava Agostina, con fare caramelloso, ma lui non si offendeva, anzi era compiaciuto.
A un certo punto, un altro personaggio sembrava comparire dal nulla: il venditore di giornali.
Capelli neri, che ricoprivano la testa e anche tutta la fronte, fino agli occhi di colore verde chiaro, faccione carnoso con barba di due giorni e figura appesantita, un camice grigiofumo ormai nero lungo ben oltre le ginocchia, respiro asmatico, la voce arrochita dalle nazionali esportazione.
Alcuni locali a Napoli conservavano ancora la vecchia usanza di far vendere i giornali prima dell’inizio dello spettacolo e nell’intervallo.
Lo sentivi arrivare perché pubblicizzava la sua mercanzia annunciando i titoli con fare professionale e in italiano:
“Assassinata minorenne nel bagno di casa, sospetti sul cognatooo…”
Poi allegramente traduceva:
“E’ stat chillu scurnacchiato do cainato… tutti i particolari… Cronaca Vera… Crimèn”.
La traduzione incrementava di molto la vendita.
La prima volta che l’avevamo visto, Giovanni aveva scommesso che si chiamava o Ciro o Gennarino, così quando fu a due file di distanza: “Ciro! Ciro mi dai la Gazzetta?”
Ne era seguito un chiarimento,
“Mio fratello più piccolo si chiama Ciro, io mi chiamo Raffele” disse, mentre porgeva la Gazzetta dello Sport a Giovanni:
“Gesù, tuo fratello si chiama Ciro e tu non ti chiami Gennarino!”.
“Io Gennaro mi dovevo chiamare, ma… quando sono nato io… mio padre aveva litigato co’ nonno e così per dispetto mi chiamò Raffele, che a me questo nome non mi piace, chi è po’ stu Rafele”
Punto sul vivo perché mio padre si chiamava Raffaele, il mio maestro si chiamava Raffaele e mio figlio, quando lo avrei avuto, si sarebbe chiamato Raffaele…
“Un angelo” dissi, £un angelo mandato da Dio. Raffaele significa mandato da Jahvè”.
“N’ angelo?” disse con la voce di cartavetro. Si fermò, guardò a terra come per prendere fiato o per trovare le parole e poi in perfetto italiano: “Sentite, io vi devo essere grato che mi dite così, ma… mi avete visto bene…”.
Poi continuò: “I’ so chiatt, tengo i denti guasti, tengo pure i bronchi asmatici e ‘o fegato… e po’ vedete come sto vestuto, cu stu camice niro che ce dormo pure a notte. Se propio mi doveva mandare, il padreterno mi poteva fare nu poco chiù accunciatiello”.
Fece un’altra pausa: “A Napoli ce stanne i Rafele ma… vulite mettere”.
Non aveva aspettato una replica e aveva ripreso il suo giro con passo da podagra: “Crimèn… Cronaca Nera.. i meglio muort accisi, giornali!”.
Ogni tanto promuoveva anche le testate sportive: “Tutto sul calcio a zona di Viniciooo! Il Napoli vincerà lo scudetto?”.
La versione vernacolare era: ” ‘O aizammo o no sto commò?”
Da quella sera, quando ci vedeva, si fermava e puntualmente chiedeva al mio collega: “Allora Gazzetta o Guerino?”.
Poi rivolto a me:
“Volete un giornale o volete dire qualche altra stronzata”. In genere prendevo una copia di Paese sera e lui se ne andava sorridendo all’aria.
Siccome stavo frequentando le lezioni di psichiatria, mi ero convinto che Raffele era una personalità bipolare e che, di volta in volta, avremmo potuto trovarlo depresso e malinconico o euforico ed espansivo.
Per chiarire ciò che successe quella sera di “Dove osano le aquile”, è necessaria una premessa. Circa venti o trenta giorni prima si era verificato un delitto che aveva fatto molto scalpore.
Una donna dall’apparente età di trenta anni era stata trovata morta in riva a un fiume, trafitta da venti coltellate e decapitata, l’identificazione non era ancora avvenuta e la polizia stava controllando alcune testimonianze.
Circa venti anni prima Nel 1955 a Castelgandolfo c’era stato un delitto analogo ed era stato denominato “La decapitata del lago”.
Era rimasto impunito ed era entrato nella leggenda.
Quella sera Rafele, cominciò a passi misurati per non avere il fiatone, il giro che precedeva lo spettacolo e annunciò in italiano: “Il mistero della donna del fiume! Ancora si cerca la testa della donna! tutti i particolari sul Mattino di oggi!”.
E dopo un respiro: “Ma a capa nun se trovaa, a capa nun se trova!”.
Nelle file centrali pochi istanti prima che si spegnessero le luci erano andati a sedersi quattro spettatori di mezza età, capelli più o meno brizzolati, molto eleganti, vestiti di scuro e con la cravatta.
Date queste premesse nessuno si aspettava quello che stava per succedere.
Appena si accese la luce dell’intervallo si sentì Rafele: “S’è truvata a capa! S’è truvata a capa”. Tutti si girarono a guardarlo.
Uno degli eleganti fece segno che voleva il giornale. Raffele glielo portò con la solita camminata lenta e sofferente.
Quello lo aprì e cominciò a leggere, poi sfogliò di nuovo da cima a fondo le pagine.
Infine chiamò ad alta voce Raffele e chiese sempre ad alta voce:
“Scusi, ma quale capa s’è trovata?”.
Raffele si sentì come il capocomico a cui viene preparato il terreno per la battuta finale, non avrebbe dovuto, forse, ma non seppe trattenersi, anzi gli dovette sembrare che quel signore facendogli la domanda stava ubbidendo al copione e quindi si sentì autorizzato a rispondere:
“S’è truvata a cap’e cazz che s’accattat ‘o giurnale”.
A questo punto si fermò atteggiando il faccione a sorriso, convinto che l’uomo elegante, che non sembrava di Napoli, avrebbe riso anche lui per quella splendida trovata.
Ma non fu così. Quello lo guardò gelido e dopo aggiunse: “Ma questo non è serio, lei, lei è uno scostumato, lei dovrebbe cambiare mestiere! Voglio parlare con il direttore”.
Raffele capì che le cose non erano andate come lui si sarebbe aspettato, si fece cupo e disse: “Scusate ma a voi chi ve l’ha promessa tutta questa serietà, a noi ci piace stare allegri e non stare seri, se a voi non vi piace… un’altra volta non ci venite!”.
“Questo è troppo io la denuncio!”.
A quel punto Raffele, da serio divenne furibondo e disse con voce chiara, per niente roca:
“A-mi-co! O vuò capì o no che cà amm campà tutti quanti!”.
Nelle sue ultime parole c’era lo stesso furore con cui il cane difende il territorio.
Poi girò le spalle e, lentamente, come si era avvicinato, si allontanò.
Quando si chiuse il sipario nessuno ebbe il coraggio di applaudire.
Cosmo
Diciamoci la verità, ogni volta che in stazione o in aeroporto mi si avvicinano per chiedermi se ho già l’abbonamento a Sky o a Mediaset me la godo un sacco a rispondere che non solo non ho l’abbonamento ma non ho neanche la televisione e poi ad osservare le loro facce che dall’attonito passano all’incredulo per poi sfociare nello sguardo schifato modello “vabbè questo è un troglodita, del resto si vede, porta ancora lo zaino ed è alto quasi due metri”.
Oh come mi diverto, oh come mi diverto, ancora di più di quando dico che sono più di 30 anni che non posseggo più l’automobile che quello ormai non ce la fanno a smettere ma se ne sono accorti anche loro che è una eco-tossico dipendenza.
Allora perché sto qui a parlarvi di Cosmo, la nuova trasmissione in onda da sabato 4 settembre alle 21.30 su Rai 3 di cui potete vedere qui sotto il promo? Perché ogni eccezione ha una regola, come direbbe il mitico Totò, e la regola è che il mio amico Luca De Biase quando fa una cosa la fa per bene perché è così che si fa. Ha fatto sempre così nella sua vita, alla Mondadori all’inizio, poi come free lance, oggi al Sole 24 Ore, ma anche con AustroeAquilone, con i Nonni Raccontano che con tutte le altre mille cose che ha fatto e che fa, mettendoci sempre la faccia, le idee, la voglia di innovare.
Basta complimenti, se volete saperne di più andate sul suo blog. Io intanto cerco amici Tvdotati disposti a invitarmi a cena sabato sera.
Buona visione.
Poi magari domenica mi piacerebbe riparlarne con voi.
Luigi S.
A dirvelo ve l’ho già detto, ma in fondo anche se lo ripeto male non fa, tra le cose a cui sto lavorando in questi mesi c’è un volume che vorrei intitolare “Bella Napoli” con un sottotitolo tipo “Storie di lavoro, di passioni e di rispetto”. Ad un certo punto, nelle pagine dedicate ai mie maestri, ci troverete le righe relative a Luigi S. che adesso potete leggere qui. Le potete leggere perché venerdì scorso Luigi è morto. Perché la sua mancanza è assai dolorosa. Perché io non sopporto la retorica e lui la sopportava ancora meno di me. Perché queste righe le ho scritto pensando che lui a inizio 2011, quando come ogni volta gli avrei portato il libro, le avrebbe lette, e se solo avessi esagerato con i toni non avrebbe avuta alcuna esitazione a dirmi l’equivalente di “Vicié, guarda che io sono vivo, non c’era nessun bisogno di farmi il necrologio” (l’equivalente, perché quello che mi avrebbe detto veramente non lo posso scrivere ma lo potete immaginare). Insomma quello che vi voglio dire è che Luigi era molto, ma molto, ma molto di più di quello che sta scritto qua, che mi sono dovuto “mantenere” per non prendermi l’ennessima “cazziata”.
Lo so che state pensando che adesso che è morto potrò raccontare com’era veramente, non vi preoccupate, non mi piglio collera, l’ho pensato pure io, è normale pensarlo, anche se ne avrei fatto tanto volentieri a meno. No no, il punto è che ho bisogno di tempo, non ce la faccio ancora a raccontarlo al passato. Quello che state per leggere è Luigi pensato al presente, e per adesso è tutto quello che vi posso regalare di quest’uomo straordinario.
Luigi S. dei quattro è il più facile e il più difficile da definire. È per me il fratello maggiore che non ho, essendo io il primogenito, è (stato) il mio maestro e il mio capo anche quando le circostanze della vita hanno voluto che a fare il capo fossi io.
Ho davanti a me vivida la scena che puntualmente si ripeteva quando andavamo assieme a trovare i miei al paese. Ad un certo punto la discussione finiva inesorabilmente sul lavoro, con papà che si tratteneva per un tempo che a lui sembrava interminabile e a noi inutile prima della domanda fatidica: don Luigi, ma voi lo tenete a posto a mio figlio, ce li mettete i contributi, questo quando si fa vecchio la prende la pensione?, con me che a seconda del momento mi incazzavo o mi mettevo a ridere e con Luigi che rispondeva compunto “don Pasquale, innanzitutto vostro figlio non lavora con me ma con la Cgil e la Cgil è un’organizzazione seria, e poi adesso è lui il mio capo, se fosse come dite voi, me li dovrebbe mettere lui a me i contributi”. Papà? Alla parola “seria” riferita alla Cgil alzava tutte e due le mani, si alzava in piedi e profferiva un contrito “per carità” che equivaleva a un “chi si è mai permesso di metterlo in dubbio” all’ennesima potenza, insomma una specie di “ ’a faccia mia sotto ’e piere vuoste”, e alla parola “capo” riferita a me diceva “e gghià, don Luì, nun pazziate sempe, ca cheste sò cose serie”.
Insomma nella vita ci sono quelli che diventano capi, a volte con merito altre volte no, e quelli che capi ci nascono. È come la storia che racconta Bill a Beatrix Kiddo in Kill Bill, quello delle differenze tra Superman, che si sveglia la mattina ed è già un superoeroe, e Batman o Spiderman, che si svegliano la mattina e sono Bruce Wayne e Peter Parker. Ecco, Luigi si sveglia la mattina ed è già capo.
Lo è quando ti spiega perché quando stava in produzione la fabbrica la sentiva sua, che cosa intendeva dire quando nel corso delle trattative poneva il problema del troppo cascame (scarti nel processo di lavorazione delle fibre sintetiche) e al capo del personale che sosteneva che il problema del cascame è un problema dell’azienda e non del sindacato rispondeva “no, la qualità e la competitività sono problemi nostri, perché se chiude la fabbrica, la proprietà non muore certo di fame, lei va a fare il capo del personale da un’altra parte, mentre noi finiamo in mezza alla strada”.
Lo è quando – al Vice Prefetto che gli indica la stanza dove si tiene la riunione dicendogli “Signor S., in fondo al corridoio a destra, mi dispiace ma ogni tanto anche lei deve svoltare da quella parte” -, risponde di botto “Dottò, non vi date pensiero, io arrivo là, mi giro di spalle, e svolto comunque a sinistra”.
Lo è quando ti tortura fino alla morte perché anche il sabato mattina si vada a lavorare, anche quando da tempo nella Cgil non è più la norma, spiegandoti che un pò alla volta finisce che non si lavorerà più neanche il venerdì pomeriggio, si chiuderà la sede per Natale, Pasqua e le feste comandate, insomma la Cgil diventerà come un qualunque ufficio, mentre invece la Casa dei Lavoratori deve stare sempre aperta.
Lo è soprattutto quando te lo trovi a fianco sempre, quando lo vedi felice perché hai portato a casa un buon risultato ancora di più di quando il buon risultato lo porta a casa lui, quando ti lascia la scena anche quando è lui che ha fatto la maggior parte del lavoro, quando ti spiega che il capo migliore è quello che sa far crescere i propri allievi, un concetto questo che per sentirlo espresso in maniera altrettanto chiara, credibile, convincente, ho dovuto aspettare un bel pò di anni, fino al 2008 e alle mie chiacchierate a Tokyo, al Riken, con Piero Carninci, ma questo l’ho già raccontato in un’altra occasione. […]
Giancarlo Enakapata Iorio
di Giancarlo Iorio
Caro Vincenzo,
ti voglio premettere qualche informazione sulla recensioe fotografica di ENAKAPATA.
Mi sono ispirato al concetto gramsciano di letteratura. Ho dato da leggere il libro a diversi personaggi di differente estrazione e cultura e li ho fotografati mentre, nel loro ambiente, leggono.
Le foto sono state eseguite con un apparechio digitale, perchè purtroppo non ho più la camera oscura e non potrei stampare delle foto eseguite in modalità analogica. Le foto sono a colori ma naturalmente si può visionare anche la versione in bianco e nero, specie per alcune di esse. Spero che il lavoro complessivamente non ti deluda. Qualche ritocco ancora e domani ti mando tutto.
Ecco dunque alcuni dei “devastanti” effetti della lettura di un libro rivoluzionario!
Personalmente ho trovato prodigioso che un libro con lo stile narrativo del diario e un registro tendenzialmente giocoso e a volte scanzonato possa comunicare in modo così efficace e presentare le vite parallele (nel senso che non si incontreranno mai?) di Napoli e di Tokyo.










Salvatore per una notte
No no, cosa andate pensando, non ho salvato nessuno, non ne sarei capace, io vado trovando chi salva a me. Dal punto di vista pratico, ho passato la notte in ospedale a fianco di un mio amico carissimo, diciamo pure uno dei miei maestri, e come quasi sempre mi accade con le cose pratiche non sono riuscito a rendermi neanche un granché utile, come ha sottolineato il dottore che è passato stamattina con il suo “ma voi qua che ci state a fare se non date la pillola per la pressione al vostro amico”. Dite che avrei potuto obiettare che delle pillole dovrebbero occuparsi loro? O anche che avrei potuto giustificarmi dicendo che io neanche lo sapevo che il mio amico prendeva le pillole per la pressione? E a pro di che! Io mica stavo lì per fare polemiche. Mi sono scusato. E ho dato la pillola per la pressione al mio amico.
Per fortuna però una notte con un amico in ospedale non è fatta solo di cose pratiche, ma anche di pensieri, e io coi pensieri ci prendo sicuramente di più. Anzi, sapete che faccio, un pò dei miei pensieri li racconto anche a voi. Lo faccio così, come mi sono venuti, un pò alla rinfusa, tanto sto così rintronato che se anche volessi raccontarveli per bene non ci riuscirei.
Primo pensiero: bisognerebbe liberalizzare i nomi di battesimo.
Cosa voglio dire? Che il fatto, per fare un esempio, che i miei genitori mi hanno chiamato Vincenzo non vuol dire che tutti devono essere obbligati a chiamarmi Vincenzo. Dite che io oggi non sto stanco, sono completamente taroccato? Niente affatto. Innazitutto perché accade già con i dimunuitivi e con i soprannomi (contranomi). Poi perché da ragazzo lo facevo e riusciva benissimo – ricordo di un Nicola che decisi doveva chiamarsi Pasquale, cominciai a chiamarlo così e in capo a un mese tutto lo chiamavamo Pasquale, in capo a due anche lui si presentava come Pasquale. E infine perchè è accaduto anche ieri sera, quando il compagno di stanza del mio amico ha deciso che io mi chiamavo Salvatore e ha continuato a chiamarmi Salvatore per tutta la notte, aiutato dal fatto che dopo la decima volta che gli ho detto “mi chiamo Vincenzo” mi sono ricordato della vicenda di Nicola Pasquale che ho appena ricordato e mi sono trovato benissimo come Salvatore, persino stamattina quando ci siamo salutati.
Secondo pensiero: una volta era obbligatorio il servizio di leva, e mio padre diceva che con il militare si diventa uomini, adesso renderei obbligatoria una settimana di notte in ospedale, secondo me si diventa uomini, e donne, non ci vuole un anno e più come con il militare.
Io in una sola notte ho ripassato (sì, lo sapevo già) che è bellissimo poter andare in bagno da soli, scendere dal letto se ne hai voglia, camminare, bere se hai sete e mangiare se hai fame, insomma essere autonomi, veder riconosciuta la propria dignità, saper alzare lo sguardo al di là del muro dei nostri piccoli grandi problemi quotidiani.
Terzo pensiero: ho sempre voluto bene alle persone che hanno bisogno di fare di più per fare, diciamo per avere un’idea le persone come Lucia R.. In giornate come queste voglio bene loro ancora di più.
Punto. Ma potete continuare voi.
Caro Vincenzo
Questa la mail che via Facebook mi è arrivata ieri da Giancarlo Iorio, sì, proprio lui, l’autore di Bianco Nero & Click:
Caro Vincenzo,
ti voglio premettere qualche informazione sulla recensioe fotografica di ENAKAPATA.
Mi sono ispirato al concetto gramsciano di letteratura. Ho dato da leggere il libro a diversi personaggi di differente estrazione e cultura e li ho fotografati mentre, nel loro ambiente, leggono.
Le foto sono state eseguite con un apparechio digitale, perchè purtroppo non ho più la camera oscura e non potrei stampare delle foto eseguite in modalità analogica. Le foto sono a colori ma naturalmente si può visionare anche la versione in bianco e nero, specie per alcune di esse. Spero che il lavoro complessivamente non ti deluda. Qualche ritocco ancora e domani ti mando tutto.
A lui l’ho detto già, adesso lo ripeto anche a voi, io sono semplicemente commosso da questo guazzabuglio di emozioni, idee, progetti, @micizia, amicizia, affetto che ci tiene assieme. Spero il 10 settembre a eBookFest di riuscire a trasmetterne almeno un pezzetto di tutto questo, ma intanto vi prometto che domani, non appena Giancarlo mi manda la sua recensione fotografica, io …..
Replicante o Robot?
Sennett ne “L’uomo artigiano” (Feltrinelli 2010) li definisce utensili specchio. E aggiunge che possono essere di due tipi: replicante e robot (non pensate al robot come l’immagine qui di fianco che ho rubato ad Adriano Parracciani, pensate a “macchine” come il telaio completamente automatico o l’ipod).
Per capire bene vi consiglio di leggere il libro (ne vale la pena), qui a Piazza Enakapata basta dire che i replicanti imitano le nostre possibilità-capacità, i robot le potenziano fino a farle arrivare a livelli per noi umani impossibili.
Ciò detto, la domanda del titolo riguarda la “macchina” “piattaforma” blog e potrebbe essere formulata più o meno così:
i blog sono replicanti o robot? Sono semplicemente lo specchio delle nostre capacità – possibilità come i primi o ci permettono di potenziarle come i secondi? E se le potenziano in che senso lo fanno?
Dite che in pieno agosto una discussione così è inconcepibile? Rispondo che non vado di fretta. Se avete un’idea da condividere, fatelo. In caso contrario, pensateci pure fino a quando non viene l’inverno, il post qua sta.
p.q. (post questionem, domanda successiva, ‘a domanda appriess)
ma i social network sono replicanti o robot?
Era già rotto (Core ‘e mamma)
Sì, prenderla alla lontana mi piace. No, non c’entra niente il fatto che sto in ferie, è che mi piace raccontare, c’entra il daimon, il codice dell’anima, la streppegna, insomma non sono portato per la sintesi e poi non è che dovete leggere per forza. Uffah.
1972-1973. Campeggio Baia Domizia. A 17-18 anni è bello essere innamoratissimi, contraccambiati, di una stupenda ragazza di nome Rosanna. Eravamo in campeggio libero, e una delle attività giornaliere era quella di andare con il padre di lei, Luigi, l’uomo della tenda affianco, a prendere l’acqua.
Lui, da quasi 40 anni iscritto al PCI, sapeva del nostro amore, e ne era anche contento. Comunista lui, comunista io, per di più giovane studente che studia con la testa al proprio posto cioé sul collo, cosa vuoi di più dalla vita.
Quel giorno, mentre riempiamo la settima-ottava damigiana da 50 litri, Luigi mi fa “ricordati, ‘a femmena che dice ca te vo’ bene cchiù da mamma è ‘na femmena che ti inganna”.
Posso dire che non capisco perché mi dice questa cosa? Che un pò ci rimango male? Che mi sembra una mancanza di riguardo rispetto alla figlia sua – innamorata mia bellissima?. L’ho detto. Punto.
2010. Cellole. Con Cinzia siamo ritornati dopo la bellissima giornata trascorsa qualche giorno prima, sì, proprio quella delle foto e del filmato del post precedente e, cosa non proprio scontata, trascorriamo un’altra bellissima giornata.
Mare, telline, pallavolo, chiacchiere, tentativo di restare al sole fino alle 3 p.m. da me prontamente sventato, ritorno a casa, doccia in giardino con la pompa dell’acqua che a me piace un sacco, i sandali messi ad asciugare. Indosso degli infratido di un pò di numeri più piccoli del mio, della serie l’arte di arrangiarsi è obbligatoria se hai 46 di piede.
Pranzo, musica, tanta bella musica, chiacchiere again, mentre sto scendendo per andare a vestirmi per il ritorno a Napoli si rompe l’infradito destro. Mi scuso con mia cognata Paola che me li ha prestati, lei naturalmente sorride e mi dice che non c’è problema, nel frattempo Cinzia è scesa ed essendo una persona che mette pace ha detto a mamma “Vostro figlio ha rotto gli infradito di Paola”.
La risposta di mamma:” e che fa, quelli già erano rotti”.
Io e Cinzia siamo scoppiati a ridere come pazzi. Poi mi è venuto in mente Luigi e la storia della femmina ingannatrice.
Voi dite che è l’età? Dite, dite. Intanto a mamma mia guai a chi me la tocca.
Grand Hotel
Va bene, l’ammetto, dato il periodo, le possibilità del “qui pro quo” sta nelle cose, ma il Grand Hotel del titolo non c’entra nulla con il posto nel quale trascorrerò le ferie, che per ora non ho deciso neanche se e dove le trascorrerò. Grand Hotel sta per la rivista Grand Hotel, quella fondata nel 1946 dai fratelli Alceo e Domenico Del Duca, i boss delle Edizioni Universo, con Matteo Macciò, che ne diventò il direttore, che all’inizio era basata sulle storie d’amore a fumetti (tra i collaboratori il grande Walter Molino) e poi si trasformò in un contenitore di fotoromanzi destinati prevalentemente al pubblico femminile (prevalentemente, perché tra i lettori c’ero anche io, avevo 9-10 anni, ma sempre pubblico maschile ero).
Perché vi racconto tutto questo? Perché ieri ho passato una bellissima giornata, assieme a Cinzia, ai miei cognati Paola e Alberto, ai miei nipoti Flavia e Angelo, a mia madre Fiorentina, e a Nunzia, Gaetano e Antonio, i miei fratelli. E perché questa bellissima giornata ho deciso di raccontervela con tre immagini e un breve filmato, con tanto di didascalia, proprio come si faceva su Grand Hotel.
Buona visione.


I campionissimi all’opera, infruttuoso salvataggio compreso … E vissero tutti felici e contenti.
Luca, piglia ‘o milk ‘a int’o fridge

Va bene, ci ho messo una settimana invece di 24 ore, ma il lavoro è lavoro e in quanto tale ha la priorità, soprattutto quando poi c’è il lavoro di altre persone collegato al tuo. Eh sì, funziona così, altrimenti mica sarei stato praticamente tutto sabato e domenica incollato al mio mac. Ma poi perché devo darvi tutte queste spiegazioni? Vi avevo detto che ve lo raccontavo? E ve lo sto raccontando. La telefonata del mio amico Michele non mi aveva sorpreso, il suo contenuto invece sì. Vicié, vedi che da me ci sta Livio, e avrebbe piacere di passare una giornata con te, Luca e Salvatore.
Chi è Livio? E’ quello che vedete con me nella foto, vive da 42 anni a Sydney, e nel nel settembre 2000 ha ospitato praticamente per un mese a casa sua me, Luca, Salvatore e Michele, in quella che è stata la più fantastica vacanza della mia vita in quello che per me è il più meraviglioso paese del mondo.
Era lui che la mattina ci preparava improbabili, straordinarie colazioni a base di pancetta, uova fritte, frutta varia, marmellata e chi più ne ha più ne metta. Ed era ancora lui che a un certo punto profferiva il “Luca, piglia ‘o milk ‘a int’o fridge” che stava a significare “se siete così assurdi da preferire latte e biscotti fate pure, ma non cercate il mio consenso”.
Cosa ho fatto quando Michele mi ha detto che era qui? Prima mi sono emozionato. Poi ho telefonato a Salvatore. Poi abbiamo deciso di passare assieme una giornata a Procida. Poi l’abbiamo fatto. Ed è stata una giornata bellissima. Ma questo ve lo racconto un’altra volta, non appena Livio mi manda le fotografie.
Viva l’Italia

Salvatore Di Domenico è il mio amico del cuore, per mia fortuna non è l’unico, ma ci vogliamo bene veramente. Oggi è venuto a Roma ad accompagnare Livio che ripartiva per Sydney, Livio è il nostro amico di “Luca, piglia ‘o milk ‘a int’o fridge”, e anche se per ora non si capisce, fidatevi, perché come vi ho premesso uno di questi giorni, magari pure domani, questa storia ve la racconto.
Il lavoro oggi mi ha impedito di essere in giro per Roma assieme a Salvatore e Livio, ma sono riuscito a raggiungerli a Termini e a salutare Livio prima che partisse per Fiumicino.
Erano più o meno le 5.30 p.m. quando io e Salvatore siamo arrivati alla macchinetta per fare il biglietto per il treno AV delle 18.00, da Roma a Napoli, insomma quello che vedete sopra (io ho l’abbonamento).
Seconda classe. Costo del biglietto 44 euro. Posto non garantito. E infatti abbiamo viaggiato in piedi. Anzi no, Salvatore a un certo punto si è accartocciato accanto alle valigie, nel bagagliaio tra uno scompartimento e l’altro. Gli ho fatto anche due foto, anzi credevo di avergliele fatte, devo aver sbagliato qualcosa, le foto non ci sono e io mi sono preso talmente collera che avevo deciso di non scrivere più il post. Poi mi sono ricordato che Salvatore mi ha dato il biglietto. La prova ce l’ho, mi sono detto, ed eccomi qua.
Voi che direste di un paese che ti fa pagare 44 euro da Roma a Napoli e ti scrive sul biglietto che non hai il posto garantito, che significa guarda che abbamo fatto più biglietti dei posti disponibili, dunque preparati a viaggiare all’impiedi?
Io le mie parole le ho terminate. Anzi no, dico Viva l’Italia. Ma viva veramente. Che io con i miei 55 anni se ci riesco me ne vado a vivere da un’altra parte. Giuro.
Volo nel buio
di Felicia Moscato
Due facce del bene, dell’amore,
come due sono le facce di una moneta;
una porta al bene, l’altra alla morte.
Fatta la scelta non puoi tornare indietro
ed ecco che il viaggio inizia.
L’inconsapevolezza e l’ingenuità
ti prendono per mano
e il buio diventa il tuo miglior amico.
Ad ogni passo la meta è più vicina,
ma sempre più cresce la sua ambigua natura.
Il viaggio è il giusto mix delle sue opposte
componenti: TREPIDAZIONE, ANGOSCIA, SPERANZA,
ILLUSIONE, SOGNO, REALTà.
Arrivi a destinazione,
dopo interminabili momenti di disorientamento.
Cosa vedono ora i tuoi occhi?
Distese immense di menzogne si perdono all’orizzonte,
alberi di disprezzo spuntano al tuo avanzare.
Gli occhi pieni di incredulità e sgomento sono quelli
di chi li ha tenuti chiusi per troppo tempo.
Il viaggio è stato un volo nel buio e ora una luce ti
ha mostrato la cruda realtà.
Guardi indietro giovane farfalla,
vorresti scappare e tornare all’istante della scelta.
Vorresti sentirti dire:
“Gira di nuovo la ruota, sarai più fortunato”,
ma tu sei lì e hai smesso di credere alle favole;
tu sei li e hai solo voglia di tirar fuori le ultime
forze e invertire i poli della tua vita.
La ruota delle opportunità è dinanzi a te,
l’ultima monetina l’avevi inserita prima del viaggio.
Che fai ora? Dove sei diretta?
Il bene che avevi scelto portava alla morte
e tu gli sei andata incontro ballando e cantanto.
Somigliavi più a una di quelle schiave nere che
cantavano, con nostalgia, nelle piantagioni di cotone
americane.
Dispiega le tue ali farfalla, vola via.
Scrollati di dosso l’amarezza, canta una nuova melodia,
riempi di note nuove e dolci il pentagramma del tuo
spartito e non aver paura della paura.

Febbraio2009
Concetta Enakapata Tigano [in finitura]
E’ severamente vietato

Oggi a Roma mi è venuto a trovare Adriano Parracciani e mi ha fatto 3 regali.
Il primo non ve lo dico.
Il secondo è la tela con la bellissima recensione pittorica di Enakapata, vi assicuro che vista dal vivo è una meraviglia.
Il terzo è il titolo di questo post, me lo ha ispirato mentre mi ha accompagnato a Termini, ricordandomi che l’Italia è l’unico paese al mondo dove non basta dire “è vietato” ma bisogna dire “è severamente vietato”.
La cosa mi ha riportato alla mente quanto mi è accaduto qualche giorno fa: passeggiavo con mio fratello Antonio per via Chiaia quando ad certo punto siamo sovrastati dalle grida di un vigile urbano e di un negoziante che litigavano a causa del traffico assordante causato dalla rottura del marchingegno elettronico che permette a un paletto di abbassarsi e di alzarsi a seconda se l’automobile ha o meno il permesso per circolare in quella determinata zona.
Il povero negoziante aveva ragione perché l’inferno che si era scatenato non sembrava destinato a finire. Il povero vigile aveva ragione non solo perché il marchingegno non l’aveva rotto lui ma anche perché stava lì proprio per cercare di tenere a bada gli automobilisti e per aspettare l’arrivo dei tecnici.
Il commento di mio fratello è stato: gli stessi paletti di Bologna (ci vive da più di 30 anni); difficile da credere, ma siamo l’unico paese in cui non basta sapere che da una parte non si può passare, bisogna creare una barriera che ti impedisca letteralmente di passare.
Mettete assieme Adriano e Antonio e avete la morale della favola. Ci crediamo i più furbi, siamo soltanto i più stupidi del mondo.
La Napoli che ricordo
di Sabato Aliberti
Correva l’anno 1984 avevo poco più di vent’ anni. Per 5/6 mesi, il sabato e la domenica, si andava a Napoli, destinazione:Convento dei Padri Trinitari situato nella Piazzetta Trinità degli Spagnoli, cuore dei quartieri Spagnoli, a pochi passi da via Toledo.
Poco distante, la Galleria Umberto I, il teatro S. Carlo, Palazzo Reale.
Tutti i fine settimana, la nostra auto, una Fiat 127 proveniente dal’Agro nocerino sarnese e carica di secchi di pittura, pennelli e carta vetrata, percorreva indisturbata (il sabato mattina e soprattutto la domenica le vie erano completamente deserte) la strada adiacente la Galleria e il Teatro per svoltare poi in di via Toledo e , dopo 100 metri in un vicoletto che portava al Convento dei Padri Trinitari.
Lo zio di un mio amico di infanzia, responsabile del Convento e da poco ritornato dal Madacascar, dove era stato missionario per una ventina di anni, ci aveva chiesto di dare una mano ad imbiancare le pareti del convento per renderlo più pulito e accogliente. Aveva intenzione di fittare, a prezzi bassi, le diverse stanze vuote del convento, ai ragazzi stranieri che studiavano a Napoli. Con il ricavato degli affitti voleva risistemare alcune sale del convento, seriamente danneggiate dal sisma dell’80, per farne un centro di aggregazione per i residenti.
Il convento era una magnifica struttura in cui vivevano solo 4 Padri Trinitari, con molte stanze due o tre sale riunioni e una enorme sala da pranzo, vi era inoltre, una piccola biblioteca piena di libri antichi, anche del ‘400 che, mi ricordo, pulimmo ad uno ad uno con panni morbidi e leggermente inumiditi. Sfogliare quei libri era come entrare in un’altra dimensione temporale. La scrittura a mano, il linguaggio quasi incomprensibile dell’epoca, lo stile ecc..
Fuori, la piazzetta, era un vero e proprio parcheggio di auto per i residenti, i quali, quando arrivavamo, si adoperavano per trovare un posto anche per la nostra auto.
Ricordo le persone che abitavano in quelle “case”, tutte molto gentili nei nostri confronti e allo stesso tempo diffidenti e guardinghi. In fondo avevamo invaso il loro spazio, le loro case con la porta aperta che dava sulla piazza. La privacy era una parola sconosciuta. Si mangiava e si dormiva nella stessa stanza mentre in una stanza a fianco vi era parcheggiato una barca o un motoscafo. La diffidenza scomparve dopo qualche mese. Ormai eravamo i “nipoti del prete”, e venivamo trattati con rispetto, anzi ogni tanto qualcuno ci diceva “nun vi preoccupat, cà nisciun vi tocca nient, ci stamm nui”.
Ogni tanto il sabato sera restavamo a dormire in convento, per continuare il lavoro il giorno dopo.
La domenica mattina venivamo svegliati sempre dalle urla di qualcuno che chiamava qualcun’altro da un balcone colorato di biancheria stesa. “Signora Amalia” si sentiva ripetere per almeno 5 o 6 volte.
Le persone che abitavano in quella piazza apprezzavano il lavoro che stavamo facendo e non mancavano di farcelo notare, sia quando le incontravamo in qualche bar, nei momenti di pausa per un caffè, che quando venivano a messa la domenica. Spesso vedevo un gruppetto di signore che si fermavano a parlare, piangendo, con il responsabile del convento, nostro “zio” , ma non vi ho mai dato importanza, in fondo era un quartiere povero e sicuramente quelle signore erano là per chiedere qualche aiuto economico. Certo non era una bella zona! Ogni 3 o 4 ore una volante della polizia faceva un giro di perlustrazione in quei vicoletti stretti, a volte “attaccata” a una piccola ape car della nettezza urbana che girava nel quartiere per raccogliere la spazzatura e che costringeva l’auto della polizia ad andare a passo d’uomo.
Qualcuno al mio paese mi aveva detto che era un quartiere pericoloso e che vi vivevano molti delinquenti alcuni dei quali appartenenti alla NCO. Personalmente non mi sono mai accorto di nulla, ne è mai successo qualcosa che mi facesse pensare ad un quartiere pericoloso. Anzi, lo trovavo bellissimo, sembrava una di quelle scene che si vedevano nel film “L’oro di S. Gennaro”, sebbene meno caotico di quello rappresentato nel film.
Una domenica Padre Orlando, così si chiamava lo zio del mio amico, ci disse di lasciar stare le stanze di sopra e di iniziare ad imbiancare una sala riunioni di fianco alla cappella. Ci chiese se potevamo restare fino al mercoledì perchè aveva bisogno che il salone fosse pronto in 4 o 5 giorni. La richiesta ci sorprese un pochino. Non erano più importanti le stanze da affittare? A cosa serviva il salone se non si era neanche pensato a come organizzare un oratorio o un centro di aggregazione giovanile? Non ci ponemmo tante domande, in fondo dovevamo comunque finire di imbiancare tutto il convento!
Mancava ancora qualche mese per finire i lavori. La domenica mattina sembrava ci fosse più gente in chiesa e il gruppetti di signore che prima si fermava a parlare dietro l’altare non si vedeva più. Dopo la messa andavano nella sala riunioni, che avevamo finito di imbiancare una quindicina di giorni prima, dove restavano a parlare per qualche ora.
A settembre, dopo 5 mesi di lavoro, avevamo pulito tutto il convento in modo decoroso. Il nostro lavoro era finito. Mi dispiacque sapere di non poter più tornare il sabato e la domenica. La gente era simpatica e a volte anche divertente, non si curava tanto delle apparenze che, viste dall’esterno, facevano sembrare quell’area un quartiere degradato. Anzi sembravano felici. I vocii, le urla lanciate ai ragazzini che giocavano, le canzoni napoletane quando si stendevano i panni, creavano un’atmosfera familiare come se vivessero tutti in una unica casa e non in un intero quartiere.
Nel mese di dicembre decidemmo di ritornare per fare visita a padre Orlando, era il periodo pre-natalizio. Non so perchè ma avevo la sensazione che le cose non erano più come qualche mese prima. Sentivamo come se fossimo spiati, controllati.
Padre Orlando ci accolse come sempre amorevolmente. Ci raccontò che era riuscito ad ottenere dei fondi dalla legge 219 per la ristrutturazione del convento, che nel salone che avevamo pitturato, aveva organizzato un Centro dove diverse donne del quartiere, e qualcuna anche da più lontano, si incontravano per discutere dei loro problemi, che le cose erano cambiate e che non potevamo più tornare a trovarlo dato che lui stesso era stato trasferito in Puglia. Ma come dopo solo due anni a Napoli? Dopo aver sistemato tutto il convento e aver ottenuto fondi per la sua ristrutturazione? Dopo aver procurato, a prezzi modici, un posto per dormire a studenti provenienti dall’Africa?
Non ci diede spiegazioni.
Qualche mese dopo lessi sui giornali che a Napoli molte mamme avevano iniziato a denunciare i propri figli tossicodipendenti e che si era costituito un gruppo di donne, nei quartieri spagnoli, che i giornali definirono le “ le madri coraggio”.
Il mio amico Franco mi spiegò qualche tempo dopo che suo zio era stato trasferito perchè era in pericolo. Un uomo, una domenica , dopo la messa, era andato dietro l’altare e aveva consegnato un lungo coltello con la lama retrattile a suo Zio, dicendo che era lì per eseguire un’ordine ma che, dopo aver ascoltato la messa, non se la sentiva più. Consigliò al prete di andarsene e di fretta perché sarebbe venuto qualcun’altro. Gli consegnò l’arma con cui avrebbe dovuto eseguire l’ordine e sparì.
Padre Orlando fu trasferito pochi giorni dopo.
La Napoli che ricordo io è quella degli anni ’80,. Non quelli della camorra e degli omicidi. Quella dei cittadini che abitavano a Piazzetta della Trinità degli Spagnoli e che si adoperavano per trovarci un parcheggio, delle mamme che dietro l’altare della cappella confabulavano con il prete e piangevano, del richiamo domenicale alla signora Amalia. La Napoli delle “madri coraggio”.
Piazza Enakapata

Non dirò che i nomi sono importanti, tanto lo sapete già. Dico invece che giunti a 226 articoli, 1427 commenti e 27.724 pagine visitate questo blog definisce un diverso ordine di priorità.
Cosa intendo dire? Che il protagonista principale non è più il libro che racconta del viaggio che io e Luca abbiamo fatto a Tokyo, io in cerca di serendipity, decision making, talento e organizzazione, sensemaking, in uno dei centri di ricerca più importanti del mondo, il Riken, presieduto dal Nobel Prize Ryoji Noyori, lui in cerca di cultura, manga, tradizioni, musica e ciliegi in fiore, io e lui in cerca di differenze, scoperte, incontri, ricordi.
Iss, cioè il protagonista principale, diventa la piccola grande comunità di persone che scrive, posta, interagisce, su queste pagine, raccontando di se stessa, delle proprie idee, delle proprie esperienze.
Dite che è così già da un bel pò? Vero. Ma prima accadeva. Adesso lo abbiamo deciso. E non è proprio la stessa cosa.
Cosa cambierà praticamente? Nulla. Cioé tutto. No, no, state tranquilli, non intendo ricominciare con il Tao, voglio dire solo che, come sempre accade quando le cose si trasformano, il cambiamento sarà lento, graduale, insomma ce ne accorgeremo soltanto quando già sarà avvenuto.
Dite che così non si capisce? Diciamo allora che è come con i vostri figli che giorno per giorno non ve ne accorgete mica che crescono ma se poi ci mancate per due settimane al ritorno fate fatica a riconoscerli tanto si sono fatti grandi. Ecco, spero proprio che anche per Piazza Enakapata funzioni così.
Cosa dite? Cosa succede se non ci riesco? Niente. Perché la fucilazione via blog non è stata ancora inventata. E perché se accade non sono “io” che non ci riesco, siamo “noi” che non ci riusciamo. Eh sì, sarebbe bello fare come gli avvocati, se si vince, vinciamo noi, se si perde, perdo solo io. Ma fatemi il piacere.
P.S.
Piazza Enakapata è anche il titolo del seminario che Luca & Me terremo nel corso di eBookFest, il 10-11-12 settembre a Fosdinovo, Ma questo potete leggerlo sul sito dell’evento.
Destinazione
di Giancarlo Iorio
Tornare un lunedì mattina del ‘73 a Napoli e trovare lo sciopero dei mezzi.
Da piazza Garibaldi sarei dovuto arrivare a Gradini San Liborio, dietro piazza Carità dove avevo alloggio, in una casa vecchia e fatiscente.
Le padrone, la vecchia vedova e l’anziana figlia di un odontotecnico, promosso a dentista nei loro racconti, erano così gentili da non farmi rimpiangere una sistemazione più confortevole.
I pullman sostitutivi erano quelli di linea con i sedili imbottiti e con più posti a sedere, ma con corridoi più stretti, che rendevano difficile farsi largo per scendere alla fermata giusta.
Salii sul 129 rosso, non barrato, sostitutivo, e vidi che i passeggeri erano tutti seduti.
Presi posto anch’io rasserenato che non avrei fatto tardi a lezione.
Al primo posto, vicino all’autista, si era sistemata una donna bruna, rugosa e ossuta, i capelli ricci unti di brillantina, con un rossetto vistoso che sconfinava intorno alla bocca.
Stava lamentandosi in un gramelot assolutamente impenetrabile, con voce roca e concitata. Gli occhi neri che una volta erano stati vispi e furbi fendevano il vuoto davanti a sé.
Non se ne capiva il motivo, visto che era seduta al primo posto e sarebbe potuta scendere senza problemi, il pullman era in orario e non era neppure affollato.
Forse lo sciopero in quanto tale, l’anomalìa, non così rara a Napoli, ma che si andava a sommare alle tante anomalie della sua vita, era forse il motivo delle sue rimostranze.
Seduto al terzo o quarto posto c’era un eduardo, stesso viso scavato e allungato, stessi capelli e stessi baffetti, cappotto grigio di pesante grisaglia e sciarpa di lana, sempre grigia, incrociata sul petto, che usciva due dita appena dal collo del cappotto. Guardava in silenzio serafico a destra e a sinistra, inarcando ora l’uno ora l’altro dei due sopraccigli, con una mimica del volto intensa, manifestazione di un misterioso dialogo interiore.
Ai Quattro Palazzi la signora bruna alzò di un’ottava il tono delle sue lamentazioni, che divennero più esplosive e sincopate. Era chiaramente un soliloquio, non cercava né la solidarietà né l’approvazione degli altri. Forse rispondeva alle sue voci.
Il signore che somigliava tanto a Eduardo dava infine qualche segno di intolleranza e aveva cominciato a ruotare le mani come il maestro di musica davanti a una banda quando vuole sostenere un crescendo.
Erano le otto e mezza, era uscito il sole, il traffico si stava intensificando, un’altra giornata era cominciata.
A piazza della Borsa Eduardo, senza neppure girarsi indietro, alzò la mano destra e il bigliettaio si precipitò, anzi mi sembrò quasi materializzarsi ad ascoltare le sue richieste.
“Voi mi dovete usare una grande cortesia” disse al fattorino, scandendo lentamente le parole, con un fare gentile e al tempo stesso autorevole.
“Dite!”, fece il giovane, allargando le braccia in segno di disponibilità, quasi fosse davvero Eduardo.
“ Dovete dire alla signora che lei ha sbagliato mezzo.”. Pausa. Sguardo furbo rivolto al bigliettaio.
“Lei non doveva pigliare il 129 rosso, ma il 229 rosso”.
Naturalmente non era assolutamente necessario specificare a quale signora si stesse riferendo.
A quel punto il fattorino, con i tempi e la complicità di una spalla, consumata da anni di teatro: “ E perché, il 229 dove va?”
“ A o’ manicomio!!” scandì solennemente Eduardo.
L’applauso crudele che seguì avrebbe fatto cadere il teatro.
La vignetta di Viviana
Pictures at an Exhibition
Adriano Enakapata Parracciani
Book-e. Indovina cos’é
Comincia Adriano Parracciani, così:
E’ un po’ che ci penso e spero di farvelo vedere a breve. Cosa? un book-e. Non è un errore di battitura, si tratta proprio di un book-e che ovviamente è un qualcosa di diverso da un e-book 🙂
Poi arriva Concetta Tigano così:
e-book : libro di carta che si legge su pc
book-e : libro fatto su pc che si legge in carta????
Continua Andrea Lagomarsini, così:
ehehe Adrian… ci intendiamo… eh eh
Poi, ancora su suggerimento di Concetta, lancio io la voce su Facebook così:
E se lanciassimo un concorso? Chi sa cos’è un Book-e che è diverso da un e-book?
Santina Verta interagisce così:
Ahhh per me che ignoro l’inglese (ah l’ideologia antiamericana che tiri ha combinato) potrebbero essere un bouquet ( j’adore !) caduto in una buca!
Dedè Ovvero Adele Gagliardi interviene così:
Forse un book-e è un libro errante?
Adriano Parracciani si diverte così:
Sono curioso di saperlo: dite, dite :-))
Felicia Moscato interviene così:
Sarà forse un book che dall’etere si trasferisce su carta, subendo così un processo inverso rispetto e-book????
A questo punto ho deciso, decido che il concorso si fa davvero, dura tutta l’estate, si vince pizza, sfogliatella e caffé, in tre posti diversi, perché ognuno ha la sua specialità, offerti da me non appena passate da Napoli (se già ci state, meglio ancora). Prima però dovete indovinare.
I rimossi
di Santina Verta

È da giorni che penso a come fare a mantenere viva la memoria delle tante vittime innocenti spesso dimenticate o rimosse. Dimenticate o rimosse non soltanto dalla maggioranza degli italiani, ma anche da chi fa informazione e da chi amministra la giustizia.
Credo che solo ricordarle non basta, forse una rete di parole collettive, servirebbe a dare contorni meno sfumati alle tante vite spezzate.
L’elenco è troppo lungo e le parole rischiano di perdere il valore di ognuno nella banalità della normalizzazione o nell’ipocrisia retorica delle ricorrenze. Il rischio è addirittura che vengano fagocitati dallo stile dissacratorio dei politicanti di turno. Ma è necessario ricordare, è l’unico modo di dare senso a queste perdite.
Attualizziamo il valore di ogni perdita come un dovere civile impellente. Proviamoci!
Incomincio dal ricordare due reporter: Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, uccisi in Somalia il 20 marzo 1994 che non erano in Somalia per farsi una vacanza a spese della Rai, come afferma Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare, ma erano in Africa per lavorare, stavano realizzando interviste e girando filmati.
Avevano, soprattutto, intercettato, nell’ultima intervista al sultano di Bosaso, un traffico di sostanze tossico-nocive e di armi che venivano trasportate attraverso i porti italiani di La Spezia, Livorno e Gaeta verso la Somalia, un paese in piena guerra civile. Le navi su cui viaggiavano questi rifiuti e questo materiale bellico erano di una società, la Shifco, che solo formalmente risultava avere l’autorizzazione a importare pesce dall’Europa. In realtà era proprietà di un noto armatore somalo che aveva addirittura ricevuto le sue navi dalla cooperazione internazionale. Il tutto si fa inquietante quando appare l’ombra lunga dei servizi segreti, i quali fanno finta di non vedere un traffico fin troppo evidente. Tutti questi fatti oggi li sappiamo perché ci sono state diverse inchieste, non solo sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin.
Migliaia di pagine, di rivoli giudiziari sono stati scritti da diverse procure, da Asti a La Spezia, in Calabria. E i fatti che ne emergono parlano di una sorta di scambio tra rifiuti tossici, che venivano sotterrati o dispersi nel mare della Somalia, in cambio di armi che una volta finivano ad uno dei contendenti ed altre volte finivano al suo esatto rivale.
Un particolare inquietante: dal novembre 1996 la Procura della Repubblica di Asti, specializzata in reati come il traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi in partenza ed in transito dall’Italia, ha a disposizione una copiosa documentazione che contiene nomi e fatti, ed evidenzia numerose circostanze legate a questi traffici, comprese le generalità dei faccendieri che li dirigono nell’ombra, gli intrecci con i mercanti d’armi e perfino la mappatura completa che dimostra come ai tempi dell’omicidio tutto convergesse sulla Somalia, oltre che sui territori di altri Paesi dell’Africa costiera. Questa documentazione sembra scomparsa nel nulla, forse dimenticata anche dalla stessa Commissione Parlamentare sul traffico dei rifiuti.
Ilaria Alpi era già stata in Somalia prima del 1994, e conosceva bene la situazione, ma è stata eliminata.
Se a uccidere fosse stato semplicemente la mano di un’organizzazione criminale intenta nel salvaguardare i propri meri interessi, gli assassini di Miran e di Ilaria sarebbero stati presi dopo pochi giorni.
Il problema, invece, in questa storia, è lo stesso che riguarda le vicende delle stragi in Italia da piazza Fontana a oggi: la possibile protezione, da parte degli apparati dello Stato italiano, sui mandanti o esecutori. Quest’ombra fa sì che la verità giudiziaria, e quindi anche quella storica, tardino sempre più a venire. E nella dilatazione del tempo rispetto al momento in cui sono avvenuti i fatti, gli esecutori e i mandanti alla fine la fanno franca, perché proprio il tempo gioca dalla loro parte. Col rischio che anche la gente dimentichi.
Per tutti questi lunghi anni, i genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana, hanno cercato di far emergere la verità e ci hanno fatto conoscere Ilaria, quello che era stata come giornalista, come donna, ci hanno restituito la sua grande umanità, la sua passione civile, il suo impegno per la ricerca della verità, il suo amore per l’essere umano, per le donne e i bambini della Somalia.
Il papà di Ilaria, Giorgio si è spento pochi giorni fa, in questi ultimi sedici anni ha combattuto sempre a fianco di Luciana per arrivare alla verità e alla giustizia sulla morte della loro unica figlia Ilaria. Verità e giustizia che purtroppo ancora non ci sono.
Un saluto commosso a quest’uomo generoso che ha incarnato la determinazione a voler ricordare in un Paese che tende a dimenticare con troppa frequenza.
ILARIA ALPI E MIRAN HROVATIN
sono stati ricordati sabato 20 marzo 2010 nella Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
Tecnologie dit un monde
Metti una sera a luglio. Una di quelle che per tutta il giorno hai lavorato con l’umidità al posto della pelle ma sei contento perché il treno ad alta velocità è stato degno del suo nome, del costo del biglietto o dell’abbonamento no, perché per quello ci vorrebbero carrozze e bagni puliti, aria condizionata sempre funzionante e tante altre cose ancora.
Arrivi a casa, spalanchi le finestre che se avessi le forze e un piccone butteresti giù anche le pareti, sul terrazzo di fianco la bellissima Irene – calmi calmi belli, è mia nipote -, e un pò di suoi amici suonano, chiacchierano e cantano, tu fai le cose che devi fare, poi decidi che non ti basta ancora e riavii il Mac della serie “fammi vedere su Facebook che si dice”. Detto che se l’ultima volta che ci sei passato non ti sei ricordato di “nasconderti” non fai neanche in tempo a dire A che c’è qualcuno che ti acchiappa, aggiungo che nell’occasione a vincere il premio è il mio amico Francesco Caruso. Educato e gentile, mi chiede tre volte se può disturbarmi. Certo – gli scrivo -, e lui va. Appena lui arriva alla parola università io gli propongo di spostarci su Skype. Sarà l’età, ma non ce la faccio a discutere di cose serie in chat, tic-tac-tic, tac tic tac. Parlarsi su Skype è un’altra cosa, meglio del telefono, non costa e lo vedo anche sul grande schermo del Mac.
Mentre parliamo, con la coda dell’occhio – a Napoli è obbligatorio imparare a “friggere il pesce tenendo d’occhio la gatta” -, vedo una gentile manina che dal terrazzo si agita in segno di saluto. Non vedo chi è, loro sono in penombra io ho la luce accesa, ma avverto il pericolo. Dico a Francesco di attendere, mi alzo, mi affaccio alla finestra, riconosco Carla Rovai, ricambio il saluto, spiego che il mio livello di impazzimento non è ancora giunto al punto da farmi parlare con il Mac, che dall’altra parte c’è Francesco, che sono ancora una persona normale. Carla, Irene e i loro due amici scoppiano a ridere, mi rassicurano, ritorno a parlare con Francesco che ha sentito tutto e se la sta ridendo con la moglie Viviana.
Finito di ridere direi due cose: 1. le tecnologie riarredono il mondo nel quale viviamo, cambiano le nostre abitudini, ci costringono a dare nuovi nomi alle cose, a ridefinire ciò che per noi vale e ciò che invece no; 2. va bene non farsi prendere dalla sindrome di Proust, crisi di ansia e attacchi di panico ad ogni cambiamento, ma forse qualche riflessione in più anche tra noi comuni mortali su come stanno cambiando le nostre vite, su cosa stiamo perdendo e cosa stiamo conquistando al tempo di internet non farebbe male. O no? Buone vacanze.
Napoli e la magia del ritorno
Un pò di lei l’ho raccontato qui. Questo è invece l’articolo su Napoli che ha scritto lei.
La discussione è aperta.
vm
di Valeria Gonzalez
Riscopro Napoli. Poco a poco, la città mi si ricompone davanti agli occhi nella sua straziante bellezza. Perché è bella, Napoli, maledettamente bella. Ma è violenta. E non parlo della violenza che purtroppo già si conosce, quella dei quartieri, degli scippi, dei motorini, della camorra. Non è solo quella la violenza di Napoli. La sua bellezza è violenta.
È una città che strazia. È una puttana. È una sirena. È amore e odio. Quello che vivo adesso, tornandoci un po’ straniera, è un sentimento di confusa emozione.
In realtà, a pensarci bene Napoli l’ho sempre vissuta così: una continua scoperta, un eterno innamorarsi, e la coscienza di un amore brutale, senza mezzi termini, asfissiante.
Quando sono arrivata a Marsiglia mi sono detta: “è simile a Napoli”. Non che sia totalmente sbagliato, ma so che in fondo c’è qualcosa che le differenzia molto. Il mare. Quello che a prima vista le accomuna. Quello che osservando meglio le separa.
Il mare.
Il mare di Napoli è nero. È un male d’olio, pesante, cupo, un mare che prende e non dà niente. Soffocante. Non è il mare azzurro di Marsiglia, non è neanche il mare blu scintillante delle calanques. Quella sensazione di libertà e di apertura che si prova guardando il tramonto al Fort Saint Jean a Napoli non esiste. Tutto si richiude su se stesso.
Napoli è la magia del ritorno, non del partire. Come se in fondo non ti lasciasse mai andare. Un mare che incatena.
E poi è sporca, nauseabonda, rumorosa, calda, soffocante, frenetica, impazzita, senza regole, alienante, ignorante, vorticosa, labirintica, tetra, falsa, rabbiosa. Violenta.
E allora … cos’è questa poetica che nasconde nel suo ventre sanguinante? Perché non riesco a staccarmene?
Dal piccolo molo di barche da pesca riprendo la strada verso casa. Odore di mare in un tramonto ingoiato dal traffico. Mi fermo a comprare dei taralli caldi.
Non c’è niente da fare. Taralli napoletani, birra fredda, lungomare.
Insostituibile Napoli.
Raféle

Se venite stasera, Raféle lo incontrate a via Toledo, lato Banco di Napoli, seduto sul gradino di un negozio chiuso, tra una ventina di ventagli multicolori di poco prezzo e di altrettanta qualità che si venderebbero da soli se non fosse che con un caldo così è troppo anche roteare avanti e indietro il polso della mano.
Però stasera è, diciamo un’eccezione, come mi ha spiegato lui una volta c’è un amico che ogni tanto gli lascia il posto, e lui ne approfitta per farsi un bagno nell’alta nobilità – perché Vicié, t’ho giuro, qua è tutta un’altra gente rispetto ’a Ferrovia, là ce stanno solo muorte ‘e famme e mariuoli, e io mica pozz vennere ‘e ventaglie, solo accendini e qualche pazziella pé criature -.
Dite ma come faccio a riconoscere Raféle, che se Napoli se ne cade la mantengono le migliaia di Rafele di tutti i colori sparsi in ogni angolo della città? Avete ragione. Io stesso avrei difficoltà se non fosse che Rafele – che scemo, non ve l’ho detto -, è mio cugino carnale, il figlio di una delle sorelle di papà.
Sì, Raféle è mio cugino, e aggiungo che sono onorato di averlo come cugino anche se il motivo dell’onore ve lo spiego dopo, adesso vi devo dire che io per molti anni, diciamo 20, forse 25, neanche l’ho saputo che papà avesse un’altra sorella, anzi due, e di conseguenza non sapevo nemmeno dell’esistenza di questi cugini.
Per la verità una volta era successa una cosa, avrò avuto 12 anni, stavamo al mercato io e papà quando una signora che assomigliava molto a zia Maria si avvicina e dice : “Pascà, chisto é Enzuccio?”. Con mia grande meraviglia, papà, che vi assicuro era di un’educazione adamantina, non solo non risponde alla ma mi dice “s’é fatto tardi, è ora ‘e turnà ’a casa” e mi tira via.
Papà, ma chi era quella signora – gli chiedo -, Nisciuna – risponde, un “nisciuna” con incorporato “non chiedere altro che ti piglio a schiaffi”.
Verso i 25 anni ho saputo, credo. Pare che il papà di Raféle avese lasciato la mamma per andare a vivere con la sorella (della mamma e di papà) e questo era bastato per condannare alla damnatio memoriae le due sorelle e tutto quel ramo del parentado.
Io non so se la vita di stenti a cui sono stati condannati le mie due zie e i loro figli sia dipesa anche da questo, forse no, in fondo neanche noi non ce la siamo passata un gran che bene, però tra noi ci aiutavamo, il cappottino rivoltato, i pantaloni del cugino più grande a quello più piccolo, insomma una sorta di mercato equo e solidale formato famiglia, e poi l’affetto, vuoi mettere l’affetto, lo scambio dei giornaletti (i fumetti allora li chiamavamo così), l’organizzazione delle prime feste, tutte cose che con Raféle e i suoi fratelli non abbiamo potuto condividere.
Stasera quando sono passato Raféle mi ha chiamato, come le altre volte. Mi sono avvicinato, ci siamo salutati, ha scelto il suo ventaglio più bello e me l’ha dato. Ho cercato in tutti i modi di dirgli di no, non c’è stato verso. A pagarglielo non ci ho provato neanche, l’avrei offeso inutilmente. Mi ha sorriso con quel suo sorriso stanco, dolce, disarmato. Mi ha detto portalo a tua moglie. L’ho abbracciato. Gli ho detto grazie. L’ho salutato. Ho pensato che davvero è più facile che un povero sia generoso piuttosto che un ricco passi nella cruna di un ago (dite che quello era un cammello? è che io a volte vorrei che ci passassero certi ricchi, non tutti per carità, una buona parte).
Ecco, ve l’ho detto, considero un grande onore essere il cugino di Raféle. Ha un cuore grande grande e un animo nobile, e questo nessuna miseria materiale e nessun pregiudizio umano potrà toglierglielo.
Agisci senza agire [63]

Agisci senza agire,
occupati di non faccende,
assapora l’insapore,
ingrandisci il piccolo,
aumenta il poco,
ripaga l’odio con la benevolenza,
pianifica il difficile mentre è facile,
affronta il grande mentre è piccolo.
Nel mondo le cose difficile cominciano necessariamente come facili,
le cose grandi cominciano necessariamente come piccole.
Il saggio fino alla fine non si occupa del grande,
perciò può realizzare il grande.
Le promesse fatte con leggerezza necessariamente sono poco affidabili,
troppa facilità necessariamente comporta grandi difficoltà.
Il saggio considera tutto difficile,
perciò fino alla fine non incontra difficoltà.
From Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini
pag. 473
Enakapata al mare
Sì, con Adriano Parracciani abbiamo deciso di lanciare un altro tormentone.
Lui, che come sapete è molto digitale tecnologicamente avanzato, l’ha chiamato ENAKAPATA SUMMER CONTEST. Io, che con l’età le forze per contestare le devo centellinare, tenuto conto che qui dove il dolce si suona i motivi per contestare di certo non mancano, ho preferito tuffarmi sul più nazional-popolare Enakapata al mare.
Che cos’è, quando e come si gioca e compagnia cantando lo trovate sulla pagina dell’evento su Facebook e sul commento che trovate in fondo (eh sì, per giocare non è obbligatorio essere iscritti a Facebook).
Quello che mi resta da dire qui, e lo faccio con grande piacere, è che l’evento suddetto è promosso, oltre che da questo blog, da Grammi di Storia e si giova del supporto di Sottolineato il libro dei libri e di Caos Ordinato.
Concetta Enakapata Tigano
I cornetti di Carlos Gonzalez
Il sabato la cosa funziona più o meno così.
Luca alla Feltrinelli Express della Stazione Centrale mette mano alle 7.00 a.m, è il turno per lui più doloroso, quello che lo costringe a svegliarsi alle 5.30 a.m. per uscire di casa intorno alle 6.15 a.m.
Io mi alzo alle tra le 5.00 e le 5.30 anche quando come stamattina avrei dormito un pò di più. Il sabato è l’unico giorno della settimana che anche a quell’ora posso usare internet ma soprattutto mi piace scendere assieme a lui fino al corso Vittorio Emanuele, roba di tre minuti scarsi, scambiare quattro chiacchiere, arrivare fino al tempio bar dove ogni mattina consumo il sacro rito chiamato cornetto e caffé, e salutarlo, che poi lui di solito continua a dirmi qualche cosa anche mentre si allontana, cose tipo stasera ci sei?, a che ora torni?, vai da Cinzia o da nonna?, ma a me piacciono comunque un sacco.
Si lo so che anche prima io alle 6 del mattino non è che potevo parlare con nessuno, che almeno ora posso fare casino, spostare sedie, asciugarmi i capelli, tirare lo sciacquone, eppure nella mia attuale, serena, condizione di separato, questa di non avere nessuno con cui parlare la mattina è una delle cose che mi pesa di più. Sì, direi che una cosa è avere una possibilità e non poterla sfruttare, diciamo la verità, anche per ragioni comprensibili, un’altra cosa è non averla affatto, è come se si vede proprio che sei solo, e non mi piace, anche se poi ci sono anche un sacco ma proprio un sacco di vantaggi.
Torniamo al punto. Mentre io e Luca scendevamo le prime scale, con me che aspetto gli ultimi metri per chiedergli se prende qualcosa con me, perchè lo so che mi risponde che ha già fatto colazione e il caffé lo prende più tardi, ma una volta vi giuro che mi ha fatto l’onore di prenderlo il caffé con me, incontriamo mio nipote Carlos, una volta ve ne ho parlato, quello che aveva fatto gli spot per Enakapata, a proposito, me ne devo ricordare per il nuovo gioco, vabbé magari dopo vi linko la pagina.
Carlos a zio – gli faccio -, stiamo andando al bar, missione cornetto e caffé -, vieni con noi (non è che gli parlo con il plurare maiestatis, è che come vi ho detto la speranza c’è l’ho sempre fino a quando non arriviamo nei pressi del bar).
‘O zi – mi risponde -, sto tornando da lavoro (sì, perché Carlos ha messo da tempo la testa a posto, si è diplomato all’istituto alberghiero e d’estate lavora), non ce la faccio a fare neanche un passo, perché non me lo porti tu il cornetto?
– E che problema c’è -.
– Portamene tre -.
– Va bene -.
– Anzi, sono buoni? -.
– Si -.
-Portamene cinque, uno crema e amarena, uno al cioccolato bianco, uno con la nutella e gli altri due a gusto tuo, ma devono essere tutti diversi-.
Ok. Tu però ricordati di aprirmi la porta sulla veranda così io passo di là e non svegliamo mamma e nonna (si, abitiamo in un presepe).
Quando alle 6.40 a.m. gli ho portato i cornetti l’ho trovato steso sul divano che dormiva.
– Carlé, i cornetti -. Si è alzato, mi ha dato un bacio, mi ha detto grazie, me lo sono abbracciato, gli ho detto guarda che più tardi sei su Enakapata (sì, ormai mi sparo le pose come se fosse un blog di successo) e me ne sono ritornato da queste parti.
Lui lo sa che i miei Luca e Riccardo non li cambio con nessuno. Non c’entra nulla che sono bravi e belli, c’entra che sono i mei figli e funziona così per tutti i genitori. Quello che Carlos non sa è che certe volte vorrei tanto che i miei figli bravi e belli mi dicessero pà portami 5 cornetti, che insomma fossero un pò esagerati. Dite che con Riccardo ho ancora qualche speranza? Mmhhh, non lo so, comunque settimana prossima passiamo qualche giorno assieme, nel caso vi faccio sapere.
Intelligenza collettiva, nazionale, intermittente
L’estate é ‘na capata. Scusate Enakapata. Quando arriva.

Dite che il post lo potevo intitolare “E la chiamano estate”? Mmmh, troppo presto per essere così pessimisti. “Settembre poi verrà ma senza sole”? Peggio che andar di notte.
No, no, direi che il titolo mi piace, l’estate ancora no, anche se confido sulla possibilità di cancellare presto l’ancora. E poi questo titolo qua mi da l’occasione di ricordarvi che se non avete ancora comprato e letto Enakapata quessto è il momento giusto per farlo. E che se anche lo avete comprato e letto potete sempre comprarlo e regalarlo.
State già tremando al solo pensiero che possa ricominciare ad assillarvi come con Natale Enakapata? Tranquilli. Ho cambiato strategia di marketing, ho adottato il modello “Dicette ‘o pappice vicino ‘a noce damme ‘o tiempo ca te spertose”. Dite che facevo così anche prima? Ma no, siete voi che siete prevenuti. Se volevo fare come a Natale lanciavo la campagna Enakapata al Mare. Enakapata al Mare. Bello. Dite che quasi quasi ….
Tra lavoro e ricchezza non c’è proporzione
Va bene, lo ammetto, la questione è grande e vecchia quanto il mondo, come testimonia questo passo tratto dal Tao Te Ching, l’antico testo di saggezza cinese: “A corte ci sono troppe sale e scalinate, ma nei campi ci sono troppe erbacce, i granai sono troppo vuoti, ma i nobili indossano abiti eleganti e sete multicolori, portano alla cintura spade affilate, sono sazi di bevande e di cibi e possiedono ricchezza e denaro in misura traboccante. Questa è arroganza di ladri: non è il Dao davvero”. E per evitare che qualcuno pensi che si tratta di un colpo di fortuna, della classica noce che da sola nel sacco non fa rumore, aggiungo che secondo un sondaggio realizzato dalla BBC in occasione delle elezioni del maggio 2005 in Gran Bretagna, il 60 per cento degli elettori considerava il look il requisito principale dei candidati. E che tutto questo, inteso come modello sociale che considera la ricchezza come il fondamentale se non unico simbolo di riuscita sta raggiungendo nel nostro Paese livelli particolarmente insopportabili.
In un Paese in cui chi indovina il numero di fagioli o di lenticchie contenuti in un vasetto, sceglie il pacco giusto e riuscire a difenderlo fino alla fine, chi è ricco, in forma, senza una ruga, è considerato “per questo” una persona di successo più di chi di studia o lavora, come direbbe Eduardo, non c’è proporzione.
Sì, in Italia tra lavoro e ricchezza non c’è proporzione. Basta leggere i principali settimanali e tabloid, guardare alcuni dei format televisivi di maggiore ascolto, ricordare che uno scienzato come Renato Dulbecco è noto più perché ha presentato Sanremo con Fabio Fazio che perché ha vinto il premio Nobel ed ha “allevato” nei suoi laboratori altri 4 premi Nobel.
Dite che è il prezzo inevitabile da pagare alla società dello spettacolo? Rispondo niente affatto. E aggiungo che una società meno ingiusta e più inclusiva non può fare a meno di assegnare al lavoro un punteggio elevato non solo dal versante del salario, della professionalità, dell’orario, ma anche da quello della dignità, del prestigio, della considerazione sociale di cui gode chi lavora, indipendentemente dalle mansioni che svolge e dal modello di automobile che può permettersi. Perché il lavoro non è una sorta di condanna senza valore, della quale, se solo si potesse, si farebbe volentieri a meno. Strano ma vero: il lavoro vale in quanto tale, in quanto tale permette di avere consapevolezza di sé e senso di autorealizzazione, è la vera ricchezza di una nazione. Paesi come gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Germania, con le loro mille contraddizioni, lo hanno o lo stanno imparando. E noi?
SottolineaLotto Atto Secondo
Che cos’è Sottolinealotto l’ho già raccontato qui e dunque non lo ripeto. Il punto è che nel frattempo il gioco è cresciuto nei numeri, nel logo, quello nuovo lo potete vedere a fianco, sullo sfondo nero Adriano Parracciani scrive di volta le info relative al singolo evento, e soprattutto nelle aspirazioni.
Ecco, mi piacerebbe con questo post portare il mio piccolo mattoncino affinché le nostre aspirazioni diventino realtà. Le mie proposte sono 3:
1. Fare di SottolineaLotto un evento fisso sulla pagina di Sottolineato-Il libro dei libri, sul tipo di Sottolineature Erranti, un’altra bella idea di Adriano.
2. Associare ogni concorrente a un numero della tombola o anche, se vogliamo incentivare a postare più citazioni sul tema del week end, tanti numeri per concorrente per quante citazioni ha fatto (max 3 o 4) e poi procedere non più con i fogliettini ma con la tombola, seguendo sempre la stessa regola, vince la persona associata all’ultimo numero estratto.
3. Tutti coloro che partecipano si “impegnano” a fare almeno una volta da sponsor del gioco, cioè a regalare un libro (ce ne sono di super belli super economici, ce la faccio persino io).
Aspetto valutazioni, osservazioni, critiche ma anche consensi.
Pà, e a te ‘a zanzara quando te pogne

Allora, il fatto è successo domenica pomeriggio, quando ad un certo punto passa Riccardo e mi fa “pà, il mistero è svelato, so perché a te le zanzare non ti pungono”.
Riccà a papà – gli ho risposto- è una vita che vi spiego che finiti i tempi di Zorro quella della zanzara è l’unica giustizia che mi è rimasta. Non a caso punge a te, a tuo fratello e a tua madre e me no, cerca non dico di vendicarmi, che per quello ci vorrebbero i missili terra aria, ma almeno di riparare a qualche torto. Che poi a voi piaccia dire che non mi punge perché ho il sangue amaro sono fatti vostri.
“No no pà, sei fuori strada, la verità l’ho letta su Topolino”, azz -gli faccio-, allora ritiro tutto, io pensavo l’avessi letto su Nature o su Science, “se se, pazzea tu, pazzea, cà Topolino su queste cose non sbaglia. Ma insomma o vvuò sapé o no cosa ho letto”?”, wé, non ti incazzé, piglia a seggia e assetté, e racconté, “se, mo ti metti pure a recitare la gatta Cenerentola; nun piglio nisciuna seggia, ci vuole un minuto: ho letto che lo stress, sia quello fisico che quello psicologico, produce un’enzima che tiene lontane le zanzare. Pà, e tu si ‘o rre do stress. E a te ‘a zanzara quando te pogne”.
Siamo scoppiati a ridere come dei matti e ridendo ridendo se n’è andato.
Sì, a me a ‘a zanzara quando me pogne. Ho finito di ridere e ho cominciato a innevorsirmi. Mi rode non essere riuscito a far capire nemmeno ai miei figli che questa storia dello stress non è solo un fatto di scelta, c’è dentro anche tanta necessità.
Il giorno dopo, lunedì. sveglia alle 5.45. Autobus per Fisciano University alle 7.15. Organizzazione di alcune interviste per il libro sul lavoro. Organizzazione e verifiche tecniche per l’intervista con Rifkin il pomeriggio. Chiacchiera con un paio di studenti che sono passati a trovarmi. Articolo per Nòva100 e articolo per Il Mese di Rassegna Sindacale. Una cosa che assomiglia molto lontanamente a un pranzo. Prima chiamata di Maureen per mettere a punto l’intervista. Angelo che si assicura che le tecnologie facciano il loro lavoro. Alle 17.00 l’intervista, alle 17.40 la passo sul Mac e sulla penna da dare a Maureen per la traduzione. Ritorno a Napoli, grazie al passaggio in auto di una simpaticissima collega di Angelo alle 19.30. Mi compro un gelato tutto nocciola solo nocciola da fantasia gelati a piazza Vanvitelli. Telefono a Roma per comunicare che quello che bisognava fare è stato fatto. Arrivo a casa intorno alle 20. Accendo il Mac, controllo la posta, scrivo un paio di mail, arriva Riccardo per vedere assieme perché Live Mocha non gli permette di fare i corsi online gratis. Alle 20.30 scendo con Riccardo a vedere la partita. Alle 23.30 sono a letto. Già, ma a me a zanzara quando me pogne? Devo vedere se riesco a brevettarlo come rimedio antizanzare.
Simona Enakapata Salvatore

Lo so che già ve l’ho detto, ma io sono nato davvero con la camicia. Da domenica ho il titolo del nuovo post, “Pà, e a te ‘a zanzara quando te pogne”, e so anche quello che ci devo scrivere, ma non ho avuto il tempo, la testa e il cuore giusti per farlo. Stasera avevo deciso di farlo, ma avrei trovato il tempo, forse la testa, ma non il cuore.
Invece accendo il mio Mac e guardate che trovo, la recensione a Enakapata di Simona Salvatore. Giuro che non l’ho letta, sono così felice che l’abbia scritta che devo prima pubblicarla e poi la leggo. Eccola dunque. Buona lettura.
Ciao Vincenzo,
non sono esperta di recensioni, ma questa te l’avevo promessa ed è davvero sentita! (scusa se la metto qui ma sulla bacheca di enakapata, non so perchè, non me la prendeva).
Se non ti dispiace, e sempre che ci riesca, la metto anche in “libri che passione”.
ENAKAPATA, contrazione naponica (napoletana-nipponica) dell’espressione in voga tra i giovani partenopei “è na’ capata” – letteralmente è una testata, vale a dire è qualcosa di straordinario, qualcosa che colpisce – è il diario, resoconto del viaggio da Secondigliano a Tokio presso il centro di ricerca Riken, compiuto da Vincenzo, professore di Sociologia dell’organizzazione presso l’Università di Salerno e da un accompagnatore-assistente speciale, suo figlio Luca, studioso di fisica e di culture orientali, nonché bassista del gruppo napoletano Motor Sound.
L’obiettivo è quello di analizzare, attraverso una serie di incontri ed interviste, l’organizzazione della ricerca scientifica in Giappone. Sullo sfondo della capitale giapponese, da un lato “cervelli” mondiali del calibro di Piero Carninci, lo scienziato leader di Fantom 3, consorzio internazionale di scienza, Ryoji Noyori, presidente del Riken, nonché premio Nobel per la chimica nel 2001, Franco Nori, esperto di nanoscienze, Akira Tonomura, fisico eletto membro della Japan Academy, dall’altro i parenti (“la sacrada famiglia”) e gli amici napoletani (“guest and friends”)con i quali la comunicazione resta sempre accesa grazie ad internet (Skype, mail, chat), ed infine una serie di pittoreschi personaggi della periferia napoletana (“quelli di Secondigliano”), Zia Concetta, Don Peppe detto Testolina, Pippone, Gennaro detto Topolino, evocati qua e là grazie alla serendipity (trovare qualcosa di inaspettato e sorprendente mentre si stava cercando tutt’altro).
Grazie a questo libro, scoperto in via del tutto “serendipytosa” attraverso l’@mico Vincenzo, mi sono piacevolmente imbattuta nella serendipity (quanti incontri serendipitosi facciamo nella nostra vita e non lo sappiamo: un amico, un libro, un nuovo amore…), ho respirato la “shinsetsu”, ossia la tipica ospitalità giapponese (mi ha colpito il fatto che se chiedi per strada un indicazione loro ti ci accompagnano fisicamente…che bello!), ho capito qualcosa in più sul funzionamento della ricerca scientifica, su quanto purtroppo si investa poco nel nostro paese malgrado le preziose risorse umane di cui potremmo disporre, ho conosciuto sapori nuovi della cucina giapponese (la ricetta finale di Luca del “ramen” voglio assolutamente riprovarla), ma soprattutto mi ha intenerito la complicità e l’amore filiale di Luca per il padre Vincenzo.
Già dalle prime pagine, prima scherzosamente lo massacra paragonandolo ad un “cingolato che quando si mette una cosa in testa è pressoché impossibile fermarlo” ma poi precisa che questo cingolato “ha anche la marcia indietro…e quando ha torto non è che te lo fa capire, te lo dice proprio, ti chiede scusa e anche questa non è una cosa da poco …. Da un lato ti dice che bisogna fare le cose bene perché è così che si fa, dall’altro ti spiega che possiamo definirci uomini perché moriamo e perché sbagliamo, che il punto non è il risultato ma quello che facciamo per arrivare al risultato”.
Infine, Luca prova a tracciare un bilancio di quello che resta alla fine del viaggio e così conclude: … “un mese passato con papà che, come il vino, più invecchia più è buono, anche se gli aumentano le ansie”.
Giunta al termine di questa meravigliosa lettura posso semplicemente ribadire che davvero “E’ na’ capata”!
A ‘e gruosse le piaceno ‘e nummarielle

Una parte della citazione che potete leggere sotto l’avevo già pubblicata su Sottolineato Il libro dei libri del mio amico Adriano Parracciani, ieri e oggi dedicato al rapporto tra la testa e le mani, tra il dire e il fare, tra il fare e il pensare. Ho un gran mal di testa, l’umore non è dunque dei migliori, e le cose con cui solitamente mi destreggio mi sembrano oggi particolarmente pesanti e difficili da trattare.
Sulla mia scrivania è ricomparso da qualche giorno ‘O Princepe Piccerillo, è il mistero davvero glorioso delle case dove i libri vanno e vengono, sono sempre di passaggio, l’ho aperto, mi sono ritrovato a pagina 18, mi sono messo a fare copia copiella. Il mal di testa sta sempre là, ma tutto il resto mi è sembrato un pò più leggero.
A ‘e gruosse le piaceno ‘e nummarielle. Quanno vuje lle parlate ‘e n’amico nuovo, nun se ne mportano maje d”e ccose essenziale. Nun v’addimannano maje: “Che voce tene? Qua’ juoche le piace ‘e fa’? Facesse cullezione ‘e palomme?” Ma v’addimannano: “Quant’anne tene? Quanti frate? Quanto pesa? ‘O pate quanto abbusca?” Sulamente accussì penzano d”o conoscere. Si vuje dicite a ‘e gruosse “Aggio vista na bella casarella pittata rosa, cu ‘e ggeranie é ffeneste, e ‘e palomme ncopp’ ‘o titto …” loro nun so’ capace ‘e se l’affiurà. Avita ‘a dicere: “Aggio visto na casa ‘e cientomila lire,” e allora diceno: “Comm’é bella!” […] So’ fatte accussì. Nun v’avite ‘a piglia’ collera. ‘E piccerille hanno ‘a essere accundiscendente cu ‘e gruosse.
Antoine de Saint-Exupéry, ‘O princepe Piccerillo, traduzione in lingua napoletana di Roberto D’Ajello, Franco di mauro Editore, pagina 18.
Thanks

Ieri, nel corso di una chiacchiera via mail con Noa, oggetto la partecipazione di Piazza Enakapata (volete sapere cos’è eh, bisogna aspettare un pochino, ci sono delle regole e come sapete le regole vanno rispettate) a eBookFest, dal 10 al 12 settembre a Fosdinovo, mi sono ritrovato a scrivere che “è l’interazione tra amici e @mici, persone e webpersone, book, ebook e ibook, atomi e bit, che rende la storia di Enakapata assolutamente originale, ai confini con l’unico”.
Ogni giorno accadono cose che rendono semplicemente evidente tutto questo. Ieri per esempio è arrivato a casa mia Enakapata di Matteo Arfanotti. Ora coi vi aspettate che io vi dica che è bellissimo, stupendo, meraviglioso. E’ vero, è proprio così, ma detto così è troppo scontato, finisce che voi non mi credete veramente. Allora vi dico tre cose.
La prima è che quando Luca mi ha detto è bellissimo mi sono tranquillizzato, lui per dire bellissimo deve essere veramente bellissimo, una volta quando era giovane ma giovane davvero di una stupenda ma davvero stupenda ragazza che avevamo incrociato per strada disse “sì, però ha le dita dei piedi troppo tozze” e da allora con lui di belle ragazze non ho voluto parlare più.
La seconda è che quando l’ho visto sono ritornato bambino, mi sembrava di volare, me song cunsulato, ho pensato sinceramente che tanto affetto nei miei confronti è esagerato, ho pensato no ma io devo fare qualcosa per far capire a Matteo quanto gli voglio bene, ho pensato mo è meglio ca me fermo sinnò me vene ‘na cosa.
La terza è che quando la sera l’ho dovuto lasciare, nel senso che l’ho portato a Peppe per fargli mettere la cornice, mi sono sentito come quando mio fratello Antonio è partito per il militare. Lo sapevo che tornava, ma stavo male lo stesso.
Ecco, adesso penso che ci dovete credere a quello che vi ho detto, perché se non ci credete è un problema vostro, non più mio.
Prima di metterci il punto, voglio dire che il grazie del titolo non è rivolto solo a Matteo, ma anche a Felicia Moscato che il suo bellissimo quadro dedicato a Enakapata lo ha già fatto (e che domani se si presenta si dovrà sudare l’esame come e più di tutti gli altri, è la legge del ring, o almeno quella del mio ring) e a Concetta Tigano che lo sta facendo. E poi voglio dire grazie anche a tutti quelli che hanno recensito il libro, più di cento ormai, e poi a Adriano Parracciani con i suoi Grammi di Storia e le sue Sottolineature, erranti e non, e poi a Daniele Riva che scrive cose bellissime su Il canto delle Sirene, su Nuvole Gialle, su Viaggiatori Immobili, e poi a Viviana, a Carmela, a Deborah, a Andrea, Santina, a Stefania, a Lucia, a Maria, a Antonio, a Cinzia e a tutte/i quelli senza i quali questo spazio semplicemente non avrebbe ragione di esistere.
Thanks.
Bella Napoli

No, no, non vi allarmate, non ho deciso di aprire una pizzeria. Innanzitutto perché nell’elenco, infinito quasi come la poesia di Leopardi, di cose che non so fare, c’è anche la pizza e io non mi metto certo a fare il pizzaiuolo se non posso fare la margherita e la marinara più buona di Napoli e dunque del mondo (perché solo la margherita e la marinara? e perché le altre sono pizze? e allora era una pizza anche quella con l’ananas che ho mangiato a Sydney dal mio amico Lucio da Montoro Inferiore, ma fatemi il piacere, è meglio che mi sto zitto perché altrimenti facciamo la fine della discussione sul viaggio). E poi perché se apro la pizzeria non la chiamo certo Bella Napoli, che ce ne sono già 250 mila, ma Pizzeria Enakapata, che fa molto più chic.
La bella Napoli a cui mi riferisco è quella che sta venendo fuori dalle chiacchierate che sto facendo per il mio prossimo libro.
Finora ho intervistato un ingegnere, un restauratore, un ferroviere, e un addetto alla vendita di musica, film e videogiochi, tutti rigorosamente napoletani, e sapete le due parole chiave che accomunano tutte queste belle persone?
Amore e Responsabilità.
L’amore per il proprio lavoro.
La responsabilità di fare bene il proprio lavoro.
Sì, sta venendo fuori proprio una bella Napoli. Una Napoli che non mi fa rimpiangere Tokyo, che anzi ha un qualcosa di più che la rende unica.
Dite che Napoli non è tutta così? E proprio a me lo venite a dire? Oggi è la seconda volta che lo dico: io racconto storie, non faccio rivoluzioni. Però le storie si prendono cura di noi e dunque io spero che continui così. Se va male, scrivo un bel libro, se va bene, beh, se va bene, mannaggia quante feste che dovremo fare. Non ci credete al lieto fine? Neanch’io. Però non si può mai sapere. Come dicevano gli antichi, quello che non succede in mille anni succede in un giorno. In ogni caso prometto che vi tengo informati. E’ il minimo che posso fare per voi.
Mi consenta, lei allatta a doje zizze

Ieri pomeriggio e stamattina sono riuscito a stare insieme a mamma e Antonio, Gaetano e Nunzia, i miei fratelli. Antonio è arrivato qualche giorno fa da Bologna, l’altro ieri Nunzia ha compiuto gli anni, Gaetano da meno di un mese è tornato a vivere con la sua famiglia nella casa sopra a mamma, Antonio avevo deciso anche di intervistarlo per il nuovo libro che sto scrivendo e dunque l’occasione è stata di quelle giuste per organizzare la rimpatriata. Lo so che detta così sembra una banalità, ma in realtà non lo è. Non solo perché in realtà accade di riuscire a stare tutti assieme non più di 2 quando va bene 3 volte all’anno, ma anche perché più si va avanti con l’età e più si rischia di incontrarsi solo quando accade qualche cosa di negativo.
Stamattina è stato Antonio, mentre parlavamo non ricordo più di che cosa ah, sì, del telefonino (il suo ha una decina di anni e reclama la pensione e Gaetano gli ne ha regalato uno che i suoi figli non usano più) a commentare con un “ah, mò pozz allattà a doje zizze” e a ricordarmi questa espressione che usava papà quando voleva criticare i nostri tentativi di tenere due piedi in una sola scarpa, di volere tutto e il contrario di tutto, di cercare i vantaggi di una situazione e allo stesso tempo quelli di una situazione contraria, tipo ad esempio quando si parlava di autonomia e indipendenza dalla famiglia senza porsi il problema di avere un lavoro.
Come sempre quando mi vengono in mente queste cose, prima rido e poi, diciamo così, penso. Questa volta ho pensato che da oggi in poi invece di dire “mi consenta, lei ha un conflitto di interessi” dirò “mi cnsenta, lei allatta a doje zizze”. Sì lo so che lo stesso non si risolve nulla, ma almeno ci scappa un sorriso, da un sorriso una risata, da una risata … com’era la cosa?, ah sì, una risata vi seppellirà. Speriamo.












