Mi arrendo

Sì, diciamo anche che lo faccio con piacere, ma la verità è che mi arrendo.

Avevo pensato di dedicare un nuovo blog e un progetto a Bella Napoli, ma non ce la faccio a portarlo avanti, almeno per ora. Sto talmente impicciato che faccio fatica anche solo ad aprirle le pagine di tutte le cose che dovrei aggiornare e così non funziona, bisogna introdurre dei correttivi.

Comincio dalla cosa che in questo momento mi fa male di più, chiudo il blog dedicato a Bella Napoli, in maniera tale che ricordo a me stesso che la faccenda è seria e non ammette repliche.

Di Bella Napoli naturalmente continueremo a parlare qui, come del resto già facciamo per Uno, doje, tre e quattro, e anche questo in fondo non è detto sia un male.

Per quanto riguarda il nuovo progetto, quello che avevo chiamato Bella Napoli, Italia, per adesso si ferma, poi si vedrà.

Questo è tutto, per ora. Domani però vi racconto cosa ho provato vedendo il libro finalmente in libreria.

Elogio della cicala

Va bene, facciamo finta che non abbiate mai detto a vostro figlio, o anche solo a un amico più giovane, “non fare come la cicala, sii laborioso e previdente come la formica”. La mia domanda è: ma vi siete mai chiesti che lavoro fa la cicala?. Io no, mi ci ha fatto pensare Gennaro Pasquariello quando mi ha chiamato per parlarmi del festival da lui ideato e giunto quest’anno alla quinta edizione: “L’abbiamo chiamato il Festival della Cicala perché in qualche modo ci siamo voluti ribellare al luogo comune, diventato celebre grazie a Jean de la Fontaine, per il quale chi, come la Cicala, canta o suona, va considerato un perditempo. Ma lo sai Vincenzo quanta fatica c’è nella vita di un musicista?”.
Sì, questo la so. Tanta.

È un attimo, e mi ritorna in mente Il resto è rumore, il bellissimo libro di Alex Ross che racconta il secolo breve attraverso la musica, quando dice di Arnold Schoenberg, dei genitori di condizioni modeste che non potevano permettersi un pianoforte, della sua gavetta come componente di una banda militare che suonava nei caffè di Vienna, dello studio delle forme strumentali attraverso un’enciclopedia, dell’attesa dell’uscita del volume “S” prima di poter comporre una sonata.
E poi, ancora, mi torna in mente il maestro Antonio De Santis; lo incontrai che insegnava teoria e solfeggio al conservatorio S. Pietro a Maiella di Napoli, negli anni 70 aveva fondato con Giuseppe Di Giugno il gruppo di elettroacustica presso il dipartimento di fisica sperimentale dell’Università di Napoli. Era un personaggio incredibile, sembrava uscito da un romanzo di Kerouac, ti stordiva, ti affascinava mentre ti spiegava che “le note sono assi cartesiani”, che “Bach è l’anticipazione del computer”, che “quando avremo un computer con un’interfaccia geniale come il manico di una chitarra o di un violino sarà una rivoluzione”, che “Wagner con il suo teatro totale è l’inventore della multimedialità”, che “come ha scritto Prigogine la musica è l’unico paradigma della scienza moderna”.

È un attimo, e mi accorgo che Pasquariello mi guarda, sembra attenda domande, nel frattempo mi dice che il Festival della Cicala è itinerante, porta la musica, i musicisti e il loro lavoro nelle scuole, che bisogna insistere sulla formazione e sulla professionalità perché l’arte non basta, meno che mai a Napoli, che i ragazzi fanno parte anche delle giurie che valutano i brani presentati al concorso nelle due sezioni, Didattica (brano edito) e Artistica (brano inedito).
Mi chiede se serve altro. Gli rispondo che va bene così. Per questa volta viva la cicala.

Sposarsi non è un verbo di cui l’uomo conosca il significato

di Adriano Parracciani

Sposarsi non è un verbo di cui l’uomo conosca il significato.
Ed è per questo che  vado da molto tempo parlando di una bizzarra idea: quella del matrimonio a tempo.
Si un matrimonio che scade, proprio come l’assicurazione dell’automobile, o un come contratto d’affitto. L’idea è semplice: il matrimonio è un contratto che dura cinque anni, alla scadenza si può rinnovare oppure decade automaticamente, senza bisogno di avvocati, cause, liti, ecc ecc. Si va di cinque in cinque fino al decadimento o alla morte di uno dei contraenti.
Va bene, direte voi, la solita pensata atipica di Adriano, due risatine e finisce là. Ebbene vi stupirete leggendo le righe seguenti.
Un giorno del 2007, mentre sto sfogliando il giornale, mi cade l’occhio su un articolo: “Matrimonio a tempo: 7 anni e via“.
La lettura è incredibilmente eccitante, non solo per la proposta che va esattamente nella direzione della mia idea, ma anche per chi la fa.
Dall’articolo si legge che la tedesca frau Gabriele Pauli, leader bavarese candidata alla presidenza della CSU, il partito più conservatore tra i due partiti cattolici tedeschi, intende proporre la riforma dell’istituto matrimoniale ponendo una validità di sette anni scaduti i quali il matrimonio si annulla, lasciando ai conigui la possibilità di rinnovarlo, risposandosi. Ora, anche se la proposta si è sfortunatamente  arenata, e anche se è della CSU, io dico W frau Pauli.

Post sulla felicità

L’idea stavolta mi è stata data dai post di Rossella Cacace e Grazia Leone.
Le loro parole sul diritto ad essere felici e sulla determinazione necessaria per realizzare tale diritto possono essere il punto di partenza per una nuova, sono convinto bellissima, discussione.
Dite che la lettera sulla felicità l’ha già scritta Epicuro? Infatti, i nostri saranno i post sulla felicità. Forza, donne e uomini di Piazza Enakapata, raccontate la vostra ricerca della felicità, cosa avete fatto e cosa intendete fare affinché, riflettendo sulle vostre vite, possiate cliccare sul pulsante “mi piace”. Non si tratta insomma di dare consigli o, meno che mai, ricette sulla felicità, semplicemente di raccontare se stesse/i e il proprio rapporto con la ricerca della felicità. Naturalmente, nel rapporto con la felicità ci sta anche il fatto di non averla ancora trovata  o di averla persa e non averla ancora ritrovata.
So di poter contare su di voi. Buona partecipazione.

Deborah Capasso de Angelis
In questo periodo della mia vita penso spesso alla felicità. Ma faccio un errore, la lego indissolubilmente ai miei desideri. Sono molte le cose che desidero ed allo stesso tempo non so di preciso se poi mi renderanno felice.
Poi,inevitabilmente, il pensiero corre ai momenti di maggiore esaltazione, di effervescenza, di distacco dal quotidiano e accade una cosa strana….sono ancora felice.
Non è un tuffo nel passato o un vivere di rimpianti, non voglio rivivere quei momenti che sono unici ed irripetibili è semplicemente il comprendere che, secondo me, la felicità non è un istante ma resta dentro te e compensa il non-felice della vita.
Insomma la felicità non si esaurisce, non è vincolata all’attimo in cui essa si prova ma s’insinua nell’anima di chi sa conservarla.

Grazia Leone
Dire ‘sono felice’ non implica uno stato di esaltazione e di euforia permanente,  perderemmo la ragione in breve tempo   se così fosse.
So che scriverò cose scontate  ma la felicità può diventare  uno stato generale se fatto di tantissime piccole cose che messe tutte insieme ci fanno stare bene e  in pace con noi stessi. Guardare un tramonto, camminare a piedi nudi nell’erba, una cena con gli amici, una passeggiata nel bosco, un profumo che ci ricorda un bel momento passato,  fare una torta, il figlio che ci racconta una barzelletta, il grazie di un collega a cui abbiamo dato una mano, anche solo soffermarci su un  singolo pensiero che ci è passato per la mente in un determinato momento, sono infinite le piccole e apparentemente insignificanti cose che riempiono la vita e che fanno da  intermezzo agli affanni quotidiani.
Al di là delle inevitabili avversità che la sorte tiene in serbo per ciascuno, io penso che la felicità sia già dentro di noi, bisogna imparare a riconoscerla e a tirarla fuori, è un  compito arduo e può non bastare una vita intera per riuscirci ma bisogna almeno provarci.
Lo ammetto, oltre che scontato ciò che ho scritto è anche banale… cosa mi resta da dire? Che allora la felicità, quella autentica, è fatta di banalità.
C’è una poesia di Borges che mi piace, non so quanto sia in tema  ma mi fa pensare a tutte le cose che si possono fare prima che sia troppo tardi.

Istanti
Se io potessi vivere nuovamente la mia vita
nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non tenterei di essere tanto perfetto, mi rilasserei di più
sarei più stolto di quello che sono stato,
in verità prenderei poche cose sul serio.
Correrei più rischi, viaggerei di più, scalerei più montagne,
contemplerei più tramonti e attraverserei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono stato,
avrei più problemi reali e meno problemi immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che vivono sensatamente,
producendo ogni minuto della vita.
E’ chiaro che ho avuto momenti di allegria,
ma se tornassi a vivere, cercherei di avere soltanto momenti buoni.
Perché di questo è fatta la vita,
solo di momenti da non perdere.
Io ero una di quelle persone che mai andavano da qualche
parte senza un termometro, una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute:
se tornassi a vivere, viaggerei più leggero.
Se io potessi tornare a vivere, comincerei ad andare scalzo
all’inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell’autunno.
Girerei più volte nella mia strada, contemplerei più aurore
e giocherei di più con i bambini.
Se avessi un’altra volta la vita davanti…
Ma, vedete, ho ottantacinque anni e non ho un’altra possibilità.

Concetta Tigano
Felicità…è una gran bella ed impegnativa parola!!!
L’ho provata tante voltre , ed è sempre un colpo, un’emozione fortissima che ti lascia senza fiato, peccato che non sempre  dura….
Il primo bacio
Il primo amore (non sempre coincidono…:-))
Andare a studiare fuori casa
La laurea
Il primo stipendio
Un alunno che ti dice ” finalmente prof. ho capito!!”
Metter su casa con l’uomo che ami
La nascita dei figli ( la più grande!!)
…….facciamo un salto!!!!che è meglio!!!!!
Essere in grado di farcela
Sapere che l’intervento è riuscito
Emozionarsi ancora…ascoltando una “canzone”
Rivivere momenti che si credevano perduti
e…non ultimo far parte di una super-band come questa!!!!!!

Cinzia Massa

Mentre decido cosa scrivere, ecco una poesia di Totò, giusto per non vedere soltanto il lato bello della questione.

Felicità!
Vurria sapè ched’è chesta parola,
vurria sapè che vvo’ significà.
Sarà gnuranza ‘a mia, mancanza ‘e scola,
ma chi ll’ha ntiso maje annummenà.

Nando Santoro
Lo spunto di Rossella e Grazia (rimbalzato da Enzo e poi giù o su per li rami, fate voi) è assai interessante. E ho pensato subito alla Costituzione americana. Che è l’unica (credo) che mette il perseguimento della felicità fra gli obiettivi del popolo (We the people). Forse per i principi del giusnaturalismo ai quali i Padri costituenti si uniformavano. O per quella ingenuità di fondo che viene sempre riconosciuta come tratto principale degli yankee. O forse perchè a fondare gli Usa fu una miscela di popoli ed etnie scappate dalle persecuzioni politiche e religiose e dalle guerre del Vecchio Continente. O forse perchè la felicità è una delle poche cose concrete – ancorché indefinibili – che l’uomo può perseguire? a tutte queste opzioni, per ora, rispondo con un eloquente ed impegnativo “Boh?”. Ma non è detto che, speculando speculando, non riesca a tirare fuori qualcosa di buono. Hai visto mai…

Santina Verta
La felicità ..attimi estatici di stupore condiviso da un sorriso!
Per cui posso dire che esiste anche incosapevolmente!
Mica mi sorride il monte Rosa che riflette i raggi del primo sole… la carica di sorrisi rende quei momenti abbaglianti e molti visi distratti si lasciano attrarre dalla scia di colori!
Mi sorprendo di quanti granelli di felicità raccolgo nei bagliori che si ripetono con un ritmo frequente, fra albe e tramonti e lune di marmellata fanno un bel bignè!
Se vi trovate a passare..largo ai sorrisi!
E se , per caso, sentite qualcuno che urla…” correte ..salite… di corsa….” è per l’incontenibile contentezza di vedere stagliarsi all’orizzonte  Stromboli, magari fumante! ovviamente nell’altro lato del Rosa!
Oppure saltello in tumultuoso silenzio, quando una timida violetta si affaccia sui muri  intorno casa… attimi di felicità!

Daniele Riva
Ci sono certe mattine di martedì, quando sono a Milano, che mi capita di attraversare il Parco Sempione e uscire dal Castello Sforzesco dalla Porta del Filarete: fuori c’è la grande fontana che eleva al cielo i suoi getti; dietro il sole si leva sui palazzi ottocenteschi di Via Dante, dipingendo riflessi iridescenti sull’acqua. In quel momento io mi sento felice, senza un perché. Immotivata felicità e forse per questo ancora più apprezzata. Per il resto, io non credo alla costituzione americana che mette il diritto alla felicità tra i suoi requisiti fondamentali. Si può provare a essere felici ma niente e nessuno può garantire la felicità. La vita ha i suoi colpi, il destino sa essere crudele. Per questo ho raccontato quella mia “felicità di niente”, per non sembrare un cinico pessimista, cosa che non sono, come possono testimoniare anche i miei nuovi amici napoletani. Se Gesualdo Bufalino scrisse che “la felicità esiste, ne ho sentito parlare”, io posso dire che esiste perché so di averla provata, di provarla, anche se non può essere uno stato continuativo. Dobbiamo soltanto coglierla, quando si presenta, come un bel frutto dorato sull’albero dei giorni…

Antonella Romano

Io non credo che nella vita si possa essere felici in generale.
Si può essere più o meno soddisfatti della propria esistenza ma parlare di felicità secondo me è una questione più complessa.
La felicità per me è questione di attimi.
E’ euforia e gioia assoluta.
E l’unica cosa che possiamo fare è stare bene attenti a non guastare questi momenti e viverli intensamente distaccandoci da qualsiasi problema e preoccupazione.
Uno dei giorni più felici della mia vita fu il 26/02/2009, lo ricordo ancora, tensione mista a eccitazione e poi una sensazione di liberazione assoluta, in due parole, la tanto attesa LAUREA!
Ovviamente di momenti felici, per fortuna ce ne sono stati tanti altri ma, quel giorno lo ricordo soprattutto perché non ero sola, c’erano le persone più importanti della mia vita lì a gioire per un mio traguardo raggiunto. Insomma, un mix perfetto di liberazione/gioa/amore e per questo probabilmente rimarrà sempre un giorno indimenticabile, ma pur sempre una parentesi.
Più che di felicità credo che sia più giusto parlare di “pace”.
La pace non è questione di attimi ma può durare per anni se solo si è in grado di trovare un giusto equilibrio.
Io personalmente l’ho trovata per poco tempo ma è stata un’ottima lezione di vita. Complice un viaggio in Kenya e un modo di dire “pole pole”.
Pole pole vuol dire piano piano.
Sembrerà banale ma credo che sia questa la chiave di un’esistenza serena.
La ricerca di altri ritmi che più si addicono agli esseri umani.
Nessuno ricorda più come si viveva qualche decennio fa. Quando ancora non esisteva il traffico, le auto e i ritmi frenetici ai quali ci siamo, nel corso del tempo, abituati.
Quando è stata l’ultima volta in cui mi sono fermata? Non lo so, non lo ricordo. Corriamo sempre senza avere la minima cognizione di dove andiamo e a questo punto che senso ha vivere dei momenti di felicità se poi non li si ricorda?

Grazia Leone
La felicità non è solo un diritto ma anche e soprattutto un dovere.
Abbiamo il dovere di essere felici anche a costo di scappare. Io sono scappata, già adulta, decisa e con bene in testa cosa volevo. Volevo poter scegliere il mio futuro e dove vivevo prima non era possibile. Sono partita una mattina e per metà viaggio non sono stata in grado di dire una parola ma non ho versato neanche una lacrima. Dopo quasi quattordici ore sono arrivata a Monza, avevo con me solo le valigie con i vestiti e i miei libri, sono entrata nel mio monolocale, ho posato i bagagli e ho mormorato: ecco, ora comincia la mia vera vita.
Quanto è stata dura! Per mesi mi sono sentita sola e disperata, per farmi coraggio mi ripetevo come un mantra ‘ce la faccio sono forte, ce la faccio sono forte’ piangevo di notte o nella doccia, per non farmi vedere da nessuno.
Ci vogliono forza e coraggio per iniziare una nuova vita in un altro posto, bisogna essere disposti a contare solo sulle proprie forze, bisogna imparare ad avere fiducia in se stessi e a fare i conti con la nostalgia. Bisogna anche accettare a priori il fatto che una volta partiti si può non tornare.
Alla fine il mio mantra mi è stato utile, ho trovato quello che cercavo, o meglio, ho realizzato ciò che desideravo, me lo sono guadagnato. Oggi ho quasi paura a dire ‘sono felice’, lo dico sottovoce anche se tutto quello che sono e che ho lo devo unicamente a me stessa e alla mia determinazione.

Rossella Cacace
Ognuno ha la sua storia…ognuno il suo vissuto…ognuno i suoi perchè…
Io sono la Rossy di Tel Aviv, di cui Anto parlava nel suo commento…e sì, me ne sono andata 8 mesi fa. Potrei dire che sono andata via per molte ragioni: perchè stanca del mio Paese e della mia città, per amore, per un sogno…quello che però ho capito in questo periodo di tempo è che non c’è sempre un motivo REALE per il quale andiamo via. Non è solo per il lavoro, per l’amore o per altro. Si va via quando si trova la pace e la serenità altrove. Io sono partita con 500 euro in tasca. Avendo un appoggio certo, ma comunque con 500 euro, in un Paese di cui non conoscevo la lingua, nel quale non avevo un permesso di lavoro che ho ricevuto solo dopo 2 mesi. Eppure, anche nei momenti difficili, io ero felice! Ero felice solo di uscire e camminare in questa città! Ed è questo che ancora oggi, dopo 8 mesi di cui 5 di lavoro, mi stupisce ogni giorno: sono felice di fare tutto! Di prendere l’autobus, di fare la spesa, di sistemare casa MIA!!!Di uscire con i miei nuovi amici qui…E’ questo che conta!! Ricercare e raggiungere la propria felicità che deve essere INDIPENDENTE dal luogo o dal tipo di lavoro o dai soldi!! Non è quindi una norma uguale per tutti!!Non è una regola generale!Si resta se si è felici! Si va via se si è felici di farlo!Ecco perchè odio quando mi si dice che sono scappata! Che l’ho fatto perchè non avevo scelta! Non è vero! Ho fatto la mia scelta!! E la mia scelta è stata di essere felice! Ora sta voi! Fate la VOSTRA scelta!!

 

Uno, doje, tre e quattro e Antonio Gravina

Eccomi, sono emozionato mentre scrivo, perché è la prima volta, ho aspettato molto prima di farlo, ma volevo prima finire uno, doje, tre e quattro, per poter dire la mia, … sul libro intendo … e poi è solo una opinione … ecco, già parlo come loro quattro, che comunque sono contagiosi, sono belli, profondi e sinceri nelle cose che dicono (scrivono).
La mia recensione sarà comunque rivolta a delle persone che ho avuto il piacere di conoscere live, e che sono state ben descritte nelle loro conversazioni a quattro su FB prima e nel Libro poi…però …e non vuole essere una critica …ho notato in tutto il libro e in ognuno degli autori una certa vena pessimistica nell’ affrontare le questioni.   “sociali”, una sconfitta nella quotidianità delle Vite, che sembrano aver lasciato la speranza alla nostalgia…..mi sono emozionato e ho sorriso molte volte durante la lettura che ho fatto durare circa 20 giorni ( volutamente ….perché me lo volevo gustare un poco per volta…come si fa con un buon caffè).
Ho notato una Grande propensione alla Cultura, Tecnologia, Ricerca, Specializzazione, Arte …le magnifiche Poesie raccontate da Daniele, insomma Gran Classe..però @/amici miei più convinzione che non ci possiamo fermare davanti a niente, soprattutto quando c’ è un valore delle risorse così Alto come ho visto nelle persone che hanno scritto questo libro.
Io, per chi non mi conosce sono una persona che impara molto dalla lettura e mette in pratica i consigli che ne escono fuori. Voi mi  avete dato la spinta verso la Strada che sto percorrendo e oggi vado ancora più veloce e convinto,….complimenti per l’ idea, non vi fermate, non vi fate fermare e soprattutto vi consiglio un libro: uno, doje tre e quattro.

Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca

L’idea me l’ha data Rosanna Pisani, come ho scritto qualche giorno fa una donna straordinariamente importante nella mia vita. Per due anni, dai 18 ai 20, il primo che fa i conti di quanti anni sono passati lo tengo scompagno, io sono stato il suo ragazzo e lei la mia, e sono stati due anni meravigliosi. Lei neanche lo sa, ma quando mi ha lasciato è stata la volta che ho pensato seriamente di morire, anche di voler morire, se chiamate Tonino Parola ve lo può confermare, non so quanti giri di Secondigliano ci siamo fatti con me che dicevo non ce la faccio ad andare avanti e con lui che mi diceva ce la fai, lascia che passi il tempo e ce la fai. Comunque me ne sono andato a Sociologia a Salerno, scelta che poi si è rivelata fondamentale nella mia vita, perché non ce la facevo più a vivere negli stessi posti dove avevo vissuto con lei. Spero che Rosanna non si dispiaccia che io scrivo queste cose, penso che dopo quasi 40 anni si può farlo con dolcezza, emozione, distacco, penso che il racconto non toglie e non aggiunge niente a ciò che è stato.
Insomma come vi ho detto l’ho cercata e ritrovata via Facebook, ci siamo scritti un pò di cose che naturalmente sono cose nostre, e oggi lei ha postato queste righe:
Napoli è la mia città natale, il luogo dove ho vissuto i primi 25 anni della mia vita. Poi ho deciso di andare altrove, a cercare nuove prospettive di vita, e così ho vissuto in diversi luoghi meno o più organizzati, dalla Sicilia alla Lombardia, più precisamente le isole eolie, salina in particolare, che amo molto e riconosco ancora oggi  come la mia casa, e la città di Brescia dove per 15 anni ho vissuto, lavorato e allevato i miei figli.
Dopo tanto tempo, sembra che in qualche modo Napoli mi richiami alle mie origini, cioè a riallacciare  il filo interrotto di  relazioni e connessioni con la sua vita e attraverso le persone che lavorano per la sua rinascita come il caro amico Vincenzo Moretti.  Un invito a partecipare, ed eccomi.

Qual’è l’idea è presto detto: chacchierare di cosa ci spinge ad andarcene e cosa ci spinge a tornare, non la storia dei viaggi dove il ritorno è per così dire nelle cose, la storia delle nostre vite in cerca di luoghi dove vivere e cercare sé stessi.

Niente, direi che possiamo cominciare, tanto la sapete che la frase del titolo è stata rubata a Montaigne da Lello Arena con conseguente figura di m. di Troisi.
Chi comincia per prima/o?

Uno, doje, tre e quattro e Mariagiovanna Ferrante

Uno, doje tre e quattro. Cominciamo, o, meglio, continuiamo a parlarne.
Perché ho comprato il libro? In tutta onestà, perché sono amica di Viviana e perché Vincenzo è simpatico assaje.
Ma quando ho iniziato a leggerlo, mi sono resa conto di aver fatto una cosa buona e giusta.
Mi è capitato, in passato, di recensire qualche libro in occasione di presentazioni promosse dalla Pro Loco cittadina. Una recensione comporta un’analisi della struttura testuale, dello stile, dei rapporti con opere dello stesso autore e via dicendo: un lavoro di tecnica, oltre che di interpretazione del messaggio veicolato dal testo, condotto un po’ “da fuori”.
Scrivendo di questo libro, invece, ho la sensazione di “essere dentro”, di inserirmi in una conversazione che è tuttora in corso.
Una bella conversazione iniziata da quattro persone, che hanno spalancato le loro vite a noi lettori, creando un flusso di energia multiforme e policroma e mettendola a nostra disposizione.
Uno, doje tre e quattro non è un romanzo, non è un saggio, non è un trattato. È una “torta” fatta di una serie di tranches de vie in cui non si può evitare, almeno una volta su quattro, di rispecchiarsi.
Daniele, Viviana, Vincenzo, Carmela, “sono” quattro punti di vista che si moltiplicano nei nostri punti di vista, da cui partiranno altri punti di vista. In un caleidoscopio di opinioni, così come accade nella piazza di Enakapata.
Le unità tematiche in cui si struttura il testo potrebbero tranquillamente essere lette “in ordine sparso”: da internet, ai problemi di Napoli, a quelli nazionali, passando per il senso della poesia. Come ogni conversazione che si rispetti, l’argomento di discussione può essere uno qualunque, e da un qualunque pretesto può partire per inanellarne altri. I nostri @mici potrebbero essere letti così, come ci viene, senza seguire necessariamente l’ordine progressivo delle pagine. Ogni volta, si apre una nuova finestra, con un nuovo link, in cui possiamo taggarci(sentendoci coinvolti), o possiamo limitarci a navigare, in un mondo che poi tanto virtuale non è.
E loro ci guidano nella navigazione, ognuno con il suo stile e con il proprio essere protagonista di questa avventura.
“Loro”, gli autori, non ci lasciano indifferenti. Neanche un po’.
Non ho potuto fare a meno di innamorarmi dello spirito di Daniele, poeta anche quando parla di munnezza.
Ho avuto conferma della grande personalità di Vincenzo, commovente nei suoi ritratti di famiglia, ma mai dimentico della sua innata ironia.
Carmela è sanguigna e passionale, e il suo temperamento traspare anche dalle virgole quando si racconta a proposito del mondo virtuale, o quando affronta la tematica legata al modno giovanile.
Viviana…attraverso la scrittura completa il quadro- già abbastanza chiaro- della sua indole giocosa, ma profonda. Ed è grandiosa nella sua abilità in fatto di tautogrammi.
Tutti e quattro vivono la scrittura come una straordinaria esperienza di trasmissione di sé e di crescita e lo sanno comunicare.
Facendo comprendere come sia possibile trasformare una piattaforma virtuale in un’esperienza di vita reale, concreta, in cui non ci si “tagga”, ma ci si tocca, fino ad abbracciarsi.
Così, alla fine della lettura, questi @mici diventano amici, e resta una gran voglia di continuare a parlare con loro.

Uno, doje, tre e quattro e Maria Silvestri

Quando qualche anno fa un amico mi inviò un sms dicendomi: “Sei su Facebook”, mi incazzai come una belva! No, non c’ero e non mi faceva piacere sapere di esserci.
Non avevo capito, dal momento che non vedevo un punto interrogativo, che la sua era una semplice domanda. Fino ad allora ero stata molto scettica e, diciamolo pure, un po’ prevenuta verso ogni forma di “socializzazione virtuale”, per intenderci non mi piacevano le persone “pc dipendenti”. Per me, allergica perfino alle segreterie telefoniche, era assolutamente impensabile avere un @mico o navigare in una chat. Eppure la curiosità di capire il successo e la popolarità di questo nuovo mondo era talmente grande da spingermi ad entrare nel “social network più in voga del momento”, fino a farmi ricredere …. (Toccare o Taggare questo era il vero problema!!!!!). Ed ecco che, nella piazza virtuale incontro Vincenzo, @mico di un mio @mico, ed Enakapata , che insieme agli altri @mici man mano arricchiscono il mio patrimonio di conoscenze in rete.
Ora voi mi direte: che c’azzecca tutto questo con il fatto se ti è piaciuto o non ti è piaciuto Uno, doje, tre e quattro?
C’azzecca, c’azzecca.
“Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, è proprio il caso di dirlo. Leggere le storie di questi quattro @mici che si raccontano nelle pagine di un blog, per me è stato come vedere il film della mia vita fino ad oggi. In tantissime occasioni mi sono ritrovata.
Anche a me è venuta la Nostalgia Canaglia, accompagnata anche dalla lacrimuccia, quando Vincenzo cita una frase del padre “è ’nguaiato tutta ‘a grammatica”, o quando Carmela dice “… ho cercato di colmare il vuoto lasciato dall’assenza con l’unico spazio che ho a disposizione: i ricordi”.
Sono andata Dove ti porta il Tifo insieme a Viviana cantando: ”Maradona è meglio ‘e Pele’, ci hanno fatto ‘o mazzo tanto pe’ ll’avè”. Che anno il 1987!, il Napoli vinceva il 1° scudetto ed io venivo a conoscenza di aspettare il mio 1° (ed unico) figlio.
Ho condiviso il suggerimento di Daniele “penso che sia un modello esportabile anche a Napoli” in Monnezza di un altro Mondo.
Insomma, a me Uno, doje, tre e quattro mi è piaciuto assaje, e non so se dire grazie al libro che mi ha permesso anche stringere la mano e guardare negli occhi Viviana, Carmela Vincenzo e Daniele o dire grazie a Viviana Carmela Vincenzo e Daniele che mi hanno appassionato con il loro libro.
Ah, dimenticavo: la mia copia è battezzata, comunicata e autografata personalmente dagli autori.

Uno, doje, tre e quattro e Grace

“Scrivo perchè io sono quello che scrivo e scrivo quello che sono”.
“Dite che se il libro è bello lo dovete decidere voi? Assolutamente vero. Ma solo dopo che lo abbiamo deciso noi, perchè un libro che non è bello prima di tutto per chi lo scrive è un libro senza speranze. Di più, non è neanche un libro, è carta stampata”.

Io, lettrice, ho deciso. Il libro è bello. Sono di parte lo ammetto, perchè Vincenzo e Daniele sono miei @mici di Facebook e non mi perdo una riga dei loro blog, ma che importa, non faccio recensioni di professione io, quindi scriverò quello che mi pare. Il libro mi piace. Punto.
Quattro persone si sono conosciute su un social network e hanno fatto un esperimento da cui viene fuori la passione semplice per la vita.
Passione semplice per la vita di quattro persone semplici e dirette, ecco cos’è Uno, doje, tre e quattro.
Carmela “la carnale”, non me ne vogliano gli altri tre moschettieri, ma è la mia preferita, non c’è pagina scritta da lei in cui non abbia ritrovato qualcosa di me.
Daniele “il nordico”, il poeta dall’animo gentile che connessione dopo connessione senza saperlo mi ha convinta a prestare più attenzione alla poesia.
Vincenzo “il leggero” e i suoi ricordi d’infanzia, il suo modo di porsi domande e darsi subito le risposte, da solo, quando e se le trova.
Viviana “la vivace”, con lei mi sono proprio divertita, da non perdere il suo tautogramma Poveri Piccioncini ovvero Romeo e Giulietta in P, pippipurrà!
Nessuno di loro dice cose veramente nuove, nessuno di loro fa grandi rivelazioni esistenziali, semplicemente si raccontano. Ed è impossibile non ritrovare in ciascuno di loro qualcosa che ci appartiene e che ci accomuna.
E’ un libro che tutti i web-scettici dovrebbero leggere, magari i detrattori della rete comincerebbero a pensare che fra chi passa un po’ del proprio tempo on line, c’è anche chi lo fa non perchè è sfigato, frustrato e insoddisfatto della propria vita, ma perchè la propria vita vuole arricchirla e che una volta spento il pc si ritrova con un bagaglio di esperienze ben più vasto e una visione del mondo ben più “reale” di quanto si possa immaginare.
Se poi qualcuno si chiede come sia possibile allacciare rapporti umani con persone così distanti e irreali la risposta la fornisce Daniele: “Non siamo noi stessi i nostri pensieri? Non siamo anime che si sfiorano? Si d’accordo, guardarsi, sfiorarsi, toccarsi, stringersi le mani, darsi una pacca sulla spalla sono cose che non si possono fare attraveso il computer.
Ma le anime … quelle si che si abbracciano.

Venga a prendere uno, doje, tre e quattro caffé da noi

Adesso non dite che non dobbiamo vederci più per festeggiare un compleanno anche se la bella pensata l’abbiamo fatta proprio settimana scorsa quando ci siamo incontrati per festeggiare Viviana.
Dato che le colpe dei presenti non possono ricadere sugli assenti dico subito che eravamo Viviana, Francesco, Cinzia and me e aggiungo subito dopo che a un certo punto la conversazione è finita su Uno, doje, tre e quattro, a voler essere precisi il titolo delle chiachciere è diventato “come possiamo fare per far conoscere il libro, farlo leggere, ergo comprarlo”.
Ora, anche se lo so che non ce n’è bisogno, voglio precisare che questa “ossessione” di vendere il libro ci viene innanzitutto dalla voglia di far conoscere il nostro lavoro, di comunicare le nostre emozioni e riflessioni, di far girare le nostre piccole grandi idee, di incontrare vecchi e nuovi amici, e poi anche almeno un pò dalla voglia di ripagare la fiducia e l’investimento da parte dell’editore, che insomma la nostra “ossessione” non ha davvero niente a che fare con il verbo “guadagnare”.
Fatta la precisazione, aggiungo che a un certo punto, non ricordo davvero né come e né perché, è venuta fuori l’idea delle presentazioni in salotto, sì, proprio il salotto di casa vostra, una cosa tipo “venga a prendere il caffé da noi” che ci sono anche i nostri amici autori di Uno, doje, tre e quattro che vengono a presentare il loro libro.
Cosa dov(r)e(s)te fare per organizzare una cosa del genere è presto detto:
1. avere il piacere di passare un pomeriggio con noi (se  assieme al caffé c’è anche qualche pasticcino siamo contenti noi e sono contenti i vostri amici, ma anche  se c’è solo il caffé noi veniamo lo stesso);
2. avere casa in un raggio massimo di 100 km da Napoli, roba che per la sera possiamo tornarcene a dormire alle nostre, di case, che stiamo più comodi e non spendiamo soldi;
3. avere 10-12 amici (naturalmente se c’è qualcuno di più è anche meglio) disposti a partecipare alla conversazione.
I libri li portiamo noi, naturalmente  senza alcun obbligo di comprarli da parte di alcuni. Lo vogliamo dire che confidiamo sulla nsotra sperimentata capacità di presentatori, e diciamolo. E aggiungiamo anche che chi lo compra oltre alla dedica e alla firma “live” di Viviana, Carmela and me avrà anche quella “in differita” di Daniele, che oltre a presidiare la parte nordica dell’Italia parteciperà,  si vedrà  se e come di volta in volta, grazie alle ampie possibilità offerte dai nuovi media digitali.
That’s all, folks. I mezzi per commentare, proporre, far girare, prenotare e tutti gli altri “are” che volete non ci mancano.  Siete dispensati dagli insulti. Il presente post vale anche come ringraziamento.

Uno, doje, tre e quattro e Adele Gagliardi

Partiamo dal fatto che per me i libri non possono essere brutti, forse perchè non ho mai saputo scrivere neanche un biglietto di auguri e quindi tutto ciò che è scritto per me vale, fosse anche il biglietto del tram.
Uno, doje tre e quattro è stato bello perchè scritto da amici.
Perchè tranne il primo ed ultimo capitolo,gli altri li potevi leggere nell’ordine che preferivi, ed infatti “viaggiatori immobili” l’ho letto in una condizione bellissima,in barca cullata dalle onde ed ho potuto viaggiare con tutti voi, ho visitato attraverso le parole paesi che non avrei voluto vedere e mi sono riempita delle vostre emozioni.
Perchè la cosa che più ho apprezzato sono stati gli scritti di Viviana e Carmela, meno male che c’erano loro tra Enzo e Daniele, altrimenti sarebbe stata dura la lettura, infatti è stato piacevole trovarle dopo gli scritti maschili un poco troppo pressanti (per me s’intende), per questo motivo ho trovato il libro molto ben bilanciato e molto piacevole.
Perchè è in un formato da tenere sempre nello zaino e poter leggere durante le attese dal medico piuttosto che aspettando l’uscita da scuola di mia figlia.
Perchè vi voglio bene e apprezzo il vostro lavoro.

SottolinEliasCanetti

Non gli chiederò perdono. Anche perché non me lo concederebbe. E farebbe bene. Perché Lui è (era solo per la storia, non certo per la cultura) Elias Canetti. Ha vinto il Nobel 40 anni dopo aver scritto il suo romanzo, Auto da fé.  Ha impiegato 30 anni per scrivere Masse e potere. E Lui non starebbe certamente a perdere tempo con queste cose così sfacciatamente attuali.
Però lo facico lo stesso. Metto questo titolo assurdo per sottolineare il legame con Sottolineato di Adrian Parracciani. E metto la citazione che secondo me merita di essere commentata.
La citazione è questa, tratta da La provincia dell’uomo (pag. 207):

Quante volte bisogna dire ciò che si è, prima di diventarlo veramente?

Commentiamo gente, commentiamo.

Uno, doje, tre e quattro e Romina Pericotti

Con la nostra piccola Alice, di appena due mesi, non abbiamo molto tempo da dedicare alla lettura …
La curiosità, tuttavia, era tanta, così come l’emozione di sapere che, finalmente, il talento di Carmela sarebbe venuto fuori!
E’ un libro capace di arrivare al cuore di chiunque, a tratti comico a tratti commovente! Interessante riguardo tutti gli argomenti trattati ed estremamente intenso quando vengono fuori le più profonde emozioni di ognuno!
Apettiamo il prossimo con ansia … Complimenti a Vincenzo, Viviana e Daniele ma soprattutto a Carmela.

Un amore per amico

Come si è sviluppata ieri sera la discussione lo potete leggere nel commento qua sotto.
Qui provo a spiegarmi meglio, l’ho “minacciato” e lo faccio, magari è solo una mia fissazione e magari no, però vorrei che evitassimo i luoghi comuni. Chi ne vuole discutere, deve stare sul punto. Il mio punto lo schematizzo così:

1. sono pochi, ci abbiamo messo anni e in alcuni casi decenni, ma oggi ho amici con i quali “non devo mai dire mi dispiace”. Per fare qualche esempio se arrivo tardi a un appuntamento mi dicono “non c’è problema, se sei arrivato adesso vuol dire che non potevi arrivare prima”; se non li sento per settimane, talvolta mesi, una volta anni, non devo spiegare perchè, neanche se e quando li chiamo perché ho bisogno del loro aiuto; quando stiamo assieme posso parlare per ore o posso stare modello “cadavere” che mi sento a mio agio, non “devo” pensare, fare, dimostrare, niente. Ovviamente tutto questo è reciproco, nel senso che funziona così in tutte e due le direzioni, che funziona  così quando stiamo  assieme una giornata, per esempio a Procida, o un mese, per esempio a Sydney.

2. con le donne di cui mi sono innamorato non mi è mai riuscito,  c’è sempre qualcosa, piccola o grande che sia, da chiarire, da giustificare, da approfondire, da fare, da puntualizzare, bisogna sempre stare sul punto, lei si deve sentire sempre la più importante (prima che vi scateniate preciso che la donna che amo “è” sempre la più importante, e di mio senza falsa modestia sono uno a cui piace un sacco farglielo capire, in mille modi) e tutto questo ad un certo punto diventa un peso, che più vado avanti negli anni e più non sopporto.

3. se la vostra risposta al tema è che sono io ad essere sprucido, intollerante, esagerato, insopportabile e così via discorrendo vi dico che io non sono per niente convinto e che  voi vi perdete una possibilità di (ri)pensare in maniera non banale a quanto accade  nei rapporti tra mogli e mariti, fidanzate/i, compagne/i.

4. Amare vuol dire non dovere mai dire mi dispiace è un modo dire che avevo sempre odiato, così come il film Love story. Poi un giorno, a Casperia (Ri), mentre guardavo un albero come non lo avevo mai guardato … ma adesso è meglio che mi fermo che con questa storia dell’albero già sono stato torturato abbastanza :-).

Buona discussione.

Cento di questi giorni come il tuo cuore desidera

Vogliamo cominciare dalla circostanza? Va bene, cominciamo pure da lì, era il 29 dicembre 1962 e al tempo abitavamo a Via Cupa dell’Arco, nella stanza all inclusive con angolo cottura, che vedete come fa chic ma in realtà significa che in quella stanza ci dormivamo papà, mamma, io e Antonio, naturalmente ci mangiavamo, ovviamente mamma ci cucinava, e nell’angolo c’era un micro bagno perché a includere anche quello nell’all sarebbe stato troppo anche per noi. La nostra bella casa ormai la dovreste conoscere, è quella nella quale facemmo la danza con i soldi della liquidazione di papà di cui ho scritto in Enakapata, la stessa nella quale io e Antonio ci precipitavamo sul ballatoio ad abbracciare papà quando tornava dal lavoro, e questo invece ve l’ho raccontato in Uno, doje, tre e quattro, che se non li avete ancora letti non sapete cosa vi siete persi ma fate ancora in tempo a rimediare. Quello che forse non vi ho ancora detto è che la casa suddetta aveva un bel balcone che usavamo nell’ordine per asciugare i panni, per vedere a scrocco, spesso assieme agli amici, le partite del A. S. Secondigliano, che giocava in promozione, e per sparare i tric trac e i biancali a Natale che un anno mi sono fatto anche un poco male ma questo ve lo racconto un’altra volta.

Io e Antonio eravamo amici dei figli del custode del campo e anche dei due scalcinati mastini napoletani che avrebbero dovuto fare da deterrente per i ladri, cosa ci fosse poi da rubare non è che l’ho mai capito, e quel famoso pomeriggio stavamo per l’appunto facendo un’improbabile partita, eravamo in tutto 5 o 6 in quel campo che ci pareva sterminato, quando qualcuno ci venne a chiamare, non ricordo davvero chi, per dire di correre a casa perché era nato il nostro fratellino.
Ora al tempo né io e né Antonio potevamo saperlo, ma il fatto che fosse un fratellino e non una sorellina voleva dire che prima o dopo ne sarebbe arrivato un altro,  che per fortuna dopo arrivò Nunzia perché papà non si sarebbe mica fermato se non fosse arrivata la femminuccia sua, il tutto con grande gioia di mia madre (non so se si coglie l’ironia, ma c’è, mamma se avesse potuto anche solo pensarlo lo avrebbe letteralmente ammazzato a papà per questo fatto, che lei a due già si sarebbe fermata anche se poi naturalmente ‘e figlie so figlie, tutti, e anzi Gaetanuccio è diventato anche il preferito della mamma sua anche se ancora oggi non lo vuole ammettere).

Insomma io me la ricordo ancora l’emozione di vedere il fratellino appena nato, era la mia prima volta dato che quando era nato Antonio non avevo ancora due anni e dunque cosa ti vuoi ricordare. Bellissimo.

A proposito di Gaetano, anche il nome è stato un problema, perché non piaceva a nessuno, né a me né a mamma e forse neanche a papà (di Antonio non so dire, glielo chiederò e vi faccio sapere).
A mamma non piaceva perché lei finita la fase del “refrisco”, io mi chiamo Vincenzo come il nonno paterno, mio fratello Antonio come il nonno materno, avrebbe voluto finalmente scegliere un nome non obbligatorio, che ne so, un nome tipo Marco ad esempio; a me non piaceva per la maledetta mania di associare i nomi ai soprannomi o agli sfottò e al tempo andava per la maggiore “Aitano, scorza ‘e patane, auna ‘e perucchie e s’è mangia cu ‘o ppane (Gaetano, buccia di papata, raccoglie i pidocchi e li mangia col pane)” che capite da soli quanto mi facesse schifo.
Perché allora papà decise (sì, anche questo l’ho già racocntato, ma per i renitenti alla lettura ripeto che da noi non era prevista la discussione, decideva tutto lui) che si dovesse chiamare Gaetano? Perché a un certo punto arrivò la sua nutrice, lui era stato l’ultimo di 17 figli, in gran parte morti prematuramente, e sua madre non avendo più latte l’aveva fatto allattare da una nutrice che noi chiamavano nonna e lui “mammà zezzella” (io lo trovo meraviglioso, e voi?), e si ricordò che un fratello di papà morto giovane si chiamava Gaetano e dunque mio fratello doveva chiamarsi così. E così fu.
Vabbé, poi naturalmente da allora sono successe tante altre cose, ma io un post devo scrivere non un libro che di quelli ce ne stanno già troppi in giro. Vi dirò soltanto che tra alti e bassi come succede in tutti i rapporti veri, perché non basta mica essere fratelli per andare sempre daccordo, non sarebbe neanche tanto bello così, che gusto ci sarebbe, continuiamo a volerci un bene da pazzi e oggi sono veramente felice felice di stare assieme a lui. Punto. Anzi no. Te voglio bene Gaetà. E ti faccio gli auguri come te li avrebbe fatti papà:
Tanti auguri per cento di questi giorni come il tuo cuore desidera.
Adesso è davvero tutto. Ci vediamo tra poco.

Il coraggio di Angela

Non so quante volte l’ho scritto e poi l’ho buttato questo post da quando ho letto le poche righe con le quali Adriano faceva riferimento al dolore di Angela. Con lei ci eravamo scritti qualche giorno prima per una di quelle questioni futili eppure indispensabili che ci riempiono la vita, e quelle parole di Adriano mi erano sembrate così fuori posto che ho avuto bisogno di controllare che si trattava della stessa Angela prima di rimanere così, impietrito, letteralmente, senza parole. Giuro che ci ho provato a pensare a un messaggio, a qualche parola di conforto, a una citazione che desse il senso di un dolore condiviso, ma non ne sono stato capace.
Non mi capita sempre, sono uno di quei tipi assurdi che anche nelle situazioni più dolorose soffre, perchè sono le volte che si soffre, e tanto, ma pensa anche che ogni giorno muoiono troppi bambini di fame perché lui abbia il diritto di domandarsi “perchè è capitato proprio a me”. Fanno eccezione i figli, non c’è retorica  e neppure ragione in tutto questo, perchè anche i bambini che muoino di fame sono figli, ma io lo trovo un dolore troppo disumano, indefinibile, innominabile, insopportabile.
Ho capito veramente cosa voleva dire Borges scrivendo che “le cose le puoi davvero condividere solo se le hai vissute” quando ho visto il mio più grande amico che piangeva, lui che pensavo invincibile, e  diceva che no, non gli dovevano dire che capivano il suo dolore, perché se non lo hai perso, un figlio, non lo puoi comprendere cosa vuol dire.
E’ per questo che ho scritto e poi ho cancellato così tante volte.
Perchè adesso invece no? Perchè oggi mi ha telefonato Santina, mi ha detto che ha parlato con Angela, che l’aveva sentita reattiva, che si sono messe daccordo che al ritorno dalla Calabria sarebbe andata a trovarla a Torino. Perchè sulla bacheca di Facebook di Angela stasera, in questi giorni ci passo spesso per leggere, pensarla, sentirla vicino, commuovermi, ho trovato questo: Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano sempre addosso un po’ di sé… È questo il segreto della memoria? Se è così allora mi sento più sicura perché so… che non sarò mai sola… (dal film “La finestra di fronte”). Ciano, Angela, Stefano ringraziano tutti. E perchè qui non sto scrivendo del dolore di Angela, che per quello mi mancano ancora le parole e il coraggio, sto scrivendo della sua forza, dell’ammirazione sincera che provo per lei, della speranza di poterla incontrare presto e  fare un pò di chiacchiere come si fa tra amici veri. Sì, penso anch’io che persone così non saranno mai sole. Di più, ne sono sicuro. Abbiamo troppo bisogno di loro.

Pensavo fosse un tango

di Mariagiovanna Ferrante

Mi aveva telefonato, proprio due giorni fa.
All’inizio, leggere  il suo nome sul display mi aveva turbato: erano mesi che non ci sentivamo e quella chiamata inaspettata destabilizzava il mio equilibrio, così faticosamente conquistato e comunque poco stabile.Quando ho risposto, non ha perso tempo in frasi di circostanza: mi ha invitato a cena, a casa sua. Aveva voglia di parlarmi.La nostra storia era iniziata tre anni prima: ci eravamo incontrati in una milonga– uno di quei posti dove si balla il tango- e ci eravamo riconosciuti al primo sguardo. Eh sì, perché tra principianti ci si riconosce…

Il principiante in genere fa “tappezzeria”: è ancora insicuro, ha soggezione dei “bravi” e non vorrebbe mai sentirsi esposto al ludibrio dei maghi del boleo. Si vedeva che entrambi vivevamo la stessa sindrome: i nostri occhi cadevano sui piedi dei ballerini in pista, avidi di apprendere i segreti di quella danza così affascinante ma così piena di segreti, per noi che non osavamo staccare le spalle dalle protettive pareti del locale.Quando decidemmo di concedere una pausa al nostro studio, e di guardarci intorno, ci vedemmo.Proprio allora capimmo che non ci saremmo sentiti in difficoltà, se avessimo provato a mettere in pratica quanto appreso fino a quel momento.

Quella sera ballammo il nostro primo tango insieme. Seppi che si intitolava Oblivion, noto fra i tangueri: un pezzo struggente, sensuale, sulle cui note i nostri passi, per quanto incerti, sembrarono subito guidati da una forza irresistibile.

Immediata sincronia nel respiro. Perfetto incastro di corpi. Percepii nettamente il battito del suo cuore, che sembrava appoggiato al mio.
Mani, piedi, gambe, visi. Intorno il mondo girava. Noi eravamo lì, in una terra senza nome dove contava solo la nostra presenza. Dove il tempo pulsava.
Un sogno durato tre, forse quattro minuti, che avrei voluto protrarre all’infinito.

La fine del pezzo fu per noi il risveglio, e la realtà. Una realtà in cui ora esistevano due anime e due corpi, nel cui destino era l’inizio di un cammino lungo il medesimo tratto di strada.
Dopo quel primo incontro, seguirono settimane in cui la serata in milonga era un evento: secondo un tacito appuntamento, ci trovavamo nei locali che frequentavano i nostri compagni di corso e non perdevamo nessuna occasione di contatto. E ogni volta la magia di quel primo tango si ripeteva.

L’esigenza di rivederci divenne sempre più urgente e così ci scambiammo i numeri di telefono.
Così iniziò la nostra storia.
Il solo parlare di noi, della nostra vita, rendeva più forte la sensazione che stessimo vivendo qualcosa di speciale. Ci rendeva ancora più uniti quella crescente passione per il tango, che ci incuriosiva e ci portava in giro per l’Italia e in Europa a conoscere nuovi modi di interpretare i messaggi della danza. Non avevamo nessuna ambizione. Cioè: nessuno di noi aveva la benché minima intenzione di partecipare ai campionati o di diventare insegnante di tango. Ci stavamo amando e anche in quel modo consolidavamo il nostro crescere insieme.
Anche quando facevamo l’amore, sentivamo lo stesso: il corpo era il veicolo di una danza interiore, che si manifestava in gesti istintivi, improvvisati. Un tango, anche quello.

Dopo un anno e mezzo, l’inaspettato. Il bolero.
Una relazione clandestina, con qualcuno che aveva già una sua storia, e dei figli.  Il tango cedeva il passo a qualcosa di più turbolento, di più…violento, e io mi dovetti piegare alla necessità dell’abbandono. Tornò il vuoto e tornò il silenzio, intorno a me.
Per diverso tempo, ho vissuto come se fossi in una stanza piena di ovatta, muovendomi come alla ricerca di un oggetto prezioso irrimediabilmente smarrito. Poi, lentamente, ho ripreso il mio cammino solitario e da allora la mia vita non è cambiata.
Sveglia al mattino presto, ufficio, qualche happy hour, qualche film. Nessuna relazione.

Il tango? Non più.
Almeno fino a ieri.
Quando ho bussato al campanello di casa sua, i pensieri che avevano accompagnato lo squillo del telefono erano ancora lì. Sapevo, però, che nel corso della serata avrei avuto tutte le risposte che cercavo.
È venuta ad aprire quasi subito. Era bellissima: l’abito rosso che indossava si appoggiava sui fianchi e ondeggiava ad ogni suo movimento. Mi sembrava più pallida del solito, ma non ho voluto dirle niente, pensando piuttosto che fosse stanca.
Ovviamente conosco casa sua, e l’ho seguita con sicurezza in cucina. Non aveva ancora apparecchiato la tavola, ma aveva già bevuto. Del vino rosso. “Non bere da quel bicchiere, eh? È solo mio!”, mi ha detto, con un sorriso. Le ho risposto che mai e poi mai avrei osato contraddirla.

Le ho dato una mano a disporre piatti e bicchieri, riscoprendo, nella consuetudine di quei gesti, un’intimità che credo di non aver mai dimenticato.Devo ammettere di ricordare ben poco della cena, in sé. Abbiamo mangiato delle fette di arrosto, forse di maiale, e delle patate, forse al rosmarino. E abbiamo bevuto. O meglio: io ho bevuto, perché ho riempito il mio calice almeno un paio di volte. Lei, invece, avvicinava le labbra al suo bicchiere con lentezza, come se volesse rimandare il più possibile il momento in cui avrebbe dovuto riempirlo.

Mi ha raccontato la sua vita negli ultimi mesi. Lui, quello sposato, quello per cui mi aveva lasciato, era tornato dalla moglie. Anzi, non l’aveva mai lasciata. Eppure, sentiva di non odiarlo, perché era stato, per lei, un completamento. Prima che io potessi farle qualunque domanda, mi ha detto che non ero io quello incompleto, rispetto all’altro. Lo era lei. Da me aveva ricevuto il calore che aveva risvegliato il suo desiderio di amare. Un desiderio sopito da tempo, che lei aveva cercato di colmare con storie di letto prive di sostanza. Prive di amore. Ero arrivato io e l’avevo portata sul “tappeto volante”. Così amava chiamare quella sensazione di leggerezza e di benessere che solo un amore può regalare e mi diceva spesso che era bello guidare il tappeto in due, ma era altrettanto bello lasciarsi guidare, affidarsi. E lei si era affidata a me.
Ma l’altro l’aveva sconvolta, e l’aveva portata lungo le rapide di un fiume senza diga.

Impossibile frenare l’impeto della passione. I tamburi del bolero contro il bandoneòn del tango. Adesso sentiva un gran senso di vuoto, come se qualcuno, o qualcosa, avesse estirpato dalle sue budella tutto il bello di cui si era riempita negli ultimi anni.
Cosa ci facevo io lì? Aveva voglia di ballare con me.
Ha sorseggiato il suo rosso, fino a vuotare il bicchiere. Con la stessa lentezza misurata, si è alzata e ha acceso lo stereo. Si è avvicinata a me e mi ha teso la mano, facendomi alzare. Quando ci siamo trovati uno di fronte all’altra, ha chiuso gli occhi, nello stesso momento in cui partiva il “nostro” tango, Oblivion. L’ho stretta nell’abbraccio che ci era familiare, riconoscendo la morbidezza del suo corpo, il profumo dei suoi capelli, il battito del suo cuore. Era ancora lei, presente con la sua prepotente dolcezza. Non ho sentito il bisogno di virtuosismi: eravamo lì, nella nostra non-dimensione, nel nostro ritrovarci. No, non c’era nessun vuoto in lei, lo sentivo. Quello di cui aveva bisogno era ricominciare a sentire se stessa, come avevo fatto io quando se n’era andata. Quelle note…erano la nostra storia.

Avrei voluto abbandonarmi al pianto che non mi ero mai concesso, ma non era quello il momento. Quel tango ci stava dicendo che due corpi mettono in comunicazione due anime ed entrambi-lo sentivo-potevamo ricominciare a camminare. Insieme.
Dopo un paio di minuti, però, ho sentito che qualcosa in lei stava cambiando. La sentivo meno leggera, quasi affaticata. Il suo cuore ha iniziato a seguire un ritmo diverso dal solito.
Le ho chiesto cosa avesse.
“Va tutto bene, stai tranquillo”.
Ma mi ha mentito.
Sono sicuro di aver urlato il suo nome, quando il suo corpo si è abbandonato sul mio.
Signor Commissario, aveva deciso di morire tra le mie braccia.
Pensavo fosse un tango. Era il suo addio.

Uno, doje, tre e quattro e Maria Paraggio

Caro professore ho letto il libro e ne sono rimasta entusiasta. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata quello di paragonare il vostro libro ai sonetti di corrispondenza che i poeti del Dolce Stil Novo si scambiavano, esprimendo la loro concordia spirituale. Mi è sembrato di vedere tutti e quattro voi autori sulla navicella descritta da Dante nel suo celebre sonetto:

“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio,
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ‘l disio. …”

Una concordia di intenti nel talento che genera il desiderio di incontrarsi, con la possibilità di scambiare idee, conoscenze, sensazioni, emozioni. Ognuno con il suo carico di esperienze, ricordi, passioni ma nella consapevolezza di far parte di una comunità nuova, non legata più ad un territorio ma al mondo intero, grazie ad internet. E’ come se ci fosse un cerchio magico che vi lega insieme provocando una suggestione unica e, credo, generando in chi ancora non si è accostato alle grandi potenzialità di internet, di cominciare il proprio viaggio nella rete e di trovare amici virtuali ma leali e reali come voi vi proponete.
Grazie a voi tutti per questa bell’immagine di un mondo dai più visto come dannoso.

Eravamo quattro amici al blog

di Rosaria Della Ventura

Se nella canzone di Gino Paoli si voleva cambiare il mondo seduti al bar tra un caffè e una coca-cola, parlando di anarchia, libertà e quant’altro, Viviana, Vincenzo, Daniele e Carmela non hanno assolutamente questa pretesa, seduti al blog di ENAKAPATA. Se non quella speranza di scalfire un modo di vedere le cose  fatto di luoghi comuni, di facili e gratuiti cinismi.

Metti poi che qualcuno tra di loro non ha mai incontrato personalmente gli altri tre e che tre di loro sono di Napoli e provincia, mentre un altro di Lecco. Loro non sono “Quattro”, sono “Uno, doje, tre e quattro”, e si incontrano sul blog per raccontare e raccontarsi, leggere e leggersi, ascoltare e ascoltarsi, ognuno con il suo bagaglio di esperienze, considerazioni, idee, emozioni, tenuto stretto tra le dita che scorrono sulla tastiera del computer.

“Un intreccio che risplenderà delle differenze (età, politica, studi, concezione religiosa, collocazione geografica ecc..)” così scrive Daniele Riva accogliendo la proposta di Vincenzo Moretti, all’inizio dell’avventura, e così chiude nel resoconto alla fine dell’ epistolario virtuale, divenuto un i-book, un interactive book.

Mentre leggi cosa dice Vincenzo, ti chiedi cosa risponderà Daniele, immagini cosa scriverà Viviana, ti sorprende cosa dice Carmela. Dice. È un libro che dice, che scava in ricordi personali fatti di cenoni natalizi e “lotte coi capitoni”, che racconta delle proprie radici, della passione per il calcio, del problema perché solo a Napoli l’immondizia è un problema che fa voltare e rivoltare i cittadini, della bellezza del viaggio, della fuga dei cervelli, della precarietà del lavoro, dell’incapacità dell’Italia di trasformare i giovani in risorsa sociale. Questo e tanto altro, in un prosa diretta, senza intoppi retorici. Questo e tanto altro disposto in un crescendo di confidenzialità e compartecipazione che si avvertono nel susseguirsi degli interventi. Dal racconto alla confessione, con lo stesso calore, con la stessa schiettezza di parole appena sfornate da discussioni dinanzi un camino, su un comodo divano.

Il filo che collega la fitta varietà di tematiche del libro è evidente: il piacere di scrivere, di confrontarsi, di scambiarsi impressioni, di chiacchierare, del sano inciucio. Il tutto su pagine di un blog. E il proposito credo (oserei anche sfida) sia proprio quello di evidenziare e ricordare le enormi possibilità e la potenzialità della rete, dei blog, come luoghi sinergici di idee, dove a condividere non ci sono solo foto, dove si può essere @mici e diventare amici, dove ci si può “toccare” oltre che taggare. Possibilità resa tangibile proprio attraverso la pubblicazione del libro.

Si, è vero. Nulla potrebbe sostituirsi a una bella chiacchierata, come dire, “in carne e ossa”, e che a volte si ha l’impressione (magari per menti più tradizionaliste) che il linguaggio e la terminologia virtuale abbiano attinto un po’ troppo dal linguaggio “umano, familiare”, passando da “Aggiungi ai contatti” di MSN a “Aggiungi agli amici” di Facebook. Punto primo, ogni tanto ci vuole qualcuno che ci ricorda che web non è solo Facebook, ma un mondo che, se usato bene diviene una risorsa. Si sa, in tutte le cose ci sono pro e contro, basta non fossilizzarsi sui contro e tentare di essere artefici di nuovi pro! Punto secondo: ben venga che un blog possa sentirsi piazza, se piazza vengono chiamati luoghi asettici in centri commerciali, con tavolini in plastica e finte fontane frequentate da famiglie con generazioni al completo, quando fuori c’è il sole.

Insomma, una festa a sorpresa alla scrittura, attraverso una riflessione meta-virtuale.

I quattro amici sono rimasti assieme al blog fino alla fine, “sono passati dal bere coca-cola al bere vino e poi whisky”, dal parlare di calcio a parlare della gioia di scrivere.  Ed ora sono ancora di più … uno, doje, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci….

 

 

Uno, doje, tre e quattro e Stefania Bertelli

Un inno alla contemporaneità “Uno, doje, tre e quattro”: un racconto polifonico di storie individuali. Un linguaggio nuovo, che si è avvalso di strumenti di comunicazione attuali, ma che rimanda a emozioni antiche, tradizionali. Mi è piaciuto il libro, perché riflette la cultura del presente, senza indulgere a falsi modernismi. Gli autori narrano di se stessi, della loro vita, delle loro impressioni, delle loro paure, delle loro emozioni, senza tediare, anzi legandoti al testo, per permetterti di confrontare le tue esperienze con le loro. Una scrittura sincera per una lettura appagante.

Uno, doje, tre e quattro Arfizziamoci tutti

Matteo Arfanotti ha scritto su Facebook:
Allora… visto che sento lo spirito natalizio… 😀 mandatemi la vostra copia di Uno, doje, tre e quattro che ve la arfizzo 🙂 se vi fidate! 😀
Io già glielo ho detto che la mia copia la invio. E voi?

Questo Matteo Arfanotti l'ha fatto per Lucia Rosas

Uno, doje, tre e quatto ‘a Natale me l’accatto

Si gioca da stasera a domenica sera.
Scopo del gioco è trovare lo slogan per lanciare la campagna natalizia per Uno, doje, tre e quattro.
Si vince una copia del libro autografata (sì, siamo stati previdenti, ne abbiamo alcune firmate quando Daniele è venuto a Napoli :-)))
Sono ammessi tutti i dialetti oltre naturalmente alla lingua italiana.
Noi autori possiamo giocare ma naturalmente non partecipiamo alla gara, anche perché siamo i giudici :-)))
Il mio è quello che ho pubblicato sulla pagina di Facebook.
Pronti? Via!

Uno, doje, tre e quatto | ‘A Natale me l’accatto
Quatto, cinche, sei e sette | N’ato ‘o metto dint’a cazetta
vincenzo moretti


L’incantesimo del motore

di Giancarlo Iorio
Questo racconto è ambientato a Morrone del Sannio, nel Molise, in un periodo in cui la meccanizzazione cominciava ad affermarsi in agricoltura, con una certa difficoltà di adattamento, per persone, volenterose, ma del tutto digiune di tecnologia. 

Quando mio nonno aggiustava il trattore indossava un pantalone ampio, di tessuto jeans, con una pettorina mantenuta da due bretelle incrociate sul dorso e sotto una camicia di fustagno a quadroni con le maniche rimboccate.
In casa questo indumento era conosciuto come panzuork.
L’aveva portato dall’America, da Seattle per la precisione, dove era stato a lavorare come minatore.
Succedeva circa trenta giorni prima della stagione della trebbiatura, che, al mattino presto, lo si poteva vedere indaffarato, con indosso il panzuork.
Per mesi il Field Marshal gommato era stato fermo. Aggiustarlo significava semplicemente rimetterlo in moto.
Operazione complessa in un trattore della metà degli anni ‘50. L’accensione prevedeva, una serie di operazioni, tra cui ovviamente il rifornimento di nafta, che veniva prelevata da grandi fusti cilindrici di colore verde chiaro. Erano quelle le prime occasioni in cui vedevo applicata in pratica la proprietà fisica dei vasi comunicanti.
Nonno Carlo infilava nel fusto grande un tubo di gomma, avvicinava l’estremità libera del tubo al recipiente di destinazione del carburante, si chinava e aspirava col fiato la nafta, poi, precipitosamente, infilava il tubo col carburante in uscita nella tanica rettangolare di metallo da 20 litri.
Molto spesso ne assaggiava un po’, suo malgrado, oppure il carburante gli colava sulle scarpe e poi mia madre a tavola si chiedeva: “Da dove viene questa puzza di nafta?”, e si alzava in preda ai conati di vomito.
Il gommato era di un bel colore verde scuro, aveva delle ruote posteriori enormi, dal profilo a spina di pesce molto scolpito.
I soci lo chiamavano “il motore” perché era destinato ad una funzione statica cioè a far girare il meccanismo della trebbiatrice a cui veniva collegato con una lunga cinghia di trasmissione di un tessuto di corda, molto robusto. Ma, quando poteva, Peppino, con la scusa di provarlo, mi portava a fare un giro e lo faceva correre. Una volta andammo addirittura alla stazione di Ripabottoni – Sant’Elia per prelevare un pezzo di ricambio. Undici chilometri ad andare e undici a tornare.
Verso la metà del mese di giugno, i soci, Michelino, Giovanni, zio Pasquale, zio Leonardo con il figlio maggiore Peppino, e nonno, conosciuto da tutti come zì Carluccio, si davano appuntamento alle cinque del mattino.
Il Marshal andava cacciato a spinta dal garage di Pasquale.
La messa in moto doveva avvenire in strada perché c’era più spazio.
Il serbatoio veniva riempito con un paio di taniche da 20 litri, usando un imbuto di lamiera di stagno.
Poi iniziava la procedura vera e propria, durante la quale i soci parlavano solo se era davvero necessario, come si fa in chiesa.
Carluccio estraeva dalla tasca della tuta una cartina assorbente,  che aveva comprato apposta a Campobasso in confezioni da trenta e l’arrotolava come una sigaretta. La cartina era imbevuta di una sostanza pirica che la rendeva simile a una miccia.
Michelino intanto aveva svitato dal motore una chiave a T che terminava con un tubo destinato a ricevere la sigaretta.
Bisognava posizionare con cura la cartina all’estremità del tubo, accenderla, assicurarsi che avesse preso ad ardere e non si era spenta sul nascere, magari per il vento forte o perché inumidita, introdurla nel condotto che portava alla camera di scoppio e avvitare bene la chiave a T.
L’operazione successiva doveva avvenire in rapida sequenza, perché, altrimenti, finita la poca aria a disposizione, la cartina si sarebbe spenta. Infatti subito dopo aver avvitato la chiave nel motore era un muoversi rapido e convulso. Ci si doveva disporre due da una parte e uno dall’altra della massiccia manovella, che avrebbe azionato il volano. I soci già sapevano che l’operazione non si sarebbe conclusa al primo colpo, per cui non apparivano delusi che il primo tentativo produceva al massimo due o tre stu stu stu e una nuvoletta di fumo chiaro.
Si svitava la chiave a T, si toglieva la cartina usata, se ne arrotolava un’altra, si introduceva nel tubo, la si riaccendeva, si riavvitava la chiave e si faceva girare la manovella con uno sforzo sincronizzato da un energico: “Uno, due e tre…ooh”. In genere dopo il quarto tentativo senza risultato zio Pasquale sentenziava: “Coss è uocchie”.
Zio Pasquale credeva molto nel malocchio e lo tirava fuori in ogni circostanza.
La prima volta che, in quella occasione, formulò la sua ipotesi era ancora sorridente, come se stesse scherzando, infatti, gli altri non gli diedero retta, ma dopo il quinto tentativo infruttuoso zio Pasquale ripeté con assoluta convinzione e senza ridere:
” Se n’è maluocchie coss…”.
Così, mentre gli altri preparavano la sesta accensione, andò in casa per prendere quello che lui chiamava il pendolino, che gli serviva per accertare il malocchio.
Se il pendolino, cioè un pezzo di spago con un piccolo peso di metallo ad un’estremità, messo sul motore, si sarebbe messo a girare, allora era malocchio.
Naturalmente puntualmente il pendolino si metteva a girare:
“Facem’u benedice”, propose, rimettendo in tasca l’attrezzatura con la stessa cura che un maestro artigiano avrebbe usato con i ferri del mestiere.
Ma intanto si provava per la settima volta.
“Da chi u vu fa benedice, da Don Daniele?”, lo canzonava Michelino, che in un certo senso voleva dire:
“Tu vorresti andare da Don Daniele, gli vorresti dire che al trattore hanno fatto il malocchio e vorresti che quello subito ti servisse una bella benedizione, ma ti rendi conto?”, solo che Michelino non era così loquace
“U feceme benedice da Ze’ Filomè, i diengh i’ na galline”.
Ze’ Flomè incantava il malocchio. Era una vecchina buona come il pane e nell’aspetto e nei modi, non aveva nulla della fattucchiera. Normalmente, quando veniva chiamata, faceva tre croci col pollice sull’oggetto da liberare o sulla pancia della persona con la colica o sulla fronte del bambino epilettico, poi, molto presa dal ruolo, mormorava delle parole con le mani congiunte e infine si ritirava in silenzio.
Una volta, molti anni dopo, le chiesi: “Ze’ Flomè, ma tu che dici?”
E lei mi rispose in modo amorevole ma fermo:
“Solo cose di Dio, ma nun tu pozz dice, zie seie”.
Mi sono chiesto a lungo il perché del segreto. Che cosa poteva cambiare? Perchè ciò che si considera sacro conserva la sua sacralità e il suo potere solo se viene riservato a pochi iniziati, escludendo i profani?
Mio nonno era molto religioso e, anche se non aveva nulla contro la persona, non avrebbe potuto acconsentire alla pratica, considerata superstiziosa dalla religione.
Invece mio padre quando si trovava davanti alla convulsione di un bambino, dopo aver prescritto una supposta di Brolumin, se vedeva gli sguardi ansiosi e dubbiosi dei familiari, diceva: “Ho capito va bene, chiamate la collega”.
La “collega” era appunto Ze Flomè che con il suo intervento rassicurava gli astanti. Il modo di fare di mio padre non era canzonatorio, ma semplicemente rispettoso della “cultura” del luogo.
Fatto sta che zio Pasquale due o tre anni prima, siccome l’accensione del motore tardava, era andato a consultare zè Flomè.
Pare, ma non lo ammise mai, che concordò che lei sarebbe passata vicino al trattore facendo finta di niente e avrebbe pronunciato le sue giaculatorie.
Pare che al tentativo successivo il motore si accese, confermando così la sua convinzione.
Ma questa volta zio Pasquale non voleva insistere con zè Flomè. Gli altri erano contrari o per fede religiosa, come mio nonno, o per eccesso di concretezza che portava a negare tutto ciò che non si vede, come Michelino e Giovanni o per assoluta passione per la meccanica come zio Leonardo e Peppino.
Zì Carluccio ascoltava il parere di tutti, anche quando per principio non poteva essere d’accordo, mettendo in pratica la regola di Voltaire. Così aveva chiesto a zio Pasquale:
“Pasquà pecchè dice ch’è maluocchie, pur ù trettore mo ze fa u maluocchie?”
E zio Pasquale con una logica stringente aveva risposto:

“A nafta ce l’ì miss, a cartucce cel’ì piccete, a manuelle ce l’ì gerete, sette vote, u trettore nze picce, che pò esse? Sole maluocchie”.
Si erano fatte le sette e mezza e si procedeva all’ottavo tentativo, assistiti da cinque o sei spettatori in circolo tutti con le braccia conserte.
Questo tentativo si concluse con uno stu in più, ma il motore non si accese.
Pasquale si era ormai distolto dall’impegno, con disappunto degli altri soci, convinto com’era che erano entrate in gioco forze esoteriche.
Cercava, guardando intorno, una soluzione al problema, mentre considerava con sufficienza gli sforzi dei compagni.
Vide allora spuntare dalla parte del Colle delle croci, Trese, una donna di circa cinquanta anni, abbastanza alta, dai modi cortesi ma decisi, con due braccia robuste, come quelle di un uomo giovane, i capelli rossi e gli occhi verdi che la facevano assomigliare a un’irlandese. Pasquale sapeva che Trese in più occasioni aveva dimostrato di essere una “magara” ed era considerata da alcuni un’erede, da altri una concorrente di Ze’ Flomè .
Siccome questa figura era praticamente sconosciuta ai soci, almeno come maga, lui decise di avvicinarla sapendo di non destare sospetti e, prima che questa arrivasse nei pressi del trattore, le chiese se poteva fare qualcosa.
Così ze’ Trese, quando fu a dieci metri dal gommato, disse a voce alta:
“Sante Mertine!”,  una specie di generico augurio di riuscita, buono per tutte le imprese. Si usa quando chi arriva trova che si sta impastando il pane o si mettono a bollire le bottiglie di salsa di pomodoro.
I soci quasi automaticamente risposero come dovuto cioè:
“Bommenute”.
Ze Trese si avvicinò un altro poco poi chiese:
“Mo’, mettete n’ moto?”.
Mio nonno si incaricò di rispondere per tutti con buona educazione e pazienza:
“Se Die vo’”.
E Trese:
“Eh! vo’, vo’, mah, Die u benedich”.
Detto ciò la donna se ne andò con un inavvertibile cenno di intesa con Pasquale, che decise a quel punto di partecipare al nono tentativo.
Prima di cominciare tutto il rito per la nona volta zì Carluccio, che era anche presidente dell’Azione Cattolica disse:
“I dico ‘na gloria patri a San Giovanni Bosco”.
Zio Leonardo invece chiese di poter accendere lui la cartuccia. Mise molta cura nell’arrotolarla, si pose al riparo dal vento per accenderla nell’incavo della ruota grande del gommato, la posizionò lentamente nel condotto che potava alla camera di scoppio, avvitò con cura, ma abbastanza rapidamente la chiave, si sputò nelle mani e comandò il giro di manovella. Il volano girò velocemente e, agli stu stu stu iniziali, si unirono anche tre o quattro tump tump tump tump in rapidissima successione e poi tratratra.
I soci guardarono la ciminiera del motore con lo sguardo ansioso e speranzoso, come quello dei fedeli rivolti verso il comignolo della Cappella Sistina in attesa della decisione del conclave. Per un attimo tutto tacque e sembrò fallito anche il nono tentativo, ma subito dopo, con una abbondante emissione di fumo nero e con un botto che assomigliava a un’esplosione, il gommato si accese. Un applauso partì dagli spettatori. I soci trattenevano a stento un sorriso di compiacimento. Peppino salì sul trattore e abbassò l’acceleratore, poi non seppe trattenersi dal farlo partire e percorse trionfante tutta via Cristoforo Colombo.
A quel punto, però, tutti rimasero della loro convinzione.
Nonno Carlo attribuì il merito della riuscita del nono tentativo alla preghiera a San Giovanni Bosco, ch’era il Santo protettore della nostra casa, zio Leonardo, tra l’ilarità degli spettatori, cominciò a saltare dalla gioia e a gettare la coppola a terra come liberato da una forte tensione, convinto che il merito era suo per come aveva acceso la cartina e comandato la manovella, Michelino e Giovanni, agnostici, che non avevano attribuito alla breve visita di Trese nessun significato, dissero rivolti a Pasquale:
“I’ vist, quale maluocchie”.
Zio Pasquale, che si aggirava compiaciuto, con le mani in tasca, intorno al trattore finalmente acceso, li guardò compassionevolmente, scuotendo il capo e, con un sorriso superiore che nessuno colse, mormorò:
“Mah! Che ne volete capire voi. Che ne capite voi dei misteri della vita!”.

Come dovrebbe essere

di Lucia Rosas

by Matteo Arfanotti

Sto passando giorni, per non dire mesi in posta con una persona, iniziamo sempre con una frase, ultimamente con le canzoni, stiamo lavorando ad un puzzle chiamato vita.
Le nostre stanno diventando sincroniche per quanto manteniamo le distanze, città, pensieri, idee politiche, calcio. Non riusciamo a litigare ma a colpi di lama arriviamo a dire quasi tutto.
Ecco quel quasi tutto sta diventando un problema.
Sentire una vita propria a te parallela e della quale non avresti saputo nulla ti lascia sgomenta e ti fa sognare quei possibili futuri di tanti romanzi fantastici.

COINCIDENZA. Dannazione se non riguarda il treno mi mette ansia, non che odi viaggiare anzi, ma quando è fatta da gesti, parole, occasioni, quando diventa sincronica devi pensare e non sempre fa bene.
Per questo quando in bacheca FB mi arriva un tag con la domanda meglio toccare che taggare, meglio amici che @mici io non ho più la certezza di un anno fa.
La maggior parte di noi alla domanda del perché ci si è iscritti risponde mi ha invitato un amico, alcuni per curiosità, quindi si parte da un concreto per lanciarsi verso l’ignoto, il fantomatico web.
Qui parte la cospirazione, cerchi gruppi con i tuoi interessi, posti brani, ti suggeriscono amicizie o leggi una persona su una bacheca e scatta quel desiderio di chiedere l’amicizia.
Con alcune di queste persone si crea un feeling così forte, una specie di ubriacatura che è pari ad una cotta. il desiderio impellente di sapere se è collegata, se passa in chat o lasciare in posta qualcosa che dimostri come sia importante.
Leggendo certa cronaca ti prende il panico: chi c’è davvero oltre lo schermo? sarà chi dice, sarà onesto/a, sarà la foto, e quello che vorrei vedesse CON me, stalking tramite mail: esiste anche questo reato. sigh. io lo sto rischiando. confesso.
Il mio rapporto con fb doveva essere una vetrina per evadere da casa qualche ora non potendo, talvolta camminare.
Gli accordi in casa erano niente dati personali, niente foto precise, niente numero di telefono, niente appuntamenti; siamo adulti ma non dobbiamo essere sconsiderati.
poi si cambia, lentamente, e quando ti prende il famoso raptus del “se potessi ti farei uscire dallo schermo” è finita, bruci di questa voglia e cerchi una soluzione e cambi, giustifichi le regole che infrangi.
Vorrei taggare diventa uno sfiorare, un po come quando non hai il coraggio di uscire mano nella mano, @mici e non sempre indica i gatti e inventi una crittografia dentro un pubblico scritto, una musica segreta che rende forte quel legame.
quindi si passa da accettare un contatto a un condividi a un scrivi a una cartolina a un telefona. succede, non con tutti ma ti fa pensare a cosa stai cercando, a quanto puoi libera da pregiudizi fidarti e decidere vediamoci.
a volte. ci sono persone con le quali non percorri tutto questo iter, che ti danno una sensazione positiva, che le immagini a volte anche nel tono della voce, nella movenza fino a quella battuta che ti condanna: quando beviamo un caffè insieme.
è finita, la curiosità ha deciso per te, il virtuale viene sconfitto.
se racconti a qualcuno cosa hai in mente con terrore ti dice pensaci, come già detto la cronaca non aiuta a fidarsi.
per una serie di motivi alcune di queste persone le ho incontrate una volta e la foga mi ha portato a parlare a raffica, a ubriacarmi di immagini.
quando è arrivato il tag con la domanda è stato un tuffo al cuore, avevo avuto una specie di appuntamento al buio di FB, un mio contatto di posta passava da qua e quindi potevamo varcare il monitor.
alla richiesta ho accettato sorpresa, non è una di quelle persone che per un certo affetto desidero assolutamente incontrare ma, il piacere di parlarsi in certi momenti in cui una spalla valeva una medicina rendeva gradita la richiesta.
Vi dirò solo che quell’ora è stata breve, la compagnia ancora più piacevole e vedere confermato quanto l’istinto mi aveva suggerito (fidati, è una brava persona, è onesto) mi ha quasi spaventato, davvero sono oltre il monitor quando sto bene con alcune persone.
Sono mesi che dico facciamo un raduno enakapata e poi tiro il pacco per motivi ben noti ma, vincenzo panico: se con lui è stato così, con voi come sarà? a parte dedè salvata in corner dai minuti e da piccola iena che mi è stato in braccio tutto il tempo?
Ripenso ancora ad una amica fb, sei mesi fissi di scrittura, sms, matta come una cotta finchè l’ho vista e mi sono tranquillizzata, non era un troll e la porto sempre nel cuore.

Avevo intenzione di scrivere un racconto un po diverso, una cosa seria. un’assonanza con un romanzo scritto davvero che non ho mai letto ma che ho messo in pratica, volevo usare due citazioni colte ma sono già in bacheca, volevo farti aggiungere un brano musicale con un bel suono e il titolo che avrei dato alla storia, volevo fare la stesura a penna come un tempo e ho fatto il contrario.
Domanda: ma quando si sogna non siamo virtuali? e quindi quando siamo qua non sogniamo a occhi aperti trascinando con noi chi vorremmo?
rido davanti allo schermo, quella sera che ti ho incrociato sulla bacheca dell’uomo che mi ha sconvolto la vita (se ho conosciuto certe persone, parlato e imparato un po di pc è tutta colpa sua) e ho accettato il contatto. si allora ti avrei detto certissima meglio taggare e @mici. oggi: sospiro!

Abbassarsi

La ragione per cui i grandi fiumi e il mare
possono regnare sulle cento valli
è che sanno collocarsi al di sotto di esse.
Perciò possono regnare sulle cento valli.
Per questo se  vuoi innalzarti
al di sopra della gente,
devi nelle tue parole collocarti sotto di loro,
se vuoi guidare la gente,
devi nella tua persona collocarti dietro di loro.
Per questo il saggio sta sopra,
ma la gente non ne sente il peso,
sta davanti, ma la gente non ne è gelosa.
Il mondo si compiace
e lo loda e non si stanca di lui.
Siccome non compete,
nel mondo nessuno può competere con lui.

Il giovane Cristopher e il vecchio Cnemone

di Mariagiovanna Ferrante

Sono un’insegnante. Di Latino e Greco. Ecco qua: la vedo, la faccina Messenger che è comparsa sulle vostre teste con tanto di “mamma mia” di accompagnamento.
Però vi assicuro che non sono (ancora) vecchia, non peso cento chili e non ho i baffi.
Appartengo alla generazione masochista dei docenti precari che continuano ad amare ciò che fanno, nonostante la Gelmini e nonostante la stanchezza. Già, perché siamo stanchi. Stanchi di essere l’ultima ruota del carro, stanchi di dover sperare ogni anno di poter lavorare, stanchi di tornare disoccupati alla fine di ogni anno scolastico.
Un altro lavoro? Non mi sono mai vista in modo diverso. Cosa mi permette di andare avanti? Non certo lo stipendio!
Capita che molte volte mi interroghi sul senso dell’insegnamento di discipline come le lingue classiche, ossimoriche nell’era del Santo Web, e di Maria De Filippi, in cui i gioiosi fanciulli occupanti i banchi preferirebbero trovarsi di fronte il buon Peppe Vessicchio (con tutto il rispetto per il conterraneo) o quel bonazzo di Kledi per essere valutati in canto e danza, piuttosto che in un’esposizione su Omero o Callimaco.
Eppure … eppure capita di essere sorpresi.
Quest’anno mi è stata affidata quella che il Dirigente Scolastico ha definito una “classe difficile”: troppo vivaci, troppo rumorosi, sempre a rischio sospensione.
Io, che sono stata anche in un istituto professionale in quel di Frattamaggiore, non mi sono scomposta più di tanto, pur vedendomi costretta a indossare la maschera della prof. severa.
E in effetti sono ragazzi vivaci, ma lo sono anche intellettualmente.
Tutti, anche lui.
Il classico belloccio-ricco-figlio di papà, che ama farsi guardare e che anima la monotona vita scolastica con battute di ogni tipo (non ultima l’osservazione sul deficit visivo di Leopardi, dovuto, a suo avviso, a un eccesso di onanismo).
Il primo compito di greco è stato un disastro (“prof., nutro avversione per la versione”, mi ha detto, consapevole di giocare con gli artifici delle figure retoriche), così come la prima interrogazione.
Io so che E. non è affatto uno stupido, come vorrebbe far credere. Ma lui preferisce fare l’animatore nei villaggi turistici, esibirsi come “buffone di corte”, avere gli occhi puntati su di sé.
E allora lo sfido, sul suo stesso terreno.
“Facciamo una cosa, E. – gli dico una mattina-, la prossima volta che ci vediamo, tu vieni al posto mio e tieni una lezione su Menandro e gli autori di età ellenistica. La gestirai come meglio ti sembrerà.
E. sgrana i suoi occhioni da furbo adolescente e accetta (“a disposizione, prof.”), ma non mi chiede il perché.
Passa una settimana, durante la quale più di una volta tempo che il pargolo non si presenti all’appuntamento.
Appena entro in classe, E. è presente, pronto a tenere banco. I compagni di classe sono pronti ad assistere all’ennesimo show dell’animatore, ma io so che mi posso aspettare qualcosa di buono.
E qualcosa di buono avviene.
E., stranamente serio, mi presenta il percorso che ha deciso di seguire per studiare la Commedia Nuova: la ricerca della felicità.
E inizia ad argomentare in merito alla tematica della mancanza di felicità nell’uomo e della spasmodica ricerca di essa, riflettendo sull’evoluzione dei personaggi del teatro di Menandro e collegandosi con il percorso interiore del protagonista del film di Sean Penn, Into the wild. Lo ricorda nei minimi dettagli, e con padronanza riflette sulle differenze tra il giovane Cristopher (il protagonista del film) e il vecchio Cnemone, intorno al quale ruota la trama del Misantropo dell’autore greco. Per sottolineare, attraverso la citazione di una frase del film, che entrambi giungono a una conclusione simile: “La felicità è reale solo quando condivisa”.
Continua parlando di intrecci e di agnizioni, non trascurando l’apporto della commedia d’intreccio alle nostre soap opera, né i paragoni con il panorama musicale attuale.
Che dire?
Sorrido, e chiedo a E. se ha compreso il motivo della mia richiesta di una sua performance.
“Mah, veramente vorrei che me lo dicesse Lei”.
“Beh, E., volevo dimostrare a me, ma soprattutto a te, che non sei il cretino che ti piace sembrare. E sono convinta che ti sei anche divertito, nell’impostare la lezione così come è venuta fuori”.
“Vero, prof. Mi è piaciuto studiare così. Quasi quasi…mi metto a studiare sul serio.”
So che ci vorrà un bel po’, prima di vedere mantenute le promesse di un liceale che sembra uscito da una mini-serie per la tv. Ma mettere in luce le sue potenzialità è un risultato che incoraggia ad andare avanti nel proprio percorso. Nonostante tutto.

Uno, doje, tre e quattro e Concetta Tigano

Mi sento un po’ sola …
Ieri sera ho finito di leggere “Uno doje tre e quattro”, è stato bello sentirsi parte di questa allegra compagnia, siete riusciti a creare un’atmosfera coinvolgente, sembra davvero di stare seduti a chiacchierare insieme.
Mi è piaciuto tanto, l’impostazione degli interventi personali è una bella trovata.
In tante cose mi sono ritrovata, ma la cosa che traspare di più è il rispetto reciproco delle diverse opinioni, è questo forse il messaggio più forte e più bello, confrontarsi, conoscersi e accettarsi.
E aggiungo ancora che il capitolo sulla nostalgia è stato commovente, siete stati coraggiosi nel raccontare cose così … direi intime, riuscendo a commuovere anche chi legge.
Ho digerito anch’io con difficoltà l’intervento di Daniele sulla Lega, e vorrei dire che le amministrazioni su al Nord forse funzionano “a prescindere” dalla lega.
Ma il top sta nel capitolo dedicato alla conoscenza ed accettazione dell’altro, questo è stato, secondo me, il motore che ha fatto partire questa avventura.
Geniale Vincenzo che l’ha intuito, bravi tutti voi che l’avete realizzato!!!!

Piazza QuRiosa

E’ stato trovato questo oggetto QuRioso in Piazza Enakapata. Indovina cos’è.


Scatta l’immagine del codice QR con il tuo cellulare (*)
Accedi ad internet
Guarda la foto
Aguzza la vista ed indovina l’oggetto QuRioso
Se non hai un lettore di codici QR installato sul tuo cellulare digita direttamente dal browser del tuo telefono www.i-nigma.mobi e scarica l’applicazione.

Uno, doje, tre e quattro e Giacomo Tranchese

Ciao Viviana,
Ho appena finito di leggere ”Uno doje tre e quattro” e, per prima cosa, ti devo confessare che erano decenni che non aprivo un libro per leggerlo.
L’ho aperto immaginando di dover leggere un una storia inventata, un giallo o chi sa che cosa, ma dopo un momento di sbandamento, mi sono incuriosito ed appassionato per leggere e per capire come uno stesso argomento veniva trattato da persone diverse, quattro amici, con un linguaggio ed una forma per me comprensibile.
Ritengo che se per voi l’obiettivo, oltre a quello di far conoscere come si possa scrivere un libro in gruppo, era anche quello di far arrivare al lettore le vostre idee, i vostri sentimenti, un vostro modo di analizzare i problemi e di indicare anche una vostra soluzione, con me ci siete riusciti. E’ stato un piacere conoscervi ed è stato per me un motivo di riflessione e di arricchimento.
Grazie.

Uno, doje, tre e quattro e Maria Cristina Famiglietti

Parlare di un libro è una delle cose che più amo fare, seconda solo al piacere divino di immergermi nella lettura, ogni volta col brivido e l’emozione che l’inizio di una nuova avventura mi regala. Leggo, scrivo e parlo per lavoro. Ma ciò che mi spinge a farlo è la passione, il mio primo ed unico motore! Questo libro non mi capita per caso tra le mani, mentre mi aggiro-cacciatrice- tra gli scaffali di una libreria; questo libro mi viene prima raccontato e poi consegnato, da due persone speciali: Adriano Parracciani e Vincenzo Moretti. Ho conosciuto entrambi tramite internet, all’interno di un contenitore sociale potentissimo, qual è Facebook. Prima Adriano, poi Vincenzo mi hanno incuriosita sul ‘fenomeno’ Enakapata, che oramai tutti conoscete, e che per spora magistrale porta al simpaticissimo. Uno, doje, tre e quattro, un non formale ammasso di pagine, ma una delle trovate più efficaci per togliere un po’ di polvere dall’idea classica di romanzo (che pure mai si può prescindere, ma anzi modificare in milioni di modi diversi). Gli autori di questo libro sono quattro, due uomini e due donne che hanno condiviso pensieri, ricordi, emozioni attraverso un blog prima, ed un libro dopo. Il titolo, parlante lingua partenopea, parla di loro, dei nostri quattro moschettieri del web, eroi del quotidiano affabilatori per caso e per passione. Nessuna storia fantastica, nessuno stravolgimento poetico. Solo racconti di vita, veri frammenti di una virtualità multimediale che può, e vuole, farsi portatrice di valori: l’amicizia, la famiglia, le radici, il piacere di stare insieme ma soprattutto l’esigenza di condividere. In mo mondo troppo veloce, che scorre ai ritmi parossistici di musiche non sempre intonate, i nostri quattro autori ci regalano una visione diversa delle realtà virtuali, spiegandoci come anche dagli schermi luminosi di un pc, possano nascere e vincere scommesse creative di notevole prestigio, non fosse altro per l’impegno che è stato messo per realizzare questo progetto e per la grande costanza, passione con la quale questo libro vuole farsi strada in un panorama composito e inflazionatissimo come quello editoriale contemporaneo. Passione, una parola con la quale ho iniziato e con la quale voglio concludere queste mie righe. Non è possibile prescindere l’atto creativo da questo sentimento. Non saremmo nulla, senza una spinta interiore che ci porta fuori dalle nostre vite chiuse, aprendo le porte su un mondo pieno di persone che sono pronte ad ascoltare la nostra voce.
Buona lettura!

Uno, doje, tre e quattro e Cinzia Massa

Ho letto il libro, l’ho assaporato nelle sue innumerevoli sfaccettature, ne ho seguito i racconti e di volta in volta mi sono sentita Carmela, Daniele, Viviana, Vincenzo.
Sì perché attraverso la lettura di Uno, doje, tre e quattro, ti senti catapultata in un salotto , comodamente seduta tra 4 amici. E li ascolti, e rifletti, mentre i discorsi ti conducono su temi diversi. Come l’amicizia, quella reale e quella virtuale, quella in cui ci si vede e ci si tocca, e quella che attraverso il taggarsi ti regala emozioni, conoscenza, ti solleva e ti consola. Come i ricordi, quelli che ci segnano, quelli che non si staccano, quelli dolorosi ma anche ricchi di gioia, cibo, profumi e gite in compagnia. E mentre ci si perde tra i giochi con le parole, la lettura ti conduce alla regole, all’ordine e al disordine delle nostre città, della nostra Italia. Si parla di nord e sud e ti accorgi che il cambiar una vocale al passo manzoniano “quel ramo del lago di Como” diviene “quel ramo del lago di Cuma” l’unica differenza resta il pensarsi diversi e lasciare che così vadano le cose. Si poteva non parlare di lavoro? No. Ecco il lavoro con la L maiuscola, quello di uomini che fanno “le cose per bene perché è così che si fa”, e si parla di merito e di talento, della ricerca che in Italia non c’è e dei giovani che vanno via. E poi ancora sono le radici a farci sentire parte di un pezzo della vita degli autori, quelle radici che ci ancorano alla terra, alla famiglia, agli amori e alla storia.
E mentre le parole scorrono, ti senti scardinare i pensieri, fuoriescono suggestioni, pulsioni e, perché non dirlo, a volte anche una lacrima, di commozione, di riso, perché Uno, doje, tre e quattro è l’anima di ciascuno di noi, che ride e piange, scalpita, si arrabbia e poi si placa, in una parola vive.

E io ringrazio il gatto

Opera di Matteo Arfanotti
Opera di Matteo Arfanotti

Antonio, Gaetano e Nunzia se lo ricorderanno certamente, credo anche nostra madre, ogni qualvolta si discuteva di chi comandava a casa nostra, andava a finire sempre con papà che ci ricordava che quando ci stava lui comandava lui, su tutto e su tutti, e sul punto non era prevista discussione, in sua assenza comandava mamma, poi il comando passava a me, il più grande dei figli, poi ad Antonio, poi a Gaetano e poi a Nunzia, che diventata ben presto tignosa, domandava immancabilmente “scusa pà, ma io su chi comando?” al che papà, che non poteva venir meno alla catena dinastica del comando e non voleva far dispiacere a Nunziatina sua, rispondeva immancabilmente “tu comandi al gatto”, Janis, che l’avevo portato io da Salerno e con il mio amico Umberto avevavamo pensato di chiamarlo così in omaggio a Janis Joplin pensando che fosse femmina e invece era maschio, ma lasciamo stare che quello non è stato l’unico incidente in cui è incappato il povero micio.

Ieri sera, quando ho visto tutti questi splendidi ringraziamenti post presentazione napoletana, mi sono chiesto “e mò?, sono arrivato ultimo, e adesso io a chi ringrazio, a tutti quelli che hanno ringraziato a me?” ed ecco che mi è tornata in mente la storia del gatto, per fortuna non ho bisogno di ricordare, ormai per me non è più possibile, le lampadinelle quando vogliono si accendono da sole, e allora mi sono detto “ma sì, io ringrazio il gatto”.

Il gatto dalle mille facce e dai mille pensieri, una specie di gatto con gli stivali però con tanti nomi, tanti caratteri, soprattutto tanta voglia di contribuire a un’avventura che avrà tanto più senso quanto più la vivremo assieme, un’avventura che sono convinto riserverà a ciascuno di noi delle belle sorprese. Una mi è capitata stamattina, ma questo ve lo racconto un’altra volta. Per adesso volevo solamente ringraziare il gatto,  e adesso che l’ho fatto posso tornare a lavorare che almeno fino alla fine della settimana prossima sto messo in croce. Comunque è una croce che mi sono scelto, dunque niente lamenti. Com’è la canzone dei sette nani? Andiam, andiam, andiamo a lavorar? Appunto.

Viva l’Italia

Rosa, 25 anni, mi scrive da Milano, anche se nell’era della posta elettronica New York o la stanza a fianco per noi pari sono diventate. Mi dice che alla fine un lavoro l’ha trovato, che esce alle 7.30 di mattino e torna alle 8.00 di sera. Che le danno la bellezza di 300 euro al mese. Di mio aggiungo che Rosa si è laureata con 110 e lode, laurea magistrale, in Scienze della Comunicazione e che può vivere questa “esaltante” esperienza perché si “appoggia” alla sorella che è a Milano.

Mario, 19 anni, lo incontro a Napoli un sabato fa. Funicolare centrale, prima corsa, quella delle 6.30. Io che da tempo ho rinunciato a fare a botte con il sonno sono appena uscito dal bar, lui che si reca come ogni mattina al lavoro. Mario non lo conosco, gli sento dire che la sera precedente a scuola prima si è fatto interrogare poi si è addormentato. Gli chiedo che fa, mi spiega che lavora in un bar del Vomero, ore 7.00 – 17.00, 7 giorni su 7, per 100 euro a settimana. Aggiunge che al padre ha detto che ne guadagna 120 e che già così, al padre, sembrano troppo poche, e che lui nel frattempo dopo 3 anni è tornato a scuola, economia aziendale, si è reso conto che è importante, che deve prendere il diploma.

Antonio, 72 anni,
lo conosco da una vita, e da una vita mi racconta di quando nelle fabbriche i vecchi operai “passavano le consegne” ai giovani che avevano varcato per la prima volta i cancelli, di come attraverso la trasmissione delle esperienze, delle conoscenze formali e informali, si creava un ponte tra passato e futuro, tra il “vecchio” e il “nuovo”, che si basava certo sulla preparazione tecnica e professionale, ma che finiva fatalmente per investire i rapporti umani e sociali tra persone di generazioni diverse. I vecchi lasciavano tracce che aiutavano i più giovani a formarsi ed essere autonomi. Vecchi e giovani davano senso al loro lavoro e ciò incrementava il loro capitale di fiducia, conferiva significato non solo alla loro dimensione lavorativa, ma anche a quella esistenziale, familiare, sociale.

Perché vi racconto tutto questo? Perché penso che Rosa, Mario e Antonio dovrebbero essere trattati da questo paese molto meglio di come vengono trattati. Perché penso che prima lo capiamo e meglio è, non solo per Rosa, Mario e Antonio ma anche, soprattutto, per l’Italia. Perché penso che dare valore al lavoro, al rispetto, al futuro sia un buon modo per pensare ai nostri prossimi 150 anni. Lo so che tra un po’ viene Natale, ma purtroppo con queste cose qua Babbo Natale non c’entra. Ci vuole una nuova classe dirigente. Paese avvisato mezzo salvato.

Uno, doje, tre, quattro e Santina Verta

“Il viaggio  è un ritorno a sé stessi, dopo l’incontro con l’altro, ma non un  cerchio, forse una spirale da cui partire per altri incontri” ( R. Regni)

Leggo  e mi ricarico di quell’intensità  del viaggiare dentro le percezioni che intessono il racconto corale di Carmela, Daniele, Vincenzo e Viviana  e lo vivificano di una linfa che scorre da loro a noi  e viceversa.
Questo intrecciarsi di pensieri, idee, proposte, sensazioni si snoda  come un mosaico caleidoscopico, a volte ombreggiato da perplessità pensose e divergenti, oppure illuminato dal piacere dello scoprirsi, dalla correttezza del gioco, dal non soverchiare l’altro, lasciandolo respirare le sue brume e le sue spire ariose.
Questo credere possibile il gioco del conoscersi senza frapposizioni preconcette è alla base  di una concezione dei rapporti umani  improntati alla sincerità, al rispetto, alla conoscenza non di maniera.
Sento una forza captante in questo intreccio relazionale capace di far incrociare sguardi differenti intorno alla realtà, mai edulcorata.
I quattro
riescono ad intersecare i loro pensieri  anche quando sono solidificati da abitudini e stili formativi differenti, c’è una capacità di rendere vivo il limite e di andare oltre.
Anche le inevitabili percezioni  divergenti legate all’età, alla differenza di genere, alla frequentazione di panorami diversi, al modo di credere possibile il cambiamento, all’avvitamento sulle proprie certezze  o incertezze, al modo di appassionarsi alle vicende altrui, all’intuito, alla fantasia, alla passione  trovano un comune denominatore intitolato: rispetto per ogni forma di vita –  reciprocità a riconoscere le diversità – speranza nel futuro.
Credo che non si stancheremo mai di viaggiare con questi scopritore di senso, poiché, in fondo, desideriamo tutti  poter tornare alla nostra incrollabile fede verso l’essere umano.
Ma perché poi si viaggia tanto per tornare sempre a sé ?
Il viaggio è anche un gioco, un gioco serio, in cui prende consistenza la nostra libertà interiore e la nostra voglia di andare verso l’altro per scoprire le meravigliose simmetricità.
Ogni viaggio è luogo di scoperta e, a volte, di dolorose prove, è così somigliante ai riverberi di vita… è solo un cammino fatto di relazioni e di incontri.
Ma mentre le relazioni sono numerose e non lasciano il segno, gli incontri “veri” sono pochi e, quando arrivano, catturano, entrano dentro, fin nel profondo e  lasciano sempre una traccia.
Felice di avervi incontrato in Enakapata, “in questo viaggio che ci  somiglia tanto”, mi sento a casa!

Elogio della leggerezza

Opera di Matteo Arfanotti
Opera di Matteo Arfanotti

Mi è capitato di accennarne ancora stamattina con la mia @mica Manuela Giani. Lei mi ha spiegato perché non mi aveva mandato un certo articolo, io le ho risposto che non c’era bisogno di un perchè, se non me l’aveva mandato voleva dire che non aveva potuto mandarmelo.
Detto così può sembrare banale, peggio persino delle frasi sui cioccolatini, e invece non lo è affatto, almeno per me, almeno da quando ho imparato che nella vita ci sono quelli a cui devi aggiungere peso e quelli a cui lo devi togliere.
Ora, fin quando nella prima categoria ci sono quelli come mio figlio Riccardo, che è uno splendido quindicenne che pensa, come capita a tanti suoi coetanei, accadeva persino a me alla sua età, di essere un esploratore senza quartiere, faccio volentieri la parte dell’uomo palla che racconta di limiti, di regole, di senso di responsabilità, di autocontrollo. Per tutto il resto, non avendo mastercard, cerco di evitare, nel senso che mi piace sempre meno perdere tempo con persone che si sono fatte grandi senza diventare adulte. Come diceva uno slogan in voga un pò di anni fa, quando posso, che non sempre posso, preferisco vivere, cioè coltivare l’amicizia di persone alle quali so di poter dire, come fece tanti anni con me il mio amico Rosario, di stare tranquille perché se una cosa non l’hanno fatta vuol dire che non la potevano fare.
E’ un pò come la storia di Calvino di togliere peso alle figure umane, ai corpi celesti,  alle città, al linguaggio, nel senso che mi piacerebbe un giorno poter dire che ho passato la mia vita non solo a sbagliare, che quello è inevitabile, ma anche a cercare ogni tanto di toglier peso alle persone. In fondo è la cosa che auguro di più a me stesso e dunque il minimo che possa fare è tentare di fare con gli altri ciò che vorrei che gli altri facessero con me. O no?

Gente di Secondigliano

Ieri sera Carmine Rubino via Skype. Stamattina Salvatore Traino su Facebook. Stasera mio fratello Antonio via telefono. Gente di Secondigliano, come il corto che vuole fare il mio amico regista Francesco Lama, come il libro della mia vita, il mio libro dei libri, quello che dopo non potrò scrivere più, quello che persino il grande Joyce mi si svelerà in sogno per stringermi a mano. Gente di Secondigliano, come Tonino Parola, come Umberto e Gennaro Parola, come Stanislao Nocera, come Pasquale Ruggiero, come Antonio “Bird” Rubino, l’amico dolce e gentile che nel mondo analogico da tempo non è più.
L’idea me l’ha suggerita mio fratello Antonio, quando gli ho detto della mia nostalgia, del rimpianto per il fatto che sono tra un pò 40 anni che non stiamo più tutti assieme.
Mi ha detto decidi una data, che sia sufficientemente lontana, è che quella sia, altrimenti accade come l’ultima volta, decine di telefonate e di mail e poi ci siamo persi di nuovo.
La data l’ho decisa, Venerdì 15 aprile 2011. La città è decisa da sempre, Bologna, quella più facilmente raggiungibile da Brescia, da Verona, da Napoli, oltre che naturalmente dai tre “bolognesi”. Intorno alle undici a Piazza Maggiora.
Chi c’è, c’è.  E chi non c’è ci sarà l’anno successivo. E mica possiamo fare come quando eravamo ragazzini,  della serie “a mamma fa chesto ‘e chello a chi nun vvene”. O si?

Uno, doje, tre e quattro: un Tunnel aperto

di Adriano Parracciani

Adriano Parracciani
Adriano Parracciani

Come si fa a recensire un libro dove il tuo nome appare più volte qua e là come testimonianza di riconoscimento e stima.
Come si fa a recensire un libro dove i tuoi progetti e le tue iniziative sono più volte citate ad esempio, raccontate come fonte di valore e di cambiamento.
Come si fa? Semplice, non si fa.
Lascio quindi a voi fare i complimenti o meno, dire se vi piace o meno, se è scritto bene o meno, fare la sinossi o raccontare le parti in cui vi siete immedesimati, quelle che vi hanno emozionato, quelle in cui non vi trovate in sintonia.
Io dirò altro e soprattutto dirò degli autori, della banda dei quattro.
Già, il libro in realtà è un prodotto del loro cambiamento. Si perché con questa esperienza loro sono cambiati anzi, stanno cambiando. E’ un’esperienza da innovatori nel senso che hanno portato il nuovo in loro stessi, lo hanno assoribito e, tramite questo libro, lo hanno restituito al mondo, così come fa la terra quando di notte restituisce il calore al cielo.
Per farlo hanno dovuto affrontare e superare un certo numero di sfide; intime, personali; chi più chi meno. Hanno vinto chi l’introversione, chi l’insicurezza, chi la diffidenza, chi l’ansia, chi tutto questo insieme.
Chissà se e quanto Carmela, Daniele, Vincenzo e Viviana si rendano conto che questa loro esperienza li sta trasformando in rivoluzionari, nel senso di essere partecipi della rivoluzione in atto, in coloro che stanno cambiando il mondo, anche magari inconsapevolmente. Si stanno trasformando in webpersone (e questa la capitere meglio leggendo il libro), aperte, connesse, contaminate. Forse lo diventeranno, forse no, forse lo sono già, forse smetteranno di esserlo.
Io che parlo spesso del concetto di Tunnel tra il mondo analogico ed il mondo digitale del Web, so riconoscerne uno quando lo vedo e questo libro ne è un esempio.
La banda dei quattro ha saputo crearne uno ed ha imparato ad attraversarlo. Questa è la vera essenza di Uno, doje, tre e quattro, essere ulteriore testimonianza che la rivoluzione della “wikinomics” è in atto, essere portatore del messaggio che non l’unione ma la connessione collaborativa fa la forza. Individui, non massa; collaborazione competitiva; remixaggio, abbattimento degli stereotipi; questa è la rivoluzione del web. Non so dire quanto andrà avanti e come; gli Umanosauri sono già al lavoro contro le Webpersone, per la restaurazione, cercando di chiudere i “Tunnel” o prendendone possesso.
Uno, doje, tre e quattro è un Tunnel aperto, non resta che percorrerlo .

Uno, doje, tre e quattro

Uno. Grazie.
Grazie a Carmela, Daniele, Viviana, i miei compagni di viaggio. E’ stato un piacere immenso condividere questa esperienza con loro, nonostante io non possa nascondere la gioia di sapere che da oggi il libro sta dove deve stare, nelle librerie, ancora non mi sono abituato a fare a meno dei loro avvisi modello “carmela 11 è pronto”, “ho pubblicato daniele 7”, “viviana 9 è online”. Si, tutto questo mi manca, ma oggi niente tristezze, solo grazie ancora. E’ stato veramente un onore.

Doje. Grazie.
Grazie ai 551 (4 siamo noi) che prima ancora di vedere il libro si sono iscritti alla pagina su Facebook. Certo molti sono nostri @mici e amici, ma molti no, e comunque gli uni e gli altri ci hanno voluto testimoniare fiducia e affetto, e non ci era affatto dovuto.

Tre. Grazie.
Grazie a tutte/i quelle/i che ancora si iscriveranno alla pagina, che leggeranno e commenteranno il libro, che ne scriveranno una recensione, che gli dedicheranno una foto, un quadro, una poesia o quello che gli pare.
Lettori che diventano autori, per me è qualcosa di più di una scommessa, è una possibilità, e spero siate davvero in molte/i a coglierla.

Quattro. Grazie.
Grazie a quelle/i di Piazza Enakapata, siete tante/i, vi sento incredibilmente vicine/i (vado per i 56 e un pò mi fa effetto il fatto che molte/i di voi non le/i ho mai viste/i), e di questo vi sono semplicemente, sinceramente, grato.

Buona lettura.

Il sonno della ragione genera mostri

Opera di Matteo Arfanotti
Opera di Matteo Arfanotti

Questo post mi è venuto in mente ieri a Roma mentre pranzavo, mangiucchiavo sarebbe più rispondente ma meno chic, con il mio amico Iginio Ariemma, colto e gentile intellettuale torinese, con radici campane da parte di padre, con un passato importante nella politica, segretario della federazione torinese del Pci, a fianco di Occhetto ai tempi della svolta, ideatore e animatore con Pietro Scoppola de “I cittadini per l’Ulivo” e tante altre cose ancora, oggi ideatore, autore e curatore di importanti volumi dedicati a Bruno Trentin e Vittorio Foa.
Si chiacchierava delle difficoltà della politica, delle difficoltà che persino persone come noi hanno a rappresentarsi e a sentirsi rappresentati nell’attuale fase, quando ad un certo punto mi ha detto più o meno “in fondo noi siamo anche fortunati, abbiamo fatto tante cose nella  vita, ne abbiamo ancora qualcuna da fare, abbiamo i nostri orticelli da coltivare; i giovani invece non sanno a che santo votarsi, sono disorientati, fanno fatica a proiettare se stessi nel futuro”. A me da una parte sono venute in mente le chiacchiarate con Salvatore Veca, la sua idea che quando l’ombra del futuro si contrae sul presente abbiamo più difficoltà a rispondere alle domande per noi fondamentali come quelle relative a chi siamo  e a che cosa per noi veramente vale, dall’altra parte mi è venuto in mente Lucius Quinctius Cincinnatus, Cincinnato, e non mi è piaciuta per niente l’idea di restarmene chiuso nel mio orticello.
Si, penso che c’è più che mai bisogno di politica, e di persone che tornano a fare politica, che tornano cioè a impegnarsi con idee e progetti  nell’ambito dello spazio pubblico, che  con la loro soggettività contribuiscono a ridefinire i contenuti e a ridare senso ai luoghi della politica. Lo so che è un processo lungo e difficile. E so anche che in particolare i più giovani non sono abituati, non li abbiamo abituati, a ragionare così. Ma per quanto sia pesante anche solo pensarlo, l’alternativa a un processo con queste caratteristiche è un fatto traumatico,  un evento sconvolgente, un major event, come avrebbe detto Derrida. Ogni volta che è avvenuto, visto con gli occhi della storia, ha determinato cambiamenti epocali, ma visto con gli occhi di chi li ha vissuti, ha prodotto lutti e sofferenze immani.
Il sonno della ragione genera mostri. Nell’arte magari funziona. Nella vita no.

Nun è peccato

Si mme suonne ‘int’ ‘e suonne che faje
Nun è peccato.
E si ‘nzuonno nu vaso mme daje
Nun è peccato.

Sono i primi versi della bellissima canzone napoletana, il titolo è lo stesso del post, cantata da Peppino Di Capri, ma purtroppo a me non è tornata in mente nè per amore né per musica ma per politica.
Dite che non sto bene? In parte è vero, ma non per la ragione che pensate voi. Anche se ormai nessuno se ne ricorda più, esiste una tradizione di pensiero che va da Aristotele a Hannah Arendt che ci ha spiegato perchè la politica è partecipazione, perché è necessario dare ad essa un senso, perché qualunque uomo libero dovrebbe “preoccuparsi” di fare politica.
Dite che è meglio lasciar perdere? E invece no. Ogni tanto anche qui a Piazza Enakapata parlare di politica fa bene alla salute. E questa volta intendo farlo con tre affermazioni volutamente parziali, non sufficientemente motivate, di fatto provocatorie, almeno nel senso che si prefiggono di provocare una discussione.

La prima è questa:
Non è peccato sognare. Sognare che l’Italia sia un paese normale, dove i giovani abbiano un futuro, dove i più bravi emergano, dove il lavoro ad ogni livello sia considerato un valore e chi lavora una persona da rispettare e non uno sfigato, dove l’evasione fiscale sia l’eccezione e non la regola, dove almeno Cesare se non proprio la moglie sia, indipendentemente dallo schieramento al quale appartiene, al di sopra di ogni sospetto.

La seconda è questa:
E’ disonesto immaginare, lasciar intuire, promettere, che tutto questo possa avvenire con le prossime elezioni, indipendentemente da quando si fanno, a marzo 2011 o alla loro scadenza naturale. I guasti che sono stati prodotti sono così profondi che se si comincia adesso ci vogliono 15-20 anni prima di vedere un pò di luce, se per luce intendiamo la possibilità di essere un paese normale come quello ipotizzato al punto uno.

La terza è questa:
L’angoscia che c’è in giro per il Paese ormai si taglia a fette come la nebbia di Totò. Se si comincia a dire non dico tutta la verità ma almeno un pezzetto, ad esempio che siamo un paese a pezzi, che ci aspetta un lavoro impegnativo e di lunga lena, che bisogna  pensare e agire prima di tutto per le generazioni che verranno con tutto quello che questo significa in termini di modelli di sviluppo e di consumo, di  caratteristiche dello stato sociale, di qualità delle strutture educative dagli asili all’università, penso che  sarà meno arduo trovare persone disposte a dare un contributo. Fino a quando la discussione avrà come punto all’ordine del giorno “con chi allearsi per mandare via il puzzone” perché  “mandare via il puzzone è la madre di tutte le priorià” penso che sarà difficile fare qualche passo avanti. E penso anche che finiremo con l’avere un puzzone Presidente della Repubblica.

Buona partecipazione.

Fare è pensare

Antonio Pezzullo, 24 anni, maestro di chitarra, da Frattamaggiore, provincia di Napoli, la passione per la chitarra scopre di averla a 11 anni, quando il suo insegnante di educazione musicale chiede a lui e ai suoi compagni di scegliere uno strumento tra chitarra, flauto e pianola e di portarlo in classe.
Dalla scoperta alla laurea, al conservatorio Giuseppe Martucci di Salerno, dai primi concerti alle prime recensioni, la strada è stata naturalmente lunga e impegnativa, e ancor di più lo sarà quella che gli resta da fare, eppure non è di questo che intendiamo raccontarvi.

Ebbene sì. Perchè Antonio Pezzullo come musicista pare abbia un gran talento, e sia chiaro che il pare non mette in dubbio il talento ma sottolinea che chi scrive non ha competenze in campo musicale, ma l’opera che lo rende veramente unico è la sua chitarra, ad essere precisi una delle sue chitarre. Volete sapere perché? Perché se l’è costruita da solo, con la sua testa e le sue mani, ottenendo un risultato eccellente.

Antonio ha impiegato 5 mesi per costruire la sua chitarra, lavorandoci almeno un paio di ore al giorno quasi tutti i giorni della settimana e se gli chiedi perché l’ha fatto ti risponde “perchè amo troppo quello che faccio”, “perché volevo vedere se riuscivo a costruire una chitarra che suonava”, e naturalmente quando dice “suonare” intende dire suonare, una chiatarra da utilizzare anche nei suoi concerti, cosa che poi ha fatto.

Adesso qui lo spazio è tiranno e io non posso raccontarvi fase per fase come ha fatto Antonio a costruire la sua chitarra, ma il suo racconto l’ho registrato, e ho anche le foto che documentano ogni singolo passaggio, il progetto dal quale è partito, gli utensili che ha usato, magarì chiederò al direttore di darmi lo spazio per raccontarvi tutto questo in uno dei prossimi numeri, vi assicuro ne varrebbe la pena.

Quello che invece non voglio fare a meno di fare adesso è collegare tutto questo con “L’uomo artigiano” di Sennett (Feltrinelli, 2008), con le sue riflessioni sul rapporto tra l’uomo e gli utensili, sulle connessioni tra la testa e le mani. Ad un certo punto del suo libro Sennett, scrivendo degli utensili specchio, dice che possono essere di due tipi: replicante e robot, i primi imitano le nostre possibilità-capacità, i secondi le potenziano fino a farle arrivare a livelli per noi umani impossibili. Detto che sarebbe un reato raccontarvi come finisce e togliervi il gusto di leggere il libro, si può aggiungere che le persone come Antonio confermano che sono la creatività, il sapere e il saper fare che permettono a ciascuno di noi di vivire vite più degne di essere vissute. Sì, perché fare è pensare. E se non pensiamo che facciamo a fare?

Stai con George (Clooney) o con Rosario (Fiorello)?

La notizia che mi ha spinto a scrivere stamane sulla bacheca di Facebook che di George Clooney ammiro la bravura e invidio la bellezza è stata la sua supposta avversità per i Social Network in generale e per Facebook in particolare. Sulla stessa agenzia di stampa ho letto anche che Rosario Fiorello ha dichiarato che di questi tempi non trova molte ragioni per andare in televisione. Fermo restando che magari domani scopriremo che Clooney ha 67 mila amici su Twitter, che Fiorello presenterà Sanremo al posto di Morandi, e che i social nework e la tv si  possono amare o odiare anche assieme, ho pensato che il pretesto per discutere c’è e se non c’è il vantaggio dei blog è che al massimo non ci sono commenti, comunque non ci sono canoni da pagare nè spazi fisici da affittare. Ops, dite che così finisco con l’influenzarvi? Se avessi questa capacità realizzerei il sogno incoffessato della mia vita, quello fare il mago  in televisione, sì, proprio quello che si fa raccontare da te i fatti tuoi e poi te li dice come se ti stesse svelando il terzo segreto di Fatima. Eh sì, per realizzare il mio sogno sarei disposto a fare molti sacrifici. A ricomprare la televisione no, a quello vi ho già detto che non ci penso proprio.  E poi il mago a me non mi serve. Lo vedo nello specchio ogni mattina. Adesso sto cercando di imparare come si fa a scomparire e poi a ricomparire, magari da qualche altra parte, sì, una specie di teletrasporto, ma questo ve lo racconto un’altra volta. Buona partecipazione.

BodyPaintingArfanotti

Dell’occasione e del premio vinto da Matteo Arfanotti ho già scritto su della Leggerezza. Qui vi racconto invece come è andata con Riccardo, il lato impertinente di casa Moretti.
Dunque, io stavo guardando la  foto nella quale Matteo Arfanotti bacia la Ninfa Greta Repetto, quando lui passa per casa mia, sì, perché anche casa mia è una specie di tunnel come i libri di Adriano Parracciani ma di questo vi dico un’altra volta, e mi fa “azz, e chi é” io gli dico “Riccà, questo è Matteo Arfanotti, l’artista che ha dipinto Enakapata, abbiamo le immagini di suoi quadri anche sul prossimo libro”, lui fa “pà, aggio capito, ma a me mò che me ne fotte di Enakapata e di Arfanotti, io sto parlando di lei, della ragazza”. Io, con un vero e proprio atto di eroismo, sono riuscito a soffocare la risata e a dirgli “Riccà, è una modella, questo tipo di arte si chiama Body Painting”, lui, mentre già se ne sta tornando a casa, mi  guarda e mi dice “Azz, e qua se ti pigli un quadro fai un  colpo doppio”. A questo  punto ho cominciato a ridere come un pazzo e gli ho detto “Riccà, si gruosso”. Fine delle trasmissioni. Anzi no. Poichè questo blog è frequentato da un nutrito gruppo di femmin(ist)e malfidate e appiccia fuoco aggiungo che la mia risata era per la battuta e per il fatto che mentre io ero tutto preso dall’arte di Matteo, come si vede che sto invecchiando, Riccardo con i suoi 15 anni scarsi ha saputo distinguere immediatamente tra la principale e la subordinata, la bella ragazza e l’opera d’arte.
Dite che così sono diseducativo? Ma allora voi non li avete mai avuti 15 anni, non avete mai letto Kriminal e Satanik. Eh sì, e così rischiate di fare la fine di Robertino, E che sarà mai,  e mica si vive di solo Kafka. Sigla e titoli di coda.

Buona serendipity a tutti

Diciamo subito che così come le sfogliatelle, il panettone e la pastiera anche la serendipity, nella sua versione doc, avrebbe i suoi specifici ingredienti, rappresentati dalla presenza di un dato imprevisto, anomalo e strategico che deve essere osservato da una mente preparata e deve produrre l’ampliamento o il cambiamento di un paradigma esistente.

Perché “avrebbe” e non “ha”? Perchè a un certo punto della sua storia “serendipity” è diventata una parola di successo, per così dire si è “allargata”, ha raggiunto un pubblico sempre più numeroso e sempre meno specialistico, è diventata di uso comune, e con il successo, si sa, sono arrivate la contaminazione, la semplificazione, l’ambiguità. Ma sì, accade più o meno come ai grandi tenori che hai voglia a cantare Nessun dorma nei più famosi teatri del mondo, per arrivare al grande pubblico debbono esibirsi in “ ’O sole mio” o “Miss Sarajevo”, che poi non è detto che il risultato non sia eccellente, basta sapere che con la lirica non ci “azzeccano” niente.

Detto quello che andava detto subito possiamo aggiungere che vi verrà facile distinguire i casi in cui la scoperta serendipitosa si presenta, diciamo così, in versione light, nel senso che si riferisce alla scoperta accidentale di una cosa, spesso mentre se ne sta cercando un’altra, e quando invece sono l’intelligenza, la creatività, lo spirito di iniziativa, la capacità di “vedere” il dato imprevisto e anomalo, la qualità e l’efficienza delle strutture, ad attivare processi virtuosi, scoperte, per genio e per caso.

Basta sintonizzarsi, in fondo la chiave è semplice. Può bastare un ragazzo di 11 anni di nome Frank Epperson che lascia la limonata fuori di casa per “inventare” il ghiacciolo con lo stecco, ma ci vuole il genio di Isaac Newton per cogliere le connessioni e le conseguenze della mela che gli è caduta sulla testa e “inventare” la legge di gravità.

Come vedrete ci siamo tenuti invece lontani dalle “teorie” che associano la serendipity ad uno stato di personale benessere in versione new age o, al contrario, ad una sorta di strategica confusione nella quale vive e lavora il genio. Non è questione di puzza sotto il naso, credeteci, è semplicemente che il troppo stroppia, come dicevano gli antichi.

Con questo potremmo tranquillamente iniziare il nostro entusiasmente viaggio tra le 101 scoperte serendipitose che hanno cambiato il mondo.

Perché “potremmo” e non “possiamo”? Perché prima vi vogliamo dedicare la definizione doc della serendipity, sì, proprio quella formulata dal grande Robert K. Merton. No, no, che andate pensando, non è per essere pallosi, meno che mai per farvi vedere che siamo gente che studia e ha la testa al proprio posto, cioè sul collo. L’idea è piuttosto che chi parla male, pensa male e vive male, che le parole sono importanti, che se c’è la parola giusta usiamola, perciò bando alle ciance ed ecco la definizione:

«Il modello della Serendipity nella ricerca scientifica consiste nell’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente. […]

Prima di tutto, il dato è imprevisto. Una ricerca diretta alla verifica di una ipotesi dà luogo ad un sottoprodotto fortuito, ad una osservazione inattesa che ha incidenza rispetto a teorie che, all’inizio della ricerca, non erano in questione. Secondariamente, l’osservazione è anomala, sorprendente, perché sembra incongruente rispetto alla teoria prevalente, o rispetto a fatti già stabiliti. In ambedue i casi, l’apparente incongruenza provoca curiosità, stimola il ricercatore a trovare un senso al nuovo dato, a inquadrarlo in un più ampio orizzonte di conoscenze. [ …] Affermando che il fatto imprevisto deve essere strategico, cioè deve avere implicazioni che incidono sulla teoria generalizzata, ci riferiamo, naturalmente, più che al dato stesso, a ciò che l’osservatore aggiunge al dato. Com’è ovvio, il dato richiede un osservatore che sia sensibilizzato teoricamente, capace di scoprire l’universale nel particolare».

Con questo è davvero tutto. Benvenuti a Serendipity Fantastic World.

‘A morte ‘o ssaje ched”e?

… è una livella.
‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

La foto di Giancarlo Iorio, la poesia di Totò, di cui potete leggere gli ultimi versi, ma anche T0 e T1, come ci ha spiegato Adriano Parracciani, e poi i libri che abbiamo letto, i film, i quadri e le sculture che abbiamo visto.  Insomma 10, 100, 1000 occasioni per raccontare noi e il nostro rapporto con Lei, la signora in nero, sua inevitabilità la Morte.
Buona partecipazione.

Il perimetro di un sognatore

Ieri ho conosciuto Giancarlo Iorio. Devo dire che a me continua a fare un certo effetto pensare che fino a qualche tempo fa se scrivevo  questa cosa di una qualunque persona voleva dire che prima non sapevo niente di lui, mentre adesso vuol dire soltanto che l’ho visto per la prima volta, perchè in realtà di Giancarlo conoscevo già, come molti di voi, le foto, i racconti, la gentilezza, l’ironia, la profondità, la discrezione. Potenza dei social network, ma questo già ce lo siamo detti e dunque possiamo procedere oltre.
Quello che non potete sapere è che sono andato a trovarlo assieme alla mia amica Sondra Toraldo, che abbiamo trascorso un’ora molto bella, che abbiamo chiacchierato di molte cose e di molti luoghi, che le sue foto viste da vicino sono ancora più meravigliose, che presto avrete modo di vederne qualcuna anche qui a Piazza Enakapata, che come direbbe Confucio e anche Adriano Parracciani, se le persone oltre a taggarle le tocchi e le guardi negli occhi è tutta salute, ma soprattutto che quando ci ha svelato l’incipit del suo prossimo racconto a me e a Sondra ci ha lasciati senza fiato, di più, sconvolti, sì letteralmente meravigliosamente sconvolti, al ritorno non potevamo parlare di altro.
Per ora è tutto, ma soltanto per ora, perché ci siamo ripromessi di incontrarci ancora molto presto. Intanto aspettiamo le sue foto. Il suo racconto no. Nel senso che quando arriverà me lo terrò almeno una settimana soltanto per me. Sì, penso che non lo faccio sapere neanche a Sondra.  Dite che è questo è un pò difficile? E come fate a saperlo? Sondra mica la conoscete? O si?

Uno, doje, tre e quattro

Tutti, ma proprio tutti, vabbé facciamo quasi tutti che l’errore e la dimenticanza sono sempre in agguato, quelli di cui si racconta nel libro scritto da Viviana Graniero, Carmela Talamo, Daniele Riva and me.

I LIBRI E  I BLOG

ASSOLO DI POESIA
Il diario poetico di Daniele Riva: l’emozione che nasce dal ricordo, dall’amore, dal viaggio, dal vivere quotidiano, dal paesaggio osservato dalle finestre di casa.

BELLA NAPOLI
Scritto da Vincenzo Moretti per i tipi della Ediesse, da gennaio 2011 nelle librerie, il volume racconta la Napoli che dà valore al lavoro, alla dignità, al rispetto.

CAOS ORDINATO TV
Un esperimento di Social Tv, un canale streaming sul web a supporto delle attività di social network, con iniziative live e librerie di video on demand.

ENAKAPATA
STORIE DI STRADA E DI SCIENZA DA SECONDIGLIANO A TOKYO
Scritto da Vincenzo e Luca Moretti e pubblicato nel marzo 2009 da Ediesse nella collana Carta Bianca, il libro racconta del viaggio in Giappone dei due autori, padre e figlio, alla scoperta di una delle città più intriganti e di uno degli istituti di ricerca più prestigiosi del mondo.

GRAMMI DI STORIA
La Storia raccontata attraverso le monete, pochi grammi di metallo che da 2.700 anni sono i testimoni oculari dell’umanità. Monete, i primi teleschermi della storia, strumenti di propaganda e di comunicazione globale.

IL CANTO DELLE SIRENE
La poesia è emozione, è parte delle nostre vite, anche se molti non se ne rendono conto. Il canto delle Sirene la divulga, quando si esprime attraverso i versi e quando si cela in un luogo o in una mostra da visitare, in un racconto, in un fatto storico. È la Sirena che Odisseo ascolta cantare legato all’albero maestro.

NUVOLE GIALLE
I racconti de Il Canto delle Sirene

PIAZZA ENAKAPATA
Nato come un blog, con il tempo è diventato la piazza dove amici e @mici di Enakapata si incontrano e discutono. Tutto il resto meglio che lo scopriate visitando il blog.

SOTTOLINEATO
I libri sono una miniera di parole e di conoscenza, raccontano il passato, il presente e il futuro. Sottolineato è il libro dei libri, l’archivio delle frasi più belle, la memoria delle nostre sottolineature, una comunità online a cui si partecipa postando le proprie citazioni preferite, sia liberamente sia su temi specifici.

VIAGGIATORI IMMOBILI
Viaggiare senza muoversi dalla propria scrivania, sulla scia di illustri viaggiatori immobili come Charles Baudelaire e Xavier De Maistre: partendo dalla monete, dalle cartoline, dai francobolli, da un biglietto di parcheggio, è possibile visitare paesi ed epoche con lo spirito del Tao: «Senza uscire dalla porta di casa, puoi conoscere il mondo».

POETI & SCRITTORI
Dante Alighieri, Wystan Hugh Auden, Riccardo Bacchelli, James Ballard, Charles Baudelaire, Pompeo Bettini, Heinrich Böll, Jeorge Luis Borges, Josif Brodskij, Dino Buzzati, Italo Calvino, Andrea Camilleri, Giorgio Caproni, Raffaele Carrieri, Carlos Castaneda, Gregory Corso, Eduardo De Filippo, Xavier De Maistre, Emily Dickinson, Georg Dreyman, Umberto Eco, Ugo Foscolo, Robert Frost, Allen Ginsberg, Natalia Ginzburg, Don Juan, Konstantinos Kavafis, Jack Kerouac, Giacomo Leopardi, Goffredo Mameli, Alessandro Manzoni, Filippo Tommaso Marinetti, William Meredith, Alda Merini, Carlo Michelstaedter, Michel de Montaigne, Eugenio Montale, Pablo Neruda, Alfred North Whitehead, Peter Orlowsky, Aldo Palazzeschi, Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Octavio Paz, Georges Perec, Fernando Pessoa, Raymond Queneau, Ghiannis Ristos, Muriel Rukeyser, Umberto Saba, Luis Sepulveda, Ettore Serra, William Shakespeare, Philip Sidney, Isaac Singer, Wislawa Szymborska, Giuseppe Ungaretti, Gerd Wiesler, Oscar Wilde.

SCIENZIATI & SCIENZIATI
Hanna Arendt, Zygmunt Bauman, Piero Carnici, Salvatore Casillo, Luca De Biase, Renato Dulbecco, Antonio Esposito, Riccardo Giacconi, François Jullien, Lao Tse, Leonardo Da Vinci, Rita Levi Montalcini, Michel Maffesoli, Fabio Marchesoni, Robert K. Merton, Franco Nori, Carlo Rubbia, Richard Sennett, Akira Tonomura, Sun Tzu,  Salvatore Veca, Karl E. Weick.

SOTTO LE STELLE DEL SET
Woody Allen, Joan Baez, Josephine Baker, Lucio Battisti, Gualtiero Bertelli, Mike Bongiorno, Achille Campanile, Carmen Consoli, Crosby Stills Nash & Young, Florian Enkel Von Dannersmark, Fabrizio De Andrè, Luciano De Crescenzo, Deep Purple, Francesco De Gregori, Peppino Di Capri, Bob Dylan, Aurelio Fierro, Fiorello, Nunzia Fumo, Genesis, Francesco Guccini, Corrado Guzzanti, Stanley Kubrick, Led Zeppelin, Claudio Lolli, Anna Magnani, Giovanna Marini, Wynton Marsalis, Pino Mauro, Mario Merola, Metallica, Michelangelo, Mogol (Giulio Rapetti), Amedeo Nazzari, Charlie Parker, Premiata Forneria Marconi, Pink Floyd, The Queen, Massimo Ranieri, Vasco Rossi, Totò, Massimo Troisi, Carlo Vanzina, U2, Orson Welles, Lina Wertmuller.

LA STORIA SONO LORO
Niccolò Carlomagno, Confucio, Vincenzo Cuoco, Salvo D’Acquisto, Alberto Da Giussano, Etienne De La Boetiè, Joseph De  Maistre, Guido Dorso, Gaetano Filangieri, Mahatma Gandi, Andrea Genovesi, Ernesto Che Guevara, Georges Ivanovič Gurdjieff, Abramo Lincoln, Niccolò Machiavelli, Isaac Newton, Mario Pagano.

SPECIAL GUEST
Ettore Andenna, Francesco Borrelli, Giuseppe Caminiti, Catherine Camus, David Cameron, Sergio Cofferati, Enrico Deaglio, Emilio Fede, Fabrizio Ferrari, Massimo Gramellini, Emanuel Levinas, Luigi Lombardi Vallauri, Fosco Maraini, John McCain, Indro Montanelli, Barak Obama, Fernanda Pivano, Maria Laura Rodotà, William Turner, Giuseppe Varchetta, Vauro.

EROI IN MUTANDE
José Altafini, Pietro Anastasi, Gianfranco Bedin, Eugenio Bersellini, Roberto Bettega, Tarcisio Burnich, Antonio Cabrini, Fabio Capello, Franco Causio, Bruno Conti, Antonello Cuccureddu, Alessandro Del Piero, Giacinto Facchetti, Paulo Roberto Falcao, Giuseppe Furino, Claudio Gentile, Ciccio Graziani, Aristide Guarnieri, Helmut Haller, Giovanni Invernizzi, Jair da Costa, Diego Armando Maradona, Sandro Mazzola, Hansi Muller, Armando Picchi, Andrea Pirlo, Michel Platinì, Roberto Carlos, Paolo Rossi, Karl Heinz Rummenigge, Giuliano Sarti, Gaetano Scirea, Gigi Simoni, Omar Sivori, Luciano Spinosi, Luisito Suarez, Marco Tardelli, Giovanni Trapattoni, Zico, Dino Zoff.

POLITICA & VECCHI SPAGHETTI
Giulio Andreotti, Silvio Berlusconi, Mario Borghezio, Renzo Bossi, Umberto Bossi, Roberto Maroni, Aldo Moro, Daniele Nava, Roberto Speroni, Luca Zaia.

GRUPPI DI FAMIGLIA IN UN INTERNO
Trisavolo Vincenzo Rinaldi, bisnonno Pasquale Rinaldi, nonna Vincenza Rinaldi Graniero e nonno Gennaro Graniero, nonna Anna Amarante Pacileo e nonno Antonio Pacileo, mamma Angela Pacileo e papà Pasquale Graniero.
Nonna Carmela Pianelli Talamo e nonno Beniamino Talamo, nonna Raffaela Esposito Chirico e nonno Stanislao Chirico, zio Salvatore Tramontano, mamma Vincenza Chirico Talamo e papà Antonio Talamo, Beniamino (Mimmo) Talamo e Stanislao (Slao) Talamo (brothers), Nicodemo (Nico) Federico, Carolina Federico, Sorelle Chirico (zia Maria, zia Concetta (Tittina), zia Filomena, zia Assunta (Assuntina), zia Vincenza (Enzina), zia Maddalena (Alenuccia), zia Carmela (Tittillona) e zia Anna.
Nonna Anita Consonni Villa e nonno Antonio Villa, nonna Rosa Mandelli Riva e nonno Paolo Riva, mamma Elsa Villa Riva e papà Carlo Riva, zio Elio Villa.
Mamma Fiorentina Picano Moretti e papà Pasquale Moretti, zia Concetta Moretti, zia Maria Moretti, zio Peppino Picano, Antonio, Gaetano e Nunzia Moretti (brothers & sister).

QUELLI DI PIAZZA ENAKAPATA
Sabato Aliberti, Dora Amendola, Valeria Atteo, Stefania Bertelli, Paola Bonomi, Deborah Capasso De Angelis, Francesco Caruso, Roberto De Pascale, Maria Maddalena Fea, Guglielmo Festa, Laura Fichera, Giuseppe Giordano, Irene Gonzalez, Valeria Gonzalez, Antonio Gravina, Miyuki Hasegawa, Andrea Lagomarsini, Cinzia Massa, Antonella Mauro, Luca Moretti, Riccardo Moretti, Felicia Moscato, Gerardo Navarra, Bianca Paganelli, Maria Paraggio, Adriano Parracciani, Lucia Rosas, Enzo Scaffidi, Concetta Tigano, Alessandro Trovato, Nidia Vedana, Santina Verta.

AMICI & @MICI
Alessandro Amaroli, Filomena Annunziata, Andrea Sofia Buonasorte, Ivonne Cortinovis, Roberta Cuozzo, Barbara De Stefano, Ludovica Del Bono, Alessandro Di Paola, Gerardo Di Paola, Valeria Di Paola, Mario Esposito, Tommaso Ferrane, Patrizio Gaviraghi, Lella Rosa Maione, Federica Minimmi, Gianni Mininni, Peppe ’a lente, Pippone, Vincenzo Risi, Domenico Rosso, Umberto Saccone, Luigi Santoro, Enzo Scaffidi, Hino Sojo, don Peppe Testolina, Gennaro Topolino, Anna Toraldo, Sondra Toraldo, Romeo Tormento, Fefè Torregrande, Totonno tre palle, Antonio Tubelli.

No no no. Grazie grazie grazie

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Mi sono concesso quasi una settimana di tentennamento, il fatto è accaduto sabato scorso, ma poi ho deciso di raccontarvelo, anche se il fatto è di quelli che basta poco per finire nella cartella “tarallucci e vino”, di più, “Napoli, Pulcinella, la pizza e il mandolino”, ancora di più, “chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, ha dato, scurammece ‘o passato” insomma proprio quelle cartelle che io non sopporto, di più, le detesto, perché penso che noi napoletani con questa filosofia ci siamo fatti già troppo male, che per noi domani non sarà mai un altro giorno fino a quando non torneremo a indignarci,  a ribellarci, a impegnarci, a cambiare profondamente noi stessi e molti dei nostri modi di fare.
Perché ho deciso di raccontarvelo? Non ve lo dico, tanto leggendo leggendo lo scoprite da soli.

Sabato 24 settembre, scendo come ogni sabato quando vado da Cinzia alla fermata della Cumana del Fusaro. Si chiudono le porte, il segnale è verde, il treno sta per ripartire, quando un vecchietto con un bastone in una mano, un paniere di frutta nell’altra, “si butta” dal lato opposto sui binari e comincia lentamente ad attraversarli.
Il movimento del treno è quasi impercettibile, poi ritorna fermo. Il vecchietto con faticosa lentezza attraversa i due binari e risale sul “nostro” marciapiede. Il macchinista abbassa il finestrino e gli dice “nonno, c’è il sottopassaggio, non dovete attraversare i binari, può essere molto pericoloso, può passare il treno e succede una disgrazia”. Il vecchietto prima non risponde, la testa china, poi sussurra “lo so”, senza alzare gli occhi da terra, poi si ferma, rimane immobile, senza aggiungere né chiedere altro. E’ il macchinista a domandargli “ma voi non dovete prendere il treno?”. Solo a questo punto il vecchietto muove appena la testa mentre il viso gli diventa rosso fuoco. Il macchinista sorride, gli apre le porte, gli dice “Avanti, salite, ma non lo fate più”. “No no no”, “grazie grazie grazie”. Poi le porte si richiudono e il treno riparte.

Certe volte penso che è vero. Napoli è davvero una città particolare.

Non toccate la mia pastiera che vi taglio le mani

La pastiera di Maria
La pastiera di Maria
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