Ciao M.

Accade, certo che accade. Ma quando accade a una persona a cui vuoi bene fa male di più, magari non è giusto ma è umano, di più, viene naturale, ancora di più, “questa è storia”, come diceva lui quando voleva mettere la parola fine alla discussione diventata troppo accesa come certe sere di agosto tra lui, socialista libertario, e noi, comunisti italiani sì ma sempre comunisti, ma sì quelli della serie viene prima l’organizzazione, il partito, e poi le persone, cosa che per lui, uomo profondamente libero, era semplicemente inconcepibile. Intendiamoci, mica che avesse ragione sempre lui, ci mancherebbe altro, è che adesso questo proprio non importa, se proprio ci tenete vi posso dire che a un certo punto ho odiato anche il povero Ignazio Silone e persino il suo meraviglioso Fontamara, sì proprio il romanzo sul quale avevo fatto la tesina al diploma di istituto tecnico e che aveva contribuito a farmi avere il 53/60 più immeritato della storia, soltanto perché lui lo usava ogni volta come emblema dell’illiberalità e del totalitarismo comunista. Accade, certo che accade. Ma quando accade ti salgono le lacrime agli occhi e non se ne vanno neanche se le togli via. Sì, accade che ripensi alle passeggiate tra C. e C.,  a quei 10 chilometri tra andata e ritorno per comprare il giornale e fare un pò di chiacchiere intorno a noi e al mondo. Accade che ripensi a Brescia, a uno dei primi viaggi da fidanzato, al colonnello dei carabinieri che guarda strano ai tuoi 20 anni, ai capelli lunghi e al tuo eskimo innocente  mentre M.,  in quegli anni in prima fila nella lotta al terrorismo, gli spiega con il suo sorriso ironico che sei “nu buono guaglione”.  Ripensi a quella volta che ti ha spiegato che un magistrato non è uno che decide se l’imputato è colpevole o innocente, che per quelle cose lì ci vuole il Padreterno, che  chi fa il suo mestiere decide “semplicemente” se sulla base delle prove che emergono dalle indagini e dal processo l’imputato può essere considerato colpevole o innocente. Sì, ripensi al suo attaccamento al lavoro, alla sua voglia di farlo bene sempre, al suo distacco da ogni forma di fanatismo, al suo rigore, e ti dispace ancora di più. Accade, certo che accade, accade che una persona a cui vuoi bene  e che da pochi giorni è in pensione se ne vada a dormire la sera e non si svegli più. Accade che pensi che non è giusto anche se alla tua età l’hai imparato che in queste faccende qui la giustizia non esiste, accade che pensi che in fondo ci vuole culo a morire così eppure non ti passa, accade che pensi a S. e a M. e ti dici loro stanno molto peggio di te e ti dispiace un sacco ma neanche questo ti basta.  Sì, accade che ci vuole tempo perché ti scenda giù e va bene così, tanto poi il dolore passerà, resterà il ricordo, e questa è davvero storia, proprio come avrebbe detto lui. Ciao M.

La Napolitudine di Antonio Volpe

Sorrento, 6 Agosto 2011

Cari amici,
ho raccolto ieri nei commenti del dopo-serata molti giudizi positivi. Napolitudine era nata, come tante altre nostre iniziative – che definisco in senso buono “provocazioni culturali” – come una scommessa: portare libri ed autori in piazza, in mezzo ai vicoli di Sorrento, fuori dalle aule, dalle biblioteche, era davvero un azzardo.
Voi, Vincenzo, Cinzia e i tanti altri Autori della rassegna, avete accettato la sfida, vi siete messi in gioco con noi, vi siete lanciati con noi nel vuoto “senza rete” ed il pubblico ha gradito: ha applaudito la vostra sincerità, ha simpatizzato per la vostra humanitas che avete trasmesso tramite le parole ed il sorriso.
Le storie che ci avete raccontato erano “straordinarie” perchè erano storie di persone comuni; oggi la TV ci mostra del sud Italia e di Napoli in particolare solo storie di persone” eccezionali”, in senso positivo o in quello negativo (l’eroe sportivo o il boss della camporra) dimenticando il 99% fatto di persone “normali”. Come recita il sottotitolo di “Bella Napoli”, ci avete fatto conoscere le “storie di lavoro, di passione e di rispetto” di chi ogni mattina non si veste da supereroe ma da artigiano, insegnante, operaio, scienziato, barista, perito chimico e così via. Di chi con la propria normalità mantiene accesa la speranza e rende meno evanescente la possibilità di cambiare. Persino quando non lo sa”.
Ecco, ieri sera il pubblico ha apprezzato questo messaggio e si è creato quel feeling che costituisce il segreto del successo di una iniziativa come questa. Aii tanti amici che seguono la nostra rassegna letteraria consiglio la lettura di questi due libri (Rione Sanità e Bella Napoli) che sono in vendita presso la Bottega d’arte di Luciano Russo in Via Tasso; invitiamo poi i giovani a leggere questi libri perchè vi troveranno tanti modelli di vita, tanti percorsi esistenziali, tante storie di “ordinario coraggio e di straordinaria umanità”, altro che gossip di veline, calciatori o imprese criminali di gente senza valori.
Grazie Vincenzo, grazie Cinzia, per averci ricordato che esiste un’altra Napoli, un’altra Italia!
A Presto rivederci!
Antonio

Quando vendi un libro

foto di Adriano ParraccianiOggi, 26 luglio, anno di grazia 2011, ore 6.30 p.m..
Il treno A.V. ci ha portato a Napoli, Stazione Centrale, con circa 20 minuti di ritardo, ma con i chiari di luna di questi giorni causa incendio a Roma Tiburtina Cinzia and me ci sentiamo come se fossimo arrivati in perfetto orario, anzi meglio.
Uno sguardo alla tabella dei treni in arrivo per capire a che ora arrivama Francesco, il figlio di Cinzia, ed entriamo alla Feltrinelli Express dove Francesco, il direttore, sta parlando con una ragazza che chiede un consiglio su un libro di Camilleri da regalare alla madre.
Per la serie “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che io mi faccia i fatti miei” dico alla ragazza “Il re di Girgenti. Fidati, è un libro straordinario”. La ragazza mi guarda, accenna un sorriso tra il divertito e il grato, e mi dice “mi fido, vada per Il re di Girgenti”, mentre Francesco il direttore con il suo “Buonasera prufessò” un pò mi saluta, un pò mi sfotte, un pò si prende il tempo necessario per verificare se il libro c’è.
Il libro ci sta, ma non si trova, in un posto dove passano migliaia di persone al giorno può accadere per tante ragioni che un libro sia difficile da trovare, ad esempio perché un lettore interessato l’ha preso dallo scaffale dei romanzi e leggendo leggendo la quarta di copertina e magari anche un pò del primo caitolo l’ha lasciato sullo scaffale delle guida da viaggio. Naturalmente tempo qualche minuto e il libro sarebbe venuto fuori, soprattutto se non ci fossi stato io da quelle parti.
Cosa c’entro io? C’entro, c’entro, perché ho approfittato del buoco temporale che si è creato e ho detto alla ragazza “se proprio non si trova il libro di Camilleri può comprare il mio libro, Bella Napoli, che pure è molto bello anche se non come quello del grande crittore siciliano”.
Come è andata a finere l’avrete intuito già: la ragazza ha comprato Bella Napoli, le ho scritto anche una dedica per la madre, e sono stato contento come una Pasqua.
A proposito, non vi ho detto ancora che quando leggerete Rione Sanità vedrete che l’ultimo capitolo comincia così:
“Il re di Girgenti è uno stupendo romanzo di Andrea Camilleri, uno di quei libri così belli ma così belli che a un certo punto ti dimentichi che lui è Camilleri e tu invece no e pensi “ma perché non l’ho scritto io?”.
Debbo la sua scoperta alla mia amica Concetta Tigano che me lo ha regalato ai primi di aprile appena arrivato a Catania per la presentazione del mio libro Bella Napoli.
E non vi ho detto neanche che quando sono tornato a casa sulla mia pagina Facebook ho trovato questa citazione postata sempre da lei, la mia amica Concetta: Quando vendi ad un uomo un libro, non gli vendi 12 once di carta, un pò di inchiostro e della colla, gli vendi un’intera nuova vita. (Christopher Morley)”.
No no, non scherzate, se non credete a me ci sta Cinzia come testimone, Concetta con Cinzia and me alla stazione non c’era. Dite che è soltanto una coincidenza? Rispondo può darsi, ma aggiungo che personalmente alle coincidenze credo poco. E voi?

Come una cosa normale

Angelo M., sì, proprio lui, uno dei protagonosti delle storie di Bella Napoli, nel corso della presentazione a Sorrento nell’ambito della rassegna Napolitudine, ha aggiunto un nuovo piccolo grande capitolo alla sua storia, raccontando che all’inizio della sua avventura in inghilterra, nell’azienda leader mondiale delle “vending machines” lui e i suoi colleghi ingegneri napoletani fosseri definiti “mozzarella cheese”, senza razzismo per carità, giusto un pò di presa in giro, quanto basta per evidenziare che loro erano si colleghi, ma in fondo colleghi di serie A2 se non proprio di serie B, e di come invece qualche tempo dopo, grazie allo sviluppo del prodotto reso possibile dal lavoro di Angelo e del suo team, un giorno solo apparentemente uguale agli altri il responsabile del team inglese cancellò quello che aveva scritto alla lavagna e chiese ad Angelo di illustrare il processo che li aveva portati a raggiungere quei risultati senza precedenti.
Questioni di lavoro, di dignità, di rispetto. Questioni di riscatto, come ha detto ieri sera Cinzia mentre parlavamo di Rione Sanità, della presentazione di stasera a Villaggio Coppola, di questo nostro tentativo di raccontare Napoli attraverso le persone normali, persone che non amano definirsi eroi, persone come quelle che partecipano alle iniziaive di CleaNap e scrivono su un pezzo di lenzuolo “noi non siamo angeli, siamo solo gente stanca di questa schifezza”.
Sì, con Cinzia ce lo siamo detti ancora ieri sera, ammesso e non concesso che ce la faremo, ce la faremo grazie alle persone normali, quelle che concretamente e metaforicamente puliscono l’uscio della proprio casa perché sanno che solo così la loro città sarà pulita. Persone come Angelo, come Vittoria, come Salvatore, come Gina. In fondo se Cinzia and me continuiamo ad andare in giro raccontando le loro storie è un po’ perché ci speriamo e un po’ perché mentre speriamo ci piace portare il nostro piccolissimo mattoncino alla costruzione di una Napoli migliore, la Napoli che si riscatta puntando sulla cultura e sul lavoro, ogni giorno, in maniera semplice, come una cosa normale. Ci vediamo domani, che vi racconto stasera come è andata.

Il Blog di Montaigne

“La sua esistenza era un dolce fluttuare sopra un tappeto di benevola ottusità”: diciamo la verità, detto così non è che sembri proprio un complimento, insomma uno di quei pensieri che vorresti tanto che qualcuno un giorno dedicasse a te. Se vogliamo dirla tutta ai tempi della mia Secondigliano artigiana, operaia e magliara persino uno come Pasqualino ‘o Ricciulillo, addetto al confezionamento in un calzaturificio di Casavatore dal lunedì al venerdì e aiuto pizzaiolo il venerdì, il sabato e la domenica sera, se gli dicevi una cosa così un pugno e anche due te li mollava volentieri. E avrebbe avuto torto. Perché avrebbe perso la possibilità, possiamo immaginare irripetibile nella sua onesta, prevedibile, esistenza, di essere accomunato nientepopodimeno che a Michel de Montaigne. Sì, perché quello dell’esistenza che fluttua è proprio lui, o almeno così ci viene raccontato da Sarah Bakewell in un splendido volume. (Montaigne, L’arte di vivere, Collana Campo dei Fiori, Fazi Editore).

Vi state chiedendo perché l’esistenza di un uomo di cotanto senno fluttua in questo modo? Ve lo dico subito: pare che Montaigne avesse scarsissima memoria e la cosa secondo la Backwell ha prodotto alcuni effetti collaterali di non poco conto: il nostro era un uomo propenso alla sincerità (l’arte di dire bugie richiede una memoria di ferro), aveva una mente così “meravigliosamente vuota che nulla poteva ostacolare il suo ragionamento”, “si dimenticava facilmente delle offese ricevute e dunque serbava meno rancori”, era capace di recuperare le sensazioni più profonde delle sue esperienze, quelle che poi ha raccontato nei suo Saggi, proprio perché era preda di quella memoria “involontaria” che tanto fascino avrebbe esercitato su Proust, sì, proprio quella memoria che all’improvviso ti riporta alla mente un volto, un gusto, un odore che pensavi ormai di aver perso per sempre.

Ora voi non provate a domandarvi perché la mancanza di memoria nel mio caso produce come effetti collaterali soltanto ombrelli persi e telefonini lasciati nei posti più improbabili, perché la mia reazione sarebbe pari a quella di Pasqualino ‘o Ricciulillo; chiedetevi piuttosto in che senso e perché Montaigne non è stato soltanto l’ideatore del “saggio”, ma anche il primo blogger della storia. No, il perché non ve lo dico, dovete leggere il libro che tanto poi me ne sarete grati. Piuttosto provate a immaginare in quanti avrebbero cliccato su “mi piace” se Montaigne avesse scritto su Facebook e non su una nota a margine, parlando dell’amico La Boétie sconfitto dalla peste, “se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: “Perché era lui, perché ero io”.

La Piazza dei Saperi e dei Colori

di Pasquale Iorio
Una rete di associazioni attive sul territorio –in collaborazione con la libreria Edicolè – ha deciso di far diventare la cultura protagonista dell’estate anche a Castel Volturno, una località tristemente nota per fatti di cronaca nera (come la strage dei ghanesi). L’obiettivo primario sarà quello di fare emergere un volto ed una dimensione positiva da queste terre, finora vittime della violenza contro la natura e del degrado civile.
Sulla scia delle esperienze positivamente avviate alla Feltrinelli di Caserta (ma anche in altre città della provincia), nella città domiziana è nato  il progetto di una nuova  “piazza dei saperi e dei colori”, presso la sede della libreria Edicolè a Pinetamare, come luogo di incontro aperto a tutte le persone amanti dei libri e della cultura, del teatro e della musica popolare, del cibo e del consumo responsabile.
Dopo le prime iniziative di maggio e giugno, le attività si intensificano nei mesi estivi: a luglio sono previsti incontri a partire da venerdì 22 luglio alle ore 19 con la presentazione del libro di Stella EisenbergChiedi alle mani”, edito da Sovera; si continuerà lunedì 25 luglio alla stessa ora con il nuovo libro scritto da Cinzia Massa e Vincenzo Moretti, “Rione Sanità”, edito dalla Ediesse.
In una realtà come Castel Volturno, alle prese con drammatici problemi sociali, questo luogo può  coprire un vuoto di attività e si presenta come una buona pratica anche per le istituzioni locali: come un modello per poter far conoscere e valorizzare le migliori risorse presenti sul territorio, con l’agire in rete ed in una ottica di integrazione delle conoscenze e delle competenze dei vari saperi. L’obiettivo principale sarà quello di volgere in positivo l’immagine di una realtà  spesso indicata come esempio di violenza e di intolleranza.
Le varie iniziative verranno realizzate e rese sostenibili grazie al contributo volontario ed alla collaborazione positiva tra l’impresa editoriale (la  Libreria Edicolè di Villaggio Coppola) e la rete di Associazioni più attive in questa realtà.
La piazza dei saperi e dei colori vuole essere un luogo di incontro aperto, per promuovere la partecipazione democratica e la formazione alla cittadinanza, alla cultura dei diritti e dei valori fondamentali della nostra Costituzione.
In questa sede la cultura verrà vissuta come un fattore di coesione sociale, di apprendimento permanente per l’accoglienza e la convivenza civile.
Le iniziative continueranno nell’arco dell’anno con cadenza mensile. In modo particolare, a settembre ed ottobre lavoreremo per organizzare  incontri con i giovani e gli studenti: in primo luogo, sulla cultura della legalità per la lotta contro tutte le mafie ; in secondo luogo, sulla  solidarietà fra le culture, l’accoglienza e la convivenza contro ogni forma di razzismo, sul valore dei “beni comuni”.

Il Comitato Promotore è composto dalla rete delle seguenti associazioni:
Aislo, Libreria Edicolè, Missionari Comboniani, Black and White, Mondo senza confini, Centro Fernandes, Pro Loco Volturnum, La Compagnia dei Cani Sciolti, Ass. Cultura e società, GIT Banca Etica, Ass. Le Sentinelle, Slow Food Condotta Domiziana, Associazione Villaggi Globali.


E vedere di nascosto l’effetto che fa


Bella serata, quella di domenica scorsa nel convento dei Padri Passionisti di Napoli, e questa mi sembra l’occasione giusta per ringraziare Anna Toraldo, Gerardo Di Paola, Nicla Palladino e tutto gli altri amici che hanno pensato di riservare uno spazio per il nostro “Rione Sanità”. Devo dire che mi piace un sacco il fatto che essendo in due io posso leggiucchiare saltellando qua e là tra le pagine del libro e Cinzia può raccontare il libro, come è nato, perché lo abbiamo scritto et cevesa et cevesa. Sì, ai tempi di Enakapata con Luca Moretti non ci avevo pensato, questa volta invece sì, e non soltanto perché Cinzia ha tante più cose di me da raccontare, perché lei la strada che dall’idea ci ha portati al libro l’ha percorsa tutta tutta ma proprio tutta, sì, proprio dall’inizio alla fine, ma perché mentre leggo e poi anche dopo posso starmene lì a vedere di nascosto l’effetto che fa.
Dite che non ci credete? Che quando sono contento mi si legge in fronte e non parliamo degli occhi da pesce fritto e dalla bocca che se ne starebbe volenteri socchiusa, ma sì, diciamolo, aperta, se non stessi là a ripetermi “vincenzo attento che magari ti fanno una foto e vieni con quell’espressione da ebete”? Un pò avete ragione, non riesco a vedere tanto di nascosto l’effetto che fa, la contentezza mi si legge in faccia, sì perché sono contento assai.
Sono contento assai perché questo è il “mio” libro con Cinzia, diciamo che è un mio desiderio di sempre che ho potuto realizzare grazie a lei che poi un’altra volta vi spiego in che senso e perché. E sono contento assai perché negli occhi delle persone che ci ascoltano vedo interesse, curiosità, partecipazione, e perché spesso quando ci chiedono di firmargli il libro ci tengono a raccontarci una loro esperienza, nel Rione Sanità o da qualche altra parte.
Sì, perchè è cosi che funziona, funziona se chi ascolta e legge si sente protagonista di questo percorso. Sì, perché nelle nostre storie non ci sono eroi ma persone normali, persone che non si accontentano di sopravvivere, persone che hanno scelto di vivere, persone che si assumono la responsabilità delle cose che fanno e che trovano soddisfazione nel farle bene. Tutto qui. E questa volta potete credermi.
Buona domenica.

Il Genio dei Napoletani

di Marcelle Padovani
traduzione di Irene Gonzalez

Napoli continua a sedurre l’immaginario eurpeo. Questa città di 963.000 abitanti, che custodisce gelosamente lo statuto di “capitale della cultura italiana” è oggi devastata dal problema di rifiuti. Tonnellate e tonnellate di sacchetti della spazzatura invadono ciclicamente le sue strade, i ratti sono i re delle vie e la camorra ingrassa con i rifiuti (gestendone trasporto e smaltimento).

Ma Napoli è anche altro: un luogo estremo, che la rende la più grande e affascinante città del Mare Nostrum, il Mediterraneo, l’ultimo bastione dell’Occidente di fronte al Maghreb e all’Oriente. Un luogo estremo che genera senza sosta esperienze estreme. Alcune sono al limite con la disperazione (come nel caso del movimento assolutamente nuovo “Pizza no pizzo”, la pizza senza la percentuale che reclama la mafia locale).

Altre sono particolarmente significative da un punto di vista sociologico. E’ il caso di quelle che riguardano il problema del lavoro.

Si parla molto nel mondo occidentale, e con ragione, di lavoro “precario”, ma a Napoli, il lavoro, precario lo è stato sempre, sempre a inventare, a costruire, a difendere, a organizzare…Lo testimonia un libro appassionante, “Bella Napoli”, firmato Vincenzo Moretti e edito da Ediesse. Il suo sottotitolo dice tutto: “Storie di lavoro, di passione e di rispetto”.

Si tratta di una serie di racconti in prima persona di vite che girano quasi ossessivamente attorno al lavoro, dalla maestra di scuola all’artigiano, all’operaio, al barman, passando per lo scienziato. Sono racconti di persone che non si sono mai arrese, che hanno oltrepassato con fatica e ostinazione l’inefficienza, l’indifferenza e la superficialità della pubblica amministrazione. Degli eroi dei nostri giorni, la cui storia potrebbe sorprendere quelli che non conoscono altro che la Napoli dei mandolini, dei pini, del Vesuvio e della pizza, ma che in realtà testimoniano lo straordinario laboratorio creativo che questa città è e resta – che si tratti di trasmissione dei saperi, che si tratti di ricette di sopravvivenza, che si tratti di scoprire nuove strade verso la modernità.

Napoli è dimora di una città appasionante, sorprendente per la sua ricchezza e la sua creatività, che è candidata a capitale mondiale della cultura nel 2019. Nonostante i ratti e i rifiuti. Grazie alla genialità dei Napoletani.

Qui trovate l’articolo di Marcelle Padovani

Con queste facce un pò così

Qualche scatto di Alessio Strazzullo nel corso della presentazione del 27 giugno a Napoli. Ce n’è anche qualche altra, ma sarà per la prossima volta.

E se domani

La sindrome di Stradivari e la regola dell’accesso

Leggilo su Rassegna.it

Se vi racconto come li ho messi assieme la faccio troppo lunga, perciò vi dico che all’inizio, questo inizio, ci sono Karl Popper e Richard Sennett, da un lato l’idea che “se non vogliamo ragionare in circolo, dobbiamo assumere un atteggiamento altamente critico verso le nostre teorie, l’atteggiamento consistente nel cercare di confutarle”, dall’altro le ragioni per non finire vittime della sindrome di Stradivari, quella strana malattia che prende il tecnico, l’esperto, che ritiene di avere competenze così irripetibili da non poter essere tramandate, proprio come nel caso del leggendario liutaio di Cremona. E dato che tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine, talvolta anche un fine, vi anticipo che tutto questo ci condurrà in vario modo alla voglia di fare bene il proprio lavoro, all’etica nel lavoro, ai pericoli connessi all’accumulazione egoistica delle competenze.

Mi spiego con un esempio, anzi due. Il primo si riferisce al Goodwork Project diretto da Howard Gardner, Università di Harvard, al caso di corruzione a carico di alcuni giornalisti del New York Times. La colpa? Secondo i ricercatori dell’istituzione, nel senso della presunzione di sentirsi “il” Nyt, lo stradivari dell’informazione, un giornale che non ha bisogno di comunicare esplicitamente quali sono i suoi standard e per questa via crea il contesto nel quale giornalisti senza scrupoli possono piegare l’istituzione ai loro scopi. L’antidoto? Secondo Gardner quel particolare tipo di trasparenza basata su criteri che definiscono il lavoro ben fatto in un linguaggio chiaro e comprensibile ai non addetti ai lavori.

Il secondo si riferisce al progetto di citizen journalism che sta portando avanti la Fondazione Ahref che non solo definisce ed esplicita i criteri che ritiene debbano essere rispettati perché l’informazione possa essere definita di qualità, ma tende a fare di questa qualità la cornice cognitiva, il presupposto, a partire dal quale i cittadini diventano reporter che promuovono e realizzano le loro inchieste.

Nel caso di La scuola abbandonata, la prima inchiesta di Fondazione Ahref, abbiamo perciò raccontato passo passo come ci siamo mossi, abbiamo definito una metodologia (Regola dell’A.C.C.E.S.S.O.: A come artigiano, C come cittadino, C come conservare, E come errore, S come storie, S come serendipity, O come organizzare) e l’abbiamo condivisa con l’auspicio che sia di aiuto per i futuri cittadini reporter. È un gioco solo in parte nuovo, però è un gioco che può cambiare le regole del gioco in un settore strategico come quello dell’informazione. Cliccate su “mi piace” e giocate anche voi.

Ciò che va quasi bene … non va bene

E’ stato il prof. Francesco Di Pace, nel corso della presentazione a Siano di Bella Napoli, a ricordare il motto che fa da titolo a questo post e a spiegare che era era scritto sulle porte delle Botteghe degli artigiani Michelangioleschi del legno e del ferro.
Su Facebook potete leggere la sua nota dove è pubblicata anche questa bellissima fotografia, e dove il nostro caro Prof. ricorda questa parte della discussione, che comunque riporto anche nel commento sottostante con le considerazioni e gli interventi che la nota stessa ha suscitato.
Da parte mia intendo sottolineare la bellezza di questo modo di dire, Ciò che va quasi bene … non va bene, e lo straordinario approccio al miglioramento continuo che esso sottende.
Sì, mi piacerebbe molto che la prima discussione vera su questo blog avvenisse attorno a questo tema, dunque aspetto i vostri commenti, le vostre riflessioni, i vostri interventi.
Buona partecipazione.

Bottega dell' arte: falegnameria a Castel San Giorgio
Bottega dell' arte: falegnameria a Castel San Giorgio

Fravécature

Mercoledì scorso a Siano la presentazione di Bella Napoli ha avuto inizio così. Poi sono accadute tante altre cose belle, che anche quelle poi prima o poi ve le racconto, ma voi intanto godetevi questa bellissima poesia recitata da Luigi. A proposito, alla fine Luigi mi ha detto che se avesse avuto un professore come me la scuola non l’avrebbe lasciata. Lui l’ha detto sinceramente, e sarei vigliacco a non ammettere che mi ha fatto anche piacere, ma la verità è che quando si è ragazzi non sempre si capisce fino in fondo il valore delle cose, e poi, come diceva il maestro Alberto Manzi, non è mai troppo tardi. Per favore ce lo dite voi a Luigi che fa ancora in tempo che se glielo dico io sempre io solito prof. rompi b.?
Buona visione.

Santa Maria Verta

Incredibile ma vero, Santa Maria è il suo vero nome di battesimo, quando me lo ha detto persino Santina m’è sembrato un nome normale, me lo sono immaginato come un argine, come l’eroico tentativo di non rimanere schiacciata sotto cotanto peso, pensate, una bambina e poi una donna e poi un’insegnante e poi una moglie, una mamma e una nonna che si chiama Santa Maria Verta, mica una cosa da poco in un Paese come il nostro, roba che al confronto Peppe ‘a Lenta, Totonno tre palle e Gennaro topolino e persino Shrek e Rita Pavone, come siamo stati battezzati io e Cinzia dai ragazzini del Rione Sanità, sono bazzecole, quisquiglie, pinzillacchere.
Del resto quando hai a che fare con Santina il confine tra il credibile e l’incredibile è molto labile, è come vendere 100 copie di Bella Napoli a Varese e farla sembrare la cosa più normale del mondo e non dite che non c’entra niente perché le 100 copie a Varese lei le ha vendute veramente. Ecco, direi che lei riesce a fare cose che tu diresti che non si possono fare, per la verità anche quando ti porta in giro con la sua automobile, ma questo è un altro discorso, che magari sono io che sto diventando paranoico quando sto in auto.
Sì, qui io intendo parlare della sua prorompente ospitalità. Della pastiera e della parmigiana di melenzane. Dell’amicizia che non è solo il suo modo di prendersi cura di te ma il modo in cui anche le sue amiche e i suoi amici si prendono cura di te. Del divano, al quale prima o dedicherò il post più bello della mia vita. Delle chiacchiere senza se e senza ma, perché lei, come te, è come quelle radio sempre accese che qualcosa ti dicono sempre. Dei ricordi e delle radici e del clan dei calabresi che se stai ancora un giorno assieme a lei ti convinci che Varese è stata fondata da loro, anzi no dai cosentini, anzi no da quelli di Cittadella che tanto lì intorno trovi paesini di 5 mila anime che almeno mille arrivano proprio da lì. Di Gigi che sta sempre lì che tu lo vedi proprio di fianco a lei e ti viene voglia di salutarlo, di Venere che non è il pianeta ma la figlia perchè anche lei e Gigi in fatto di nomi non è che si siano fatti mancare niente, dei nipoti che te li vedi zompettiare intorno anche se non li hai visti mai. Della cena e del suo vorrei invitare anche il tuo amico Enzo Galietti e la moglie che dici posso farlo?, ma certo che puoi farlo, al massimo ti dice di no. Delle lacrime, delle risate, e persino delle scale che continua a salire e a scendere, su e giù, cento volte al giorno, mentre ti spiega che lei le scale non le può proprio fare.
Sì, Santina Verta è tutto questo, è anche di più, molto di più. Santina è l’emozione che cammina, è il rispetto che si è conquistata con il suo lavoro e la sua umanità, è la voglia di emancipazione di una ragazza di Calabria che le sue rughe se l’è guadagnate tutte, una a una, con passione, impegno, coraggio, amore.
Grazie Santina, è una gioia averti come amica.

Da ciascuno il suo

Il giorno dopo

Prendete un Chiostro, quello di Santa Maria la Sanità, metteteci un’orchestra, quella della Sanitansamble, composta da bambini e ragazzi dai 6 ai 16 anni, fate recitare dalle balconate del Chiostro i ragazzi di Sott’ò Ponte e….la magia si compie.
Si magica è stata la festa che martedì 14 giugno è stata organizzata da Padre Antonio Loffredo e dai suoi “ angeli” per salutare l’uscita del nostro libro “ Rione Sanità. Storie di ordinario coraggio e di straordinaria umanità” .
Io, un po’ imbambolata, stordita, emozionata, sono stata rapita dalla musica sublime dell’orchestra, piccoli suonatori in doppio petto che con violini, fiati e percussioni , da l’Inno di Mameli al O sole mio, hanno riscaldato l’anima dei presenti travolgendoli con le note e rendendoli partecipi con il corpo e con la voce alla loro fantastica esibizione.
E che dire della recitazione? Tra un brano musicale e un altro, ancora ragazzi, stavolta a leggere pagine del libro, il nostro libro , che improvvisamente diviene altro, si trasforma, vive, e così non riesco a trattenere le lacrime.
E poi i volti gioiosi delle persone che attraverso il lavoro, la musica, il bello, cercano un riscatto dall’atavica rappresentazione del male di questo Rione. Persone, non eroi, donne e uomini di ordinario coraggio ma di tanta straordinaria umanità.
Grazie a tutti e , come potrete leggere … benvenuti nel Rione Sanità!

Benvenuti al Rione Umanità

Vi aspettiamo il 27

Martedì 14 giugno 2011, Presentazione al Rione del nostro libro. Certo che Cinzia e io lo sappiamo che la presentazione ufficiale sarà lunedì 27 giugno alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri, ma vi assicuro che le emozioni del’altra sera sono state uniche. Più tardi spero di riuscire a racocntarne almeno un pò, voi intanto non mancate il 27 che ci saranno altre sorprese.
Grazie di cuore a Alessio Strazzullo che ha dimostrato che anche un telefonino può bastare a non perdere memoria di una straordinaria emozione. Sì, è stato il più bel Inno di Mameli della mia vita. Sì, quando è così la vita è davvero bella noonostante tutte le fatiche e le preoccupazioni, che per noi comuni mortali sono sempre tante.
Vi aspettiamo il 27.

Un rigo sì e un rigo no

Per cominciare chiariamo subito che la mattinata è stata ricca di segnali positivi e che l’unico a stare un rigo si e un un rigo no sono io al secondo giorno post-influenza.
Il primo segnale positivo, quello decisamente più importante. l’ho avuto al seggio, dove non è che ho dovuto fare la fila ma neanche mi sono ritrovato da solo come le altre volte e poi all’uscita quel taxi fiat multipla pieno zeppo di arzille signore (sì, 5, più l’autista, pieno zeppo) che entrava nel seggio proprio mentre dall’altro lato la signorina con il motorino lo sorpassava, si toglieva il casco al volo e si precipitava nel seggio.
Il secondo segnale positivo l’ho avuto alla Feltrinelli, dove ho incontrato i miei amici Enzo e Gianni, ho preso il caffé con loro, ci siamo messi a parlare di vita e di libri, mi hanno fatto comprare “La spinta gentile” che quando ho saputo che è stato scritto da Cass R Sunstein con Richard Thaler non ho resistito, e poi tra una cosa e l’altra mi hanno detto che da mercoledì che è uscito a oggi nelle 3 librerie napoletane “Rione Sanità” ha venduto una quarantina di copie e scusate se è poco.
il terzo segnale positivo l’ho avuto al ritorno a casa quando i miei amici Sabato Aliberti e Gerardo Navarra mi hanno segnalato via Facebook l’evento di mercoledì 15 giugno a Siano, dove alle 20.30 presenteremo Bella Napoli.
Ecco, io avrei finito, come segnali positivi in una mattinata per un uomo un rigo si e un rigo no mi pare bastino. Facciamo così, poichè sono scaramantico, ribadisco che sono segnali, soprattutto il primo, e che dobbiamo aspettare stasera prima di poter dire “è fatta”. E poiché sono un bravo guaglione ripeto per chi non l’ha letto l’altra volta che il copyright di “un rigo si e un rigo no” non è mio ma del mitico Maurino P., delegato Cgil della M. di Acerra, detto la moviola per il suo parlare lento fino allo sfinimento, degli altri of course, che ogni tanto nel corso delle riunioni del comitato direttivo del sindacato dei chimici mi veniva vicino e mi diceva “Vicié, ma che ha detto questo, non ho capito niente, chisto parla ‘nu rigo si e ‘nu rigo no. Sì, ‘nu rigo sì e ‘nu rigo no, proprio come sto io stamane dopo la prima uscita. La tachipirina l’ho interrotta, ma appena ho sentito un piccolo pizzicorìo alla gola mi sono schiattato 20 gogge di propoli tintura madre che quelle sì che ogni volta fanno miracoli.
Buon referendum a tutti. Ci risentiamo stasera per i festeggiamenti.

E’ festa

Ormai anche Cinzia quando me lo dice ci aggiunge “forse”, è il destino delle date aggreganti, quelle nelle quali ti piacerebbe mettere assieme tante persone e tante cose e ogni volta che sembra che ce l’hai fatta spunta qualcuno, o qualcosa, che ti costringe a cambiare ancora. Comunque questa volta sembra proprio che ci siamo, l’appuntamento è per  martedì prossimo, 14 giugno, ore 19.00, nel chiostro della Basilica di Santa Maria la Sanità, per festeggiare assieme ai protagonisti e alla gente di straordinaria umanità del quartiere l’uscita nelle librerie del nostro libro.
Ammetto che l’idea è stata di padre Antonio Loffredo, io più banalmente avevo proposto di fare nel chiostro una conferenza stampa, lui no, mi ha detto “Vicié, poi con i giornalisti man mano ci parliamo, qualche amico magari lo invitiamo pure, ma noi la prima uscita la dobbiamo fare coinvolgendo il quartiere”. Sì, perché lui è fatto così, l’idea del coinvolgimento ce l’ha nel sangue, e poi le cose che ti dice hanno in qualche modo la risposta incorporata, ovviamente la risposta che vuole lui, altrimenti che parroco sarebbe? A parte gli scherzi, in realtà quella di martedì sarà per me una serata particolarmente emozionante perché io, diversamente da Cinzia, che il libro non lo ha solo scritto, ma se l’è anche faticato (appuntamenti, interviste, sbobinature etcevesa etcevesa) io alcuni di loro di persona li vedrò lì per la prima volta, insomma sarà un pò come con gli @mici su facebook che poi li incontri e diventano amici, solo che questa volta li ho conosciuti contribuendo a raccontare le loro storie, anzi ho conosciuto prima le loro storie e poi loro, o se preferite ho raccontato prima le loro aspettative, le paure, le speranze e poi li ho conosciuti, li conoscerò, di persona.
Sarà perché oggi ho la febbre ma non il febbrone che avevo ieri, sarà perché riesco a leggere e anche a scrivere, ma quando ci penso mi sento una persona molto fortunata. Quando penso a cosa? Alla mia voglia di raccontare storie, di cercare persone, di scoprire umanità. Vediamo martedì come va, poi vi faccio sapere.

Spostare il limite

© foto di romano magrone
© foto di romano magrone

Il bellissimo post di Luca De Biase sul prossimo futuro di Nòva, bellissimo per tante cose ma prima di tutto per lo spirito, l’approccio, la tensione che lo anima, sì, come diceva Totò “signori si nasce” e il mio amico Luca, modestamente, “lo nacque”, finisce così:
“Che succederà poi? Nella vita ci si adatta, si fa quello che è possibile. Ma il limite del possibile può essere spostato. E, nel nostro tempo, ce n’è molto bisogno”.

L’ultimo racconto di Bella Napoli, quello di Beppe D.V., artigiano, finisce così:
Qualsiasi cosa si faccia, ritorno agli insegnamenti di mio padre e mia madre in questo senso qua, va fatta bene, sempre con la consapevolezza dei propri limiti, sempre con quella determinazione e quella voglia di spingere che sono necessarie per superarlo in avanti, il limite. Sì, perché il limite si sposta con noi, non è fisso. Il segreto in fondo è tutto qui: vivere con questo senso del limite e con questa necessità, questa urgenza, di spostarlo in avanti, anche se “avanti” è anch’esso solo una parola, un modo di dire. Non vorrei sembrare esagerato, ma io in questa storia del limite e del suo spostamento ci vedo il senso della vita di un uomo. La vita di un uomo nel divenire.

Forse non c’entra niente, forse sono io che continuo a cercare connessioni anche dove non ci sono, o forse invece c’entra, forse non è un caso che tutti e due, il giornalista e il restauratore, amano parole come “bottega”, “artigiano”. Sì, io dico che c’entra, ma anche se non c’entra mi è piaciuto raccontarlo.

L’uscita

Mi sveglio inquieta, trepidante. Sono eccitata come al primo giorno di scuola. I movimenti meccanici, veloci, mi portano al treno. Ritarda, un guasto rallenta la sua già impervia strada. Mi assale l’ansia. Incredibile, non si può mai fare affidamento sul trasporto pubblico! Eccomi in stazione a Napoli, salgo velocemente le scale, mi dirigo verso la Feltrinelli express, il cuore mi batte forte in gola. Mi fermo all’uscio.

Si chiamale se vuoi emozioni, direbbe Battisti, ma oggi “ Rione Sanità – Storie di ordinario coraggio e straordinaria umanità” è in libreria ed io non riesco a trattenere la gioia e l’emozione.

Ha ragione Vincenzo, un libro è come un figlio, c’è il lavoro e il sentimento, il tuo essere lì tra i personaggi, tra le storie, il tuo essere tra le pagine. Bhè dopo questi pensieri sapete che cosa ho fatto? Ho deciso di attendere Vincenzo per condividere con lui questo momento. Passo da Feltrinelli nel primo pomeriggio. Vi aggiornerò più tardi.

La cultura del lavoro

Sul sito del Festival Economia Trento potete continuare a seguire tutti gli eventi.
Qui trovate il video dell’intera prima sessione.
Qui potete seguire, grazie all’aiuto di Alessio Strazzullo, il mio racconto.
Buona visione.

Ciao Eduardo !

di Giovanni de Rosa

Giovedì sera 2 giugno, Festa  della Repubblica, su invito di Santina un’amica insegnante , ho partecipato  alla presentazione di un libro, fatta dall’autore stesso.  Te ne parlo con una nota in FB, perché sono certo che comunque lo avrei fatto a voce, se avessimo potuto incontrarci: spesso infatti abbiamo parlato di libri nei nostri pochi ma intensi incontri. E ricordo bene il piacere che spesso provavamo nello  scoprire interessi comuni , condivisione di giudizi e valutazioni su di un libro o sull’autore . Ricordi gli ultimi libri che ci siamo scambiati ? E’ stato in occasione  degli  auguri di Natale 2010: tu mi hai regalato “Preferisco il Paradiso” di Pippo Corigliano ed io ti ho regalato “Ogni cosa alla sua stagione “ di Enzo Bianchi.  Di quei momenti porterò sempre nel cuore la luce che ti illuminava, mentre parlavi di Enzo Bianchi  e mi raccontavi del piacere che avevi provato nel leggere  un’altra sua opera  , “il pane di ieri “, ma soprattutto  non dimenticherò mai come ti brillavano gli occhi mentre, scorrendo qualche pagina di “ Ogni cosa alla sua stagione” , posavi lo sguardo sul titolo di qualche capitolo: ”i giorni del presepe” , “i giorni della memoria”, “la cella sempre con me”, ecc… Ti piacque molto la mia scelta , perché per  te come per me, personaggi come Enzo Bianchi, sono stati sempre fari , stelle ad orientarci lungo il cammino !
Edu, mi sono dilungato e sono andato fuori tema:  non è infatti  del Priore di Bose e dei suoi scritti che oggi  voglio parlarti , ma di un altro autore, lontano da lui per cultura, per stile e scelte di vita, ma  vicinissimo a lui  per  l’attenzione agli uomini, al loro lavoro, alle loro storie, alle loro sofferenze .
Il libro ha come titolo “ Bella Napoli. Storie di lavoro, di passione e di rispetto”, l’autore è Vincenzo Moretti napoletano  e sociologo, che insegna  sociologia dell’organizzazione  nell’Università di Salerno.
La mia amica lo conosce bene, io molto meno ( pur avendo scoperto di avere a Salerno amici comuni ) ma mi è bastato sentire il titolo del libro e il fatto che Moretti insegnasse a Salerno per attrarmi fatalmente: quella serata non me la sarei mai persa. “Bella Napoli” è una raccolta di 12 racconti o, meglio,  12 “avventure di terroni” . Biografie vere , di persone che l’autore ha conosciuto e intervistato personalmente, 12 biografie belle e che fanno più ” bella” Napoli  , pur nelle sue mille contraddizioni.  Moretti nell’arco di poco meno di due ore volate via come il tempo , brevissimo ,che io e te abbiamo passato insieme, ci ha offerto, anzi affrescato  qualcuna  di quelle 12 vite, e l’ha fatto con l’amore di una madre che racconta i sacrifici, l’onestà , la generosità e anche qualche tic dei figli, e lo ha fatto con la profondità  narrativa di un sociologo, che è anche un affascinante comunicatore e un bravo narratore. Tra le storie che ha scelto per presentarci il suo libro c’è quella di “ Antonio M. “di Secondigliano, ferroviere .  E’ stato un  caso ?
Edu , io non credo al caso, come te preferisco pensare alla Provvidenza. Comunque quella sera non mi sono perso una parola della narrazione del prof Moretti, non mi è sfuggita neppure la più banale  sfumatura e così mentre il prof. pronunciava  “Antonio”, le mie orecchie sentivano “Eduardo”e io ( benché non ti abbia mai visto in abiti da lavoro) oltre le sue parole, vedevo te fiero ed finemente autoironico, con in testa il tuo bel  “berretto rosso” .
La  storia di Antonio, mi ricorda un po’ la tua storia. Te ne leggo qualche riga, in particolare quella che riguarda il suo trasferimento a Bologna , ti piacerà: Io l’ho letta e riletta … mi sembra  di leggervi cose che tu mi hai raccontato. Ascolta: “… per me è stato normale fare i concorsi e però allo stesso tempo partire per cominciare a lavorare, magari in attesa di lavori migliori, per crearmi un’autonomia economica, per sentirmi libero, avere un mio spazio,una mia casa, dei miei rapporti. E poiché questo non era possibile, allora come oggi, a Napoli, diciamo che mi sono dato la libertà di scegliere Bologna perché è una città che mi sembrava  – ritengo ancora oggi  di aver fatto la scelta giusta – potesse rispondere alle esigenze che avevo, sia perché non era molto grande, sia, soprattutto, perché aveva nel suo dna , e ancora per certi aspetti le è rimasta ,la cultura della solidarietà, della collaborazione, insomma la cultura dell’altro.
Ricordo che anch’io all’inizio mi stupivo che non ci fossero carte o comunque cose lasciate in mezzo alla strada o nei cestini o nei carrelli della spesa, ma quello che davvero ti colpiva era proprio il concetto dell’altro, il concetto del  vivere sociale, il rispetto del lavoro e di chi lavora che, come dicevo, ancora oggi c’è, anche se negli ultimi anni si sta perdendo. Per fare un esempio, quando ho iniziato a lavorare in ferrovia, giù nel meridione c’era ancora una cultura per cui il più giovane magari portava la borsa al capotreno, c’era questa forma di sudditanza che invece a Bologna non è mai esistita. A Bologna la discriminante era tra chi aveva cultura , un’etica del lavoro, e chi non ce l’aveva. Anche le persone che facevano i lavori più umili erano rispettate, avevano  l’orgoglio di sentirsi lavoratori e la consapevolezza di essere rispettati”.

Eduardo, ti ricordi quando mi parlavi della tentazione che hai avuto da giovane di chiedere un trasferimento al sud ? Ascoltando il racconto di Antonio mi sono ricordato delle motivazioni che ti fecero desistere,motivazioni che si riconducono tutte agli stessi valori di laboriosità, dignità, rispetto per gli altri, di cui parla Antonio. Ti ricordi  della pena con cui mi parlavi di un tuo collega e caro amico che, proprio  a causa di un trasferimento e delle prevaricazioni  che subiva da un  suo diretto superiore, si ammalò di depressione ?  Eduardo sono questi sprazzi di conversazione che abbiamo avuto nei rari e preziosi incontri che tu mi hai donato  ad aver fissato nel mio animo i tuoi lineamenti morali, prima che quelli fisici,  in modo indelebile.
Ti ho annoiato ? Spero proprio di no, sono anzi convinto che sarebbe piaciuto anche a te, da ex ferroviere , da salernitano orgoglioso della sua origine e da uomo ricco di valori e rispetto per gli altri, partecipare a quella “presentazione” . Ma soprattutto spero che non ti sia annoiato, perché abbiamo ancora tante cose da dirci, ed io ho ancora tante cose da imparare da te, dalla tua vita trasparente e sobria ( sicuramente influenzata anche dall’esperienza giovanile che abbiamo avuto), dai valori che hai incarnato e che oggi vivono nella tua bella famiglia.
Ciao Edu, ti scriverò ancora pensandoti con affetto, tu però vigila anche su di me, come farai con la tua famiglia.

P.S. Eduardo ci ha lasciati per tornare alla Casa del Padre, domenica 29 maggio u.s.

Dear Horatio

umberto pastore and me

La foto è di domenica 22 maggio, 36-37 anni dopo l’ultima volta che avevo visto Umberto.
Sì, dear Horatio,  there are more things in heaven and earth than are dreamt of in your philosophy. Prendi Umberto e me, siamo cresciuti assieme, nel senso che abbiamo giocato a pallone assieme, che abbiamo suonato assieme, nel senso che lui suonava e io strimpellavo appresso a lui perché volevo partecipare e magari partecipando partecipando acchiappare qualche ragazza, abbiamo studiato e vissuto assieme per un anno, il primo dell’università a Salerno, ci siamo innamorati assieme e abbiamo cantato e abbiamo sognato e abbiamo fino a che non ha vinto il concorso nelle ferrovie, macchinista, a Verona, a cavallo di una locomotiva, come un eroe gucciniano però senza rabbia, mite, sorridente, affettuoso, buono.
Sì, direi che è incredibile la facilità con la quale una persona come me con i suoi oltre 100 mila chilometri riesce a perdere di vista un amico così per oltre 35 anni. Chissà, forse assieme alla banalità del male c’è anche una banalità dell’amicizia perduta, all’inizio ti dici prima o dopo lo acchiappo, ne sei certo, non è possibile diversamente, e intanto il tempo passa, e poi magari passi per la stazione di Bologna o anche quella di verona e guardi qui e là nei treni pensando chissà, magari sta qui, magari lo abbraccio, magari e intanto il tempo passa, e poi magari decidi di fare una rimpatriata e di rivedere tutti i tuoi amici di secondigliano sparsi per il Nord e poi al’ultimo non ci riesci e intanto il tempo passa, fino a quando un sabato, 21 maggio 2011, non rispondi al telefono e una voce di là ti dice “ciao Vincenzo, non so se ti ricordi di me, sono Umberto Pastore”. Sì, non so se ti ricordi di me, ve l’avevo detto che ui è fatto così, dolce, mite, adesso non fatemelo ripetere. Certo che mi ricordo, e poi l’emozione dell’incontro il giorno dopo, e la foto, e la promessa che alla prima occasione ci rivediamo.
Sì, lo prometto, questa volta non me lo lascio scappare, non ho più venti anni, non posso permettermelo. Comunque state tranquilli, che vi tengo informati.

Festival dell’economia, da Trento al Rione Sanità

L’edizione 2011 del Festival dell’economia di Trento (http://2011.festivaleconomia.eu) si presenta con due anteprime che dicono un mondo: la prima, il 26 Maggio a Trento, in collaborazione con la Federazione trentina della cooperazione, avrà come protagonista Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, che terrà una lezione sul tema del Festival: “I confini della libertà economica”; la seconda, il 28 maggio a Napoli, in un posto di una bellezza indicibile, incredibile, commovente, Basilica e Catacombe San Gennaro Extra Moenia, al Rione Sanità, ci sarà una giornata ricca ricca di incontri intorno al tema: “Il sommerso e l’economia da svelare” (http://www.ahref.eu/it/events/notizie-dal-sottosuolo), a cura della Fondazione Ahref (http://www.ahref.eu) e in collaborazione con Fondazione per il Sud (http://www.fondazioneperilsud.it).

Se giuro che ho ancora tutte le mani morsicate perché sono stato invitato alla lezione di Sen e non ci posso andare, mi concedete il beneficio dell’obiettività se vi dico che l’evento di Napoli è particolarmente significativo? Lo è, significativo, per la qualità dei temi in discussione e per l’autorevolezza dei partecipanti; e tutti questi link così brutti da vedere nella pagina ve li ho messi apposta, perché ve ne possiate rendere conto senza che io debba propinarvi un elenco interminabile di titoli e di nomi. E naturalmente il valore dell’appuntamento sta anche per il posto che è stato scelto (ma questo ve l’ho già detto). E se ancora non vi basta, aggiungo che è importantissimo che, nell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia, il Festival dell’economia da Trento si estenda fino a Napoli.

Detto tutto questo sottolineo anche che nella scelta del posto ci vedo una questione di significato nel senso letterale del termine. Sì, perché da quelle parti, al Rione Sanità, intorno a padre Antonio Loffredo, che potrete ascoltare la mattina del 28 maggio nel corso dell’incontro coordinato da Luca De Biase, sta crescendo, è cresciuto, un laboratorio di rinascita civile e sociale che ha come parole chiave “giovani e lavoro”. Proprio così: nella pancia di questa Napoli sempre più improbabile e complicata, al Rione Sanità, intorno al lavoro e ai giovani, alla bellezza e alla cultura, alla dignità e al rispetto si sta cercando di azzannare il futuro contando prima di tutto sulle proprie forze. Presto ne leggerete delle belle: ma di questo ne parliamo un’altra volta.

Mille chilometri al giorno

Adesso non ditemi che “metto ‘o pepe ‘nculo a zoccola”, come diceva Pascalino ‘o Riccio, o se preferite ma spero proprio di no “cospargo il sale sulla ferita”, ma ieri sera è stato l’ultimo pensiero che ho fatto prima del solitario incontro con Morfeo, “Venti chilometri al giorno, Polvere e sole, Andata e ritorno, Venti chilometri al giorno, Per poi sentirti dire che, Non mi vuoi più vedere“, beato lui, venti chilometri al giorno.

Adesso non ditemi che non sapete che lui è Nicola Arigliano che mi incazzo davvero, a meno che non siate nati dopo il 1990 che mi incazzo soltanto ma senza il davvero. Perché beato lui invece me lo potete dire, direi che me lo dovete chiedere perché altrimenti il post finisce qui. Ecco la risposta:
giovedì 26 maggio: trento, festival dell’economia, amartya sen, nobel 1998, lezione su “i confini della libertà economica”, tema del festival;
venerdì 27 maggio: napoli
sabato 28 maggio: napoli, festival dell’economia di trento, il sommerso e l’economia da svelare;
lunedì 30 maggio: roma, fondazione giuseppe di vittorio;
martedì 31 maggio: roma, fondazione giuseppe di vittorio;
mercoledì 1 giugno: varese, presentazione bella napoli;
giovedì 2 giugno: varese, presentazione bella napoli;
venerdì 3 giugno: porto venere, la spezia, presentazione uno, doje, tre e quattro;
sabato 4 giugno: sarzana, la spezia, e finalmente napoli.

Adesso non ditemi che non sapete fare il conto perché non è difficile, circa 6 mila km in 9 giorni, e soprattutto non ditemi che sono tutte cose che mi fa piacere fare perché non mi fa solo piacere, sono  felice di farle, considero un vero privilegio tutto questo, sono grato dal più profondo del cuore a Marilena, Santina, Giancarlo, Michele e tutta l’Ahref Foundation, sono emozionato per sen e per le amiche e gli amici che potrò finalmente rivedere, sono contento delle chiacchiere che faremo la sera con Andrea e Laura con annesso pancione, sono contento anche per le persone che compreranno e leggeranno Bella Napoli, insomma sono nato con la camicia come vi ho detto già altre volte, eppure ciò non toglie nulla al fatto che mi toccherà fare tanti chilometri e come sapete io e i chilometri stiamo scompagni da parecchio tempo anche se alle signore di piazza Enakapata non piace che io lo dica.

Adesso non ditemi che state pensando questo adesso ricomincia che non ci penso proprio, sul punto quello che dovevamo dire lo abbiamo detto, qui in piazza Enakapata e su Uno, doje, tre e quattro, il mio indimenticabile librodiariodivitaediviaggio con Viviana Graniero, Daniele Riva e Carmela Talamo, è soltanto che a me “mi” piace troppo e quindi la citazione galeotta la ricordo qui:
Senza uscire dalla porta di casa puoi conoscere il mondo, senza guardare dalla finestra puoi scorgere il Tao del cielo. Più si va lontano, meno si conosce. Per questo il saggio senza viaggiare conosce, senza vedere nomina, senza agire compie.
Ecco, l’ho fatto, e ho anche sospirato, sì, un ahhhhh lungo lungo lungo, poi però mi sono ricordato della telefonata di Giancarlo e poi del messaggio che mi ha mandato Michele, com’è che mi ha scritto?, sì, una cosa tipo “qui ho messo sotto le cuoche per i canederli in attesa del tuo arrivo”.

Adesso non ditemi “Vicié, senza uscire dalla porta niente canederli”, perché senza uscire dalla porte niente Sen, niente Marilena, niente Giancarlo, niente di niente, cioè tutto. No no, non mandatemi dove state pensando di mandarmi, sto solo scherzando, davvero, di più: ‘o giuro ‘ncoppa all’ossa ‘e zì palluottolo.

La Bella Napoli di Gianni Tomo

Bella Napoli, una raccolta di storie di gente comune che con la propria “normalità” mantiene accesa la speranza di un cambiamento.
Questo è il commento con il quale la casa editrice propone il libro di Moretti sul proprio sito web e non si poteva cogliere migliore momento storico per l’uscita di questo nuovo lavoro dell’autore, un sociologo sempre più affermato tra le letture che ritroviamo tra quelle che potremmo definire “dotte” e scientifiche piuttosto che, come egli stesso pur ambirebbe, tra romanzi e qualcosa per i momenti più “leggeri”.
Eppure il libro di Moretti riesce a coniugare con indiscussa gradevolezza ed esperienza i due momenti: la riflessione più attenta alle dinamiche sociale e di contesto che affliggono la nostra città, così come allo spaccato umano dei vari protagonisti, con il coinvolgimento del lettore alla vivacità delle loro storie.
Diventano quindi naturali le riflessioni su quali dinamiche possano mai determinare situazioni e motivazioni per le quali tanti napoletani all’estero riescono ad incidere nel tessuto organizzativo cosa che invece, qui a Napoli, altri napoletani altrettanto intraprendenti, non riescono a fare.
Ma la città è unica e di tutti, accomunandosi in una unica immagine con classe dirigente e popolo, determinandone una ingiusta confusione che male si concilia con gli attori delle varie storie, con la loro volontà di inventarsi sempre qualcosa di nuovo oppure di riuscire ad incidere anche nei lavori di quella routine che spesso determina svogliatezza sintomo di trascuratezza e poi di abbandono sempre più frequentemente abbinata all’immagine della città.
Tante le storie di voler rifuggire da quelle facili attrattive esercitate dagli ambienti malavitosi che certamente ben poco hanno a che spartire con la maggioranza dei napoletani accomunati nella medesima immagine; storie dalle quali un insegnante, un barista o uno scienziato che, senza essere “marziani” e “straordinari”, tutti i giorni vincono la personale sfida di normalità e di riuscire nel proprio ruolo e che nulla hanno a che fare con criminalità e spazzatura sempre più facile etichetta di una città e di tutti i suoi abitanti.

Sillabario perugino

Artigiano
Sì, direi che viene quasi normale che con il passare degli anni uno l’artigiano che ha in sé cerchi di tenerselo sempre più stretto, almeno per me funziona così. A volte ho pensato che è perché non so e soprattutto non so fare quasi nulla, altre volte perché sono segno zodiacale Vergine e nei confini di ciò che per me vale amo essere preciso, non darmi scampo, ma questo è, prima mi ci sono abituato, adesso lo coltivo il mio piccolo grande “me” artigiano. Sì, direi che mi piace un sacco mettere qualcosa di me in quello che faccio, mi piace farlo con gioia, mi piace essere contento quando l’ho fatto bene. Dite che in questa Napoli declinante sono destinato a fare la fine di Don Chisciotte? Io dico di no, se “no” è troppo perentorio dico forse, ma aggiungo che a me la fine che fa paura veramente è quella che fa chi si arrende. Scusate ma non mi lego a questa schiera, morrò come Guccini pecora nera.

Assenti
Come a Catania anche a Perugia ho da registrare un assento e una assenta, questa volta però tutti e due giustificati. Trattasi di Irene Preti e di Giovanni Mometto, le due persone con le quali più abbiamo avuto a che fare nella realizzazione della nostra inchiesta sulla scuola abbandonata a Napoli.
Sì, a Perugia mi sono mancati per molte ragioni, la più importante è perché ha funzionato tutto molto bene, ma sì, diciamolo, crepi l’avarizia, è stato un successo e a questo successo loro hanno dato un bel contribuito.
Dite che tutta la <ahref Foundation è stata importante, che dietro le quinte c’è il lavoro di tante altre persone? E io mica lo metto in dubbio, di più, ne sono convinto, soltanto io qui non sto presentando un report sull’attività svolta e non sto neanche facendo la lista della salute modello Tommasino in Natale in Casa Cupiello, sto raccontando di persone, di emozioni e di relazioni, insomma di facce, di occhi, di voci, insomma facciamo così, per questa volta quelle di Irene e Giovanni funzionano come l’aleph, valgono per tutte.

Enrico Pedemonte
Una vita da inviato. Nel suo ultimo libro, Morte e resurrezione dei giornali (Garzanti) racconta il futuro prossimo venturo dell’editoria. Attualmente impegnato nel varo di Il nuovo Paese Sera, la voce di Roma. Leggete qui come se lo immaginano lui ed Enrico Fontana: “Un mensile d’inchiesta, libero e popolare. E un quotidiano on line, continuamente aggiornato e aperto al contributo di associazioni, comitati, cittadini. Da un lato l’approfondimento, la riflessione, lo sguardo attento ai cambiamenti in corso, ai protagonisti della vita sociale, economica e culturale, ai bisogni delle persone e alle risposte delle istituzioni, al ruolo della politica e al funzionamento della pubblica amministrazione. Dall’altro, quartiere per quartiere, tutte le notizie del giorno, gli eventi, gli appuntamenti da non perdere, le informazioni utili per muoversi, divertirsi, fare sport, i blog da seguire, le opinioni da commentare, le iniziative da condividere”.
La sera di venerdì abbiamo potuto chiacchierare un po’ e la mattina del sabato gli ho regalato la copia di Bella Napoli che avevo con me. Spero che lo legga e che almeno un po’ gli piaccia. Punto.

Fausta Slanzi
Giornalista, lavora per la Provincia Autonoma di Trento ed è stata nostra complice per ragioni istituzionali e nostra compagna di chiacchiera, di cena e di viaggio per ragioni di piacere. Il viaggio è stato breve, come a Perugia andare dal centro alla stazione, però lungo abbastanza per raccontarsi delle cose, per conoscersi solo un po’ ma quel poco avverti che ti piace. Sì, quando Cinzia, Alessio and me l’abbiamo salutata ci ha fatto piacere pensare che l’avremmo rivista presto a Napoli.

Freddo
Ebbene sì, ha fatto tanto freddo, direi particolarmente freddo per metà aprile, anche per Perugia. Io ero arrivato attrezzato, se sei segno zodiacale vergine un’occhiata al meteo e alle temperature minime e max gliela dai, magari senza fartene accorgere ma gliela dai. Ma vi assicuro che nella Band c’è chi lo ha sofferto tanto il freddo, nonostante il cuore impavido.

Luca De Biase
Se state pensando che è perché è il presidente che se ne sta qua solo soletto mentre Erla, Giancarlo, Giorgio e Michele stanno assieme da un’altra parte cliccate subito su reset perché siete fuori strada. La verità è che con Luca siamo amici da più o meno 20 anni e sono più o meno 20 anni che sono contento di volergli bene come si vuole bene agli amici veri, quelli che ti mancano uguale se li vedi tre volte in un mese o li vedi una volta sola in tre anni, quelli che va bene così, quelli che nel riassunto delle puntate precedenti c’è sempre un po’ di posto per la parola complicità. Ciò detto, rimane da aggiungere che in questi anni assieme a tante altre abbiamo fatto anche qualche bella cosa assieme. Per esempio nel ’94 abbiamo scritto “Sud e Federalismo”, che per me resta un bel libro, sì, bello, non me ne importa se “ogni scarrafone è bello ‘a mamma soja”, il nostro era, è, bello per il tema, nell’anno di grazia 1994 il federalismo visto da Sud non era cosa di tutti i giorni, e anche per come l’abbiamo raccontato, “modestamente a parte” come avrebbe detto mio padre. E un paio di anni dopo abbiamo messo su, assieme a un altro nostro amico, Rosario Strazzullo, una rivista che la porterò per sempre nel cuore, Austro e Aquilone, dai nomi dei due venti, del Sud e del Nord, che aveva un sottotitolo che era tutto un programma: (tele)comunicazioni tra Napoli e Milano.
Certo che è vero che ha resistito soltanto due anni, 6 numeri, però ci sono passati Pierluigi Bersani, Alberto Bregani, Federico Butera, Carlo Callieri, Antonio Cantaro, Franco Cassano, Anna Cerruti, Sergio Cofferati, Furio Colombo, Bo Dahlbom, Riccardo Dalisi, Biagio De Giovanni, Derrick de Kerckhove, Vincenzo De Luca, Domenico De Masi, Hubert Fexter, Vittorio Foa, Guido Fontanelli, Luigi Frey, Giuseppe Genna, Giuseppe Giulietti, Alberto Leiss, Sebastiano Maffettone, Michele Mezza, Corrado Ocone, Diego Piacentini, Francesco Pinto, Alex Ponti, Andrea Ranieri, Stephan von Stenglin, Umberto Torelli, Bruno Trentin, Salvatore Veca, Alessandro Vezzosi, Federico Ziberna e non sono neanche tutti non so se mi spiego.
E poi con Luca ci siamo acchiappati tra una fatica e l’altra – a proposito, se non avete ancora letto il suo ultimo libro, Cambiare pagina, do it! fatelo! – in tante altre cose che se mi metto a raccontarle tutte questo sillabario perugino diventa un libro e di questi tempi vi assicuro che per quanto mi riguarda non è proprio aria.

Luisa Pronzato
Lei l’abbiamo conosciuta il sabato, a pranzo, dove abbiamo capito che tra le mille cose che fa scrive per La 27esima Ora
. A me aveva detto che si sedeva lì perché voleva parlare con me, invece voleva parlare con Cinzia. Quando ho cercato di scalare di un posto per la serie “provateci voi a mangiare una bistecca con patatine in santa pace con Luisa Pronzato da una parte, Cinzia Massa dall’altra e tu in mezzo” mi ha detto di non fare il maschilista. Quando ho cercato di fare lo scugnizzo dicendole “io non faccio il maschilista, sono maschilista” ha bofonchiato qualcosa tipo “essendo maschio, come poteva essere altrimenti” e ha continuato tranquilla a parlare con Cinzia.
Dite che per questo mi è piaciuta un sacco? Non lo so, l’ho saputo quando ho letto questo
: “Sono, con orgoglio, lo stereotipo della zitella (lascio ad altre i doveri della single). Pasionaria, non rinuncio agli entusiasmi. Fotografo per esercitare occhio e mente e continuare a raccontare. Con le immagini”.

Michele Kettmaier, Erla Mesiti, Giancarlo Sciascia and Giorgio Meletti
Questa voce l’avrei chiamata <ahref Foundation se non fosse che Giorgio non è che lo puoi mettere solo là, e io suoi anni passati al Corriere della Sera?, e quelli di adesso a Il Fatto Quotidiano?, e poi in fondo neanche Michele, Erla e Giancarlo li puoi mettere solo là, e allora diciamo che questa sarebbe la voce “belle cape, belle idee, bella gente”, che poi è l’idea che ci siamo fatti Alessio, Cinzia, Colomba and me di Fondazione Ahref.
Sì, a me Fondazione <Ahref come titolo e Belle cape, belle idee e bella gente come sottotitolo piace molto, definisce un modo di essere e di fare che purtroppo si fa una certa fatica a incontrare nel nostro bel Paese, il modo di essere e di fare di chi lavora con entusiasmo, di chi è attento al dettaglio, di chi insomma ha cura delle cose che pensa e che fa, del modo in cui le fa, delle persone con cui le fa.
Sì, ad Alessio, Cinzia and me tutto questo ci è piaciuto molto, perché noi in fondo eravamo arrivati da poco e invece ci siamo sentiti come se fossimo stati con loro da sempre. È come nella Napoli bella quando qualcuno prende il caffè e ne paga anche un altro, il “sospeso”, per l’avventore sconosciuto che presto o tardi passerà. Con un piccolo gesto si dà senso alla relazione con l’altro e noi a Fondazione Ahref abbiamo trovato senso, connessioni, amicizia, e non è poco, no che non è poco non è poco.

Panini
Panini non nel senso delle figurine, nel senso proprio dei panini, quelli che ha comprato Cinzia appena arrivata a Termini mentre lei e Alessio aspettavano me che arrivassi dalla Fondazione e l’Eurostar che arrivasse sul binario.
Noi eravamo 3, i panini che abbiamo mangiato sono stati 4 ma chi ne ha mangiati 2 non ve lo dico, vi dico invece che faccio sempre così, prima mi arrabbio fino a diventare esagitato quando Cinzia mi dice che per me ne prende 2 della serie “che devo fare con questi panini assurdi che vendono alla stazione prendine 1 che basta e avanza”, poi mangio il mio di panino e poi anche il suo che se lei ne non ne avesse comprati 4 a prescindere sarebbe rimasta senza. Dite che sono impossibile? Vero. Ma solo in parte. Per un altra parte è un gioco, sì, funziona proprio come nella vita.

Piedi
I piedi in questione sono quelli dell’intrepida Erla, sì, proprio lei, Erla Mesiti, che è arrivata in versione estiva nella Perugia dominata dal freddo e dal vento, comprese le scarpe aperte, se ricordo bene delle ballerine, e piedi rigorosamente nudi. Posso dire che ho ammirato non solo la resistenza dell’intrepida fanciulla ma anche il suo amor proprio quando si è rifiutata di indossare i calzini che il prode Giancarlo le aveva offerto per dare ricovero ai suoi piedini gelati? Proprio così, della serie “io quelle calze lì a righe orizzontali non le metto, piuttosto mi tengo il freddo”. Certo che ci vuole coraggio, io nella sua situazione mi sarei messa anche le calze di Pippi calzelunghe, le mutande di lana del nonno quelle no, vabbé diciamo soltanto se ce ne fosse stato davvero bisogno.

Team Moretti
La definizione non è mia, è di Alessio Strazzullo, che forse per dare una soluzione postuma alla mia risposta impacciata a una domanda di Luisa, “come vi chiamate?”, ha scritto a un certo punto sul suo blog
: “noi del Team Moretti un nome ancora non ce l’abbiamo, e al momento preferiamo non pensarci troppo su”.
Confesso che all’inizio quel “un nome ancora non ce l’abbiamo”, con il suo evidente, diciamo pure incombente, riferimento al momento in cui dovremo averlo, mi ha procurato una notevole angoscia, poi per genio e per caso sul display del mio iPod è apparso “Un’ora sola ti vorrei, Mario Musella e Gli Showmen” e il mio daimon made in Secondigliano mi ha suggerito immediatamente “La scuola abbandonata a Napoli, Vincenzo Moretti e i Citizen Reporter”.
Adesso che vi ho fatto capire come sono ridotto posso aggiungere che Cinzia Massa, Colomba Punzo e Alessio Strazzullo sono stati dei compagni di inchiesta semplicemente straordinari e mi fermo qui perché altrimenti la cosa diventa sdolcinata e non va bene, anche perché non si può riposare sugli allori, meglio cercare di migliorarsi sempre, vedere cosa e come si poteva fare meglio, su su, che ci sono ancora un sacco di cose da fare.

Timu
Timu è la piattaforma che Fondazione <Ahref sta approntando per permettere ai cittadini reporter di fare informazione di qualità. Nel frattempo che aspettate potete fare due cose: inserire il vostro indirizzo elettronico per essere contattati non appena la piattaforma sarà disponibile per il pubblico; vedere come procede La scuola abbandonata, la prima grande inchiesta promossa su Timu che affronta per l’appunto il tema della disperisone scolastica nel nostro paese.

Lettera su Bella Napoli

Ciao Vincenzo,
non so se ti ricordi di me perché è passato un po’ di tempo dalla piacevolissima discussione fatta insieme ai nostri ragazzi al bar di Piazza Vanvitelli.
Ti scrivo perché, reduce dalla lettura del tuo ultimo lavoro, volevo trasmetterti la mia gratitudine per le emozioni e le idee che ha catalizzato.
Le emozioni, per le magnifiche storie di persone che sento più che mai vicine e che so non essere delle eccezioni. Si sono inserite in un momento della mia vita in cui, tra mille dubbi e lacerazioni, sto chiedendo alla mia azienda di rimandarmi a Napoli dopo ventisette anni qui a Berlino. So per certo che tra le mille difficoltà che ciò potrà comportare ci sono almeno due buoni motivi per farlo, avvicinarmi ai miei due figli e ritrovare le dodici (cento, mille) persone di Bella Napoli.
Le idee. Qui la faccenda si complica. Sai quella sensazione che si prova quando senti di essere vicino a qualcosa, qualche concetto, ma non riesci ad esprimerlo in maniera chiara. Emergono frammenti da organizzare in un disegno.
Le singolarità che Napoli riesce ad esprimere sono enormi; alcune persone, nel fare quello che fanno, nel lavoro come nella vita, ci mettono quel qualcosa in più che gli viene dall’essere nate e vissute li. Un mix incredibile di fantasia, passione, capacità, spirito di sopravvivenza e amore. Ma tutto ciò nasce dal caos, dal disordine e produce effetti mediamente bassi lasciati nel contesto che li ha generati, talvolta eccellenti se inseriti in un contesto organizzato.
In altri paesi e culture prima si definisce l’obiettivo, poi se ne fa un progetto, si organizzano i processi e poi si chiamano le persone che meglio si attagliano ai rispettivi ruoli. Quindi tutti si sentono a proprio agio, danno il meglio e faticano meno. Ma chi nasce in questa organizzazione delle vita non ha nessuna necessità di sviluppare capacità in più. Questo concetto è un po’ la trasposizione sociologica dei quanto espresso ne “il caso e la necessità” di J. Monod per la biologia. E quindi? Non so di preciso … Ma se provassimo a fregare il meccanismo?
Una volta nel mio lavoro mi è capitato di “fregare il Sistema” per riuscire a realizzare un progetto che altrimenti mi sarebbe stato negato. Non mi sarebbe venuto dietro nessuno se fosse stato esplicito; ho dovuto agire nei meandri dell’organizzazione per creare una cosa in sordina e poi dare la visibilità una volta che la cosa ha avuto successo. Se non avessi fatto in quesot modo l’nvidia, la prevalenza dell’interesse personale rispetto a quello del team, chiusura mentale, ne avrebbero impedito la realizzazione così come successo mille altre volte in mille altre realtà.
La cosa fu paradossale ma estremamente educativa; forse si potrebbe cercare di fare lo stesso, ma a Napoli i Sistemi da fregare sono almeno due: il Sistema sociale e quello politico-malavitoso.
Per il primo bisognerebbe lasciare che le singolarità continuino a svilupparsi per effetto del processo naturale ed ambientale della città, per poi inserirle in un meccanismo virtuoso di interazione con altre culture, con un progetto di sviluppo organizzato ma non palese: una sorta di incubatore interculturale che si aggreghi intorno alle nostre singolarità (pensa gente che viene a Napoli da ogni parte del mondo per creare cose e fatti nuovi). Mi viene in mente quello che fa la natura con i sistemi, agendo in modo da massimizzare l’entropia. L’uomo con la sua opera agisce mettendo ordine, quindi abbassando l’entropia, ma è solo questione di tempo e la natura si impone creando disordine, quindi aumento di entropia. Se i nostri concittadini li trapiantiamo altrove, in un sistema organizzato, tempo una generazione e diventano come gli altri. Se li lasciamo “fermentare” nello stesso brodo culturale  che li ha generati e li mettiamo a contatto con altri magari si sviluppano bacini di eccellenza. Bisogna ragionarci ma non è impossibile.
Per il secondo non saprei come fare ma bisognerebbe evitare che politica e malavita si accorgano che Napoli ed i napoletani possono cambiare la realtà delle cose e creare sviluppo altrimenti è fatale che il tutto viene bloccato. D’altra parte sono consapevole che il potere economico è esattamente in quelle mani e quindi ogni cosa passa da li. Ma continua a venirmi in mente la mia esperienza di prima: io i soldi me li sono fatti dare dall’azienda ma non si sono accorti di cosa stavo facendo fino in fondo; dopo, a cosa fatta, sapessi in quanti sono stati pronti a prendersene merito.
I soldi, anche se non molti, sono certo che circolano e tra fondi della comunità e quelli di investitori privati potrebbero essere sufficienti a lanciare il “modello fantasma ad entropia massima”, per provarne l’efficacia o quanto meno la possibilità.
Mi scuso per le mie farneticazioni ma te le ho trasferite tal quali mi sono venute in mente leggendo il libro e ti ringrazio ancora molto per ciò che rappresenta questo tuo lavoro.
Un abbraccio.
Federico P.

Lettera su Bella Napoli

Ciao Vincenzo,
non so se ti ricordi di me perché è passato un po’ di tempo dalla piacevolissima discussione fatta insieme ai nostri ragazzi al bar di Piazza Vanvitelli.
Ti scrivo perché, reduce dalla lettura del tuo ultimo lavoro, volevo trasmetterti la mia gratitudine per le emozioni e le idee che ha catalizzato.
Le emozioni, per le magnifiche storie di persone che sento più che mai vicine e che so non essere delle eccezioni. Si sono inserite in un momento della mia vita in cui, tra mille dubbi e lacerazioni, sto chiedendo alla mia azienda di rimandarmi a Napoli dopo ventisette anni qui a Berlino. So per certo che tra le mille difficoltà che ciò potrà comportare ci sono almeno due buoni motivi per farlo, avvicinarmi ai miei due figli e ritrovare le dodici (cento, mille) persone di Bella Napoli.
Le idee. Qui la faccenda si complica. Sai quella sensazione che si prova quando senti di essere vicino a qualcosa, qualche concetto, ma non riesci ad esprimerlo in maniera chiara. Emergono frammenti da organizzare in un disegno.
Le singolarità che Napoli riesce ad esprimere sono enormi; alcune persone, nel fare quello che fanno, nel lavoro come nella vita, ci mettono quel qualcosa in più che gli viene dall’essere nate e vissute li. Un mix incredibile di fantasia, passione, capacità, spirito di sopravvivenza e amore. Ma tutto ciò nasce dal caos, dal disordine e produce effetti mediamente bassi lasciati nel contesto che li ha generati, talvolta eccellenti se inseriti in un contesto organizzato.
In altri paesi e culture prima si definisce l’obiettivo, poi se ne fa un progetto, si organizzano i processi e poi si chiamano le persone che meglio si attagliano ai rispettivi ruoli. Quindi tutti si sentono a proprio agio, danno il meglio e faticano meno. Ma chi nasce in questa organizzazione delle vita non ha nessuna necessità di sviluppare capacità in più. Questo concetto è un po’ la trasposizione sociologica dei quanto espresso ne “il caso e la necessità” di J. Monod per la biologia. E quindi? Non so di preciso … Ma se provassimo a fregare il meccanismo?
Una volta nel mio lavoro mi è capitato di “fregare il Sistema” per riuscire a realizzare un progetto che altrimenti mi sarebbe stato negato. Non mi sarebbe venuto dietro nessuno se fosse stato esplicito; ho dovuto agire nei meandri dell’organizzazione per creare una cosa in sordina e poi dare la visibilità una volta che la cosa ha avuto successo. Se non avessi fatto in quesot modo l’nvidia, la prevalenza dell’interesse personale rispetto a quello del team, chiusura mentale, ne avrebbero impedito la realizzazione così come successo mille altre volte in mille altre realtà.
La cosa fu paradossale ma estremamente educativa; forse si potrebbe cercare di fare lo stesso, ma a Napoli i Sistemi da fregare sono almeno due: il Sistema sociale e quello politico-malavitoso.
Per il primo bisognerebbe lasciare che le singolarità continuino a svilupparsi per effetto del processo naturale ed ambientale della città, per poi inserirle in un meccanismo virtuoso di interazione con altre culture, con un progetto di sviluppo organizzato ma non palese: una sorta di incubatore interculturale che si aggreghi intorno alle nostre singolarità (pensa gente che viene a Napoli da ogni parte del mondo per creare cose e fatti nuovi). Mi viene in mente quello che fa la natura con i sistemi, agendo in modo da massimizzare l’entropia. L’uomo con la sua opera agisce mettendo ordine, quindi abbassando l’entropia, ma è solo questione di tempo e la natura si impone creando disordine, quindi aumento di entropia. Se i nostri concittadini li trapiantiamo altrove, in un sistema organizzato, tempo una generazione e diventano come gli altri. Se li lasciamo “fermentare” nello stesso brodo culturale che li ha generati e li mettiamo a contatto con altri magari si sviluppano bacini di eccellenza. Bisogna ragionarci ma non è impossibile.
Per il secondo non saprei come fare ma bisognerebbe evitare che politica e malavita si accorgano che Napoli ed i napoletani possono cambiare la realtà delle cose e creare sviluppo altrimenti è fatale che il tutto viene bloccato. D’altra parte sono consapevole che il potere economico è esattamente in quelle mani e quindi ogni cosa passa da li. Ma continua a venirmi in mente la mia esperienza di prima: io i soldi me li sono fatti dare dall’azienda ma non si sono accorti di cosa stavo facendo fino in fondo; dopo, a cosa fatta, sapessi in quanti sono stati pronti a prendersene merito.
I soldi, anche se non molti, sono certo che circolano e tra fondi della comunità e quelli di investitori privati potrebbero essere sufficienti a lanciare il “modello fantasma ad entropia massima”, per provarne l’efficacia o quanto meno la possibilità.
Mi scuso per le mie farneticazioni ma te le ho trasferite tal quali mi sono venute in mente leggendo il libro e ti ringrazio ancora molto per ciò che rappresenta questo tuo lavoro.
Un abbraccio.
Federico P.

La Bella Napoli di Irma Saccone

Gentile Professore,
sono quella signora dai capelli bianchi che lei incontrò alla libreria Feltrinelli di piazza dei martiri, con cui scambiò poche parole e a cui diede in omaggio il suo libro “Bella Napoli” chiedendo semplicemente che venisse letto. L’ho letto con attenzione e la prima espressione che mi è venuta alle labbra è stata: “Finalmente una boccata d’aria pura”. Sì, perchè leggere di Napoli, attraverso storie di lotte e conquiste personali di giovani napoletani, restituisce quel senso di orgoglio di appartenenza a questa nostra terra napoletana di cui si evidenziano spesso e soltanto- purtroppo spesso a ragione- i tanti aspetti negativi. E mi vado dicendo che questo libro dovrebbe circolare sopratutto fra i giovani per lo più delusi dalle poche o assenti aspettative di lavoro. Certamente ne trarrebbero motivo d’incoraggiamento, di ottimismo. Ed io mi adopererò, per quanto mi sarà possibile, di proporre la lettura del suo libro a giovani e ad adulti: a proposito mi è capitato di parlarne con la prof. M. S., che insegna anch’ella alla Università di Salerno. Siamo amiche e -i casi strani della vita- si metterà a contatto con lei, sempre a proposito del libro, che io le avevo mostrato in un incontro a casa mia.
Ora mi permetto di suggerirle quanto già suo figlio Luca benevolmente gli fa notare: raccontare, narrare in prima persona.La sua nota introduttiva “benvenuti a Bella Napoli” è stata, per me, una delle più belle pagine del  libro, comprese la prefazione e la postfazione, e per la forma e per il contenuto. Non mi dilungo oltre, sono solo un’accanita lettrice. Con tanti auguri.
Irma Saccone

Elogio dell’uomo artigiano

L’importante è capire

New York, 1962. Richard Sennett ricorda il gran freddo, l’incontro con Hanna Arendt, il calore con cui la sua maestra afferma che “le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno”, si accontentano di scoprire “come” farle, rinunciano a chiedersi “perché” (Sennett, 2008). Era accaduto con la bomba atomica, come confermerà Robert Oppenheimer, leader degli scienziati impegnati a Los Alamos; rischiava di accadere ancora, con la crisi dei missili a Cuba e il mondo alle prese con l’incubo di una nuova guerra.

Non ricordo se l’autunno a Napoli fu particolarmente freddo, conservo invece memoria di quello strano miscuglio fatto di incredulità e angoscia che accompagnava le nostre sere. A Secondigliano, a quel tempo, papà, mamma, io e Antonio, mio fratello, vivevamo in una stanza grande con angolo cucina e bagno sulla destra, di fianco al balcone che affacciava sullo stadio e una domenica si e una no si affollava di sedie e di amici, giusto il tempo della partita, campionato Promozione, al posto del biglietto il caffè, lungo, offerto dalla premiata ditta Moretti.

Ricordo che papà aveva comprato da poco il Telefunken, schermo bombato, bianco e nero e la sera l’intero caseggiato si riuniva per ascoltare, sperare, pregare per la pace nel mondo con Papa Giovanni XXIII, anche se noi non è che fossimo proprio credenti, almeno non nel senso impegnativo della parola.

Il lavoro, la missione, la nazione

Tokyo 2007. L’occasione del nuovo viaggio in Giappone mi viene data dall’indagine sull’organizzazione della scienza al Riken, uno dei più importanti istituti di ricerca del mondo. Sarà Angelo Volpi, al tempo responsabile Scienze e Tecnologie dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, a raccontarmi che in Giappone “non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare, lavorare con impegno vuol dire condividere una missione, quella stessa che fa grande la nazione” (Moretti, 2008). Due domeniche dopo, quando scendo per la passeggiata e trovo nel cortile una trentina di volontari di ogni età pronti a pulire prati e strade del Riken non mi sorprendo, così come non mi ero sorpreso il sabato precedente a Odaiba quando salendo le scale che conducono al palazzo della Fuji Tv ero stato rapito dalla cura con cui l’uomo in divisa lucidava i corrimano. Quando io e mio figlio Luca, assistente, interprete, compagno di viaggio, ritorniamo a casa, ci scopriamo vittime di una sorta di jet lag sociale: Napoli è sempre Napoli, Sorrento, Capri e Posillipo visti da casa continuano a sembrarci incantevoli, eppure abbiamo l’impressione di vivere all’incontrario, ci vorrà un po’ per tornare “normali”.

Bella Napoli, bella Tokyo

Napoli 2011. Come sempre più spesso mi accade l’idea di raccontare la città attraverso le storie di persone diverse per età, lavoro, quartiere e però accomunate dall’amore per il loro lavoro è nata per caso, mi ci sono prima abituato e poi entusiasmato, neanche l’uscita del libro basta a fermarmi, continuo a cercare dignità e passione per il lavoro nelle persone che incontro. Nell’ultimo mese ho intervistato Salvatore, dipendente dell’azienda di trasporto locale; Rosa, estetista che ha trovato la sua strada a San Casciano Terme; Lelio, paroliere, musicista, leader dei JFK e La Sua Bella Bionda che il suo spartito lo ha cercato invece tra Londra, Parigi e Napoli; Renato, maestro di chitarra con tanto di laurea al conservatorio, sommelier, lavoratore in scadenza di contratto al museo di arte moderna, laurea magistrale in lingue a un passo, un napoletano che parla inglese, francese, giapponese e russo.

Salvatore dice che solo chi ha fatto la gavetta può capire veramente quanto sia importante il lavoro e perché bisogna rispettarlo, farlo bene, con responsabilità, senza cercare alibi nelle mille cose che non funzionano come dovrebbero. Io non penso sia così, però quando ho scritto su Facebook che un giorno svelerò la differenza tra quelli che sono cresciuti mangiando la zuppa di latte con il pane e quelli che invece la zuppa la fanno con i biscotti un po’ sono stato contento dello scompiglio che si è creato.

Silvio Piersanti mi riporta a Tokyo, racconta su Repubblica di sua moglie Kyoko e di suo figlio Tomoyuki alle prese con il grande terremoto, racconta di Buon’Italia, il negozio dove Kyoko vende olio e miele e altri prodotti italiani, dello psicotsunami che sta sconvolgendo la sua vita, di Kyoko che gli dice “sono sfinita, ma sento la profonda soddisfazione di aver fatto tutto quello che era necessario per me, per la mia famiglia, per il mio lavoro, per il mio Paese. Se ognuno di noi farà la sua piccola parte, riemergeremo anche questa volta”.

Con la testa e con le mani

New York 1962, Tokyo 2007, Napoli 2011, mezzo secolo, tre metropoli e il valore del lavoro. Il lavoro come dignità, come rispetto, come cultura materiale, come voglia di fare le cose per bene perché è così che si fa, come capacità di tenere assieme, nel processo del fare, testa e mani.

Lavoro “in sé” e lavoro “per sé”

Ma esiste ancora questo lavoro di cui parli tu? Maria, 27 anni due giorni prima del prossimo Natale, la questione la prende come avrebbe fatto mio padre, “di faccia”. Il tuo libro è bello – mi dice –, ma ci sono alcune storie, ad esempio quella di Giovanna, la lavoratrice del call center, che si fa fatica a considerare vere. Guarda che io l’ho fatto per un anno e mezzo quel mestiere lì – aggiunge -, e ti garantisco che è un lavoro assurdo, alienante, spersonalizzante, altro che l’apologia del sorriso telefonico. Avrei potuto rispondere che è tutto vero, che basta ascoltare la registrazione per rendersene conto, che di quella storia lì mi è dispiaciuto di non aver registrato il video, che il fatto è che nascere e crescere a via Chiaja è una cosa, al rione Luzzati è un’altra. Sì, avrei potuto farlo, non l’ho fatto. Le ho detto solo che il lavoro di cui racconto io non è il lavoro “in sé”, che da quel punto di vista come darle torto, è il lavoro “per sé”, che insomma quello che cerco io è l’approccio dell’artigiano, quello che ti fa provare soddisfazione nel fare bene una cosa “a prescindere”, qualunque essa sia, pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e fagioli. Sì, gli ho detto che sono un uomo in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella “cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”, come diceva Josephine Baker.

Si può fare, si fa

Non so se cerco l’impossibile, penso di no, perché altrimenti Kyoko non avrebbe detto “mi rimbocco le maniche e comincio a spingere fuori del negozio la melma [… di vino e miele …] che copre il pavimento. L’indomani mattina Buon’Italia è aperta”; Sennett non avrebbe scritto che “l’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno”; Renato non avrebbe definito il suo lavoro di maestro di chitarra come “l’umiltà con la quale cerchi di trasmettere qualcosa”, come “il calore che riesci a fare quando fai qualcosa”.

Certo che poi ci vuole equilibrio tra contributi, ciò che il lavoratore dà all’organizzazione, e incentivi, ciò che l’organizzazione dà al lavoratore (Barnard, 1970); certo che il dirigismo e la competitività senza qualità indeboliscono la motivazione e rendono tutto più difficile, in fondo militiamo nel sindacato, ci iscriviamo alla Cgil, anche per superare queste difficoltà; certo che aiuterebbe la presenza di uomini come Adriano Olivetti, che pensava che le sue fabbriche, i suoi negozi, le sue macchine da scrivere, dovessero racchiudere tutta la bellezza e la tecnologia possibile, o come Enzo Ferrari, che intorno alle auto da corsa inventò il mito che il mondo ci invidia; certo che la ricerca del meglio si riferisce all’approccio e non ai risultati dato che siamo persone a razionalità limitata (March, 2002). Rimane il dato di fondo, il bisogno di un ribaltamento culturale, l’urgenza di spostare l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore dei soldi al valore della conoscenza, del sapere, del saper fare.

Fare è pensare

In questi tempi un po’ così si fa fatica a vederlo, ma il lavoro è anche un valore, un bisogno in sé, uno strumento importante per organizzare la propria vita in un sistema di relazioni riconosciute, per soddisfare le proprie aspettative di futuro, per contribuire a creare ricchezza a livello non soltanto economico ma anche sociale. Attraverso il lavoro, il sapere, il saper fare possiamo cercare, in una pluralità di ambiti e di circostanze, di vivere vite più degne di essere vissute. Si, secondo me ha ragione Sennett, fare è pensare. In fondo solo se ci pensi puoi amare veramente ciò che fai.

La Bella Napoli di Concetta Tigano

Ho finito di leggere Bella Napoli già da un po’, volevo pensarci, molte belle cose sono già state dette e le condivido tutte, è un libro diverso da quelli che ho letto finora, questa raccolta di storie mi è piaciuta molto.
Le esperienze di lavoro raccontate con il cuore in mano, in prima persona, con amore, hanno, secondo me, un filo che le unisce, anzi due.
In ogni storia ci sono due costanti: l’intelligenza dei protagonisti ,unita al carattere, e una persona che riconosce potenzialità e che aiuta a volare alto.
A questo proposito, mi chiedo se oggi, con i test di ingresso universitari “selvaggi”, alcuni talenti sarebbero emersi.
Il famoso “diritto allo studio” mi sembra calpestato,  i ragazzi hanno tempi tutti strampalati, adesso più che mai, può capitare  di capire tardi qual è la propria strada, e di persone , anzi e di maestri, ce ne sono sempre meno, pochi fanno “squadra”, anzi molti si circondano di imbecilli per non sfigurare, con quel poco che hanno.
Un’altra cosa che è piaciuta è la finta locazione delle storie, è vero, sono tutte persone di Napoli e dintorni, ma  gente così, per fortuna,  è dappertutto, è la parte migliore del nostro paese, mal rappresentata purtroppo.
I protagonisti, che sembrano seduti lì a raccontarti, testimoniano che si può, che è possibile, che bisogna lottare e credere in quello che si fa, in ogni storia c’è passione, impegno, ma quello che mi ha colpito c’è gioia e mai disperazione.
Non c’entra granchè, ma voglio raccontarlo qui lo stesso,  sabato ero in macchina con mia madre, avevo messo un CD intitolato Bella Napoli, non è un caso, mia madre canticchia qualche strofa e poi mi dice “Un popolo capace di scrivere e cantare queste canzoni così belle, non se lo merita di essere sfruttato e derubato dalla camorra”.
Ho pensato “ Ci giurerei! A Vincenzo piacerebbe intervistarla!”

Spettatori, dunque complici

Vi ricordate Per un pugno di dollari? La parte in cui Joe (Clint Eastwood) dice a Silvanito (Enzo Petito) “I Baxter da una parte, i Rojo dall’altra e io nel mezzo?”. E se provassimo a fare lo stesso gioco?
Da una parte Honoré de Balzàc (La Commedia Umana), l’idea che è la società che fa gli uomini diversi “a seconda dell’ambiente dove si svolge la sua attività”. Dall’altra James Hillman (Il codice dell’anima), l’idea che sia invece il daimon, la ghianda, a determinare sin dalla nascita la nostra essenza, il carattere, a indicarci la strada, a determinare le scelte che facciamo. In mezzo noi, che modestamente suggeriamo che contrapporre daimon e struttura, individuo e società, non è necessariamente una buona idea; che una società meno ingiusta, che favorisce l’abilitazione di diversi prospetti e ideali di vita, che sostiene coloro che si trovano senza averne colpa ad essere svantaggiati, è anche una società meno esposta a fenomeni di anomia, di perdita di identità e di ruolo sia delle persone che delle strutture.

L’idea è insomma che il vero antidoto all’impoverimento democratico sia nell’esercizio consapevole della responsabilità da parte di ciascun cittadino
e che oggi è quanto mai decisiva la voglia e capacità di non rinunciare a esercitarla, questa responsabilità.  Sì, non è obbligatorio rassegnarsi. In democrazia esiste per definizione un’ulteriore possibilità. Ad esempio quella che ci consente di mettere in campo con altri, idee, comportamenti, azioni in grado di cambiare le cose. Quella che ci fa ritenere affascinanti le sfide nelle quali ci scopriamo impegnati e ci fa sentire impellente il bisogno di vincerle. In fondo è così che si conquista la democrazia, la si merita, giorno dopo giorno: partecipando, schierandosi, assumendosi l’onere di rendere esplicito, e dunque criticabile, il proprio punto di vista.

Erich Fromm ha scritto che “il problema non è che la gente si occupa troppo del suo interesse, ma che non si occupa abbastanza dell’interesse del suo vero io; il fatto non è che siamo troppo egoisti, è che non amiamo noi stessi” (Etica e psicanalisi).
È accaduto più volte nel corso della nostra storia, troppo spesso abbiamo tentato di perseguire il nostro interesse senza amare noi stessi e, dunque, senza amare le nostre città e la nostra Nazione. Tra un po’ si vota su e giù per l’Italia, chissà se ci ricorderemo di non fare lo stesso errore. Buona partecipazione.

Bella Napoli, bei napoletani

Dichiaro due conflitti di interesse e una minaccia. E’ meglio dichiararlo subito, bisognerà pure distinguersi da omini e omuncoli che popolano il Belpaese.
Uno. Stefano Iucci, l’autore dell’articolo che potete leggere qualche riga più sotto, è mio amico.
Due. E’ anche il vice presidente della Ediesse, che come sapete è la casa editrice del mio cuore.
Una. l’articolo glielo ho praticamente estorto, lui mi aveva chiesto 8 mila battute per un articolo sul lavoro da pubblicare sul numero speciale di Rassegna in uscita per il Primo Maggio, io dopo aver cercato di dirgli di no (è un periodo che non capisco niente tanto sono le cose che sono in cantiere) ho ceduto in cambio di 2 mila battute su Bella Napoli. Adesso poi le conto, che non sono certo che siano proprio 2 mila, ma comunque le ha scritte, e secondo me sono belle.
Dichiarato quello che dovevo dichiarare posso dire che sono straordinariamente grato a Stefano che mi ha costretto a scrivere questo articolo che si intitola Elogio dell’uomo artigiano e mi piace anche un sacco (non dite che non sta a me dirlo perché non ho detto che è bello ma soltanto che a me piace)? Posso aggiungere che mi sarei pentito amaramente di non non aver accettato la sua proposta per manifesto ottundimento della ragione derivante da overstress? Che  considero davvero un onore il fatto di essere uno degli autori del numero speciale del Primo Maggio della rivista della mia cara Cgil? Io l’ho detto, se ci riuscite provate voi a cancellarlo. Non prima però di aver letto il commento di Stefano a Bella Napoli.
Buona lettura.

Bella Napoli, bei napoletani
di Stefano Iucci

Che Napoli sia bella credo che nessuno dotato di senno potrebbe negarlo.
Napoli è bella non solo per il Golfo, i vicoli e i musei. Napoli è bella per tanta gente comune – tanti giovani anche – che a fari spenti si prende la briga di condurre una vita onesta e umanamente produttiva in una città in cui farlo non è sempre così semplice e che, anzi, una certa retorica stantia ma mai completamente esaurita definisce bella proprio in quanto maledetta, impossibile, feroce eccetera eccetera.
Francesco, Emma, Angelo, Giovanna (cito i primi nomi che compaiono nell’indice) sono solo una parte di questo esercito di volonterosi che coltiva la dignità del proprio lavoro, l’umiltà strenue e mai sottomessa di svolgere con dignità il compito che il destino, le circostanze e il talento (generalmente tutti e tre ben mescolati) hanno assegnato loro.
E la raccontano, questa loro vita, a Vincenzo Moretti che nel suo Bella Napoli, Storie di lavoro, di passione e di rispetto (Ediesse 2011) fa un po’ come i rabdomanti: cerca, esplora e alla fine trova (perché i veri ricercatori trovano sempre…), proponendo una “retorica” (intesa nell’accezione classica) di segno opposto. Quella dell’artigiano, di chi fa le “cose perbene perché è così che si deve fare”, come scrive lo stesso autore.
Sembra poco ma è tutto. Non supereroi, dunque, ma artigiani: un’indicazione precisa per i giovani e la loro voglia di giocarsi a carte scoperte il proprio futuro.

La Bella Napoli di Mariagiovanna Ferrante

Io non sono una Napoletana. Nel senso che non sono nata a Napoli. Ma posso affermare con certezza di essere innamorata di questa città, dalla quale mi sento figlia adottiva da un po’di anni a questa parte, grazie alle esperienze-di studio, di lavoro e di svago-che mi hanno permesso e mi permettono di viverla in modo piuttosto intenso, nel bene e nel male. Ho studiato a Napoli, e da studentessa ho iniziato a respirare l’“aria della città”, trattenendomi spesso nella zona del Centro alla scoperta di stradine e piazze.
Il mio stato di insegnante precaria mi ha portato nei licei napoletani, mentre i vari corsi di improvvisazione teatrale e di tango mi hanno permesso di conoscere la Partenope notturna, con il suo frastuono, ma anche con i suoi silenzi, a volte inquietanti.
In questo senso, mi viene in mente un elenco alla maniera di “Vieni via con me”: in esso potrei inserire, tra i motivi per andar via, la camorra, la microcriminalità, la munnezza, il traffico, le auto in doppia fila, il lavoro nero, la disoccupazione.
E se mi limitassi alla pars destruens potrei restare prigioniera dei consolidati clichè che fanno di Napoli una città suicida, priva di voglia di riscatto e vittimista.
Ma poi ho la possibilità di elencare i motivi per restare. E oltre al mare, al sole e ‘o mandulino, ho la certezza che i motivi per restare sono tanti, come ho potuto constatare leggendo un bel libro, che è quello di Vincenzo Moretti. Ho comprato il volume più di un mese fa, in occasione della sua presentazione alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri.
Ricordo che pioveva a dirotto e che non potevo aprire l’ombrello a causa del vento: sono arrivata in libreria fradicia di pioggia, ma giusto in tempo per assistere all’incontro con l’autore.
Una bella presentazione, priva di retorica e trasudante entusiasmo, grazie alla quale il libro è giunto tra le mie mani.
Un bel titolo, BellaNapoli: a dirla tutta, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata l’associazione con una pizza fumante, con doppia mozzarella di bufala, olio extravergine e basilico…
E in effetti, leggendo il libro, credo di aver vissuto questa avventura sinestetica, perché quello che mi è rimasto, dopo l’ultima pagina, è stato un buon sapore. Un sapore di sincera voglia di vivere e di amare questa città. Soprattutto, di lavorare, e di farlo senza imbrogliare, senza farsi raccomandare e senza prendersela col destino se le cose non vanno per il verso giusto: è quello che fanno dodici persone normalissime, e nel contempo eccezionali nella loro normalità. Che abbiano una laurea in tasca o no, non fa differenza: queste dodici persone raccontano, nella semplice complessità di un racconto di vita, cosa significhi svegliarsi la mattina e andare a insegnare in una scuola di periferia, o inseguire un contratto a termine, o essere costretti a reinventarsi dopo aver svolto per diversi anni sempre le stesse mansioni.
Ecco che mi viene in mente un’altra cosa: la canzone di Caparezza, Eroe. Il tono non è certo quello del cantante pugliese, però ogni volta che sono giunta al termine della lettura di una vita, mi è sembrato di sentire le parole “straordinario tutte le sere”. Forse è anche per questo che ho impiegato più tempo del solito per finire il libro, un po’ come mi è capitato per Uno, doje, tre e quattro: in questo testo, come nel precedente, non si può leggere una sola riga senza riflettere, senza provare un moto dell’anima. Per questo motivo, la mente si scopre piacevolmente stanca alla fine di una tranche de vie dal momento che ha vissuto empaticamente lo stesso percorso della voce narrante, provando le sue stesse emozioni, dalla frustrazione, alla riscoperta di sé e delle proprie capacità, alla soddisfazione di dire a se stessi e agli altri: “Ce l’ho fatta”…
Emma, Angelo, Francesco, Beppe … sono tutti straordinari questi personaggi, che non “sopravvivono al mestiere”, ma lo vivono. E lo amano, perché amano farlo in questa città.
Vincenzo Moretti è riuscito molto bene a trasmettere tutto questo, senza vuote apologie e senza ricorrere a luoghi comuni. Che ami Napoli, non si percepisce semplicemente, si sente. E poiché la ama, incondizionatamente, riesce a trasmettere questa onda emotiva anche a chi legge questa sua “antologia” di esistenze. Non è un caso, poi, che il libro si chiuda con la storia di Beppe, artigiano, musicista, pensatore, che scrive: “Se la guardi in maniera distratta, la foglia oro è solo una metodologia per rivestire un oggetto in oro. Ma se la guardi con gli occhi giusti…è il risultato finale…di un lavoro minuzioso portato avanti fino all’ultimo come deve essere portato avanti, cioè con pazienza, con meticolosità, con maestria e soprattutto, ma sì, adesso dico la parola giusta, con amore”.
Penso che in queste parole ci sia tutto il senso del libro. Vincenzo vuole insegnare, in questo libro, che “forseforse” vale la pena di restare e di darsi da fare. E auguro a questo libro di capitare nelle mani di tante, tantissime persone, e magari anche in quelle dei candidati alle prossime amministrative. Perché Napoli possa essere conosciuta non solo e non più come terra di camorra e di munnezza, ma come città di Persone e di rispetto.

Aeroporto Bella Napoli

di Giuseppe Giordano

Gli aeroporti sembrano tutti uguali, sia quando li attraversi di corsa, sia quando ti soffermi a guardare le vetrine esagerate di luci che non appartengono alla città e ricche di souvenir che poco o nulla hanno a che vedere con la memoria del viaggio.
Sì che il mio viaggio non era ancora cominciato e mi sono ritrovato a Capodichino in uno strano percorso, costretto ad attraversare un incrocio di negozi a scaffale aperto, mentre cercavo di raggiungere il varco d’imbarco.
Quasi a venirti incontro e a cercare di trattenerti, prima di lasciarti andare, partire.
Ma il negozio che non ricordavo, che ha attirato la mia attenzione più per la voglia che avevo di entrarci da un po’, che per la sorpresa di trovarlo dietro l’ultima “chicane”, è quello della ben nota libreria, la F., che anche quando è un negozio, chissà perché, è sempre al femminile.
Ci volevo andare da un po’, perché avevo proprio voglia di cercarlo lì e di trovarlo lì, sapevo anche in quale scaffale, quel libro.
Supero la barriera magnetica e cerco con lo sguardo lo scaffale indiziato… vabbè, dovrei svoltare subito a destra e andare dritto a prenderlo quel libro. Ma come si fa? Si sa che non è possibile. Bisogna entrare, fare un giro largo… poi, quasi prima di uscire di nuovo davanti alla barriera, come colpito da improvvisa illuminazione, è a sinistra che devi voltarti per raggiungere lo scaffale e quel libro.
Ma i libri su Napoli devono per forza avere la copertina rossa? Mah!
Ne trovo due copie, ne prendo una, mai a caso, anche se apparentemente identiche. Ci avete mai fatto caso che i lettori sembrano possedere un metodo infallibile per individuare la propria copia sugli scaffali delle librerie?
Mi dirigo alla cassa.
Ed è qui che accade quello che volevo annotare. Il vero souvenir della mia città che ancora non ho lasciato.
Poggio il libro sul banco (dotato di smagnetizzatore) e qui, la cassiera con visibile soddisfazione, afferra il libro, se lo guarda, poi mi guarda tutta contenta:
– Questo libro l’ha scritto un mio amico.
– Veramente, l’ha scritto un MIO amico, le rispondo-
NO, quello il figlio lavora con noi… è un nostro collega, lo conosciamo bene.
– SI, quello il padre è un mio collega… lo conosco pure io!
Quasi una gara a chi conoscesse di più l’Autore… in un attimo, in due battute, tra lo stupore degli italiani “stranieri” in fila.
E poi l’ultima parola che le concedo. Ad alta voce, rivolta all’altra commessa:
Terèeeee, è il libro di Vincenzo…..
Me ne vado. Stranamente soddisfatto.
Così pensavo, succede solo nella mia città. Il viaggio comincia.

La Bella Napoli di Antonio Ventre

Si chiama Antonio Ventre, vive a Bologna, stamattina ho trovato la sua lettera nella cassettà delle lettere all’università. Stasera gli ho telefonato, l’ho ringraziato, gli ho chiesto se potevo pubblicarla. Mi ha dato il permesso, mi ha ribadito del suo piacere a leggere cose belle di Napoli, mi ha parlato di una Associazione Reginella fondata a Bologna dai napoletani. E’ la seconda volta che lodico in due giorni, ma davvero si vive anche di soddisfazioni. Grazie di cuore signor Antonio.

Sillabario Catanese (Cronaca di due giorni annunciati)

Preludio
Venerdì 8 aprile 2011. Aeroporto di Catania Fontanarossa, 6.57 p.m. Ho appena fatto il check-in, imbarco previsto ore 8.50 p.m., partenza prevista ore 9.15 p.m., arrivo previsto a Napoli Capodichino alle ore 10.15 p.m..
Gli occhiali sono di nuovo al loro posto, cioè sul naso (sì, la mia vita non sarebbe la stessa senza il Principe Antonio de Curtis), poi vi racconto come e dove li ho ritrovati.
Tentenno un pò, poi decido di cominciare. Sì, ho tanta voglia di raccontare i miei due giorni e un pò a Catania, anche se le cose sono tante, troppe per finire tutte in una sera. Tra una cosa e l’altra finirò domenica mattina, ma questo adesso non posso saperlo ancora. Stamattina ho pensato di scrivere un alfabeto in C, ma non la C di Catania, la C di Concetta, che non è la stessa C, anche se Catania è molto bella. Scrivo la premessa e la voce Catania, carico la foto, pubblico su Facebook, avvertendo dei lavori in corso. In fondo l’alfabeto è bello anche perché si può leggere una voce per volta.
Sabato 9 aprile 2011. Scrivo un altro po’ di voci, ho un mare di cose da fare ma questa cosa qui la sento, mi piace, mi sforzo di trovare il tempo per pensarci. La sera pubblico la nuova versione.
Domenica 10 aprile 2011. Daniele Riva ha scritto un commento affettuoso e incoraggiante, gli amici di sempre si fanno vivi qua e là, Concetta aggiunge un commento che fa più bello e più ricco il mio racconto. Decido di evitare questa cosa “political correct” ma che appesantisce l’esistenza di amica/o, il genere umano è uno solo, ci stanno maschi e femmine, e per questa volta va bene così. Decido anche che il post non si chiama più Alfabeto in C ma Sillabario Catanese e che Concetta non sta più in testa, come avevo pensato fino ad ora, ma in coda. No, non è perché è diventata meno importante, all’incontrario. Diciamo che funziona come a teatro, il protagonista principale arriva alla fine. Buona lettura.

Al Tubo
Nessun errore, si chiama così la trattoria pizzeria dove siamo stati la prima sera e poi anche la seconda. Non che si mangiasse in maniera indimenticabile, dati i prezzi ultra popolari sarebbe stato un miracolo, però almeno ho evitato la pizza. Sì, perché Concetta era partita sparata lei e la pizza, ma su questo punto sono stato irremovibile, il napoletano che mangia la pizza a Aci Castello non lo faccio – le ho detto -, tu naturalmente mangi quello che ti pare, io insalata e un piatto di pasta. È finita pasta con le vongole lei, insalata e pasta al nero di seppia io, indimenticabile no ma buona si. Quello che è stato invece indimenticabile, sì, insomma, quello che mi ha fatto chiederle di tornare la sera dopo anche se ero letteralmente a pezzi per la stanchezza, è stato il tavolino che affacciava sul mare, il Castello arrampicato su uno scoglio in alto, i faraglioni di pietra lavica che nonostante la sera senza luna erano un incanto, le chiacchiere senza tempo con Concetta ma di questo vi dico in fondo perché altrimenti in fondo che ci arrivate a fare.

Assenti
Papà avrebbe detto che ci sono stati una assenta e un assento, perché per lui tutto ciò che era femminile avrebbe dovuto finire con la “a”, tutto quello che era maschile con la “o”, ma questo in parte ve l’ho raccontato già. Diciamo allora che “l’assenta” era giustificata, il lavoro è lavoro sempre, anche quando ti fa dire “mannaggia proprio quel giorno doveva capitare”, invece per quanto riguarda “l’assento” avrei qualche dubbio in più, anzi lo avrei avuto quando ero confuciano perché adesso che studio per diventare taoista certe domande provo a non farmele più. Quello che voglio dire è che mi sono mancati tanto, ma non mancati perché mi sia mancato qualcosa, mancati perché si sarebbe aggiunto qualcosa, ma naturalmente non mancherà occasione.

Catania
La città è decisamente bella, forse ci ero già stato e forse no, non me lo ricordo, ma in fondo cosa importa, la sua bellezza è a prescindere da me e da tutti quelli che l’hanno visitata e la visiteranno. Ciò detto, sia Concetta che Rosanna ci hanno anche provato a parlarmi di ponti, piazze, lava, palazzi e tutto il resto, ma io ho resistito bene, nella mia vita ci sono già troppi anfiteatri, scavi, lave, bifore, trifore, mosaici, archi, ponti, palazzi etcevesa etcevesa etcevesa. A me piace la città in quanto città, capire come vive, come funziona, come è organizzata; mi piace guardare le persone, cosa fanno, come si vestono, come si muovono, come pensano. Risultato finale? Due giorni e un pò non bastano neanche per un risultato parziale. Diciamo che mi sono piaciuti i giovani, tanti, le università, il senso di una città viva, in movimento. Non mi sono piaciuti il traffico, l’inquinamento acustico, le troppe macchine per una città che in fondo, almeno se consideriamo il centro centro, è ‘nu muorzo. Lo so che non lo volete sentire, ma io ve lo dico lo stesso che basterebbe eliminare l’automobile e la televisione e questo nostro mondo diventerebbe di colpo più vivibile, da molti punti di vista. Ah, dimenticavo, mi sono piaciute da impazzire le facciate scure dei palazzi, sì, quelle fatte con la polvere di pietra lavica.

Etna
Giuro che quando ho visto questo vulcano così grande, così montagna, così pieno di neve, nonostante un sole caldo che sembrava estate, ho pensato “non è giusto che il Vesuvio sia più famoso”. Concetta mi ha spiegato che le ultime bocche di fuoco che si sono aperte lo hanno reso un pò più montagna e un pò meno vulcano, ma per me non è una questione di forme, è questione di come ti sovrasta, di come ti si presenta, di come ti dice guarda che io sono io.

Feltrinelli Libri e Musica
Alla voce Feltrinelli avrei un elenco lungo lungo lungo di persone, napoletane e catanesi, da ringraziare, ma non perché sono stati gentili e disponibili, perché gli amici sono amici e anche quelli che non erano ancora amici con il mestiere che fanno la gentilezza e la disponibilità ce l’hanno tra gli accessori di base. Il mio grazie, di cuore, è innanzitutto per il fatto di essermi sentito come a casa e un po’ anche per il fatto che mi hanno trattato come uno scrittore vero, si, uno di quelli che a volte sono bravi, altre volte no, ma comunque vendono talmente tante copie dei loro libri da poterci vivere, beati loro, senza dover fare altro. Non volendo fare un elenco che poi rischi sempre di dimenticare qualcuno e ti dispiaci tu e si dispiacciono loro, ringrazio per tutti Sonia Patania, la responsabile degli eventi. È stato davvero un piacere. Alla prossima.

Granita
Non è che non ne avessi mangiate di granite buone, a Sorrento, ad Amalfi, a Palermo, a Trapani o a Messina. Ma a Santa Maria non fanno la granita, fanno la crema di granita, la madre di tutte le granite, l’archetipo della granita, il tao della granita, e poi la fanno alla mandorla, all’ananas, al limone, al pistacchio no che quelli freschi non ci sono ancora, insomma una granita da pazzi, roba da 110 e lode, anzi no, la lode no perché fanno anche la granita di cioccolata e anche se è vero che i ragazzi la mangiavano estasiati, la granita di cioccolata per me è un non sense, un ossimoro, una cosa senza “capa” né coda, più o meno come il governo italiano per intenderci. No, mi dispiace, 110, ma senza lode.

Interventi e Domande
Sì, ci sono stati anche interventi e domande, e poi anche sorrisi e dediche e persino richieste di amicizia su Facebook, tutte cose che mi piacciono un sacco e per le quali sono grato a tutti i presenti, uno a uno, nessuno escluso. Non potendo fare diversamente, altrimenti finiamo come con la lettera di Tommasino in Natale in Casa Cupiello, ne ricordo anche qui uno per tutti, l’intervento del prof. amico di Concetta – sì, vi dovete rassegnare, Concetta c’entra sempre, persino quando non la nomino-, che ha detto che la discussione gli era piaciuta e soprattutto che gli piaceva l’idea che si moltiplicassero i libri di questo tipo, che si creasse una vera e propria letteratura, ve lo assicuro, proprio così ha detto, sul lavoro e sulle persone che cercano di farlo bene, che stanno a Catania, a Napoli e in ogni parte d’Italia. Nei prossimi giorni lo contatto, è proprio la cosa che vorrei fare io, magari potrebbe darmi una mano.

Lavoro
Il lavoro come i racconti di lavoro che compongono Bella Napoli ma anche come lavoro che ho dovuto fare nei mie giorni catanesi sia dal vivo che via telefono, skype, posta elettronica. Sì, ormai la mia vita funziona così, il lavoro in qualche modo c’è sempre e devo dire che è molto faticoso, ma mi piace assaje.

Libro
Non è stata una sorpresa in assoluto, è stata una sorpresa perché non ti ci abitui mai, la verità è che ogni volta che qualcuno parla del tuo libro scopri cose nuove, ti dici “mannaggia ma perché non ci ho pensato io, perché non l’ho scritto come lo sta dicendo lui”. A Nino Amante e Andrea Micciché va la mia sincera gratitudine per aver presentato Bella Napoli con leggerezza, complicità, ricchezza.

Occhiali
Li avevo persi e poi li ho ritrovati. Erano occhiali da vista, niente di che, roba da cinquanta euro al massimo, soldi che non ti fa piacere spenderli così ma comunque non è che ti cambiano la vita. Quello che mi scocciava era riandare dall’ottico, portargli le lenti rotte, sì, quelle di riserva che apposta non le butto, andare a ritirare i nuovi occhiali due giorni dopo e così via discorrendo.
Lì ho cercati nell’albergo dove ho dormito la prima notte, niente, alla Feltrinelli, neppure, alla trattoria di Santa Maria della Scala neanche a parlarne però in compenso abbiamo mangiato della pasta con le vongole che poteva andare davanti a un re, nell’automobile di Concetta avevamo già guardato un paio di volte, niente, eppure mentre stavo per risalire in macchina per andare all’aeroporto ci ho riguardato, ma non più con gli occhi, con la mente sgombra, serena, insomma con il cuore, e li ho visti là dove non si potevano vedere, a fianco alla staffa del sediolino davanti, nella parte interna, il fodero leggermente ma giusto un briciolo più chiaro del ferro. Li ho presi e ho pensato adesso voglio vedere cosa dicono Cinzia, Viviana, Carmela, Deborah e tutte quante le altre che mi hanno massacrato per la mia teoria dell’albero. Quegli occhiali in quel posto lì non si potevano vedere, eppure io li ho visti, quasi come un piccolo principe. Un’altra volta imparano a non prendermi sul serio.

Portiere
Il portiere è quello dell’albergo dove ho dormito la prima notte, l’ho visto lavorare 20 ore di seguito, gli ho chiesto perché, mi ha detto “turno lungo così domani non vengo e mi posso dedicare alla mia attività di promotore di turismo culturale in Sicilia, ho preso la laurea, vorrei migliorare”. Abbiamo chiacchierato ancora, mi ha chiesto del libro e poi se fossi scrittore, gli ho risposto che scrittore è una parola grossa, lui mi ha detto “vero, volevo sapere se è con i libri che ti guadagni da vivere”, gli ho risposto di no, mi ha detto che sarebbe passato alla presentazione, l’ha fatto, assieme alla fidanzata e a un amico. Quando torno a Catania conto di intervistarlo, ma non perché è venuto alla presentazione, anche se una persona che dice una cosa senza essere obbligato a dirla e la fa senza essere obbligata a farla è una persona che mi piace, ma per la storia delle venti ore di lavoro di fila perché il giorno dopo deve fare altro per migliorare. Per me fino a prova contraria un posto a Bella Catania non glielo leva nessuno.

Radio Zammù
Concettina mi ha spiegato che Zammù deriva dalla parola araba Zammut, Anice, e che a Catania la usano per indicare la Sambuca. Ora sarà che a papà la sambuca gli piaceva tanto, a volte troppo, ma purtroppo adesso la cosa non mi dà più fastidio e poi nessuno è perfetto, sarà che nelle giornate fredde fredde fredde pure a me piace prendere il caffè corretto con un goccia ma proprio una goccia di sambuca, a me questo fatto che la radio dell’università di Catania si chiamasse così già mi piaceva un sacco, poi quando ho visto il bellissimo convento dei benedettini che ospita la facoltà di lingue, credo, ho conosciuto la redazione, abbiamo fatto questi 5 minuti di intervista a tutta birra, mi è piaciuto tutto ancora di più. Sì, alla radio do il massimo dei voti, anche se sono tre giorni che gli ho chiesto il file mp3 con la registrazione e neanche mi hanno risposto. L’ho appena detto, nessuno è perfetto.

Rosanna
Io allora avevo 18 anni, lei 17, ma Rosanna è stata una persona straordinariamente importante nella mia vita. Pensate che mi sono iscritto all’università a Salerno e non a Napoli perché nel frattempo ci eravamo lasciati e io ero così dispiaciuto che non ce la facevo più a andare in giro per la mia città, a rivedere le strade nelle quali avevamo passeggiato, i luoghi nei quali eravamo stati e così via cantando. L’ho rivista a Catania quasi 40 anni e molte vite dopo e per me è stata un’emozione grande anche se forse sono successe troppe cose, forse c’è stato troppo poco tempo, soprattutto per colpa dei miei mille impicci, perché potessimo parlare di noi adesso invece che delle nostre storie, forse semplicemente siamo persone troppo diverse da allora o troppo diverse da come ci eravamo pensati, non lo so, quello che so è che un post non è il posto migliore per pensieri così e perciò salto una casella e vado a quella successiva.

Santa Maria della Scala
Giuro che se riesco a convincere “l’Assenta”, che non è mica facile, e il posto rimane com’è, che neanche questo è detto, Santa Maria della Scala diventerà il mio buen retiro, il posto dove ritirarmi per pensare, scrivere, passeggiare. Non è che ci si può stare tutto l’anno, per carità, ma da giugno a settembre c’è tutto, il mare, Catania a 10 minuti, una costa splendida da un alto, una bellissima spiaggia dall’altro, la signora che fa le granite e cucina saraghi e vongole da Dio, insomma di tutto e di più a portata delle mie possibilità, perché certo che lo so che ad averci i dané, come dicono dalle parti di Daniele Riva, si trova anche di meglio, ma per me Santa Maria della Scala va benissimo, anche se poi mi aiutate a vendere 200 mila copie di Bella Napoli il discorso cambia. Facciamo così, rileggete piano l’ultima frase e quando arrivate a “vendere 200 mila copie” aggiungete, come faceva papà, “passasse l’angelo e dicesse Ammenn”, mi raccomando, con due “m” e due “n”, proprio come faceva lui, che chissà che se lo facciamo tutti assieme questa volta …

Sedie
Le sedie in questione sono quelle vuote, sì proprio quelle che vedete nella foto in prima fila. Certo che lo so che lo fate per timidezza, per discrezione, per quello che vi pare, ma noi che stiamo dall’altra parte del tavolo non vi dobbiamo né interrogare né fucilare, quindi non rischiate niente a sedervi davanti e ci evitate questa angoscia delle sedie vuote, che vi assicuro che l’occhio va sempre là, deve fare ogni volta uno sforzo per saltare la barriera, e non è giusto, che miseria. Facciamo così, io la prossima volta mi porto una guantiera con le sfogliatelle e le offro a chi si siede davanti, però voi nel frattempo fateci l’abitudine, che quelli quando gli scrittori arrivano da Milano mica possono portarvi le sfogliatelle.

Under 18
Concetta mi ha detto che hanno 16-17 anni, un ragazzo e una ragazza suoi ex studenti. Il ragazzo lo avevo incontrato a Napoli qualche mese fa quando era venuto in gita scolastica e io avevo inseguito Concetta e il loro autobus tra Mergellina e Posillipo, ma questa è un’altra storia. Sempre Concettina mi ha ricordato – chi mi conosce lo sa, la parola ricordo nel mio vocabolario è sbiadita assai, quasi non si vede più -, che era rimasto colpito da quella frase di Che Guevara che gli avevo citato, forse perché aveva una maglietta addosso con il Che, non ricordo, una cosa tipo “quando si sogna da soli è sogno, quando si sogna in due è realtà”. La ragazza era la prima volta che la vedevo, forse. Mi hanno avvicinato alla fine della presentazione con il libro in mano chiedendomi una dedica. Mi è venuto spontaneo dire “ma no, siete dei ragazzi, ce la fate a spendere questi soldi?, lasciate stare, ve lo regalo io”, lui mi ha detto, credo, “non si preoccupi”, lei quasi si è offesa. Ho scritto con gioia le due dediche, li ho ringraziati tanto anche se non abbastanza, ho pensato che sono una persona veramente fortunata, ho chiesto anche a loro di scrivere qualche riga di commento al libro dopo che lo avranno letto, mamma mia quanto desidero che lo facciano davvero.

Concetta
Mi dispiace per Lucio Battisti, che già l’avevo maltrattato troppo da giovane perché lui era di destra e io quelli di destra non li ascoltavo a prescindere, giuro, ho fatto anche questo, non ne sono orgoglioso of course, semplicemente penso che anche questo abbia avuto un senso importante nella mia vita. Comunque stavo dicendo che mi dispiace per Battisti ma io lo so cosa dico se dico che ho una donna per amico. Sì, con Concetta sono stato come sto con Salvatore che anche se voi non lo conoscete ve lo dico io che quando ci sto assieme sono felice senza dover fare o dire niente. Guardate che è difficile, molto difficile, perché non è che non fai o non dici niente, è che non lo devi fare o dire, e tu lo senti che non lo devi fare o dire e allora quello che fai o dici viene fuori da dentro in maniera naturale, segue il suo corso, prende la sua strada, senza incontrare resistenza. Io con Concetta nei miei due giorni e un po’ catanesi sono stato così e vi assicuro che così è bello, bello assaje.
Vedete, questa cosa qui per me è così importante che per lungo tempo l’ho cercata anche nell’amore, fino a quando non mi sono fatto l’idea che nell’amore non la posso trovare, naturalmente vale per me non per tutti, diciamo che io non sono il tipo adatto. In “Piccolo trattato delle grandi virtù” André Comte Sponville scrive che “Amare con purezza è consentire la distanza”, in altre parole amare senza possesso, con mitezza, diciamo che io ho altre qualità, forse, ma la distanza nell’amore non la consento, io la distanza la travolgo, me la mangio, e mi sto convincendo che aveva ragione mio padre, chi nasce tondo non può morire quadrato, perciò tanto vale accettarsi.
Ora non ditemi che invece di parlare di Concetta sto parlando di me, perché io sto parlando di lei, di questa “amico” meravigliosa con la quale ho trascorso due giorni come sul molo di Procida, quando mentre Salvatore fa le sue mille cose io guardo le navi che entrano ed escono dal porto e sono felice. Certo che lo so che in questi miei giorni catanesi sono stato io a fare mille cose, ma le ho potute fare come guardando le navi grazie a Concetta. Sì, a Catania ho vissuto due giorni e un po’ straordinariamente belli con la mia amico Concetta. Abbiamo chiacchierato, ci siamo raccontati, mi ha rassicurato quando mi prendevano gli attacchi d’ansia della serie “mamma mia qua finisce che alla presentazione non viene nessuno”, lei sempre lì con quel suo fare dolce, discreto, come quando alla radio non si è voluta sedere di fianco a me ma indietro in fondo, nonostante i ripetuti inviti della giovane conduttrice, neanche fossimo stati in televisione e qualcuno avesse potuto scoprirla troppo protagonista.
Insomma spero si sia capito, è troppo bello avere Concetta per amico, non devi neanche dire troppe cose per ringraziarla, basta grazie Concettì, di tutto, di cuore, ti aspetto a Napoli, ma se per caso non vieni non pensare di esserti liberata di me, perché ritorno io a Catania.
Un abbraccione forte Cuncé.
vincenzo

Cronaca di due giorni annunciati
di Concetta Tigano

Mercoledì 6 aprile
Ore 15,40, aeroporto di Catania, vedo Vincenzo sul marciapiede, zona arrivi , sale in macchina, saluti, sorrisi, ma subito il suo fisico da “fagiolino”, come dice lui, mal si adatta alla mia macchina tondetta e cicciottella che pare, come la banca, costruita intorno a me.
Andiamo verso il centro e mentre io indico “a destra questo, a sinistra quest’altro” vedo con la coda dell’occhio che non segue ciò che dico io ma ha lo sguardo fisso sul paraurti posteriore della macchina davanti a noi, si nota un certo desiderio di estroflettere almeno una decina di tentacoli, tipo polpo Paul, per tenersi in tutte le maniglie interne ed esterne della mia Suzuki rossa.
Appena arrivati, lasciamo l’odiata auto, scambio di regalini, tanti i suoi, pochi i miei! Si va a piedi!!!!
In albergo Vincenzo attacca discorso con il portiere, lo invita alla presentazione del libro, e meno male che non conosce il direttore, la segretaria e il posteggiatore che altrimenti alla Feltrinelli facevamo “La festa di S.Agata 2!”
La serata si conclude ad Acicastello, Stefania Bertelli ricorderà.

Giovedì 7 aprile
Ore 9,30, l’itinerario è questo: albergo – radio Zammù – Feltrinelli – radio Zammù. Vado? No, corro!
Ad un tratto sento “Cuncè, si’ peggio ‘e Cinzia!”, contemporaneamente squilla il suo telefonino, si materializza Cinzia! Bellissimo, tempismo perfetto! :-)))))) Vincenzo subito le propone il mio nome come co-pilota per un improbabile Rally cittadino…!
Poi si va a S. Maria la Scala, giro turistico-gastronomico, anche qui Stefania ricorderà.
Di pomeriggio lo lascio con amici suoi, mi saluta dicendo “Concettì, se alle sei meno dieci non ti vedo in Feltrinelli…io mi suicido!” Che ansia!!! Con questa minaccia macabra sul collo, vado a casa, faccio tutto di corsa, alle sei meno dieci sono alla Feltrinelli ma, mannaggia a me, ho dimenticato la macchina fotografica!!!!
Vincenzo passeggia nervosamente…io seduta, apparentemente calma!!!
Comincia ad arrivare gente, la saletta si riempie, Vincenzo racconterà che li ho portati quasi tutti io…non è vero!
Si comincia. Va tutto a meraviglia!! Si sente nell’aria che la serata funziona, che tutti sono interessati, che questa proposta piace!!!! Sono davvero contenta!!!

Venerdì 8 aprile
Ore 8, cinque noiosissime ore a scuola e poi, dopo impegni e riunioni varie con Vincenzo, torniamo a S. Maria la Scala, mi ha detto di aver perso gli occhiali, e vuole vedere se per caso sono rimasti lì, andiamo con l’alibi degli occhiali, ma io lo so, è la granita assaggiata il giorno prima che vuole!!!!
Disastro!!!! Alla Timpa avevano finito le granite, anzi no, c’era rimasta solo quella al cioccolato, praticamente una non-granita! “Signo,’ se non ci fate una granita al limone, io mi suicido!” …e daglie!!!! Questa frase ha avuto un potere di convinzione notevole, certo è che la signo’ in questione, immaginandosi Vincenzo steso lungo lungo (è proprio il caso di dirlo!!!) a terra con un coltello da cucina in corpo, si impressiona e dopo due chiacchiere ed una passeggiata ci fa trovare la granita pronta!!!!!
In macchina (sig!), manovra per uscire dal posteggio, Vincenzo apre lo sportello e con gli occhi del Tao vede gli occhiali, e lì mi sono sciroppata tutta la tiritera del vedere e non vedere, ma già la sapete anche voi …!!!!
Ore 18,00 siamo all’Aeroporto, bilancio? positivo! Il libro ha avuto la sua vetrina, e abbiamo trascorso due giorni molto gradevoli.
Fine-corsa, si! Ma certo non fine-amicizia!!!!!!!

il segnalibro fatto preparare da Concettina (live è molto più bello)
il segnalibro fatto preparare da Concettina (live è molto più bello)

 

Benvenuta RisorgItalia. Buon compleanno Italia

Il tema è di quelli a cui tengo di più. Il rapporto tra élites, classi dirigenti e cittadini, le culture, i modi di essere e di fare che fanno grande, o piccola, una comunità, un paese, una nazione.
Ne ho scritto ancora di recente ricordando che Seiji Maehara, 48 anni, Ministro degli Esteri giapponese, si è dimesso per una donazione di 440 euro. Che Karl Theodor zu Guttenberg, Ministro della Difesa tedesco, 39 anni, si è dimesso per aver copiato la tesi di dottorato in giurisprudenza. E che Silvio Berlusconi sembra aver deciso invece di fare del suo destino e di quello dell’Italia una cosa sola. Però poi non ci ho messo il punto, eh no, sarebbe stato troppo comodo. Ho ricordato Edgar H. Schein e la sua idea che per comprendere un’organizzazione bisogna comprendere la sua cultura. Ho aggiunto che una nazione è anche un’organizzazione, ha una sua cultura e classi dirigenti che di fatto, ci piaccia o no, la rappresentano. E che forse bisognerebbe approfittare della importante ricorrenza dei 150 anni del nostro Paese per riflettere più a fondo su cosa non va nella nostra cultura e nelle nostre classi dirigenti. Sul “che fare” per avviare un cambiamento profondo. Nostro. E delle nostre classi dirigenti.
Lo stesso giorno il mio @mico Massimo Melica (amico con la chioccioletta perché ci conosciamo solo nel mondo dei social network) mi scrive per chiedermi se voglio aderire al progetto RisorgItalia (www.risorgitalia.it). Clicco sulla pagina, leggo in alto a sinistra Patrioti Digitali e mi piace un sacco, così come “iniziativa non commerciale”. Non mi piace invece la scritta “iniziativa non politica”, immagino stia per “iniziativa non partitica”, perché se non è politica l’idea che “l’Italia non è solo una Nazione: l’Italia siamo Noi”, un progetto culturale “che si propone come primo obiettivo quello di celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia”, l’impegno a “riportare alla luce ciò che si è perso negli scorsi decenni: l’orgoglio e la gioia di essere italiani”, la voglia di contribuire a “un nuovo Rinascimento di coscienze, cultura ed ideali”, allora cos’è “politica”?
Decido che RisorgItalia mi piace, perché mi piace “un’idea della politica che da Aristotele a Hanna Arendt è un’idea fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, ma a cui occorre dare un senso” (D’Orsi, 1995). Sì, mi piace un sacco l’idea di abituare le persone a rafforzare la democrazia, a migliorare le sue qualità, portando ciascuno il proprio mattone. Benvenuta RisorgItalia. Buon compleanno Italia.

Ciao Pà

Il disegno con il suo faccione sta sempre lì, proprio davanti a me, sulla scrivania. In qualche modo continua a guardarmi, anche se naturalmente in maniera diversa da come ci  “guardava” lui, che anche dopo che abbiamo trovato lavoro e abbiamo messo su famiglia e abbiamo avuto le nostre vite con le nostre gioie e i nostri casini doveva mettere naso e bocca in tutto quello che facevamo, aveva sempre qualche cosa da ridere, aveva sempre un modo, il suo, per fare meglio le cose.
Lui era così, improbabile, prepotente, straordinario. Quando è nato Luca, lo voglio dire anche se mio fratello Antonio si arrabbia, che se avessi avuto la “capa” di adesso l’avrei chiamato Pasquale, lui non appena l’ha visto l’ha preso in braccio raggiante e ha chiesto “perché gli avete messo un nome da femmina?”. Devo avergli detto una cosa tipo “pà, Luco non esiste, Luca è un nome da maschio” e lui come se fosse la cosa più normale del mondo mi ha risposto “ah, ho capito, se era femmina si chiamava Luchessa”.
Sì, lo avevano disegnato così, abbiamo avuto un padre che ci ha amato in maniera esagerata e in questo, in questo caso parlo naturalmente solo per me, resterà per sempre ineguagliabile, proprio non ce la posso proprio fare a superarlo.
Volete sapere una cosa?, a me non “mi” dispiace, se lo merita di non essere superato, lui se avesse potuto studiare sarebbe stato ineguagliabile anche in altri campi e invece lì già con la prima media ce lo siamo lasciato alle spalle.
E adesso sta lì a farmi compagnia, con quel suo faccione appeso alla parete, con quel sorriso che era proprio il suo e che neanche nel ritratto quello finito, con i colori e la cornice e tutto il resto è venuto così bene, con quei suoi occhi buoni che certe volte se non ci fosse il vetro lo riempirei di baci e lo prenderei pure a morsi per la felicità.
No che non accade sempre, solo ogni tanto, accade per i fatti suoi, come ad esempio stamattina che invece di guardarlo soltanto, come succede di solito, l’ho visto, l’ho sentito dentro, gli ho detto mi manchi, mi mancherai sempre “mannaggia ‘a capa toja”, proprio così gli ho detto, poi ciao pà, e poi basta.
Anzi no, dentro di me, sul lato sinistro in alto ho cliccato sul pulsante “mi piace” e mi sono detto adesso lo racconto ai miei amici di piazza Enakapata, credo che gli farà piacere, c’è un sacco di bella gente, ma sì, adesso lo faccio. L’ho fatto e  la giornata si è messa meglio, nonostante la pioggia battente e le tremila cosa che anche oggi ho da fare.
Ciao pà, e non ti preoccupare, che anche se facciamo vite complicate le principali le abbiamo imparate e questo aiuta, aiuta tanto.
Mò non ti arrabbiare, certo che sei stato tu ad insegnarcele, ma non sei stato solo tu, anche mamma, le nostre esperienze, insomma la vita che abbiamo fatto.
Dici che però se non era per te …? Vabbuò, lassa fa ‘a te, ci stai solo tu, e non essere esagerato come al solito, fosse ‘na vota ca dicisse “hai ragione tu”. Vabbuò, vabbuò, a ragione se la pigliano i fessi, e ti pareva che non tenevi pronta la “chiusura”.
Pà, te posso dicere ‘na cosa? Tu si ‘na cosa grande, ti voglio bene, sei stato il padre più meraviglioso del mondo.
Lo so che lo sai che dico sul serio, è la verità, il fatto è che tu sei insopportabile, non ti stai zitto neanche quando qualcuno vuole parlare a tuo favore.
Vabbuò, mo non cominciamo un’altra volta che tengo un mare di cose da fare.
Ciao pà. Ti saluto. E grazie, anche a nome di Antonio, Gaetano e Nunzia.

Anna e Giancarlo

Non dite che non avete visto neanche una volta nella vostra vita Blade Runner altrimenti mi arrabbio. Comunque se non lo avete fatto qui trovate il pezzetto più commovente del film. Sì, proprio quello che ho voglia di ricordare per raccontarvi di una giornata, quella di ieri, che ogni tanto anche noi umani abbiamo la fortuna di vivere.
La giornata prevedeva il viaggio a Caserta, che oramai con questa storia dell’alta velocità e tutto il resto è degrado è quasi peggio che andare a Roma, dove nel primo pomeriggio sono stato impegnato in una iniziativa su Statuto dei Lavoratori e sua attualità a 40 anni dall’Autunno caldo.
Nei giorni precedenti avevo chiamato Sondra, la mia amica del cuore, che riesco a vederla sempre meno di quello che vorrei, per dirle che se era libera sarei potuto arrivare da lei in mattinata e avrei potuto mangiare da lei, e mi ero scritto con Anna, per dirle che finito il dibattito mi avrebbe fatto piacere incontrare da qualche parte lei e Giancarlo per bere un caffé e donarle una copia di Bella Napoli.
Prima che me lo diciate voi me lo dico io “che vita è una vita in cui per incontrare i tuoi amici li devi ‘incastrare’ tra una discussione e l’altra”. Prima che me lo chiediate voi ve lo dico io che è una vita che ha un sacco di controindicazioni ma è la vita che mi sono scelto, quella che mi piace. E poi come vi ho detto tante volte io sono nato con la camicia, sono molto fortunato, cosicché non solo Sondra era libera ma Anna e Giancarlo mi hanno invitato a cena e mi hanno anche detto che i libri degli amici si comprano, che loro l’avevano già fatto, e che ci volevano pure la dedica.
Ve l’ho detto che in realtà la giornata non è che non era cominciata bene ma anzi era cominciata da schifo? No, e allora ve lo dico adesso. È la storia delle controindicazioni. Diciamo che il mio corpo cerca di avvertirmi in molti modi che non riesce più a stare indietro alla mia testa, che il tempo passa anche per me, che dovrei fare una vita più quieta e regolata e aggiungiamo anche che sarei stupido a non ammettere che ha ragione lui. Quello che lui però non vuole capire è che per fare una vita più quieta e regolata io, non potendo permettermi di tagliare alla voce “lavoro lavoro”, dovrei tagliare alla voce “lavoro piacere” e allora che vita sarebbe la mia?. Su aiutatemi, quando lo incontrate diteglielo anche voi che un po’ di ragione ce l’ha anche la mia testa.
Comunque per tornare al punto ieri prima di uscire di casa me la sono vista brutta, ma brutta brutta brutta. Il risultato? Sono arrivato tardi a Caserta, volevo fare una passeggiata con Sondra e non ho potuto farlo, mi è venuta a prendere in auto e ce ne siamo andati a casa.
Da qui la giornata ha preso un’altra piega. Agitato ho continuato ad essere agitato, però abbiamo chiacchierato e riso e chiacchierato e poi lei si è arrabbiata tanto, per fortuna non con me, e poi abbiamo mangiato una meravigliosa pasta e zucca e poi mi ha accompagnato alla Feltrinelli e poi alla Camera di Commercio, sede dell’iniziativa.
Anche la discussione è stata bella e partecipata, non sempre accade, sarà stato il tema, molto attuale, ma di questo vi racconterò un’altra volta da un’altra parte. Poi mi è venuta a prendere Anna e abbiamo raggiunto Giancarlo, ai fornelli, a casa.
Ora io potrei cominciare dalla casa, bellissima, ma non perché ci stanno mobili di famiglia bellissimi, che quelli per esserci ci sono, ma perché è una casa piena piena di senso, di significato, di amore, tra queste due persone straordinarie che stanno assieme da 43 anni.
Oppure potrei cominciare dal menù, sì, perché mi hanno fatto trovare anche un menù, Menù Bella Napoli, così composto:
10 marzo 2011 Spagettata con Vincenzo, Menù: Alici ammollicate; Gamberi e zucchine, Crudo di Pezzogna alla vinaigrette; Linguina di Gragnano a vongola sottile; Mezzi paccheri alla pescatrice; Filetto di orata all’acqua pazza; Treccia di bufala, Frutta barchetta; Profiteroles Chirico; Vini campani. Detto che letto così di seguito è una cosa e visto stampato sul menù, tutto in fila, in corsivo, al centro, è un’altra, aggiungo anche che l’unica cosa che era buona ma non eccezionale era la treccia di bufala, perché vi assicuro che tutto quello che hanno preparato Giancarlo e Anna era allo stesso livello della cena che Akira Tonomura, lo scienziato che ha inventato il microscopio più potente del mondo, ha offerto a Tokyo a Luca, a Franco Nori e a me (per saperne di più leggete Enakapata, il libro e il blog).
E invece comincio, e finisco, da Anna e Giancarlo. Era la seconda volta che ci vedevamo, siamo stati qualche ora assieme eppure mentre in treno me ne tornavo a casa ho rimpianto di non essere rimasto a chiacchierare fino a notte fonda, di non essere restato a casa loro a dormire.
I miei amici di più lunga data se ne meraviglieranno, con il tempo tra le controindicazioni sto sviluppando anche la sindrome di Proust, nel senso che ho bisogno di tornare tra le mura amiche, di ritrovare stanze e mobili disposti “come sai tu”, mi rifiuto di svegliarmi la mattina e di non sapere da che parte scendere per andare in bagno, che insomma anche se continuo a dormire spesso fuori, con la vita che faccio non sarebbe possibile altrimenti, lo faccio sempre più raramente con piacere.
E invece ieri sera l’ho pensato. E ho sorriso. E sono stato felice di pensarlo. Sì, da Anna e Giancarlo mi sono sentito come a casa.
Dite che è perché a un certo punto io e Anna abbiamo scoperto che il suo e il mio papà hanno lavorato tutti e due nella Società Meridionale Elettrica? Che sono stati tutte e due a Cotronei, sulla Sila, il posto dove sono nato? Che hanno conosciuto tutti e due l’ingegnere Massaioli che a voi non dice niente e a noi tante cose? Che forse si sono anche conosciuti? Che è stato molto tenero scoprire negli occhi dell’altra/o quanto avremmo voluto poterglielo domandare?
Io dico che tutto questo e tanto altro è stato bello, di più, straordinario. Ma penso che non c’entra. Come non c’entra il menù e non c’entra la casa. C’entrano Anna e Giancarlo. Sono proprio loro, è il loro modo di esserti amico quello che mi ha fatto sentire a casa mia.
Dite che Anna e Giancarlo sono proprio loro anche nei ricordi, nella casa, nel menù? Ecco, così si, così penso che avete ragione voi, così sono d’accordo. È troppo bello avere amici così. Grazie di cuore.

Network Bella Napoli

Quella quasi tutta la mia vita funziona così, anche se adesso sarebbe troppo lungo spiegarlo qui. Comunque alle 5.30 di stamattina mi sono svegliato con questo tarlo in testa: che fare affinché Bella Napoli arrivi ai napoletani che non si nascondono la gravità e la profondità dei problemi che attanagliano la loro città e che però non ci stanno ad essere rappresentati solo dalla monnezza, che c’è, dalla camorra, che c’è, dalla classe dirigente, che non c’è, e così via discorrendo. Come ho scritto nel libro, non mi interessa affermare che Napoli non è solo camorra, Gomorra o monnezza, lo trovo ovvio, banale, equivoco. Ho voluto invece prospettare una condizione di possibilità, di riscatto, e ho voluto farlo raccontando di napoletani normali che danno valore al lavoro, che sentono la responsabilità di fare le cose per bene, che mettono amore, passione, interesse in quello che fanno. Sì, è questo il messaggio che vorrei fare arrivare ai napoletani e anche agli italiani che non si accontentano dei cliché, neanche quelli modello pizza e mandolino.

Ciò detto debbo però confessare che il tarlo delle 5.30, di per sé, non mi ha portato da nessuna parte. Poi però ho dato 5 copie del libro a Beppe che le metterà in bella vista in bottega e magari qualcuno si incuriosice e ne compra una copia, poi ho incrociato su Facebook Rosa Cennamo ed è nata la storia che ho raccontato qui, finché a un certo punto il tarlo è diventato un’idea: la vendita porta a porta, come si faceva quando ero giovane, la domenica, con l’Unità, che poi era anche un modo per parlare con le persone, per sentire gli umori, per ascoltare le richieste e le critiche ma è meglio che lasciamo perdere altrimenti mi metto a piangere.
Vi state chiedendo insomma cosa ho in mente di fare? Ve lo riassumo per punti, così faccio prima e sono più preciso, perché per me è una cosa seria e importante. Facciamo così, metto prima il cosa vorrei fare, poi il come vorrei farlo e infine il perché, secondo me, dovreste farlo:

Cosa

1. Vorrei creare su tutto il territorio nazionale, nelle grandi così come nelle piccole città una rete di amici che mi aiutino concretamente a far leggere, conoscere, comprare Bella Napoli.

Come
1. Chi è interessato mi fa una richiesta di 3 o 5 copie (in casi eccezionali si può valutare una richiesta di 10 copie, anche per la ragione che potete leggere al punto successivo).
2. Io pago le copie in una Feltrinelli qui a Napoli, e voi le andate a ritirare  nella Feltrinelli più vicina a voi (è un servizio che offrono da tempo; è vero che dal punto di vista economico non ci guadagnate niente ma naturalmente non vi viene chiesto neanche di spendere niente).
3. Voi ritirate le copie, se le vendete mi mandate i soldi (anche in questo caso senza costi per voi, e con un minimo dispendio di tempo) se non le vendete me le restituite (ci incontriamo, vi mando io un corriere, ecc., comunque sarà mia cura torvare la soluzione senza impicciarvi troppo).

Perché
1. Per partecipare a un progetto che vorrei continuasse, generasse ulteriori contenuti e iniziative, producesse nuove idee. Un progetto con al centro le persone e il loro lavoro. L’idea  è in definitiva  quella di partire da Bella Napoli per arrivare a Bella Italia, insomma quella di raccontare l’Italia attraverso il lavoro.

2. Per contribuire a costruire dal basso una rete che poi possiamo tutti utilizzare alla pari per altri progetti e iniziative.

3. Per amicizia e affetto nei miei confronti. Come  Salvatore Veca, “non mi piace l’ospitalità opportunistica o quella sciatta, sbracata. Mi piace l’attenzione. E la cura, discreta, nel ricevere, nella cerchia della philia, ha una sua naturale bellezza”.

Ciò detto, aggiungo alcune altre considerazioni che nella prima edizione di questo post non ho scritto perché mi sembrava un pò scontato:

1. Se la mia proposta esperimento dovesse funzionare, come spero,  sul piano pratico per me questo significherà investire tempo e soldi, due risorse assai scarse e dunque preziose in questa fase della mia vita.  La mia insomma non è una proposta commerciale. A Napoli il libro è stato recensito molto bene e va alla grande, ho ragionevoli motivi di ritenere che nelle prossime settimane la sua visibilità aumenterà di molto anche a livello nazionale in termini di recensioni, presentazioni, presenza nelle librerie e vi assicuro che per un libro delle sue dimensioni va più che bene così.

2. Come ho scritto nel mio libro, penso che “la grandezza, le speranze e le opportunità di una nazione, la nostra più delle altre, sono strettamente legate al rispetto che essa ha, e mostra, per il lavoro e per chi lavora, a ogni livello. Se l’Italia non ha più una visione condivisa del proprio futuro, se è diventato un paese di poche speranze e con scarse opportunità, in primo luogo per le generazioni più giovani, quelle che più delle altre avrebbero invece bisogno di proiettare l’ombra lunga del futuro sul presente, è esattamente perché alle vie del lavoro e della partecipazione ha preferito quelle della ricchezza senza capacità, del comando senza responsabilità, dell’arrivismo senza regole, della notorietà senza merito.
Mio padre lo avrebbe detto a modo suo, con il vocabolario di un operaio che aveva conseguito la licenza di quinta elementare con l’avvento della seconda guerra mondiale, ma state certi che lo avrebbe detto che non ci vuole un arco di scienza per comprendere che se non si ridà valore, dignità e considerazione sociale al lavoro e a chi lavora non si va da nessuna parte”.
Ecco, l’idea che mi sono fatto è che raccontare il lavoro può essere una buona maniera per  contribuire a ridare senso e identità al nostro Paese e per questo, l’ho annunciato nel corso della presentazione a Napoli, sto cercando di trovare le risorse per portare avanti questo progetto.

3. Da solo non ce la faccio, non ce la posso fare. Molte/i di voi hanno delle belle teste, dei bei cuori, dei bei rapporti umani, in minima parte li ho potuti verificare da vicino, per la maggior parte lo capisco dalle belle cose che scrivete sulla piazza di Enakapata. A me questa storia del Network Bella Napoli è sembrato un modo stirngere ancora più rapporti e ancora di più i rapporti, un modo per cominciare un viaggio, per incontrare esperienze, avendo un’occasione concreta senza la quale a volte, preso dalle mille cose che faccio, non riesco a dare la necessaria priorità.

4. Penso di avere l’età giusta per cominciare questo viaggio, non vado di fretta, dare mi piace come ricevere e imparare più di insegnare, ma ho bisogo del vostro aiuto. Naturalmente le cose si possono fare anche in altra maniera (presentazioni, incontri, ecc.) ma il mio istinto mi dice che questa cosa dei libri da vendere crea una selezione, determina un legame. Naturalmente posso sbagliarmi e dunque continuo a restare in ascolto. Come fare per dirmi cosa ne pensate, con la sincerità necessaria, lo sapete.
Grazie a tutte/i voi a prescindere.

Piazzetta Augusteo

Questa storia qui comincia a piazzetta Augusteo. Funicolare centrale. Ore 5.35 p.m. Sono di ritorno da Roma e ho nello zaino, assieme all’immancabile Mac, 6-7 libri di varia umanità, che tradotto in soldoni vuol dire che non ce la faccio più a camminare con tutto quel peso addosso.

Scendere o non scendere, questo è il (mio) problema. No, che avete capito, io con la funicolare da piazzetta Augusteo, in pratica via Roma, ma sì, proprio la vecchia via Toledo, devo salire per andare a casa mia, al Petraio. Scendere o non scendere si riferisce al dopo.

Alle 5.40 la funicolare va. Io mi dico “scendo”. Tra i denti. Non abbastanza tra i denti. La signora a fianco mi dice “questa sale”. Sorrido. Le faccio cenno, con la testa, di sì. Aggiungo, a parole, che scendo si riferisce al dopo, “dovrei comprare qualcosa da mangiare”. Lei non sorride. Mi dice “già, ogni tanto tocca anche a voi”. Per fortuna scoppiamo a ridere tutti e due. Ancora qualche chiacchiera e poi scendo. Dalla funicolare. Poi salgo verso casa.
Arrivo. Metto giù Mac e libri senza togliere neanche il cappello. Se lo faccio è la fine, dopo il cappello sarebbe il turno delle scarpe e poi, complice una piroetta degna di maggior fortuna, dell’impermeabile. A quel punto non mi smuoverebbero più neanche le cannonate. E allora addio cena.

Mi ricordo che ho promesso di dare una copia di Bella Napoli al mio vicino. Gliela porto. E scendo. Questa volta proprio nel senso che scendo. La pioggia ha concesso una tregua. Telefono a Cinzia. Scendere al corso a fare la spesa o passo anche per la Feltrinelli, questo è adesso il problema. Lei prima si sintonizza sul mio canale stanchezza e mi suggerisce di fare le spesa e tornarmene a ca. Poi cambia canale. Sul secondo trasmettono “fai le cose che vuoi fare” e così mi dà la spinta decisiva. Scendo ancora. Direzione Piazza dei Martiri. Procedo veloce ma il pensiero del panino con la mortadella è più veloce ancora. Mi dico “Vicié, oggi hai mangiato solo qualche pasticcino, se non metti qualcosa nello stomaco non ci arrivi neanche alla Feltrinelli”. Entro nella prima salumeria sulla sinistra.
Entro. Al banco un pakistano che parla un perfetto italiano. Gli dico del panino, piccolo, mortadella e provola abbondante. E lui va.

Passano un paio di minuti ed entra una signora, mi dirà poi che ha 68 anni, in pigiama, con uno scialle ampio sulle spalle, che si siede sulla seggiola di fianco alla cassa.

La signora chiede, in napoletano, se il figlio è uscito. L’uomo che mi sta facendo il panino risponde, in impeccabile napoletano, che è andato a fare un servizio e tornerà tra mezzora.

Poco dopo entra un altro signore pakistano per comprare del latte. La signora gli chiede se ha chiesto alla moglie cos’è il biscuit. L’uomo non risponde, la signora gli da un colpo affettuso con il giornale sul braccio e mi chiede se lo so io. Un pò mi preoccupo, anzi no, mi diverto tanto. Io non lo so, ma lo associo a Beppe, esco fuori e lo chiamo. Beppe mi spiega che è un tipo di porcelllana pregiato perchè, spero di aver capito bene, viene cotto due volte.
Entro e lo dico alla signora, che è felice, mi dice che sua nonna, che è morta 48 (quarantotto) anni fa diceva a lei che era una bambola di biscuit e che lei adesso lo ripete alla nipote, ma non aveva mai saputo cosa significasse.

Sorrido, pago 3.50 per il panino e appena esco ne faccio fuori quasi un terzo con un morso (era davvero piccolo però).

Arrivo alla Feltrinelli e il mio amico Gianni, il direttore, mi dice che stanno presentando il libro di Remo Bodei. Mi catapulto. Il tema è l’ira. Il titolo della collana sui 7 vizi capitali che la casa editrice Il Mulino ha affidato al mitico filosofo.
Lo ascolto come ogni volta rapito dalla sua cultura e dalla sua mitezza. Ci svela che persino lui viene preso dall’ira e ci fa anche un pò sorridere quando racconta della multa che si è letteralmente mangiato quando lo hanno multato per la seconda volta per lo stesso divieto di sosta.
Lo invidio quando racconta che se n’è andato negli Stati Uniti quando nell’università italiana sono stati introdotti i crediti e lo hanno cominciato a criticare per i suoi programmi di troppe pagine.

Finisce tutto troppo presto per il piacere e la cultura,  quasi troppo tardi per la spesa.
Il quasi lo tolgo quasi subito, il tempo che 4-5 assidui frequentatori delle presentazioni, di quelli un pò encomiabili e un pò incredibili che mettono assieme Bodei e me, mi avvicinano e mi cominciano a parlare di Bella Napoli e della presentazione di 2 settimane prima.

Sono una ventina di minuti, naturalmente gratificanti per me, ma alle 8.10 p.m. posso mettere una croce sulla mia spesa al supermercato. Da vecchio scugnizzo napoletano non mi scoraggio, decido che dopo il panino mortadella e provola me ne vado da Leopoldo e mi sparo due zeppole di san Giuseppe. Arrivo da Leopoldo e le zeppole sono finite, cioè due ci sono, ma mignon.

L’istinto mi dice di andarmene indignato, la ragione di comprarle prima che me le portino via. Siamo o non siamo discendenti di Voltaire? Prendo, pago, mangio. Alle 20.40 riprendo la funicolare centrale. Non lo so se è stata la cultura o il panino piccolo mortadella e provola abbondante insieme alle 2 zeppoline. Sta di fatto che sono tornato sazio. Vabbé non esageriamo, diciamo contento.

Passione

Dico la verità, non so neanche io da dove cominciare. Vabbè,  comincio da quello che avrei dovuto dirgli e non gli ho detto: Mister Turturro, in questo libro c’è il soggetto per Passione 2. Sì, perché dopo quella per la musica, bisogna che lei racconti la passione dei napoletani per  il lavoro.
Ecco, è questo che avrei dovuto dire, in inglese, invece di impapocchiare un pò di confuse parole in italiano che se non era per Francesco neanche la foto riuscivo a farmi. Il fatto è che “questo” mi è venuto in mente il mattino dopo intorno alle 7.00 mentre io me ne andavo a Fisciano per fare gli esami e Mr. Turturro immagino dormisse beatamente da qualche bella parte.
Adesso che mi sono confidato non mettetevi però a fare i sapientoni, perchè volevo vedere voi in due minuti, mentre almeno altre  20 persone  lo salutavano, lo abbracciavano, gli parlavano addosso, cosa avreste fatto al posto mio. E poi anche se non sembra io sono un timido a cui non piace dare fastidio al prossimo, specialmente quando il prossimo è venuto là per fare una cosa sua e a te neanche ti conosce. E poi e poi la vita ormai me l’ha insegnato che se facevo tutto per bene magari non succedeva nulla e invece così non succede niente.
A parte gli scherzi, talvolta ancora mi sorprende il fatto che persino in questi giochi qua – perché davvero alla mia età o lo hai capito che è un gioco o è meglio che, come diceva Mauro P. detto ‘a moviola a causa della parlata oltremodo lenta e strascicata, è meglio che ti togli le targhe e te ne vai allo scasso – l’idea di non esser riuscito a fare una cosa come andava fatta mi disturba assai; si, sono stato disturbato per tutto il viaggio che poi ci hanno pensato gli studenti a disturbarmi con il loro livello di (im)preparazione, ma questo ve lo racconto magari un’altra volta.

Tornando alla passione con la P maiuscola, mi piace ricordare quella che abbiamo trovato mercoledì sera all’Associazione Minerva di Giugliano, dove siamo stati invitati a presentare Uno, doje, tre e quattro. Una passione per la lettura, per il discorso, per il confronto, per l’amicizia, che ci ha coinvolto tutti e ci ha permesso di trascorrere una magnifica serata. Sì, all’Associazione Minerva ho trovato un pezzo di quella Bella Napoli che piace tanto a me. Grazie di cuore.

Centimetro dopo centimetro

E certo che ci sono andato, e come potevo non andarci con un titolo così, “Se non ora, quando?”, e in momento così, di quelli che come dice Brecht “discorrere di alberi è un reato?”.
Ho incontrato donne, donne, donne, naturalmente. Tantissime. E assieme a loro non solo quelli della serie “siamo tanti siamo sempre qui”, ma anche quelli che non vedevo da una vita, quelli come Ciro, ex delegato oggi in pensione della ex Società Italiana Ossigeno che il nome nuovo me l’ha detto ma in quella bolgia chi se lo ricorda, o come Armando, che ha diretto con me per un po’ di tempo la categoria dei chimici in Campania e adesso vive ad Avellino, o come Michele, che mi ha raccontato che anche se a 35 anni alla fine si è laureato e anche se si sente un pò in colpa ha deciso di raggiungere il fratello in Inghilterra che qui da noi se anche trovasse da lavorare con la laurea da ingegnere meccanico guadagnerebbe di meno del suo salario da operaio.
Il sole, i sorrisi, i saluti, e a un certo punto “Ogni maledetta domenica”, il film diretto da Oliver Stone che mi si accende nella mente. Eccolo lì, Tony D’Amato (Al Pacino) mentre parla alla sua squadra, lo potrei citare a memoria, lo faccio vedere ogni hanno ai ragazzi che seguono il mio corso sul sensemaking.  Eccolo lì, mentre insiste sulla necessità di lottare centimetro dopo centimetro per conquistare la meta, sull’importanza di essere uniti, di sentersi ed essere una squadra. Una squadra, un Paese, mi sono detto, e sì, qui bisogna stare sul punto, conquistare centimetro dopo centimetro, non ci si può tirare indietro.
Certo che lo so che non sarà facile, che non c’è solo una questione di leadership e di governo, che c’è anche una questione di cultura, di modi di fare, di valori da recuperare, di alibi e giustificazioni da rifiutare, di regole da rispettare a prescindere, tutti, sempre. Ma in fondo tutto questo accade quando un Paese individua una concreta possibilità alternativa di vedere soddisfatta la propria utilitas, come avrebbe detto Spinoza, nell’ambito di un sistema fondato sul rispetto delle leggi e delle regole politiche, economiche, istituzionali e perciò non ne fa più solo una questione di sensibilità, di solidarietà, di civiltà, ma anche, soprattutto, una questione di razionalità, di convenienza, di interesse.
L’interesse di chi sa che in un mondo tanto interdipendente sarà sempre meno possibile far finta che l’altro non esiste. L’interesse di chi, come l’Ulisse di Shakespeare, sa che “[…] nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri: né può da sé farsene alcuna idea, finché non le veda riflesse nell’applauso che le propaga”. L’interesse di chi non intende fare a meno dello streben, l’agire e tendere alla meta, che consente a Faust di salvarsi. L’interesse di sa che la meta si conquista tutti assieme. Centimetro dopo centimetro. Ogni maledetta domenica.

Mercoledì 16 febbraio 2011

Va bene lo ammetto, ci ho messo un pò di tempo, ma infine eccomi qua. Anche la “prima” di Bella Napoli è andata, con il suo carico di adrenalina e le sue incredibili sensazioni.
Com’è la frase che Morpheus dice a Niobe in Matrix Reloaded? “Esistono alcune cose a questo mondo, capitano Niobe, che non cambieranno mai. Altre invece cambiano.”? Esatto.
Tra le cose che non cambieranno mai ci sono la mia ansia, l’emozione, infine la meraviglia nel riscoprirmi a pensare a tutte le persone che sono disposte a fare delle cose per me, a essere mie complici, a sfidare il tempo (quello che si misura con i minuti secondi non con i centimetri cubi di pioggia, che tanto quella non manca mai) e le troppe cose da fare pur di non farmi mancare amicizia e affetto.

Non starò qui a fare l’elenco che non basterebbe un post solo per quello, dirò per tutte/i di Cristina e di Serena, che a chi c’era non ho bisogno di dire niente e a chi non c’era dico leggete la prefazione e la postfazione al libro e capirete che non esagero, di Luca che come suo nonno prende il lavoro “’e faccia” e i suoi 28 anni ha voluto festeggiarli con me, di Irene che parte domani per la Spagna e come i fiori tornerà a maggio e pure a maggio nuje stamme ‘cca, e di Nando che ha il difetto di essere uno juventino e il pregio di essere un Santoro, per la precisione il maggiore dei Santoro post Luigi, con tutto il carico di ironia, disponibilità, affetto, rigore che la casata richiede.

Sì, lo confermo, in contesti e con persone almeno in parte diverse, mi è capitato lo stesso sia con Uno, doje, tre e quattro, la fantastica avventura che sto vivendo con Viviana Graniero, Daniele Riva e Carmela Talamo, che con Enakapata, che come ho detto l’altra sera è destinato ad avere per sempre un posto a parte nel mio cuore per tutto quello che significa per me.
Che cosa cambia, dunque? Dal punto di vista delle principali non molto. Diciamo che cambiano alcune subordinate e magari una coordinata.
Per esempio ad appena 10 giorni dalla sua uscita in Campania mi sembra evidente che l’interesse dei media per Bella Napoli, per ora a livello regionale, speriamo più avanti anche a livello nazionale, è molto più alto di quello registrato per gli altri libri. Direi che una cosa così non accadeva dall’uscita de La casa dei diritti, ma allora c’era la prefazione di un Sergio Cofferati all’apice del suo prestigio a fare oggettivamente da traino.

Ecco, in questi giorni ho pensato che propria la possibilità che Bella Napoli travalichi i confini abituali dei miei libri in termini di pubblico richiede uno sforzo maggiore da parte mia di tenere il libro nella dimensione in cui l’ho pensato. Sia chiaro: non sto dicendo che così sarà e neanche che me lo auguro o che lavoro perché ciò avvenga, che quello lo faccio ogni volta, ci mancherebbe altro, sto dicendo che questa volta ho delle sensazioni diverse, avverto più forte questa possibilità che, per tutta una serie di ragioni, matura “sponte sua”.

Per farla breve, che questo post da diventando un romanzo, dico che sinceramente a me è piaciuta molto l’insistenza di Cristina Zagaria sul fatto delle storie normali di 12 napoletani al lavoro, nel senso che la chiave della normalità è secondo me essenziale per comprendere la natura più intima e profonda dei miei 12 racconti.
La mia non è un’inchiesta, nè sono andato a caccia di “eroi” che in mezzo al marasma generale si distinguono per la loro capacità, per il loro rigore, per la loro determinazione a fare le cose per bene perché è così che si fa. No, senza falsa modestia, credo di aver fatto di più perché ho cercato di racocntare persone normali che normalmente fanno quello che devono fare. Questioni di archetipi, insomma, perché se c’è, sta qui secondo me la possibilità di un futuro diverso per Napoli, nelle tantissime persone che ogni giorno fanno normalmente il loro dovere. È questa la forza di Bella Napoli. Come continua a ripetermi Emma, una delle protagoniste dei miei racconti, “noi non siamo “modelli” da perseguire, siamo persone normali con normali difetti, che tantissime volte hanno pensato di non farcela e che tante volte ce l’hanno fatta lo stesso e qualche volta non ce l’hanno fatta, perché non è che obbligatorio farcela, in particolare in una città come Napoli”.

Ecco, io penso che Emma abbia ragione, l’ho pensato dall’inizio, ho eliminato cognomi e possibili riferimenti anche per questo, perché come dicevo non scommetto sugli eroi ma sulle persone normali e sulla possibilità che presto o tardi siano loro, le persone normali, i protagonisti del futuro di questa città.
È per questo che a mio avviso ha un senso l’idea, che ho anticipato a chi c’era mercoledì, di continuare a raccontare Bella Napoli, di trovare il modo di raccontarne mille e poi 10 mila di napoletani che naturalmente, ogni mattina, si alzano e cercano di fare bene quello che devono fare perché in questo modo danno un senso alla loro vita.

Non lo so quando sarà, ma qualcosa mi dice che presto o tardi sarà. Sì, perché come ho scritto concludendo l’introduzione al volume, “questa è una città che non ti regala niente, neanche la sua bellezza straordinaria, unica, anche quella te la devi faticare, a meno che non ti accontenti delle cartoline. Ma tanto noi ci siamo abituati. E quando vinceremo lo scudetto della civiltà vedrete cosa saremo capaci di fare, altro che Maradona è meglio ‘e Pelé”.

La giacca

Certo che lo so che solo gli “over non ve lo dico quanto” si ricorderanno che è una bellissima canzone di Claudio Lolli, che poi magari uno di questi giorni ve la faccio sentire su Facebook, ma tanto la giacca del titolo non è quella lì, ma la giacca che avrei voluto comprare per la presentazione di Bella Napoli  di mercoledì.
Sì, avrei voglia di una giacca nuova, ma per me è sempre un problema trovarla con i saldi, non tanto per i 197 cm di altezza, ma per le braccia troppo lunghe, ci vorrebbe una drop 8, ma questi non le fanno quasi più le drop 8, a meno che non decidi di andare in un negozio specializzato e sei disponibile a spendere una cifra esagerata.
No, io non sono disponibile, e non solo per un fatto economico anche se pure quello conta, ma perchè poi in fondo con le giacche non ci prendo molto, bisogna abbinarla con i pantaloni e le scarpe giuste, insomma è una complicazione, diciamo che amo di più vestire “casual”, oppure scombinato, come diceva Luigi Santoro, sì, proprio lui, il mio amico – maestro – fratello maggiore a cui è dedicato Bella Napoli.
Talmente che mi metteva in croce per il mio modo di vestire che la storia della prima volta che sono arrivato a casa sua con il mio esckimo innocente, la barba e i capelli lunghi se la ricordano ancora sia Gianna, la moglie, che Nando, Massimo e Fabrizio, i figli. Sì, diciamo che  mella storia della famiglia Santoro rimarrò incaccellabile per due cose, per quanto ero brutto, di più, cavernicolo, conciato in quel modo e per la mia interpretazione de “Il vestito di Rossini”, sì, guardo caso proprio quello che nel ritornello fa “aveva solo un vestito da festa, se lo metteva alle grandi occassioni, ma poi gli dissero domani ai padroni, gliala faremo faremo pagar”.
Dite che vi devo far sentire anche questa su Facebook? Sarà fatto. Però voi se vivete o passate dalle parti di Napoli mercoledì 16 febbraio non dimenticate di venire alla Feltrineli Libri e Musica di Piazza dei Martiri. Secondo me ne vale la pena, poi vedete voi.

Trica trica e vene pesante

Come quasi tutti i proverbi, napoletani e non, anhe questo del titolo viene utilizzato in molti modi, uno dei più grandi filosofi del novecento, Pasquale Moretti, come lo chiama mio fratello Antonio da quando nostro padre non sta più da queste parti, lo utilizzava come minaccia, anzi no, come avvertimento, perchè papà non minacciava, quando diceva una cosa la faceva, e devo riconoscere che in vario modo l’abbiamo ereditata tutti questa brutta abitudine.
La faccenda funzionava così. Tu facevi una cosa che lui riteneva sbagliata, e lui ti diceva di non farla più. Tu la rifacevi, e lui che anche se gli avessi spiegato cos’era il libero arbitrio ti avrebbe risposto che fino a quando stavamo in quella casa comandava lui, ti diceva “guagliò, attenzione, trica trica e vene pesante”. Era il codice rosso in salsa nostrana, da quel pnto in poi sapevi che prima o poi, continuando così, le avresti prese di brutto. Non si poteva scappare, dovevi decidere le priorità, se era meglio fare e pagare il conto o era meglio rinunciare. E ognuno di noi naturalmente decideva di volta in volta. Per me ad esempio funzionava più o meno così: occupazione della scuola? fare e abbuscare; concerti rock (dai 14 ai 18 anni, che non è che fosse un tiranno il mio papà)? Idem come sopra. Brutto  voto a scuola? Studiare di più e migliorare al più prestp perchè altrimenti erano dolori di quelli seri, seri seri.
Ora voi vedetela come vi pare, ma io spesso penso che se mi sono innamorato del processo decisionale a tal punto da propinarlo ai miei studenti del corso di sociologia dell’organizzazione e soprattutto se ho imparato bene l’importanza dell’asse libertà di scelta, valutazione di vantaggi e svantaggi, assunzione delle responsabilità conseguenti, disponibilità a godere dei vantaggi e a pagare i prezzi delle scelte che si fanno lo devo molto anche a lui, al nostro grande filosofo con la quinta elementare.
Adesso voi non ci crederete, o forse si, perchè in fondo accade lo stesso anche a voi, tutto questo mi è tornato in mente pensando alle traversie che stanno accompagnando Bella Napoli, che sarebbe dovuto uscire il 26 gennaio, poi il 3 febbraio, e invece ancora non si vede in giro. Ora, dato che in questo periodo non è che mi gira proprio per il verso giusto, niente di che, è che sono proprio io che vado a tre, che batto in testa, come dice un mio amico meccanico, mi stavo facendo prendere dal nervosismo quando mi sono detto, “Viciè, nun ce pensa’, trica trica e vene pesante, vedrai che Bella Napoli sarà un successone”. Sarà la potenza di papà, ma mi sono messo a ridere e mi è passato tutto. Intanto stasera me ne vado a Piano di Sorrento assieme a Viviana, Cinzia e Francesco presentare Uno, doje, tre e quattro, che quello un successone lo è già.

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