Cip e stracci di lino

No, no, questa volta la “h” non me la sono dimenticata, volevo scrivere proprio cip, non chip. Mentre scrivevo la storia di Duccio, e della sua Ape, ‘o trerrote, che avevo deciso di ambientare a Caselle in Pittari, perché volevo raccontare anche se in forma romanzata un pò delle cose che stanno avvenendo da quelle parti, mi è venuto spontaneo chiamarla in questo modo, Cip, che gli acronimi quasi sempre sono brutti anziché no, ma non in questo caso, che Cip mi fa pensare alla versione made in Italy del cinguettio, del tweet, che magari prima o dopo qualcuno lo inventa cipper  che ci permetterà di postare con 210 caratteri che tanto si sa che noi italiani siamo meno sintetici degli inglesi.
Gli stracci di lino sono invece quelli che venivano usati mille anni fa per fare la carta e che hanno dato a Luigi Nicoletti lo spunto per dare il nome alla sua bella cartolibreria a Sapri.
Perché vi racconto tutto questo? Perché sabato 6 aprile, proprio nella suddetta cartolibreria con Luigi e Giuseppe Jepis Rivello, Antonio e Rossella Torre,  Antonio Pellegrino e Margherita, Cinzia e Angelo e un bel pò di altra bella gente abbiamo presentato Testa, mani e cuore.
E’ stata una serata bella bella, ve ne potete fare un’idea guardando il video, che di certo ci sono un po’ troppo io, lo dico davvero, che Giuseppe, Antonio e Angelo hanno raccontato cose straordinarie anche se poi per amicizia si sono tagliati loro e hanno lasciato me, però non da solo, perché le cose che hanno detto Annamaria e Lorenzo a me hanno riempito il cuore di gioia, perché se uno scrive un romanzo e due persone che non ha mai visto prima ne parlano come ne hanno parlato loro quello che ha scritto il romanzo è veramente felice. Dice ma sono “solo” due. Potrei rispondere che possono diventare due milioni, dico invece che in queste faccende qua anche una sola persona vale come l’umanità intera.

La giornata di ieri l’abbiamo passata invece a Cip, con Giuseppe e Antonio e il resto della band, con le interviste agli artigiani di Cip che poi Giuseppe pubblicherà su Timu e dunque non vi anticipo niente qui, con i progetti per il futuro prossimo venturo, con il pranzo da zì Filomena e la chiacchiere di cibo e di scienza con Mario Pellegrino, il titolare che tu lo vedi e capisci che anche lui tiene la testa dove tiene le mani e le mani dove tiene il cuore.
Comunque adesso tutto tutto non ve lo posso raccontare, piuttosto guardatevi il video che a Cip ci torneremo presto. A proposito, stasera assieme ad Alessio Strazzullo, che ancora sta dispiaciuto che l’influenza lo ha tenuto lontano da Cip e da Sapri,  saremo a Castel San Giorgio, a Villa Calvanese, presenteremo il libro e soprattutto proietteremo  il film di Alessio, La tela e il ciliegio, che se non  l’avete visto ancora non ve lo perdete.

Nuvole di Omero e innovazione sociale: Societing Reloaded

societing

Vero, è passato un po’ di tempo da quando il mio amico Alex me lo aveva chiesto, ma vi assicuro che ne è valsa la pena. Sì, perché Societing Reloaded. Pubblici produttivi e innovazione sociale (Egea 2013), il volume curato da Adam Arvidsson e Alex Giordano, è straordinariamente ricco di idee, di possibilità, di futuro. Perché mettere assieme tante belle “cape” come quelle di Caterina Bandinelli, Michel Bauwens, Francesca Buttara, Anna Cossetta, Bernard Cova, John Grant, Salvattore Iaconesi, Oriana Persico, Jaromil, Riccardo Maiolini, Massimo Menichelli, Bertram Niessen, Irenangela Smargiassi e Barret Stanboulin non è mica cosa di tutti i giorni. E perché ci troverete il ragionamento più sensato che io sia riuscito a fare fino ad oggi sulle connessioni tra storytelling, cultura e cambiamento sociale. Sì, avete letto bene, l’ho intitolato Cloud storytelling e Societing organization. Non ve lo perdete. Non il mio articolo. Il libro.

Strettamente personale

Il messaggio che leggete in calce me lo ha mandato mia nipote Sara, 19 anni, un pò di giorni fa. Per ovvie ragioni non l’avevo pubblicato, però un pò mi dispiaceva. Mi dispiaceva per me, perché dalle mie parti si vive soprattutto di soddisfazioni e perché sono un essere umano e mi fa piacere condividere la felicità, che quello basta già il dolore a farti capire che quando arrivi alla “streppegna” sei un uomo solo. E mi dispiaceva per lei, perché secondo me dalle righe che mi ha mandato traspare la verità, la sua verità naturalmente, non la Verità che di questi tempi è meglio lasciarla stare, sì, insomma, quella cosa che chiedo a ciascuna/o di voi quando vi dico di commentare il libro con tutta la sincerità di cui siete capaci. E’ stato Alessio a darmi la soluzione, come fa lui, con quella semplicità che si fa genio, con un semplice e geniale “Vincenzo, facci un post, nessuno può dirci niente se diamo spazio anche ai nostri sentimenti”. Com’è la storia? Sangue e link. La condizione umana al tempo di internet. Perciò eccomi qua. Ladies e gentleman, ecco a voi il commento di Sara Moretti:

Il tuo libro non è solo stupendo (e non lo dico perché sono di parte), zio il tuo libro é vero. La cosa bella é che parli di persone vere, persone che si incontrano tutti i giorni e non é una cosa facile, secondo me. Perché raccontare la storia di persone che hanno lottato e sudato per arrivare a essere quello che sono e che hanno creduto in quello che hanno fatto non é così facile. Quando parli di queste persone devi trasmettere la loro passione, il loro “testa, mani e cuore” e io penso che tu ci sia riuscito, non sono un critico letterario ma semplicemente una lettrice e io da lettrice mi sono emozionata. Queste storie ti motivano, ti “gasano”, come le canzoni dei Linkin Park che sento prima delle partite. Mi hanno fatto venire ancora di più la voglia di farcela, di riuscire. Quindi non ho altro da aggiungere se non grazie.

Buona la prima

Confermo, sono un uomo fortunato. Ieri sera poteva finire veramente male, della serie gente poca e frustrazione tanta, e invece no, gli amici, e le amiche, si sono mobilitati, la famiglia pure, c’erano anche gli amici degli amici, e così la sala era bella piena, Costantino, Sergio, Alessio e Gianluca sono stati dei complici meravigliosi, e così la presentazione è scivolata via leggera fino al momento ogni volta emozionante delle dediche sulle copie acquistate.
Certo che se non ci fosse stato lo sciopero del trasporto pubblico locale poteva andare ancora meglio, molto meglio, e però dato che lo sciopero c’è stato poteva andare anche peggio, molto peggio, e poi come si diceva da ragazzi “si ‘o nonno teneva ‘o troll era nu tram”, quindi è inutile stare qui a giocare con i se e con i ma, che quello serve a poco o a niente.
Che cosa mi è piaciuto di più di più di ieri sera? ‘E guagliune, si, loro, le ragazze e i ragazzi, proprio loro, i giovani, ce n’erano parecchi ieri sera, perché l’Italia del lavoro ben fatto, l’Italia che mette testa, mani e  cuore nelle cose che fa è prima di tutto l’Italia loro, è un loro diritto, gli tocca. Non mi piace la retorica. Dico solo che senza la loro passione, la loro intelligenza, la loro creatività non ce la possiamo fare. E’ per questo che sono molto contento quando riesco, per il poco che posso, a creare qualche opportunità. Sapete cosa succede?  Che poi loro la moltiplicano per mille, come hanno fatto ad esempio Costantino con il suo blog su Timu o Alessio con il suo meraviglioso film.
Sì, a me “mi” piace, e mi piace raccontarlo, però adesso non ci culliamo sugli allori, che con Testa, mani e cuore e La tela e il ciliegio abbiamo appena cominciato.
Ancora grazie a tutte/i. Una/o per una/o.
 

Così è. Se vi piace

Il 13 marzo era il giorno previsto per l’uscita, e come vedete dalla foto il libro comincia a stare al proprio posto, cioè nelle librerie. Molto adesso dipende da voi, dalla vostra voglia di leggerlo e di decretare il suo successo. Oppure no. Perché si, non è mica obbligatorio che debba piacervi, può darsi di si e può darsi di no, e nessuno può dirvi niente, io meno di chiunque altro. Anzi no, una cosa penso di potervela dire, questa: sia se dopo averlo letto il mio romanzo vi sarà piaciuto sia se non vi sarà piaciuto non tenetevelo per voi questo piacere, o questo dis-piacere. Scrivete due righe, commentate, recensite, dite cosa ne pensate con tutta la sincerità di cui siete capaci, insomma raccontate perché vi è piaciuto, o non vi piaciuto. Se vi ha emozionato o  invece no. Lo so, ora state pensando che faccio così perché sono convinto che il  libro è bello e vi piace. E invece no. E’ vero che lo spero, che sono fiducioso, ma per essere convinto aspetto le vostre interazioni.
Buona lettura.

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Tu chiamale se vuoi, emozioni

‘O saccio. Scusate, “lo so”, che quando parlo tra me e me la lingua mia è quella napoletana va pure bene ma quando parlo tra me e voi invece no.

Dicevo lo so, finisce come ogni volta: certe amiche, e amici, le avviso dieci volte in dieci modi diversi, che diciamoci la verità si scocciano pure anche se mi vogliono bene e non me lo dicono, anche perché ci pensa mio figlio Riccardo a riportarmi nel mondo delle cose normali con il suo “pà, mi hai fatto la palla, me lo hai detto già venti volte, ti ho detto che li avviso i miei amici, però famme sta cuieto”; di certe altre, e altri, mi ricordo il giorno della presentazione, che dico, dieci minuti prima che cominciamo e allora mi do una manata in fronte e finisce con “mannaggia a me che ho dimenticato di avvisare questa, questo e pure questi altri”. Sì, avete letto bene, finisce, perché così come cerco di fare bene le cose che devo fare, così sono consapevole che la perfezione non è di questo mondo, che sono umano, dunque sbaglio. Sì, “sbaglio, dunque sono” mi piace un sacco, secondo me funziona alla grande, a patto però di avere l’approccio giusto, quello che non ti fa accontentare, quello che ti spinge a migliorarti sempre, ad alzare l’asticella, a varcare la soglia del dolore, come avrebbe detto mio padre “a jettà ‘o sang”, a buttare il sangue, pur di fare bene quello che devi fare, l’approccio che ti fa guardare soddisfatto a quello che hai fatto una volta che l’hai fatto, e ad accettare il fatto che non è venuto perfetto, che da qualche parte c’è sicuramente qualcosa che potevi fare meglio.

Ecco, vedete, quando le devo spiegare così le cose me la cavo, il fatto è che invece il libro che presento venerdì della prossima settimana, il 22 marzo, è un romanzo, il mio primo romanzo, e questo mi fa stare teso come una corda di mandolino.

Dico la verità, qualche segnale incoraggiante c’è già, c’è chi mi ha detto “vincenzo, ho riso tanto e ho pianto tanto” e chi mi ha detto “vincenzo, il tuo romanzo è bellissimo, ci stanno sentimenti e idee molto profonde raccontate in maniera molto semplice”, e per me questi sono dei gran bei complimenti, cose dette da persone che stimo molto. Che però sono anche persone che mi conoscono e mi vogliono bene, e questo pure conta.

Comunque dopo domani il libro comincerà a essere nelle librerie, spero che ci sia qualcuno delle persone a cui lo abbiamo mandato che lo recensisca, e allora vedremo che si dice, capirò se ho esagerato oppure no nel buttare il cuore oltre l’ostacolo, perché scrivere un romanzo è una cosa a parte, ma questo voi lo sapete già.

Niente, per ora mi fermo qui, vi allego l’invito, spero che gli amici napoletani mi aiutino a farlo girare tra i loro amici. Come si dice a Napoli, “ ‘o ‘nvitato po’ invità”, l’invitato può invitare, perciò cosa aspettate?

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La tela e il ciliegio. Testa, mani e cuore

Il 22 Marzo 2013, alla Feltrinelli Libri e Musica di Napoli, presentiamo il mio primo romanzo, Testa, mani e cuore, edito da Ediesse. Nello stesso giorno, su Youtube, va in onda La tela e il ciliegio, il film documentario diretto da Alessio Strazzullo con Antonio Zambrano e Jacopo Guedado Mele. Nel frattempo abbiamo aperto un blog, anzi no, un cantiere, che però ha già una piccola grande storia alle spalle. Alessio and me lo abbiamo pensato per per raccontare la prossima tappa di questo nostro viaggio che speriamo più che mai di vivere assieme a voi. Speriamo siate davvero in tante/i ad avere voglia di interagire.

Pronti, partenza…

Il mio amico Vincenzo, uno di quei pochi amici capace di essere amico e maestro, anzi, uno di quei pochi maestri capaci di essere amici e così generosi da accettarti come collega, è come sempre un passo avanti.

Mentre io mi scervello con Alessandro Germanò – un altro grandissimo amico e professionista che ha deciso di lanciarsi in quest’impresa con me – per mettere ogni sequenza del nostro “La tela e il ciliegio” al posto giusto,  lui avrà già scritto 15 post, 20 status su facebook e 32 tweet.

Ora, visto che a me non piace sempre essere quello che fa di meno (Vi giuro che Vincenzo è il concetto di multitasking incarnato) provo a raccontarvi cosa sta succedendo.

“La tela e il ciliegio” è in post produzione, e stiamo davvero rischiando di perdere la vista per farlo diventare ciò che vogliamo. Capirete che girare un documentario sul lavoro ben fatto, sulla dedizione e sulla passione, su un giovanissimo artigiano digitale ed un gigantesco artigiano ebanista, non è proprio un lavoretto. Ma come potrebbe essere altrimenti? Come facciamo a presentarci alle tappe della nostra tournée se in tutte le fasi del nostro lavoro non ci mettiamo tutto quello che possiamo metterci (e di più?). Insomma, siamo persone credibili e “La tela e il ciliegio” sarà presentato il 22 febbraio. Forse, se ce la facciamo. No, no, sto scherzando.

Perché un documentario? Cosa è successo ad un certo punto? Il libro lo stavamo davvero scrivendo insieme io e Vincenzo, e avevo fatto anche tutti i passaggi necessari con la Newton Compton. Perché allora, invece di concentrarmi su una delle cose che mi riescono (bene, non so, ma a riuscirci mi riesce) ho voluto complicare così tanto le cose?

No, a questo punto non vi dirò “chi me l’ha fatto fare non lo so”. Perché al di là del risultato tutto questo lavoro con i testi, le immagini, le telecamere ed i microfoni ha un senso.

Qual è il senso però ve lo dico un’altra volta.

Ps:

seguiteci su twitter @telaeciliegio

Save the date

22 Marzo 2013. Alla Feltrinelli Libri e Musica di Napoli presentiamo il mio primo romanzo, Testa, mani e cuore, edito da Ediesse. Su Youtube va in onda La tela e il ciliegio, il film documentario diretto da Alessio Strazzullo. Con Antonio Zambrano e Jacopo Guedado Mele.
Io dico che sarà un bel giorno. E voi?

Ma mi faccia il piacere, se ne vada [1]

Giovanna Melandri:
“Mi dispiace per Emmott e per le proteste, ma non cambio idea: ho detto no all’anteprima perché sono convinta che sia mio dovere tenere fuori la campagna elettorale dal Maxxi”.

Fonte: Repubblica.it

Le vie del lavoro a TEDx Napoli

Dedicato a Felicia

La storia, questa piccola grande storia, ha inizio qualche giorno fa quando Felicia Moscato, mia ex studentessa a Fisciano, ha pubblicato questa immagine su Facebook:

Dite che potevo sorridere o anche solo farmi i fatti miei? Potevo, ma non l’ho fatto, e ho commentato così la foto:
Felicia, non mi piace; per me come sai il lavoro va approcciato sempre con professionalità, di più, come se tu fossi il numero 1 al mondo e dovessi fare la cosa migliore del mondo. Poi, quando si arriva al risultato, si deve avere la capacità di accettarlo, e anche di imparare dagli errori. ma se fossi in te farei in modo che nessuno possa mai dirti che non hai fatto il tuo lavoro con professionalità :))))))))))))))))))))))

Felicia mi ha risposto così:
Prof. è un qualcosa di ironico questo…e credo che lei lo abbia capito benissimo…di solito cerco di non catalogarmi tra le persone che fanno qualcosa tanto per farla… :)))))))

Io, un poco imbarazzato, me la sono cavata con un “ottimo” che poi è finito sotto un commento di un’altra persona che proprio mi è sembrato orrendo ma questo in fondo non importa, le opinioni sono tutte legittime e non è che io pensi di stare lì a dover insegnare delle cose al mondo, mi piace molto di più imparare che insegnare.

Quello che importa, almeno a me, tanto, è che Felicia ieri, credo ha fatto una torta, questa:

e poi mi ha taggato in un post,  questo:
Prendendo spunto da ciò che mi ha detto qualche giorno fa; ieri mi sono vestita da professionista di dolci…. mi sono immaginata come la pasticcera migliore del mondo che dovesse confezionare la torta per l’evento più importante del mondo…a vedere il risultato mi sento molto soddisfatta…io, prof., non sono solo una futura sociologa, ma sono semplicemente ciò che oggi voglio essere…chi l’ha detto che bisogna essere una cosa sola nella vita per essere i migliori??? forse andrà contro qualche suo pensiero ma io sono dell’idea di poter diventare tutto…(ovvio, non un’astrofisica)…ci metterò più tempo degli altri ma alla fine io avrò più specialità da poter offrire al mondo…e questo per oggi mi basta….il mio sogno? essere un giorno ciò che il protagonista del film “Jerod: il camaleonte” è stato nella finzione…un sogno troppo in alto forse, irraggiungibile e impensabile, ma io fino a quanto riuscirò ad immaginare che sia possibile, voglio raggiungerlo questo traguardo…OK, SI, sono incontentabile…:)))))))

Posso dire che questo post di Felicia mi piace un sacco? Mi piace un sacco che lei sia tornata sulla questione, che non l’abbia considerata una cosa così. E mi piace ancora di più che mi abbia ricordato che “Siam molti”, proprio come nella poesia di Pablo Neruda, e che in questi molti che siamo, che è, lei ci si trova bene.
Grazie Felicia. Di cuore. Questo post è dedicato a te. Alla tua intelligenza. Alle tue passioni. Al tuo futuro.

Timu e Le vie del lavoro all’Università di Salerno

E’ stata la mia amica Bianca Arcangeli, prof. di Metodologia delle Scienze Sociali a Salerno, a chiedermi se avevo voglia di raccontare ai suoi studenti del primo anno la ricerca sul lavoro che stiamo portando avanti su Timu.
Detto che se mi chiedete cosa ho risposto vi tengo scompagne/i aggiungo che sono venuti anche un pò degli studenti del terzo anno che seguono il mio corso di Sociologia dell’Organizzazione e che il piccolo esperimento ha dimostrato, e vi assicuro che ce n’è bisogno, mamma come ce n’è bisogno, mica solo a Salerno, che studiare e lavorare assieme fa bene alla salute, degli studenti e dei loro prof.
Come provo a fare ogni volta in queste occasioni, la sera mi sono appuntato un pò delle cose dette e qualche considerazione utile per i vagabondaggi prossimi venturi; ve le segno qui, nel caso vi faccia piacere condividerle:

1. Timu e Fact Checking, le piattaforme Ahref per storyteller e citizen reporter che sulla base di un metodo condiviso decidono di raccontare storie, fare inchiesta, verificare notizie, in maniera partecipata.

2. Il rapporto tra Bella Napoli, il libro nel quale racconto la mia città attraverso la passione e il rispetto dei napoletani per il lavoro e Le vie del lavoro, l’inchiesta promossa da Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio per raccontare l’Italia attraverso la passione degli italiani per il proprio lavoro, la voglia di farlo bene a prescindere.

3. Perché la scelta di raccontare il lavoro ben fatto. Illustrazione dell’ ipotesi di partenza (esiste in Italia il lavoro ben fatto?), del metodo utilizzato (accuratezza, legalità, indipendenza, imparzialità), della tecnica di rilevazione adottata (testimonianza guidata da tre domande: un’immagine, un ricordo, un fatto che riassume come il lavoro è entrato nella vita dell’intervistata/o; il racconto del proprio lavoro, come si svolge concretamente; perché il lavoro vale, dà significato alle nostre esistenze), dell’obiettivo finale (il racconto dell’Italia che lavora bene a prescendere come leva per il cambiamento culturale – dare più valore al lavoro meno valore ai soldi; dare più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai – di cui ha bisogno il Paese).

4. L’incidenza della serendipity, il concetto di isomorfismo, i processi di competizione collaborazione, la possibilità di dare nuovo senso e significato ai contesti nei quali viviamo.

5. Illustrazione di alcuni esempi (lavoratrici nigeriane che fanno le sarte; Enzo Paparone, parrucchiere; Antonio Zambrano, ebanista; Costantino Menna, ingegnere dei materiali; Carmine Brucale, ricamatore; Geremia Pepicelli, ingegnere elettronico).

6. In che senso e perché “fare é pensare”, la discussione tra Hanna Arendt e Richard Sennett.

7. L’invito a interagire, partecipare, contribuire con le proprie storie alla nostra ricerca.

Grazie Lina

Alla letterina di Pasqua sono legati molti bei ricordi della mia famiglia. Papà che prima faceva finta di non vedere quello spigolo bianco che il piatto non riusciva a nascondere, poi si mostrava meravigliato, poi leggeva con sincera emozione la nostra letterina, poi dava mille lire ciascuno a me, ad Antonio, a Gaetano e a Nunzia. Mamma che non ce le lasciava neanche rigirare tra le dita, ritirava il bottino, faceva finta di consolarci con il suo “datele a me che ve le conservo io” tanto la sapevamo già che non le avremmo viste più. Poi l’inizio del pranzo, che era una festa in sé, perché in quegli anni là si mangiava così bene davvero solo a Natale e a Pasqua.
Stasera ho provato le stesse sensazioni grazie a Lina, che non ha ancora compiuto 7 anni, che ho conosciuto una settimana fa, che ho “tormentato” per tutto il pomeriggio e la mattina dopo dicendo che volevo buttare il suo orsacchiotto, che glielo volevo rubare, che l’avrei dato in pasto al cane, tra i rimproveri dei “grandi” e l’immancabile affettuosa avvertenza che da grande mi avrebbe odiato.  Io lo sapevo che non sarebbe andata così, sono un esperto nel settore, Irene e Valerie Gonzalez, le mie adorate nipoti, se lo ricordano ancora di quando, venti anni fa, ho staccato la testa della loro Barbie.
Il fatto è che i “piccoli”, fino a quando noi grandi non li roviniamo, sono come il Piccolo Principe, vedono con il cuore e non cogli occhi, ed ecco la letterina che Lina mi ha fatto avere attraverso Rossana e Castrese, i suoi zii.
Posso dire che mi ha fatto felice, ma così felice, ma così felice che non ho potuto tenerla tutta per me tanta felicità e ho deciso di condividerla con voi? Sono i “piccoli” ragazzi, è tutto qui, come direbbe Al Pacino di “Ogni maledetta domenica”. Anzi no, perché se anche noi “grandi” provassimo ogni tanto a guardare con il cuore e non solo con gli occhi questo nostro mondo sarebbe un pò meno ingiusto, e le nostre vite un pò più belle.

Bottega Ahref @ Rione Sanità

Una vita da operaio. Da operaia. Naturalmente su Timu

Racconta la tua storia di fabbrica su Timu

La fabbrica è la vita
di Giuseppe Argentini

La fabbrica = la vita. La vita = la fabbrica.

Un paese in Abruzzo (la fabbrica) di circa tremila persone, su un cucuzzolo, attorno altri cucuzzoli con altri paesi simili.
Campagna, fossati, sali e scendi tutt’intorno, neve e freddo d ‘inverno caldo d’estate, abitazione, non di proprietà, come il resto, orto, animali ecc. Si dorme in uno scantinato, lenzuola umide.
Licenza di scuola media inferiore, meno male, almeno quello, anche se poco mi è servito, non per quello che ho imparato ma per il titolo. Dopo la scuola, in una bottega di falegname, imparo subito ad usare le macchine e vari attrezzi.
Di giorno si usano le macchine e al mattina presto si assemblano i pezzi, il padroncino, benevolmente per riconoscenza, lascia le sigarette nel cassetto del bancone e al mattino una pizza, dal vicino forno, con zibibbo, qualche volta al cinema, mi sentivo un pò grande, anche questo mi servirà.
Arrivo a Roma, a 19 anni, in una bottega di falegnameria, si dorme si mangia ci si lava a bottega, pochi soldi, appena basta per sfamarsi con pane e qualcos’altro.
Ero un emigrante in piena regola, mi sentivo a casa d’altri, paura di andare fuori zona, se ci andavo usavo il filo di arianna, mentalmente. Guardavo gli altri, tanta gente, ma ero solo.
Cambio lavoro. In un sottoscala vicino a Roma, grande città, poi alla periferia fuori Roma, sempre lo stesso, dormo nella fabbrichetta, grazie al padrone che in cambio mi insegna a controllare i forni elettrici per la cottura di ceramiche, spegnere il forno a temperatura giusta, non addormentarsi perché se passa di cottura si butta tutto, imparo presto per necessità, a volte mi sembra di essere necessario e avanzo qualche pretesa, qualche soldo rimane, c’è anche per il cinema, non voglio tornare al paese.
Si mangia un pò meglio, si compra una pagnotta che si riempie di pomodoro e carne in scatola, va bene per colazione pranzo e cena, la pancia si riempie, si compra qualche maglione desiderato.
Niente busta paga, niente contributi. Mai nessuno si interessa a te. Menomale. Altrimenti chissà.
Poi all’improvviso c’è un motivo per continuare, una ragazza, i problemi come la novità aumentano con passi da gigante, ha idee di sinistra, idee proprie, di un principio che non capivo, non pensavo che c’erano idee e convinzioni così diverse da quello che mi avevano insegnato a casa, a scuola di cui non si parlava mai.
Ma mi piacevano, piano piano le facevo anche mie. Ho dovuto cambiare tutto un modo di pensare. Non sapevo che dire, che fare, come comportarmi.
La prima tessera della CGIL anni 1958/59, il giornale l’Unità. Iniziavo a vedere, mentre guardavo le cose. Poi il militare, dove finalmente si mangia, la colazione, la cena. La pasta asciutta, la carne tutti i giorni, con il soldo e qualche cento lire da casa, si dorme su un letto asciutto, mi sento meglio, anche perché c’è qualcuno che mi scrive spesso e mi aspetta.
Non so come sarà il ritorno a casa. Dopo il militare con l’esperienza nei forni, trovo un lavoro in una nuova fabbrica, si fanno i turni così si guadagna di indennità, menomale c’è un vero lavoro, circa 30.000 lire al mese, ci siamo sposati, 15.000 lire di affitto. Finalmente una casa vera. Dopo un pò, ritardi nella retribuzione con continui richieste di arretrati, il padroncino a volte mi dava qualche spicciolo, diceva che se lo toglieva dalla tasca propria per darli a me, niente contributi per la pensione, dieci anni persi.
Arrivano i figli. Serve qualcosa di meglio, più soldi, specialmente con puntualità. Altrimenti sono problemi. Non si riesce a fare debiti, come tanti, si compra con quello che si ha con preoccupazione. Si parla di chiusura. Prima che la fabbrica chiude trovo un altro lavoro, un’altra fabbrica, ci vuole il patentino, ci provo faccio tirocinio, ci riesco, sono un operaio qualificato. Dopo qualche anno chiude anche questa.
Un’altra fabbrica nuova, lo stesso lavoro, l’impegno sul lavoro mi evita problemi e c’è qualche compenso in più. Ma sempre presente anche nei festivi. Dopo qualche anno le cose non vanno bene, si prospetta la chiusura. Ancora la ricerca del lavoro.
Finalmente una fabbrica medio grande, solida, farmaceutica, ancora con i turni continui, serve costanza e sacrifici per migliorare nel lavoro e ottenere qualche extra, i figli sono tre. Cercare di aumentare di livello, servono più soldi, assumersi qualche responsabilità.
Acquisto esperienza, il lavoro è impegnativo, aggiornarsi di continuo per lavorare in sicurezza, evitare incidenti. Serve continuo impegno. Bisogna muoversi con cautela, visto anche la militanza politca/sindacale, anni 1974/75. In alcuni casi c’è stato discriminazione, ripicche. Ma è necessario partecipare.
Il caporeparto, in più occasioni, quando trovava un nuovo elemento disponibile, ha provato a sostituirmi, ma un’esperienza non si improvvisa. Allora rinunciava. Mi doveva accettare, e questo per 20 anni, mi rimproverava la militanza, i consigli ai nuovi assunti, a volte la protezione.
Le assemblee, gli scioperi, i rinnovi contrattuali, le discussioni infinite erano costruttive, si doveva trovare un accordo, una soluzione, sempre attenti ai cambiamenti, pronti a recepirli.
C’è stato un cambiamento con l’automatismo dell’impianto, il computer che gestisce, ti evita i turni ma ti chiama in caso di allarme, a tutte le ore, interrompi il pranzo di compleanno del figlio, era difficile da accettare dopo 30 anni di gestione manuale.
Anno 1990. All’idea ero contrario, poi ho accettato per sfida, qualche collega ha avuto qualche problema. Momenti di sconforto, famigliari preoccupati.
Visto le conoscenze acquisite, i progettisti mi hanno chiesto di scrivere tutte le procedure che conoscevo: di avviamento, di spegnimento, di controllo, di inserire e disinserire una macchina, di tutte le anomalie che conoscevo, è stato accettato anzi ho esagerato in sicurezza e controllo dei punti di riferimento, pensando al futuro. Abbiamo inserito nuovi elementi. Cosa importante è stato l’approccio col computer. Però altri ottenevano promozioni mentre io rimanevo al mio posto forse per le idee politiche e sindacali.
La fabbrica è la vita intera. Te ne accorgi dopo, quando all’improvviso si parla di mobilità, cassa integrazione, prepensionamento. Non sai cosa pensare. Sei nella lista? Che farai? Nel mio caso mancava qualche anno alla pensione, nel lavoro di controllo impianto ero rimasto da solo con il computer, in alcune manovre manuali mi accorgevo che facevo fatica, allora ho chiesto aiuto anche in previsione di preparare un sostituto.
Le promesse c’erano ma dalle risposte tipo “abbiamo i diplomati che hanno studiato perciò sono in grado di sostituirti” capivo che non c’era volontà di preparare i futuri gestori impianti adeguatamente. Ero preoccupato per la sicurezza e visto che in 40 anni di lavoro su impianti ritenuti pericolosi, generatori di vapore, non avevo avuto nessun incidente, perché aspettare?
Ho chiesto l’inserimento alla seconda lista di mobilità, dopo un mese ero fuori dalla fabbrica.
Una nota sconfortante, avevo due scatoloni di appunti, accumulati durante le varie modifiche all’impianto, su come gestire l’impianto, varie soluzioni ecc., nessuno lo ha voluto, ho buttato tutto.
In fabbrica il mondo è migliore che fuori, con le amicizie, la collaborazione, le occasioni che aiutano anche all’esterno, sei in contatto con il mondo intero. Fuori la fabbrica c’è meno opportunità, non sai dove cercare.
Avevo deciso che andando in pensione non avrei fatto altri lavori, anche per la poca prospettiva dei giovani.
L’improvvisa uscita dalla fabbrica crea qualche problema, esci al mattino alla stessa ora con la scusa di comprare il giornale, ogni giorno non sai cosa sta succedendo, sei amareggiato. Visto che avevo un anno di mobilità mi sono offerto, al Comune dove risiedo, hanno accettato, ho fatto un pò di lavoro socialmente utile.
Comunque non andava bene, visita dal medico, con diagnosi malattia del pensionato, la soluzione era di trovarsi qualche lavoretto che ti impegna, ma avevo deciso di no, visto che già mi pagavano con la pensione. Gioco col computer ma non basta.
Ti ritrovi i vicini di casa quasi sconosciuti, amicizie sono rimaste in fabbrica, col tempo si dimentica.
Fuori la fabbrica non ho trovato nulla, non si sa a chi rivolgersi, bisogna ricominciare come il primo giorno in fabbrica. Ho cambiato di nuovo fabbrica, ma questa volta anche un nuovo lavoro che non conosco.
Ho pensato che dovevo imparare a fare il pensionato, come potevo rendermi utile. Ho iniziato con il volontariato, e venuto l’Euro bisognava informarsi, informare, portare l’Euro nelle scuole, nei centri anziani.
Ho visto che i bimbi non giocano con giochi manuali, tutto elettronico, mi sono ricordato di alcuni giochi antichi, rompicapi ecc. e con questi ho frequentato le scuole.
I bimbi li hanno apprezzato, anche gli adulti.
Ora ricopio qualche gioco, trovo la soluzione e poi li regalo. Ho imparato a fare il fannullone e lo faccio bene. Ma non so se mi piace e non posso fare altro.

Menna, chi è costui?

Dato che non lo sapete ve lo dico io: Costantino Menna, 27 anni, da Carbonara di Nola, provincia di Napoli. Si è diplomato al liceo scientifico con 100/100, si è laureato in ingegneria con 110 e lode, è PhD student del Dipartimento di Ingegneria Strutturale, ha un cv da paura per la sua età e poi gioca a pallavolo, campionato di prima divisione, ha una fidanzata splendida almeno quanto lui, esce con gli amici, perché insomma non abbiamo aperto la sezione “secchioni”, sì, “secchione” non è la parola giusta, quella giusta è  “impegno” ma su questo sapete già come la penso, basta andare alla voce “fare bene le cose perché è così che si fa”.
Costantino in queste ore sta volando verso la Pennsylvania, destinazione Penn University, su Timu nei prossimi giorni cominceremo a raccontarvi per fare cosa e perché. Sì, perché Costantino ha accettato di raccontarci la sua esperienza lì, di interagire con noi, noi nel senso di me e voi, nel senso di tutti quelli che hanno interesse e voglia di paretecipare a questo blog collettivo a cui spero daremo vita a partire daiprossimi giorni, non appena Cstantino avrà disfatto le valigie e si sarà un attimo ambientato. Sì, spero siate in tanti a partecipare, soprattutto tanti giovani, e tra i giovani i tanti Costantino, nel senso di ragazze e ragazzi normeli, brave/i e preparate/i, che sono in giro per il mondo per conquistarsi un pezzo di futuro. Partecipare è semplice, basta registrarsi su Timu, condividere il metodo che viene proposto, e postare le vostre storie e le vostre opinioni nello spazio commenti. Buona partecipazione.

 

Bella Napoli incontra il Liceo Carducci di Nola

Lettera a una Professoressa Atto Secondo

Alle ragazze e ai ragazzi del Liceo Carducci di Nola l’ho detto ma voi lì non c’eravate e perciò lo ripeto qui: il prossimo numero di “Questione di Senso”, la mia rubrica su Rassegna Sindacale, sarà dedicato a loro, al valore del loro lavoro, all’impegno con il quale hanno letto Bella Napoli, alla bellezza delle storie che hanno raccontato e che potete leggere su Timu. Quello che ci siamo detti non ve lo racconto, perché altrimenti Stefano Iucci mi ammazza, a ragione, non è che posso scrivere su Rassegna una cosa riciclata. Vi dico invece che quello che avevo scritto nel post “Lettera a una professoressa” è più che mai attuale, che raccontare il lavoro nelle scuole è un’idea che vale, che il fatto che le/i ragazze/i raccontino le “loro” storie e acquistino consapevolezza di quanto il lavoro sia importante nelle vite delle persone che hanno intorno, papà, mamma, parenti, amici, rappresenta una piccola grande rivoluzione culturale, che se diventiamo sempre più in tanti a raccontare le “nostre” storie invece di quelle, l’esempio non è a caso, che ci propina la televisione, possiamo pensarci meglio, vivere meglio, costruire un futuro migliore prima di tutto per le generazioni che verranno. Mi fermo qui, anzi no. Questa storia cominciata con Caterina Vesta e il Liceo Novelli di Marcianise e continuata con Mariagiovanna Ferrante e il Liceo Carducci di Nola non è detto debba finire qui. Voi rileggetevi la lettera a una professoressa. Io aspetto la prossima chiamata.

Le vie del lavoro. Rendiconto attività

17 ottobre 2011 – 9 gennaio 2012

19 partecipanti, compresi Cinzia, Alessio and me.
18 video interviste, 16 audio interviste, 29 foto e 10 documenti pubblicati su Timu, il civic media che Fondazione Ahref ha messo a disposizione dei cittadini reporter che hanno voglia di condividere un metodo, di fare inchiesta partecipata, di cambiare il proprio rapporto con la notizia, l’informazione, la conoscenza.
1 comunità, con al centro Castel San Giorgio ma che attrabersa Siano, Bracigliano, Nocera Inferiore, che attraverso la nostra inchiesta sta rappresentando la propria voglia di fare bene le cose che fa, l’approccio che spingeva gli artigiani della zona a esporre nella propria bottega la scritta “ciò che va quasi bene … non va bene”, quello stesso che muove oggi persone così uguali e così diverse come Gennaro Cibelli, Sabato Aliberti, Francesco Di Pace, nella ricerca di nuovi percorsi attraverso i quali rinnovare e rafforzare questa cultura del fare bene.
2 comunità con una storia e un presente molto forte, molto complicato, molto bello, Rione Sanità (Napoli) e Castelvolturno (Caserta), che intravedono nel nostro civic media, nelle nostre botteghe, un’opportunità intorno alla quale costruire un’altra tessera del faticoso mosaico fatto di cultura, lavoro, legalità, educazione, impresa, sviluppo che li vede impegnati ogni giorno, con passione, rigore, impegno.
Un po’ di buoni semi piantati qui e là per l’Italia, a Varese, a Gazzada (Va), a Roma, a Milano, semi che coinvolgono grandi e piccoli, scuole, università, fabbriche, uffici, media, intorno all’idea che raccontando storie di lavoro si possa raccontare e anche un po’ cambiare l’Italia, si possa ridefinire l’indice delle priorità, spostare l’ago della bussola dai soldi al lavoro, da ciò che hai a ciò che sai e che sai fare.

Sì, tutto questo mi piace. Mi piace la passione e l’impegno che ci stanno mettendo, nella forma e nei modi possibili per ciascuna/o, Alessio, Cinzia, Gennaro, Santina, Carlotta, Roberta, Sabato e tutta la Bottega de Le vie del Lavoro. Mi piace la gratitudine che sento verso Fondazione ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio perché hanno creduto nell’idea e hanno creato le condizioni perché diventasse realtà. Mi piace essere consapevole della tanta strada che ancora c’è da percorrere affinché i 10 cittadini reporter che abbiamo incrociato fin qui diventino 100 e poi anche 1000. Mi piace l’idea che intorno al nostro civic media e alle nostre botteghe cresca un nuovo modo di essere cittadini e di fare informazione. Mi piace pensare che non sono esagerato se scrivo che si gioca qui, sul rapporto tra il cittadino e l’informazione, un pezzo di partita importante per la qualità e il futuro della nostra democrazia. Mi piace sentirmi fiero, sì, fiero, del fatto di esserci anch’io.
Arrivederci al 31 marzo 2012, quando scriverò il prossimo rendiconto. Spero che per allora siate davvero in tante/i sulle vie del lavoro.

Buon Anno


A vederlo così, con tutta quella pioggia, il buio, i cattivi pensieri, in casa io, il freddo, il mac, l’iphone, l’ipad, decisamente troppo poco per giornate così, sembrava proprio un bad day, uno di quelli che da far correre in fretta che per fortuna la sera ci vediamo per mangiare la pizza da Cinzia con Carmela, Viviana, Francesco, Pasquale and me, of course.
E invece no. Prima me ne sono andato da Riccardo, ho mangiato wafer e cioccolata con le nocciole che è la sola che quando la trovo clicco su “mi piace”. Poi sono tornato da me e su Alex mi ha detto mi ha detto che Bella Napoli era su su Ninja Marketing. Poi mi ha scritto Renato Della Corte, la sua storia la potete leggere su Timu, si intitola Della Corte San, non ve la perdete, se non vi piace poi mi citate per danni.

Renato è laureato in lingue, ne conosce una montagna, compreso il giapponese, è maestro di chitarra regolarmente laureato al conservatorio, è sommelier con tanto di diploma, ha lavorato in Giappone, in Italia e adesso lavora a Londra proprio come sommelier. Ecco cosa mi ha scritto:
Ciao Vincenzo, sono a Napoli per le feste natalizie. Ho pensato spesso a te ed ai tuoi libri mentre ero a Londra, a questa necessità di fare bene le cose, anche le più piccole, ma farle al meglio. Devo dire che più lavori a certi livelli, a livelli lavorativi elevati intendo, più notano soprattutto quelle. Sì, nel mio lavoro sono attenti anche a come va una scorza di limone nel bicchiere,  a come pieghi un fazzoletto, anche se è il tuo, quello da lavoro. Potrei farti una lista lunga ma il senso è sempre quello: bisogna amare quello che fai, bisogna farlo con la massima dedizione. Riparto il 3 gennaio, spero di riuscire a salutarti prima, intanto ti lascio gli auguri di buon anno.

Buon anno, sì. Un pò mi dispiace che ragazzi come Renato trovino il loro futuro a Londra, un pò sono contento di questa bella Napoli formato esportazione. Dite che verranno tempi migliori anche per noi. Io ci spero. E mentre spero continuo a raccontare storie continuo a cercare compagne/i di strada disposte/i a racocntarle con me. Sì, racconteremo il sogno, ma solo fino a quando non sarà diventato realtà.

Rione Sanità al Pan secondo Bruno Aymone

Rione Sanità al Pan secondo Alessio

Rione Sanità al Pan

Questo il video che la web tv del Comune di Napoli ha dedicato alla bellissima presentazione di Rione Sanità organizzata al Pan dalla mitica Rossana Di Poce con la partecipazione dei Mondu Rua, di Ornella Iuorio, di Francesca Di Martino, di Luigi Augusto Malcangi, di Enzo Porzio e naturalmente Cinzia Massa and me. Poi più avanti pubblicheremo anche quello by Alessio, ma per intanto questo ce lo godiamo tutti belli belli e contenti contenti.

L’albero di casa mia

Nel Facebook World è Piratessa Dei Mari. Come @mica me l’ha suggerita Elisa Vitolo, mia @mica salernitana che a Venezia è diventata mia amica, che lei il libro l’aveva già comprato e letto e allora ne ha comprato una copia per la sua amica, la Piratessa in questione, mi ci ha fatto scrivere una dedica, e gliela ha inviata.
Quando sempre lei, la Piratessa, mi ha scritto per dirmi che il libro le era arrivato le ho chiesto, come faccio con tutte/i che poi è normale che c’è chi lo fa e chi invece no, di scrivere qualche rigo di recensione. Il risultato è quello che potete leggere qui, corredato di mail e di immagine di accompagnamento .

di PIRATESSA DEI MARI
Ciao Vincenzo, come promesso ho scritto un commento sincero una volta finito di leggere Bella Napoli, eccolo qui sotto, ho cercato di essere sintetica, ma per esprimere certi concetti è difficile … ti allego anche la foto che ho scattato il giorno in cui mi è arrivato, grazie per aver scritto Bella Napoli!!

Caro Vincenzo, ho finito di leggere le 225 pagine della nostra Bella Napoli, che come sai, sono giunte a casa mia in un giorno speciale! In Bella Napoli ci sono anch’io, come ti avevo detto prima di leggerlo, ne ho avuto conferma già alla prima pagina.
Anche se ci ho vissuto solo un anno, posso dire che, quello vissuto a Napoli è stato l’anno più bello della mia vita, perché ho udito parole e conosciuto persone che non dimenticherò mai!
Da quando ho lasciato la Campania (quasi 12 anni fa) la mia valigia è sempre stata sul letto, ed è inutile negare che dentro, nella tasca segreta, c’è sempre stata la speranza che tutto potesse cambiare. Ma purtroppo, quella speranza è rimasta sempre chiusa in quella tasca segreta, perché si sa, sono una sognatrice.
Vincé (scusa la confidenza dell’accento) se ti dico:”CASA” Sinceramente cosa pensi, cosa ti viene in mente? Non posso indovinare la tua risposta, perché non ti conosco bene, ma posso dire la mia: ”CASA è un posto, dov’è custodito il segreto che rende speciali alcune persone”.
Quel che è certo, è che vi sono CASE e case, ed è proprio quando la casa è un disastro che è difficile trovare la spinta giusta, quella che ci da il coraggio e la forza di “fare bene quello che facciamo!”.
Purtroppo,se nasci nella “casa” disastrata pure sognare è difficile, è quando intorno a te ci sono muri di gomma, qualsiasi cosa si faccia o si dica per migliorare la condizione, se perde sulo ‘o suonno e ‘a fantasia!
Nel tuo libro ho letto di persone che convivono con mille disagi, che hanno vissuto disavventure “forti”, con le quali ho convissuto anch’io.
Nessuno può scegliere in quale famiglia venire al mondo, tanto meno in quale città, e per fortuna io sono nata a Napoli! :-)
Penso che nell’ultima frase della prefazione di Bella Napoli, ci sia rinchiuso tutto un mondo fatto di sogni e speranze, che vivono nel cuore di tutti quelli che fanno di Napoli una BELLA NAPOLI: ”Essere felice a Napoli!”
Personalmente, penso che la felicità non esiste, o meglio, che sia una parola che illude soprattutto quelli che la cercano assiduamente, pensando chissà cosa sia o in che luogo si nasconda.
Di sicuro non è felice chi deve andarsene dalla propria città, in cerca di una vita migliore, che poi migliore non è, diciamoci la verità! Poi, anche se la vita un giorno decide di regalarti la possibilità di ritornare, quando ritorni ti rendi conto che tutto è cambiato, che tutti sono cambiati, gli amici, la famiglia, i nomi delle strade, quel negozio non c’è più, mentre tu pensi di essere sempre lo stesso, ma forse sei cambiato anche tu, insomma, ci si sente come un albero senza più radici.
La mia storia di passione con Napoli è cominciata appena l’ho vista, mi innamorai subito di lei, ma forse la storia è iniziata ancor prima che nascessi. Nemmeno quando ci innamoriamo scegliamo o sappiamo di chi, quel che è certo è che amare non è facile, perché non si può amare solo quando fa comodo o quando è facile!
E amare Napoli non è certo facile, così dicono, perché a munnezza, a camorra, ‘e quartieri malamente.
Napoli per me è allo stesso tempo:”Le perle davanti ai porci” e “La città più bella del mondo”.
Non saprei come altro definirla.
Quando nel tuo libro dici: ”Napoli non è solo Gomorra e munnezza!”, sarà pure una frase banale, come dici tu ma, peccato siano così pochi quelli che lo pensano!
Vincè (scusa sempre l’accento che mi scappa) sinceramente, pensi che se tuo padre non fosse stato un lavoratore onesto e tua madre un’artista nel friggere il pesce con l’acqua, tu avresti scritto lo stesso Bella Napoli?
Non so se sono riuscita a spiegarmi bene, ma come dico sempre, tra le righe si legge molto più di quello che c’è scritto.
La Bella Napoli c’è, vive nel cuore delle persone che hai raccontato nel tuo libro, e in quelle che ancora non hai conosciuto, che sono nell’ombra, nascoste nella vita di tutti i giorni.
Queste 12 storie sono come una speranza sempre accesa, come foglie di uno stesso albero, vite legate da uno stesso filo, che pure se il vento ha portato via lontano forse non ha mai spezzato!
Continua ad innaffiare l’albero Vincè, vedrai che di foglie buone ce ne saranno ancora!!
Grazie per l’attenzione.

Le vie del lavoro e Timu a Radio Articolo 1

Metti un pomeriggio in radio. Emiano Sbaraglia, Stefano Iucci and me. La radio ė Radio Articolo1. L’occasione ė data da Le vie del lavoro, l’inchiesta promossa da Fondazione Ahref e Fondazione Giuseppe Di Vittorio, e da Timu, il civic media a disposizione dei cittadini reporter che intendono fare informazione partecipata e di qualità.

Il risultato? Quello che potete ascoltare cliccando qui. Buon ascolto.

Bella Napoli. Storia della mia gente

Dite la verità, voi l’avete avuta una prof. di matematica che il primo giorno di lezione, classe prima, liceo scientifico, vi ha chiesto di scrivere sulla lavagna due cose due che amate e due che invece non sopportate? Se la risposta è no non vi scoraggiate, non l’ho avuta neanch’io. Io però ce l’ho per amica, un’amica vera, di quelle che ad averle ti si scalda il cuore perché lo sai che ci sono anche se lei vive a Catania e tu a Napoli. Un’amica che ti scrive per dirti che ha comprato una copia di Storia della mia gente e una copia di Bella Napoli e li ha dati da leggere a Simone S. e Giovanni M., ragazzi di prima, suggerendo loro di trovare qualche parallelismo, e che quello che ti ha mandato è il risultato del loro lavoro.
Ho chiesto a Concettina, sì, scusate, magari non tutti la conoscete, la mia amica è Concetta Tigano, perché ha scelto proprio loro, e la risposta è stata “perché Giovanni è un ragazzino molto maturo, impegnato, legge libri, giornali, e la cosa non che isa proprio così usuale alla sua età, Simone invece mi ha sorpreso quando il primo giorno, per rompere il ghiaccio, ho fatto scrivere ai ragazzi alla lavagna due cose che amavano e due che non sopportavano e lui ha scritto il ’68 tra quelle che amava e l’arroganza tra quelle che non sopportavano”.
Solo a questo punto ho cominciato a leggere, e vi dico solo che sono stato contento, perché adesso tocca a voi leggere, e mi piace che lo facciate senza troppe chiacchiere da parte mia.  Ah, solo una cosa ancora: ma avete visto come ci sta bene il titolo del libro di Nesi come sottotilolo di Bella Napoli. No, non è per un attacco di megalomania, ho tanti limiti ma non sono stupidi, è per dire che questa idea di raccontare la propria gente è un’idea bella, che vale, che si può contribuire in molti modi, con i libri o anche con le inchieste, come stiamo cercando di fare con Le vie del lavoro. Basta, mi fermo qui, altrimenti finisco per fare troppe chiacchiere.

From Storie della mia gente to Bella Napoli
di Simone S. e Giovanni M.
“L’Italia è (oppure “era”…) una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Il celebre primo articolo della Costituzione racchiude in poche parole tutta l’importanza del lavoro per la vita di ogni singolo cittadino e di un’intera comunità.
Mentre scriviamo queste poche considerazioni sul lavoro, decine e centinaia di lavoratori stanno trascorrendo le loro ultime ore di lavoro o stanno manifestando perché sono in procinto di perderlo. Davanti a loro non vedono più futuro o progetti per sé o per i propri figli, vedono solo un quotidiano fatto di rinunce e di speranze, un presente basato sulla precarietà.
Se è vero che il lavoro è necessario in primo luogo per la sussistenza, cioè per procurarsi i beni primari per la sopravvivenza propria e della famiglia, esso è anche funzionale a una dignitosa esistenza. Il lavoro per essere tale deve conferire dignità, altrimenti è pura schiavitù o sfruttamento. Resta da capire appunto se il lavoro precario non abbrutisca o demotivi il lavoratore al punto tale da fargli perdere ogni tipo di progettualità e di amore per il lavoro. Si perde così anche la nozione di mestiere: questo spesso si tramandava di padre in figlio ed era un valore sicuro per la comunità che poteva ricorrere ad artigiani o tecnici esperti. Oggi purtroppo si usa soprattutto il termine occupazione, come se una persona dovesse soltanto riempire uno slot, liberatosi fortunosamente dopo un’attesa simile a quella che precede la agognata vincita a una lotteria.
Non dimentichiamo, poi, che il lavoro contraddistingue anche la storia di un popolo, ne è il motore, assieme ai suoi principi democratici. Un popolo che lavora è fondamentale per uno Stato che vuole progredire e prosperare in un contesto internazionale, mantenendo la propria sovranità e la propria specificità. Le recenti vicende legate alla stabilità dell’euro hanno appannato la fisionomia classica dello stato che può restare solido e a sé stante e hanno fatto capire come i destini economici possono influire sulle opportunità di lavoro di intere generazioni. Un’intera generazione, hanno detto molti, resterà invisibile, andrà perduta, resterà fuori dalla storia, proprio perché non troverà un lavoro o ne afferrerà solo periodici frammenti.
Un tratto caratteristico e innovativo della realtà economica e industriale italiana, un esempio per tutto il mondo, sono state le Piccole e Medie Imprese (P.M.I.). Queste fino a poco tempo fa erano una splendida storia di successo sia di operai sia di dirigenti, che, fondando il tutto su rispetto e collaborazione reciproca, davano vita ad attività industriali e a produzioni di qualità, che portavano ricchezza anche all’indotto, cioè alle piccole fabbriche o manifatture del luogo che si occupavano della produzione di componenti o accessori richiesti dalle P.M.I. Un celebre caso, reso noto al pubblico solo nel 2010, è contenuto nel libro (vincitore tra l’altro del Premio Strega ) di Edoardo Nesi “Storia della mia gente” che parla di come una P.M.I (un maglificio), nata nel dopoguerra, sia riuscita a diventare una grande impresa per poi essere venduta nel 2004 e vedere il declino non solo dell’azienda ma anche città stessa, che era diventata famosa e rinomata appunto per la produzione di tessuti.
Oggi il lavoro è un valore in crisi sia da un punto di vista puramente economico (i danni a seguito del crollo finanziario del 2008 sono stati ingenti,con aumento di disoccupazione e della precarietà, licenziamenti…), sia etico. Se l’Italia è diventato un paese di poche speranze e con scarse opportunità, in primo luogo per le generazioni più giovani, è perché alle vie del lavoro e della partecipazione ha preferito quelle della ricchezza senza capacità, del comando senza responsabilità, della notorietà senza merito. Perché, a fronte delle tante persone che portano a termine ogni giorno il loro lavoro con passione e con lo scopo di dare un senso alla propria stessa esistenza, ve ne sono altre che danno poca importanza a quello che fanno ritenendolo scontato, o che hanno un’occupazione per loro frustante o insoddisfacente, magari perché sentono quel lavoro estraneo, una forzatura o perché non accettano con senso di umiltà il lavoro per quello che è. Si tratta spesso di persone che non credono che il lavoro possa effettivamente migliorare le condizioni della comunità, che lavorano per portare a casa lo stipendio, non per imparare qualcosa ogni giorno dai propri maestri e dai colleghi, le cui conoscenze sono quanto di meglio il mondo del lavoro possa offrire in termini umani.
Lasciando da parte quelli morali, i motivi materiali dell’attuale “crisi del lavoro” sono da riscontrarsi in una sconcertante e spaventosa disoccupazione giovanile che sfiora il 30%. I giovani, nonostante la loro preparazione al lavoro corredata da lauree e masters, fanno fatica ad inserirsi per il troppo lento e macchinoso ricambio generazionale: i vecchi lavoratori occupano per troppo tempo il proprio posto per poter permettere già ad un giovane di sostituirlo. Inoltre, il nostro paese non valorizza affatto i neolaureati, inducendoli a lasciare l’Italia per trovare stabilità economica e riconoscimento dei loro meriti altrove. Sono questi i presupposti alla base del fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga”, difficile da arginare, se lo Stato non interviene con opportuni incentivi e non finanzia con mezzi idonei la ricerca.
Un elemento che può sembrare contro corrente è rappresentato dall’occupazione di immigrati. Gli immigrati oggi nel nostro paese fanno lavori umili che ormai la maggior parte dei cittadini italiani non vuole fare perché mal retribuiti o faticosi, come il bracciante nei campi di pomodori, le pulizie domestiche o il lavoro di badanti. È innegabile il fatto che molti di questi immigrati lavorano in nero, senza diritti e coperture assistenziali. È pur vero, tuttavia, che essi contribuiscono notevolmente alla crescita del nostro PIL, anche perché molti di essi sono contribuenti e consumatori. L’Italia dovrebbe prendere come modello altri paesi; nel Regno Unito, per esempio, dopo la Seconda guerra mondiale, moltissimi immigrati provenienti dalle ex-colonie inglesi, dopo essere approdati nei porti di Sua Maestà, con pazienza e dedizione sono arrivati anche ad importanti ruoli nella società. Dunque non deve sorprendere se si possono trovare manager indiani o kenioti, ruolo che in Italia non è ancora così frequente.
Perché allora una realtà di questo tipo non può esistere nel nostro paese? La risposta è da ricercarsi, purtroppo, soprattutto nel diffuso pregiudizio secondo cui “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”. Un focolare di diffidenza spesso alimentato da partiti politici, che, anzi, ritengono gli immigrati una delle cause della crisi, ma anche radicato nella mentalità di alcuni strati sociali.
Allo stesso modo, i cittadini del Mezzogiorno a volte vengono discriminati in certe sedi di lavoro al nord proprio per razzismo e pregiudizi, secondo cui i “terroni” sarebbero ignoranti e poco professionali nel proprio lavoro. Invece tutto ciò è ben lontano dalla realtà, come sottolinea il libro “Bella Napoli” di Vincenzo Moretti, nel quale sono raccolte dodici storie di cittadini napoletani, storie di lavoro, di passione e di rispetto, che ci offrono spunti di speranza e di ottimismo nella Napoli fatta di mafia e corruzione raccontata in Gomorra da Roberto Saviano.
Ora, nonostante i problemi già esistenti, la situazione sta peggiorando con le misure varate dal governo Monti che, pur necessarie, aggraveranno la situazione. Bisognerà agire presto, quando la situazione finanziaria si sarà assestata, per migliorare l’accesso al lavoro soprattutto dei più giovani e favorire il ricambio generazionale. In fondo una società basata sul lavoro e sui diritti costituzionali è una società civile e democratica, ma, se fosse basata sul lavoro giovanile, essa sarebbe ancora più giusta e proiettata verso un futuro positivo, fondato su idee fresche e nuove, su una progettualità creativa che solo i giovani possono avere.
Non usiamo il lavoro come un vuoto slogan politico o sindacale. Il lavoro è frutto di sacrificio, va conquistato dopo anni di studio e di pratica in bottega o in officina o in laboratorio. Il lavoro non è merce di scambio, non è favoritismo, è giusta ricompensa data al merito.

Rione Sanità, 38122, Trento

Hanna, le macchine e noi

A coinvolgermi nell’evento ItaliaCampania è stato il Ninja più incredibile che io conosca, Alex Giordano.

Il tema era Le nuvole nel Paese del Sole, Cloud computing, augmented reality e open data, le previsioni dicono: nuvole all’orizzonte nel Paese del sole.

La citazione di Hanna Arendt dalla quale sono partito è stata questa: “discorso e azione sono le modalità in cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri non come oggetti fisici, ma in quanto uomini. Questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea, si fonda sull’iniziativa, un’iniziativa da cui nessun essere umano può astenersi senza perdere la sua umanità.

La scaletta che mi ha guidato nei miei 5 minuti è stata questa:
Arendt – Discorso – Azione – Iniziativa – Umanità
Rapporto Uomo Macchina – Replicanti e Robot
Efesto e Pandora – Linux e Artigiani – Capacità di individuare e risolvere problemi
Processi di competizione collaborazione
Rapporto tra il talento (le persone) e l’organizzazione (le strutture)
Il lavoro ben fatto

Le mie fonti sono state:
Vita Activa di Hanna Arendt
L’uomo artigiano di Richard Sennett
Dizionario del Pensiero Organizzativo, The Riken way and EuropeLe vie del lavoro e Bella Napoli del sottoscritto

La mia domanda conclusiva è stata:
Se è vero, come pare sia vero, che le nuvole, i dati disponibili, la realtà aumentata grazie alla tecnologia ci permettono di avere più parole (discorso), di fare più cose (azione), di prendere più iniziative, possiamo affermare, e in che senso, che grazie alle macchine possiamo espremire di più e meglio la nostra umanità?

Mi piacerebbe che fossimo in tanti a rispondere alla domanda. Sì, vorrei scivere assieme a voi il mio primo saggio partecipato. Che dite, me la date una mano?

Citizen Reporter Generation

Non importa come comincia, importa che cominci. Al mitico Jack Kerouac piaceva raccontare che il termine “beat” l’aveva inventato lui nel 1948, quando nel corso di un intervista aveva detto “this is really a beat generation” e poi scriveva che nel 1944 era stato Herbert Huncke, hipsters di Chicago, che in Times Square, a New York, l’aveva avvicinato e gli aveva detto “Man, I am a Beat” (Emanuele Bevilacqua, Guida alla Beat Generation. Kerouac e il rinascimento interrotto), ma tutto questo chi se lo ricorda? Quello che resta è la Beat Generation, con i suoi interpreti, i suoi miti, i suoi personaggi, la sua dannazione e la sua poesia.
Adesso non pensate che io sia impazzito, perché magari ci arrivo ma ancora non ci sono, pensate piuttosto all’idea di una Citizen Reporter Generation che piano piano cresce, si consolida, si diffonde, accede alle notizie e le diffonde seguendo quelle quattro regole lì, accuratezza, imparzialità, indipendenza, legalità, che quando mi chiedono “perché”, e rispondo “perché produrre informazione in maniera partecipata con questo approccio vuol dire cambiare in profondità il concetto di informazione, il modo di farla, il rapporto tra il cittadino e l’informazione, il mestiere del giornalista e tante altre cose ancora” anche i più scettici fanno sì con la testa e mi dicono “certo, sarebbe bello”.
No, non sarebbe bello, è bello. Molto bello. Ma non basta che sia bello, bisogna che tu, tu, tu e poi anche tu e ancora tu decida di partecipare, di sperimentare questa nuova modalità di inchiesta, di contribuire al successo di questa idea.
Iscriversi è facile come su Facebook o altri social network di tipo generalista, partecipare no, ma solo nella prima importante fase, quando vi si chiede di comprendere e condividere un metodo, di adottare un approccio, di essere parte di una comunità che sceglie di fare informazione consapevole, di qualità.
Non ci sono barriere tecnologiche. Baudelaire diceva che una poesia dice un mondo, anche una foto, un breve commento, un testo, una piccola intervista audio, un breve video fatto con un telefonino.
Roberta Della Sala con un video di poco più di 1 minuto ha ripreso 3 donne nigeriane che a Castel Volturno, in provincia di Caserta, sono state tolte dalla strada, che fanno le sarte, che grazie all’opportunità data loro dalla Cooperativa sociale Altri Orizzonti hanno potuto dare una svolta alla loro esistenza,  e Gennaro Cibelli continua a documentare con belle foto le tante meravigliose attibvità che vengono realizzate nella sua cittadina, Castel San Giorgio, come ad esempio le cornici che vengono realizzate in una bottga dove vigeva una regola, scritta sulla porta, di questo tipo: “Quello che va quasi bene … non va bene, Pane e Lavoro”.
No, per me la Citizen Reporter Generation non è un sogno, non sono solo, e come diceva Ernesto Guevara, il Che, solo quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà. Figuaretvi quando si sogna in migliaia. Buona partecipazione.

Mi chiamo Giuliano Galletti

Gentile Moretti,
non ci conosciamo: mi chiamo Giuliano Galletti e insegno al liceo scientifico di Conegliano – il che sicuramente le permetterà già di inquadrare la situazione. Effettivamente Igino, con cui lavoro in questa scuola, quando vuole sa essere davvero convincente. È così che ho incontrato (o per meglio dire mi è stato letteralmente cacciato in mano) il suo Bella Napoli: storie di lavoro, di passione e di rispetto. Lo considero una vera fortuna: è stata una lettura sorprendente, viva, ricca di riflessioni.
Prima di tutto per la scelta di dar voce a persone comuni e a situazioni di vita comune. Considerando come nell’ormai ripugnante discorso pubblico si parli continuamente “gente comune”, e regolarmente a questa unità indifferenziata si attribuiscono arbitrariamente, volta per volta le idee, i gusti, i modi di pensare che fanno più comodo, sentir parlare delle concrete persone è un vero sollievo. Si respira, nel suo lavoro, la vita reale, le quotidiane riflessioni che ognuno si trova a dover fare su sé stesso e il mondo che lo circonda, le difficoltà del vivere e del lavorare come sono e non come si immaginano.
In particolare, mi è piaciuta la scelta comune di impostare ogni intervento come una storia. Diceva da qualche parte nel libro (cito a memoria, adesso non l’ho sottomano) che a suo avviso poteva benissimo essere catalogato più tra la letteratura che tra la sociologia… a me questo aspetto è risultato evidente subito: nel momento in cui qualcuno mi racconta la sua storia, non la sta riconducendo a uno schema interpretativo generale: è già molto essere riuscito a darsi qualche spiegazione del proprio caso particolare, aver saputo seguire un sentiero riconoscibile.
E in questo percorso si devono risolvere problemi particolari, che – a sentirli raccontare da fuori – sono davvero imprevedibili: dal modo migliore di preparare un caffè espresso alla costruzione di una macchina che sappia distinguere da sola le monete, da come risolvere in fretta un problema parlandone al telefono alla difficoltà di mandare avanti un treno… si può dire che ognuna di queste storie coinvolge le situazioni in cui ci troviamo ogni giorno e ce le mostra così come sono. E ognuno di questi problemi coinvolge l’intelligenza, la sensibilità, la disponibilità, l’applicazione, e tutto l’insieme di valori su cui una vita si regge: solo che è la vita di ogni giorno, e questi concetti astratti devono tradursi in azioni concrete.
Insomma: l’incontro col suo libro mi è parsa un’occasione fortunata – probabilmente in condizioni normali non l’avrei mai visto in libreria (piccolo editore di un’altra regione, reparto che di solito non frequento) e se proprio l’avessi incontrato, il titolo e una rapida occhiata alla quarta di copertina mi avrebbero forse fatto concludere che non mi interessava particolarmente…
Sono certo di aver lasciato fuori da questo veloce discorso molti temi importanti, ma non mi sembra il caso di dilungarmi ancora; sarebbe bello se in qualche modo si potesse utilizzare nella scuola la sua esperienza – forse qualche mio collega gliene avrà già accennato; nel frattempo la saluto con la più grande cordialità.
Giuliano Galletti

Dieci, cento, mille cittadini reporter che adottano la metodologia Timu e raccontano l’Italia attraverso il lavoro

Ora, se dicessi che ad Alessio Strazzullo, Cinzia Massa and me non fa piacere raccontare l’Italia attraverso il lavoro, avere tutti questi riscontri positivi (per ora più su Facebook che su Timu, ma piano piano anche questo cambierà), vedere l’interesse che cresce attorno all’inchiesta non fa piacere, non direi una cosa falsa, direi una cosa assurda. Per quanto mi riguarda, me la ricordo ancora quella gelida sera di aprile a Perugia, in occasione dell’international jornalism festival, quando ho bombardato Michele Kettmaier prima con Bella Napoli e poi con l’idea dell’inchiesta sull’Italia che nonostante le difficoltà e i problemi mette passione e impegno in quello che fa, trova soddisfazione nel  farlo bene a prescindere, dà senso e significato alla propria vita.
Ci sono delle parole che fanno da colonna sonora alle nostre vite, proprio come le canzoni,  lavoro è una di queste. Se avete letto Bella Napoli lo sapete già, altrimenti ve lo dico adesso, che per quanto mi riguarda cominciò con la distinzione che mi fece papà tra “il lavoro preso di faccia” e “il lavoro fatto ‘a meglio ‘a meglio”, intendendo nel primo caso il lavoro fatto con rigore e passione, nel secondo invece no, poi è continuato con i miei studi all’università, e poi con il mio impegno nella Cgil, e poi con i miei studenti all’università e con l’idea che “puoi fare il caffé, cucinare la pasta e fagioli o progettare il centro direzionale di Sydney, l’approccio deve essere sempre lo stesso, fare bene quello che devi fare” via via fino all’incontro con lo spazziono londinese di Sennett che il lunedì mattina ripercorre a ritroso la strada che ha polito e si copiace di come l’ha pulita bene, all’idea che “Ciò che va quasi bene … non va bene” conme era scritto nelle botteghe artigiane di Sarno fino a qualche anno fa, all’incontro con la biografia di Steve Jobs e con la frase in cui Walter Isaacson scrive “Come mi ha raccontato Jobs accarezzando le assi della staccionata, suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante, gli aveva detto, costruire bene la parete posteriore di armadi e staccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno”.
Ora che vi ho detto tutto questo fatemi aggiungere però che tutto questo, che per Alessio, Cinzia and me è assolutamente entusiasmante, non è la cosa più importante, nel senso che “Le vie del lavoro“, così come tutte le inchieste Timu, non è nata per farvi vedere come siamo bravi e che belle storie sappiamo raccontare, è nata per coinvolgervi, per promuovere un certo modo di fare inchiesta partecipata, per fare in modo che diventiamo in 10, in 100, in 1000, se vi piace anche in 10ooo anche se non l’ho messo nel titolo che mi sembrava esagerato, a fare inchiesta adottando la metodologia Timu, nel caso specifico a raccontare l’Italia attraverso il lavoro. Sì poerché raccontando storie ci prendiamo cura di noi, diamo senso al trascorrere del tempo, condividiamo cose fatte e da fare, contribuiamo a cambiare la cultura recente di questo Paese, costruiamo pezzetti di futuro migliori per noi, per le nostre famiglie, per le genmerazioni che verranno.
State ancora qui? Aprite la pagina Timu, iscrivetevi, e contribuite con le vostre idee, i vostri video, i tesi, le immagini, gli audio alla vostra inchiesta.
Buona partecipazione.

Castel San Giorgio, Pastificio Vicidomini

Mario Vicidomini e Cinzia Massa

Certo che lo so che non siamo a teatro, ma la prima è sempre la prima, e nel caso specifico è stata una prima senza rete.
Negli ultimi giorni, grazie alla capacità di iniziativa del nostro ospite, Gennaro Cibelli, il fondamentale artefice di questa giornata a Castel San Giorgio, le persone da incontrare, e da intervistare, sono aumentate sempre più, e solo l’affetto che Alessio e Cinzia nutrono nei miei confronti, unito alla mia prepotenza, ha fatto sì che non fossi abbandonato al mio destino. “Vincenzo, sono troppi, così non ce la facciamo”, “guarda che per fare bene le cose ci vuole il giusto tempo”, “sia chiaro che se non viene come dici tu non è colpa nostra”.
Alessio in particolare è preoccupato, mentre in auto facciamo la riunione di redazione che non abbiamo potuto fare prima mi ripete una frase sì e l’altra pure che in tre non possiamo fare il lavoro di una squadra, che gli strumenti tecnici che abbiamo a disposizione non sono adeguati alle mie aspettative, che le cose che lui si è fatto prestare per funzionare bene devono essere provate, sincronizzate, messe in condizione di lavorare al meglio.
Certo che lo so che lui e Cinzia hanno ragione, ma ho ragione anche io, l’idea è piaciuta più di quanto ci aspettassimo, e come direbbe Sun Tzu le opportunità vanno colte, perché così si moltiplicano. Dite che ho esagerato a insistere sul fatto che deve venirne fuori un film di alta qualità? Io dico di no, nell’approccio non possiamo che pretendere il meglio da noi stessi, poi rispetto al risultato dobbiamo essere tolleranti, della serie nessuno è perfetto e poi c’è il contesto e ci sono le circostanze, e rigorosi, nell’analisi degli errori commessi e nella capacità di utilizzare tutti gli strumenti che ci possono aiutare a correggerli. E aggiungo che sono le “prime” così, quelle senza rete, non senza preparazione, che affrontata con il piglio giusto ti permettono di accumulare  esperienza, conoscenza, sapere.
Poi man mano che pubblicheremo le nostre interviste voi ci direte cosa ne pensate, ma per me vale mille volta la pena gettare il cuore oltre l’ostacolo se poi Mario Vicidomini, che con il fratello Luigi e un paio di altri familiari porta avanti il pastificio, quando Cinzia mette da parte le sue preoccupazioni e gli fa la domanda che non avevamo concordato, una cosa tipo “ma possibile che da 200 anni voi Vicidomini siete tutti contenti di fare i pastai, che nessuno di voi avrebbe voluto fare altro?, risponde no, che lui un sogno nel cassetto ce l’aveva, che si era diplomato all’Isef, che voleva fare l’insegnate di educazione fisica, che all’inizio questo lavoro non era la “sua” scelta e che però la sua famiglia ha un’approccio, una cultura che l’hanno molto aiutato, e che quando si è scoperto felice perché chi comprava la sua pasta tornava e diceva che gli era piaciuta un sacco ha capito che questa era la sua strada.
Sì, la sera con Mario ne abbiamo riparlato mentre si aspettava l’inizio della presentazione di Bella Napoli, ma il superamento di una insoddisfazione personale attraverso il lavoro, il sentirsi realizzato perché chi compra la pasta che fai tu la trova buona ed è contenta di mangiarla è roba da manuali di sociologia, di psciologia, di marketing. Sì, perché il lavoro anche se costa fatica e sacrifici non è per forza alienazione e sfruttamento. Certo, ci vuole rispetto per il lavoro e per chi lavora, ci vogliono tutele, ci vuole qualità, perchè senza qualità ci sarà sempre qualcuno disposto a fare il tuo stesso lavoro per meno soldi. Sì, io ne sono convinto, è la qualità che salverà l’Italia, non lo sfruttamento. Dite che bisogna lo capiscano le nostre classi dirigenti. Sono d’accordo, ma se non lo capiscono possiamo farglielo capire noi, partecipando, stando in campo, non delegando, facendo le cose per bene. Sì, mi capiterà ripeterlo spesso nei prossi mesi, vale per Castel San Giorgio, vale per il Sud e vale per l’Italia, dobbiamo diventare il Paese dove chiunque fa qualunque cosa cerca di farla bene, sempre, e per questo è rispettato dagli altri che, come lui, cercano di fare bene le cose che fanno. Punto. Per ora.

Tra sogno e realtà

Foto di Gennaro Cibelli

Credetemi, questa volta è più difficile delle altre. No, non perché è stato meglio o peggio, quando hai passione per ciò che fai, quando riesci a viverlo fino in fondo, che non è che ti tocca sempre, a sera dallo zaino finisci per tirare fuori sempre le medesime, meravigliose, cose: l’unicità delle emozioni, la molteplicità delle esperienze, lo stupore di quelle facce fino a qualche ora prima sconosciute e che adesso vorresti ti fossero svelate come per incanto, occhio per occhio, ruga per ruga.
No, se questa volta è più difficile è perché questa volta sullo stesso palcoscenico, Castel San Giorgio, sono andate in scena più opere, diciamo almeno tre, ché se ci mettessimo di buzzo buono ne troveremmo di certo anche qualche altra: Bella Napoli, Le vie del lavoro, La storia dei luoghi come alternativa al degrado, con tutto quanto questo significa dal versante del numero dei protagonisti, della quantità di cose da raccontare, del rischio di scrivere un libro invece di un post, che poi non è detto sia una cattiva idea ma non è questo il momento e il posto giusto.
Insomma per farla breve non potendo scrivere di tutto, che poi magari è anche bello godersi le interviste video che pubblicheremo prima di quanto non vi aspettiate, mi limito per adesso a segnalare due cose, anzi tre:
la prima è che sono d’accordo con il mio amico Francesco Di Pace, se ci si mette assieme realizzare un sogno è meno difficile; propongo anzi, sono certo che a Francesco farà piacere, di adottare una frase di Ernesto Che Guevara, che più o meno diceva così: quando si sogna da soli è sogno, quando si sogna in due ha inizio la realtà;
la seconda è che anche senza citarle tutte, per le ragioni già dette e perché il risultato assomiglierebbe troppo a un elenco telefonico, di tre persone non posso fare a meno di dire, mi sentirei male, e di questi tempi è meglio evitare: la prima è Gennaro Cibelli, un uomo con una disponibilità d’altri tempi, dalle 11.00 am di ieri mattina alle 10 pm di ieri sera non ci ha lasciato un momento soli, ci ha guidato, ci ha portati, ci ha organizzati, ci ha messo in condizione di lavorare al meglio, abbandonando completamente per un giorno il suo negozio, il tutto senza essere mai invadente, semplicemente risolvendo i problemi prima che diventassero tali; la seconda e la terza sono Alessio Strazzullo e Cinzia Massa, che in vario modo mi accompagnano in questo viaggio, che se chiedete a loro vi diranno che sono insopportabile e questa cosa qui vi prometto che la metterò a posto anche perché è vera, ma voglio dire che senza di loro non avrei nessuna possibilità di veder trasformate le mie e le loro idee in fatti;
la terza l’ho già detta ieri sera, ma ieri sera mica c’eravata tutti i 172o e dunque la ripeto qua: mi piacerebbe che tra qualche tempo il viaggiatore che arrivasse a Castel San Giorgio trovasse all’ingresso della cittadina questo cartello: “Benvenuti a Castel San San Giorgio, dove chiunque fa una cosa, qualunque cosa sia, cerca di farla bene”. Sì, come avrebbe detto il grande Hans George Gadamar ci vorrà tanta pazienza e altrettanto lavoro, ma secondo me si può fare, Castel San Giorgio non è una metropoli, le persone si conoscono tutte o quasi, c’è una cultura antica dell’eccellenza anche nei lavori più modesti, c’è una voglia di emergere e di affermarsi molto diffusa. Bisogna dare a tutto questo un senso generale, bisogna farlo a partire dalla cultura, dai diritti, dai ragazzi, dalle scuole, facendo noi adulti un passo verso di loro, dando loro fiducia, incitandoli ad eccellere certo non solo nello studio ma anche nelle cose che piacciono a loro, non in quelle che piacciano a noi, a quelle ci arriveranno più avanti, quando si saranno abituati a fare bene le cose che piace loro fare.
Dite che la faccenda è molto più complicata? Rispondo certamente, ma io qui sto scrivendo un post, non un trattato. Aggiungo però che come diceva Confucio una marcia di 10 mila chilometri comincia con il primo passo, e che se si decide di partire io ci sto. Voi dite che è un sogno? N’ata vota? Ve l’ho detto, da soli è un sogno, se siamo in due è già cominciata la realtà.

Caro Vincenzo ti scrivo

Foto Storiche Liceo Carducci
Foto Storiche Liceo Carducci

Vi ricordate la mia Lettera a una professoressa? Mariagiovanna Ferrante ha risposto. Stasera passo per la Feltrinelli, prendo 25 copie di Bella Napoli e domani partiranno per Nola, destinazione  Liceo Classico Giosué Carducci. Posso dire che sono contento? Che già mi emoziono al pensiero di queste ragazze e questi ragazzi che leggeranno il mio libro, e poi ne parleranno con me, e poi magari scriveranno anche loro una storia di lavoro, di passione e di rispetto? Non sono contento, sono felice, oltre naturalmente che grato a Giovanna, alle/ai suoi colleghe/i, al dirigente scolastico Francesco Sepe, alle ragazze e ai ragazzi della V° C che hanno pensato potesse essere interessante fare questo percorso con le loro insegnanti. Basta, mi fermo qui, che domani a Castel San Giorgio sarà un’altra bella giornata ed è meglio non emozionarsi troppo. Sì, io me ne vado, ma voi non vi perdete il racconto di Mariagiovanna.

di Mariagiovanna Ferrante

In questo nuovo anno scolastico iniziato, per noi precari, decisamente in ritardo, mi sono ritrovata a gestire anche l’insegnamento di Geostoria, una sorta di “crasi” tra Storia e Geografia che, purtroppo, rischia di diventare né carne né pesce, complice il fatto che anche i testi in circolazione non sono poi così soddisfacenti, essendo a loro volta vittima di una riduzione degli argomenti sempre più impietosa, secondo quanto stabilito dai nuovi programmi, il tutto in contraddizione con gli obiettivi che vengono indicati dallo stesso ministero. Insomma una confusione, che dico, una tristezza. Giorno dopo giorno cerchiamo perciò di integrare la lezione con notizie più interessanti rispetto alla striminzita trattazione delle singole unità didattiche, di operare collegamenti tra le due discipline “accorpate,” di lavorare su entrambe contemporaneamente per cercare di facilitare tanto l’apprendimento quanto l’insegnamento.
E l’educazione civica? Non che prima chissà quanto ce ne fosse, ma è evidente che non adesso sembra non esserci più spazio, stritolata com’è in sole tre ore settimanali tra due discipline che non è poi così facile insegnare, visto che l’apprendimento mnemonico lascia il tempo che trova.
Proprio così, è stato proprio pensando alla triste sorte dell’educazione civica che ho riflettuto sul fatto che educazione civica è anche attenzione verso la società e verso il territorio a cui apparteniamo, rispetto per e persone, per la legalità e le regole, dignità del lavoro e di chi lavora. È vero, mi sono detta, anche se in troppi se ne dimenticano, l’esplicito riferimento al lavoro nell’art. 1 della nostra Costituzione non è per stato messo lì tanto per caso, ed è cosi che si è fatto strada nella mia mente il libro di Vincenzo Moretti, Bella Napoli.
Dato che, leggendolo, emergono, intorno alle persone e al loro lavoro, temi che vanno dal microcosmo dell’esperienza personale al macrocosmo dei problemi sociali, mi sono detta: “Perché no?”, e così ho esposto la mia idea prima alla coordinatrice di classe, la collega Maria Carolina Campone, e poi al Dirigente Scolastico Francesco Sepe, subito dopo.
Qual è l’idea? Quella di far leggere le storie raccontate da Vincenzo ai miei studenti di Quinta e invitare l’autore a discuterne con loro, in un giorno di lezione. Sono stata invitata a presentare la proposta in consiglio di classe, cosa che ho fatto, non senza aver fatto prima un “passaggio” con i ragazzi, sondando il terreno per verificare se la cosa destava il loro interesse.
Come è finita? È finita che avendo incontrato positive aperture da parte di tutti, dirigente, colleghi, studenti, consiglio di classe e avuta la conferma che l’iniziativa poteva partire ho telefonato al “Prof.”, chiedendogli di procurarmi le copie necessarie.
Dove ci porterà tutto questo? Non lo so. Dentro di me sono però molto fiduciosa. Prometto che vi tengo aggiornati.

Con le note e con le mani

Gennaro Cibelli, straordinario organizzatore dell’evento del 28 ottobre prossimo, nel quale presenteremo Bella Napoli e sentiremo testimonianze di lavoro e di passione, mi ha inviato le due foto che vedete sotto con il suo commento, che come potete immaginare sono felice di pubblicare. Lascio perciò la parola a lui, non prima però di avervi fatto notare che anche il grande Richard Sennett, ne L’uomo artigiano, iniste molto sul rapporto tra la musica e il saper fare e chissà che tutto questo non ci suggerisca qualcosa. Buona lettura.

RICORDI DI RAGAZZINO
di Gennaro Cibelli 

Il fabbro aveva la sua officina in via rescigno gran bravo artigiano.
Fin da bambino osservavo il suo lavoro lavorava il ferro battendolo con martelli sull’ incudine il ferro era reso incandescente sulla forgia che era una fucina sotto questa forgia c’era un mantice che soffiava aria e veniva azionata con una manovella il materiale che prendeva fuoco era il carbon cok io ero solito girare questa manovella.
Il ciclista aveva bottega poco lontano dal fabbro e non si contano le volte che mi aggiustava la bici, bucature maggiormente e noi tutti assistevamo all’aggiustatura i ragazzi eravamo tanti.
L’imbianchino era anche il proprietario della casa dove abitavo nei pressi questo aveva il deposito degli attrezzi e del materiale era uno che con maestria utilizzava i colori primari per realizzare tante tinte di nuance diverse.
Tutto questo avveniva in un raggio ristretto non piu di 100 metri da casa, insomma il “profumo” del lavoro e della passione non potevi proprio fare a meno di respirarlo.

Nelle foto Nasti Mario fabbro, Francesco Corvino ciclista (meccanico bici),  Enrico Spisso imbianchino, il mio insegnante di educazione fisica alle scuole medie Francesco Di Pace.

Le vie del lavoro

Vai all’inchiesta

C’era una volta
C’era una volta l’Italia in cui il lavoro, non solo quello nelle scuole, negli uffici pubblici o negli ospedali, anche quello nei cantieri, nelle fabbriche e nelle botteghe artigiane, durava tutta una vita, cominciavi a lavorare in un posto e ci rimanevi fino a quando non andavi in pensione. Certo, anche allora non mancavano le eccezioni, ma la regola era quella, come del resto in tante altre parti del mondo, e quella regola determinava una connessione forte tra il lavoro e l’identità, delle persone e delle loro famiglie. Ricordo che a Secondigliano, quartiere tra i più complicati di Napoli, ci si riconosceva dal nome di battesimo e dal lavoro del capofamiglia ancora più che dal cognome. Per esempio Tonino era per tutti il figlio di Raffaele, quello che lavorava all’Italsider, Salvatore era il figlio di Gennaro, quello che faceva l’operaio alla Mecfond, Umberto era il figlio di Antonio, l’artigiano. E Raffaele, Gennaro, Antonio condividevano tra loro e con tutti gli altri come loro la fierezza di poter mandare i figli a scuola, l’ansia di conquistare per sé e la propria famiglia un futuro migliore, il rispetto che si deve a chi questo futuro se lo costruisce ogni giorno con lavoro e sacrificio.

Ipse dixit
In quella Italia il lavoro non finiva con la giornata di lavoro, continuava la sera a tavola quando venivi interrogato su quello che era successo a scuola e aggiornato su quello che era successo in fabbrica, era persino il lasciapassare per invitare a casa un nuovo amico o una nuova ragazza. Frequenta le persone migliori di te e rimettici le spese (in napoletano è assai più bello ma altrettanto meno comprensibile) era uno dei modi di dire più gettonati e la domanda “cosa fa suo padre?” prevedeva una risposta vera e una valutazione meditata. Non era necessario che facesse l’avvocato o il medico, anche perché dalle nostre parti non è che ne girassero molti, bastava dire l’operaio, il muratore, il salumiere, il ragioniere, l’importante è che si guadagnassero da vivere con il lavoro, che anche a quei tempi a Secondigliano non è che fosse del tutto automatico. Lo vogliamo dire?, e diciamolo!, il lavoro era così presente nelle vite di noi ragazzi che in certi momenti diventava insopportabile. A casa Moretti galeotto era l’Enel di via Galileo Ferraris e chi ci lavorava come operaio, nostro padre. Sì, perché lui con la sua licenza di quinta elementare niente sapeva di Marco Tullio Cicerone, Pitagora, Aristotele e Averroè, eppure aveva il suo ipse dixit fatto in casa, cioè al lavoro, nel senso che avevi voglia di discutere se una cosa era vera o falsa, giusta o sbagliata, quando profferiva la formula magica, “l’hanno detto all’Enel”, si metteva il punto. Così. Di colpo. Niente più da discutere e tanto meno da interpretare. Era così e basta. Perché lo diceva lui. Perché l’avevano detto all’Enel.

Un mondo in incessante trasformazione
Rimpiangere l’Italia che non c’è più è come lavare i pavimenti mentre la casa brucia, non ha molto senso, come amava ricordare ai suoi impavidi compatrioti Winston Churchill. Siamo parte di un mondo in incessante trasformazione, sempre più persone si spostano sempre più velocemente da una parte all’altra, le tecnologie cambiano con una rapidità senza precedenti e con esse i nostri modi di essere e di fare. Cambia la partizione tra ciò che per noi è certo e ciò che invece non lo è, cambia il paesaggio sociale al quale con fatica ci eravamo abituati e così finiamo col sentirci un po’ come Turner, che a chi gli chiedeva come facesse a dipingere paesaggi così intensi, mari tanto tempestosi, rispondeva “l’arte accade”, perché sì, in fondo anche il cambiamento accade, e un po’ tanto come Proust, contagiati dalla sua stessa sindrome, disorientati, estraniati, messi costantemente alla prova dall’ombra del futuro che si schiaccia sul presente, perché sì, diventa sempre più faticoso orientarsi tra le stanze delle nostre vite quotidiane, soprattutto quando si è giovani.

Vite vulnerabili
Vincenzo, 28 anni, laurea in scienze della comunicazione a Salerno, lavoro a Milano, la voglia di essere curioso che per fortuna non lo abbandona mai, ha raccontato la sua generazione con queste parole: “[…] ci sentiamo fuori dal mondo, stranieri a casa nostra, incapaci di affrontare la vita da soli, spauriti e storditi. Siamo vulnerabili”. Chissà, forse “giovani alle prese con una vita vulnerabile” potrebbe essere un buon titolo per il prossimo film di Almodóvar. Ma nella vita reale?

Man, I am a worker
Vite vulnerabili. Ccome quella di Luciano, 29 anni, un lavoro stabile, che gli piace, a tempo pieno, due turni su 7 giorni, due domeniche al mese di riposo, due di lavoro. Guadagna 950 quando va bene 1000 euro al mese, vive a casa della mamma, a metterne su una propria non ci pensa nemmeno. Tu gli chiedi perché? Lui ti risponde con un sorriso che se lo conosci bene ci leggi “di questi tempi vorrebbe dire lavorare per pagare l’affitto e le bollette, ti sembra una scelta intelligente?”.
Vite come quella di Amelia, che di anni invece ne ha 38, ma lei per fortuna è femmina e le femmine si sa hanno tanta grinta in più. Perché sì, quando il suo lavoro è diventato stabile, 10 anni fa, lei ha scelto l’indipendenza, ha messo su casa e famiglia, ha resistito 6 anni prima di tornare da mamma e papà. Le chiedi come mai?, te lo spiega così: “mi ero stancata di lavorare per pagare l’affitto e le bollette, di non avere i soldi neanche per fare una vacanza decente, me ne sono tornata dai miei, almeno metto qualcosa da parte, prima o poi spero di poter pagare l’anticipo e di poter fare un mutuo per comprarmi una casa”. Da due anni Amelia è mamma di una splendida bambina, cresce felice con la mamma e i nonni, il papà invece lavora a Londra da quando qui in Italia il lavoro che aveva perso non l’ha trovato più.
Vite come quella di Antonia, che agli inizi di agosto mi ha scritto su Skype “professò, non ce la faccio più a superare colloqui per vedermi offrire, dopo una laurea magistrale e due master, lavoretti da 400-500 euro al mese, parto presto per l’Inghilterra o per l’Olanda, provo a far girare la ruota, così davvero non ha senso, sto facendo una vita che non mi merito”. O come quella di Domenico, che qui “dove il dolce sì suona” era disoccupato che più disoccupato non si può e a Madrid fa per Greenpeace quello per cui si è laureato, si occupa di comunicazione. O di Maria Stella, che adesso vive a Milano dalla sorella e lavora per poche centinaia di euro al mese, e li chiamano stage, per un importante quotidiano nazionale. O di Alvirea, che in Italia ha conseguito la laurea triennale e in Francia ha scoperto che valeva ma non troppo, ha dovuto superare di nuovo gli esami del terzo anno, questo settembre ha dato quelli del quarto, un altro anno ancora e comincerà anche lei a percorrere le vie del lavoro. Si spera.

La banalità dell’incertezza
Ebbene sì, funziona in larga parte così, è la condizione umana e sociale di default di chi lavora, peraltro non solo alla voce giovani perché poi anche fare i turni alla Fiat e inciampare a 50 anni nella parola “esubero”, scoprire di essere “obsoleto”, fare i conti col fatto che c’è sempre uno più giovane e più bravo di te che costa pure meno, non è che sia proprio il massimo. Sì, siamo uomini flessibili (Richard Sennett), viviamo in società liquide (Zygmunt Bauman), siamo esposti al dominio dell’incertezza (Salvatore Veca). E se ce ne stessimo convincendo a tal punto da non lo considerarlo più soltanto normale, da averlo fatto diventare scontato, di più, banale? E se invece non fosse così? Davvero siamo condannati ad adottare questa versione del software modernità? Non c’è niente di diverso che si possa fare? Non guardate me per le risposte che naturalmente non ce l’ho. Due idee due invece sì, ma prima di condividerle con voi bisogna che facciamo un salto dal mago dei numeri, che altrimenti dice che lo sottovaluto troppo e si arrabbia con me.

Il mago dei numeri
Cerchiamo di dirlo con chiarezza senza mancare loro di rispetto, che al tempo del data journalism sarebbe stupido anziché no, non è che i numeri da queste parti non siano importanti, è che la nostra inchiesta segue un approccio di tipo qualitativo, la nostra è un’attività di osservazione
partecipante, privilegia la narrazione, è orientata a stabilire un’interazione diretta, ad entrare in empatia con le persone che si incrociano. Perché sì, noi andiamo in cerca di persone, delle loro storie di vita e di lavoro, persone e storie rappresentative certamente della più ampia pluralità di mestieri, di città, di età, di tradizioni ma che comunque non hanno né i numeri né le caratteristiche per avere valore statistico. Fermo restando insomma che i numeri li rispettiamo molto, che la nostra è solo una parte dell’attività di inchiesta che ci auguriamo possa coinvolgere tanti cittadini reporter, diversi punti di vista e approcci, che non è detto che nel corso del cammino non si trovi il modo di arricchire il lavoro ad esempio con un’indagine quantitativa sulla soddisfazione del lavoro degli italiani, resta il fatto che i protagonisti principali di questa inchiesta restano le persone, le donne e gli uomini che con le loro storie, il loro approccio al lavoro, ci porteranno a dare forma al trascorrere del tempo, a indicare cause, a pensare a conseguenze possibili, a prenderci cura di noi stessi.
Detto ciò che andava detto con lingua dritta, come sarebbe piaciuto a Sitting Bull o a Sa Go Ye Wha Ta, qualche numero proviamo a darlo anche qui.
L’Istituto Nazionale di Statistica ha recentemente messo in evidenza come al 2010 il 10,3% degli occupati in Italia lavori in modo non regolare, cioè senza il rispetto della normativa vigente in materia fiscale-contributiva. Si tratta di 2.548.000 lavoratori (2.101.200 dipendenti, l’11,1% del totale, e 446mila indipendenti, il 7,7% del totale). Se vogliamo proprio esagerare possiamo aggiungere che nel 2010 erano occupate, sempre secondo l’ISTAT, tra regolari e irregolari, 24.643.000 persone (-196mila unità rispetto all’anno prima), che il lavoro precario rappresenta circa l’80% delle assunzioni fatte nell’anno, che ci sono in Italia oltre due milioni di disoccupati e 500 mila lavoratori in cassa integrazione, che sta aumentando in maniera significativa il ricorso al part time involontario. Vite vulnerabili, ma questo l’abbiamo già detto.

Lavoro, dunque valgo
Come ho raccontato in Bella Napoli, il lavoro è entrato per la prima volta nella mia vita grazie a mio padre, con la sua “lectio magistralis” intorno alla differenza tra “’a fatica pigliata ‘e faccia” e “’a fatica fatta ‘a meglio ‘a meglio”. Il contesto, tanto per cambiare, era l’Enel di via Galileo Ferraris, i termini del conflitto con il suo collega possono essere invece riassunti così: bisogna fare bene e al più presto il proprio lavoro a prescindere dalla sua gravosità, dall’impegno richiesto, o conviene traccheggiare sperando che il lavoro “sporco” tocchi a qualcun altro?
Crescendo, ho avuto modo di farmi una mia idea in proposito, poi mi sono adoperato per evitare che l’idea restasse soltanto un’astrazione, poi ho capito quanto sia importante il legame tra lavoro e realizzazione di sé da una parte, senso della nazione e sua missione dall’altra, cosicché quando arrivo per la seconda volta a Tokyo, nel 2007, per la mia attività di ricerca sull’organizzazione della scienza al Riken e Angelo Volpi, al tempo responsabile Scienze e Tecnologie dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, mi dice che in Giappone “non c’è lavoro di cui ci si debba vergognare, lavorare con impegno vuol dire condividere una missione, quella stessa che fa grande la nazione”, non mi sorprendo. Non mi sorprendo quando la domenica dopo scendo per una passeggiata e trovo nel cortile una trentina di volontari di ogni età pronti a pulire prati e stradine del Riken e neanche il giorno precedente, a Odaiba, quando salendo le scale che conducono al palazzo della Fuji Tv, sono come rapito dalla cura con cui l’uomo in divisa lucida i corrimano. Sì, credo di sapere di cosa si tratta, per questo non mi sono sorpreso neanche quest’anno, commosso sì, quando ho letto di Kyoko che, dopo aver aperto il suo negozio di prodotti italiani nel centro di Tokyo, 24 ore dopo lo tsunami che ha sconvolto il Giappone, ha detto “sono sfinita, ma sento la profonda soddisfazione di aver fatto tutto quello che era necessario per me, per la mia famiglia, per il mio lavoro, per il mio Paese. Se ognuno di noi farà la sua piccola parte, riemergeremo anche questa volta”.

È lo scopo che ci connette
Come ho accennato all’inizio lo scopo di questa inchiesta, ciò che ci connette, ci guida, ci definisce, ci motiva, è cercare nel lavoro il valore, il valore delle persone, il valore dell’Italia. Sì, sulle vie del lavoro cercheremo, racconteremo, l’Italia che lavora con rigore e passione, con la testa e con le mani, e attraverso il racconto cercheremo di far emergere senso, identità, missione delle persone e della nazione. Invece di Kate Moss che alla fine dello spot pubblicitario per uno dei brand più famosi al mondo pronuncia la fatidica frase “perché io valgo” troverete il barista e la scienziata, l’artigiano e l’impiegata, il musicista e l’operaia, il ferroviere e la manager che con il loro lavoro, con l’intelligenza, l’amore e l’impegno che mettono nelle cose che fanno, possono determinare le condizioni per il ribaltamento culturale di cui il Paese ha bisogno.
Racconteremo l’Italia che pensa che il lavoro non sia solo un modo per procurarsi i beni necessari per vivere ma anche un valore, un bisogno in sé, uno strumento importante per organizzare la propria vita in un sistema di relazioni riconosciute, per soddisfare le proprie aspettative di futuro, per cercare di vivere, in una pluralità di contesti e circostanze, vite più degne di essere vissute. L’Italia degli italiani normali, quelli che pensano “lavoro, dunque valgo”, merito rispetto, considerazione, quelli che lavorano e vivono a partire da questo pensiero persino quando non lo sanno, quelli che con il loro sapere e il loro fare spostano l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore dei soldi al valore del sapere e del saper fare. Quest’Italia non solo esiste, c’è, è fatta di tanta gente, ma rappresenta la chiave, la condizione di possibilità del cambiamento, è il motore che può muovere il Paese, farlo ripartire, sostenerlo nel processo di crescita di cui ha bisogno.

Il calore che fai quando fai qualcosa
Cercheremo l’approccio dell’artigiano, quello che ti fa provare soddisfazione nel fare bene una cosa “a prescindere”, senza cercare alibi nelle mille cose intorno che non funzionano come dovrebbero, qualunque cosa essa sia: pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna, cucinare la pasta e ceci. Sì, siamo cittadini reporter in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella “cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”, come diceva Josephine Baker, in cerca del “calore che riesci a fare quando fai qualcosa”, come dice il giovane Renato quando racconta della sua attività di maestro di chitarra. Ecco, noi cerchiamo questo, e ci piace un sacco l’idea di cercarlo insieme a voi. Buona partecipazione.

Qui Bella Napoli, a voi Bella Castel San Giorgio

Debbo la scoperta di Castel San Giorgio a Sabato Aliberti, a Gennaro Cibelli e a Francesco Di Pace, e vi assicuro che si sta rilevando più entusiasmante della scoperta di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius che pure, grazie al genio di Jorge luis Borges, ha incantato la mia fantasia. Giorno dopo giorno, guidato da Gennaro, sto scoprendo la cultura del lavoro che contraddistingue questa cittadina in provincia di Salerno, la passione la quale le persone cercano di fare bene le cose che fanno, l’entusiasmo con cui intere famiglie condividono questa passione e questo approccio.
Stamane Genna Cibelli mi ha fatto l’ennesimo regalo, mi ha chiamato al telefono e mi ha fatto parlare con Antonio Zambrano, ebanista, il signore che vedete nella foto, che mi ha raccontato che ha cominciato a lavorare a 16 anni, che a 17 e mezzo già era autonomo, che oggi ha 89 anni, e mi ha detto che sarebbe onorato di avermi nella sua bottega.
Detto che l’onore è non una ma mille volte mio, aggiungo che mercoledì 26 ottobre sarò emozionato come un bambino quando lo consocerò, perché lui il venerdì successivo, il 28, alla presentazione di Bella Napoli ci sarà, ma ha detto che dirà al massimo una parola, perché si emoziona.
Sì, sono contento, questa di Castel San Giorgio è un’altra tappa importante sulle vie del lavoro, perché le storie di lavoro, di passione e di rispetto di Napoli diventeranno il pretesto per raccontare le storie di lavoro, di passione e di rispetto di Castel San Giorgio, perché questo è quello che cerco, perché a furia di parlarne e di raocntarne prima o dopo ci riusicremo a portare il nostro piccolo mattoncino per riportare il lavoro, la cultura del lavoro, al centro della storia di qeusto paese. Per intanto godetevi i link che vi ho incollato sotto da facebook,  sono solo alcuni dei testimoni che saranno presenti il 28 sera alla Confraternita dell’Immacolata. Ve lo devo dire?, e che ve lo dico a fare, se siete da quelle parti non mancate. E se non potete non vi preoccupate, Alesiso, Cinzia and me ci stiamo organizzando per fare in modo che da tutta Italia si possa partecipare all’evento. Per adesso cliccate sulla pagina dell’evento e non perdetevi nemmeno un post, naturalmente solo se vi piace.

Storie di lavoro, di passione e di rispetto

Lettera a una professoressa

1. Come ho scritto nella pagina dei ringraziamenti, che nelle mie intenzioni, nei miei libri, è sempre una pagina importante, Irene Gonzalez è connessa in molti modi a Bella Napoli. Ci ha lavorato, nel senso che ha trascritto tutte le interviste. Lo ha aiutato a crescere, nel senso che mi ha dato una mano a capire cosa volevo fare e come lo dovevo fare, a organizzare le storie, a non tradirne la complessità e le differenze. Lo ha incoraggiato, con quei suoi commenti live, via mail, via social network della serie «è troppo forte questa ragazza», «voglio diventare come questa maestra», «mamma mia che vita questo ingegnere». Ecco, ieri sera le connessioni tra Irene e Bella Napoli si sono ulteriormente ampliate, espanse, quello che mi frullava nella testa da un po’ di giorni si è come messo al suo posto e così mi sono deciso a scrivere questo post, che vi assicuro non è stato facile farlo e poi vi spiego perché.

2. Francesco, Caterina, Santina, Stefania, Concetta, Mariagiovanna invece non ci sono nella pagina dei ringraziamenti eppure anche loro c’entrano con questo post.
Francesco è Francesco Alì, dirigente della Cgil calabrese, giovedì 20 ottobre sarò assieme a lui e a Gherardo Colombo a Reggio Calabria, in un liceo, per l’avvio di un progetto sull’educazione alla legalità, una gran bella iniziativa, certo che vi tengo informati; ieri mattina Francesco mi ha detto che a seguire ci sarà una discussione sul libro di Gherardo Colombo, mi è sembrata una gran bella idea, la testa è tornata lì, dove la sera poi mi ha portato Irene.

3. Caterina (Vesta), Concetta (Tigano), Mariagiovanna (Ferrante), Santina (Verta), Stefania (Bertelli) per molte/i di voi sono nomi e volti noti, nella vita analogica così come in quella digitale (perché sì, ha ragione Adriano Parracciani, reale e virtuale ormai portano fuori strada), se stanno qui come rappresentanti di tante/i altre/i nomi e volti che tutti non posso citarli perché altrimenti viene fuori l’enciclopedia è perché sono legate in molti modi a quello che da un po’ di tempo mi frulla nella testa, perché sono legate alla scuola, ai ragazzi, al mondo dell’educazione, un mondo che nella mia piccola vita ha avuto sempre un posto grande.

4. Diciamo che è stata Caterina a dare l’accelerata. Mi chiama a metà luglio, mi chiede 40 copie di Bella Napoli e se le posso fare avere 1 euro di sconto a copia, è per le mie ragazze – mi fa – è una cosa simbolica, un’attenzione importante. Le dico entusiasta che quell’euro, come le pizze di Peppeniello, passano a due, 8 euro a copia invece di 10, ci metto anche io 80 euro ma per una soddisfazione così ne vale la pena. Vado alla Feltrinelli, le compro, quando alla cassa mi chiedono la Carta Più faccio mente locale che con i punti metà del mio investimento è recuperato, sono una persona normale con normali problemi economici che sono diventati un po’ meno normali da quando è separata e perciò sono contento, i libri partiranno il giorno dopo via corriere.
Il 24 settembre è il gran giorno, alle 10 Cinzia, Alessio and me siamo a scuola, scopro che a ogni studentessa che ha letto il libro è stato chiesto di scrivere un commento della storia che più l’ha colpita, un commento generale al libro e soprattutto il racconto di una storia di lavoro, in famiglia, tra gli amici o i conoscenti di cui sono orgogliose.

5. Il risultato di tutto questo lo conoscerete tra poco non appena la mitica Cirlene, l’unica delle Gonzalez Sister che ancora per qualche settimana è a Napoli, avrà finito di trascrivere in formato digitale tutto il malloppo fotocopiato, ma confesso che dal 24 settembre ogni tanto penso “adesso dico a Santina di aiutarmi ad organizzare la stessa cosa a Varese”, e poi mi dico “lascia perdere che già l’hai impegnata per la Bottega Ahref e per le iniziative sulla legalità”, e poi penso “adesso lo dico a Stefania” e poi mi dico “lascia perdere che ha appena organizzato quella bella presentazione del libro e non è che puoi stare a crearle problemi a così breve distanza”, e poi penso “adesso lo dico a Concetta” e poi mi dico “lascia perdere che la presentazione del libro e la Bottega Ahref già bastano e avanzano”, e poi penso “adesso lo dico a Mariagiovanna” e poi mi dico “lascia perdere che lei già la vita la deve prendere a morsi per riconquistare ogni anno il suo posto di lavoro”, e potrei continuare ancora ma credo basti così che adesso è venuto il momento di dire perché per me tutto questo è difficile.

6. Lo vogliamo chiamare conflitto di interessi?, ma sì, chiamiamolo così, in fondo di questo si tratta. Chiedere a delle/dei prof., amiche e amici oppure no, perché la mia proposta è aperta a tutte/i, di valutare la possibilità di avviare un percorso tipo quello realizzato da Caterina a partire da Bella Napoli non è proprio il massimo dell’imparzialità. Detto questo credo però di poter aggiungere almeno due cose a mio favore: uno, questo non è il primo libro che scrivo mentre è la prima volta che mi viene un’idea così e per favore non dite che Bella Napoli per me è più importante di Rione Sanità, di Enakapata o di Uno, doje, tre e quattro perché mi arrabbio; due, con i diritti di autore per coprire le spese che affronto per spostarmi a Varese piuttosto che a Venezia o in qualunque altro posto dovrebbero essere vendute ogni volta 200 copie del volume per non rimetterci dal punto di vista economico. Quello che voglio dire insomma è che a muovermi non sono né i soldi né la fissazione, piuttosto è l’argomento, e francamente credo che questo sia sufficiente a spostare l’ago della bussola.

7. Certo che Napoli c’entra con Bella Napoli, ma il tema centrale del libro è il lavoro, la passione delle persone per ciò che fanno, la loro vocazione a farlo bene a prescindere. Chi ha letto il libro lo sa che il lavoro è il filo conduttore delle mie molte vite, quella da figlio, da dirigente della Cgil, da prof. di sociologia dell’organizzazione, da presidente di Smile, da responsabile di società, culture e innovazione alla Fondazione Di Vittorio, da blogger, da scrittore. E con Bella Napoli quel filo conduttore, la cultura che esso ha alle spalle, non è più soltanto quella “cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo”, come diceva Josephine Baker, è anche una possibilità per i i ragazzi, per i più giovani, per l’Italia, e questo dà senso alla mia vita.
Quando ho parlato alle ragazze di Marcianise dello spot nel quale Kate Moss dice “perché io valgo” e poi ho aggiunto “vi auguro con tutto il cuore che voi possiate dire invece: lavoro, perché io valgo” nell’applauso che si è propagato nella sala non c’era nulla di scontato; ecco, è questo ciò che cerco, non l’applauso, che comunque fa sempre piacere, la consapevole emozione che lo genera, la riflessione che lo segue, e in questa ricerca parto da ciò che più amo e conosco, il lavoro e Napoli, per intraprendere il mio viaggio in giro per l’Italia. Un viaggio che farò con Alessio sulle vie del lavoro, ma di questo vi parlerò tra qualche giorno, un viaggio che vorrei fare con voi nelle scuole, se qualcuna/o di voi ne avrà la voglia e la possibilità, ne condividerà il senso.

Questo è tutto, tanto, troppo. Come dice il mio amico Daniele Riva, resto in ascolto.

Fia e Pia

La scoperta di Fia e Pia la debbo a Gaetano, il terzo dei Moretti Brothers, il più bello dei maschi, quello nato negli ultimi giorni dell’anno di grazia 1962 mentre Nunzia non era ancora nata e io e Antonio stavamo facendo una partita di pallone se così si può chiamare la corsa di una decina di ragazzini e l’ansimare bavoso di un mastino napoletano appresso a un pallone in un campo da gioco regolamentare, quello del Secondigliano, porte da 7 metri a distanza di 100, sì insomma proprio quello dove i genitori dei nostri amici, i padroni del cane, facevano da guardiani.
Gaetano combatte con successo da un paio d’anni con la sua salute, il suo è uno di quei combattimenti così tosti che tu non hai bisogno di volergli un mare di bene e anche di più per dire “vaffanculo” alla vita e al senso, che tante volte veramente il senso non ce l’ha, ma tanto lui è indistruttibile, un artigiano straordinario, dal legno al ferro le cose nelle sue mani si trasformano, prendono vita, conquistano bellezza. Succede così anche quando suona, le percussioni, la chitarra, il sound scorre forte nelle sue vene, e persino quando gioca a pallavolo, ma di questo magari vi racconto un’altra volta, che adesso immagino vogliate sapere di Fia e Pia.
E’ accaduto questo agosto, Cinzia diceva delle sue traversie con il ferro, no, non vi preocupate, non si è messa ad aiutare Gaetano anche se penso le piacerebbe, trattasi del ferro che si fa diciamo così desiderare nel suo sangue, e Gaetano ha detto dell’ecografia che aveva da fare la settimana successiva.
E’ una cosa invasiva?, gli ho chiesto, no, non ti preoccupare, mi ha risposto, tutto quello che finisce con fia, ecografia, mammografia, urografia, sul momento non fa male, è quando finisce con pia, gastroscopia, colonscopia, rettoscopia che sono augelli senza zucchero, per la verità gli esempi sono miei che i suoi non me li ricordo e poi lui lo ha detto in un altro modo e ha fatto anche un movimento con la mano che ci ha fatto morire tutti dal ridere, ma qui va bene cosi.
Adesso non fate quell’aria di sufficienza, non è la solita fissazione del sociologo, è che Fia e Pia è una dicotomia che può essere utilizzata in una pluralità di contesti in maniera efficace, è meno manicheo di bene e male, di giusto e sbagliato, lascia aperte più possibilità, insomma la consiglio anche a voi. Sì, quando vi trovate in certe situazioni, all’ufficio postale, al comune, in fabbrica, chietevi se la situazione è Fia o è Pia e poi agite di conseguenza. Scommettiamo che vi troverete bene?

Bella Napoli, Marcianise, Caserta

* Grazie di cuore a Caterina Vesta, alle/i ragazze/i che hanno partecipato all’incontro, a Umberto Riccio, Alessio Strazzullo, Cinzia Massa 🙂
** Per quanto mi voglia bene, e me ne voglio, non sono ancora arrivato al culto della personalità e dunque mi sarebbe piaciuto molto pubblicare gli interventi e le domande delle ragazze, ma molto di loro sono minorenni e la cosa avrebbe comportato un surplus di burocrazia non indifferente. Il montaggio di Alessio Strazzullo ha cercato di limitare i danni e per il resto “noi speriamo che ce la caviamo”.

Il gioco dei puntini sospensivi

“Del resto, la ricerca di una identità prima individuale e poi nazionale (o forse il contrario), la ricerca di fini, di scopi, di ideali, finisce per essere il grande tema della vita …….. (1) di questi anni, forse proprio a cominciare dalla vita pubblica. “Chi siamo?”, “Cosa dobbiamo volere?”, “Dove possiamo andare a finire?”, sembra che si stiano chiedendo tutti loro in ogni momento, da …………. (2) al morettino che lucida le scarpe sulla piazza del suo villaggio; e anche tutto il traffico degli intellettuali finisce per avere più una funzione di analisi che non scopi immediatamente politici”.

Di certo lo avrete capito già, il gioco consiste nell’inseriere le parole giuste al posto dei puntini sospensivi. Per aiutarvi vi diremo che la prima parola è un aggettivo e si riferisce a un paese (es. honduregna, equadoriana, svedese, ecc.), che la seconda parola è un cognome, quello del leader di quello stesso paese e che l’anno a cui si riferisce la citazione è il 1959.
Buona partecipazione.

Una giornata particolare

5.30 a.m.
Inutile stare ancora a rigirarsi da una parte e dall’altra, la nottata è stata partcolarmente  travagliata, prima o dopo ci riuscirò a non farci più caso, tanto vale fare le cose con calma, ma sì, persino con lentezza, l’appuntamento con Alessio e Cinzia è alle 8.15 a Campi Flegrei, non c’è fretta.

6.20 a.m.
Denti, doccia, una botta ma proprio solo una botta con il phone, i capelli super corti sono mitici, jeans, maglietta e scarpe, le scale che mi portano giù fino al corso, il bar, cornetto pasta sfoglia crema e amarena e poi la madre di tutti i caffé, come ogni mattina, chiacchiere cortesi con il barista, due minuti al tavolino giusto il tempo di una partita a dama con l’i-phone, funicolare in salita, scale sempre scale fortissimamente scale, perché sì, abito in un posto meraviglioso ma solo fino a quando gli dei dellle gambe continueranno a vegliare su di me, e sono a casa again.

7.05 a.m.
Denti, via la maglietta, messa su la camicia e anche la giacca, 6 copie di Rione Sanità e una di Bella Napoli nello zaino e si parte, prima tappa La Feltrinelli Express della Stazione Centrale, compro altre 6 copie di Rione Sanità, 5 le porterà Cinzia, la sera abbiamo una presentazione a Marcianise e speriamo di venderne un pò. Sì, non ve l’ho detto ancora, ma i nostri amici Caterina Vesta, Umberto Riccio, Vera Tartaglione, con l’associazione Amici del Libro, in occasione della Festa dei Lettori hanno organizzato per la mattina un incontro con le studentesse (ci sarà anche uno studente uno, Michele) dell’ISISS G.B. Novelli di Marcianise, per il primo pomeriggio la lettura recitate da alcune pagine di Pinocchio a cura della compagnia teatrale Personae, a seguire la presentazione di Rione Sanità in collaborazione con l’Associazione Progreditur e la Pro Loco Marcianisana.

8.19 a.m.
Arrivo a Campi Flegrei con qualche minuto di ritardo, ma per una volta la colpa non è della metropolitana. È che alla Feltrinelli Express ho perso tempo per la mia carta di credito che si è smagnetizzata, io che mi sono innervosito un bel po’ al pensiero di cominciare la settimana in banca, sì mi sono sentito molto vicino ad Angelo M., uno dei protagonisti di Bella Napoli, quasi mi venivano i brufoli sulle braccia per il disappunto. Della serie anche gli impicci non vengono da soli mi sono dimenticato di tirare fuori la mia tessere Feltrinelli e mi sono perso anche lo sconto, anzi no, perché la cassiera, molto gentile, dopo aver chiesto le autorizzazioni del caso ha annullato l’operazione di pagamento precedente e mi ha fatto pagare di nuovo caricandomi i punti sulla carta. Ora voi direte “mamma mia come sei pignolo” e invece no, è che mi da molto fastidio fare tardi e sto spiegando perché è successo. Infatti Alessio ci ha provato a farmi notare il ritardo, sperava di rifarsi delle mezzora di ritardo che fa lui, e invece no, anche perché Cinzia non era ancora arrivata. In realtà abbiamo fatto in tempo a farcela una bella risata, lui che protestava perché non è vero che fa tardi anzi è molto preciso, ma è durata neanche un minuto, il tempo che la Toyota Aygo di qualunque colore purché fosse nera ha voltato l’angolo e siamo saliti.

9.10 a.m., minuto più minuto meno
Siamo a Marcianise, bisogna scegliere il bar per fare colazione. “Ecco fermiamoci qui”, “no-oo, troppo modello discoteca”; “proviamo qui”, “non c’è posto per parcheggiare”; “ecco, guarda quello sulla sinistra”, “è chiuso”, “questo ha il caffè Passalacqua, non voglio sapere niente, ci fermiamo qui”, “va bene va bene, tanto bisogna fare sempre come dici tu”. Azz., sempre come dico io, lasciamo perdere va, che è meglio. Entriamo, e alla macchina del caffè c’è il mio amico F., ci siamo conosciuti più di 25 anni fa al Bar Mexico, alla Ferrovia, incredibile. Abbracci, strette di mano, “che ci fai qua”, “che ci fai tu”, “due cornetti, due caffè e una spremuta di arancia”. Sì, Alessio non ha voluto niente da mangiare, “ho già fatto colazione”, “anche io – gli dico”, “si ma tu sei un caso a parte”. Cinzia un po’ mangia, un po’ ridacchia, un po’ sorseggia il caffè.

9.50 a.m.
Siamo a scuola, a riceverci Caterina Vesta, la prof . mia amica che ideato e diretto l’iniziativa a scuola. Alessio si è portato macchina fotografica – cinepresa, cavalletto, varie ed eventuali, l’evento merita, e poi secondo lui per imparare a fare bene una cosa la devi fare, non la puoi solo studiare. Dite che ha ragione?, lo penso anche io, Cinzia poi su queste cose qua è capace di parlare giornate intere, ma oggi siamo qui per Bella Napoli e perciò non tergiversiamo.
Caterina ci presenta la Preside (sì, dirigente scolastico non mi piace, sa troppo di impresa, e la scuola per me non è un’impresa, e per voi?), a lei tra qualche minuto toccherà introdurre la discussione e lo farà con parole e concetti non banali, tenendo insieme il valore della lettura, il valore della cultura e il valore del lavoro.
Nel frattempo l’aula si è riempita di ragazze, le sedie non bastano, mi prende un’emozione forte, il vantaggio dell’età è che si riesce a gestirla, in parte, poi ci pensa Caterina a mettermi a mio agio, a ritornare sul percorso che ci ha portato i ragazzi, lei, mi, qui ora: la lettura di Bella Napoli durante le vacanze estive, la discussione in classe, la ricerca degli articoli della Costituzione che parla del lavoro, a partire dall’Art. 1., l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, una delle domande non a caso riguarderà questo punto e la poco coerenza tra quello che c’è scritto nella Costituzione e la realtà, l’indicazione di scegliere una delle storie che compongono il libro e di riassumerla, poi di commentare il libro nel suo complesso, infine di cercare in famiglia, tra gli amici, i conoscenti, storie di persone che si sono particolarmente distinte per il loro attaccamento al lavoro, e di fare tutto questo cercando di tirare fuori ciò che ciascuna di loro veramente pensa.
Propongo di soffermarci ancora su questo percorso e di farlo con un esempio, quello di Luisa B., classe quarta, che ha scelto di riassumere la storia di Emma F., ha scritto il suo commento, ha scritto la domanda che mi voleva fare e soprattutto ha scritto una pagina e mezza di foglio protocollo su Domenico B., suo padre, sul suo rapporto con il lavoro. Un pezzetto piccolo ve lo voglio far leggere, quello dove Luisa scrive “Mio padre ha cominciato a lavorare molto piccolo, essendo nato negli anni 70, dove le famiglie in genere erano molto numerose e i soldi non bastavano per sfamare tutti. Infatti lui è il penultimo di nove figli, mio nonno e mia nonna già facevano molti sacrifici lavorando nei campi. Posso dire che a causa di queste condizioni ha fatto moti sforzi per gestire al meglio sia il lavoro che la scuola, perché non è che lavorando ha abbandonato gli studi, questo no. Comunque ha lavorato fin da quando aveva 11 anni, la mattina andava a scuola e il pomeriggio a lavorare nei campi. In seguito ha trovato altri lavori, facendo un po’ di tutto, come il meccanico, ha fatto il tabacco, ma solo per poco tempo, perché già allora c’era molta difficoltà a trovare un lavoro stabile”.
Mi fermo qui, anzi no, perché vi devo dire ancora tre cose: la prima è che la storia di Luisa, come tutte le altre, prima o dopo le pubblicherò su questo blog; la seconda è che questa storia non l’ho scelta per un motivo particolare, più bella, più appassionante, più qualcosa, ma soltanto perché è la prima del fascicolo fotocopiato che custodisco gelosamente a casa mia; la terza è che come molti di voi sanno un lavoro del genere ha un valore culturale e pedagogico enorme, permette a queste ragazze che sono investite ogni giorno da storie di veline e compagnia bella, anzi brutta, di riflettere sulla fatica, sull’impegno, sulle persone che hanno intorno, sui sacrifici che sono necessari perché loro possano vivere con decoro, avere una vita migliore di quella avuta dai genitori, avere più opportunità, poter studiare invece che lavorare a 11 anni. Una volta il mio amico Luca De Biase ha scrritto che ci sono insegnati che sono degli eroi, io dico degli eroi normali, non aggiungo altro, Caterina è mia amica, il peggio che posso fare è mettermi qui a farle mille complimenti.

0.10 p.m.
Sto mettendo la firma e scrivendo qualche parola sulle copie del libro delle ragazze. Sono stravolto dalla fatica e dall’emozione, Cinzia, Caterina e Alessio mi prenderanno in giro per tutto il resto della giornata, ma va bene così.

6.10 p.m.
In parte mi sento in colpa e in parte no. Mi sento in colpa perché la lettura di Pinocchio non sono riuscito a seguirla come meritava, un po’ il caldo, un po’ la mia difficoltà a ritrovare concentrazione, un po’ una zanzara che a un certo punto ha cominciato a mangiarmi le caviglie. Io lo so come ci si sente quando una fa una cosa a cui tiene e intorno non vede l’attenzione necessaria, chiedo scusa agli amici della Compagnia Personae, giuro che non l’ho fatto apposta. Non mi sento in colpa perché caldo faceva caldo davvero, perché la zanzara è stata veramente una carogna, perché sono un essere umano consapevole che da lì a due ore avrebbe dovuto presentare un libro mentre le cosa che desiderava fare di più era tornarsene a casa e dormire.
Comunque adesso tutto questo è alle nostre spalle, siamo nella sede dell’Associazione Progreditur, di fronte a noi l’attesa delle persone è più per la partita del Napoli che per il libro, il presidente dell’Associazione ci saluta con grande cortesia e disponibilità, ma sarei falso se non dicessi che le condizioni per scoraggiarsi erano di gran lunga maggiori di quelle incoraggianti. E invece no, faccio un cenno di intesa con Cinzia, Caterina ancora una volta ci aiuta con la sua introduzione, poi ormai abbiamo il format che abbiamo lanciato a Sorrento, Cinzia racconta il libro, lei ci ha lavorato da pazzi ed è giusto che sia al centro della ribalta, io leggo qualche pagina, anche se stasera dico anche qualche cosa per introdurre la lettura.
Eccolì là, Ernesto Albenese e Padre Antonio Loffredo, la cooperativa La Paranza e La Sanitansamble, Elena Guidotti Della Valle e Vincenzo Pirozzi, Le Catacombe di San Gennaro e il Cimitero delle Fontanelle, la chiesa di Santa Maria La Sanità e il palazzo dello Spagnolo che si materializzano davanti ai nostri occhi, Cinzia ce li fa vedere, ce li fa toccare, a un certo punto quando dice “venite a visitarle le Catacombe, sono bellissime” una persona dalla sale le risponde orgoglioso “già fatto, io ci sono stato”. Sì, è stato un successone, abbiamo venduto quasi tutte le copie del libro che avevamo con noi, mi hanno chiesto anche 2 copie di Bella Napoli, peccato che non ce le avevo, però ho detto a Caterina che gliele faccio avere, poi magari mi aiuta lei.

8.50 p.m
Sono a casa. Il viaggio di ritorno è stato sereno, gioioso, divertente, a parte Alessio che fremeva perché aveva appuntamento per la partita del Napoli. Accendo il mio Mac, clicco su facebook, 10 studentesse si Caterina mi hanno chiesto l’amicizia, sono contento, penso “certo che sono davvero una persona fortunata” ma questo ve l’ho raccontato già, stanotte ho dormito una bellezza. Dite che è la stanchezza? Non sono d’accordo, penso di più perché ero troppo contento.

Liberi nella rete

E se invece di cominciare da un sostantivo, informazione, e da un aggettivo, partecipata, cominciassimo da due verbi, informare e partecipare? Ma sì, ha ragione Weick (K. E. Weick, 1997), con i verbi viene meglio, c’è più soggettività, più senso e significato, più divenire. Anzi, facciamo così, cominciamo da partecipare, il verbo che in variegati contesti continua a rappresentare un aspetto chiave del nostro essere cittadini in questo controverso inizio di terzo millennio, mentre ci ritroviamo a fare i conti con la crisi delle ideologie e delle identità, dell’Europa e delle nazioni, delle economie e dello stato sociale. Sì, partecipare è importante, ma dirlo non basta, soprattutto se il tuo destino, quello della tua famiglia, quello dei tuoi vicini di casa, è nei fatti sempre più nelle mani di uomini soli al comando, se il film che vedi proiettato nella tua vita di tutti i giorni si intitola “il leaderismo che avanza”, che conquista spazio non solo nel dominio delle cose grandi, anche se avere come leader Barak Obama, Angela Merkel o Silvio Berlusconi non è certo la stessa cosa, ma arriva giù giù fino ai tanti “caporali” che ti complicano la vita, agli uomini senza qualità che, come diceva Carmine, delegato di un’azienda chimica napoletana, “si mettono il cappello storto in testa e pensano di essere Napoleone”.

Ebbene sì, se vogliamo parlarne seriamente dei nostri due verbi, informare e partecipare, conviene tenerlo d’occhio il contesto, la necessità di ritrovare ragioni forti intorno alle quali incardinare il nostro bisogno di socialità e di partecipazione, l’urgenza di rompere la spirale che fa sì che il leader carismatico, mediatico, idolatrato, sia la sola risposta alla scarsità di elités e classi dirigenti. Sì, il contesto è importante. Se la politica con la P maiuscola, quella che rappresenta la sfera dell’esistenza autentica di ciascuno di noi (Arendt, 1995), diventa come l’araba fenice è un problema. È un problema l’overdose di individualismo che ci fa essere meno responsabili verso noi stessi, gli altri e il mondo che ci sta intorno. È un problema la perdita del motivo di fondo, della capacità di concatenare tra loro gli eventi e interpretarli sulla base di un denominatore condiviso. È un problema continuare a pensare al sindaco, al presidente della regione o del consiglio, al responsabile della bocciofila o della cooperativa culturale come a Wolf (Tarantino, 1994), l’uomo che risolve i problemi, al quale affidare il nostro futuro mentre pensiamo ad altro. No, così non funziona, la democrazia bisogna conquistarla ogni giorno, bisogna stare sul punto, metterci impegno, tempo, responsabilità, fatica, e tutto questo si interseca da un lato con le forme, le strutture, i luoghi nei quali riconoscersi e attraverso le quali avere la possibilità di far valere la propria opinione nella costruzione del discorso pubblico, e dall’altro con la necessità di ritrovare sollecitazioni, motivazioni, ragioni che spingano ciascuno di noi a partecipare in maniera consapevole. Altrimenti che succede? Niente, anzi no, qualcosa succede: rimangono tutte chiacchiere, anche quelle relative ai nostri due verbi; magari belle chiacchiere, persino chiacchiere esemplari, ma sempre chiacchiere restano e le chiacchiere, come diceva don Carmine ‘o filosofo, stanno a zero.

Detto del contesto, si può ricordare che le nuove tecnologie della comunicazione, con il loro impatto sulle libertà negative (libertà da) e positive (libertà di) di ciascuno di noi (Berlin, 1969), sulle capacità e le abilitazioni di cui ciascuno di noi può disporre (Sen, 2000), rappresentano il terreno d’incontro “par excellence” dei verbi informare e partecipare. Insomma se è vero che le relazioni sociali sono la lente attraverso la quale valutare i condizionamenti e le opportunità per le libertà di ciascuno, che una diseguale dotazione di diritti, di risorse e strumenti necessari a tradurli in libertà determina una forte asimmetria nella realizzazione delle capacità e nelle libertà delle persone, ecco che l’ampliamento delle possibilità di partecipazione a reti sociali, culturali, politiche, ludiche, collegate allo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione, rappresenta un’occasione oggettiva di ampliamento delle libertà e dunque delle opportunità delle persone. Non a caso il web è diventato uno strumento sempre più importante per dare visibilità a soggetti che nei contesti nei quali vivono non avrebbero altrimenti le stesse possibilità di avere voce. Poter diffondere informazioni sui propri obiettivi, sulle strategie adottate, poter comunicare con minoranze o governi di altri paesi può fare la differenza: è valso anni fa con il movimento delle donne messicane “Mujer a Mujer”, che attraverso Internet acquisirono le informazioni necessarie per poter negoziare le condizioni di lavoro in un’impresa tessile statunitense appena installata sul loro territorio, sta valendo oggi per le “rivoluzioni” nei paesi del Nord Africa.

In questo quadro la nascita del “cittadino reporter”, lo sviluppo dell’inchiesta partecipata, rappresenta una ulteriore straordinaria modalità di sviluppo della partecipazione su un terreno strategico come quello della produzione delle notizie. Gli esempi non a caso cominciano ad essere tanti, a partire da quelli raccontati su queste stesse pagine da Michele Kettmaier e Stefano Iucci. Accennerò qui soltanto ad altri due esempi, che faranno da corollario alla considerazione conclusiva:

la versione italiana di Wikinews (http://it.wikinews.org/wiki/Pagina_principale), che ha più di 6 anni e raccoglie ad oggi oltre 8 mila articoli, che ha il pregio di essere espressione di una comunità aperta a tutti gli effetti (licenza Creative Commons Attribution 2.5) e di sollecitare un approccio “neutrale” alla notizia, e il difetto di essere più un bignami delle notizie pubblicate sui principali quotidiani e settimanali che un vero e proprio produttore moltiplicatore di news;

Business Exchange (http://bx.businessweek.com/), la figlioccia digitale di Business Week, che dà la possibilità al lettore di proporre un argomento che, una volta approvato dalla redazione (a me è accaduto con Decision making process, Riken e Collaborative management), permette agli iscritti di inserire link relativi ad articoli suddivisi per news, blogs, reference, jobs; il vantaggio è che di norma vengono proposte news più selezionate, qualificate, interessanti, lo svantaggio di essere molto poco “open”, a partire dalla lingua, “english only”.

La considerazione conclusiva è che anche senza sottovalutare riflessioni critiche ed equivoci, in fondo alla strada del “citizen journalism” non c’è l’informazione di professione ma l’informazione di qualità. Dite che è una strada difficile, tortuosa? Rispondo che lo sarà tanto di più quanto più profondo sarà il cambiamento. Sì, per me è solo questione di tempo, poi anche questo futuro diventerà inesorabile. Come il passato.

Libreria d’agosto

Sì, sono stato contento quando ho letto il post nel quale il mio amico Tarcisio Tarquini ha scritto che la Feltrinelli libri e musica di Piazza dei Martiri è una delle ragioni per cui viene volentieri a Napoli. Sono stato contento per la mia città e perché quel posto lì l’ho visto nascere, mi ci sono abituato con fatica, accade sovente con le cose nuove, mi ci è voluto tempo prima di poter cliccare su “mi piace”.
Mi piace chiacchierare dell’ultimo libro che mi ha preso il cuore, mi piace scoprire che Dudù, Frank e Ciccillo saranno prossimamente sui nostri schermi, sì, sta per uscire “Operazione San Gennaro” in dvd, mi piace incrociare gli amici per affinità e per caso. Per certi versi la cosa mi ricorda la Secondigliano dei miei quindici anni, quando per giocare a pallone non dovevi affittare il campetto e per incontrare gli amici bastava andare al bar di don Peppe Testolina o raggiungerli sotto casa, ignorare il citofono che tanto gli sms neanche esistevano e partire con la chiamata a cappella modello Lello Sodano, quello che in “Ricomincio da tre” grida Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà fino a quando Gaetano – Massimo Troisi non scende. E poi vuoi mettere la saggezza del “vigile” Luigi che ti racconta del medico che ha “sclerato” e va in giro col pigiama raccattando cibo tra i rifiuti nonostante il lussuoso appartamento di proprietà e l’ottima pensione solo per dirti che “a cerevella è ‘na sfoglia ‘e cipolle” e che “bisogna non perdere mai la modestia, ché da un momento all’altro può cambiare tutto nella vita”. E l’imbarazzo di essere avvicinati da un distinto, anziano, signore che ti dice: “lei è Vincenzo Moretti, lo scrittore?” e tu gli rispondi: “No!”? “Come no, io l’ho vista in tv parlare del suo libro”. “Sì, quello che ha scritto il libro sono io, ma non sono uno scrittore”. “E perché io che progetto edifici sono architetto e lei che scrive libri non è scrittore?”. Già, perché? L’arrivo del mio amico Enzo, il vicedirettore, mi dà il pretesto per scusarmi, salutare, scappare, ma la domanda la porto con me: scrittore, chi è costui? Quello che vende così tante copie dei suoi libri da poterci vivere? Mah, a vedere le classifiche qualche dubbio ti viene. Quello che vince i premi letterari? Meglio lasciar perdere, terreno scivoloso anche questo. Mentre voi continuate a pensarci io vi dico che quando la sera ho ripreso a leggere “America amore” di Alberto Arbasino, ero a metà delle 800 e più pagine che compongono il volume, mi è bastata mezza pagina per dirmi “Arbasino è uno scrittore”. No, il perché non ve lo dico. Lo avete letto “America amore”? Fatelo. Il resto viene da sé.

Mettere ‘a varca ‘a currente

Sì, con Beppe D.V. funziona più o meno così: la grande casa che accoglie le nostre sere; il pranzo della domenica, compreso il dolce o il gelato a seconda della voglia, e delle stagioni e poi naturalmente chiacchiere e caffé,  che quelle proprio non possono mancare; la mia telefonata “sotto sotto” che magari “last minute” fa più chic ma io non faccio sconti e perciò va bene così, per chiedergli se va a pranzo al solito posto che magari lo raggiungo, perché magari c’è lo sciopero dei lavoratori dei trasporti e di andare a Roma non se ne parla.
Diciamo che ieri è andata proprio così: mi sono fatto la mia bella salita a piedi, la funicolare centrale era “out” come tutto il resto, ho raggiunto Beppe alla sua bottega e l’ho trovato come se fosse già pronto che la sua weltanschauung semplicemente non prevede che sia proprio pronto quando tu arrivi.
Spaghetti con i lupini per lui, spaghetti con i polpi per me, acqua minerale liscia a temperatura ambiente che quella fredda che ti brucia la lingua non fa per noi, chiacchiere con i vicini di tavolo.
Adesso non mi chiedete come siamo finiti a parlare delle alici fritte che ho mangiato qualche giorno fa con Cinzia ad Arco Felice perché non me lo ricordo. Vi dico piuttosto del suo mare d’azzurro e d’argento, sì, proprio quello che ti può capitare di ammirare se sei bravo e fortunato e ti ritrovi immerso in un mare di alici azzurre, saltellanti, d’argento, e ti batte forte il cuore di fronte a tanta bellezza.
“Vicié, accade soltanto in certe giornate, con una certa corrente, ti devi trovare nel posto giusto nella maniera giusta nel senso che devi stare in pace con ciò che ti circonda, devi aver gettato il ferro, ma sì, l’ancora, in maniera tale da mettere ‘a varca ‘a currente, insomma non è facile ma quando accade è uno spettacolo”.
Adesso non mi chiedete com’è possibile che di fronte a un racconto così bello, che dico, assai più bello che come lo racconto io non è mica la stessa cosa, invece di chiudere gli occhi e viaggiare su un tappeto di alici volanti io abbia chiesto a Beppe “che significa mettere ‘a varca ‘a currente?”. Sì, non me lo chiedete che mi fate sentire male. Ma no, la questione non è la mancanza di animo poetico, diciamo che la voglia di sognare che ho preso dal papà operaio convive con la necessità di rimanere attaccato alla terra, sì, insomma alle cose concrete, che ho preso dalla mamma contadina, e poi aggiungiamo che nella realtà accade come nella poesia di Pablo Neruda, Siam molti, e così finisce che quando cerco in me il poeta trovo il contadino e viceversa. Uffa, insomma è andata così, voi lo volete sapere o no cosa vuol dire ”mettere ‘a varca ‘a currente”?, e allora zitti, e lasciatemi continuare.
“Vicié, quando con la barca ti fermi in un posto non devi gettare subito l’ancora, devi aspettare qualche minuto, sì, insomma, il tempo necessario alla barca per posizionarsi in direzione della corrente”.
E perché?
“Perché a far muovere la barca non è il movimento che vedi in superficie, ma quello che avviene in profondità, e se tu butti l’ancora e la barca poi cambia direzione quella può disincagliarsi, si può allontanare dal posto che hai scelto, puoi ritrovarti ad esempio su un fondale diverso da quello che avevi scelto per pescare un certo tipo di pesce e se stai lì per pescare quel pesce la cosa può essere un problema. Viciè, sono pochi minuti, tu aspetti che si mette nella posizione sua, getti l’ancora, e quella la barca non si muove, la corrente la tira sempre dalla stessa parte. Mò ‘e capito?”
Si. E ho capito anche tante altre cose.
Mettere ‘a varca ‘a currente mi piace. E mi piace anche il movimento provocato da ciò che accade in profondità e non da quello che si vede in superficie.
Eh no, non ci provate, perché mi piace non ve lo dico, in primis perché non è poi così difficile da capire, “in secondis” perché un’altra volta imparate a prendermi in giro per il mio attaccamento alle cose concrete, “in terzis” perché se dico tutto io voi nei vostri commenti cosa scrivete?
Buona partecipazione.

Canzone dei vecchi mestieri

Il mio @mico Gennaro Cibelli, che ringrazio di cuore, mi ha segnalato questo video via Facebook che condivido molto volentieri con voi. Dite che potrebbe essere l’inizio di un nuovo filone relativo alla pubblicazione di foto, video, musiche realtive ai lavori vecchi e nuovi? Rispondo che l’idea mi piace. Come dice il mio amico Daniele Riva, resto in ascolto.

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