Delle Connessioni

Devo confessare che i miei amici più cari mi hanno insistentemente consigliato di starmene zitto questa sera. Non essendo un filosofo, ed essendo l’oggetto della discussione la presentazione del volume “Dell’Incertezza” di Salvatore Veca, sarebbe stato sicuramente saggio da parte mia seguire il loro consiglio. Tuttavia, per essere saggi bisognerebbe essere almeno un pò filosofi, e non essendo io né l’uno né l’altro, finisco sempre per fare di testa mia.
Ho cominciato a leggere “Dell’Incertezza” con curiosità e, perché no, con il piglio di chi sente che la presentazione di un libro, e l’amicizia e il rispetto nei confronti dell’autore, al quale tutti noi di Austro & Aquilone siamo riconoscenti per l’attenzione e la disponibilità che a più riprese ha dimostrato nei nostri confronti, vanno presi molto sul serio.
“Dell’incertezza” è un libro che ho trovato estremamente interessante anche se, non lo dico per mettere le mani avanti, complesso. Non è stato facile capire quello che sono riuscito a capire e, ovviamente, non ho capito tutto. Ma devo dire che più andavo avanti, più avevo la voglia ed il piacere di leggere.

Credo che sia di quei libri, anche questo è forse un segno della sua importanza, che si possono leggere in molti modi, soffermandosi, di volta in volta, sugli argomenti che appaiono più importanti o che risultano di più difficile comprensione.
E’ stata la maniera nella quale ho proceduto in una prima fase, fino a che mi sono reso conto che ciò che guadagnavo in profondità lo perdevo in capacità di cogliere il senso generale di ciò che leggevo. Cosicchè mi sono posto l’obiettivo di leggere prima tutto il libro (avevo comunque fatto in tempo a concludere la lettura della prima meditazione, quella su “ciò che vi è”) e di ritornare dopo su singoli aspetti, augurandomi, come effettivamente è poi accaduto, di trovare in corso d’opera le chiavi per comprendere ciò che in prima battuta non mi risultava chiaro.

Devo dire che mi ha aiutato molto la “scoperta” che “Dell’Incertezza” è un libro che si può leggere anche come un ipertesto. Basta guardare al modo in cui Veca usa le parentesi. Credo che una delle chiavi di lettura del libro sia proprio nelle cose che l’autore mette tra parentesi. E’ uno dei motivi che mi hanno fatto pensare all’ipertesto.
Se si decide di sottolineare con un evidenziatore tutti i punti in cui Veca dice: “La mia tesi è”, e li si mettono assieme, si ottiene un altro percorso di lettura. E così accade se la stessa operazione, magari con un evidenziatore di un altro colore, la si fa con tutte quelle parti del libro in cui Veca usa richiamare l’attenzione del lettore con la formula “Si consideri”. Se uno segue il libro attraverso i “Si consideri”, a mio avviso, trova ancora un’ulteriore via tra le diverse e molteplici di cui si compone il libro. Giocare con i colori, con le sottolineature, per cogliere al meglio i vari livelli di significato: credo si possa rivelare un esercizio molto utile.

Chi ha già comprato o letto il libro sa che la prima delle tre meditazioni verte sulla importanza del linguaggio, sulle ragioni per le quali i cambiamenti nei e dei modi di comunicare producono disagio, esclusione, solitudine (con una immagine letteraria, Veca ci ha ricordato, in un’altra occasione, il disagio che Proust provava quando si ritrovava in stanze d’albergo arredate in maniera per lui non abituale).
Devo dire che ho trovato in tutta questa parte molti punti di convergenza con le cose di cui anche Austro & Aquilone si occupa. Tutta questa vicenda che definiamo “rivoluzione telematica”, questa nuova fase dello sviluppo tecnologico, è fortemente caratterizzata dalla velocità, anche visiva, del cambiamento. E tutto questo avviene mentre, come Veca ci ricorda nel libro, abbiamo la storia alle calcagna.

Viviamo dunque questa fine del secolo breve avendo da una parte la storia alle calcagna e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento, e dunque producono incertezza. Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare il mondo in cui viviamo. Da qui soprattutto l’esigenza di condividere con altri il disagio rispetto all’incertezza. E gli sforzi per limitarne gli ambiti, la portata.
Non è un caso che il linguaggio si ripresenti in qualche modo nella seconda e terza meditazione come quadro di riferimento per valutare sia “ciò che per noi vale”, sia “chi noi siamo”.

Devo dire che se avessi avuto qualche potere nella scelta del titolo del libro di Veca, potere che per ovvi motivi non ho, e se contemporaneamente non avessi avuto la preoccupazione di apparire un seguace “tardo” del Paolo Conte che parla della genialità degli elettricisti in “Gelato al limone”, io questo libro lo avrei chiamato “Della connessione”, piuttosto che “Dell’incertezza”.
“Della connessione”, cioè dell’importanza delle cose connesse ad altre cose. Così l’importanza del linguaggio appare evidente mano a mano che Veca argomenta le ragioni che lo spingono a confutare sia quella che egli chiama “la fallacia onnilinguistica”, sia il riduzionismo di coloro che sembrano non voler riconoscere l’importanza del linguaggio. Sembra un gioco di parole ma il linguaggio è importante proprio in quanto è riferito a ciò che non è linguaggio.

Questa ricerca delle connessioni percorre tutto il libro: negli argomenti a favore della tesi che a dare importanza alla vita è la morte, o che l’importanza delle ragioni è data dal loro rapporto con i sentimenti.
Ad un certo punto Veca scrive testualmente: “In conclusione, parlando di ragioni e di emozioni, possiamo dire che la capacità o la proprietà di essere razionali, la nostra razionalità non può essere considerata una capacità o una proprietà a sé presa, in isolamento e in modo indipendente dalla sua connessione con altre capacità ed altre componenti del resoconto su chi noi siamo”.
Credo che proprio per sottolineare questo aspetto, quando parla delle dieci proposizioni, quelle che verso la fine del libro presenta come il suo primo punto di sintesi, le chiama “dieci proposizioni connesse”. E la stessa sensazione ci assale quando leggiamo che chiedersi quale sia il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre.

Trovo questo punto della connessione, per la sua connessione, per l’appunto, con ciò che faccio, con le cose che a me interessano, con ciò che per me vale, assai importante. Per molti versi passa di qui il mio modo di contribuire con il mio piccolo mattone a fare in modo che il mondo sia un posto, come scrive Veca, meno intollerabile per chi ci vive. E trovo molto legato a questo aspetto della connessione, della capacità di avere relazioni, gli sforzi che con altri penso di poter fare per contribuire a ridurre l’incertezza.

Lavoro alla CGIL, e mi trovo spesso a ragionare, da meridionale, di cose che di volta in volta, insieme ad altri, chiamiamo comunità di condivisione, classi dirigenti, persone che dal Sud si costruiscono da sé il proprio destino.
La costruzione di relazioni, di rapporti, di comunità di condivisione; l’avere il senso delle cose che si fanno; non accettare l’idea che se non si è D’Alema o Berlusconi non c’è nessuna possibilità di contare, di decidere, di partecipare; non rassegnarsi a quella che un altro nostro amico, Riccardo Terzi, ha definito “deriva autoritaria” e pensare invece che la democrazia sia fatta di più punti, di più posti nei quali si partecipa e si decide; contribuire a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi: molto di quello che dà un senso alla mia vita (che devo dire, nonostante i mille problemi di chi vive da queste parti, mi piace molto), l’ho trovato nel libro di Salvatore Veca, da cui ho ricevuto ulteriori stimoli, ulteriori motivi per approfondire, per capire, per fare.

Provare a capire altre cose, provare a dare altre prospettive alle cose che ciascuno di noi pensa, provare a realizzare con altri pezzi delle cose in cui si crede a me continua a sembrare una prospettiva importante.
Mi fermo qui, sperando di aver raggiunto sostanzialmente i miei due obiettivi: mostrare, attraverso “Dell’Incertezza”, l’affetto e la gratitudine che provo nei confronti di Salvatore Veca ed evitare che i danni che gli ho prodotto con questo mio intervento siano troppi consistenti.

Della connessione

Devo confessare che i miei amici più cari mi hanno insistentemente consigliato di starmene zitto questa sera. Non essendo un filosofo, ed essendo l’oggetto della discussione la presentazione del volume “Dell’Incertezza” di Salvatore Veca, sarebbe stato sicuramente saggio da parte mia seguire il loro consiglio. Tuttavia, per essere saggi bisognerebbe essere almeno un pò filosofi, e non essendo io né l’uno né l’altro, finisco sempre per fare di testa mia.

Ho cominciato a leggere “Dell’Incertezza” con curiosità e, perché no, con il piglio di chi sente che la presentazione di un libro, e l’amicizia e il rispetto nei confronti dell’autore, al quale tutti noi di Austro & Aquilone siamo riconoscenti per l’attenzione e la disponibilità che a più riprese ha dimostrato nei nostri confronti, vanno presi molto sul serio.

“Dell’incertezza” è un libro che ho trovato estremamente interessante anche se, non lo dico per mettere le mani avanti, complesso. Non è stato facile capire quello che sono riuscito a capire e, ovviamente, non ho capito tutto. Ma devo dire che più andavo avanti, più avevo la voglia ed il piacere di leggere.

Credo che sia di quei libri, anche questo è forse un segno della sua importanza, che si possono leggere in molti modi, soffermandosi, di volta in volta, sugli argomenti che appaiono più importanti o che risultano di più difficile comprensione.

È stata la maniera nella quale ho proceduto in una prima fase, fino a che mi sono reso conto che ciò che guadagnavo in profondità lo perdevo in capacità di cogliere il senso generale di ciò che leggevo. Cosicchè mi sono posto l’obiettivo di leggere prima tutto il libro (avevo comunque fatto in tempo a concludere la lettura della prima meditazione, quella su “ciò che vi è”) e di ritornare dopo su singoli aspetti, augurandomi, come effettivamente è poi accaduto, di trovare in corso d’opera le chiavi per comprendere ciò che in prima battuta non mi risultava chiaro.

Devo dire che mi ha aiutato molto la “scoperta” che “Dell’Incertezza” è un libro che si può leggere anche come un ipertesto. Basta guardare al modo in cui Veca usa le parentesi. Credo che una delle chiavi di lettura del libro sia proprio nelle cose che l’autore mette tra parentesi. E’ uno dei motivi che mi hanno fatto pensare all’ipertesto.

Se si decide di sottolineare con un evidenziatore tutti i punti in cui Veca dice: “La mia tesi è”, e li si mettono assieme, si ottiene un altro percorso di lettura. E così accade se la stessa operazione, magari con un evidenziatore di un altro colore, la si fa con tutte quelle parti del libro in cui Veca usa richiamare l’attenzione del lettore con la formula “Si consideri”. Se uno segue il libro attraverso i “Si consideri”, a mio avviso, trova ancora un’ulteriore via tra le diverse e molteplici di cui si compone il libro. Giocare con i colori, con le sottolineature, per cogliere al meglio i vari livelli di significato: credo si possa rivelare un esercizio molto utile.

Chi ha già comprato o letto il libro sa che la prima delle tre meditazioni verte sulla importanza del linguaggio, sulle ragioni per le quali i cambiamenti nei e dei modi di comunicare producono disagio, esclusione, solitudine (con una immagine letteraria, Veca ci ha ricordato, in un’altra occasione, il disagio che Proust provava quando si ritrovava in stanze d’albergo arredate in maniera per lui non abituale).

Devo dire che ho trovato in tutta questa parte molti punti di convergenza con le cose di cui anche Austro & Aquilone si occupa. Tutta questa vicenda che definiamo “rivoluzione telematica”, questa nuova fase dello sviluppo tecnologico, è fortemente caratterizzata dalla velocità, anche visiva, del cambiamento. E tutto questo avviene mentre, come Veca ci ricorda nel libro, abbiamo la storia alle calcagna.

Viviamo dunque questa fine del secolo breve avendo da una parte la storia alle calcagna e dall’altra i cambiamenti tecnologici che giorno dopo giorno, certe volte addirittura momento dopo momento, producono mutamento, e dunque producono incertezza. Da qui l’esigenza di riattrezzarci per riarredare il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare il mondo in cui viviamo. Da qui soprattutto l’esigenza di condividere con altri il disagio rispetto all’incertezza. E gli sforzi per limitarne gli ambiti, la portata. Non è un caso che il linguaggio si ripresenti in qualche modo nella seconda e terza meditazione come quadro di riferimento per valutare sia “ciò che per noi vale”, sia “chi noi siamo”.

Devo dire che se avessi avuto qualche potere nella scelta del titolo del libro di Veca, potere che per ovvi motivi non ho, e se contemporaneamente non avessi avuto la preoccupazione di apparire un seguace “tardo” del Paolo Conte che parla della genialità degli elettricisti in “Gelato al limone”, io questo libro lo avrei chiamato “Della connessione”, piuttosto che “Dell’incertezza”.

“Della connessione”, cioè dell’importanza delle cose connesse ad altre cose. Così l’importanza del linguaggio appare evidente mano a mano che Veca argomenta le ragioni che lo spingono a confutare sia quella che egli chiama “la fallacia onnilinguistica”, sia il riduzionismo di coloro che sembrano non voler riconoscere l’importanza del linguaggio. Sembra un gioco di parole ma il linguaggio è importante proprio in quanto è riferito a ciò che non è linguaggio.

Questa ricerca delle connessioni percorre tutto il libro: negli argomenti a favore della tesi che a dare importanza alla vita è la morte, o che l’importanza delle ragioni è data dal loro rapporto con i sentimenti.

Ad un certo punto Veca scrive testualmente: “In conclusione, parlando di ragioni e di emozioni, possiamo dire che la capacità o la proprietà di essere razionali, la nostra razionalità non può essere considerata una capacità o una proprietà a sé presa, in isolamento e in modo indipendente dalla sua connessione con altre capacità ed altre componenti del resoconto su chi noi siamo”. Credo che proprio per sottolineare questo aspetto, quando parla delle dieci proposizioni, quelle che verso la fine del libro presenta come il suo primo punto di sintesi, le chiama “dieci proposizioni connesse”. E la stessa sensazione ci assale quando leggiamo che chiedersi quale sia il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre.

Trovo questo punto della connessione, per la sua connessione, per l’appunto, con ciò che faccio, con le cose che a me interessano, con ciò che per me vale, assai importante. Per molti versi passa di qui il mio modo di contribuire con il mio piccolo mattone a fare in modo che il mondo sia un posto, come scrive Veca, meno intollerabile per chi ci vive. E trovo molto legato a questo aspetto della connessione, della capacità di avere relazioni, gli sforzi che con altri penso di poter fare per contribuire a ridurre l’incertezza.

Lavoro alla CGIL, e mi trovo spesso a ragionare, da meridionale, di cose che di volta in volta, insieme ad altri, chiamiamo comunità di condivisione, classi dirigenti, persone che dal Sud si costruiscono da sé il proprio destino.

La costruzione di relazioni, di rapporti, di comunità di condivisione; l’avere il senso delle cose che si fanno; non accettare l’idea che se non si è D’Alema o Berlusconi non c’è nessuna possibilità di contare, di decidere, di partecipare; non rassegnarsi a quella che un altro nostro amico, Riccardo Terzi, ha definito “deriva autoritaria” e pensare invece che la democrazia sia fatta di più punti, di più posti nei quali si partecipa e si decide; contribuire a realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre cose possono diventare più grandi: molto di quello che dà un senso alla mia vita (che devo dire, nonostante i mille problemi di chi vive da queste parti, mi piace molto), l’ho trovato nel libro di Salvatore Veca, da cui ho ricevuto ulteriori stimoli, ulteriori motivi per approfondire, per capire, per fare.

Provare a capire altre cose, provare a dare altre prospettive alle cose che ciascuno di noi pensa, provare a realizzare con altri pezzi delle cose in cui si crede a me continua a sembrare una prospettiva importante.

Mi fermo qui, sperando di aver raggiunto sostanzialmente i miei due obiettivi: mostrare, attraverso “Dell’Incertezza”, l’affetto e la gratitudine che provo nei confronti di Salvatore Veca ed evitare che i danni che gli ho prodotto con questo mio intervento siano troppi consistenti.

Il potere non si conquista. Si diffonde

Giugno 1996. L’Ulivo ha da poco vinto le elezioni. Dalla “rive gauche” i problemi da affrontare appaiono ancora poco più che nulla di fronte alla soddisfazione di essere al governo del Paese. Ma in realtà essi sono tanti. E complessi.
Nelle parole di Romano Prodi e Walter Veltroni tre questioni ritornano con insistenza. Europa. Scuola. Lavoro. In primo luogo per i giovani del Sud.
In quest’Italia in cui la politica sembra tornare, finalmente, a fare i conti con se stessa e con i problemi del Paese, può essere l’ennesima versione del mitico “I have a dream”, un viaggio simulato nel “Paese che più ti piace”.
O la costruzione paziente e faticosa di un futuro migliore.
Un futuro che nella vecchia logica centralista appare assai poco attraente. Continuare a pensare i problemi, e le loro soluzioni, solo da Roma, è poco più che un non sense.
Non si tratta di invertire il rapporto tra centro e periferia. Ma di costruire una struttura a rete in cui i poteri e le scelte di governo siano diffusi nel territorio, in cui non ci sia più posto per i programmi-elenco-delle-cose-da-fare. Dove contino le idee. I valori. La capacità di risolvere i problemi.
Gli esempi? In politica il federalismo. In economia i distretti industriali e l’impresa sociale. Nella comunicazione Internet.
Il messaggio è: superare il centro. Mettendo al centro le realtà territoriali. Perché è lì che si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando soluzioni.
Alcune cose possono essere avviate subito. Utilizzando appieno le indicazioni del piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione. Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa. Riformando la pubblica amministrazione, a partire dalla dirigenza. Puntando sui giovani e gli anziani, la memoria e l’innovazione.
La stessa Europa non può essere soltanto moneta unica, integrazione economica. L’Europa è anche politiche sociali, una nuova idea di civiltà, di relazioni con il Mediterraneo e con il resto del mondo.
E la politica può riconquistare un ruolo rispetto all’economia se parte da qui, dalla voglia di ripensare, progettare, governare le nazioni e i loro rapporti, dalla voglia di costruire gli Stati Uniti d’Europa.
E’ uno scenario nel quale non c’è posto per il continuismo. Né per la retorica. Compresa quella che si richiama al sacro valore della Patria.
La coesione nazionale si è retta per troppi anni su un debito pubblico che le leadership politiche ed economiche, del Nord e del Sud, hanno lasciato crescere in maniera sconsiderata. Ed è stata una coesione forte fino a quando non ha messo in discussione gli interessi. Quando ciò non è stato più possibile, per le trasformazioni economiche a livello mondiale e per la crisi dello stato sociale a livello nazionale, si sono aperti molti e consistenti problemi. E la crisi della politica ha in qualche modo liberato i rozzismi, gli spiriti animali, cosicchè la corsa al si-salvi-chi-può ha come perso ogni freno inibitorio.
La possibilità di ricostruire nuovi livelli di solidarietà si gioca oggi in larga parte sul terreno del federalismo. Sulla capacità di costruire un nuovo patto, fondato su unità e distinzione, autonomia e solidarietà, tra le diverse aree del Paese.
Del resto, il bisogno di un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non esercita ormai alcuna attrazione.
Spetta innanzitutto al Sud ricercare e proporre questo nuovo patto, fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale, capace di tenere assieme solidarietà ed interessi.
Gli attuali modelli sociali e produttivi stanno introducendo al Nord, in particolare in alcune aree del Nord Est, elementi forti di distorsione e di impoverimento civile e culturale, con giovani che si allontanano troppo presto dallo studio e dalla scuola, in molti casi anche quella dell’obbligo. E al Sud hanno costi insostenibili sul versante dell’occupazione e del vivere civile.
La ricerca di una nuova coesione nazionale non può dunque che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.

Serve a poco utilizzare strumentalmente i problemi del Mezzogiorno. Discutere delle flessibilità salariali come condizione per la ripresa degli investimenti industriali al sud. Enfatizzare le possibilità di migrazione di giovani meridionali verso il Centro Nord.
Certo. Per questa via si può ottenere qualche titolo sulle pagine dei giornali. O sperare di guadagnare spazio nei confronti di governo e sindacati. Ma è una via che non porta lontano. Che non ci fa essere competitivi sui mercati mondiali. Che non fa migliorare la qualità dei prodotti made in Italy.
E’ una via che non segnala lungimiranza. Ma soltanto ostinato, consapevole e colpevole rifiuto ad affrontare i problemi per quelli che sono.
Nel prossimo futuro la quasi totalità dei giovani del nostro Paese saranno meridionali. Giovani che da un Paese civile hanno il diritto di pretendere qualcosa di più che pane e marginalità.
E’ vero. Non viviamo tempi ordinari. Non lo sono i problemi, non lo possono essere le soluzioni necessarie per affrontarli e risolverli.
Ma bisogna creare le condizioni perché un giovane del Sud abbia pari opportunità di quello del Nord. Abbia un lavoro. E ciò passa oggi per la nascita e la diffusione di nuova imprenditorialità. Per la riduzione del costo del denaro e l’attivazione di nuovi strumenti finanziari, ad esempio potenziando uno strumento quale quello del “comitato” e delle procedure previsto dall’attuale legge 44 con l’obiettivo di costruire una “banca innovativa di investimento” volta alla creazione di nuove imprese, che potrebbe attivare direttamente corsi di formazione e gestire tutte le risorse che possono essere, in parte già oggi, capitalizzate.
Il Sud è oggi il luogo a partire dal quale ricostruire, attorno al valore del lavoro, una strategia che tenga assieme innovazione tecnologica, assetti produttivi e costruzione di un nuovo stato sociale, che qualifichi e valorizzi l’enorme risorsa costituita dalle donne, gli uomini, i giovani meridionali.
Bisogna parlare di più e meglio con le nuove generazioni. Verso i giovani oscilliamo spesso tra la solidarietà acritica ed il distacco moralistico di chi ha già visto come andranno le cose della vita. C’è poca capacità (e voglia) di comprendere i problemi dal loro punto di vista. C’è insufficiente attenzione verso il sistema educativo e formativo.
Eppure quando parliamo di educazione e formazione parliamo di strumenti fondamentali per combattere le diseguaglianze sociali del futuro.
Creare lavoro al Sud. E’ questa la frontiera sulla quale si misurerà il successo o il fallimento delle classi dirigenti di questo Paese.
Come farlo, in presenza di risorse scarse (e finalizzate più a risarcire, assistere, tutelare chi un lavoro lo ha perso, che a promuovere nuove occasioni di lavoro), di produttività crescente, di nuovi paesi che competono sempre più e meglio in termini di merci, costi e qualità?
Occorre investire in legalità, socialità, formazione, infrastrutture avanzate. Affermare dal Sud un’idea di mercato che garantisce la libertà d’azione perchè garantisce le regole, le norme che impediscono i monopoli e tutelano una effettiva concorrenza. E puntare decisamente alla creazione di imprese e alla incentivazione del lavoro indipendente e autonomo.
L’impresa, ed i sistemi produttivi, stanno rapidamente cambiando e non è certo un caso che sia un imprenditore come Fossa ad essere chiamato a dirigere la Confindustria.
Il vecchio modello fordista è in via di dissoluzione e le contraddizioni fondamentali non sono più tra capitale e lavoro nella grande impresa. La grande dimensione centralizzata lascia sempre più il posto alla produzione e all’organizzazione a rete, ai distretti industriali e territoriali, ai contesti istituzionali.
La creazione di imprenditorialità diffusa e la valorizzazione delle risorse non solo industriali ma anche culturali, ambientali, storiche e archeologiche, possono rappresentare, come dimostrano proprio le esperienze di governo locale che si stanno producendo nel Sud, un approdo positivo sia per i giovani che per i lavoratori dipendenti.
Si tratta di riprendere l’intuizione di Sylos Labini quando parla di creazione di imprese a mezzo di imprese. La creazione di imprese e di attività autonome va perciò incentivata attraverso politiche ordinarie e non come strumento di gestione di crisi e ristrutturazioni.
L’esperienza dei distretti industriali può aiutare a ripensare il rapporto tra politica industriale e Mezzogiorno.
Non si tratta di istituirli per legge o decreto, ma di rimuovere tutti gli ostacoli che inibiscono queste esperienze e di promuovere tutti i fattori che possono svilupparli.
Nel Sud già esistono realtà di forte concentrazione e specializzazione produttiva, quelli che qualcuno ha definito distretti industriali in nuce. E nel 95 il saldo tra nascita e mortalità delle imprese è stato, in questa parte del Paese, diversamente dalla media nazionale, positivo.
Si tratta dunque di promuovere e proporre strumenti per favorire l’approdo di queste realtà verso i distretti industriali veri e propri.
E’ dentro questa idea dello sviluppo, nella quale la città, il distretto urbano, interagisce con il distretto industriale, che al Sud si può concretamente costruire, anche mediante una profonda riorganizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale e dunque le scelte territoriali degli investitori.
In questo quadro, un contributo fondamentale può venire dal settore delle telecomunicazioni.
All’avvento della comunicazione interattiva sono infatti legate parti consistenti delle possibilità di creare nuovi lavori e di migliorare la qualità della vita, in particolare nei centri urbani. Strade e autostrade telematiche rappresentano oggi per le città, le industrie, le università, i centri di ricerca, quello che la ferrovia ha rappresentato nella seconda metà del diciannovesimo secolo.
Cablare le città utilizzando le infrastrutture già esistenti, facendo nascere vere e proprie reti locali che si aprano a nuovi protagonisti imprenditoriali ci sembra in tale ambito la scelta più utile e redditiva.
Riconoscere il valore del lavoro vuole dire anche creare imprese no profit nelle forme più varie. Esiste un legame profondo tra crescita dell’occupazione, incrementi di produttività sociale e ruolo del Welfare riformato. I servizi alla persona saranno infatti decisivi per impedire che l’ineluttabile sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Cambiare non sarà facile. E, soprattutto, non sarà indolore.
Ma le energie ci sono. Nella società civile, nell’industria, nell’economia, diventano sempre più decisivi l’autonomia, la partecipazione, la collegialità, la capacità di attivare e motivare positivamente energie.
Energie che vanno messe in campo senza esitazione per contribuire al processo di formazione di una nuova classe dirigente. Per costruire dal Mezzogiorno, una politica per il Mezzogiorno. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Il federalismo ci piace perché siamo convinti che imparare a ragionare, e a fare, in quanto soggetti che indicano delle soluzioni ai propri problemi, e che cercano di costruirsele, è una maniera utile per giungere ad un modello di relazioni tra diversi all’interno di una nazione.
Sì! Il federalismo ci piace soprattutto per questo: perché aiuta a pensare, e quindi a essere, contando innanzitutto sulle proprie forze.

Sindacato a rete

Vincenzo Moretti e Rosario Strazzullo

1. Partiamo da un dato di fatto. Negli ultimi anni il sindacato ha svolto nel nostro Paese un ruolo importante. Due esempi per tutti : l’accordo del 23 luglio, con il sistema di relazioni sindacali là definito, e l’accordo sulle pensioni.
Sono stati anni in cui il sindacato, nonostante i molti problemi, ha rappresentato un’evidente anomalia rispetto ad un sistema politico in rovinosa crisi.
Ma il vento sta cambiando. Mentre la politica tenta di rifare i conti con se stessa e coi problemi del Paese, il sindacato segna il passo.
Gli esiti dei referendum sindacali sono stati rapidamente rimossi e non sono stati affrontati con il piglio giusto i due temi che avrebbero potuto consentire di reggere l’iniziativa al livello precedente :l’unità sindacale e il Mezzogiorno.

2. Forse dovrà cambiare radicalmente l’approccio. Forse è sbagliato continuare a pensare, da Roma, di irradiare il verbo sindacale verso le periferie. Che a loro volta pensano di poter arginare il diluvio documentale scegliendo, ad esempio, di fare dei congressi il luogo in cui parlare, se va bene, dei propri problemi particolari e, se va male, di ciò che gli pare.
Se dunque si provasse a mettere al centro le realtà territoriali?
Dato che a questi livelli si stanno spostando poteri, definendo problemi, ricercando nuove soluzioni?
Non si tratta solo di invertire il rapporto tra centro e periferia.
Ma di costruire una struttura a rete in cui i punti di direzione sono diffusi nel territorio, sono in grado di definire scelte e obiettivi anche senza la mediazione di Roma, di ripensare i caratteri ed i contenuti del sindacato confederale unitario.
Ci si può riferire a più cose. In politica al federalismo. In economia ai distretti industriali. Nella comunicazione a Internet.

3. Un programma non può limitarsi alla elencazione di cose da fare.
Esso richiede che si combinino idee-forza, valori capaci di suscitare speranze e attese positive e l’indicazione di soluzioni concrete.
E’ quello che il sindacato ha saputo fare con la vicenda delle pensioni.
E’ quello che è indispensabile fare con il lavoro, il mezzogiorno, l’unità sindacale.
Ad esempio utilizzando appieno, contestualmente alla costruzione dell’Europa monetaria, le indicazioni contenute nel piano Delors sulle nuove infrastrutture tecnologiche e sulla formazione.
Spostando a livello locale politiche, risorse e strumenti per la creazione d’impresa.
Potenziando il sistema di relazioni sindacali e contrattuali a livello territoriale.
Va promosso, insomma, un nuovo protagonismo del sindacato delle città e delle regioni.
Sulla capacità dei livelli locali di individuare problemi e trovare soluzioni, di affermare autonomia ed esercitare responsabilità, si può credibilmente formare una nuova leva di dirigenti sindacali. E provare a dare un nuovo impulso alla costruzione del sindacato unitario.

L’identità e i valori

Ettore Combattente, Luca De Biase, Biagio Giovanni, Vincenzo Moretti, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi

1. Il centro sinistra e la questione italiana
1.1. L’attenzione del mondo politico italiano è da tempo concentrata sulle prossime elezioni. Si discute di regole per assicurare ai contendenti uguali opportunità, di garanzie per coloro che usciranno sconfitti dalle urne, di tempi più e meno utili entro i quali eleggere il nuovo Parlamento.
Le scelte, di breve come di lungo periodo, sembrano in larga parte subordinate a tale obiettivo e la tendenza ad amplificare, e a tratti esasperare, la loro importanza, è ampiamente diffusa.
A nostro avviso, il voto servirà invece essenzialmente a determinare condizioni più o meno favorevoli all’avvio del processo di ricostruzione dello Stato democratico.
Riteniamo perciò necessario un dibattito meno condizionato dalla politica giorno per giorno, dall’angoscia dell’appuntamento decisivo, dalla sindrome dell’ultima spiaggia. Del resto, le stesse vicende della sinistra italiana, tanto ricche di appuntamenti prima decisivi e poi mancati, consigliano maggiore prudenza e lungimiranza.

1.2. La tesi di fondo di fondo che intendiamo sostenere è che il centro sinistra, se vuole credibilmente proporsi come forza capace di rinnovare l’Italia, deve dare voce al bisogno di valori presente nella società e, contemporaneamente, definire la propria identità, ricostruendo le culture e i soggetti politici che lo compongono, valorizzando i pluralismi e le differenze in esso presenti.
Per questa via esso potrà non solo spendere al meglio le proprie ragioni nel corso della competizione elettorale ma anche conquistare nuovi spazi di iniziativa ben oltre il voto ed i suoi stessi esiti.

1.3. La crisi di sistema con la quale si è chiusa la prima fase della repubblica si manifesta sempre di più come crisi di unità e di identità della Nazione e dello Stato. Essa ha travolto culture, soggetti e luoghi della politica e la sua risoluzione passa per la realizzazione di una compiuta democrazia dell’alternanza, fondata su regole condivise,   in cui le differenze si determinano non sui principi ma sulle scelte programmatiche e di governo.
In Italia, contrariamente a quanto avviene negli altri Paesi democratici,  è questa una frontiera ancora tutta da conquistare. I tempi e le caratteristiche con cui tale processo potrà realizzarsi dipendono fortemente dall’impegno, la consapevolezza e la capacità di innovazione che le diverse forze sapranno mettere in campo.

1.4. Non ci si può dunque limitare alla individuazione di un leader. Né appare convincente la rincorsa a  modelli di formazione e di definizione delle scelte tradizionalmente caratteristici delle forze di centro destra.
Esse propugnano l’idea del capitalismo come società naturale ed utilizzano la crisi dei partiti per sostenere e dare una base di massa alla propria cultura plebiscitaria.
Alle forze di centrosinistra spetta dunque il compito di rimotivare la politica, di rinnovarne le forme, di evitare che la costante opera di devalorizzazione dei partiti sia di fatto finalizzata alla costruzione di comitati e macchine elettorali, o, peggio ancora,  di una sorta di Forza Italia di area progressista.
I nuovi ed inediti problemi di partecipazione presenti nella società italiana richiedono necessariamente risposte  complesse, regole democratiche che non lascino margini a tentazioni di tipo plebiscitario, analisi e approfondimenti che sappiano andare al di là della polemica politica quotidiana.

2. Gli elementi di contesto
2.1. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, con le vittorie di Margaret  Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, la destra afferma la propria capacità di presentarsi come forza moderna e innovativa, in grado di dialogare e di rispondere alle aspettative di ceti diversi.
In qualche modo essa comprende in anticipo la crisi del rapporto tra blocchi sociali e scelte politiche e a tale crisi risponde riaggiornando e rilanciando quelle idee e ricette liberiste sulle quali edificherà la sua lunga stagione di governo nei principali paesi occidentali.
Il mercato, la ripresa economica, l’innovazione tecnologica, la riduzione delle tasse oltre che obiettivi puramente economici diventano così modelli culturali attorno ai quali conquistare e consolidare la leadership sociale e politica.

2.2. Gli anni 90 sono segnati invece  dalla crisi del liberismo. Sono gli anni in cui negli Stati Uniti i democratici riconquistano la leadership dell’Unione e nella Germania riunificata viene avviato, con uno sforzo senza precedenti e non ancora concluso, il programma per l’integrazione e lo sviluppo dell’ est. La stessa vittoria di Jacques Chirac in Francia è resa possibile dal recupero di concetti e valori della destra plebiscitaria e popolare e non certo dall’impostazione rigorista che aveva reso famosa la signora di ferro.
In Italia, la vittoria di Silvio Berlusconi nelle elezioni del 27 marzo 1993 presenta invece significativi caratteri di controtendenza. Vendendo sogni prima ancora che benessere, slogan piuttosto che concrete soluzioni ai problemi aperti, egli riesce a presentarsi, utilizzando messaggi generici e semplificati, come l’elemento di novità sulla scena politica italiana.

2.3. Negli stessi anni la sinistra, nonostante la forte spinta al cambiamento avviata a ridosso della caduta del muro di Berlino, appare statica, poco incline o comunque troppo lenta a cogliere le novità che vanno maturando nella società.
La sua capacità di attrazione, fondata sulla difesa degli interessi e dei pezzi di welfare funzionali alla loro tutela, si riduce sempre più mentre la sua iniziativa appare determinata da condizioni di necessità piuttosto che da orientamenti e scelte politiche autonomamente assunte. Contemporaneamente, le stesse opzioni culturali e di valore alla base della sua azione di rappresentanza vanno offuscandosi, determinando una sua sostanziale identificazione con le strutture più burocratiche ed assistenziali della società.
La sovrapposizione tra spesa sociale e spesa assistenziale, lo sfascio del sistema sanitario, l’inefficienza della pubblica amministrazione, sono alcuni degli esempi possibili in questa direzione.
Sta di fatto che  né gli avvenimenti dell’89,  con le spinte liberatorie da essi determinati, né lo scoppio di tangentopoli, con i suoi effetti devastanti sui partiti e le classi di governo, bastano alla sinistra italiana per scrollarsi di dosso la sua immagine statalista e conservatrice.

3. I caratteri della crisi italiana
3.1. La crisi italiana è magmatica, profonda, dagli esiti incerti. Essa si caratterizza contemporaneamente per la grande debolezza dello Stato e della Nazione, per la crescente forza dei poteri oligarchici e delle corporazioni, per il rapporto distorto tra i partiti, la società e lo Stato, per il costante prevalere delle formule e delle parole sui fatti, per la carenza di luoghi e spazi democratici. Siamo in presenza di un tale insieme di fattori da rendere difficile la sua rappresentazione perfino a livello terminologico.
Agli slogan semplificatori del centro destra, il centro sinistra deve rispondere innovando, scegliendo i contenuti, proponendo riforme sul piano sociale, politico, istituzionale.
Alla società del conformismo e della superficialità che si regge su quelli che Norberto Bobbio ha definito i servi contenti, va contrapposta una società che valorizzi la creatività e le differenze.
Una società che ha bisogno della partecipazione autonoma e consapevole delle singole persone, delle associazioni e delle forze sociali, delle amministrazioni e dei governi locali e nazionali.  Una società basata sul rispetto delle regole. Una società nella quale fare bene e fino in fondo il proprio dovere è la condizione per poter rivendicare i propri diritti. Una società che sappia favorire le relazioni tra le persone che la vivono e la popolano e tra esse ed i diversi soggetti sociali, politici ed istituzionali che la governano.

3.2. A modelli gerarchici e centralizzati è necessario contrapporre la cultura della flessibilità, della responsabilità, del decentramento.
Occorre moltiplicare i centri ed i protagonisti della politica ed adoperarsi perché la realtà torni ad essere rappresentata dai contenuti e non dalle forme in cui essa viene espressa.
Occorre che la sinistra ritorni ai Valori, si mostri capace di suscitare attese e fiducia nel futuro potenziando e qualificando allo stesso tempo la propria proposta programmatica.
E’ su questa strada che essa potrà  ricostruire una propria funzione nazionale,  invertire il processo di progressiva marginalizzazione del nostro Paese dall’Europa, contribuire a dare soluzione alla Questione Italiana.

3.3. La fine della prima fase della Repubblica ha lasciato in eredità una democrazia dai molti tratti illiberali, nella quale i partiti, compresi quelli di sinistra, hanno occupato spazi impropri ed hanno stabilito rapporti distorti con lo Stato ed i suoi poteri.
Con la crisi del liberismo e il superamento della contrapposizione tra mercato e stato sociale ritorna la necessità di recuperare quei valori propri del liberalismo che hanno contaminato la parte migliore della cultura liberale e democratica dagli anni 30 ad oggi. La pluralità dei poteri, la loro autonomia e separazione, le funzioni di reciproco controllo rappresentano, in questo quadro, il terreno di ricerca da contrapporre alle spinte ed alle scorciatoie di tipo plebiscitario.

4. Una nuova classe dirigente per ricostruire la democrazia italiana
4.1. La costruzione delle istituzioni della seconda fase della Repubblica  rappresenta il compito prioritario di tutte le forze che intendono candidarsi al governo del Paese.
I temi istituzionali vanno tenuti distinti dalla lotta politica quotidiana; il rapporto tra destra e sinistra ha qui un punto di verifica decisivo.
Piuttosto che ad eventi propri della politica spettacolo o a frettolose abiure della storia, riteniamo perciò che il processo di reciproco riconoscimento e legittimazione vada affidato alla coerenza ed all’impegno con il quale si contribuisce alla ricostruzione dello Stato democratico e alla formazione di una nuova classe dirigente.

4.2. L’Italia ha oggi più che mai bisogno di una classe dirigente che sappia indicare, innovando, le ragioni di una nuova unità della Nazione; che riconosca la non esaustività delle problematiche sociali; che sappia coniugare il bisogno di autonomia e quello di solidarietà; che abbia consapevolezza della rilevanza che, nell’era della competizione globale, rivestono  le economie di sistema, i fattori ambientali, gli ambiti territoriali; che sappia perciò guardare con un approccio federalista al tema dello Stato.
Interpretare i mutamenti avvenuti nell’economia e nella società e corrispondervi ridefinendo e rafforzando i  compiti dei poteri locali e territoriali ci sembra il modo migliore per evitare che la discussione sul federalismo si esaurisca tra parole roboanti e frasi ad effetto molto spesso vuote.

4.3.  La costruzione di una nuova classe dirigente è un processo certamente più laborioso della ricerca di un leader.  Essa ha bisogno, per formarsi, che la cultura e l’esercizio della partecipazione, della responsabilità e del controllo prevalgano sulla delega; che i legittimi interessi che ciascuno rappresenta siano comunque subordinati all’interesse generale; che le regole sostituiscano la discrezionalità e l’arbitrio.
Non è certo un caso se dall’educazione dell’ordine mezzano al quale si dedicava il Genovesi, alla ricerca dei cento uomini di ferro teorizzata da Dorso, alla costruzione della società di mezzo di cui si discute ai giorni nostri, i passi avanti realizzati non sono stati né quelli auspicabili, né quelli necessari.
Eppure, a nostro avviso, proprio da qui potrà venire un contributo importante al compiuto sviluppo della democrazia italiana.

4.4. Per questo non ci convince una concezione della politica tutta incentrata sul rapporto fra leader e riteniamo debba essere combattuta la tendenza ad affrontare temi decisivi con un tatticismo troppo spesso esasperante.
Si tratti di regole o di federalismo, di lavoro o di Mezzogiorno, di giustizia o di aborto, niente sembra sfuggire a tale destino.
Invertire tale tendenza è possibile se si definisce un nuovo protagonismo ed un più deciso apporto dei poteri e della società diffusa, dagli amministratori locali agli imprenditori, dalle associazioni ai sindacati,  ai cittadini.
L’esperienza pure importante che si sta realizzando attorno a Romano Prodi, va dunque potenziata, ampliata, non lasciata isolata. Così come è necessaria una discussione più approfondita e meno conformista sui valori e i  contenuti programmatici che sono alla base dell’alleanza politica di centro sinistra.
A cominciare dal valore del lavoro.

5. Il Nuovo Corso italiano: il valore del lavoro
5.1. La possibilità di un Nuovo Corso italiano, la costruzione di una risposta nazionale alla crisi del Paese,  hanno nell’affermazione del valore del lavoro, il proprio centro, il proprio motore, la propria anima. E se è vero, come noi riteniamo, che i numerosi elementi di rottura che caratterizzano la crisi italiana hanno una ragione fondamentale nell’incapacità e nella non volontà di cogliere appieno la relazione esistente tra mancato sviluppo del Sud e mancata modernizzazione del Paese, è evidente che il Mezzogiorno  torna prepotentemente a rappresentare una frontiera decisiva per il futuro dell’Italia.
Il vero e proprio processo di identificazione tra Questione Lavoro e Questione Meridionale è ormai un dato di fatto. E nel contesto europeo il dualismo italiano, con un mercato meridionale sempre meno indispensabile alla struttura produttiva di un Nord d’Italia sempre più integrato in Europa, è un fattore destinato a moltiplicare le spinte di tipo secessionista.
E’ tempo dunque che una nuova politica per il Sud, che sappia coniugare interessi e solidarietà, che avvii finalmente una fase di sviluppo autopropulsivo, diventi una concreta priorità per l’intero Paese.

5.2. Assumere il lavoro come valore vuol dire realizzare un grande programma di qualificazione e di valorizzazione delle capacità culturali e produttive delle persone, in primo luogo quelle meridionali; potenziare gli strumenti legislativi e contrattuali previsti a sostegno dell’occupazione; decentrare e qualificare, ridefinendone compiti e funzioni, il Ministero del lavoro, le Agenzie per l’impiego, gli Uffici di collocamento; adottare programmi formativi all’interno delle aziende e schemi di orari flessibili e ridotti; combattere il lavoro nero ed illegale e sostenere il lavoro autonomo regolare e la piccola impresa.
In questo quadro, diventa sempre più decisiva la capacità di integrazione e di coordinamento con l’Unione Europea. Con la fine dell’intervento straordinario, infatti, i fondi europei rappresentano le sole risorse aggiuntive effettivamente disponibili e la loro corretta attivazione è essenziale per dare credibilità e sostanza ad una strategia che punti decisamente alla Creazione ed alla Diffusione d’Impresa.

5.3. Il Sud ha bisogno di sviluppo diffuso. Lo sviluppo diffuso, per non restare soltanto uno slogan, ha bisogno che si rafforzino i Poteri Locali, che si investa in legalità, formazione, infrastrutture avanzate, che si promuovano e si valorizzino anche nel sud le esperienze dei distretti industriali.
Per questa strada passa la stessa possibilità di affermare una cultura imprenditoriale meno schiacciata sulla ricerca forsennata del profitto.
Creare  nuova ricchezza, partecipare al processo di rafforzamento della struttura democratica della società, incentivare  l’autonomia, la responsabilità, le relazioni, sono alcuni caratteri possibili di una nuova funzione sociale dell’imprenditore.

6. Il Nuovo Corso italiano: il valore della socialità
6.1. In una società avanzata, al valore del lavoro deve corrispondere il valore della socialità. Le persone non vanno solo protette e risarcite dalle conseguenze di una competizione sempre più spinta, ma vanno sostenuti in tutto l’arco della loro vita con politiche di promozione e di valorizzazione delle loro capacità fisiche ed intellettuali.
La promozione della persona, della sua libertà, della sua autonomia, rappresenta il fondamento di ogni moderna concezione dello Stato Sociale.
In questo quadro, l’azione sociale dello Stato deve riguardare innanzitutto le nuove generazioni.
I giovani rappresentano infatti la principale risorsa per il futuro in una società che sarà sempre più fondata  sulla flessibilità, la velocità, l’innovazione, il cambiamento.

6.2. Le politiche scolastiche e formative rivestono dunque una straordinaria importanza così come, in tale ambito, l’estensione e la tutela dell’obbligo scolastico e la lotta al lavoro nero e minorile.
Le stesse politiche di sostegno alle famiglie numerose e monoreddito vanno sviluppate condizionandole al rispetto dell’obbligo scolastico.
All’idea di un’istruzione sempre più dequalificata va contrapposto un programma finalizzato all’innalzamento del numero di diplomati ed al restringimento della forbice tra iscritti all’università e laureati.
L’istruzione e la formazione dovranno rappresentare l’interfaccia delle politiche per l’occupazione, soprattutto quella giovanile. Si afferma in questo modo una concezione del lavoro come esperienza insostituibile di autorealizzazione e socializzazione, come contributo allo sviluppo dell’economia e della società.

6.3. Una società può definirsi veramente avanzata se è in grado di valorizzare il potenziale di innovazione di ciascuna classe di età, comprese quelle più anziane.
Il recupero di valori come la memoria e l’esperienza, la realizzazione di sistemi flessibili tra formazione e lavoro e tra lavoro e pensione, la domanda di reintegrazione possono e debbono rappresentare, a cinque anni dal 2000, un’occasione e  una risorsa.
I servizi alle persone sono infatti decisivi per impedire che lo sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione e di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Da qui la necessità di istituire un mercato sociale volto alla soddisfazione della domanda di reintegrazione, di assistenza e di cura del cittadino utente.
Crescita dell’occupazione, incrementi della produttività sociale e ruolo di un welfare riformato rappresentano, in questo quadro, gli aspetti diversi e complementari delle politiche di un’Italia  che sarà tanto più moderna quanto più saprà  riconoscere il bisogno di investire in socialità.

7. Pazienza e Lavoro
7.1. Un grande filosofo contemporaneo ritorna spesso sulla necessità di affrontare la vita e le difficoltà piccole e grandi, individuali e collettive che essa ci fa incontrare, con Pazienza e Lavoro.
Ci sembra francamente che nel nostro Paese ci sia, dell’una e dell’altro, estremo  bisogno.
Più che cose nuove, si vedono in giro tante cose vecchie con un nome (qualche volta) nuovo. E poi superficialità e conformismo in dosi massicce e non di rado fastidio per le opinioni diverse.
Forse per questo ci piacerebbe che alle prossime elezioni il centro sinistra si facesse interprete del bisogno di diffondere la democrazia.
Forse, potrebbe essere qualcosa di più di uno slogan.
Potrebbe essere l’alternativa vera a chi sostiene  che, se servono un milione di posti di lavoro, debba scendere in campo Berlusconi; o che la tutela della legalità è un affare che riguarda Di Pietro (ieri) o Caselli (oggi); o anche che per  risolvere i problemi di Napoli  e di Roma basta affidarsi a Bassolino e Rutelli.
Non è un alternativa semplice, neppure per il centrosinistra.
Eppure il segreto potrebbe essere proprio qui. Nella capacità di prospettare un futuro nel quale ci sia spazio per l’impegno e le ragioni di ciascuno.

L’idea del federalismo e lo sviluppo del Sud

Credo spetti innanzitutto al Sud ricercare e proporre un nuovo patto con il Centro Nord del Paese. Un patto capace di tenere assieme solidarietà ed interessi. Un patto fondato sulla promozione e lo sviluppo delle risorse umane e materiali a livello locale.
Quel Sud la cui forza lavoro è stata indispensabile negli anni 60, gli anni del boom economico e dell’emigrazione con la valigia di cartone, per sostenere lo sviluppo dell’industria di massa del Nord .
Quel Sud a cui nella metà degli anni 90, complici una fase ciclica di sviluppo e la scarsità di giovani nel centro Nord, viene riproposta, seppure in versione ridotta, riveduta e corretta, l’esigenza di portare i giovani dove c’è il lavoro, al Nord.
Un Sud che se guarda al passato non trova molti motivi di rimpianto.
L’esigenza di costruire un nuovo equilibrio tra i poteri in senso federalista, è nelle cose, nelle forze e negli orientamenti reali che attraversano la società italiana.
Ci sono al Sud protagonismi e nuove voglie di riscatto.
C’è al Nord una insofferenza, ai limiti della rottura, che non mi sembra destinata a passare e rispetto alla quale il solidarismo astratto e declamatorio non ha alcuna attrazione.
La ricerca di una nuova di coesione nazionale non può che partire da una proposta che si muova contemporaneamente sul terreno degli interessi e di più avanzati valori di civiltà.
Lo sento come un tema forte.
C’è un’idea che a me piace molto, che Riccardo Terzi ha definito come la necessità di un “doppio movimento”.
Un movimento che sposta la nazione, lo Stato, verso l’Europa, e che quindi richiede una capacità di intervento di dimensione europea. E un movimento verso il basso che sposta lo Stato, l’idea della nazione verso i poteri locali, i poteri decentrati, e dunque verso la responsabilità.
Qui vedo la possibilità di indicare idee forze, programmi, soluzioni.
Se la politica deve riconquistarsi un ruolo rispetto all’economia, deve partire anche da queste cose? E dentro queste cose ci può stare una nuova idea forza di nazione e di nazioni in Europa ?
Io credo di sì. E senza immaginare improponibili modelli guardo alla Germania come ad un Paese federale che però ha una forte identità nazionale.
E se è vero che il federalismo nella storia del nostro Paese ha avuto sovente caratteri secessionisti, è anche vero che la dimensione locale è ad ogni livello una risorsa strategica, che richiede quindi istituzioni forti.
Il federalismo può essere una strada buona per fare in modo che queste occasioni non vadano perse.

Come formare finalmente quella vera classe dirigente che non c’è

Datemi un leader, conquisterò il centro, solleverò l’Italia: è il messaggio dominante di questa stagione politica, l’ antidoto che partiti e coalizioni propongono a piene mani per curare i mali che affliggono l’economia e la società italiana.
C’è chi non fa fatica a sostenere che i destini della Nazione dipendono da questi eroi più o meno solitari e chi, come è noto, ha preso la cosa tanto sul serio da autoproclamarsi Unto dal Signore, ma l’idea che la vicenda politica italiana possa sostanzialmente essere risolta dalla definizione del leader e dai rapporti tra leaders attraversa, trovando autorevoli sostenitori, tutti gli schieramenti.
Francamente, non mi sembra una grande idea nè per il centrosinistra nè, ed è l’aspetto certamente più significativo, per il Paese.
Il vento semplificatorio che soffia sulla politica nazionale non può che favorire le forze che guardano al passaggio dalla prima alla seconda fase della Repubblica come ad una gigantesca opera di restyling del vecchio sistema.
Non è stata questa, del resto, una delle idee guida fondamentali che hanno ispirato l’esperienza di governo di Silvio Berlusconi?
E non spetta invece al centro sinistra pensare, progettare, proporre un processo di rinnovamento che coinvolga uomini, regole, culture e sia per questo profondo e consapevole?
Io credo di sì, e che potrà farlo se sarà capace di valorizzare la creatività e le differenze, se alla gerarchia saprà rispondere con la responsabilità, alla centralizzazione con la diffusione ed il decentramento dei poteri, al leaderismo con l’affermazione di una nuova classe dirigente.
Sta qui una questione decisiva.
La mancanza di una classe dirigente, di un ceto intermedio forte, particolarmente acuta nel Mezzogiorno, ha infatti fortemente condizionato la storia del nostro Paese.
In un saggio su Napoli, il Sud, il federalismo, scritto assieme a Luca De Biase, abbiamo sottolineato come proprio a Napoli, per mano di Gaetano Filangieri, sia nata quella “Scienza della legislazione” destinata ad avere un peso decisivo nella formazione del pensiero e dei governi rivoluzionari in Francia ed in Europa e che invece ben poca fortuna ha avuto in patria, dove ha prodotto quella rivoluzione del 1799 che, sono parole di Vincenzo Cuoco, “dovea formare la felicità di una nazione ed intanto ha prodotto la sua ruina”.
Una rivoluzione fallita da un lato perchè, come scrive ancora il grande storico napoletano, essa è stata per il popolo un dono e non un bisogno, e dall’altro perchè anche allora, nonostante l’impegno di uomini come Genovesi, Pagano, lo stesso Filangieri, tra il “sopra” (il re, i nobili, l’alto clero) ed il “sotto” (il popolo) c’era troppo poco “mezzo” ( professori di lettere, frati, preti, avvocati, giudici).
E quando Giudo Dorso, circa un secolo e mezzo dopo, ha sostenuto la necessità che si formassero cento uomini di ferro per dare finalmente soluzione ai problemi del Mezzogiorno d’Italia, egli non ha fatto altro che riproporre, da un diverso versante, la medesima questione.
Questione che ritorna ai nostri giorni come necessità di costruire quella società di mezzo (c’è un’assonanza perfino terminologica con l’ordine mezzano propugnato dal Genovesi) che si ritiene indispensabile per lo sviluppo economico e sociale delle diverse aree del Paese.
Certo, come abbiamo scritto nel documento a fianco riportato, la costruzione di una nuova classe dirigente è un processo certamente più impegnativo della individuazione di un leader ma, come è noto, problemi complessi richiedono necessariamente soluzioni complesse.
D’altro canto, nelle società e nelle economie di tutti i Paesi più avanzati la collegialità, la responsabilità, la partecipazione da un lato, i sistemi aperti e modulari, le reti, gli ambiti territoriali ed i poteri locali dall’altro, diventano ogni giorno più importanti.
E la politica ha senso, riesce ad andare oltre la riproduzione di sè stessa solo se è capace di interpretare quanto avviene nell’ economia e nella società e di governare definendo regole e scelte più utili al loro sviluppo.
Ad un recente summit sulle telecomunicazioni organizzato dalla Telecom l’amministratore delegato della Mondadori, Franco Tatò, ha sostenuto che con l’ormai prossimo avvento della società digitale i due principali fattori di successo saranno rappresentati dall’intelligenza e dall’educazione. E Nicholas Negroponte, guru incontrastato del pianeta digitale, responsabile del Medialab presso il mitico M.I.T. di Boston, ha affermato che in ogni consiglio di amministrazione dovrebbe sedere almeno un quindicenne.
Da quando tempo la politica nel nostro Paese non parla di intelligenza, di educazione, di scuola, di formazione?
E quando è stata l’ultima volta che la sinistra, o il centro sinistra, si è occupato seriamente di giovani? Forse, appena dopo le elezioni del marzo 1993, quando ci si accorse che tra il nulla e le false promesse berlusconiane i giovani avevano scelto queste ultime.
La perdita di identità e di ruolo che colpisce fasce sempre più ampie di società, può essere combattuta e vinta se si defiscono nuovi protagonismi e si diffondono i poteri. Una nuova classe dirigente non può che nascere da qui, dalla verifica sul campo di idee, aspirazioni, comportamenti; dalla costruzione di un sistema nel quale la possibilità di vedere soddisfatta quella che Spinoza definiva la propria utilitas sia strettamente collegata al rispetto delle leggi e delle regole democraticamente definite; da una partecipazione attiva dei cittadini alla vita, alla gestione e al controllo della res pubblica.
In questo quadro, la stessa positiva esperienza dei comitati Prodi va potenziata, ampliata, non lasciata isolata.
In un sistema democratico, non c’è un Cesare al quale dare quel che è di Cesare, anche perchè di suo, Cesare, non ha niente.
E forse, se la maggioranza degli italiani sarà daccordo, si potrà fare anche a meno di affidare il governo del Paese a chi confonde il libero mercato con la tutela dei propri interessi e lo sviluppo economico con la promessa di un milione di posti di lavoro.
Occorre però che il centro sinistra risponda alle suggestioni plebiscitarie proposte dalla destra, mettendo in campo valori, volontà di innovazione e di riforma, definendo per questa via una propria chiara identità .
Può non essere semplice. Ma, come avrebbe detto Jorge Luis Borges, sono davanti a noi futuri diversi che con le nostre azioni individuali e collettive contribuiamo a rendere più o meno possibili. Se ce ne convinciamo fino in fondo, abbiamo potenzialità e risorse sicuramente superiori ai nostri avversari politici.
Forse anche per questo una classe dirigente può valere molto più di un leader.

Salari più bassi non servono. La svolta è nell’innovazione

Le luci dela ribalta tornano dunque ad essere puntate sul Sud ed i suoi mille problemi. Non è una cosa da poco. Usciamo, infatti, da una fase di profonda rimozione della questione meridionale. Perfino dal punto di vista terminologico. Utilizzando l’espressione aree depresse si tendeva nei fatti a definire un Paese, il nostro, nel quale la crisi era senza confini territoriali. Ci voleva la ripresa economica per dimostrare che così non era, che qualche ragione pure l’avevano coloro che sostenevano le specificità e la drammaticità della crisi del Meridione. Ciò detto, è evidente che l’esigenza vera che abbiamo di fronte è quella di conseguire risultati concreti. Da questo punto di vista, credo che si debba puntare ad uno sviluppo in grado di autoalimentarsi, ad una crescita economica che crei posti d lavoro competitivi.
Il corretto funzionamento del sistema di emrcato è in questo senso decisivo. Mercato inteso innanzitutto come regole, norme trasparenti che garantiscano la concorrenza, che mpediscano lo sfruttamento di posizioni dominanti, che favoriscano la qualità dei prodotti e dei sistemi produttivi. Per fare in modo che all’interno delle regole possano emergere i più bravi e non i più favoriti o i più protetti.
Un sstema di regole di questo tipo può favorire la nascita e a diffusione di nuove imprese. E’ in questo quadro che il sindacato nitario ha chiesto che il coordinamento e l’indirizzo per il nuovo intervento pubblico sia attribuito al Ministero del Bilancio; che sano formalizzati i rapporti cn la Conferenza delle Regioni per concertare le politiche di sviluppo e l’utilizzo dei fondi CEE; che sia potenziato lo strumento dell’accordo di programma. Il tutto, con al centro una grande idea guida: l’innovazione. Esiste una teoria, definita del catching up, che sostiene che quando n un’area poco sviluppata vengono immesse nuove tecnologie, s ottiene una crescita media della produttività del lavoro superiore a quella dei paesi più avanzati. Francamente, non si comprende perché in questo Paese, da parte di governo e imprenditori, non si riesca mai ad andare al di là della richiesta di salari più bassi.
L’innovazione può essere la chiave per rpensare in positivo il rapporto tra sviluppo produttivo e città. Bast pensare ai sistemi di infrastrutture, dalle telecomunicazioni ai trasporti. E le aree deindustrializzate, quelle che oggi sono cimiteri industriali, possono rappresentare, come dimostrano gli esempi di Pittsburgh, Lione, Torino, Milano, grandi risorse per il futuro.
C’è bisogno di profonde innovazioni nei rapporti tra la formazione ed l lavoro, sia per quanto riguarda i giovani che i lavoratori occupati.  Sage lavorativi per sudenti, rqualificazione dei lavoratori anche attraverso un utilizzo intelligente delle congiunture negative sono la prassi in tutti i paesi più avanzati. Può essere questa una strada da sperimentare nel Sud, insieme a forme flessibili di utilizzazone degli orari di lavoro? Tutto questo richiede evidentemente un salto di qualità da parte di governo, istituzini locali, imprenditori, sindacato.
Il nostro no alla Finanziaria è forte anche perché in essa di tutto questo non c’è traccia. E le stesse affermazioni del Presidente del Cnsiglio a Melfi ci sembrano per molti versi rituali e generiche.
ci vuole coraggio. Anche per ritornare su scelte che si stanno rivelando ingiuste e dannose. Altrimenti si fa solo prpaganda. Mentre qui abbiamo un disperato bisogno di fatti.

L’accordo su Alenia è il massimo possibile

Credo si debba provare, in una vicenda complicata come quella dell’Alenia, ad evitare di incrementare il tasso di confusione già di per sè molto elevato. Credo si debba fare nel modo più banale ed efficace che esiste, ragionando, senza pretesa di dire “la” verità, ma provando ad argomentare il proprio punto di vista sul merito dell’accordo e sul modo in cui si debba andare avanti. Per quanto attiene ai contenuti dell’accordo, va ribadito che nessuno ha mai pensato di cantare vittoria, né di fare ovazioni. Oltre alle convinzioni personali, di merito, lo impedisce il fatto che quando si firma un accordo che prevede comunque tagli all’occupazione , un dirigente sindacale, del Sud in primo luogo, nn ha nessun motivo di fare festa. Non a caso, nel comunicato ultimo della segreteria generale della CGIL Campania si parla di “punto di maggiore equilibrio possibile per le attività produttive dell’area napoletana”. Altra cosa è dare un giudizio complessivamente positivo sui risultati che anche e soprattutto grazie alle lotte dei lavoratori è stato possibile conseguire. Questo giudizio lo riconfermo, così come riconfermo che a un certo punto della lotta sarebbe stato più utile, per i lavoratori innanzitutto, passare a forme di inizativa articolata. Io credo che l’accordo, con le ulteriori modifiche conquistate, tuteli in maniera soddisfacente la dignità dei lavoratori che lasceranno l’attività produttiva, consenta una gestione sindacale decentrata che potrà permettere, se usata fino in fondo, di limitare al massimo i danni dell’attuale fase di crisi, mantenga aperta la possibilità di condurre fino in fondo la battaglia, dagli esiti non certi, sul futuro degli stabilimenti campani.
Certo, non sarà un lavoro facile, ma ora è questo il punto sul quale ragionare. In tali situazioni, che per loro natura sono destinate ad avere una notevole incidenza sul futuro industriale e sindacale dell’intera regione, non è mai troppo tardi per tornare a discutere, ad esempio, del ruolo avuto dall’azienda (o dalle aziende?), in questa vicenda e di uno scontro all’interno del management su quello che dovrà essere il futuro assetto strategico del gruppo. Su questo terreno non possiamo permetterci di fare regali a nessuno. L’accordo rappresenta uno strumento utile e necessario per evitare che faccia festa chi progetta di risolvere i problemi del gruppo chiudendo uno stabilimento. Magari quello di Pomigliano.

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