Un nuovo umanesimo

di Francesco Escalona
Caro Vincenzo,
provo a rispondere alle tue provocazioni sulla questione del Lavoro del terzo millennio, trasformandomi in un investigatore.
Non ridere. Un po’ come faceva Sherlock Holmes quando era alla ricerca di un delitto, del movente e del colpevole.
Partiamo dal fatto: è scomparso il Lavoro. Questo è il fatto su cui indagare. Cosa sta accadendo?
Lo cercano tutti, ovunque, ma questo Lavoro non si trova da nessuna parte. Che fine ha fatto questa occupazione fondamentale, sacra, dell’Uomo intorno a  cui – forse non ci si riflette abbastanza – i nostri Padri Costituenti addirittura fondarono nel dopoguerra il nostro Stato?
L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul Lavoro, dice l’articolo 1.
Eppure, questo Lavoro, un’intera generazione di trentacinquenni, non l’ha ancora incontrato. Ho chiesto anche in giro: ma sta cambiando qualcosa? Nonostante i proclami del governo, non si trova e non si trova.
Ma com’è che quando io ero piccolo, si finiva di studiare e si andava a lavorare, e adesso non più? Questa non è una domanda importante. E’ una  domanda fondamentale. Anche perché se non risolviamo questo caso, non possiamo neanche parlare del meraviglioso concetto di lavoro ben fatto, che finirà per estinguersi in breve tempo.
A me l’intuito dice che ci sono che è stato messo in atto un furto enorme,  epocale, di dimensioni spaventose. Un furto di valenza storica ai danni dello Stato, delle persone, sopratutto dei giovani. Vari indizi testimoniano che il reato c’è. Qualcuno, approfittando della confusione del cambio di era, ha rubato il tempo risparmiato, che era di tutti e lo ha fatto proprio, accumulando ricchezze e potere immenso.  Le vittime siamo un po’ tutti noi persone normali con i nostri figli.
Il lavoro risparmiato si è tradotto in costi dimezzati, senza nessun risparmio per noi, nessuna redistribuzione, un oceano di risorse materiali e immateriali sottratto alla Comunità, cioè a tutti noi.

Provo a spiegarmi meglio: negli ultimi trenta anni si sono messi in moto alcuni processi che ci hanno scaraventato in una nuova era, ne riassumo quattro: i) la rivoluzione tecnologica, la nascita del web internet; ii)  i mezzi di trasporto sempre più veloci e a costi più accessibili che hanno fatto si che il mondo si facesse più piccolo e gli uomini e le merci schizzassero di qua e di la; iii) il ruolo “eversivo” della Donna soprattutto, per ora, nelle società occidentali; ma vedrai cosa accadrà presto anche ad Oriente; iv)  l’innalzamento dell’età media di vita, penso che presto a cent’anni, speriamo bene.
Questi e altri fattori derivati stanno introducendo cambiamenti epocali che noi, per la loro velocità e profondità, stentiamo a vedere, a capire e quindi a governare.
Di chi la colpa? Difficile dirlo. Però a me l’altra sera è venuto un pensiero, e mi sono detto che siamo in mano alle «macchine», che sono loro le colpevoli. Bada bene Vincenzo, non penso alle macchine ipotizzate da Asimov in “io Robot”, a umanoidi luccicanti con un Capo dagli occhi lampeggianti e un cervello elettronico elaborante, penso al sistema globale delle “macchine” a cui ormai ci siamo totalmente affidati e di cui non potremo più fare a meno. Pena lo sprofondamento in quel Medioevo prossimo venturo ipotizzato da Giorgio Vacca alla fine del secolo scorso.
Amico mio, noi non ci pensiamo mai, ma le macchine gestiscono già oggi tutta la nostra vita, e lo faranno sempre più, sostituendo in parte o in tutto il lavoro degli umani.
Forse quelli della nostra generazione questa cosa la possiamo capire meglio, perché quando eravamo piccoli noi non esisteva nulla di simile.
In questo preciso momento sto pigiando i tasti di una macchina mentre ascolto della musica prodotta da un’altra macchina, una lavatrice sibila in fondo il programma di strizzaggio e il condizionatore mi assicura la climatizzazione. Le macchine regolano i flussi dell’acqua nelle nostre case, il gas, la luce elettrica, le macchine permettono al frigo di gelare e congelare, di organizzare viaggi, di costruire auto super accessoriate e così via discorrendo mentre nel frattempo i bigliettai sono quasi scomparsi e i milioni di operai che negli anni ‘60 varcavano i cancelli delle fabbriche si sono ridotti drasticamente di numero. Tu dici che il lavoro scompare da una parte e ricompare da un’altra, ma sinceramente io il saldo lo vedo molto negativo. In ogni caso quasi tutto è automatizzato e lo sarà sempre più. Le stesse smart city, che pure sembrano figlie di una filosofia di vita e di sviluppo più condivisibile, sono il segno del dominio delle macchine. O tu pensi che ancora le governiamo noi? Io penso già di no.
I greci costruirono la loro potenza e poi la loro saggezza grazie agli schiavi. E così i romani. Lavorando meno, poterono pensare di più. Per farlo, nel medioevo, gli uomini divennero monaci, uscirono dalle città salirono nei monasteri. Oravano, pensavano, scrivevano e lavoravano.
Noi abbiamo conosciuto il mito della fine del lavoro, della settimana sempre più corta, ci siamo detti «le macchine prenderanno il nostro posto e noi vivremo più liberi e felici», ma il tempo libero promesso si sta trasformando in disoccupazione drammatica per molti e lavoro assillante per altri.

Resta da capire chi, utilizzando le macchine, sta effettuando il più grande furto del nostro tempo risparmiato, ma intanto ti voglio segnalare che in noi umani stiamo progressivamente entrando in risonanza con le macchine,  con la loro velocità, con la loro fredda ineluttabilità; cerchiamo disperatamente, miserevolmente, di tenere il loro passo, facendoci dettare i tempi della nostra vita dalla loro velocità. Sì, il cuore batte sempre più veloce, ma non ci riusciamo, però nel frattempo stiamo diventando inumani.
Se credi che stia esagerando pensa alla tua impazienza quando il computer si impalla o quando rallenta la linea; quando un semaforo s’inceppa, o quando l’auto davanti a te non parte, se il bus fa ritardo o la metro salta una corsa. Ci sembra di impazzire, a volte: perché?
Secondo me perché la velocità estrema, inumana, è la caratteristica prima di questa rivoluzione che si sta consumando soprattutto nelle megalopoli.  Il nostro mondo sarà molto cambiato dal momento in cui mi hai chiesto  questo contributo ad ora che l’ho scritto. Alcuni fatti o notizie, alcune scoperte, sopraggiunte in corso d’opera, potrebbero rendere obsoleto questo stesso ragionamento che perciò, forse, trova senso solo in questo attimo in cui viene pensato e scritto.
Per tenere il passo delle macchine, prendiamo Xanax e Betabloccanti, cocaina e altre droghe (alcuni; io mai!), ma di fatto non c’è speranza.
Le macchine schizzano fulminee, immerse di gigabyte silenziosi, e ogni giorno che passa si prendono un po’ della nostra anima.

Ma torniamo al mandante, al quale prima ho solo accennato. Per me sono le multinazionali finanziarie che ci hanno rubato il tempo risparmiato, quello che era dell’Umanità e andava reinvestito in tempo libero, miglioramento di vita per tutti e felicità.
Non viviamo solo una crisi momentanea in attesa di una fase speriamo non traumatica di redistribuzione della ricchezza, ma assistiamo inermi e inconsapevoli ad un cambiamento totale del nostro rapporto con la vita. E quindi col Lavoro.
Le caratteristiche di quella che definiamo «crisi», che come tutte le crisi dovrebbe avrebbe un inizio e una fine, secondo me vanno lette invece come le caratteristiche della nuova era che bussa furiosamente alle porte. Nulla sarà più come prima. E naturalmente  vale anche per il Lavoro e per la nostra vita di tutti i giorni.
Tutto questo si ripercuote naturalmente anche sulle affascinanti questioni a te, a noi, tanto care, che spero affronteremo insieme nel prossimo Simposio: il tuo #lavorobenfatto; il nuovo Umanesimo delle montagne di Arminio; l’Ozio creativo di De Masi; i nostri Simposi; la nuova modalità di vita, il rapporto tra aree interne e le aree centrali. Il diverso tempo. Come il tempo del giorno e della notte. Come la luce del sole e della luna e delle stelle. Sono tutti temi legati a questa questione centrale.  Cerchiamo vie di fuga dalle macchine che stanno sottraendo, e sottrarranno sempre più, lavoro agli umani. Il che potrebbe essere anche un bene, a patto che il Tempo risparmiato venga trasformato in felicità.

Per tornare al punto, il furto del millennio lo stanno compiendo i Padroni delle macchine.  La cosa nuova è che non sono persone fisiche. Sono entità finanziarie. Siamo noi stessi che attraverso i Fondi comuni costituiamo le parti azionarie della proprietà. Sono processi, Enti, Regolamenti. Entità astratte. I nuovi proprietari sono la Borsa, i flussi economici, le leggi finanziarie a cui spesso sottostanno le leggi degli stessi stati indebitati. Le nostre leggi.
E allora, da un certo punto di vista, un punto di vista importante, siamo noi i  nostri carcerieri, noi che abbiamo creato un sistema inumano, da cui è quasi impossibile evadere.
Chi ormai, rinuncerebbe al pc, alla lavatrice, al bus, alla metro?
Siamo schiavi delle macchine. Senza macchine, non riusciremmo più a vivere. E siamo dunque schiavi delle loro caratteristiche. Delle loro leggi. E il Lavoro risente di questa situazione.
Prima, il lavoro bene fatto era evidente a tutti. Esisteva una trasmissione di energia, di Amore, tra l’artigiano e il prodotto del suo lavoro. L’oggetto trasformato. Una trasmissione di energia tra l’agricoltore, la sua terra e i frutti da essa germogliati. Tra l’allevatore e i suoi bovini o equini. Tra il pastore e le sua pecore. Tra il pescatore e la sua barca, strumento di vita.
L’operaio novecentesco non vedeva il frutto del suo lavoro se non in una visione collettiva. Ma il Lavoro ancora era leggibile anche se  collettivamente. Nacquero i Falansteri e i Familinsteri. Ricordo ancora la fierezza degli sguardi  degli operai dell’Alfa sud all’uscita della nuova auto prodotta a Pomigliano d’Arco. O gli operai della Ferrari di Maranello. O degli operai dell’Olivetti di Ivrea e di Pozzuoli. Lì, al #lavorobenfatto del singolo si sovrapponeva il #lavorobenfatto della collettività.
Ma ora, gli stabilimenti sono quasi completamente nelle mani delle macchine. I pezzi provengono da tutto il mondo. Vengono solo assemblati da macchine. Non ci vuole molto ad assemblare pezzi perfetti. Ma le auto, senza l’imperfezione umana, non avranno più un’anima.

E il tempo risparmiato dov’è finito allora?  Nelle casse delle multinazionali anonime. Si, ci saranno alcuni finanzieri con le quote più alte a governare i processi. Ma, le finanziarie vivono con le rimesse di migliaia e migliaia di investitori sparsi nel mondo. Anche tu, forse, Vincenzo, le alimenti coi tuoi risparmi. O le banche che li reinvestono secondo flussi finanziari. Macchine registrano al decimo di secondo i cambiamenti dei flussi finanziari delle borse e intervengono in un tempo inimmaginabile per l’uomo. Macchine guidano ormai gli investimenti e potrebbero trascinarci nel baratro.

Ecco, direi che sono arrivato alla fine del mio ragionamento. 
La parola chiave per me è “umanesimo”.  Abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo per vincere la guerra tra noi e noi stessi, per il governo delle macchine. Per farlo dobbiamo diventare innanzitutto più consapevoli, dobbiamo renderci conto di ciò che sta realmente accadendo. Ad esempio che stiamo perdendo il rapporto diretto e leggibile tra noi e il nostro lavoro, tra noi e il frutto visibile, percepibile del nostro lavoro, quello che ci permette di dire «è un lavoro ben fatto, è il mio lavoro, è la ragione per cui vivo e la mia presenza su questa terra ha senso». Si, direi che stiamo perdendo il rapporto diretto e leggibile tra noi e la vita.
Io penso che dovremo rinunciare a qualcosa per riprendere il governo del tempo e delle macchine. Non sarà facile, ma forse se cominciamo a capire e a trasmettere ciò che sta accadendo, ci riusciamo. Come? Ad esempio  uscendo più spesso dalla città, dal tempo frenetico delle macchine. Almeno periodicamente dobbiamo saper attraversare degli stargate e andare a Trevico e ad Aliano, per esempio. Nelle aree vuote, buie e silenziose dell’Italia interna.  O nei Simposi, dove il tempo rallenta e le macchine sono escluse in ogni forma (magari useremo le clessidre e dipingeremo con gli sketcher le immagini ricordo). O anche facendo parte delle Case della Paesologia.
Si, direi che dobbiamo uscire dal tempo inumano della macchine, che dobbiamo imparare a usarle e a non farci usare, a non entrare con loro in risonanza, a mantenere le distanze.
La stessa conservazione della filosofia e della pratica del  #lavorobenfatto  può essere secondo me ripristinata in pieno solo se e quando sarà ripristinato il corretto rapporto tra l’uomo e la macchina, quando come ho detto sapremo governarle, utilizzandole al meglio senza entrare in competizione con la loro velocità, la loro asetticità, la loro perfezione.
Caro Vincenzo, noi  siamo  lenti,  contaminabili e imperfetti. Siamo umani. Siamo iM’perfect.

schizzo di Roberto escalona
schizzo di Roberto Escalona

 

La bellezza che moltiplica lo sviluppo

Bello è possibile, ma anche strategico. La bellezza, connessa con la creatività e l’innovazione, può senz’altro contribuire a moltiplicare le opportunità di sviluppo. Accade Domenica 26 Luglio 2015. Su Nòva Il Sole 24 Ore. Cliccate sulla foto per leggere l’articolo.

bellezza

scatti di grano

Un po’ di foto dall’edizione 2015 di Camp e Palio del Grano. Qui trovate il racconto della Compagnia del Grano. Questi invece sono i siti ufficiali del Palio e del Camp di grano.

foto di Yvan Scognamiglio
foto di Yvan Scognamiglio
Foto di Rural Hub
Foto di Rural Hub
foto di Yvan Scognamiglio
foto di Yvan Scognamiglio
foto di Yvan Scognamiglio
foto di Yvan Scognamiglio

cittadini per sé

Siamo sangue e link. Oggi più che mai è la nostra capacità di connetterci con altri – come noi e diversi da noi -, a definire la qualità delle nostre vite.
Con un omaggio alla distinzione tra classe operaia in sé e per sé operata da Carlo Marx e riformulata da Antonio Gramsci negli anni del carcere, si potrebbe dire che al tempo di internet non basta essere cittadini in sé, ma bisogna essere, sentirsi, diventare, cittadini per sé, possedere cioè una concezione e una consapevolezza alta dei diritti e dei doveri della cittadinanza. Se, come scrive Bauman “un punto possibile di approdo può essere quello di tornare a dare valore all’agorà greca, arrestando la sua privatizzazione e spoliticizzazione e riprendendo il discorso sul bene comune”, un primo passo nella direzione giusta potrebbe essere quello che, con il sostegno delle nostre idee e delle nostre azioni, ci porta, con altri, a riprogettare e ricostruire ponti verso il futuro.
La comunità del #lavorobenfatto, con le sue leggi e le sue speranze, vuole essere un passo in questa direzione.
Come dite? Più facile a dirsi che a farsi? Sono d’accordo.  Ma resta il fatto che la scelta di non tirarsi indietro, di rinunciare ad ogni alibi o giustificazione di carattere culturale, economico, sociale, di rispettare sempre e comunque (a prescindere) le regole del #lavorobenfatto, non è solo una questione di sensibilità, di civiltà, di giustizia, è anche – prima di tutto? -, una questione di razionalità, di convenienza, di interesse.
L’interesse di chi sa che in un mondo tanto interdipendente sarà sempre più necessario fare le cose per bene. Sempre. Senza aspettarsi per questo un premio o una ricompensa. Solo perché è così che si fa.
Proprio così: condividere prima di tutto un modo di fare. Vale nei mondi fatti di piccole cose e in quelli fatti di cose grandi. Vale se devi lavare la tazzina del caffè o devi cucinare la pasta e fagioli. Se devi pulire una stanza d’ospedale o una strada. Se devi dirigere una scuola o una fabbrica. Se devi progettare un centro direzionale o rammendare un calzino. Se devi  scrivere un articolo o costruire un ponte. Se devi tenere una lezione all’università o guidare il bus.
Si, è prima di tutto una questione di interesse, di responsabilità, di consapevolezza. L’interesse di chi non intende fare a meno dello streben, l’agire e tendere alla meta, che consente a Faust di salvarsi. La responsabilità di chi sa che il ponte costruito male crolla e il bus guidato male finisce fuori strada. La consapevolezza di chi sente che è difficile e però anche facile, perché funziona proprio come nelle città del #lavorobenfatto, ognuno fa bene quello che deve fare e tutti vivono meglio.
novalbf

talento e organizzazione

L’organizzazione ben fatta è una componente essenziale del #lavorobenfatto.
Ho tentato qualche anno fa di rispondere alle due domande di base in ambito organizzativo – come funziona un’organizzazione?, come potrebbe funzionare meglio? -, con un Dizionario del Pensiero Organizzativo (Ediesse) di cui ho ripubblicato alcune voci rivisitate per l’occasione qui:
Indice generale delle voci e dei riferimenti
Voci da un dizionario
Un background, quattro movimenti, una chiave e una definizione
Serendipity
Decision Making
L’Organizzazione Rete
Le quattro ondate di Miles e Snow

In seguito ho approfondito alcune questioni relative al rapporto tra il talento individuale, la forza dell’organizzazione nella quale il talento opera e le caratteristiche del contesto (l’ambiente) con il quale l’uno e l’altra hanno a che fare.
In estrema sintesi, le tre domande che mi sono posto questa volta sono le seguenti:
Sono i processi attivati dalle persone con le loro idee, il loro talento, il loro lavoro, la qualità e la quantità delle loro relazioni, connessioni, interazioni, a determinare la storia e il carattere, i successi e i fallimenti delle organizzazioni?
O a fare la differenza sono piuttosto la forza e la consistenza delle strutture nelle quali esse vivono, lavorano, studiano, si divertono?
Con quali caratteristiche si presenta la relazione tra persone e strutture negli ambienti contraddistinti da processi di innovazione, forte specializzazione, elevata professionalità?

Che dite, proviamo a rispondere con un confronto a più teste e più mani?

credit hunter

I miei cacciatori di crediti hanno visto la luce in un volume del 2007, Come ti erudisco il pupo – Rapporto sull’università italiana (Ediesse), nato dal rigoroso genio di Salvatore Casillo che pensò bene di coinvolgere nell’impresa anche Sabato Aliberti e me.
Se volete leggere l’intero frame a cui mi riferisco lo trovate qui, ma in buona sostanza la considerazione che mi interessa riprendere è la seguente:

«L’università “riformata” produce cacciatori di crediti. Credit hunter, per l’appunto. Che per definizione non hanno tempo per apprendere. Per approfondire. Per capire. Possono al massimo imparare. Fare l’esame. Resettare. Imparare. Fare l’esame. Resettare.»

Dalla considerazione alla domanda:
Dal 2007 a oggi la situazione secondo voi è migliorata o peggiorata?
A prof. e studenti chiedo di dire la verità, tutta la verità, soltanto la verità.
A genitori e cittadini di dire quello che pensano, tutto quello che pensano, soltanto quello che pensano.
Buona partecipazione.

quelli del lavoro ben fatto

Siamo quelli del #lavorobenfatto. E vogliamo cambiare l’Italia.
Ora, detto così, è poco più che un modo di dire, e invece alla base c’è un’idea alla quale io e un po’ di altre belle persone lavoriamo da almeno 10 anni, e nel tempo l’idea è diventata prima una attività di studio, di ricerca e di narrazione e poi una piccola grande comunità.
Ecco, mi fermo qui, sperando di avervi incuriositi, e che abbiate voglia di saperne un po’ di più, cliccando sui link che trovate di seguito. Benvenuti. E buona partecipazione.
La comunità del #lavorobenfatto
Le tre leggi del #lavorobenfatto
Le città del #lavorobenfatto
Il manifesto del #lavoronarrato

comunitàxblog7

incipit

«Non smetto mai di cercare
passione, impegno e responsabilità,
nella mia vita come in quella degli altri,
e così finisce che ho poco tempo per i rimpianti.»

Filosofia | Saggezza

Francois Jullien
Il saggio è senza idee
Einaudi, 2002
pag. 109

Attaccarsi a un’idea | Essere senza idea (privilegiata), senza posizione fissa, senza io particolare, tenere tutte le idee sullo stesso piano

La filosofia è storica | La saggezza è senza storia

Progresso della spiegazione (dimostrazione) | Variazione della formula (la saggezza va rimuginata, “assaporata”)

Generalità | Globalità

Piano d’immanenza (che taglia il caos) | Fondo d’immanenza

Discorso (definizione) | Osservazione (incitamento)

Senso | Evidenza

Nascosto perché oscuro | Nascosto perché evidente

Conoscere | Realizzare (to realize): prendere coscienza di ciò che si vede, di ciò che si sa

Rivelazione | Regolazione

Dire | Non c’è niente da dire

Verità | Congruenza (congruo: perfettamente conveniente a una data situazione)

Categoria dell’Essere del soggetto |Categoria dl processo (corso del mondo, corso della condotta)

Libertà | Spontaneità (sponte sua)

Errore | Parzialità (accecati da un aspetto delle cose, non si vede più l’altro; non si vede che un angolo e non la globalità)

La via conduce alla Verità | La via è la percorribilità (per dove “va”, per dove è “possibile”)

Il partito che non ho e lo scemo che inizia

Dello scemo che inizia e della sua rilevanza in talune circostanze ho avuto modo di scrivere tanto tempo fa su #lavorobenfatto, anche se al tempo si chiamava “della leggerezza”. Questa volta più di ogni altra volta la parte dello scemo che inizia la faccio volentieri io, mi sembra in qualche modo inevitabile visto che non me l’ha prescritto il medico di lanciare questo spazio di riflessione e di discussione sul partito che non ho.

Per cominciare vi dico allora che il partito che non ho e che vorrei tanto avere ha le seguenti caratteristiche:

1. è un partito (non un movimento, un’associazione, o altre cose meravigliose e anche assai utili che però non sono un partito) che elegge gruppi dirigenti che esprimono leader (a livello nazionale e locale) e non leader che cooptano e si scelgono gruppi dirigenti (che non sono staff, che non è una brutta parola ma definisce persone che hanno compiti e funzioni diverse da un gruppo dirigente);
2. rispetta chi lavora e dà valore al lavoro, tutto il lavoro, quello che c’è e quello che verrà (lavoro dipendente agricolo e industriale, scuola e ricerca, lavoro artigiano, maker, designer, start upper, partita iva, fabber, impresa, quella piccola, piccolissima e familiare in primo luogo, ecc.), e si propone per questo di rappresentarlo sul terreno politico;
3. propugna un concetto di equità che in ogni circostanza assegna la priorità a chi si trova in condizioni di svantaggio;
4. definisce il proprio programma di governo intorno a quattro parole chiave: cultura, innovazione, lavoro, bellezza.
5. rispetta la legalità e le regole e ne diffonde la cultura e la pratica su ogni terreno, a partire da quello politico, economico, sociale.

Ecco, adesso che vi ho detto i titoli di come mi piacerebbe che fosse il partito che non ho, aggiungo due cose:
la prima è che naturalmente conto nei giorni a venire di ritornare su ciascuno di questi punti, in maniera tale da offrire alla discussione un quadro il più possibile definito del mio punto di vista;
la seconda è che data per assodata la buona educazione e il rispetto della dignità delle persone (niente razzismo, sessismo, ecc.) la discussione è davvero aperta e le differenze non sono tollerate, ma auspicate.

Ecco, per adesso è davvero tutto.
Benvenuti sul blog del partito che non ho.
vincenzo

Smart Napoli Bay

1. Le vie del PD non si incrociano più con le mie per tante ragioni, ne cito due per tutte in maniera temo troppo sintetica:
non mi piace il modello di partito, così fortemente incentrato sull’uomo solo al comando;
considero inefficace prima ancora che arretrata l’idea di sviluppo proposta per l’Italia, così fortemente incentrata sulla competizione povera, senza visione, missione, strategia.

2. Per me l’Italia ha bisogno di:
più politica industriale e più investimenti privati;
una politica per l’innovazione e la ricerca scientifica;
maggiori investimenti nella scuola, nella formazione, nella conoscenza;
mettere al centro delle sue strategie di sviluppo le città, i distretti, territori italiani;
incentivare e sostenere la transizione delle PMI verso l’economia digitale;
ridefinire la propria identità e la propria mission e determinare il proprio vantaggio competitivo intorno a due concetti fondamentali: qualità e bellezza.

3. Anche nella crisi vince chi innova, chi sa scrutare i segni del tempo, chi sa capire prima degli altri che per competere meglio e crescere di più occorre investire in capitale umano, nuove professionalità e competenze, formazione, ricerca, chi sa scegliere la strada della competizione di livello alto, dello sviluppo che valorizza imprese e territori, città e distretti (culturali, sociali, produttivi) che diventano sempre più competitivi perché sanno sempre più pensare e agire come comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione, di comunicazione e di scambio del sapere e del saper fare.
Se il presente si chiama internet delle cose, internet dell’energia, internet delle città, mi sembra evidente che i tag del cambiamento e dello sviluppo sono innovazione, lavoro, persone, qualità.
E’ sulle vie dell’innovazione, del lavoro e dello sviluppo di qualità che l’Italia può fermare il declino, può ritrovare carattere, senso, identità, missione, può riconnettere società e istituzioni, può arginare il deterioramento dello spirito pubblico, può uscire stabilmente dalla crisi, può ritrovare il legame non solo etico ma anche materiale, concreto, pratico che c’è tra lavoro, autonomia e diritti delle persone.
Perché sì, se anche i ragazzi che hanno un lavoro stabile e una retribuzione regolata dal CCNL continuano a vivere con i genitori anche dopo i 30 anni perché proprio non ce la fanno a guadagnare 1100 euro a mese e a pagare affitto, bollette e tutto il resto è ovvio che l’economia non gira e il Paese non cresce.

4. Penso che oggi più di ieri ci sia spazio per un partito di sinistra, come ho scritto altre volte ho detto partito, non movimento, gruppo, società civile, no, no, partito, nel quale naturalmente trovino spazio e iniziativa movimenti, gruppi, società civile, ecc., ma un partito vero, a due cifre, un partito del lavoro, di tutto il lavoro (dipendente, start-upper, artigiani tecnologi e tradizionali, auto impiego, popolo della partita iva, piccole imprese e imprese familiari, che rappresentano, è bene non dimenticarlo, la stragrande maggioranza dell’apparato produttivo nazionale).
Un partito che parli prima di tutto ai più giovani, un partito che non è alternativo al PD, che in un paese moderato come il nostro che il PD sia la forza principale di governo mi sembra la possibilità più auspicabile, piuttosto un partito che lo ‘costringa’ a un’alleanza a sinistra, e lo condizioni sui programmi e sulle cose da fare.
Un partito che abbia un’idea di Paese che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai, e che lavori e contribuisca a formare una classe dirigente in grado di sostenere questa visione.
Un partito che percorre con coerenza e pazienza questa strada e così toglie voti all’astensionismo, alla sfiducia, alla defezione, all’idea che la politica è una cosa sporca, che se paghi le tasse e lavori sei un fesso e se invece hai i soldi sei uno buono, indipendentemente da come li hai fatti, i soldi.

5. Napoli, con la sua area metropolitana, è naturalmente, per me napoletano, parte fondamentale di questo percorso.
Napoli è cultura, umanità, bellezza. Napoli è sapere e saper fare. Napoli è mare. Napoli è la sua Baia, come la racconta il mio amico Francesco Escalona, da Monte di Procida a Sorrento, Capri, Ischia e Procida comprese.
Si, proprio così, Smart Napoli Bay, un’occasione mancata, l’ennesisma, o uno straordinario esempio di Città Metropolitana Intelligente, uno  straordinario incubatore – molitplicatore di innovazione, di lavoro, di qualità, di bellezza.

6. Per me queste cose qui possono entrare da subito in un programma di governo per Napoli e la sua area metropolitana. Sì, da mò, da adesso. E la classe dirigente che si candida a Napoli deve discutere e far discutere la città metropolitana di queste cose, individuando con un percorso il più possibile partecipato le risorse, gli obiettivi, le cose che vengono prima e quelle che vengono dopo, i soggetti che hanno la responsabilità di realizzarle, i risultati attesi.
E insieme a questo la classe dirigente che si candida a Napoli deve avere il coraggio di lanciare una grande campagna di educazione alla cittadinanza, perché Napoli, tutta Napoli, molti dei suoi salotti civici compresi, è troppo abituata a essere suddita e troppo poco abituata a essere cittadina, con i diritti e soprattutto i doveri che l’esercizio della cittadinanza comporta, che non a caso abbiamo una storia così ricca di Masaniello.

* post pubblicato, in una versione in parte diversa e legata a un evento, sul mio blog su Rassegna.it

#lavorobenfatto2

A #Cip con Riccardo

Domenica 24 Agosto 2014

L’appuntamento co Riccardo è alle 7:40, il treno parte alle 8:50 ma bisogna essere in stazione per tempo, ad arrivare “in pizzo in pizzo”, all’ultimo momento, si rischia di restare in piedi e sarebbe un pessimo modo di iniziare la nostra vacanza.
Alle 7:42 sono fuori la porta di casa sua, alle 7:45 provo a chiamarlo ma il suo telefono è off, alle 7:48 comincio a bussare sfidando l’ira di Luca, il fratello maggiore, che oggi non lavora e se lo sveglio non la prenderà bene, alle 7:50 Riccardo mi apre, in pigiama.
Faccia stralunata, sguardo perplesso, farfuglia “che ci fai qui a quest’ora” e si sveglia del tutto con “mannaggia, ho sbagliato a mettere la sveglia”.
Io: okkei, niente arrabbiature, è la nostra vacanza, partiamo con l’Intercity delle 9:50.
Lui: Pà, ce la faccio, la valigia l’ho fatta ieri sera, dammi tre minuti e sono pronto.
Alle 7:54 scendiamo.  Taxi, stazione, biglietti, treno, seduti. Missione compiuta.
In attesa che il treno parta decidiamo che per tutta la nostra piccola grande vacanza non cederemo alla selfiemania. Come sempre con educazione e senza spocchia, l’hastag è #noselfie, nel senso che ogni volta che ci vorremo fare una foto, chiederemo a qualcuna/o per piacere di farcela, e in cambio, se ha tempo e se vuole, ci potrà raccontare un pezzetto di sé.
La prima è facile e fortunata, perché il treno ci mette tre ore e la ragazza seduta vicino a noi, nonostante i suoi quindici anni, ha un sacco di cose da raccontare.

Mi chiamo Alessandra I, ho qundici anni, vivo a Portici, mia madre fa la segretaria alla Federazione Italiana Medici Pediatrici e mio padre è informatico e lavora all’Alenia.
Studio ragioneria, amministrazione e finanza, ho fatto questa scelta sia perché mi piacciono il diritto e l’economia sia perché penso che una volta diplomata avrò più opportunità. E in più penso che sia una scuola che anche se non la sfrutti dal punto di vista professionale ti servirà comunque nella vita, perché conoscere economia e diritto serve nella vita. E infine c’è il discorso università, oggi come oggi sono indecisa tra giurisprudenza e psicologia, ma magari strada facendo cambio idea.
Sono una scout nautica da quando avevo 7 anni, in pratica una scout che invece di andare per sentieri di montagna va per mare, in barca a remi e a vela, che secondo me è più bello.
Noi scout nautici facciamo anche lavori di carpenteria navale e costruiamo barche in vetroresina, partendo da stampi che ci vengono forniti e fino alla messa in mare.
Ah, tra le tante cose che mi piace fare c’è anche l’animatrice, dal prossimo anno conto di cominciare a fare esperienza sul campo, durante i mesi estivi, magari con i bambini, che con loro ci sono sempre tante cose da fare, da scoprire, da imparare.

treno

Il treno arriva a Policastro con mezzora di ritardo, così come il mitico Giuseppe Jepis Rivello, alla fine siamo andati meglio noi in treno che lui in coda in questa soleggiata Domenica d’Agosto.
Saluti, abbracci, presentazioni, per Riccardo e Jepis è il primo link, quindici minuti e siamo a Caselle in Pittari, sì, proprio lei, Cip, come ormai la chiamano tutti dopo che l’ho raccontata in Testa, Mani e Cuore.

“[…] Io per esempio, certe sere d’inverno, dopo che la giornata è finita e Duccio mi ha sistemato sotto la tettoia ben coperta con il telone per proteggermi dal freddo e dall’umidità, me ne vado con il pensiero a Cip, un paese piccolino come me, meno di duemila abitanti, che se vai in giù in dieci minuti sei nel golfo di Policastro e se vai in su in dieci minuti sei sul Cervati, la cima più alta della Campania. […]
A Cip da sempre c’è una collina e dal tempo dei saraceni una torre che la gente del luogo, con eccessiva generosità, chiama castello. Intorno al castello si sviluppa il centro storico, collegato alla parte nuova del paese da un viale alberato dove si trovano il comune, i due bar, i negozi e la chiesa, diciamo il cuore pulsante di Cip, al punto che gli abitanti lo chiamano “la piazza” e non “il viale”.
Insomma se sei in quel posto lì non hai scampo, la tua vita pubblica ti tocca viverla tra la piazza e i bar. A meno che tu non decida di diventare un inventore di senso, che poi è il motivo per il quale Duccio e io siamo capitati da quelle parti.
A vederli così giovani non si direbbe ma sono passati già otto anni da quando Nino e Giuseppe si sono inventati la riscoperta delle tradizioni e dei mestieri antichi. E così, cercando di vivere, come dice Giuseppe, con un piede nel Cilento, l’altro nel mondo e la testa in rete, hanno provato a disegnarsi un futuro dove non è obbligatorio fuggire dalla propria terra.
Me lo vedo ogni volta Nino mentre racconta a giovani, meno giovani e a vecchietti come noi, seduti in cerchio intorno a un fuoco, quanto sia stato duro, e bello, all’inizio, pensare, organizzare, lavorare affinché da un seme di grano nascessero, come accade in natura, tante spighe e da queste altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e altri chicchi di grano e altri semi, e altre spighe, e così via, fino a quando se ne avrà fiato e forza.
Sono nate da qui l’attività di alfabetizzazione rurale per i ragazzi che non hanno dimestichezza con la terra, la gara di mietitura a mano del grano, il recupero di alcune varietà autoctone di grano con le quali a Cip i panettieri, i pizzaioli e i pastai hanno cominciato a fare il pane, le pizze e la pasta, senza dimenticare la biblioteca a cielo aperto, e il tentativo di guardare le cose che accadono con gli occhi di domani.

Prendiamo i bagagli, li appoggiamo per terra e presento a Riccardo Luciano Fiscina, che con il fratello Patrizio ha messo su il calzaturificio Patrizio Dolci. Luciano ci presenta don Tonino Palmese, che io da qualche parte devo averlo incrociato ma non sapevo che condividiamo la stessa passione per Cip.
Ci sistemiamo nel bar locanda, stanza numero 4, affaccia proprio sulla piazza, scoprirò tra qualche ora che la cosa ha effetti collaterali assai poco piacevoli, e salutiamo Jepis, che ha in programma di andare a mare con Margherita, che manca solo un mese perché diventi sua moglie.
Saliamo su, disfiamo lo zaino (io) e la valigia (Riccardo), telefonata della serie “tutto ok, siamo arrivati” che quella non manca mai, e via diretto verso … Jepis, che sta salendo le scale di corsa le scale.
Io: Che ci fai qui?
Lui: non andiamo più a mare, siete a pranzo da noi, è domenica e mamma dice che non esiste che mangiate da soli.
A casa Rivello il pranzo comincia come la volta precedente con Cinzia, della serie “professò noi non abbiamo fatto niente di speciale, cose semplici, quello che mangiamo noi mangiate voi e vostro figlio” e finisce due ore e diciassette portate dopo con Riccardo and me che siamo indecisi seper tornare in piazza conviene andare a piedi o rotolare.
Il pomeriggio se ne va tra incontri, saluti, presentazioni, una bella passeggiata di quasi due ore fino alla pineta e oltre, un paio di giri nella piazza e Riccardo che a un certo punto mi fa “pà, ma qui se ognuno che incontriamo ci offre qualcosa io tra poco scoppio”.
La sera si parla di politica, di futuro, di cultura e di altre sciocchezze con don Tonino e altri nuovi amici.
Particolarmente belle la chiacchierata su Massimo Troisi, Il Postino e poi Mariangela Melato, che quando l’ho nominata don Tonino ha ricordato che Renato Scarpa, si proprio lui, lo straordinario attore conosciuto al grande pubblico per la parte di Robertino in Ricomincio da tre, che anche lui ama Cip e ci viene spesso, sostiene che “Mariangela è stata la donna più meravigliosa che lui abbia mai conosciuto” e io non ho fatto nessuna fatica a crederlo.
Verso le 11 p.m. Riccardo mi dice “pà, io vado a letto, così domani sto a mille”, io è da un bel pezzo lunedì quando salgo a dormire, anche se dormire è una parola grossa, come vi racconterò da qui a poco.
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Lunedì 25 Agosto

Non ho chiuso occhio tutta la notte. Letteralmente, non per modo di dire, neanche un minuto uno di sonno, niente. Perché La Sosta è un bar locanda aperto praticamente 24 ore, nel senso che chiude alle 5 am e riapre alle 6 a.m., e a riempire il ricco intervallo di urla e risate ci hanno pensato dei ragazzi post discoteca che si sono piazzati proprio lì, sotto al nostro balcone.
Notte da incubo, insomma, aggravato dall’ansia per Riccardo che magari non avrebbe detto niente e però glielo avrei letto negli occhi il suo “pà, ma in che posto mi hai portato”.
Mi sono sbagliato anche stavolta, perché Riccardo è Riccardo, e alla domanda “ma tu hai dormito stanotte?” risponde “una bomba, solo il letto un po’ scomodo, ma non c’è problema, a me una volta che chiudo gli occhi non mi svegliano neanche le cannonate”. Confermo.

Tutto questo accade intorno alle 8:30 a.m. ma io sono sceso come tutte le mattine verso le 6:15, però diverso da tutte le mattine, perché ho gli occhi da fuori e sono deciso a spostarmi seduta stante da un’altra parte, sono pronto a dare un morso velenoso a chiunque provi a contrariarmi, ma non a Marta, che lei come i ragazzi che lavorano la notte e tutte/i quelle/i che lavorano qui la gentilezza sembrano avercela nel Dna, tutti sorrisi e cortesia, e così qualunque  rabbia ti passa, e pensi che forse a 59 anni è venuto il momento di mettere per la prima volta i tappi nelle orecchie, si si proprio io, quello che per venti anni ha dormito come un ghiro al piano ammezzato di un palazzo al Corso Italia, a Secondigliano, proprio sopra il garage, dalla finestra del bagno ci sei praticamente dentro, con Peppe il garagista che sposta automobili a ogni ora senza contare il rumore delle catene e il cancello che sbatte alle 2 a.m per la chiusura, alle 4 a.m. per la riapertura.

Per le 9 a.m. anche Riccardo ha fatto colazione ed è pronto per la partenza. Il programma prevede la salita a Monte San Michele, ieri sera giovani, meno giovani e aspiranti vecchi ce l’hanno descritta come una sorta di passeggiata.
Il cartello dice San Michele, 2.6 km, il segno zodiacale Vergine mi fa chiedere comunque alla signora che stendendo i panni quando ci vuole per andare su. Più o meno un’ora – risponde -, e naturalmente io ringrazio ma dieci passi più in là dico a Riccardo qualcosa tipo “mammà, che esagerazione, un’ora per fare due chilometri e mezzo, e che salgono, sulle mani?”.

Arriviamo su un’ora e quaranta minuti dopo, è vero che le mie scarpe da barca non sono proprio il massimo e che le pietre sotto le piante dei piedi mi danno i tormenti, ma per quanto mi riguarda senza l’aiuto di Riccardo per molti tratti sarei andato ancora più lento e anche la discesa, poco più di cinquanta minuti, è assai faticosa, mette a dura prova le ginocchia insieme ai piedi, ma alla fine ce la facciamo, certo che ce la facciamo, e come sempre in questi casi siamo assai contenti che ce l’abbiamo fatta.

Finito il lamento, mi resta da aggiungere che i luoghi sono molto belli, che dall’alto il panorama è incantevole, che in una delle grotte cerchiamo con scarsa fortuna di fotografare un pipistrello in volo, e che anche lassù non cediamo, io fotografo Riccardo, lui fotografa me, #noselfie.
Certo, sarebbe stato bellissimo incontrare su un pastore, un curioso, un camminatore, un mistico, per farci fotografare assieme, ma niente, va bene così.
La sera ripenserò alla gentilezza e alla premura di Riccardo, mi dico che merita un discorso a parte, aggiungo che può essere uno spunto per un bel racconto, un giorno o l’altro lo scriverò, questo ragazzo sulle principali è quanto di meglio esiste al mondo.

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Per pranzo abbiamo in programma la visita a La Pietra Azzurra, il ristorante pizzeria di Michele Croccia.
Il 30 Aprile 2014, durante La Notte del Lavoro Narrato, avevo mangiato la sua pizza e l’avevo trovata deliziosa, ho detto a Riccardo che non ce la possiamo perdere e lui mi ha risposto “pa’ e non ce la perdiamo”. In più ho ho una mezza idea di intervistarlo per #lavorobenfatto, ma dopo la camminata se non mangio sono incapace di intendere e di volere.
Arriviamo, ci sediamo, Michele non c’è, e dunque a pranzo non c’è neanche la pizza. Momento di scoramento, superato rapidamente dal sorriso di Mimma, la moglie di Michele, e dalla fame che abbiamo.
Tra i primi scegliamo le pappardelle con i funghi porcini, dopo che mi sono assicurato che non ci sia panna né besciamella, per secondo Riccardo una bistecca di maiale e io due salsicce.
Il primo è squisito, ma il maiale scassa, è delizioso, di più, meraviglioso, Riccardo mi dice sei volte “pa’, una bistecca così saporita era proprio da tanto che non la mangiavo”.
Tra le pappardelle e il maiale arriva Michele. Saluti, abbracci, un po’ di chiacchiere, poi chiedo il conto, la risposta è che per questa volta sono ospite suo, che lui mi aveva invitato anche a Luglio, durante il Camp di Grano e poi io non c’ero andato. Tutto vero, ma io insisto, metto sul tavolo la mia briscola migliore, della serie “Michele, così mi costringi a non venire più, perché se non pago, posso venire una volta, la seconda volta no”. Lui sorride, mi guarda, e mi dice “Professò, tornate stasera a mangiare la pizza, vi faccio pagare, promesso”.
Ci stringiamo la mano, come a suggellare il nostro patto, poi gli dico che che avrei una mezza idea di scrivere la sua storia, precisando che è veramente una mezza idea, perché poi dipende da quello che viene fuori, che anche se non faccio le pizze ci tengo anche io al mio lavoro, e una cosa la pubblico solo se mi convince, e se prima non la faccio non lo so se mi convince, e che perciò non si deve prendere collera nel caso io decida diversamente.
La sua risposta: “Professò, non c’è problema, comunque penso che la mia storia vi piacerà”.
Ha ragione lui, la sua storia mi piace un sacco, la pubblico il giorno dopo, se volete potete leggerla qui, penso che piacerà anche a voi.

Il resto del pomeriggio lo trascorriamo al bar, a chiacchierare, a salutare gente, che di camminare per oggi ne abbiamo abbastanza. Al terzo succo di frutta Riccardo mi fa “pa’, per fortuna che stiamo solo pochi giorni, che qui ognuno che ti saluta ti offre qualcosa, qua se non stiamo attenti diventiamo due bott, io al prossimo giro salto”, sorrido e gli dico “io ti seguo a ruota”.
Intorno alle 7 p.m. ci decidiamo a fare cento metri e ci avventuriamo verso la farmacia, ma solo perché devo comprare i tappi. Un’altra notte come la precedente non me la posso permettere.
L’amica Italia, che anche con lei prima durante il Camp e poi nel corso del Palio del Grano abbiamo deciso di superare le formalità, è come sempre gentile, e mi consiglia un paio di tappi tanto economici  quanto efficaci.

Alle 8.45 p.m. risiamo su da Michele, mangiamo due margherite squisite, pago e torniamo verso il bar locanda.
Un po’ di altre chiacchiere con gli amici di sempre – Jepis e Margherita, Antonio e Rossella, Rocco e Maria -, e con quelli nuovi, e poi  dritti a nanna.

Martedì 26 Agosto 2014

Della serie gli acciacchi del giorno dopo a Riccardo fanno male le ginocchia e a me tutto, in compenso però stanotte ho dormito, un po’ per merito dei tappi, un po’ perché ero distrutto e un po’ perché il casino sotto, al bar, è stato molto meno intenso della notte precedente.
Seduti sulla panchina di fronte al Comune – il temporale della settimana precedente ha creato problemi alla wireless della locanda e da qui possiamo collegarci alla rete pubblica -, decidiamo con Riccardo che oggi la farà da padrone l’ozio. Sto per aggiungere che ho pensato di andare a fare la barba da Mario Greco, barbiere e musicista, suona il corno nella banda del paese, e che mi farebbe piacere farglielo conoscere, quando lo vedo arrivare, diretto a passo sostenuto verso il centro storico. Ci vede, ci saluta, naturalmente ricambiamo, gli chiedo a che ora possa andare a farmi la barba.
Lui: Datemi solo una ventina di minuti, vado a fare una barba a domicilio e torno.
Io: Nessun problema Mario, noi siamo qui in vacanza e tu stai lavorando, dunque fai con calma, al ritorno qui ci trovi.
Ripassa che non sono passati neanche cinque minuti, ci dice che la barba a domicilio è stata posticipata e ci chiede di seguirlo. Riccardo mi dice sottovoce “ma non è che ha rimandato per non farti aspettare?”, rispondo che non lo so, che credo di no, che comunque io sono stato chiaro sul fatto che non avevo problemi ad aspettare.

Il Salone di Mario è particolarmente accogliente, la partitura da Il Barbiere di Siviglia sul muro in alto, i due corni – uno da esposizione, l’altro da combattimento -, bene in vista, l’ouverture di Rossini che si effonde nell’aria, quando mi siedo sulla poltrona sono già una persona felice.
Mario mi riscalda il viso con un panno bianco, poi ci passa una crema “piano pianissimo”, per me intorno “tutto è silenzio”, persino la voce del bimbo che accompagna il papà mi sembra musica.
Mentre mi insapona il mio amico mi chiede se di solito mi faccio fare anche il contropelo, quando gli dico che a 59 anni è la prima volta che mi faccio la barba dal barbiere, che la cosa mi impressiona un poco, che però sono partito da casa con questa idea di farmela fare da lui e così non mi sono portato neanche l’occorrente per fare da solo, il viso gli si illumina come il cielo quando è terso e la luna è piena.
E’ un onore – mi dice -, ma con naturalezza, senza affettazione.
L’onore resta mio – rispondo -, mentre dallo stereo il coro sembra voglia farci il verso.
“Mille grazie mio signore | del favore dell’onore | Ah, di tanta cortesia obbligati in verità. | (Oh, che incontro fortunato! | E’ un signor di qualità.)”.
“Ah, bravo Figaro!, bravo, bravissimo; a te fortuna non mancherà”.
La lama del rasoio scorre gentile e rapida sul viso, io mi rilasso sempre più, quando Mario mi sciacqua la faccia capisco che ha finito. Lo vedo di sbieco che prende un nuovo asciugamano dal cassetto e mentre l’asciuga mi sussurra “prof., non ammetto repliche, per questa volta siete mio ospite, per me è stato veramente un piacere”.
Riccardo non può aver sentito, ma capisce dal gesto della mia testa che ci risiamo, sorride divertito, io provo a protestare, dico a Mario che il lavoro è lavoro, che non esiste che io non debba pagare, che … lui mi stringe la mano, mi ripete che per questa volta è così, mi chiede se possiamo farci una foto, lo abbraccio, facciamo la foto, dopo ne fa lui una a me e a Riccardo, lo ringrazio ancora di cuore, usciamo.
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“Pà, e qua ci puoi venire a vivere, nessuno ti fa pagare niente, ti vogliono bene tutti”.
“Riccardo, non sfottere, e comunque è vero che mi vogliono bene, però pure io voglio  bene a loro, questo posto mi è entrato nell’anima, pensa che quando ci sono venuto con Cinzia per La Notte del Lavoro Narrato quando siamo ripartiti mi sentivo come uno che sta andando via da casa e non come uno che ci sta ritornando. Questa di Cip è una comunità generosa, ospitale, che crede nel lavoro, che rispetta l’amicizia. Naturalmente non ti sto dicendo che se li prendi uno a uno sono tutti tutti così, sto dicendo che per me questi sono i caratteri salienti di questa comunità.”
“Si, credo che tu abbia ragione, e comunque questo posto piace molto anche a me”.

Parlando parlando siamo a InOutLab, lo spazio di coworking di Jepis e Antonio Torre, e da lì facciamo un salto al bar pasticceria di fianco, la seconda colazione abbiamo deciso di farla lì perché ha tutte cose buone e belle tranne il nome, Sweet Point, che forse risente del passato militare del pasticciere, spesso in missione all’estero, che una volta o l’altra ve la racconto la sua storia dalle missioni di pace alla pace di creme, dolci e cioccolata.
Caffè e succhi di frutta, che a Riccardo il caffè non piace – ebbene sì, nessuno è perfetto – e ritorno verso InOutLab dove armati di mac, iphone 3 ormai superatissimo ma sempre iPhone, iPad et cevesa et cevesa, c’è un mondo social che ci aspetta, e se non possiamo camminare con le gambe almeno navighiamo con la rete.

Intorno a mezzogiorno arriva Antonio Pellegrino e ci dice che per pranzo Riccardo, Jepis, Antonio and me stiamo da lui e Stella. La premessa è sempre la stessa: “una cosa veloce, cose cucinate al momento, ho avvisato Stella mezzora fa”. La realtà è sempre la stessa: pranzo stupendo, antipasto, primo, secondo, contorno, frutta e dolce, e poi tanti racconti di strada, di vita e di scienza, un presente pieno pieno di passato e di futuro, e ancora tanti progetti, che Cip è una comunità tutta da raccontare, e con l’aiuto di Antonio e Margherita ci riusciremo, ma di questo poi un giorno vi racconterò a parte, che questo qui siamo circa a metà e più che un post sembra un romanzo.
Pranzo meraviglioso insomma, se proprio devo mettere un segno meno a qualcosa lo metto al telefonino di Jepis, che quello non sta zitto un minuto, che poi lui si dispiace veramente anche se in realtà la cosa funziona così solo per diciotto ore al giorno.

Usciti da casa Pellegrino Salomone ci dirigiamo verso InOutLab per recuperare l’auto di Jepis. Il programma prevede la visita alla Fiscina Farm, che come vi ho ho detto è ormai nota in Italia e nel mondo come calzaturificio Patrizio Dolci.
Entriamo, neanche abbiamo salutato Patrizio Fiscina, anima e motore produttivo dell’azienda, che arriva Margherita, è lei che ha il compito di raccontare a me e a Riccardo come si fa una scarpa.
La competenza, la semplicità e la gentilezza con cui Margherita ci spiega il ciclo produttivo dell’azienda è semplicemente affascinante, facciamo a gara a non perderci niente, in particolare Riccardo, che io ogni tanto butto l’occhio qua e là, e penso che comprerei volentieri un paio di scarpe, ma tanto per cambiare l’ultima volta me le hanno regalate, come potete leggere qui, e dato che non mi ricordo se ho fatto il patto preferisco desistere.
Finito il giro nei reparti saliamo su, dove ci aspetta Luciano Fiscina, anima e motore commerciale della Patrizio Dolci. Luciano ci racconta di coinvolgimento e partecipazione, dell’importanza che nessuno si senta escluso, dell’interruzione per il pasto sfalsata (un’ora per chi viene da fuori Cip, prevalentemente manodopera maschile, e mangia nella mensa, due ore per chi è di Cip, prevalentemente manodopera femminile, che così c’è il tempo di andare a casa, di preparare qualcosa, di gestire il ritorno dei figli da scuola), della volta che hanno affittato un pullman e sono andati tutti assieme alla Fiera di Milano, “perché è importante che chi lavora si renda conto con quanti concorrenti ci si confronta, di come è importante che le scarpe che fai tu siano più belle e più convenienti di quelle che fanno gli altri, che sono tantissimi, e vengono da ogni parte del mondo”.
Va bene, lo so che prima ho detto di no, ma una piccola cosa di quello che sto meditando da tempo ve la voglio anticipare: l’idea è di dedicare una riflessione al modello di sviluppo MadeInCip, e di “usare” la Patrizio Dolci come Case History, ho chiesto ad Antonio Pellegrino, Luciano e Margherita Fiscina di darmi una mano, sento che questa è la volta buona, alla fine aveva ragione mio padre “cu ‘o tiempo e cu ‘a paglia s’ammaturano ‘e nespole”.

Usciamo dalla Patrizio Dolci, facciamo un rapido passaggio per la bottega del fabbro Giuseppe Pisano, zio di Jepis di parte materna, c’era anche lui Domenica al pranzo in casa Rivello, che ci racconta un po’ del suo lavoro e un po’ delle fatiche burocratiche che ti aspettano persino quando vuoi fare  delle cose per migliorarla, e ampliarla, la tua attività, dopo di che ci dirigiamo dall’artigiano Mastro Domenico, zio questa volta di parte paterna, che crea e realizza sandali, da lui ci ero stato con Alessio come potete vedere qui, ma devo dire che a distanza di due anni ho trovato tante nuove idee, e creatività, e voglia di coinvolgere i giovani “perché poi sa, alla fine solo loro il futuro, è anche per loro che ha senso fare tutto questo”.
A volte le persone non mi credono quando dico che è questione di tempo, ma alla fine il lavoro, la serietà, la bellezza, alla fine portano sempre risultati, eppure sentite cosa mi ha detto Cinzia quando le ho raccontato delle nuove collezioni di scarpe e di sandali: “Vincenzo, d
ue anni fa, quando tornammo da Cip, eravamo noi a parlare agli amici di questa bellissima realtà, non sempre con un successo pari al nostro entusiasmo. Quest’anno mia sorella Paola prima, e la mia amica Daniela poi, che appena si conoscono tra loro, mi hanno chiesto “ma non eravate voi che ci avete parlato delle scarpe e dei sandali di Cip?, perché non ci andiamo?”, e io: “guarda che ci vogliono due ore di auto da Napoli”, e loro: “e che fa, me ne hanno parlato delle mie amiche”, “ne ha parlato il TG3”, “le ho viste in un negozio e sono davvero molto belle”.

Il resto del pomeriggio sera lo passiamo a casa base, il bar locanda “La Sosta”, ottant’anni portati quasi bene, che un po’ di cose da sistemare qua e là ci sono, ma i lavori sono già programmati.
E’ Vincenzo Fiscina, uno dei titolari, a raccontarmi che fino a quando non è stata aperta la superstrada, fine anni 70 inizio 80, questo è stato un punto di snodo decisivo, “bisognava passare per forza di qua, si per andare al mare che per andare su, verso il Vallo Di Diano”.
Mi dice che i suoi bisnonni avevano la licenza per il servizio di trasporto, che si chiama da sempre La Sosta perché la gente ci si fermava sia per mangiare che per dormire, che un tempo dentro c’era una mangiatoia per gli asini, che quando c’erano le fiere arrivavano con molti animali e si dormiva sui sacchi, che ancora oggi durante le fiere si fa il panino con il soffritto.
“Sai, qui il soffritto è considerato da sempre un piatto prelibato, fa parte della nostra storia, della nostra tradizione, ricordo che mia madre cucinava pentoloni enormi di soffritto”.
Anche la scelta di tenere aperto il locale tutta la notte viene da lontano, e continua ancora oggi perché certo è un lavoro, ma è anche la vita che gli piace, il contatto con i giovani, la voglia di essere per loro un punto di riferimento, l’organizzazione di eventi in estate.
“Sai, quest’anno con gli Almamegretta abbiamo fatto 1330 persone, e l’anno prossimo magari facciamo Estate a #Cip, e d’inverno il piano bar, insomma si ci saranno molti cambiamenti, quello che non cambierà mai è l’aria di famiglia, il modo di stare assieme, che qui quando ti siedi al tavolo nessuno ti assilla perché devi consumare”.

Confermo. A La Sosta funziona in maniera assai diversa dalla canzone di Giorgio Gaber, lì “che noia la sera, che noia la sera qui al bar”, qui pieno di gente bella, vera, che anche a #Cip non mancano certo i problemi, le ombre, le contraddizioni, che non è mica il Paese della Cuccagna, però come ho detto a Riccardo te ne accorgi che  che qui si vive di lavoro, e l’amicizia è un valore vero.

A proposito di amici, ve ne racconto uno per tutti, un nuovo amico, nuovo nel senso che non fa parte della band storica di InOutLab,  ci siamo conosciuti davvero durante il Camp e soprattutto il Palio di Grano 2014, che lui guida il Rione Taverna e lo fa in una maniera mirabile, davvero straordinaria.
Si chiama Dino Salamone, lavora alla Iren Energia, è un bravissimo cuoco e uno straordinario organizzatore, un uomo che come tutti gli uomini veri la vita a volte gli dice bene e altre volte no, eppure lui ti accoglie sempre con il sorriso.
E’ appassionato di ballo latino americano, è stato Assessore allo Sport di #Cip, ma la cosa a cui tiene di più in ambito sportivo è il settore giovanile che ha messo su a partire dal 1993, perché “sai ho aiutato tanti ragazzi a diventare uomini, certo nello sport ma soprattutto nella vita. E’ stato allenatore della juniores del Sapri calcio e  responsabile del settore giovanile del Casal Velino, ha ricevuto in premio una bellissima targa dal Comune di Monte San Giacomo, dove portava in ritiro le sue squadre, per i valori che trasmetteva ai ragazzi e per il modo in cui riusciva a fare dello sport una scuola di vita.
Si, è fatto proprio così Dino, un cuore allegro e grande, sempre dalla parte dei più deboli, la capacità di tenere assieme persone di ogni età, di far venire fuori da ciascuno il meglio, di cogliere in ogni situazione il lato positivo, come quando durante il Palio che tutti si affannano per vincerlo e lui invece conduce la sua squadra verso l’ultimo posto, abbastanza lontani anche dal settimo, che alla fine quello è l’unico modo per conquistare la ribalta, che quando tutti hanno finito gli occhi del pubblico sono tutti per te, l’anno prossimo venite a vederlo mentre detta il tempo e predica calma, e ricorda di fare bene le cose, che non è mica un caso che i premi per la mietitura fatta nel modo migliore e per il miglior accatastamento del grano siano andati proprio alla sua contrada.

Mercoledì 27 Agosto

Notte tranquilla, Riccardo che continua a essere il protagonista della serie “Suonate pure le vostre trombe che tanto io una volta addormentato sono sordo come una campana” e io con i miei tappi a intermittenza, che sì, un poco mi danno fastidio e dalle 4.00 alle 6.00 a.m. riesco persino a fare senza.
Oggi la mattinata abbiamo deciso di passarla al mare, Jepis ci porta giù e poi ci verrà a riprendere, ci vogliono davvero 10 minuti per Policastro, che di certo Palinuro è più bella ma ce ne vogliono 45 di minuti, con quelli del ritorno 90, dunque semplicemente non esiste.
Scesi dall’auto facciamo per dirigerci alla spiaggia libera, prima però mi guardo intorno, vedo sabbia e sassi e penso che noi abbiamo soltanto un asciugamani.
Io: Riccà, andiamo al Lido qui di fianco, cosa costerà mai, mi sembra più una spiaggia attrezzata che un lido.
Riccardo:  pà, come vuoi, per me va bene tutto.
Sì, questo ragazzo qua ha bellissimo carattere, mai che crei un problema, mai che si lamenti, tu dici “come va?” e lui risponde “una bomba”, tu dici “facciamo così” e lui risponde “non c’è problema”.
Naturalmente tutto questo accade se sta rilassato e in vacanza, che se invece sta studiando non gli puoi parlare, se ha finito di giocare a pallavolo peggio che andar di notte, quando gli devi dire qualcosa nove su dieci sta sintonizzato su “Pà fai presto che non ho tempo devo fare questo e pure quest’altro”, e poi non è che lo puoi tanto contraddire, che lui già quando aveva 14 anni era grande, nel senso che “faceva l’omm”, “si atteggiava”, in certi momenti per farlo ragionare o lo dovevi minacciare o lo dovevi mandare a quel paese, meglio la seconda, perché poi lui ci pensava su e cambiava atteggiamento.
Sì, insieme al fatto che di suo è un cuor contento, un’altra sua bella caratteristica è che ci pensa su, anche quando ci litighi lui poi ci pensa su, e poi ci arriva da solo, e cresce, non solo fisicamente, ma con la testa, e poi è affidabile, come del resto il fratello, nel senso che se dice che una cosa la fa si organizza e la fa, magari con i suoi accorgimenti e il suo metodo, ma la fa, e la fa bene, puoi star sicuro.
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Al lido spiaggia attrezzata l’ombrellone e due lettini 8 euro, una pacchia, ci sistemiamo, ci mettiamo a raccogliere un po’ di pietruzze, ci facciamo il bagno, ritorniamo a caccia di pietruzze, alcune le fotografiamo, ci facciamo fotografare, la mezza giornata vola via che è un piacere.
Jepis arriva alla 1:20 p.m. alla 1:35 p.m. siamo su, chiamiamo Antonio Torre e ci dirigiamo verso l’Osteria Tancredi, è il nostro ultimo giorno qui, l’indomani mattina partiremo presto, approfittiamo di un passaggio con Luciano Fiscina che ha un impegno di lavoro a Napoli, e io ho deciso che non me ne vado una mangiata di maiale alla brace di quelle serie.
Ad accoglierci troviamo Angelo, che ci fa sedere a un tavolo con un bellissimo panorama, e poi ci porta tante verdure fatte in tanti modi strepitosi e tanto maiale, costate, salsicce e poca pancetta, della serie “perché qui le cose finiscono, noi usiamo solo prodotti nostri, chilometro zero, e a un certo punto finiscono, dovete tornare da Natale in poi, che in quel periodo  problemi non ce ne stanno”.
Fosse stata viva mamma, avrebbe detto che ci siamo fatti come l’acciaiomo, che ci ho messo una vita e un po’ per capire che è la traslitterazione dall’italiano al casertano-contadino-zoneinterne di Ecce Homo, che lei di norma lo utilizzava nel modo letterale di “guardate che se non fate quello che dovete fare la punizione sarà molto severa”, ma al quale ogni tanto dava anche questo significato figurato, di persone che perdevano i loro connotati originari perché mangiavano o bevevano troppo, che poi anche rispetto alla sua concezione del “troppo” ci sarebbe da discutere ma ne parliamo un’altra volta.

Dopo pranzo ancora un tuffo a InOutLab, che alla serie “vediamo che si dice sui social network” non ci rinunciamo, poi Riccardo va un po’ a riposare e io ritorno al mio posto di analcolica socializzazione in attesa del grande appuntamento serale, Atletico Bilbao – Napoli.
Intorno alle 8.20 p.m. Dino mi guarda e mi dice “Professò, ti devo salutare, io la partita la devo vedere da solo, a casa, per me è una grandissima sofferenza, non ce la faccio a seguirla qui al bar”.
Sorrido, gli stringo forte la mano, lo capisco, nei miei 51 anni di tifo quello vero ho fatto cose da pazzi.
Domeniche trascorse con amuleti e portafortuna di ogni tipo, compreso il teschio a cui accarezzare la testa, quel 5 Maggio che chi se lo scorda più ma mica per Manzoni e Napoleone, per la Juve che all’ultima giornata fa il sorpasso e strappa lo scudetto alla mia Inter. Sì, quella domenica lì io me la sono passata con una radiolina in mano a camminare da solo come un matto per la città e quando sono tornato a casa e Luca, che al tempo aveva 19 anni e simpatizzava per la Juve, mi viene vicino e mi dice, sincero, “papà mi dispiace”, a momenti me lo mangio, ma non così per dire, overamente.
E’ stato con l’arrivo di San José, sì, proprio lui, Mourinho, che ho trovato pace. Per la verità erano già un po’ di anni che non mi prendeva più come prima, super tifoso sì ma fanatico non lo sono mai stato, soprattutto non ho mai perso di vista il significato della parola “sport” e non ho mai fatto finta di non vedere la distanza sempre maggiore tra “sport” e “calcio”.
Con il triplete il tifoso che è in me si è definitivamente placato, ho cominciato a guardare con simpatia al Napoli, anche per complicità con Riccardo, fermo restando che uno spazietto nel mio cuore per l’Inter c’è sempre, ma insomma oggi con allegria e distacco tifo per il Napoli, la squadra della mia città, che almeno se vince posso andare anche io per strada a fare un poco di ammuina.

Com’è andata a finire la partita lo sappiamo tutti, 3 -1 per l’Atletico Bilbao dopo che il Napoli era passato in vantaggio, dovevate vedere gli occhi di Dino quando è tornato, che il tifoso vero lo distingui da queste cose qui, che non è che ti vedi la partita e se perdi dici vabbé, abbiamo perso, che ci vuoi fare.
Mentre si susseguono i commenti, compresi quelli finti dispiaciuti di romanisti e juventini – anche questo ci sta, fa parte del gioco quello bello, e ci sta ancora di più se i soldi che doveva avere il Napoli verranno ripartiti tra Juve e Roma -, arrivano Jepis e Margherita.
Ancora un poco di chiacchiere e arriva l’ora dei saluti, con Antonio, con Rocco, con Rossella, con i tantissimi amici e amiche vecchi e nuovi. Dato che non ha fatto niente per noi in questi quattro giorni (si capisce l’ironia, eh, si capisce?) Jepis ci ha portato della sopressata e de formaggio da portare a casa, che qualche giorno dopo mi vedo arrivare Riccardo che mi fa “pà, la soppressata e il formaggio di Jepis sono una bomba”, ma io questo lo sapevo già.

Con Jepis e Margherita i saluti sono speciali. Quando tornerò, penso a fine Ottobre, loro saranno marito e moglie, si sposano il 27 Settembre, e loro sono speciali per molte ragioni, comprese le parole con le quali mi hanno risposto quando ho detto che io e Cinzia non ci saremmo andati al matrimonio, che Cinzia ci sarebbe venuta volentieri ma io sono allergico a battesimi, comunioni e matrimoni, e che però se loro si dispiacevano o anche i lori genitori si fossero dispiaciuti avrei cambiato idea, perché sono persone meravigliose e non voglio che si dispiacciano per colpa mia. E’ stato allora che Jepis, che lui e Margherita a Luglio, quando mi avevano dato l’invito, mi avevano detto “Vincé, tu e Cinzia siete le prime due persone ad essere invitate, mi raccomando, non fate scherzi”, mi ha guardato negli occhi, mi ha sorriso e mi ha detto “Vincé, devi stare tranquillo, non si  piglia collera nessuno”.

Ecco, siamo arrivati davvero al momento dei saluti, mani strette forti e baci sulle guance, ma Riccardo no, lui chiede a Jepis e a Margherita se li può abbracciare, che lui ha bisogno di stringerli forte, non si trova con questa cosa della stretta di mano e dei baci sulle guance. Gli occhi di Giuseppe sono una poesia, si abbracciano, e poi è il turno di Margherita, forza che ci rivediamo presto, alla prossima.
jem

Giovedì 28 Agosto

La sveglia è alle 5.55 a.m., scendiamo giù, facciamo colazione, risaliamo su, riscendiamo Riccardo per le 7 a.m. io una ventina di minuti prima.
Salutiamo Marta, che c’è sempre lei la mattina e ieri ho avuto il piacere di capire meglio quanto impegno mette nelle cose che fa e quanti bei progetti ha per la testa.
Esco fuori e trovo Jepis. Lo guardo, sorrido, mi dice “devo abbracciare un’altra volta Riccardo, l’abbraccio di ieri non mi è bastato”. Della serie cose che accadono a #Cip.
Qualche minuto ancora e arriva Luciano, il viaggio è piacevolissimo, discutiamo di futuro, dell’azienda, di #Cip, dell’Italia, ma di questo vi racconto davvero la prossima volta, altrimenti non la finiamo più.

PS
La foto di Jepis e Margherita l’ho “rubata”, una più estiva non l’ho trovata, ma questo post doveva concludersi con la loro foto, perciò accontentatevi, che poi i loro sorrisi sono belli e quando rileggerete il post tra un mese vi sembreranno gli unici intonati.

PPS
Riccardo ha fatto un sacco di foto, ancora un pò di tempo, e le pubblico tutte da qualche parte.

Zio Peppino

[…] Luca prima di salire si è fermato alla reception e arriva con un pò di notizie sulla partenza delle valigie: verranno a prenderle tra le 6 e le 9 p.m.. Andiamo come sempre a pranzo dalle ragazze ma come immaginavo non riesco a rilassarmi. Al ritorno recupero il budge in camera e facciamo un giro tra i ciliegi in fiore del Riken. Alle 4 p.m. siamo di nuovo alla 301. Ci alterniamo al Mac fino alle 8 p.m., quando finalmente gli addetti ritirano le valigie. Ragazze again.

Stavolta trascorriamo un’ora deliziosa. Torta, cappuccino e chiacchere. Con me che quando sono contento non la finirei mai di raccontare storie di famiglia. Luca un po’ si diverte e un po’ fa la faccia modello “pà, questa già l’hai raccontata 1387 volte” quando comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard e Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò. Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de La Settimana Enigmistica; nel senso che poteva ripetere pressocché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.

Lo zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali “essersi sistemato” equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa 20 anni. Fino a che una mia vecchia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, 6 in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.

In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano. Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle 6 sorelle.

Ora non sosterrò che Luca si è commosso, lui che quando gli ho detto che se mi succede qualcosa gli toccherà prendersi cura di me mi ha risposto “già il verbo è sbagliato, quello giusto non è curare, ma terminare”, ma sono certo che la storia gli è piaciuta. In fondo fa lo sprucido per darsi un tono. Anche se in effetti la cosa gli riesce molto bene. […]  
Enakapata
Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo

nunzia31

Recupero a volte etnografico e sempre affettuoso delle foto di famiglia a cura di Nunzia Moretti

La pasta al forno di Nunzia

L’ultima volta era stato nel 1968, sì, proprio lui, l’anno cominciato con la primavera di Praga, quello del maggio francese, l’anno dell’arresto di Jimi Hendrix a Stoccolma, quello dell’omicidio di Martin Luther King e di Robert Kennedy, l’anno dell’eccidio di Avola, degli studenti che lanciano uova e ortaggi all’apertura de La Scala a Milano, dell’occupazione del Liceo Mamiani a Roma e di tanto altro ancora.
Accadde a Luglio, al Lido Luise di Castelvolturno, dove il mitico don Raffaele Parola, operaio Italisider e papà di Tonino, uno dei miei amici del cuore al tempo di Secondigliano, ci portava a fare il bagno con la mitica Fiat 850 familiare e all’ora di pranzo tutti a mangiare sotto l’ombrellone le cose buone che aveva preparato la signora Carmilina.
La faccenda mi era tornata in mente un paio di domeniche fa, mentre in spiaggia mangiavo un po’ sconsolato il 147esimo panino dell’anno. E’ stato allora che mia sorella Nunzia mi ha detto “Viciè, la prossima volta che vieni, facciamo la pasta al forno e ce la mangiamo qui, sulla spiaggia, promesso”.
Ora, modestamente a parte, come avrebbe detto nostro padre Pasquale, dovete sapere che se per un Moretti una promessa è un impegno, e in quanto tale va onorato, per mia sorella Nunzia una promessa è un imperativo categorico, nel senso di Kant e nel senso che non puoi accampare scuse, non conta se nel frattempo sei stato malato, ti ha fatto male il callo del piede destro, Banderas ti ha rubato la gallina e sei rimasto senza le uova da fare soda, il macellaio è scappato con la modella svedese in Brasile e ti manca la carne macinata per fare le polpette, e così alle 1.50 p.m. di Venerdì 15 Agosto 2014 sul lido Hawaii Beach di Baia Domizia, un tempo regno della reginetta Patrizia, è comparso lui, Sua Altezza reale ‘O ruoto ‘o furno.
pastaalfornoOra non mi chiamate dispettoso, perché non vi dirò come è finita, un po’ perché è facile immaginarlo e un po’ perché mi vergogno, dato che sul più bello del piacevole e allegro banchetto, quando ogni donna e uomo di buona volontà aveva già deposto le armi, è venuto fuori il guerriero di Secondigliano che è in me e così dopo aver rubato due polpette a volo a volo dal piatto di mio nipote senza che lui se ne accorgesse, e vi assicuro che ci vuole tanta destrezza per riuscirci, mi sono tuffato sul bis come Klaus Dibiasi dalla piattaforma dei 10 metri a Città del Messico quando conquistò la medaglia d’oro alle Olimpiadi.
E visto che ci siamo non vi dico neanche come erano buoni la macedonia di cocomero, prugne e pesca, e il gelato, e il torrone la sera a casa sua, vi dico solo che ho una sorella stupenda che ieri mi ha regalato una giornata meravigliosa. Perché sì, lei ti sgrida, ti cazzea, a volte ti subbissa tanto è irruente, però continua a essere una “ciaciona”, una donna con un cuore grande come ce ne sono pochi al mondo, e questa volta non c’entra la pasta al forno, c’entra l’amore che ha per le persone che ama, c’entra il fatto che su di lei  puoi contare a prescindere, c’entra il coraggio con cui affronta le cose della vita, c’entra l’impegno che mette in tutto quello che fa.
Grazie Nunzia, ti voglio bene un sacco, questo piccolo post è dedicato tutto a te, che sei una parte assai preziosa di questo miscuglio di cose bellissime, complicate, incomprensibili, insopportabili, che è la mia vita.
Un bacione affettuoso.
Il tuo amato fratello vincenzo
ps.
la prossima volta che vengo che ne dici di una bella genovese?

nunzia1

un’idea semplice

west42“A finale” la mia idea è molto semplice, bisogna che tutti assieme costruiamo una nuova epica, un nuovo modo di raccontare noi stessi e il nostro Paese, a partire dal valore del lavoro, dalla passione per il #lavorobenfatto, dalla voglia di fare bene le cose perché è così che si fa. La mia idea non vive e non cresce nel vuoto, vive e cresce in un mondo nel quale siamo impegnati ogni giorno a cercare di ridurre la sofferenza socialmente evitabile, a cercare di assicurare più diritti e opportunità alle donne e agli uomini di ogni età che popolano questa nostra bella Terra, a cercare di rendere migliori – nel senso di più vicini e rispondenti alle esigenze delle persone -, scuole, ospedali e quant’altro. La mia idea non vive e non cresce nell’attesa, nel senso che non aspetta che tutto questo si compia, mi chiede al contrario qui e ora di dare il massimo per fare bene quello che devo fare. Sì, qui e ora, mentre mi batto sul piano sociale per i miei diritti, per i diritti di quelli come me e per i diritti di quelli diversi da me, la mia idea mi dice che se faccio il prof. devo fare bene il prof., e pure se faccio l’infermiere, o l’operaio, o l’architetto, o il maker, o il cuoco, o l’artigiano. E’ per questo che racconto storie di #lavorobenfatto, è un pezzo del mio lavoro e della mia passione e cerco di farlo al meglio che posso. Ora non guardatele adesso, queste storie, pensate a quando saranno mille, diecimila, e per questo leggetele, diffondetele, segnalatemi nuove storie da raccontare, e soprattutto scrivetele, che abbiamo bisogno di dieci, cento, mille Omero per scrivere la nuova epica, per affermare il nuovo approccio, per diffondere la nuova cultura, per cambiare l’Italia. Buona partecipazione.

#lavorobenfatto #index

west42“A finale” la mia idea è molto semplice, bisogna che tutti assieme costruiamo una nuova epica, un nuovo modo di raccontare noi stessi e il nostro Paese, a partire dal valore del lavoro, dalla passione per il #lavorobenfatto, dalla voglia di fare bene le cose perché è così che si fa. La mia idea non vive e non cresce nel vuoto, vive e cresce in un mondo nel quale siamo impegnati ogni giorno a cercare di ridurre la sofferenza socialmente evitabile, a cercare di assicurare più diritti e opportunità alle donne e agli uomini di ogni età che popolano questa nostra bella Terra, a cercare di rendere migliori – nel senso di più vicini e rispondenti alle esigenze delle persone -, scuole, ospedali e quant’altro. La mia idea non vive e non cresce nell’attesa, nel senso che non aspetta che tutto questo si compia, mi chiede al contrario qui e ora di dare il massimo per fare bene quello che devo fare. Sì, qui e ora, mentre mi batto sul piano sociale per i miei diritti, per i diritti di quelli come me e per i diritti di quelli diversi da me, la mia idea mi dice che se faccio il prof. devo fare bene il prof., e pure se faccio l’infermiere, o l’operaio, o l’architetto, o il maker, o il cuoco, o l’artigiano. E’ per questo che racconto storie di #lavorobenfatto, è un pezzo del mio lavoro e della mia passione e cerco di farlo al meglio che posso. Ora non guardatele adesso, queste storie, pensate a quando saranno mille, diecimila, e per questo leggetele, diffondetele, segnalatemi nuove storie da raccontare, e soprattutto scrivetele, che abbiamo bisogno di dieci, cento, mille Omero per scrivere la nuova epica, per affermare il nuovo approccio, per diffondere la nuova cultura, per cambiare l’Italia. Buona partecipazione.

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#lavorobenfatto a RNext

Sono le cose che più o meno ho raccontato ieri, domenica 8 Giugno, nel corso di Rnext Napoli, la Repubblica degli innovatori, con tanti amici e la regia di Riccardo Luna e Giampaolo Colletti.
Lo ripropongo qui senza l’indispensabile assillo dei 5 minuti, come spunto per una riflessione più meditata e collettiva. Le cose che abbiamo in mente di fare assieme sono belle e impegnative, e discutere ci fa solo bene. Buona lettura. E soprattutto non fatemi mancare i vostri commenti.

Ma voi l’avete letto La luna e i falò di Cesare Pavese? Se la risposta è no fatelo, se invece è si sintonizzatevi su Nuto che dice ad Anguilla che “L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa.
Ecco, la mia storia di innovazione comincia da qui, dal come fare le cose, dall’urgenza di farle bene, dall’idea che il cambiamento prima ancora che una questione di tecnologia sia una questione di cultura, di approccio, di modo di pensare e di fare il proprio lavoro, qualunque esso sia.
Perché se lo fai bene, qualunque lavoro ha senso.

Sei uno studente che studia e ha la testa al proprio posto, cioè sul collo? Lavoro ben fatto!
Cucini bene la pasta e fagioli? Lavoro ben fatto!
Sei un architetto e hai progettato una soluzione smart per il borgo antico in cui vivi? Lavoro ben fatto!
Fai il postino, la scienziata, il muratore, la maestra, l’ingegnere, la sarta, l’ebanista, il maker, e metti testa, mani e cuore in quello che fai? Lavoro ben fatto!

morettirnext14na10

Per quanto mi riguarda è cominciato che avevo dieci anni grazie a mio padre, operaio elettrico con la licenza di quinta elementare, che mi spiegò la distinzione tra «il lavoro preso di faccia», quello fatto con impegno, rigore, passione, e «il lavoro fatto ‘a meglio ‘a meglio», quello che invece no.
Dite che papà era un tipo strano? E allora non avete letto di Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna dice a Walter Isaacson che “suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno».

Eccolo lì il senso, nella voglia di fare bene le cose a prescindere, nella consapevolezza che alla fine non conta quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei, quello che conta, quando fai una cosa, è farla come se in quella cosa dovessi essere il numero uno al mondo. Poi puoi arrivare pure penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

E’ per questo che con Alessio Strazzullo, Cinzia Massa, Gennaro Cibelli, Sabato Aliberti, Colomba Punzo e tanta altra bella gente raccontiamo l’Italia dal cuore artigiano, quella che pensa che ciò che va quasi bene non va bene, quella che considera il lavoro non solo un mezzo ma anche un valore.

morettirnext14na5

Ho detto racconto? Si, l’ho detto. E aggiungo che raccontando storie ci prendiamo cura di noi, attiviamo processi di innovazione, incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni, delle comunità e delle reti con cui interagiamo.

E’ per questo che raccontiamo l’Italia che pensa lavoro, dunque sono, valgo, merito rispetto, considerazione, quella che con le cose che sa e le cose che fa sposta l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore di ciò che hai al valore di ciò che sai, e sai fare.

La nostra è l’Italia delle persone normali, un’Italia che c’è, esiste, è tanta, è fatta delle donne e degli uomini che mettono sempre una parte di sé in quello che fanno, che provano soddisfazione nel farlo bene, che ogni giorno la propria intelligenza, le proprie capacità e la propria passione creano le condizioni per dare più senso e significato alle proprie vite e dare più futuro al proprio Paese.

Ecco. Adesso che ho detto lavoro e ho detto racconto posso dire anche La notte del lavoro narrato.
E’ accaduto il 30 Aprile scorso, in ogni parte d’Italia, quando persone che spesso neanche si conoscevano e adesso se non si rivedono sono prese da crisi di astinenza si sono incontrate per leggere, narrare, cantare storie di lavoro.
E’ stato, per molti versi lo è ancora, perché per fortuna sembra non finire mai, un successo incredibile. Perché si, il lavoro unisce, perché dove c’è lavoro non c’è solo fatica ma anche intelligenza, dedizione, bellezza.
Stiamo già lavorando alla seconda edizione, l’appuntamento è per il 30 Aprile 2015, Le mille e una notte del lavoro narrato, un titolo che è tutto un programma, o se volete tutta una follia, dato che proporsi di passare dai 100 eventi di quest’anno ai 1001 del 2015 non è da persone sane.

Diciamo che però io sono un pazzo fiducioso, un pazzo che crede nelle idee e nel lavoro, e anche un pazzo fortunato, dato che continuo a incrociare tanti pazzi come me sulla mia strada.

morettirnext14na8

Finisco ricordando Bob Dylan che nel 1964 cantava The Times They Are a- Changin’ per annunciare la rivoluzione che stava arrivando.
50 anni dopo, la nostra rivoluzione si chiama innovazione, comincia dalla testa delle persone, dalla loro cultura, dall’approccio con il quale fanno le cose.
Perché senza la rivoluzione dello spazzino che si mette scuorno, prova vergogna, se non pulisce bene il suo pezzo di strada, non ce la facciamo. E non ce la facciamo senza il vigile urbano e il fabbro, l’impiegato e lo startupper che si mettono scuorno se non fanno bene il loro lavoro.
Non ce la facciamo senza l’imprenditore che investe e innova perché si mette scuorno di chiamare competitività i salari da fame e i diritti calpestati.
Non ce la facciamo senza l’Italia che investe nella bellezza e nell’intelligenza, nella tecnologia e nel futuro perché si mette scuorno di avere più della metà dei suoi giovani senza lavoro, senza casa, senza autonomia, senza opportunità.

Forza, facciamo in modo che dalla nostra bella Napoli arrivi un messaggio forte al Paese, facciamole vibrare di idee, soluzioni ed emozioni queste mura così ricche di storia e di cultura, che ci sentano tutti e tutti comprendano che noi siamo gli innovatori, siamo quelli del lavoro ben fatto, e vogliamo cambiare l’Italia.

#lavorobenfatto

Sono le cose che più o meno ho raccontato ieri, domenica 8 Giugno, nel corso di Rnext Napoli, la Repubblica degli innovatori, con tanti amici e l’eccellente regia di Riccardo Luna e Giampaolo Colletti.
Lo ripropongo qui senza l’indispensabile assillo dei 5 minuti, come spunto per una riflessione più meditata e collettiva. Le cose che abbiamo in mente di fare assieme sono belle e impegnative, e discutere ci fa solo bene. Buona lettura. E soprattutto non fatemi mancare i vostri commenti.

Ma voi l’avete letto La luna e i falò di Cesare Pavese? Se la risposta è no fatelo, se invece è si sintonizzatevi su Nuto che dice ad Anguilla che “L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa, ma da come lo fa.
Ecco, la mia storia di innovazione comincia da qui, dal come fare le cose, dall’urgenza di farle bene, dall’idea che il cambiamento prima ancora che una questione di tecnologia sia una questione di cultura, di approccio, di modo di pensare e di fare il proprio lavoro, qualunque esso sia.
Perché se lo fai bene, qualunque lavoro ha senso.

Sei uno studente che studia e ha la testa al proprio posto, cioè sul collo? Lavoro ben fatto!
Cucini bene la pasta e fagioli? Lavoro ben fatto!
Sei un architetto e hai progettato una soluzione smart per il borgo antico in cui vivi? Lavoro ben fatto!
Fai il postino, la scienziata, il muratore, la maestra, l’ingegnere, la sarta, l’ebanista, il maker, e metti testa, mani e cuore in quello che fai? Lavoro ben fatto!

morettirnext14na10

Per quanto mi riguarda è cominciato che avevo dieci anni grazie a mio padre, operaio elettrico con la licenza di quinta elementare, che mi spiegò la distinzione tra «il lavoro preso di faccia», quello fatto con impegno, rigore, passione, e «il lavoro fatto ‘a meglio ‘a meglio», quello che invece no.
Dite che papà era un tipo strano? E allora non avete letto di Steve Jobs che mentre accarezza le assi della staccionata della casa paterna dice a Walter Isaacson che “suo padre gli aveva inculcato un concetto che gli era rimasto impresso: era importante costruire bene la parte posteriore di armadi e steccati, anche se rimaneva nascosta e nessuna la vedeva. Gli piaceva fare le cose bene. Si premurava di fare bene anche le parti che non erano visibili a nessuno».

Eccolo lì il senso, nella voglia di fare bene le cose a prescindere, nella consapevolezza che alla fine non conta quello che fai, quanti anni hai, di che colore, sesso, lingua, religione sei, quello che conta, quando fai una cosa, è farla come se in quella cosa dovessi essere il numero uno al mondo. Poi puoi arrivare pure penultimo, non importa, la prossima volta andrà meglio, ma questo riguarda il risultato non l’approccio, nell’approccio hai una sola possibilità, cercare di essere il migliore.

E’ per questo che con Alessio Strazzullo, Cinzia Massa, Gennaro Cibelli, Sabato Aliberti, Colomba Punzo e tanta altra bella gente raccontiamo l’Italia dal cuore artigiano, quella che pensa che ciò che va quasi bene non va bene, quella che considera il lavoro non solo un mezzo ma anche un valore.

morettirnext14na5

Ho detto racconto? Si, l’ho detto. E aggiungo che raccontando storie ci prendiamo cura di noi, attiviamo processi di innovazione, incrementiamo il valore sociale delle organizzazioni, delle comunità e delle reti con cui interagiamo.

E’ per questo che raccontiamo l’Italia che pensa lavoro, dunque sono, valgo, merito rispetto, considerazione, quella che con le cose che sa e le cose che fa sposta l’ago della bussola dal riconoscimento sociale della ricchezza al riconoscimento sociale del lavoro, dal valore di ciò che hai al valore di ciò che sai, e sai fare.

La nostra è l’Italia delle persone normali, un’Italia che c’è, esiste, è tanta, è fatta delle donne e degli uomini che mettono sempre una parte di sé in quello che fanno, che provano soddisfazione nel farlo bene, che ogni giorno la propria intelligenza, le proprie capacità e la propria passione creano le condizioni per dare più senso e significato alle proprie vite e dare più futuro al proprio Paese.

Ecco. Adesso che ho detto lavoro e ho detto racconto posso dire anche La notte del lavoro narrato.
E’ accaduto il 30 Aprile scorso, in ogni parte d’Italia, quando persone che spesso neanche si conoscevano e adesso se non si rivedono sono prese da crisi di astinenza si sono incontrate per leggere, narrare, cantare storie di lavoro.
E’ stato, per molti versi lo è ancora, perché per fortuna sembra non finire mai, un successo incredibile. Perché si, il lavoro unisce, perché dove c’è lavoro non c’è solo fatica ma anche intelligenza, dedizione, bellezza.
Stiamo già lavorando alla seconda edizione, l’appuntamento è per il 30 Aprile 2015, Le mille e una notte del lavoro narrato, un titolo che è tutto un programma, o se volete tutta una follia, dato che proporsi di passare dai 100 eventi di quest’anno ai 1001 del 2015 non è da persone sane.

Diciamo che però io sono un pazzo fiducioso, un pazzo che crede nelle idee e nel lavoro, e anche un pazzo fortunato, dato che continuo a incrociare tanti pazzi come me sulla mia strada.

morettirnext14na8

Finisco ricordando Bob Dylan che nel 1964 cantava The Times They Are a- Changin’ per annunciare la rivoluzione che stava arrivando.
50 anni dopo, la nostra rivoluzione si chiama innovazione, comincia dalla testa delle persone, dalla loro cultura, dall’approccio con il quale fanno le cose.
Perché senza la rivoluzione dello spazzino che si mette scuorno, prova vergogna, se non pulisce bene il suo pezzo di strada, non ce la facciamo. E non ce la facciamo senza il vigile urbano e il fabbro, l’impiegato e lo startupper che si mettono scuorno se non fanno bene il loro lavoro.
Non ce la facciamo senza l’imprenditore che investe e innova perché si mette scuorno di chiamare competitività i salari da fame e i diritti calpestati.
Non ce la facciamo senza l’Italia che investe nella bellezza e nell’intelligenza, nella tecnologia e nel futuro perché si mette scuorno di avere più della metà dei suoi giovani senza lavoro, senza casa, senza autonomia, senza opportunità.

Forza, facciamo in modo che dalla nostra bella Napoli arrivi un messaggio forte al Paese, facciamole vibrare di idee, soluzioni ed emozioni queste mura così ricche di storia e di cultura, che ci sentano tutti e tutti comprendano che noi siamo gli innovatori, siamo quelli del lavoro ben fatto, e vogliamo cambiare l’Italia.

Questa mattina, mi son svegliato

E ho pensato alcune cose che mi fa piacere condividere con voi:

1. Sono contento che abbiano vinto Renzi e il PD. Da tempo il PD non è più il “mio” partito, ci ho pensato, ripensato e rimuginato, anche assieme ai miei figli, ma alla fine l’ho votato convinto. Tra Cina e Usa, solo gli Stati Uniti d’Europa possono impedire il declino del nostro continente, un’Europa lontana anni luce da quella delle banche, dell’austerità e del dominio della Germania, un’Europa da cambiare da cima a fondo ma non da abbandonare, e il voto al PD era e resta per me oggettivamente quello più coerente con questa esigenza di cambiamento – rafforzamento della visione europea.

2. Sono felice che abbiano perso Grillo e i 5 Stelle. Al di là delle percentuali, in un anno hanno perso oltre 3 milioni di voti, inseguendo questa idea del “o tutto o niente” che è dannosa persino nelle sale gioco figuriamoci in politica.
Se solo avessero avuto un po’ di buon senso e non avessero fatto naufragare ogni tentativo di dialogo oggi potremmo fare a meno di avere un pezzo di Centro Destra al governo e un altro pezzo che ancora può giocare a fare il padre della patria. E’ vero che in questo hanno inciso anche le scelte di Renzi e del PD, che non a caso non è più il “mio” partito, ma è anche vero che se la casa brucia e le porte da un lato sono tutte chiuse devo per forza uscire dall’altra parte, anche se devo passare per la stalla.

3. Sono  molto contento che la Lista Tsipras abbia raggiunto il quorum, ma è una contentezza emotiva, di vicinanza affettiva agli sforzi delle tante amiche e amici che si sono adoperati in queste settimane, cito per tutte l’eroica Paola Bacchiddu, e delle tante personalità che stimo e ammiro, questa volta faccio due nomi, Petrini e Strada, ma non è una contentezza politica, a me pare evidente che una o più formazioni e personalità che raccolgono il 4% dei voti quando vanno a votare il 57 % degli italiani confermano il fatto che questa idea di sinistra non ha nessun appeal e soprattutto nessun futuro politico in Italia, a parte naturalmente, quello a suo modo nobile anche se non è mio, della testimonianza.

4. Sono convinto che oggi più di ieri ci sia spazio per un partito di sinistra, come ho scritto un’altra volta “ho detto partito”, non movimento, gruppo, società civile, no, no, partito, nel quale naturalmente trovino spazio e iniziativa movimenti, gruppi, società civile, ecc., ma un partito vero, a due cifre, un partito del lavoro, di tutto il lavoro (dipendente, start-upper, artigiani tecnologi e tradizionali, auto impiego, popolo della partita iva) un partito che parli prima di tutto ai più giovani, un partito che non è alternativo al PD, che in un paese moderato come il nostro che il PD sia la forza principale di governo mi sembra la possibilità meno di centro che abbiamo, piuttosto un partito che lo costringa a un’alleanza a sinistra, che ad esempio non gli faccia perdere di vista il legame non solo etico ma anche materiale, concreto, pratico che c’è tra lavoro, autonomia e diritti delle persone.
Perché sì, se anche i ragazzi che hanno un lavoro stabile e una retribuzione regolata dal CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro) continuano a vivere con i genitori anche dopo i 30 anni perché proprio non ce la fanno a guadagnare 1100 euro a mese e a pagare affitto, bollette e tutto il resto è ovvio che l’economia non gira e il Paese non cresce.
Ecco, io credo che un partito del lavoro che percorra con coerenza e pazienza questa strada toglie voti all’astensionismo, alla sfiducia, alla defezione, all’idea che la politica è una cosa sporca, che se paghi le tasse sei un fesso e se hai i soldi sei uno buono, e toglie voti anche al M5S, che il 21% è comunque un’enormità per tutto quello che potrebbero fare e non fanno.

5. Nel 2015 compio 60 anni, e mi piacerebbe festeggiarli (anche) iscrivendomi a un Partito del Lavoro che abbia un’idea di Paese che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che sai e sai fare e meno valore a ciò che hai, e che lavori e contribuisca a formare una classe dirigente in grado di sostenere questa visione, ma questo lo sapete già, perciò mi fermo e aspetto che mi raccontiate cosa avete pensato voi, questa mattina, quando vi siete svegliati.

 

Bene, Brava, Bis

Caro Diario,
non so quante volte ce lo siamo detti che una buona vita è fatta soprattutto di tre cose: le connessioni che riesci a stabilire con altri esseri, come te, umani; i centimetri che riesci a vedere e a conquistare ogni giorno, che tanto quelli stanno dappertutto; la capacità che hai di individuare le principali, le cose che vengono prima, quelle che per te sono davvero importanti, che per questo sono poche altrimenti sarebbero tante come le subordinate. Eppure eccomi qua, come ogni volta che il pensiero accade, l’idea si concretizza in un piccolo grande fatto e io mi riscopro meravigliato, commosso, sconvolto dalla bellezza di quello che provo.
Oggi è successo grazie a mia nipote Sara, che mi ha scritto sulla chat di Facebook questo messaggio:

Ciao zio, tutto bene?
Ti ricordi quando sei venuto a Bologna per presentare il libro ti dissi che dovevo sostenere l’esame di organizzazione aziendale? E tu ci spiegasti la teoria del cestino dei rifiuti? Niente, volevo solo dirti che ho preso 30 e lode!
Un bacione, buona giornata!

Ecco, caro Diario, potrei fermarmi qui, ma voglio aggiungere che è per questo che nonostante i problemi non manchino io sono fiducioso per il futuro della nostra bella Italia, perché di ragazze e di ragazzi come Sara ce ne sono tante/i, ragazze/i, normali, che amano, vanno al cinema, hanno sogni e si impegnano per realizzarli. Dobbiamo avere più fiducia in loro, e soprattutto dare loro più opportunità, e vedrai che ce la facciamo.

Buona domenica caro Diario, e a presto.
saraedavide

Un due e tre, lavoro salva tutti

Andrea Mormile è un giovane fotografo che ho conosciuto qualche mese fa nel corso di un evento organizzato dal mio amico Antonio Gravina. Lui era lì per lavorare, io per raccontare un pò delle cose che facciamo con Alessio, Cinzia e tante altre belle persone  in giro per l’Italia alla ricerca del lavoro ben fatto.
Andrea è una persona educata e gentile, e tra noi si è creata un’istintiva simpatia e così nei giorni successivi ci siamo cercati su Facebook, poi lui mi ha mandato delle bellissime foto, poi ogni tanto quattro chiacchiere, poi mi ha raccontato della sua nuova creatura, l’Associazione Culturale Free Reflex fino a quando, nel primo pomeriggio di ieri, non mi manda la foto che vedete sotto, solo l’immagine, senza scritta, e mi chiede di mandargli una frase da mettere nella foto, che poi sarà stampata e troverà la sua pace appesa al muro del Bespoke Salon Succivo, il negozio gestito da Pasquale Collo, il papà del ragazzo ritratto.
L’idea mi piace, penso subito alla storia raccontata dal “Salone” in Testa, Mani e Cuore. La strada è lunga, il procedere è lento, accade sempre così quando non hai badget per portare avanti un progetto, quando le cose le devi pensare, le devi fare, le devi comunicare, le devi curare in proprio, però piano piano questa idea del lavoro ben fatto, delle cose fatte con testa, mani e cuore sta crescendo, “sta piglianno pere” come dicevamo da ragazzi a Secondigliano. Te ne accorgi dalle persone che scrivono queste tre paroline nei loro post sui social network, dal numero dei tag, dagli hashtag sempre più frequenti. E’ per questo che sono stato felice di poter contribuire a realizzare l’idea di Andrea, perché è un altro piccolo grande segno che la nostra storia, non la mia, di Alessio o di Cinzia, la nostra di tutte/i quelle/i che pensano che l’Italia o la salva il lavoro o non la salva nessuno. Il lavoro di tutti, dello scienziato e della maestra, del parrucchiere e della manager, del pizzaiolo e dell’architetto.
Grazie Andrea.

mormile44

Caro Babbo Natale

15 febbraio 2014
Caro Babbo Natale,
per favore non mi portare una cosa per un altra che, con tutto il rispetto, te la tiro indietro.
Sia chiaro che io per Natale ti ho chiesto un partito di sinistra, non di centro sinistra, con tutto il rispetto per Civati, che mi sta pure simpatico, ma la simpatia per quanto mi riguarda non è una caratteristica della politica.
Alla prossima.
Tuo affezionato Vincenzo

13 febbraio 2014
Caro Babbo Natale,
scusami se ti scrivo così in anticipo ma qui in Italia i tempi sono veramente duri e solo tu ci puoi salvare.
Per favore per Natale portami un partito di sinistra.
Lo so, me lo hai già fatto notare in un’altra occasione, detto così è troppo generico, e però mica puoi pretendere che io ti dica proprio tutto su come deve essere questo partito di sinistra, che poi se io lo sapevo mica lo chiedevo a te, facevo prima a farmelo da solo.
Facciamo così, veniamoci incontro, che solo tu mi sei rimasto come referente politico e non è che posso litigare anche con te: io ci provo a dirti come lo vorrei, ma così come mi viene, senza un ordine preciso e neanche tutto assieme, nel senso che ogni volta che mi viene una cosa da dirti te la scrivo qui, tu mi dai tempo fino al 25 giugno di quest’anno, così poi ti restano giusto sei mesi per fare quello che devi fare.

Allora, una cosa che sicuramente deve avere il mio partito di sinistra è che quando si elegge il segretario lo votano solo gli iscritti, mentre quando si indica un candidato premier lo votano tutti i cittadini. Con te non c’è bisogno di troppe spiegazioni ma è evidente che se a un iscritto non gli dai neanche l’esclusiva nell’elezione del segretario del suo partito lui non ha ragione di essere iscritto e il partito non ha ragione di avere un’identità.

Un’altra cosa che deve avere il mio partito di sinistra è che non può avere una sola persona che fa la/il segretario e la/il presidente del consiglio, come sai il lavoro da fare è tanto, e più donne e uomini ci sono al comando, ciascuna/o con la propria testa, con le proprie mani e il proprio cuore, e meglio è.

La terza cosa che deve avere il mio partito di sinistra è che deve essere di sinistra. Che vuol dire? Vuol dire meno valore ai soldi e più valore al lavoro. Meno soldi per le banche e più soldi per il lavoro. Meno soldi per le grandi imprese che poi se ne vanno o se ne ritornano all’estero e più soldi per i piccoli imprenditori, gli artigiani, i maker, a patto che rispettino le regole. Più soldi per le scuole. Tutele dei diritti delle persone. Tante ma tante ma tante opportunità in più per i giovani.

Dici da chi li prendi questi soldi? Dico da chi ce li ha. Dici che così è il libro dei sogni? Dico di no e aggiungo che anche se di mestiere non faccio il presidente del consiglio nei prossimi giorni cercherò di essere più preciso e anche di farti qualche esempio di come si potevano spendere i soldi e di come sono stati spesi senza che nessuno facesse niente perché da tanto tempo un partito di sinistra in Italia non c’è più.

Ecco, per stasera mi fermo, sono andato anche troppo avanti per la prima volta che ormai ho una certa età e devo andarci piano. Ci sentiamo presto, tu intanto comincia a pensare come devi fare per portarmi il mio partito di sinistra. E ricordati che ho detto partito, che io lo voglio proprio così, partito, non movimento, forza, società civile, partitini e gruppetti vari, partito, roba da voti a due cifre, radicamento su tutto il territorio nazionale, capacità di ascolto e di dialogo con tutti capacità di rappresentanza dei ceti e dei gruppi sociali di riferimento.
Dici che è difficile? Dico che se era facile non scrivevo a te.
Alla prossima.
Tuo affezionato Vincenzo

Me dispiace assaje

Carissimo Antonio mi dispiace un sacco.
Si, lo so, “sono cose che capitano”, me l’hai affettuosamente ricordato anche tu qualche minuto fa per telefono, capita che a uno gli prenda l’influenza e con l’influenza la febbre, e che un appuntamento preso da tanto tempo non possa essere onorato, però credimi il fatto che capita non ti è di grande conforto quando la persona a cui capita sei tu.

La verità è che mi dispiace assaje, Antò.
Mi dispiace per tutto il tempo, l’impegno, l’affetto che ci hai messo per costruire la presentazione del mio romanzo e il lancio de La Notte del Lavoro Narrato nella bella Narni, coinvolgendo prima le amiche e gli amici di Librarsi, il “nostro” (sì, anche se ne faccio parte solo nel mondo di Facebook lo sento anche un po’ mio) semicircolo ambulante di lettori, e poi Francesco de Rebotti, il sindaco della città.
Mi dispiace per le belle persone a cui avrei avuto il piacere di stringere la mano, di guardare negli occhi, di dire “ah sei tu che mi approvi i post quando scrivo qualcosa sulla pagina”, “ah, è con te che abbiamo condiviso quel libro o quell’evento”, “ah, ma allora possiamo sperare di avere il Comune di Narni tra i protagonisti della notte del 30 aprile 2014”.
Mi dispiace per le belle storie che avevo da raccontarvi, storie di persone vere, di donne e uomini normali che lavorano mettendo testa, mani e cuore in quello che fanno, donne e uomini che non hanno rinunciato a sperare in un futuro diverso per questa bella Italia.
Mi dispiace per le belle storie che mi avreste raccontato voi, perché tu lo sai bene, Antonio, che tu tieni la mia stessa malatia (con una t, come si dice a Napoli) chi scrive è un predatore di anime, di daimon, di belle storie, di ricordi.

Si, lo so, “non mancherà occasione”, e chi lo mette in dubbio, anzi, fai ancora una cosa per me amico mio, preannuncia al Sindaco e agli amici di Librarsi che io da fine gennaio sono disponibile a venire a Narni per discutere di tutto quanto riguarda l’organizzazione de La Notte del Lavoro Narrato. Detto questo posso aggiungere che il fatto che “non mancherà occasione” non diminuisce di una virgola il mio disappunto?

Mi fermo qui. Si, perché adesso ti tengo davanti agli occhi che mi guardi con il tuo sorrisetto modello “Vicié, non ricominciare daccapo”. No, tranquillo, non ricomincio, mi fermo veramente. Anzi no. Perché prima devo dire a te, alle amiche e agli amici di Librarsi, al Sindaco e a tutte le persone che domani avrebbero partecipato al nostro incontro un grande grazie. Come a volte piace fare a me. A prescindere.

Un abbraccio fortissimo Antonio.
Ti voglio bene.
vincenzo

antonio

La lettera di Natale

Lo sapevo. L’ho letta e ho pianto. Tanto. Proprio come nei telefilm. A calde lacrime. E secondo voi perché non ho voluto leggerla ieri sera? Già Nunzia e Paola si sono trattenute che fosse stato vivo papà avrebbe detto “‘O Pataterno ‘o ssape e a Maronna ‘o vede”, lo sapete com’è, in certe situazioni basta poco, piange uno piangono tutti, e quello andava a finire che si bagnava pure il baccalà fritto e buonanotte ai suonatori.
Scusate, non vi ho detto ancora che sto parlando di una lettera, che quello magari l’avete anche intuito, ciò che non potete immaginare, a noi ci ha lasciati letteralmente senza fiato, è che la lettera, postuma, è di mia madre.
Com’è andata la faccenda me lo sono fatto raccontare stamattina da Flavia, mia nipote, la figlia di Nunzia, 16 anni, che anche questo aspetto qui non è per niente banale, perché è stata lei la complice della nonna in questa incredibile, meravigliosa faccenda.
Facciamo così, lo racconto a voi come Flavia l’ha raccontato a me, così viene meglio e facciamo prima.

“Zio, è stato nei primi mesi del 2013, la nonna stava già male ma non ancora nella fase più acuta, però lei se lo sentiva dentro che doveva morire, e un giorno che sono andata a trovarla e stavamo da sole mi ha detto:
Flavia, tu sei l’unica persona che in questo momento mi può ascoltare e fare quello che dico io senza tradire i propri sentimenti, perché mi devi aiutare a scrivere una lettera per i miei figli e tu questo fatto non lo devi dire a nessuno, neanche a tua madre, devi tenertelo per te, quando sarà il momento loro capiranno da soli. 
Flavia, non voglio lasciare tristezza in loro, voglio che rimanga un bel ricordo di me, voglio dire loro quanto gli voglio bene e quanto sono loro grato per tutto quello che fanno per me, perciò mi raccomando non la lettera non dargliela dopo il funerale, dagliela in un momento di gioia, un momento in cui state tutti assieme.
Dopo di che mi ha spiegato come doveva essere fatta la lettera, in buona sostanza me l’ha dettata, perché mentre lei parlava io ho preso carta e penna e l’ho scritta, dopo di che quando l’ho stampata e in un’altra occasione gliela ho letta, lei ha voluto correggere alcune cose, però io queste correzioni le ho fatte ha penna, perché non ho voluto che andassero perdute le parole che nonna mi aveva detto precedentemente”.
Ecco, prima di continuare con la lettera fatemi dire solo che considero 
letteralmente e senza esagerare un grande onore avere una nipote come Flavia, una ragazza che a 16 anni ha il carattere per reggere una situazione di questo tipo, rispettare la volontà della nonna, interpretarla (perché la nonna testimone di geova non può dire dagliela a Natale ma se dice dagliela in un momento felice quando stanno tutti assieme vuole dire a Natale) e in più non dire niente alla madre che mia sorella è una donna meravigliosa ma io, proprio io Vincenzo, non io al posto di Flavia,  avrei avuto problemi a non dirle niente di una storia così.
Ecco, adesso posso condividere qualche riga della lettera, che tutta non si può, ma sono sicuro che mi capite, racconto un po’ dell’amore di mamma per tutti noi, e le cose che ha scritto a me, altro non posso e non voglio fare. Buon Natale.
Se state leggendo questa lettera significa che io non sono più tra di voi. […] Per prima osa foglio ringraziarvi uno a uno e trasmettervi l’amore che nutro nei vostri confronti. Sarebbe stupido non cominciare dai figli che sono la parte più importante (i pezzetti della mia carne) e ora come ora sono la parte più importante di me … e quella viva. 
Partiamo dal più grande, Vincenzo, sei sempre stato un uomo pieno di virtù e di amore, sai fare dei tuoi difetti dei punti di partenza per creare qualcosa di stupendo, che nessuno ha mai visto prima, sei il figlio che ogni madre vorrebbe avere, ed ora che non ci sono più, ti affido il compito più difficile di tutti: fare il capofamiglia, ama tuo fratello e tua sorella come se parte del tuo stesso corpo, comportati da padre e falli vivere come non hanno mai fatto fino ad adesso, e comportati da madre (tu che a volte ti senti più donna) e falli sentire come se io non me ne fossi mai andata.
Poi Antonio, figlio mio, sei sempre stato […].
Gaetano, carne della mia carne, mio dolce bambino ti hanno strappato da me […].
Infine c’è Nunzia, la mia piccola Nunzia, tu che sei sempre stata […].
Ed ora mi rivolgo a voi nipoti cari: Davide e Sara, Luca e Riccardo, Jhonatan e Valerio, Flavia e Angelo Emanuele […].
Ed infine mi rivolgo a Paola, Alberto, Cinzia, Ivana e Laura […].
Concludo questa  lettera dicendovi che nonostante io non sia al vostro fianco durante il vostro cammino, nonostante io non abbia più la facoltà di abbracciarvi, baciarvi, io, anche se voi non mi vedrete, sarò lì a sostenervi con le mie braccia, quando la vita sembrerà avervi abbandonato io vi terrò per mano così forte da farvela sanguinare, e quando sarete tristi vi abbraccerò cosicché voi non sentiate la mia assenza. Vi amo tutti e vi amerò per sempre, perché anche per chi non ci crede il “per sempre” esiste, l’amore batte la morte. 
Firmato:
La vostra amata madre, nonna e suocera Fiorentina.

Mamma e Flavia, qualche anno fa
Mamma e Flavia, un paio di anni fa

Post. Spot. Stop. Per ora.

lagamba68Per le amiche e gli amici sulla ruota di Napoli: Regalatelo. Regalatelo. Regalatelo.
Avete tempo fino a domani alle 18.00. Catapultatevi in una libreria Feltrinelli, che lì sono sicuro che c’è, e non rinunciate all’opportunità di donare alle persone a cui volete bene Testa, Mani e Cuore.

Per le amiche e gli amici su tutte le ruote:
Cercatelo in fretta nelle librerie, che ne sono rimaste poche copie.
E se non lo trovate? Compratelo sui siti Amazon, Feltrinelli, Ibs o dove vi pare.
Se per Natale non fate più in tempo c’è sempre la Befana! 

Caselle in Pittari

Venerdì 20 Dicembre
Ma sì diciamolo, il viaggio è andato meglio del previsto. 15 minuti di ritardo, per un regionale cosa vuoi che siano, giovedì il treno AV da Reggio Emilia ne ha presi quasi 20. Mi sono seduto e ho potuto persino lavorare per 2 ore buone, che non è che era tanto scontato.
Alla stazione di Sapri sono arrivato alle 15.27, c’era ad attendermi Rocco. Un abbraccio forte, che dal vivo è sicuramente meglio che in calce a una mail. La richiesta, mia, di trovare un posto per comprare un panino, e la risposta, sua, che il panino è meglio se lo mangio a #Cip.
Mentre saliamo su non so che guardare, la costa, il cielo, il sole, il mare, la bellezza scorre potente nel Cilento. 25 minuti e ci siamo, prendi la stanza nella pensione, mangia il panino, “a finale” manca poco a las cinco de la tarde quando mettiamo piede a InOutLab.
Starò qui fino a domenica, ho del lavoro da fare e da solo non sono capace, la skill “infografica” per adesso non ce l’ho, la dead line non mi dà scampo e confido in Benevento san, ma sì, se preferite san Rocco, pe’ tirà stu cap ‘nterra.
Lavoriamo fino alle 9.30 p.m., poi propongo di andare a cena da Mario, Ristorante Zì Filumena, Rocco, Jepis e Antonio, 3/4 di InOutLab  che il 4/4 vive a Roma e lo conosco appena, mi dicono subito di sì.
Non vi racconto tutta la cena, mi limito a due parole e una foto. Le due parole sono uova e cigoli, la foto la potete vedere da soli. Ah, no, ci sta pure un commento finale, l’ho scritto sui social network, Grazia, la mamma di Mario, me la sono baciata, me la sarei sposata anche, insomma ci siamo consolati.
E’ la 1 a.m. quando vado a letto, ho il mal di stomaco ma ce l’avevo anche la sera prima senza mangiare, questa faccenda dello stomaco, e della pancia, si sta facendo seria, è davvero ora di prendere provvedimenti, ma di questo parliamo un’altra volta.

cigoli1

Sabato 21 Dicembre
Sveglia alle 6. Mi accade sovente anche a Napoli, nonostante io abiti sulle scale e a quell’ora dalle mie parti non si senta volare una mosca. La differenza è che qua anche se avessi voluto dormire fino alle 6 e 1 minuto non sarebbe stato possibile, alle 6 in punto suonano tante di quelle campane che ti sembra abbiano dormito di fianco a te tanto le senti vicine. Poco male comunque. C’è da pensare come organizzare il lavoro, Rocco è molto bravo e ce la mette tutta, ma quello che abbiamo da fare non è semplice, i dati sono tanti e non sono omogenei, rischiamo di finire in un vicolo cieco.
Mi ero lasciato un piccolo margine per tornare sabato sera invece di domenica, il margine non c’è più, bisogna lavorare duro. Mentre penso scendo a fare colazione, avverto la signora del bar che quello che sta per fare è l’unico caffè che prenderò nel corso della giornata, dunque ci metta tutto l’amore e l’impegno necessario.
La signora sorride, è gentile, empatica, comunque l’avvertimento fa il suo effetto, il caffè è eccellente, che poi io lo prendo anche amaro, e senza zucchero il caffè quando non è buono non si può proprio bere.
Siamo alle prese con numeri, tabelle e grafica per tutto il giorno, dalle 8.45 a.m. alle 9.20 p.m., Rocco lo faranno davvero santo, perché io sono esigente, preciso, meticoloso, va bene, ho capito, usiamo la parola giusta, insopportabile.
Naturalmente non siamo macchine, nel senso che ogni tanto facciamo una chiacchiera, ci sono La Notte del Lavoro Narrato da organizzare, il nuovo progetto da mettere in cantiere, o mangiamo un dolcino, o commentiamo il fatto che le ragazze e i ragazzi del Suor Orsola Benincasa si stanno davvero superando con le loro proposte sul lavoro ben fatto. Ad oggi abbiamo circa 70 racconti che pubblicheremo molto presto su Timu Le Vie del Lavoro, 1 set di foto, e due video che invece di fare tante chiacchiere ve li pubblico qui , alla fine della giornata, così lo vedete da soli quanto sono belli.
Sempre della serie “storie di ordinaria umanità” a pranzo abbiamo mangiato tutti a casa di Rocco assieme alla mamma, al papà, alla sorella Sara e alla nonna, proprio tutti no, nel senso che non c’era Jepis, però l’abbiamo sostituito con Rossella così non ci siamo sentiti soli. La sera la pizza, ancora senza Jepis, che lui non si accontenta di  studiare, di lavorare, di progettare, quando può il sabato va anche a fare il cameriere, come Antonio fa le app, il presidente della Pro Loco, aiuta il papà con le olive in campagna e tanto altro ancora, o Rocco che è archivista, sviluppa siti web, si occupa dei e-commerce, fa il batterista in un gruppo Metal, I Quasar Post Mortem, o l’altro Antonio, Pellegrino, il presidente della cooperativa, che pure lui l’avevo incontrato alle 7.00 a.m. che stava per andare nei campi e adesso siamo qui che ci guardiamo un pezzo della partita del Napoli, che poi è finita come è finita, un pari e nulla più, e poi per strada a chiacchierare di politica, di internet, di filosofi, di futuro.
 

Domenica 22 Dicembre
Ho un treno che parte alla 1.12 p.m. da Sapri. Intercity 555 con arrivo previsto a Napoli Centrele alle 3.14 p.m. Con Rocco ci siamo visti alle 8.05 a.m., io sono su dalle 6.00 che le campane sono precise, per la miseria se sono precise. Alle 7.30 a.m. faccio anche una passeggiata lungo il viale, che poi a #Cip lo chiamano la piazza, che se volete sapere perché leggete Testa, mani e cuore.
Ancora 4 ore di lavoro, cominciamo a carburare, succede sempre così, le idee migliori ti vengono alla fine, Rocco disegna e salva e propone e aggiusta e risalva perché io nel frattempo mi sono dimenticato di una cosa e bisogna rifare la tabella da capo.
Alle 10.20 a.m. mangiamo un pasticcino, alle 12.10 copio i file sul mio mac, pago la pensione, saliamo in macchina, ci diciamo come procediamo che il lavoro non è mica finito e alle 13 in punto sono in stazione.
Saluti e gratitudine. Tanta. Sincera. Ci ritorno presto a #Cip. Ancora devo andare via e già mi manca.

p. s.
L’Intercity è arrivato a Napoli in perfetto orario. Miracolo. Miracolo.

E no che non mi incazzo

Ho promesso a me stesso di non arrabbiarmi più.
No, non è tanto per dire, lo so che non è facile, che ci metterò tempo, ma ci riuscirò.
Quando hai alle spalle anni (avete letto bene, anni) nei quali la vita ti ha costretto a fare i conti con l’incubo, ti ha strappato pezzi della tua umanità, pezzi di te, basta poco per farsi prendere dalla paura, dal timore che nuove sciagure, peggiori di quelle che hai appena vissuto, si possano abbattere su di te.
Perché sì, la paura ti prende, almeno a me è capitato così, ti porta ansia, notti tormentate, mal di stomaco e di pancia e poi un certo punto ti riscopri a pensare a cosa può diventare la tua vita se quello che temi diventa realtà. L’inferno. E’ lì che trovi la forza, almeno a me è capitato così, per cacciare dalla testa i cattivi pensieri, per dirti “vedrai che non è niente, il ragazzo sta bene, sono tutti problemi inutili che ti stai creando tu”, per fare finta di crederci, per promettere a te stesso che se va tutto bene, come sicuramente sarà, non ti arrabbierai più.
Come diceva papà? ‘A vita e ‘nu muorzo. Appunto, basta niente per sconvolgerla, ma sconvolgerla veramente, e quando hai passato quello che ho passato io, e siamo in tantissimi ad averlo passato, specialmente dalle mie parti, non puoi permetterti di continuare a vivere, a fare le cose, come vivevi e le facevi prima. Ecco è per questo che non mi incazzerò più, che ce l’ha farò. Non sarà facile, ci metterò il tempo che ci vuole, ma ci riuscirò. Soprattutto adesso che le mie paure si sono dissolte.
Come dice Yoda al giovane Luke? La paura, la rabbia, sono il lato oscuro della forza. Appunto. Molto meglio farne a meno. 

p.s.
Come diceva Eduardo, c’è la parola giusta, usiamola. Ho detto che non mi arrabbio, no che non mi indigno, non mi ribello, non mi organizzo, non lotto, non continuo a portare il mio mattoncino per cercare di cambiare il mondo. Questo per la precisione.

  

Sono un uomo fortunato. Nuovo episodio.

Felicia Moscato è stata una mia studentessa un po’ di anni fa. Ed è l’autrice della mail che potete leggere qui sotto. Credo non ci sia bisogno di spiegare il titolo del post,  basta leggere e si capisce da sé. Perché vi racconto tutto questo? Perché sono contento, e mi fa piacere condividere la mia contentezza con voi. E perché penso che se poi magari uno ci pensa si rende conto che …

 

Prof, mi sono appena svegliata e dovevo scrivervi di corsa …
Stanotte vi ho sognato … ero a Roma … in vicolo molto antico di Piazza San Pietro, credo perché si vedeva il Papa … per sbaglio son entrata in un negozio antico di un vecchio artigiano di orologi a cucù … trovo voi e … vostro padre …
Vostro padre era arrampicato su una scaletta che cercava delle cose in uno scaffale … io appena l’ho visto vi ho chiamato da parte e vi ho detto che li, in un appartamento vicino, c’era vostro fratello, che voi credevate scomparso. Questo vostro fratello però, non era scomparso ma aveva scritto un libro, bellissimo a mio dire …
Parlava di qualcosa che c’entrava con gente vecchia e nuova. La cosa che mi aveva colpito di più è che nel libro venivano usate le parole meraviglioso, stupefacente, innovatore.
Ecco, ho detto tutto mi pare. Voi come state? Era da tempo che non vi sognavo, dall’epoca dell’uscita di Testa, Mani e Cuore. Fatemi avere vostre notizie.
Felicia

16 Novembre 2013. La sera del lavoro narrato. Residenza Rurale l’Incartata

incartataMichele Sica Bosconauta, con un bel post sul suo bellissimo blog, la serata l’aveva presentata così: Sabato 16 novembre inauguriamo le AppetitoseConversazioni alla Residenza Rurale l’Incartata: l’incontro tra coltura e cultura, il piacere della buona tavola, sana autentica e naturale che incontra il piacere della mente, buone letture che saziano l’anima e cambiano il mondo. […] La serata prenderà il via alle 19 con la coinvolgente e travolgente presentazione di Vincenzo Moretti e delle storie di lavoro lette dal suo romanzo, ma il lavoro ben fatto sarà narrato anche a tavola, con i piatti della nostra tradizione tutti provenienti dal nostro orto e dalla rete di contadini e pastori locali della #cumparete. Il costo della cena comprensivo di una copia del romanzo è di € 20. Gradita la prenotazione.

Strada facendo, ho pensato che tutto questo mi piaceva un sacco etmcsmall che però si poteva fare di più. Ma sì, mi sono detto, visto che non lo fai certo per denaro e che il senso di tutto questo tuo girovagare in lungo e largo per Napoli, la Campania, l’Italia sta nella voglia di contribuire con il tuo mattoncino a diffondere la cultura del lavoro ben fatto e a mettere in relazione un po’ di belle persone, di belle idee, di bei fatti, perché non cogliere l’occasione per chiedere a chi parteciperà di leggere, narrare, cantare una storia di lavoro? Qua l’ho pensato e qua mi è venuto il titolo, La sera del lavoro narrato, che poi se vogliamo può diventare anche la notte, tanto il giorno dopo è domenica, chi ci dice niente.

A proposito di connessioni, di belle persone, di cose fatte con la testa, con le mani e con il cuore: non vorrei dire, ma anche quello che potete vedere nel video qua sotto è avvenuto dalle parti di
Residenza Rurale L’Incartata. Vale quando semini grani antichi, vale quando fai il pane e vale quando racconti il lavoro ben fatto.
Ecco, vi ho detto quasi tutto, che tutto quando le cose sono così belle se non le vivi non lo puoi dire. Spero siate in tante/i a partecipare ma naturalmente spetta solo a voi scegliere. Pillola azzurra, fine della storia: domenica vi sveglierete in camera vostra e crederete a quello che vorrete. Pillola rossa, sabato ci incontriamo nella residenza delle meraviglie e vedrete quant’è profonda la tana del bianconiglio. Vi sto offrendo solo la verità, ricordatevelo. Niente di più.


Per Prenotare

Come raggiungere la Residenza Rurale l’Incartata

Luigi, Monica, l’Iperico and Me

liperico1

Di Monica Zunica mi aveva parlato il mio amico Luigi Morra, che in varie puntate mi aveva raccontato della scelta di vita che aveva fatto insieme al marito e ai figli, della decisione di lasciare Napoli per andare a vivere tra i boschi del Molise, del progetto di creare una biblioteca, dell’inaugurazione, lo scorso 29 settembre, della Associazione Culturale L’Iperico, uno spazio aperto a tutti coloro che desiderano condividere libri, musica, letteratura, cinema, arte, teatro e molto altro.

Il resto mi è capitato come mi accade sovente, per genio e per caso, la mia solita visita a La Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri, l’incontro con Luigi, io che gli dico che ci sto pensando da quando me ne ha parlato e ho una voglia matta di andare a vedere questa libreria nei boschi molisani, lui che mi risponde “vieni, Monica è qua, te la presento”, io che dico ancora aspetta, prendo una copia del libro e gliela regalo, lui che mi fa “l’ho già presa io, gliel’ho portata il giorno dell’inaugurazione”.

Finalmente l’incontro, le chiacchiere intorno a L’Iperico e a La Notte del Lavoro Narrato, lo scambio di mail, l’impegno a ritrovarsi su Facebook, i saluti affettuosi.
Sono stato contento tutto il pomeriggio, i contatti via Facebook ci hanno permesso di scambiarci link e briciole di idee, fino a martedì scorso, quando Monica mi ha scritto questo:
Mio caro Vincenzo, sto leggendo Testa, Mani e Cuore e lo trovo incantevole. E’ tale perché è vero come credo sia tu. Una persona vera. Onoreresti il mio spazio con la tua presenza? Quando vogliamo organizzare?
Un abbraccio.
Monica

Ve lo dico cosa le ho risposto? Certo che ve lo dico, questo:
1. l’onore resta mio (ah, il vecchio Morpheus, cosa farei senza di lui).
2. proponimi un paio di date e ne scegliamo una.
Resto in trepidante attesa.
Ricambio l’abbraccio.
vincenzo

L’altro ieri, Giovedì, tocca di nuovo a lei, che mi avverte che la data giusta è Sabato 30 Novembre, che anche Luigi sarà della partita, che se per me va bene chiudiamo così.
Per me non va bene, va benissimo, sono troppo contento.
Ve lo prometto, poi vi faccio sapere come è andata.

To Work

La colonna sonora de “La tela e il ciliegio” ha un ruolo fondamentale nella riuscita del documentario. Dopo le prime giornate in bottega passate ad osservare Antonio Zambrano al lavoro abbiamo capito quanto i suoni, ascoltabili in quell’ambiente in parte protetto dai rumori del paese, avessero un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo artigiano. Nei mesi passati in bottega con lui l’ebanista ha avuto noi come compagnia. Ma nel lavoro quotidiano, per 70 anni e più passati a modellare il legno, ha avuto come voci e come risposta i rumori che ci siamo ripromessi di farvi ascoltare nel documentario. Qui potete leggere cosa ha fatto Paolo Petrella con To Work, la colonna sonora da lui creata per “La tela e il ciliegio”.
 

La musica del lavoro.  Paolo Petrella parla di “to work”

Parlare di musica è sempre difficile, se non addirittura sbagliato. Per “la tela e il ciliegio” il mio approccio è stato estremamente istintivo, il rumore del lavoro trasformato in colonna sonora del racconto del lavoro. In fin dei conti è un po’ lo stesso processo della regia.

Di per sé la vita di Antonio Zambrano è lunga 90 anni, il racconto, la regia, sceglie determinate immagini, e le mette in sequenza, a volte le trasforma. Lo stesso vale per il suono del lavoro. I suoni sono molti, e il mio lavoro consta nel selezionarli, scegliere la sequenza, a volte trasformarli. Questo riguarda in particolare il primo pezzo, analog work, che racconta il lavoro dell’artigiano e i suoi suoni.

Il secondo pezzo invece, partendo sempre dai suoni reali del lavoro di artigianato, li trasforma in suoni digitali, sfruttando i glitches, i difetti digitali degli strumenti elettronici, quelli che possiamo definire errori del sistema (A glitch is a short-lived fault in a system). Questo percorso, trasformare il suono analogico in difetto digitale, mi sembrava perfetto per raccontare la trasformazione del lavoro di artigianato reale (il legno, le schegge, il sudore) in artigianato digitale. MI sembrava perfetto per raccontare come sia cambiato il rapporto delle persone col lavoro e come, in un certo senso, sia rimasto qualcosa di simile: l’appassionarsi.

Questo credo che Alessio volesse raccontare nel suo lavoro, e questo ho cercato di sottolineare io nella colonna sonora. L’ultima traccia sovrappone le due precedenti, credo che così si raggiunga il risultato finale, la conclusione del discorso. I due modelli coesistono, uno è un modello passato e forse sta scomparendo, ma resta in qualche modo nelle modalità presenti, nelle nuove forme che il tempo necessariamente crea.

Prufessò, scusate, ma allora perché lo fate?

L’incontro a via Chiaja, qualche giorno fa. Come purtroppo mi accade sempre più sovente, non ricordo chi è né, ovviamente, come si chiama. Neppure la prima parola che dice, “prufessò”, mi  permette di inquadrarlo, alla voce “università” non ci sta bene, devo averlo per forza incrociato da qualche parte, meglio non pensarci e stare attento a non fare brutte figure.
“Prufessò, ve state facenno ‘e sorde, eh?, sono contento, ve lo meritate, siete una brava persona.  Mio padre mi racconta sempre che anche quando stavate alla Cgil eravate così”.
“Ringrazio te e tuo padre per i complimenti, ma di quali soldi parli?”.
“Prof., io vi seguo su Facebook, sono un vostro tifoso, so tutto di voi: il romanzo che avete scritto, le recensioni che state avendo sui giornali, i lettori entusiasti, tutte quelle presentazioni, e mica è una cosa brutta avere successo e mettersi in tasca un po’ di soldi”.
“Guarda che sei fuori strada. A parte che “avere successo” è una parola grossa, e che per fare soldi con i libri bisogna venderne tanti, ma proprio tanti, così tanti che tu nemmeno te lo immagini, per quanto riguarda me i soldi non li farei neanche in quel caso, perché per ragioni  troppo lunghe da spiegare non ricevo diritti d’autore.”
“Cosa vuol dire?”
“Vuol dire che dal punto di vista economico io non ci guadagno niente, indipendentemente da quello che si vende. Per dirla come va detto ci rimetto soldi miei, per viaggiare, per mangiare, quando serve dormire, le copie che regalo agli amici e così via discorrendo”.
“Prufessò, scusate, ma allora perché lo fate?”.
“Scusami, adesso non ho tempo, ho un appuntamento e sono in ritardo, sarà per un altra volta. Ciao, e salutami tanto tuo padre”.
Dite che sono stato un poco antipatico? Non sono d’accordo, e vi spiego perché:
1. L’appuntamento e il ritardo erano veri.
2. Parlare senza sapere con chi stai parlando è già complicato quando si tratta di convenevoli figurarsi quando la discussione è seria (lo so che potevo dirgli “scusa ma non mi ricordo chi sei”, a volte lo faccio, ma bisogna farlo subito, quando la discussione ha preso il suo corso fa brutto).
3. Dire che lo faccio perché credo nella possibilità che il lavoro ben fatto possa cambiare la cultura e il destino del mio Paese, che continuo ad amare nonostante tutti i contorcimenti di stomaco che mi provoca ogni giorno; perché tutto questo contribuisce a dare senso alla mia vita; perché mi piace farlo; perché in questo modo stabilisco connessioni con un sacco di bella gente in giro per l’Italia è davvero importante, molto, ma soltanto per me.
4. La ricerca che stiamo portando avanti Alessio, Cinzia, Gennaro e i maestri artigiani di Castel San Giorgio, Jepis e le band di #Cip e di  #CampDiGrano, Giuseppe e la sua pasta di Gragnano che ottiene l’IGP, le ragazze i ragazzi della Bottega Exodus Ahref di Cassino, Gennaro e il suo dromedario da corsa, Santina, Costantino, io e tante/i altre/i persone in giro per l’Italia che a citarle/i tutti ci vuole un libro, mira a dimostrare proprio che quelle/i che pensano e agiscono come noi sono tante/i, ma così tante/i che neanche ce lo immaginiamo, e che se scelgono di connettersi, raccontarsi, rappresentarsi, agire, con la testa con le mani e con il cuore possono diventare egemoni – lo posso dire?, nel senso gramsciano del termine – e cambiare l’Italia.
5. Fare bene le cose è il nostro approccio, ridare valore al lavoro e cambiare l’Italia il nostro  obiettivo.
6. Per quanto mi riguarda, spero di farcela, lavoro per farcela, ma non ho bisogno di farcela, almeno non per forza. Ci sono strade nella vita che vale la pena di percorrere “a prescindere”. Per quanto mi riguarda, questa è una di quelle.

That’s all, folks. Almeno per ora.

Ci vediamo il 30 Aprile 2014

La Notte del Lavoro Narrato. 30 Aprile 2014.
Proponete la vostra iniziativa e partecipate inviando una mail a: lavoronarrato@gmail.com
E intanto godetevi il film della notte magica di Caselle in Pittari e vivete con noi le facce, le storie, le musiche che ci hanno accompagnato per le strade del paese.
Buona visione.

Grazie Federico

Questo il messaggio che il mio giovane amico Federico Cuozzo mi ha appiccicato sulla bacheca Facebook:
“Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione. Dove tieni la mano, devi tenere la testa, dove tieni la testa, devi tenere il cuore, altrimenti non diventerai mai un bravo artigiano.
Ogni giorno ci penso e ci ripenso. Ora che mi sono diplomato e che sto entrando nel mondo del lavoro ci penso ancora di più. Son sicuro che non la finirò più di ringraziarLa per l’intervento che avete fatto nella mia scuola.
Grazie mille.”

Questa la mia risposta:
“Grazie a te, Federico. Le tue parole sono di quelle che danno senso a una vita. Sono commosso.

Questa la sua replica:
Penso che nella vita le parole che si dicono a noi stessi possano solo aiutare, ma le parole di incoraggiamento di persone “estranee” possono solo amalgamarsi alle altre e sostenere coloro che nella vita ci credono e che vogliono dare un senso a questa vita.
Qui si parla di crisi. Indubbiamente c’è, si vede e si sente. Ma forse, il più delle volte, la crisi sta dentro di noi. La crisi è nella Testa, nelle Mani e nel Cuore. Io sono convinto che, invece, la crisi, soprattutto dentro di noi, si possa e si debba eliminare, cacciare. Nella Testa, nelle Mani e nel Cuore c’è bisogno di vita. E questa vita non può non essere alimentata da queste belle parole a cui penso giorno dopo giorno.

Questo l’antefatto:
San Giorgio a Cremano (Na), Lunedì 13 Maggio 2013 ore 10.00. Istituto Tecnico Enrico Medi.
Incontro sul lavoro ben fatto. Testa, Mani e Cuore. Il lavoro che cambia l’Italia.
Guest: Annunziata Muto e Biagio Formisano

Questa la seconda parte della citazione in quarta di copertina di Testa, Mani e Cuore (la prima parte è quella citata da Federico):
“Funziona proprio come nelle costruzioni, che per quanto il castello dei fantasmi, la nave dei pirati o l’astronave degli Jedi, una volta che hai finito di costruirli, ti appaiano impeccabili e magnifici e perfetti, per farli hai dovuto incastrare i diversi mattoncini uno a uno, e hai dovuto farlo nel modo giusto, perché altrimenti non ce l’avresti fatta a fare quello che volevi fare.”

Questa la mia considerazione finale:
E’ da metà marzo di quest’anno, con l’uscita nelle librerie del mio romanzo, che vado in giro per l’Italia a raccontare che non sono un matto ma un portatore di mattoncini, Ecco, quando dici una cosa ne sei convinto e ti rendi conto persino di riuscire a comunicarla questa tua convinzione, però è quando un ragazzo come Federico ti scrive un messaggio come quello che ha scritto lui che ti rendi conto che il sogno che porti in giro per l’Italia non è un sogno, è realtà.
Perché “[…] nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri”.
Grazie Federico.

La Notte del Lavoro Narrato. Caselle in Pittari

di Rocco Benevento e Vincenzo Moretti

LA NOTTE DEL #LAVORONARRATO  #CAMPDIGRANO 2013
17 LUGLIO 2013 – ANTEPRIMA NAZIONALE

«Tutti insieme, a partire dalle 21.00 di mercoledì 17 Luglio, e fin quando ne avremo, ci incontreremo nelle strade, nei vicoli, negli angoli, nelle case di Caselle in Pittari per leggere, narrare, ascoltare, dipingere, cantare storie di lavoro.»

Più che spiegare cosa sarà LA NOTTE DEL #LAVORONARRATO ci terremo a spiegarvi i “perché” che spingono, incitano, imprimono in noi l’incontenibile passione che prende forma nell’organizzazione di questa serata dedicata interamente a questo protagonista.
Tanti questi perché che abbiamo difficoltà ad elencarli; proviamo così a raccoglierne una parte in uno strumento che tanto c’è caro proprio per la sua unicità nell’universo del racconto:

Il libro dei perché
Perché vogliamo raccontare l’Italia che pensa lavoro, dunque valgo, merito rispetto, considerazione.
Perché ci piace l’Italia che dà più valore al lavoro e meno valore ai soldi, più valore a ciò che si sa e a ciò che si fa e meno valore a ciò che ha.
Perché raccontando storie è possibile attivare processi di innovazione e incrementare il valore sociale delle organizzazioni e delle comunità nelle quali lavoriamo, studiamo, giochiamo, amiamo, in una parola, viviamo.
Perché ci piace l’Italia del barista e della scienziata, dell’artigiano e dell’impiegata, del musicista e dell’operaia, del ferroviere e della manager, dell’apicultore e del meccanico che con il loro lavoro, con l’intelligenza, l’amore, l’impegno che mettono nelle cose che fanno, possono determinare le condizioni per determinare il cambiamento culturale di cui il Paese ha bisogno.
Perché ci piace l’approccio dell’artigiano, quello che ti fa provare soddisfazione nel fare bene una cosa «a prescindere», qualunque cosa essa sia: pulire una strada, progettare un centro direzionale, scrivere l’enciclopedia del dna.
Perché siamo persone in cerca di una cultura, di una vocazione, di quella «cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo», come diceva Josephine Baker.
Perché «le storie che raccontiamo alla fine si prendono cura di noi. A volte una persona per sopravvivere ha bisogno di una storia più ancora che di cibo. Ecco perché inseriamo queste storie nella memoria gli uni degli altri. È il nostro modo di prenderci cura di noi stessi» (Lopez, 1999).
Perché «un racconto non è solo un semplice susseguirsi di eventi, ma dà forma al trascorrere del tempo, indica cause, segnala conseguenze possibili» (Sennett, 2002).
Perché abbiamo bisogno di mille, diecimila, centomila Omero pronti a testimoniare, raccogliere, raccontare, socializzare le storie di lavoro che vogliamo diventino la colonna sonora del nostro futuro.

L’anteprima nazionale, per chissà quali variabili astrali o chissà, magari per semplici affinità morali e culturali, composte da persone e da incontri non programmati, prenderà vita nell’entroterra Cilentano, nel profondo Sud Italia, tra i suoi paesaggi e con le persone che lo popolano, in “paese“: Caselle, dove prende vita, grazie sopratutto al lavoro, il #paliodelgrano e il #campdigrano; in una notte da ricordare e far ricordare.

La notte di Caselle
Caselle in Pittari, le sue case, le vie, i vicoli, l’anello intorno al Paese creato da via Indipendenza, i cinque angoli nei quali dipingeremo, leggeremo, narreremo, canteremo storie di lavoro, faranno da palcoscenico a questa notte straordinaria che avrà come protagonista la passione delle persone per il lavoro.

Come ogni buon racconto che si rispetti, oltre ad avere un luogo dove si svolgono i fatti, avrà anche dei protagonisti che saranno uniti durante il loro viaggio, proprio come una compagnia:

La compagnia dell’anello
Adriana Cappelluzzo, Antonio La Gamba, Michele Granato, Antonio Pellegrino, Giuseppe Rivello, Alessio Strazzullo, rappresentano la compagnia che nei cinque angoli del centro storico di Caselle accoglierà con le sue letture, le culture, i dipinti, i racconti, i filmati i veri protagonisti della nostra notte, le cittadine e i cittadini di Caselle, di Sapri, di San Giovanni a Piro, di Atena, del Cilento, della Campania, dell’Italia, che sceglieranno di leggere, narrare, recitare, rappresentare, storie di lavoro.

Non saranno gli unici a vivere questo racconto :

Se una notte d’estate un viaggiatore
In realtà i viaggiatori saranno almeno 25, tanti quanti i partecipanti a  #CampDiGrano. Si, proprio loro, i nostri campisti, che nel loro zaino, nella cassetta con i ferri del mestiere, avranno di certo un libro, un’idea, una storia di lavoro ben fatto da narrare nel corso della serata.

Le vie del libro
La spiga di grano come filo conduttore, e poi in ciascuno dei cinque angoli paglia, libri, arnesi, strumenti del mestiere (contadino, scrittore, scultore, startupper, tutti accomunati dalla stessa identica passione), parole chiave, citazioni, post-it. E il resto lo farà la poetica bellezza delle vie del centro.

Il camp e il grano
Sì, siamo arrivati, eccoci a #CampDi Granodal 14 al 21 luglio, a Caselle in Pittari. Vi aspettiamo numerosi, con la vostra passione, con i vostri libri, le vostre poesie, le vostre canzoni, le vostre storie che parlano di lavoro, di sudore di cose ben fatte. Perché Tutti fremono per ascoltarle.

See more: http://www.campdigrano.it

Un pizzico di senso in più

999881_10200510231172385_1209646050_nNon dirò che quella di dopodomani è la più bella, non c’è ragione, ciascuna delle dodici presentazioni che ho fatto fino ad oggi mi ha lasciato bellezza, amicizia, senso, e so che sarà così anche dopo Castellammare, a Pomigliano d’Arco il 29 giugno, il 17 luglio a Caselle in Pittari, in settembre a Mugnano, a Cosenza, a Ponticelli, a Reggio Emilia e in tutti i posti nel quali sarò invitato a parlare di amore per le cose ben fatte, di rispetto per il lavoro, di cuore artigiano, di voglia di fare bene le cose perché è così che si fa.

No, non voglio fare graduatorie, intendo piuttosto raccontare perché la presentazione organizzata da Clelia Cafiero a Castellammare ha per me un sapore speciale.

Il racconto comincia con Clelia, mia ex studentessa a Unisa, corso di Sociologia dell’Organizzazione, che un giorno di un paio di mesi fa mi scrive su Facebook dicendomi che vorrebbe organizzare una presentazione del mio romanzo nella sua città, che vorrebbe farlo dopo le elezioni, che se io sono d’accordo lei intanto si mette in moto. Immagino che dopodomani, quando la incontrerò, sarà diverso, ma io così, nome e cognome, di Clelia Cafiero non mi ricordo. No, non consideratela una mancanza di riguardo. I miei figli mi mettono in croce, gli amici anche, ma ciò non impedisce io abbia pochissima memoria, che diventa quasi zero quando si tratta di nomi e di facce. Sono un sociologo con il daimon scugnizzo, connettivista per necessità, sensemaker per vocazione, storyteller per passione, sta di fatto che senza la mia innata, notevole capacità di collegare persone, concetti e cose non potrei fare le cose che faccio. In ogni caso a Clelia rispondo che ha avuto una bella idea, che mi fa molto piacere presentare il mio libro a Castellammare e che dunque può procedere.

Il racconto continua con Ida, che dopodomani non ci sarà perché ha da risolvere una questione più importante (a lei va un caloroso in bocca al lupo), AnnaSara, Giuseppina, Palma, Davide, Fiorella, e tante altre/i ragazze/i che hanno scelto di interagire, di venire ad ascoltare il mio racconto, di arricchirlo con i loro.

Il racconto finisce con me che quest’anno, dopo dieci anni, non sto a Unisa con il mio corso di Sociologia dell’Organizzazione. È stata in buona parte una mia scelta, che spero peraltro non irreversibile, e continuo ad essere contento di averla fatta, anche se mi mancano tanto il mio maestro, Salvatore Casillo, i miei amici, cito per tutti Sabato Aliberti e Massimo Dal Forno, e sopratutto le/i mie/i ragazzi, che loro sono il presente dell’università, non solo il futuro, e non certo perché lo dico io, ma perché lo dicono le storie di successo delle più importanti università del mondo. Ecco, le/i ragazzi/e, quelli che come dice Clelia quando sentono che arrivo a Castellammare con Testa, mani e Cuore le dicono “sì, ci veniamo, abbiamo seguito il suo corso” oppure “sì, ci veniamo, anche se non abbiamo seguito il suo corso”.

Ora non aspettatevi che ci siano le folle giovedì pomeriggio a Castellammare, che io non sono mica Leo Buscaglia e loro, le/i ragazze/i, hanno sempre mille cose da fare e mille ragioni per cambiare idea all’ultimo minuto. Ma io non cerco le folle. Me ne basta una/o. E avrò portato un altro mattoncino, dato un altro pizzico di senso ai dieci anni bellissimi che ho trascorso con queste/ ragazze/i.

Grazie Clelia. Con tutto il cuore.   

Officine fablab

Un fab lab (dall’inglese fabrication laboratory) è una piccola officina che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale.

Un fab lab è generalmente dotato di una serie di strumenti computerizzati in grado di realizzare in maniera flessibile e semi-automatica una ampia gamma di oggetti. Questo include prodotti tecnologici generalmente considerati di appannaggio esclusivo della produzione di massa.

Mentre i fab lab non possono competere con la produzione di massa e le relative economie di scala nella produzione di beni di consumo, hanno dimostrato grandi potenzialità nel fornire ai loro utenti gli strumenti per realizzare in proprio dispositivi tecnologici. Tali dispositivi possono infatti essere adattati alle esigenze locali o personali in modi tuttora non possibili per le produzioni su larga scala

(wikipedia)

Abbiamo raccolto il racconto  di Amleto Picerno Ceraso, Antonio Grillo e Paolo Cascone durante reMake a Città Della Scienza. I tre sono i fondatori di tre FabLab campani: mediterranean fablab, fablab Napoli e Urban fablab. Oltre a raccontarlo molto bene, i tre mostrano un amore ed una cura per i propri progetti di grandissima ispirazione.

Lo diciamo spesso, raccontare queste esperienze per noi è molto importante. Lo è soprattutto quando i progetti operano sul piano dell’inclusività, dell’apertura, del coinvolgimento delle comunità e della società. Sono tre storie molto belle, perché partono dalle difficoltà per arrivare non al “successo” (quello che per troppo tempo è stato considerato “successo”: un mix di notorietà, ricchezza, privilegi, chiccherie) ma all’amore per questo loro lavoro, alla passione che tiene insieme i loro team, all’etica nuova che coltivano nei loro fablab.

Ed alcuni di loro sono stati all’estero e sono tornati. No, non esagererò su questo punto perché non è di eroi che abbiamo bisogno. Però delle storie di chi vive il proprio lavoro in grande si, dei racconti di chi crede che certe idee possano attecchire anche nel nostro paese si. E soprattutto, abbiamo bisogno delle storie di chi crede che da questo paese possa nascere innovazione valida nel mondo intero.

Come ha detto Paolo Cascone nel suo intervento:

“Noi vogliamo lavorare nello spazio pubblico. Ci vogliamo stampare strutture temporanee per fare cultura, case, possibilmente intelligenti che risparmino energia e ne creino altra. Per noi è importante dimostrare che questa cultura digitale va al di là della questione del gadget, ma può cambiare, ottimizzando le risorse, il modo di abitare” 

Cliccando qui potete vedere il loro intervento su Timu!

Ciò che quasi bene non va bene @ reMake

remake

C’eravamo anche noi a reMake, a Città della Scienza il 27 maggio, con Riot Studio e iSensemaker. Con noi “Testa, mani e cuore” e “La tela e il ciliegio” sfogliabile il primo e visibile il secondo. In tutta la sala makers (per chi non sapesse cosa sono seguite questo link!) , artigiani digitali, sperimentazioni e progetti interessanti. Per una giornata siamo stati compagni di banco di Gaia, che si è costruita un microscopio per studiare microbiologia da sola, dei ragazzi dell’Augusto Righi che mettono in pratica i loro studi costruendo robot con la Lego, dei ragazzi dei fablab sparsi sul territorio campano (a breve i loro interventi su Timu!), e degli artigiani tecnologici di Giovanni Re (www.rolandforum.com).

Qui sotto trovate un video con gli interventi di Vincenzo Moretti e Giovanni Re introdotti da Riccardo Luna.

I frutti

Traduco dal napoletano – per i nostri amici sparsi su tutto il territorio nazionale – una serie di pensieri sul lavoro ben fatto e l’approccio artigiano (questa è la mia interpretazione) di alcuni nostri famosi autori e poeti:

“Non basta mai quello che fai devi dare sempre di più”

“Solo nel campo di chi lavora non cresce l’ortica”

“Più fatti hai fatto più prendi i frutti. Più pochi fatti hai fatto e più ti fotti”

“Più fai, più dai, più sai, più ne trai virtù”

“Il frutto dell’esperienza fatta non è affatto fumo”

“Non può imparare chi non ha voglia di fare, chi vuole conoscere si deve sedere e studiare, questo è il sistema: piantare un sacco di semi”

“E vedi di fare quello che devi fare di volta in volta, passata la nottata arriverà il giorno della raccolta”

“Per vincere la partita cerca questo stile di vita come si cercano le pepite”

“Se lo stile è una bomba fa il giro del mondo”

 

Da “I frutti” track #13 di “41° Parallelo” (1998) album d’esordio de “La famiglia”

 

 

 

Antonio Zambrano e Guedado

Va bene, certo, non saranno i milioni di click di Gangnam Style, ma per noi queste 3080 visualizzazioni de “La tela e il ciliegio” a due mesi dalla pubblicazione sono molto importanti.

Sono visualizzazioni frutto della condivisione spontanea di persone, amici e non (qualcuno lo è diventato dopo) che l’hanno apprezzato (ed anche di qualcuno che l’ha criticato).

Antonio Zambrano e Jacopo Mele si sono incontrati. È successo durante la presentazione del nostro progetto “Ciò che va quasi bene non va bene” a Castel San Giorgio l’8 aprile scorso. Io li ho visti – e li ho ripresi anche – ed erano davvero emozionati, tutti e due.

Little big man

E’ accaduto ieri mattina. A Bacoli. Eravamo lì in attesa di incontrare Anna e Francesco. Cinzia saluta un suo amico. Me lo presenta. Mi colpisce il gesto dell’uomo che si passa il martello nella mano  sinistra e strofina forte la destra sui pantaloni da lavoro, prima di porgermela e stringere forte la mia. E’ un gesto che ho visto fare molte volte a mio padre. Per lui era un segno di rispetto. Di sé e degli altri. Sorrido. Sono i miei signa prognostica. Quel qualcosa nell’aria che ti dice che non finisce lì.

Cinzia chiede all’amico come sta il figlio. Sta così:
“Adesso sta bene. Dobbiamo aspettare. Sperare che non ci sia una recidiva. Sta nelle mani di Nostro Signore”. Gli occhi gli si sono fatti rossi. E lucenti. Le lacrime no, quelle riesce a trattenerle.
“Comunque ha finito il ciclo di chemioterapia e anche quello di radioterapia. Siamo stati fortunati, nelle sue condizioni e con le difese immunitarie così basse basta un niente e devi interrompere le cure, invece lui è riuscito a fare tutto proprio come si doveva fare”.

Cinzia prova a dirgli che sono una famiglia straordinaria, che stanno avendo un coraggio straordinario, che il fatto che la stanno affrontando tutti assieme è molto importante.
“Cinzia, noi il coraggio dobbiamo averlo per forza, è lui che a 17 anni è un ragazzo straordinario. Tutto è cominciato un anno fa, e appena si è capito di cosa si trattava ha detto che voleva sapere tutto, che non dovevamo nascondergli niente. Cinzia lo dovevi vedere quando siamo andati al policlinico a parlare con il professore che lo avrebbe preso in cura. E’ venuta fuori un’assistente che ci ha chiesto se dovevano parlare prima con lui o prima con la famiglia e lui ha detto ‘no, parliamo tutti assieme’.
Siamo entrati,  il professore ci ha spiegato la situazione, le difficoltà, i problemi, i pericoli, e quando ha finito lui ha detto ‘professore, che problema c’è, ci sono tante persone malate, capita a tanti poteva capitare pure a me, l’affronteremo, e magari ce la faremo’.
Cinzia, te lo giuro, quelli hanno a che fare tutti i giorni con malattie così, eppure per un minuto e mezzo nessuno ha avuto la forza di dire una parola. Sì, è il ragazzo che è straordinario, incoraggia la sorella che già tante volte ha sognato di perderlo, incoraggia la fidanzatina che per fortuna è una ragazzina a modo e gli sta tanto vicino, fa un sacco di progetti per il futuro. Ha detto che se ne vuole andare in Australia, a Perth, che diventa prima ingegnere in Italia perché lì gli studi costano troppo, e poi se ne va a lavorare per nove mesi là, anche nei campi, così matura il diritto a rimanere e cerca di costruire il suo futuro da ingegnere.
Mi devi credere, Cinzia, non so cosa darei per entrare per un minuto nella testa di questo ragazzo, per capire cosa pensa veramente, per potergli stare più vicino, ma no posso, nessuno di noi può, solo lui”.

Ho pianto. L’ho fatto con discrezione, mi sono girato, mi sono allontanato, ma non ho cercato di trattenermi. Certo che c’entra il mio carattere. C’entrano anche le mie ferite. Ma le mie erano soprattutto lacrime di affetto per questo piccolo grande uomo che neanche conosco e già mi ha raccontato, insegnato,  ricordato, un sacco di cose.

E’ il momento dei saluti.
L’uomo pulisce ancora la mano destra sui pantaloni. Gliela stringo forte. Gli dico “sono onorato di averla conosciuta”. Mi risponde, con gli occhi rossi rossi rossi, “sono io che ringrazio voi per avermi ascoltato”.
Si vede che mi sto facendo vecchio. Mentre andiamo piango ancora. Mi fermo qualche passo più avanti.  Cinzia attende con occhi affettuosi che mi passi. Sul marciapiede di fronte Anna e Francesco ci aspettano.

@leviedellavoro e #leviedellavoro

È possibile raccontare il lavoro ben fatto ovunque e in qualsiasi momento?

Abbiamo aperto un canale Instagram, che si affianca a tutti gli altri canali proprio per questo motivo. Il tema è sempre quello, il lavoro ben fatto, il racconto del vostro lavoro ben fatto, di quello in cui vi imbattete per caso ogni giorno.

Se 5 anni fa, la mattina di Santo Stefano, – ho scritto di quell’incontro decine di volte – avessi avuto uno smartphone non mi sarei lasciato sfuggire la possibilità di fotografare il caffè fatto da quel barista che mi disse che il suo compito non era fare il caffè, ma svegliare la città.

Potete taggare i vostri scatti su Instagram con il tag #leviedellavoro o indirizzarceli scrivendo @leviedellavoro. Poi scrivete quello che volete, una frase, un’idea, il vostro racconto.

Il 30 aprile 2014 ci sarà “La notte del lavoro narrato” (A proposito firmate la petizione, è importante). Dove? Ovunque vogliate che ci sia. Basta organizzarsi. E durante quella notte, mentre ascolterete o racconterete le vostre storie, qualcuno con un smartphone potrà raccontare quel momento.

Mentre aspetto le vostre, la prima foto su #leviedellavoro la metto io. È un fotogramma tratto da “La tela e il ciliegio“. Quale? Correte su Instagram!

Il salotto di casa Bonadies

Che la serata sia di quelle giuste te ne accorgi da tanti particolari. Niente traffico sull’autostrada nonostante il venerdì sera, la strada proprio quella giusta imboccata al primo colpo, il posto per parcheggiare la Toyota Aygo a trenta metri da casa Bonadies, la ragazzina che sta rientrando assieme al suo papà e ti dice scala a destra secondo piano, che il padrone di casa te l’ha ripetuto già tre volte e tu tre volte te ne sei dimenticato.
Più vado avanti negli anni e più mi convinco che funziona come dice Weick, nel senso che nei nostri mai finiti tentativi di dare senso a ciò che ci accade istituiamo ambienti più o meno sensati a seconda dell’approccio e della consapevolezza con cui lo viviamo, affrontiamo, condividiamo. Sì, perché Cinzia e io stasera siamo contenti. Molto contenti. Piacevolmente eccitati da questa idea di conversare intorno al lavoro ben fatto, alla bellezza, all’ingegno e all’impegno, a Testa, mani e cuore in questo salotto culturale autodafé, sperando che Canetti perdoni l’innocente oltraggio.
Vincenzo l’avevo conosciuto in una delle mie vite precedenti, anche allora galeotti furono il lavoro, la ricerca, il futuro, e però declinati in maniere e contesti diversi. Questa è invece la prima volta a casa sua, per arrivarci sono passato per Narni, per Antonio, per una presentazione umbra del mio libro che forse si farà e forse no ma che intanto mi ha regalato una serata indimenticabile.
Perché sì, questa volta lo dico senza chiedergli il permesso, non c’entra niente che lui, Borges, sia il mio scrittore preferito, è che la vita è proprio un giardino dai sentieri che si biforcano: Antonio che mi dice che un suo amico di Portici da 7 anni ha messo su a casa sua un salotto culturale e vorrebbe presentare Testa, mani e cuore; l’amico che mi chiama e scopro che si tratta di Vincenzo; Vincenzo che mi racconta di sua figlia Ileana presidente dell’Associazione Blab; Ileana con cui entro in contatto e scopro che è socia di Caracò editore, redattrice di Quarta Parete; l’arrivo a casa Bonadies e la “scoperta” di Irene, sorella di Ileana, ingegnere dei materiali, che il giorno prima è stata premiata a Hub Spa di Giuliano per una sua idea progetto innovativa; la signora Bonadies, la padrona di casa, un lavoro da insegnante un sorriso dolce e gli occhi contenti.
E che dire degli amici che hanno partecipato alla conversazione? Vorrei davvero citarli tutti, e lo farei di certo se solo la memoria non mi avesse da troppo tempo tradito.
Facciamo così, ne cito una per tutti, Antonella, perché con lei ci siamo ritrovati anche sui social network, perché è lei che ha creato il link tra Antonio e Ileana e Vincenzo, ma soprattutto perché assieme a lei l’altra sera, a Portici, è arrivato Antonio, che ha fatto 300 chilometri per essere lì, che lui mi aveva già regalato una bellissima recensione del mio libro ma con la sua presenza mi ha fatto un regalo che se anche vivessi mille anni non me ne dimenticherò.
Sì, anche perché poi Ileana ha avuto l’idea di coinvolgere anche Antonio nella conversazione, ed è stato bellissimo, non solo per le cose che hanno detto, ma per come le amiche e gli amici presenti hanno partecipato, e hanno avuto voglia di interagire, anche dopo, mentre gustavamo le buone cose che erano state preparate per l’occasione.
Naturalmente mi guardo bene dal mettermi qui a fare l’elenco di quello che ci siamo detti, ricordo solo le tre parole che secondo me sono state il filo conduttore della serata:
la prima è lavoro, che anche quando non lo sappiamo è la colonna sonora della nostra vita, contribuisce a darci identità e senso;
la seconda è amicizia, intesa come voglia e capacità di prendersi cura degli altri, di mettersi nei panni degli altri, di guardare se stessi nella faccia dell’altro, come direbbe Lèvinas;
la terza è incontro, in pratica la voglia di condividere idee e progetti, di percorrere pezzi di strada assieme, di non perdere di vista il fatto semplice ma mai banale che, come ci ricorda Donne nella sua meravigliosa poesia, “nessun uomo è un’isola”.
Ecco, questo è tutto. Anzi no, perché ho voglia di dire ancora grazie. Di cuore. A tutte/i. E arrivederci alle prossime puntate. Perché sì, questa storia non finisce mica qui.

BLab

Caro prof. ti scrivo

Igi
Gentile prof. Moretti,
sono una ex studentessa di sociologia che ha seguito il suo corso alla triennale. Ho appena prenotato il suo libro Testa, mani e cuore, perché mi è capitato sotto gli occhi un pezzo di pag. 49 che mi ha colpito tantissimo (Accettare un risultato diverso da quello che ti aspettavi, e magari meritavi, è un pregio, mica un difetto!!), e che ha risposto ad una domanda che mi ponevo da tempo. Una risposta che, in realtà, già conosco, ma faccio difficoltà ad accettare.  Ahimè, non ce la faccio proprio ad aspettare che il libro arrivi e, vorrei, se posso, porle una domanda: secondo lei, come si fa a non smettere di condannarsi ad essere i migliori sapendo che non dipende solo da te, soprattutto quando spesso inciampi in situazioni dove le opportunità erano fittizie, gli strumenti inadatti, le persone sbagliate etc etc, e non te ne sei accorto prima? Qual è l’equilibrio giusto fra la condanna ad essere sempre il numero uno e l’accettazione di un risultato diverso da quello che ti aspettavi/meritavi? (perché a me sembra che i due atteggiamenti confliggano  un poco). Detta così la domanda può sembrare banale, la solita domanda retorica di chi è disilluso. Ma quando ci sei dentro, quando credi nelle cose che fai, è davvero complicato, diventa un grattacapo. Mi riferisco alla mia esperienza personale, ma anche alle esperienze di tanti giovani, come me, che si danno tanto da fare fra laurea, master, lavoretti vari, corsi di tutti i generi, ma non riescono a fare passi in avanti a causa della situazione particolare che stiamo vivendo, e sono costretti ad accontentarsi. Personalmente, mi condanno da una vita ad essere il numero uno e non smetterò mai di farlo. È una condanna insita nel mio nome, che in aramaico significa ‘guerriera’. Anzi, credevo che fosse questo il problema, ma a quanto pare, e fortunatamente, mi sbagliavo. Però, è vero anche che a volte diventa davvero difficile. Grazie.

Prof.
Grazie di avermi scritto. Dammi qualche minuto e ti rispondo.

GI
Va bene, anche dieci, voglio una buona risposta!

Prof.
Buona risposta non lo so, una risposta vera sí, vera nel senso di mia, di risposta in cui credo.

Igi
Ok

Prof.
Allora, la mia risposta è in quattro punti:
1. Avendo seguito il corso sai che sono una persona normale e che, come tutte le persone normali, ho un mare di domande e pochissime risposte.

Igi
Si, mi ricordo.

Prof.
2. Scegliere l’approccio che hai tu, che ha la protagonista del mio racconto, che ho io, ti fa vivere una vita più difficile e non più semplice di quella che vivresti se seguissi altre vie.

Igi
Già. E se l’approccio è dentro non riesci nemmeno a mandarlo via, è come una forza che parte da dentro che però ti fa sbattere testa e muro tante di quelle volte.

Prof.
3. Avere quell’approccio però ti permette di farcela su un livello diverso dagli altri. Le parole chiave sono due: pazienza e lavoro. Molta pazienza. E molto lavoro. E poi bisogna avere anche la capacità di vedere i centimetri che sono intorno a sé, e la determinazione giusta per conquistarli. Per fare un esempio esagerato se anche uno decide di vendere gelati è meglio che non li venda in Italia, ma a Londra, così impara l’inglese, e se conosce l’inglese che li venda a Pechino, cosí impara il cinese. E se per un periodo bisogna lavorare per pochi soldi si può fare solo in cambio di un lavoro importante dal punto di vista professionale, un lavoro che permette cioè di costruire relazioni, di imparare cose e di imparare a fare cose.

4. È questione di tempo, ma se si fa così ogni benedetto o maledetto giorni che si mettono i piedi giù dal letto, al 90% ce la si fa. E se anche coloro per una qualche ragione fanno parte del 10% a vivere così avranno vissuto una vita più ricca, più felice, più degna di essere vissuta. Visto che mi hai scritto, penso che possa valere qualcosa per te il fatto che queste stesse parole le ho dette ieri sera, parlando di me, alle persone che sono venute alla presentazione di Testa, mani e cuore a Portici.

Igi
Il punto è che, come dice lei, poi non tutto dipende da sé, magari fosse così. Se pure uno fa tutto quello che lei suggerisce dove li mettiamo tutti i fulmini e le saette di percorso?? Che si fa, si cambia strada se si vede che una non funziona?

Prof.
Si può anche cambiare strada, ma non l’approccio, altrimenti si perde tutto. Sull’approccio vai dritto, e vedi che ce la fai.

Igi
Per ora la ringrazio, sicuramente la ricontatterò dopo aver letto il libro. E mi faccia sapere dove pubblica la mia lettera e la sua risposta perché vorrei confrontarmi con le altre eventuali risposte!

Un tuffo nel passato

Meglio essere precisi. Il passato del titolo non si riferisce al tempo, la recensione di Carmen Fiano mi è arrivata oggi, ma al libro, dato che oggetto delle riflessioni di Carmen è Bella Napoli. Perché allora il suo commento sta qui? Perché come molti di voi sanno esiste una connessione forte tra Bella Napoli, Testa, Manie  Cuore e La tela e il ciliegio. E perché le riflessioni di Carmen la rendono quanto mai evidente. Ma adesso basta parlare io, leggete piuttosto cosa scrive lei.

Mi scuso per il mio lungo silenzio.  Questi sono degli appunti che ho scritto dopo aver letto il suo libro “mi avvicino ad un libro come ad un viaggio, non cerco mete esotiche o false evasioni dalla realtà ed allora … 
Salgo su un vagone di treno “occupato” da un sindacato in cui non credo più e da dove non vedo l’ora di scendere, passo in un altro vagone dove trovo posto, il mio posto in quella “condizione di possibilità che non toglie ma aggiunge responsabilità tenendomi distante da chi ha preferito “alle vie del lavoro e della partecipazione quelle della ricchezza senza la capacità, del comando senza la responsabilità”.
Faccio sosta in un negozio di musica ed imparo che il miglior modo di imparare è insegnare “e che è importante far si che si ami insegnare agli altri ad amare il proprio lavoro che tu sia un ingegnere o “sistemi carte”.
Ho incontrato “mastri”, quelli che sanno fare una cosa dall’inzio alla fine ed ho incontrato una certa Valeria che mi ha stordita con un pot pourri di lavori legati da un sorriso e dall’ascolto.
Su quel treno c’era anche il signor “costruttività” accompagnato dalla misura attendibile della forza reattiva di cui si ha bisogno nella vita per costruire, ideare, creare e c’era la signora “costanza”, la signora “volontà” e il signor “esperienza non legata al cosa ma al come” erano tutti li su quel treno.
Ci siamo fermati per una sosta ed ho bevuto un caffè “da re, fatto da un re del caffè”.
Il mio viaggio è continuato ed è salito un controllore, un napoletano, ma non uno di “quelli modello cartolina” ma una sorta di ibrido, di apolide che abita a Bologna, uno di quelli che fa viaggiare i treni in sicurezza e ci siamo messi a parlare di meritocrazia “che non esiste o è difficile da valutare” come l’impegno e la capacità di scegliere.
Si sono aggiunti a noi un’insegnante una di quelle che crede nella scuola, che insegna e “non crede solo nei progetti”, era con un gruppo di bambini a cui auguro di non diventare una “massa di ignoranti alfabetizzati. Poi sono saliti altri passeggeri abbiamo chiacchierato un pò , con qualcuno non ero molto d’accordo ma “non si può essere sempre d’accordo, ogni tanto bisogna ribellarsi e far valere i propri diritti” ed esprimere le proprie opinioni.
Eravamo quasi alla meta quando è salito lui il “Maestro”, quello che veramente insegna, trasmette un’etica, dà l’esempio, dà il sapere, che dà la memoria dell’ineguagliabile valore di un mestiere che s’adda arrubbà , è stato lui che mi ha regalato una foglia oro che sto portando a casa come il più bel regalo di questo viaggio e sapete ???????  ho deciso di tornare lì, lì nella bella Napoli.

Anche questo è approccio artigiano

Quando in questi giorni ripenso a quello che stiamo facendo – e a quello che abbiamo fatto – quando penso a “La tela e il ciliegio” penso ad alcuni momenti in particolare. Sicuramente penserete che io stia parlando di momenti di pura poesia, come la prima volta che abbiamo fatto i sopralluoghi alla bottega di Antonio Zambrano all’alba, o quando abbiamo incontrato per la prima volta Jacopo.

Tutte queste cose ovviamente esistono e sono molto importanti, ma vi assicuro – e forse perché è passato ancora troppo poco tempo – non sto pensando a questi momenti. Sto pensando a quando una sera, intorno alle 23 il mio mac ha deciso di abbandonarmi ad una settimana dalla scadenza che che avevamo prefissato per la pubblicazione. A come il mio amico e direttore della fotografia Alessandro Germanò mi abbia aiutato moralmente e professionalmente nel ripararlo (anzi, diciamo che ha fatto proprio tutto lui). A come Raffaele Iardino e Diego D’Ambrosio della JammiToki Film mi abbiano accolto nel loro fantastico studio dicendomi “Non ti preoccupare, sistemiamo tutto”. E questo non è banale, siete d’accordo?

Puoi impegnarti al massimo, lavorare per ore, convincerti che puoi avere tutto sotto controllo, ma lo sapete come funziona, se vuoi far ridere il buon dio raccontagli dei tuoi piani di produzione. E così, per quanto tu possa essere deciso nel fare una cosa, la differenza la fa chi sa giocare al tuo stesso gioco con la stessa passione e la stessa dedizione. Ed è così che è andata.

Lo stesso vale per Paolo Petrella. Che oltre ad aver creato una grandissima colonna sonora insieme a Roy Cleveland ha lavorato anche sulla postproduzione audio. E quando dopo 5 ore di lavoro ha scoperto che non avevo impostato l’autosave sul programma che stavamo utilizzando – e l’ha scoperto nel modo peggiore in cui una persona possa scoprirlo, perdendo appunto 5 ore di lavoro – non ha battuto ciglio ed ha semplicemente detto: “Ormai è successo. Ricominciamo, ma la prossima volta ricorda di impostare l’autosave”.

Perché sto pensando proprio a questo? Perché è anche in questo che riconosco il valore di ciò che abbiamo fatto, perché anche questo è approccio artigiano.

E penso a come la frase di Antonio Zambrano “I miei strumenti me li sono costruiti da solo” abbia fatto scattare in noi la voglia di costruire una camera Dolly. E di come Gennaro (che è un fabbro) e Antonio (che lavora per una delle più importanti aziende energetiche del paese) abbiano passato più di una notte tra prototipi, tubi in pvc, ruote e trapani. E anche questo non è banale.

Penso a questo al momento. Poi penserò anche ad altro, ne sono sicuro. E intanto, mentre penso, “La tela e il ciliegio” è stato visto più di 2400 volte.

Bar Luciano

Se sono a Napoli la mia giornata comincia così. Tra le 6.30 e le 7.00. Domenica compresa. Mangio il cornetto, bevo il mio bicchiere d’acqua fresca temperatura fontana, sorseggio il caffè modello cioccolata anche quando come me lo prendi amaro e faccio quattro chiacchiere con Mario, Armando, Giuseppe, a seconda di chi è di turno.
Sì, il bar Luciano è diventato un pezzo della mia vita, me lo sono portato anche, in forma romanzata come tutto il resto, in Testa, Mani e Cuore, nell’ultima storia, quella raccontata dalla nuvola.
Stamane di turno erano il signor Luciano, la signora Teresa, sua moglie, e, alla macchina del caffè, l’ottimo Mario.
Il discorso è finito sulle nuove tazzine da caffè, più strette e alte, che saranno pure da degustazione, come suggerisce  Mario, ma a me inquietano a causa del naso, il mio naturalmente, diciamo così, pronunciato, che se urto sul bordo mi da noia anziché no.
Commenti e sorrisi generali, con la signora Teresa che per farmi sentire a mio agio dice che anche a lei le tazze più strette non piacciono, quando mi viene in mente che sulle tazzine precedenti c’era scritto “Bar Luciano”. Chiedo se ne posso avere una per ricordo. Mi danno la tazzina, il piattino e anche il cucchiaino. Protendo la mano verso il signor Luciano, gliela stringo e gli dico “grazie”. Risponde “E di che, è una cosa che fa piacere anche a noi”.
Saluti e appuntamento a domani, lunedì, che anche a quell’ora per fortuna c’è movimento e si fa fatica a chiacchierare come usiamo fare ogni domenica, giorno di festa.

luciano1

Francesca Camera and me

26 agosto 2012
Francesca: Ciao Vincenzo, ho guardato il video che mi hai mandato e lo trovo molto interessante, condivido sulla bacheca dei miei amici? Cari Saluti.
And me: Ciao Francesca. Se lo condividi sulla bacheca dei tuoi amici alla prima occasione ti offro caffè e sfogliatella. Cari saluti anche a te. 😀
Francesca: Ah ah ah. Lo condivido senza nulla in cambio, ma ti ringrazio per la sfogliatella. Fatto. Buona domenica!
And me: Buona domenica anche a te. Comunque la sfogliatella c’è. E anche il caffè, of course.
Francesca: Guarda, io al momento sono in Scozia per vacanza, e se tu mi parli di caffè e sfogliatella …
And me: Ma tornerai, e troverai l’uno e l’altra ad aspettarti.
Francesca: Gentilezza e gratuità, mettiamola così.
And me: Sicuramente, però ormai quello che è detto è detto. E Napoli è comunque una città da conoscere.

11 settembre 2012
Francesca: Tantissimi Auguroni.
And me: Grazie
Francesca: Una data importante ti sei scelto.

26 settembre 2012
Francesca: Gentile Vincenzo, stamattina ho letto per la prima volta il tuo blog e una frase, nella tua presentazione, mi ha colpito particolarmente: Cit.”Una vie en rose? No. E’ che il dolore è una faccenda privata. E i problemi pesano meno se ogni tanto getti lo sguardo oltre i confini della tua parte, quella ricca, del mondo”. Volevo solo ringraziarti per averla scritta. Ciao
And me: grazie Francesca. Di cuore.

5 aprile 2013
Francesca: posso prenotare il tuo libro?
And me: Certamente, nella libreria più vicino casa o sul web. Con la Feltrinelli puoi anche comprare il libro sul sito e chiedere di ritirarlo nella libreria a te più vicina. Grazie di cuore per l’interesse.
Francesca: Tutti i giorni compro un libro alla Feltrinelli della Stazione Centrale.
And me: Stazione centrale a Milano?
Francesca: Si. Appena lo becco, lo compro subito, non vedo l’ora!
And me: Credo che loro non lo abbiano, se fai un pò di casino per farlo arrivare ti sono grato comunque la via più semplice per te è passare dal sito e andarlo a ritirare alla stazione. Mi raccomando, dopo che lo hai letto scrivi qualche riga di commento, unico criterio la sincerità. Grazie ancora.
Francesca: Ma certamente che faro’ casino!!
And me: Grazie grazie grazie.
Francesca: Pensa che una volta ho stretto amicizia con una commessa parlando di un libro e le ho scritto la recensione per poterlo consigliare in libreria. Da Lunedì sono operativa!!
And me: Scelto per voi?
Francesca: Si, si.
And me: Grazie.
Francesca: E di che grazie! Buona Serata.
And me: Anche a te. E tienimi aggiornata. Anzi, se non ti dispiace ci costruisco un post su questa chiacchierata. Se non vuoi essere citata metto nomi inventati.
Francesca: La verità non mi spaventa. Fai pure!!

9 aprile 2013
Francesca: Carissimo Vincenzo.
Finalmente “possiedo” il 41,6 periodico del Testa, Mani e Cuore che mi arriverà alla Feltrinelli della Stazione Centrale fra dieci circa.
Un caro saluto.
And me: Un caro saluto te. Mi piace un sacco questa cosa del 41.6 periodico, immagino sia per l’anticipo che ti hanno fatto pagare. Grande. Adesso il post non te lo leva nessuno.
Francesca: Il caro giovane vecchio Holden diceva che “quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. A me ha sempre colpito molto questa storia! Ed oggi questo è possibile grazie alla condivisione. Buona serata.

Epilogo (quello di And me che quello di Francesca, se vuole, lo scrive lei nei commenti)
1. Trovo tutto questo è straordinario. Per me scrivere è bello quasi quanto leggere. E pensarmi come uno scrittore, “modestamente a parte”, come avrebbe detto mio padre, che modestia a parte non gli sembrava abbastanza, mi piace. Però è quando mi connetto con le persone, condivido con loro delle cose profonde, come sabato scorso a Sapri, ieri a Castel San Giorgio, o in questo improbabile carteggio al tempo di internet con Francesca, trovo davvero il senso della mia vita, e della fatica che faccio per tenerla dentro le “nuvole” che mi sono scelto.

2. Ci sono parole che ritornano, parole come condivisione, che Francesca ha usato al termine di questa parte della nostra conversazione e che io avevo usato per raccontare un pò delle cose che con Alessio, Luigi, Carlo, Rossella, Giorgia e tante/i altre/i stiamo facendo alla Bottega Exodus di Cassino. Se ne avete voglia l’articolo potete leggerlo qui.

3. Come mi appena scritto Francesca, sempre a proposito di condivisione, “se lo leggi tutto d’un fiato sembra un racconto” (il post, ndr).

4. Francesca and me non ci siamo mai visti, mai parlati, mai scritti se non nei giorni che vedete segnati qui, ma questo al tempo dei social network davvero non è più un problema. O invece si?

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