Di mamme ce n’è una sola

Anno di grazia 1993. Dicembre.
Ferdinando ha 4 anni.
Si inginocchia davanti al presepe, congiunge le manine e comincia a pregare:
Madonnina mia, tu sei la mamma di tutte le mamme, tu sei la mamma di Gesù, ti prego falla morire.
Mia madre è una strega.

Anno di grazia 2007. Maggio.
Nel giorno della festa della mamma, Luisa, madre di Ferdinando, racconta divertita l’episodio.
Sottolinea orgogliosa che il ragazzo in questione, che ha appena compiuto 18 anni, è letteralmente pazza di lei.

La morale della storia (vera), se ne avete voglia, provate a scriverla voi.

Genio e caso: i motori del sapere

Ricomincio da tre
Piero Carninci, Antonio Esposito, Andrea Lagomarsini: chi sono costoro?
Se avete letto le loro storie su queste pagine nei mesi scorsi lo sapete già.
Perché dunque torniamo a parlarne?
Perché questo mese proviamo a tornare alla fonte. Al concetto di Serendipity. Alla possibilità che l’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico fornisca l’occasione per sviluppare nuove teorie e paradigmi (Merton R.K., 2002).

Perché raccontare di serendipity?
Perché pensiamo che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi favorevoli possa essere un acceleratore di opportunità in tutti quei contesti – città, università, imprese, territori, ecc. – che hanno deciso di puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, conquistare nuovi spazi sociali e/o di mercato. E perché siamo convinti che essa possa rappresentare un antidoto utile al declino del “sistema Italia”. Alla mancanza di futuro per i più giovani.

L’idea è che “per genio e per caso” si possa crescere di più. Sfruttare meglio le opportunità. Affermare buone pratiche. Attrarre invece che perdere cervelli. Essere capaci di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Utilizzare 
al meglio i fattori, gli elementi, i dati disponibili.

Lo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi, l’attivazione e lo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso” richiedono intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, voglia di essere parte della rete dei nodi connessi di elaborazione e di diffusione dei saperi, dunque capitale immateriale, capitale intelligenza.

Qui a Serendipity ad essere protagoniste sono perciò le storie di persone che con le loro teste e le loro mani riescono a generare la realtà che interpretano. A pensare la realtà come un processo continuo di costruzione di senso. A dare significato alle situazioni che esse stesse hanno istituito e nelle quali si trovano calate.

Lo scopo? Diffondere buone idee, esperienze di qualità, casi di successo. E magari contribuire a dare senso alla voglia di provarci ancora. Qui. Ora.

Formarsi è giusto

Formarsi è giusto. Perché in un mondo che cambia a un ritmo sempre più incessante chi sa, e sa fare, ha più possibilità di non ritrovarsi estraniato, emarginato, escluso, dai processi produttivi, sociali, culturali. Perché in una società che, con strabica, talvolta insopportabile, autoreferenzialità, ama definirsi della conoscenza, l’importanza dell’apprendimento per tutto l’arco della vita dovrebbe rappresentare un presupposto ancor prima che un esito. E perché forse, come intuì una bambina un pò di anni fa, la libertà è davvero il diritto di sapere delle cose.

Il tema è qui la formazione continua per i lavoratori. E all’interno della FC i fondi interprofessionali.
Il piano formativo è un inganno?
La domanda è solo apparentemente provocatoria.

Oggi tutti i settori produttivi più dinamici sono in tensione estrema verso mutamenti forti. Cambiano con rapidità Organizzazioni, Attori e Sistemi di Relazioni interne alle grandi imprese. E spesso è il contesto a determinare il modello organizzativo.
A fronte di una siffatta velocità di mutamento la competenza collettiva rischia di indebolirsi se anche il sistema d’interfaccia organizzativa diventa mutevole.

Il nostro lavoro di sperimentazione, in un quadro di collaborazione molto fattiva con le Parti Sociali ha permesso di:

portare alla luce le differenze tra ciò che c’è e ciò che appare;

testare la tenuta metodologica del modello di pianificazione, ma nel contempo di evidenziare la scarsa sostenibilità di un sistema relazionale “radicalmente“ bilaterale;

delineare le peculiarità della situazione italiana, le criticità ad esse collegate, la difficoltà a immaginare transfer meccanici di buone pratiche sperimentate altrove in Europa;

promuovere un percorso sostenibile che può generare apprendimento di sistema, a partire dalla identificazione di attori e competenze;

individuare i possibili attori chiave chiamati a governare i Piani formativi nelle grandi imprese italiane;

delineare gli elementi di un Piano formativo sui quali è possibile che si attivi una relazione partecipata tra le parti sociali e con quali possibili strumenti.

ALCUNE INDICAZIONI EMERSE DALLA RICERCA

Gli attuali modelli di bilateralità formativa aziendale, tranne qualche caso di eccellenza, non contemplano una concertazione diffusa su tutto il Piano Formativo.

C’è una bilateralità macro negli intenti e molto sfumata sul processo.

Emergono con evidenza alcuni momenti concertativi più di altri, con Fasi e Attori abbastanza definiti, ma la Relazione e i Ruoli restano elementi che meritano ulteriori riflessioni e azioni di rinforzo.

Ad oggi l’allineamento degli intenti e degli obiettivi di tutti gli attori chiave, è più facilmente individuabile all’inizio ed alla fine dei Piani formativi, sulle finalità, gli indirizzi e sulle valutazioni finali.
Il processo del Piano è in parte lasciato alle regole del “mercato”; in parte delegato ad un sistema di attori di facilitazione tecnica; in piccola parte legato ad aspetti negoziali (es l’orario).
Sarebbero utili format di orientamento alla relazione bilaterale (es. l’allineamento degli intenti, la condivisione degli indirizzi del PFA); un set di metodologie e strumenti di natura snella, leggera e adattabile, utili alla verifica congiunta in itinere e finale dei Piani.

Da parte sindacale viene segnalata l’esigenza di entrare meglio nei momenti di monitoraggio e verifiche in itinere; nella individuazione della tipologia dei destinatari; nella definizione del quadro del riconoscimento della competenza ex post; azioni di sensibilizzazione e informazione delle RSU affinchè possano entrare di più e meglio nel merito dei piani formativi.

Da parte aziendale viene segnalata l’esigenza di rendere più flessibili le modalità di accesso al finanziamento dei Piani e maggiore snellezza nelle procedure di gestione.

ALCUNE INDICAZIONI PER IL FUTURO

Nella realtà dei fatti, la firma sul Piano non è garanzia di condivisione.

Processi e procedure hanno bisogno di un background culturale e di un sistema di competenze nel quale ciascun Attore fa la propria parte; di tempi di elaborazione e di sedimentazione lunghi e complessi nelle imprese; di costanza e continuità; di valorizzazione delle buone pratiche; di azioni di rafforzamento, di sostegno agli Attori Sociali (informazione diffusa nelle Imprese; formazione mirata al ruolo di agenti di formazione; sensibilizzazione, anche a partire dal contesto territoriale esterno alle imprese; regia dei processi da parte delle OO.SS territoriali nei confronti delle RSU e delle Associazioni datoriali nei confronti delle imprese associate).

La negoziazione, concertazione, condivisione del piano formativo richiede insomma dei ruoli organizzativi e sociali, un processo di costruzione dal basso da animare e preparare con gli stessi attori sul campo, nei contesti aziendali, misurando modalità e strumenti con le parti direttamente coinvolte.

Gli Attori sociali sono chiamati a svolgere un nuovo ruolo di agenti di formazione continua, agenti di apprendimento nei luoghi di lavoro e ciò pone all’ordine del giorno la necessità di ripensare le strategie di relazione e di stare dentro la relazione bilaterale con un ruolo meno difensivo e più propositivo.

Nell’attivazione di processi di bilateralità, di condivisione dal basso, le responsabilità delle scelte restano interne al sistema di relazione tra le Parti Sociali. E se non c’è un inquadramento preliminare di alcune variabili di contesto (clima organizzativo, relazioni sindacali) e una presa d’atto di quali sono gli Attori che entrano in campo nel sistema di relazione che si crea dentro e fuori le aziende (figure di facilitazione della relazione, figure di supporto alla creazione della relaizone di fiducia, le organizzaizoni datoriali, le OOSS territoriali) si fa oggettivamente molta più fatica ad impostare processi reali di bilateralità.

Si può rafforzare il processo di condivisione, lavorando per:
rendere più sistemico e meno contingente il rapporto con la strategia formativa nelle Grandi Imprese;
definire un orizzonte temporale medio lungo per la programmazione al fine di determinare un processo virtuoso (utilizzare gli esiti finali dei Piani e le verifiche di impatto per fare nuove programmazioni);
pensare e definire congiuntamente il fabbisogno formativo.

Per costruire sensibilità alla condivisione serve una “pedagogia” fondata su esperienze e pratiche di terreno che definiscano quando e cosa condividere, gli intenti e gli impatti, gli obiettivi e i risultati, per le imprese e le persone.

Può essere utile prevedere formule leggere di verifica in itinere, gestibili da parte dei non addetti ai lavori;
snellire le procedure di accesso alla formazione continua;
rafforzare le valutazioni e le autovalutazioni sugli esiti, costruendo indicatori di misura legati alla qualità e all’efficacia della formazione finanziata.
individuare sedi settoriali e territoriali per favorire le prassi di bilateralità nelle imprese.

Dichiarazione di intenti.

In difesa della parola

S come Significato
Le parole sono importanti.
Riconoscere la loro importanza vuol dire in molti modi riconoscere l’importanza del rapporto che esse hanno con i significati e gli ambiti specifici ai quali si riferiscono.
Ludwig Wittgenstein, nelle prime pagine delle sue Ricerche Filosofiche, scrive che “le parole del linguaggio denominano oggetti, le proposizioni sono connessioni di tali denominazioni. In quest’immagine del linguaggio troviamo le radici dell’idea: ogni parola ha un significato. Questo significato è associato alla parola. È l’oggetto per il quale la parola sta”.
Senza le parole e i loro significati, senza il linguaggio, la realtà, questo imprevedibile e affascinante miscuglio di cose, fatti, ragioni, passioni, sentimenti, sarebbe per noi inaccessibile dato che non sapremmo come comunicarla e dunque come condividerla.

T come Terrore
Le parole vanno usate in maniera appropriata.
Come dice Michele, uno dei tanti straordinari personaggi partoriti dal genio di Eduardo De Filippo: “C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare? Parliamo co’ ’e parole juste ca si no m’imbroglio” (Ditegli sempre di sì, in Cantata dei giorni dispari, Einaudi).
Usare le parole giuste è importante sempre. Certe volte lo è di più. Come ad esempio quando la parola in questione è terrore.
L’evento dell’11 settembre 2001, il crollo delle Twin Towers, l’attacco al cuore degli Stati Uniti d’America ha dimostrato non solo che non esiste più posto su questa terra che possa dirsi completamente sicuro ma anche che il terrore rappresenta un elemento costitutivo dei processi di globalizzazione così come si stanno storicamente configurando, il lato oscuro della sua stessa forza.

I come Incombente
Jacques Derrida (in Giovanna Borradori, Filosofia del terrore, Laterza) ha affermato a questo proposito che l’evento terroristico è tale non solo in quanto accade. Ma perché è senza precedenti (unprecedented). Ci sorprende. Sospende la nostra capacità di comprendere. Incombe sul futuro con il suo carico di tragedia e di morte. Lascia aperta la ferita sull’avvenire. Non si sa cos’è, non la si sa descrivere, identificare e nominare. È l’impossibile che esiste.
E’ la funesta profezia di Osama Bin Laden che si avvera: non potremo mai più dormire sonni tranquilli.
È questo ciò che rende differente il terrore come paura organizzata, provocata, strumentalizzata, dalla paura che tutta una tradizione, da Hobbes a Schmitt sino a Benjamin, considera la condizione stessa del politico e dello stato. È questo che ci fa sentire perennemente “come d’autunno sugli alberi le foglie” [Giuseppe Ungaretti, Mondadori].

C come Comprendere
Più l’evento terroristico è grave, più inibisce la nostra capacità di comprendere, determina atteggiamenti di censura, rafforza le proprie difese immunitarie.
Facciamo un esempio?
Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se dopo gli efferati, farneticanti assassinii di Tarantelli, di D’Antona, di Biagi, un qualunque quotidiano avesse pubblicato un’intervista a un leader politico o sindacale dal titolo “Bisogna comprendere ciò che è accaduto”.
Si può dire che ci sarebbe stato un terremoto politico? Che il leader in questione sarebbe stato esposto a un vero e proprio linciaggio mediatico e con tutta probabilità indicato come il mandante morale degli assassini?
A nostro avviso sta qui l’aspetto nodale della questione.
Il fatto che si dimentichi, o si faccia finta di dimenticare, che comprendere non significa giustificare, che si può condannare in-con-di-zio-na-ta-men-te un fatto o un evento senza per questo rinunciare a capire le ragioni e le condizioni che lo hanno reso possibile, testimonia di un modo insopportabile di pensare e vivere il confronto politico. È la maniera non solo più sbagliata ma anche più inefficace di affrontare la questione. È, questo sì, moralmente inaccettabile.

A come Anomia
E se le radici dell’apatia, dell’anomia, dell’autismo sociale, della violenza si annidassero piuttosto nell’omologazione? Nell’appiattimento della complessa, articolata, ricchezza del ragionamento politico sul semplificatorio, assertivo, messaggio della comunicazione promozionale? Nella scarsità di luoghi dove credibilmente partecipare alla costruzione del discorso pubblico? Nella disabitudine a farsi carico di punti di vista alternativi o semplicemente diversi?
Così sembra pensarla ad esempio Cass Sunstein, professore di Jurisprudence alla Law School dell’Università di Chicago, che a questo proposito mette in guardia dal “grande rischio che una discussione condotta fra soggetti che la pensano allo stesso modo possa alimentare una sicurezza eccessiva, estremismo, disprezzo per gli altri, e a tratti anche violenza” (Repubblic.com, Il Mulino).

D come Diversità
La nostra è in definitiva una tesi a favore dell’abbondanza, della diversità, della pluralità delle parole e delle idee. Del fatto che le libertà di ciascuno, la capacità di ascoltare, di dare valore a tesi, argomenti, punti di vista anche radicalmente divergenti dai propri, sono strettamente associate alla possibilità di essere esposti a idee, valori, questioni, opinioni diverse, non prevedibili né preordinate.
È utile ribadirlo ancora: nell’ambito dello spazio pubblico non possiamo limitarci a consumare. Se in quanto consumatori siamo orientati ad escludere dal nostro orizzonte ciò che non ci interessa in quanto cittadini la diversità ci è semplicemente indispensabile.
Rinunciare a parlare, e a pensare, non è insomma in nessun caso una buona opzione. Si può difendere stre-nua-men-te il diritto di Pietro Ichino e di chiunque altro di non vedere minimamente minacciata la propria libertà di scrivere o sostenere qualunque opinione e allo stesso tempo non rinunciare alla libertà di dichiarare il più totale disaccordo con le sue idee.
Naturalmente si può discutere usando i toni giusti. Senza demonizzare nè le persone né le loro idee. Meglio, mostrando rispetto per le une e per le altre. Ma questa è un’altra storia. Con un altro titolo: Buona educazione.

Le api, l’informatica e la lingua dei sogni

“Avevo 5 anni, andavo in montagna con i miei, gridai: mamma, guarda, ci sono gli apai con le api dentro. Venti anni dopo è nata Apai (www.apai.biz)”.

Andrea Lagomarsini ha 30 anni. È ingegnere informatico. Disegna architetture software. Progetta sistemi avanzati di sicurezza.

“L’informatica è una magia che ti prende dalla tenera età e ti permette di usare i linguaggi dei sogni. Io ho cominciato a nove anni. Un pò dopo ho fatto dei tasti del PC una tastiera musicale. Oggi mi occupo di cose più strutturate e complesse ma la passione resta la stessa”.

La tua scommessa?
“Usare il linguaggio di programmazione per scrivere un codice applicativo in grado di vivere indipendentemente da me (Agenti in grado di interagire spontaneamente e di mutare il loro stato a fronte di tali interazioni) sul modello del framework (intelaiatura intorno alla quale viene progettato un software nda) Jini (tecnologia informatica che permette ad esempio di usare il cellulare o il computer per gestire frigorifero, forno, ecc. nda) realizzato da Sun”.

Quindi?
“Decisi di disegnare il mio primo progetto di vita elettronica indipendente. Una tesi scoperta per caso mi indirizzò sulla domotica (scienza che si occupa delle applicazioni dell’informatica e dell’elettronica all’abitazione nda). Insieme a 5 studenti architettai la mia Agenzia. Sembrava Alice nel paese delle meraviglie: pensare una cosa voleva dire realizzarla”.

Grande soddisfazione.
“Certo. Ma occorreva passare alle applicazioni concrete, cercare il braccio che mancava alla mente.
Non fu semplice. Molte delle tecnologie erano troppo costose. Finché non scoprii che alla Bticino c’era chi da anni si adoperava per realizzare un sistema domotico a costi abbordabili e di semplice fruizione.
Decidemmo di realizzare, a nostre spese, il primo impianto domotico Bticino Myhome (l’offerta di automazione domestica di Bticino) della nostra zona”.

E poi?
“Grazie a tanto lavoro e alla collaborazione con l’Università di Pisa e con il team di Bticino MyHome l’universo di Apai è molto cresciuto e oggi parla, vede, ragiona tramite motori inferenziali e reti neurali”.

Voglio una vita contaminata

“Era il 1994 quando al CNR di Napoli mi proposero di lavorare per un anno in Giappone. Confesso che sulle prime mi spaventai. Assai poco convinto, chiesi di limitare il viaggio a 6 mesi. Mi dissero di sì. Alla ETL di Tsukuba sono rimasto 5 anni, per 2 anni ho insegnato alla Technical University di Monaco, poi l’approdo a Ginevra, dove oggi vivo e lavoro”.

Antonio Esposito, ingegnere fisico, 43 anni, una vita da ricercatore – scienziato – imprenditore, è lì che aspetta la domanda ineluttabile: perché uno che se ne va di malavoglia dalla propria città poi non ci torna più?

“Perché conosce nuove persone e contesti; osserva storie, culture, punti di vista diversi; scopre che tutto questo gli piace; si cala nel nuovo contesto, si fa contaminare da esso e lo contamina a propria volta. E perché si ritrova catapultato in una sorta di disneyland – paradiso della ricerca a fronte di una realtà, quella del CNR, dove anche le razioni di carta e penna erano un problema”.

Non ti sembra di esagerare?
“Purtroppo no. Dieci giorni di lavoro a Tsukuba erano equivalenti a sei mesi a Napoli. Lì ho potuto ‘giocare’ con gli strumenti e i macchinari giusti, fare ricerca, sperimentare, con modalità che per quantità di risorse e qualità di risultati erano impensabili in Italia”.

Ad esempio?
“Lavoravo sui superconduttori con l’obiettivo di realizzare dispositivi ad altissima velocità, 800 GHz, mille volte più veloce di quelli in uso e mi sono accorto di aver fabbricato il film-sottile più piatto del mondo (dello spessore degli Angstrom, unità di misura che si usa al livello atomico) con una superficie regolarissima, fatta di pochi strati atomici. Insomma cercavo un dispositivo e ho trovato un nuovo materiale”.

Che serve a…?
“A tantissime cose: costruire computer davvero superveloci, rendere lo sportello della tua auto perfettamente liscio e regolare, evitare la dispersione elettrica, ecc.”

Il tuo messaggio nella bottiglia?
“La voglia di contaminare e di essere contaminato.
La micro azienda di sviluppo di alta tecnologia che ho avviato a Napoli, la INCEPT, è in fondo un modo per riportare questa esperienza di contaminazione nella mia città”.

L’ape e l’uomo: così lontani, così vicini

“L’importante è non restare abbarbicati alle proprie ipotesi, guardare a ciò che accade fuori, fare caso al messaggio nascosto”. È Piero Carninci, coordinatore scientifico del FANTOM International Consortium, il primo ospite di questa rubrica che racconterà di uomini, idee, innovazioni che hanno a che fare con la serendipity, definita da Merton come l’osservazione di un dato “imprevisto, anomalo, strategico”, che permette di sviluppare una nuova teoria o ampliarne una già esistente.
La cosa interessante è che in ambienti ricchi di interazioni socio – cognitive è più probabile che il caso favorisca nuove scoperte, come dimostra il lavoro del team internazionale di scienziati guidato da George M. Weinstock e Gene E. Robinson che ha recentemente sequenziato il genoma dell’ape.
A Carninci, che ha contribuito a identificare dove sono i geni, abbiamo chiesto di spiegarci l’importanza di tale ricerca: “L’ape ha un comportamento sociale veramente unico per complessità, nonostante abbia solo una milionesima parte dei neuroni presenti nel cervello umano. E poi è il maggiore impollinatore esistente e ha un forte impatto economico sull’agricoltura mondiale”.
Dopo gli umani, la medusa siphonophores e le formiche, gli esseri con più abilità sociale pare siano proprio le api.
“Si tratta di un fenomeno unico negli insetti ma comune nei vertebrati. Sembra che la trascrizione degli RNA dell’ape sia regolata da modifiche del DNA (aggiunta di un gruppo metile alla citosina, quando questa è seguita da una guanina), caratteristica questa di animali molto più “evoluti”. Tutto questo potrà aiutarci a capire i geni del comportamento sociale nell’uomo”.
Sequenziare il genoma dell’ape era dunque una priorità.
“È di più. È un lascito alle generazioni future, non solo per gli studi applicati, ma anche per la ricerca pura, dato che studiare gli insetti è importantissimo per capire i meccanismi molecolari dello sviluppo embriologico”.
Buona serendipity.

Non fabbriche di lauree, ma di idee

Ricordate Matrix? Il primo della ormai mitica trilogia dei fratelli Wachowski?
La scena è quella del “Goth club from hell”. La musica, frastornante, quella di Rob Zombie. Le parole, quelle della splendida Trinity: “It’s the question that drive us, Neo. È la domanda a guidarci, Neo”.
La domanda è: “Che cos’è Matrix?”.
Che cos’è l’e-learning, perché, a quali condizioni, con quale struttura, per chi, l’Università telematica può rappresentare una reale opportunità sono invece le domande dalle quali è partita la ricerca sulle università telematiche nell’anno accademico 2005 – 2006.
Quattro università e un’idea per descrivere un fenomeno destinato a far molto discutere.
Le quattro università sono la Guglielmo Marconi, la TEL.M.A, la Nettuno e la Da Vinci. L’idea è che i fatti dicano più di mille parole sul mondo dell’istruzione online universitaria.
Proviamo dunque a guardare almeno alcuni di questi fatti più da vicino:
19 facoltà attivate, 20 corsi di studio (nessuno dei quali attivato nel rispetto dei requisiti minimi di docenza), 2513 studenti, 3 docenti di ruolo (uno dei quali da anni in aspettativa per motivi parlamentari);
lo start up, di fatto garantito dalla possibilità di aggirare la norma;
la possibilità di organizzarsi come meglio si crede ad ogni livello (di università, di facoltà, di corso di laurea), e per ogni ambito (organizzazione della didattica, utenza sostenibile, competenze richieste, struttura e ripartizione dei crediti, test di accesso, recupero dei debiti formativi, ecc.);
un’utenza sostenibile pari a 7396 studenti;
in un caso, quello della TEL.M.A., al 2005 – 2006, oltre ai docenti mancano anche le strutture (“sulla base della relazione del Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario, non vi è compatibilità fra le esigenze di funzionamento del corso e le caratteristiche e la quantità delle strutture messe a disposizione dello stesso per la durata normale degli studi”);
convenzioni che dispensano crediti con criteri decisamente discutibili e rigorosamente a pioggia.
A chi giova tutto questo? Perché una tale quantità di eccezioni, disservizi, mancato rispetto degli standard minimi, intrecci perversi? Perché dare questo tipo di risposta alla domanda di istruzione universitaria online mentre nel resto del mondo tecnologicamente sviluppato la ricerca e le buone pratiche fanno passi da gigante?
Sono state queste domande a guidarci. Le risposte sono venute quasi da sole.
Risposte che se da un lato confermano il deficit di virtù civiche di cui soffre il Paese dall’altro evidenziano, motivano, dimostrano, la possibilità di una decisa inversione di rotta.
Non servono fabbriche di lauree. Occorrono fabbriche di idee. Di conoscenze. Di competenze. Di futuro. Anche via web.

Incontro

“E correndo l’incontrai lungo le scale / quasi nulla mi sembrò cambiato in lei / la tristezza poi ci avvolse come miele / per il tempo scivolato su noi due”: comincia così “Incontro”, una delle sei meravigliose storie raccontate nell’album “Radici” da Francesco Guccini.
Ma si sarebbe potuto cominciare anche con “vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica / vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India / vorrei incontrarti ma non so cosa farei, forse di gioia io di colpo piangerei”, citando in questo caso “Vorrei incontrarti” di Alan Sorrenti che all’inizio della carriera ha pubblicato due album meravigliosi, “Aria” e “Come un vecchio incensiere”, nei quali hanno suonato musicisti come Jean Luc Ponty e Antonietta (Tony) Hilary Marcus, Tony Esposito, David Jackson, stratosferico sassofonista dei Van Der Graaf Generator, un gruppo che chiunque pensa di amare il rock dovrebbe conoscere.

Perché vi racconto tutto questo?
Perché vorrei provare a giocare assieme a voi con alcune parole. Con la speranza che ciò possa offrire qualche spunto al popolo degli studenti che si appresta a fare i conti con sua
Dato che i miei 5 minuti passano veloci passo ai libri per segnalarvi l’incontro con Proust e Kafka che dobbiamo a Franco Rella e al suo Scritture estreme, edito da Feltrinelli: un saggio di estrema bellezza, un viaggio fino al centro della Terra, un coltello fino in fondo al cuore.
Per chi ancora non ama Proust e Kafka. E per chi invece si.

Rimango volentieri sul pianeta libri per accennare all’incontro con noi stessi, il nostro daimon, il codice della nostra anima.
Proprio Il codice dell’anima è il titolo del meraviglioso, sconvolgente, straordinario libro di James Hillman edito da Adelphi.
Un libro assolutamente da leggere e da meditare.
Per comprendere, amare, sopportare meglio chi siamo. Tutto quello che siamo. Con i nostri pregi, pochi. E i nostri difetti. Tanti.
Per comprendere, amare, rispettare, incontrare gli altri. Con le loro teste. Le loro facce. Le loro mani. I loro modi di vivere, pensare, amare, giocare, odiare.

Per finire una saga cinematografica, una citazione e un ricordo che ci proiettano verso quello che a mio avviso è l’aspetto più bello e interessante del tema di oggi, l’incontro con l’altro.
L’incontro con l’altro non è mai semplice, banale, automatico. Richiede sempre un piccolo ma prezioso investimento in disponibilità, la voglia di fare il primo passo, o anche di “levare l’occasione” come usiamo dire noi napoletani.
La saga è quella di X Men, di cui è appena uscito il volume 3 in DVD, che nel modo spettacolare che caratterizza la migliore produzione – tradizione dei fumetti e del cinema, suggerisce, in particolare ai giovanissimi, riflessioni non banali intorno al tema “accettazione delle diversità”.
La citazione è del grande Levinàs: “L’origine dell’esistenza etica è la faccia dell’altro, con la sua richiesta di risposta. L’altro diventa il mio prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia mi chiama”.
Il ricordo si riferisce a una nobile, antica, tradizione napoletana purtroppo ormai quasi completamente dimenticata: il “Sospeso”.
In buona sostanza accadeva che chi entrava in un bar per prendere un caffè, magari insieme a un amico, pagasse un caffé in più, il “sospeso” in questione, a favore di un futuro, spesso sconosciuto, avventore.
Era un gesto di disponibilità, di amicizia, di civiltà in fondo semplice ma assai ricco di significato.

Anche se non sempre ce e accorgiamo il significato è una cosa importante.
È la voglia di non rinunciare a trovare senso e significato che ci permette – nonostante le insopportabili, banali, retoriche, cose che, nel bene e nel male, si dicono di questa città – di continuare ad avere voglia di disponibilità, amicizia, civiltà, di far bene le cose perché è così che si fa.
Senso e significato sono il vero antidoto, le vere briscole che abbiamo a disposizione per combattere l’anomia, il disorientamento che incombe sulle nostre stanze di vita quotidiana.
Potrei dire che sono sempre più numerosi quelli che vivono tutto questo come una sorta di ultimo tentativo.
Preferisco constatare che i miei 5 minuti sono terminati.
Che sono riuscito a tornare laddove avevo cominciato, cioè a Guccini (stanze di vita quotidiana è il titolo, o il titolo del ,titolo come direbbe Alice nel paese delle meraviglie, di un altro suo album).
Che perciò mi fermo e vi dò volentieri la parola.

Incontro

“E correndo l’incontrai lungo le scale / quasi nulla mi sembrò cambiato in lei / la tristezza poi ci avvolse come miele / per il tempo scivolato su noi due”: comincia così “Incontro”, una delle sei meravigliose storie raccontate nell’album “Radici” da Francesco Guccini.

Ma si sarebbe potuto cominciare anche con “vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica / vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India / vorrei incontrarti ma non so cosa farei, forse di gioia io di colpo piangerei”, citando in questo caso “Vorrei incontrarti” di Alan Sorrenti che all’inizio della carriera ha pubblicato due album meravigliosi, “Aria” e “Come un vecchio incensiere”, nei quali hanno suonato musicisti come Jean Luc Ponty e Antonietta (Tony) Hilary Marcus, Tony Esposito, David Jackson, stratosferico sassofonista dei Van Der Graaf Generator, un gruppo che chiunque pensa di amare il rock dovrebbe conoscere.

Ma perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché vorremmo provare a giocare assieme a voi con alcune parole. Con la speranza che ciò possa offrire qualche spunto al popolo degli studenti che si appresta a fare i conti con sua

Dato che i miei 5 minuti passano veloci passo ai libri per segnalarvi l’incontro con Proust e Kafka che dobbiamo a Franco Rella e al suo Scritture estreme, edito da Feltrinelli: un saggio di estrema bellezza, un viaggio fino al centro della Terra, un coltello fino in fondo al cuore.
Per chi ancora non ama Proust e Kafka. E per chi invece si.

Rimango volentieri sul pianeta libri per accennare all’incontro con noi stessi, il nostro daimon, il codice della nostra anima.
Proprio Il codice dell’anima è il titolo del meraviglioso, sconvolgente, straordinario libro di James Hillman edito da Adelphi.
Un libro assolutamente da leggere e da meditare.
Per comprendere, amare, sopportare meglio chi siamo. Tutto quello che siamo. Con i nostri pregi, pochi. E i nostri difetti. Tanti.
Per comprendere, amare, rispettare, incontrare gli altri. Con le loro teste. Le loro facce. Le loro mani. I loro modi di vivere, pensare, amare, giocare, odiare.

Per finire una saga cinematografica, una citazione e un ricordo che ci proiettano verso quello che a mio avviso è l’aspetto più bello e interessante del tema di oggi, l’incontro con l’altro.

L’incontro con l’altro non è mai semplice, banale, automatico. Richiede sempre un piccolo ma prezioso investimento in disponibilità, la voglia di fare il primo passo, o anche di “levare l’occasione” come usiamo dire noi napoletani.

La saga è quella di X Men, di cui è appena uscito il volume 3 in DVD, che nel modo spettacolare che caratterizza la migliore produzione – tradizione dei fumetti e del cinema, suggerisce, in particolare ai giovanissimi, riflessioni non banali intorno al tema “accettazione delle diversità”.

La citazione è del grande Levinàs: “L’origine dell’esistenza etica è la faccia dell’altro, con la sua richiesta di risposta. L’altro diventa il mio prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia mi chiama”.

Il ricordo si riferisce a una nobile, antica, tradizione napoletana purtroppo ormai quasi completamente dimenticata: il “Sospeso”.
In buona sostanza accadeva che chi entrava in un bar per prendere un caffè, magari insieme a un amico, pagasse un caffé in più, il “sospeso” in questione, a favore di un futuro, spesso sconosciuto, avventore.
Era un gesto di disponibilità, di amicizia, di civiltà in fondo semplice ma assai ricco di significato.

Anche se non sempre ce e accorgiamo il significato è una cosa importante.
È la voglia di non rinunciare a trovare senso e significato che ci permette – nonostante le insopportabili, banali, retoriche, cose che, nel bene e nel male, si dicono di questa città – di continuare ad avere voglia di disponibilità, amicizia, civiltà, di far bene le cose perché è così che si fa.
Senso e significato sono il vero antidoto, le vere briscole che abbiamo a disposizione per combattere l’anomia, il disorientamento che incombe sulle nostre stanze di vita quotidiana.

Potrei dire che sono sempre più numerosi quelli che vivono tutto questo come una sorta di ultimo tentativo.
Preferisco constatare che i miei 5 minuti sono terminati.
Che sono riuscito a tornare laddove avevo cominciato, cioè a Guccini (stanze di vita quotidiana è il titolo, o il titolo del ,titolo come direbbe Alice nel paese delle meraviglie, di un altro suo album).
Che perciò mi fermo e vi dò volentieri la parola.

Napoletani salvasilicio

RD39. Effetto Lazarus.
No, non è il titolo del prossimo film di James Bond. Sono il numero di repertorio ed il nome con il quale potete rintracciare, al CERN di Ginevra, la scoperta fatta, era l’anno di grazia 1997, da Vittorio Palmieri, Luca Casagrande, Gennaro Ruggiero, Antonio Esposito, Francesco Vitobello.
Come forse avrete già intuito, i cinque sono tutti napoletani. Ma solo uno di loro al tempo lavorava nella propria città, al CNR.
Gli altri? In giro per il mondo. Precisamente alle Università di Berna, di Lisbona, di Glasgow e all’ETL (Electrotechnical Laboratory) MITI di Tsukuba.
Cosa hanno scoperto? Che è possibile “resuscitare” le sfoglie di silicio utilizzate per la rilevazione di particelle. Rigenerarle. Farle rivivere. Immergendole in azoto liquido a meno 207 gradi celsius.
Perché la scoperta è importante?
Perché di norma le sfoglie di silicio hanno un ciclo di vita media di 1 anno. Perché gli esperimenti di fisica delle particelle si basano su raccolte di dati che si effettuano nel corso di 5, 10, talvolta anche 15 anni. Perché montare ogni anno decine di metri quadri di rilevatori poneva dei limiti enormi a chi fa ricerca in questo settore.
A raccontarci tutto questo è Antonio Esposito. Ingegnere Fisico. 43 anni. Una vita da scienzato. Cominciata al CNR di Napoli, 4 anni vissuti nel segno della superconduttività. Poi l’esperienza in Giappone, alla ETL di Tsukuba, dove è rimasto 5 anni, lavorando allo sviluppo di nuovi materiali superconduttivi e di dispositivi per la rilevazione (detector) di particelle. Dopo il Giappone, un’esperienza di 2 anni di insegnamento in Germania, alla TUM (Technical University Munich). Poi l’approdo a Ginevra.
E Napoli?
Antonio per ora non pensa di tornarci. Ci tiene a sottolineare però che continua ad amare la sua città. E che continua a farlo nel modo che conosce meglio. Investendo. Facendo ricerca. Impresa. Creando a Napoli, insieme a Vittorio e Francesco, due della vecchia band di Lazarus, aziende come Incept (www.incept.it), che sviluppa Technology on Demand.
Antonio, Vittorio e Francesco lo ritengono il loro esperimento più difficile.
Le ragioni – mi dice Antonio – uno come te le conosce bene.
Ma noi ci crediamo. Non vogliamo rinunciare alla possibilità di ridare indietro alcune delle cose che l’università, le strutture di ricerca, della nostra città ci hanno dato. Alla possibilità di riportare a Napoli almeno un pò di ciò che abbiamo imparato in giro per il mondo.

Allestire il cantiere delle idee

Serendipity. Concetto sconosciuto ai più. Buffo anzichenò. Con un certo non so che di magico. Una sorta di
supercalifragilistichespiralitoso della ricerca sociologica. Che si deve alla genialità di Robert K. Merton. Che lo ha riferito «all’esperienza, abbastanza comune, che consiste nell’osservare un dato imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente».
Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché abbiamo un’idea. L’idea che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi possa diventare un acceleratore di opportunità per tutti quei soggetti – città, imprese, università – che hanno deciso di puntare sull’innovazione. Scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che “per genio e per caso” si possa crescere di più. E sfruttare meglio le opportunità.

La nostra idea ha una storia alle spalle: quella di Piero Carninci, scienziato triestino che con Yoshihide Hayashizaki dirige il Fantom International Consortium, promosso dalla Riken Genome Network Project con 45 istituzioni e 192 scienziati di 11 Paesi.
Perché la sua storia è importante? Perché in Italia Carninci non ha trovato la possibilità di stabilirsi come ricercatore. Perché dalle nostre parti le domande per lui usuali erano: «Prenderòlo stipendio?» o «devo cambiare lavoro?» Mentre appena giunto in Giappone sono diventate: «Come capire la funzione del genoma?» o «come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni?».
Perché insieme alla sua nutrita band di cervelli ha scoperto che il trascrittoma (Rna) modifica il Dna e identificato i promotori contenuti nel genoma. E perché la sua storia ha una morale. Che lui stesso ha così sintetizzato, in un articolo: «Dall’Italia ho avuto tantissimo, in termini di educazione e primi anni di esperienza lavorativa. Tuttavia, nel momento nel quale avrei potuto restituire qualcosa al mio Paese, non c’e stata nessuna struttura pronta a una collaborazione produttiva. Invece in Giappone, come negli Stati Uniti, la ricerca è un investimento in conoscenza e il ricercatore è considerato uno che deve produrre conoscenza e brevetti per lo sviluppo del Paese».

Nessun uomo è un’isola. E nessuna idea. Come ci ha raccontato la copertina di Nòva, Genius Loci, del 6 luglio scorso. Ma la forza della nostra idea sta dunque nella sua possibilità – capacità di prendere atto, creare senso, sfruttare il potenziale. Prendere atto di che cosa? Del permanere – a prescindere dagli argomenti in questione, siano essi i distretti della conoscenza o le nuove forme di marketing territoriale, per restare all’esempio citato – di una oggettiva difficoltà a uscire dai confini della sperimentazione e a delineare una prospettiva nella quale le buone pratiche siano la norma.
È un prendere atto che non significa subire, ma farsi carico fino in fondo di tale difficoltà per avere più possibilità di superarla.
Come? Ad esempio guardando alla realtà come a una costruzione continua, il prodotto dell’attività delle persone che danno senso alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate.
È la logica del sensemaking, la cui definizione è «un processo fondato sulla costruzione dell’identità, retrospettivo, istitutivo di ambienti sensati, sociale, continuo, centrato su (e da) informazioni selezionate, guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza».

Proprio il carattere di cantiere dai lavori perennemente in corso caratteristico del sensemaking favorisce la possibilità di fare un salto culturale dalla Grecia alla Cina e passare dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi, fini a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Un modello che utilizza al meglio tutti i fattori e i dati disponibili. Accompagnando i percorsi invece di avere la pretesa di guidarli. Facendo in modo che l’effetto sia
prodotto dalla situazione stessa.
In definitiva, la nostra idea è che in Italia esistano molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione di processi virtuosi “per genio e per caso”. E che davvero ci possano essere migliaia di “Serendipity Lab” nel nostro futuro, specie se le istituzioni, le imprese, le università riusciranno a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la voglia di fare rete. A sostenere, come ha suggerito Enzo Rullani su questo stesso giornale, la capacità di industrializzare le idee migliori. Come sempre in faccende di questo tipo, niente è scontato.

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