Elementare Watson!

Niente paura. Non abbiamo deciso di abbandonare la serendipity per passare al giallo. E il Watson della nostra storia non è l’alter ego di Sherlock Holmes reso immortale dalla penna di sir Arthur Conan Doyle.
È James D. Watson. Forse meno noto. Probabilmente più importante. Dato che a lui, e a Francis Crick, si deve la scoperta della struttura del DNA e la soluzione di uno dei più affascinanti misteri della scienza e della vita: in che modo le informazioni ereditarie si conservano e si trasmettono.

Perché ve ne parliamo?
Perché la vita di James D. Watson è, come quella di molti scienziati, assai ricca di avvenimenti serendipitosi, come si può verificare leggendo il suo straordinario libro di memorie (DNA, Il segreto della vita, Adelphi, € 18). Perché più d’uno di tali avvenimenti si interseca con il nostro Paese e con la sua genialità, che è tanta e ci piace ricordarla. E perché almeno uno di essi permette di aggiungere un ulteriore tassello a una storia, quella della fuga e dello spreco dei cervelli italiani, che pensiamo sia utile continuare a raccontare.

L’avvenimento in questione è quello che porta Watson a “scartare” Herman J. Muller, che nel 1946 aveva ricevuto il premio Nobel per i suoi studi sulla capacità mutagena dei raggi X, e a scegliere, per la sua tesi di dottorato, Salvador Luria, nato e cresciuto a Torino, che il premio Nobel lo vincerà “solo” nel 1969 per le scoperte fatte, con Delbrück e Hershey, sui meccanismi di mutazione e riproduzione del DNA. E ci dà l’occasione per ricordare che nel frattempo, proprio nell’anno in cui Watson arriva all’Indiana University, il 1947, Luria diventa cittadino americano.

Rewind: Salvador Luria nasce e si forma a Torino, dove ha come maestro e mentore Giuseppe Levi; si trasferisce negli USA; diventa maestro e mentore degli studenti statunitensi di Bloomington e del MIT.
Una possibile morale della storia: l’Italia investe per formare Luria e gli Stati Uniti raccolgono i frutti di tale investimento.
Elementare Watson.

Effetti collaterali

E se lo lo sviluppo delle NTI spingesse fino al limite della rottura tanto i processi di inclusione quanto quelli di esclusione? E se, così come accade per (quasi) tutte le cose di questo mondo, anche le innovazioni tecnologiche, nonostante rivestano una rilevanza decisiva nei processi che assicurano la crescita delle nostre società, avessero degli spiacevoli effetti collaterali?

L’idea, semplice ma forse non banale è che anche nel fantasmagorico mondo delle NTI ci siano luci e ombre.

Da un lato, potendo comunicare in tempi rapidi, accedere a risorse formative e informative a distanza, lavorare con più testa e meno braccia, il “catalogo” delle opportunità di partecipazione e di libera espressione che ciascuno di noi ha a disposizione diventa considerevolmente più ampio; come abbiamo visto anche nel capitolo precedente, abbiamo più risorse strategiche per fare scelte secondo autonomi criteri di giudizio, siamo più competitivi nello studio e nel lavoro, siamo più partecipativi.
Dall’altro lato e conseguentemente, chi non per propria colpa si ritrova fuori, impossibilitato a usare in maniera partecipata e autonoma i nuovi media, vede aumentare la distanza che lo separa da chi è integrato, si ritrova a fare i conti con uno svantaggio ulteriore.

Forse anche al tempo di internet la vera asimmetria da superare non è tanto quella, peraltro più supposta e sponsorizzata che reale, esistente tra coloro che utilizzano la rete, ma quella che si riferisce alle relazioni di potere operanti nella società reale, alle diseguaglianze da esse generate, ai meccanismi di accesso che di fatto ancora oggi impediscono ad una fetta molto significativa di persone di utilizzare la rete, e di farlo in maniera consapevole.

Neanche internet – che dei nuovi media è indubbiamente il simbolo, l’emblema, il luogo non solo simbolico dove reale e virtuale si incontrano – sfugge insomma alla regola che vuole che tutte le cose di questo pazzo, talvolta insopportabile, talaltra meraviglioso, mondo, presentano, nelle istruzioni per l’uso, un consistente numero di controindicazioni.

Geoffrey Numberg, in un articolo apparso su “The New York Times” il 23 febbraio 2005 ha ricordato ad esempio che “da uno studio del 2002, diretto da B. J. Fogg, psicologo dell’Università di Stanford, emerge che il popolo del web tende ad associare la credibilità di un sito internet al suo aspetto, piuttosto che agli autori e alle ragioni per le quali è nato”.

Con toni decisamente apocalittici, Theodore Schick, capo del dipartimento di filosofia del Muhlenberg College, Pennsylvania, USA, si spinge addirittura ad adombrare la possibilità di un futuro minacciato da un uso improprio delle nuove tecnologie digitali, che egli teme possano avere gli effetti malefici degli anelli resi celebri da Tolkien: “Anche Frodo è attratto dall’anello, è Sam a ricondurlo sulla retta via. Dovremmo gettare nel fuoco queste conoscenze tecnologiche, proprio come il Consiglio di Elrond ha votato di distruggere l’anello”.

Con un approccio sicuramente più razionale è Sunstein ad insistere su quella che a nostro avviso è la questione davvero rilevante, e cioè la possibilità che la diffusione delle tecnologie digitali possa avere, tra i propri non trascurabili effetti collaterali, quello di favorire l’insorgere di forme di estremismo, disprezzo per gli altri e per le loro opinioni, a tratti anche violenza, in quanto favorisce ed eleva a simbolo il confronto (attraverso ad esempio le chat o le comunità virtuali dedicate) fra soggetti che la pensano allo stesso modo.

La questione posta da Sunstein è almeno da due punti di vista assolutamente rilevante.
Da un lato perché mette in discussione uno dei capisaldi teorici oltre che pratici della Rete, quello che si riferisce, per l’appunto, alla valorizzazione e allo sviluppo di aree di discussione e di approfondimento intorno a punti di vista, argomenti, interessi, specifici e condivisi.
Dall’altro, perché i presupposti sui quali si basa trovano riscontro in più ambiti e contesti sociali.

Zona di confine

Jean Baudrillard, parlando di Matrix, il film nel quale molti commentatori hanno voluto vedere una trasposizione del suo pensiero, ha sottolineato come in realtà, proponendo una struttura del racconto nel quale i personaggi o sono nella Matrice, cioè nella digitalizzazione delle cose, o sono radicalmente al di fuori, cioè a Zion, la città di coloro che resistono, i fratelli Wachowski abbiano rinunciato a mostrare ciò che accade nel punto di giuntura dei due mondi, per l’appunto ai confini, e come in questo modo abbiano finito col trascurare proprio l’aspetto più importante e interessante della questione.
L’idea della zona di confine segnala possibilità che non sempre riusciamo ad afferrare. Evoca e opportunità, contesti, prospettive non definibili in una logica bianco o nero, buono o cattivo, giusto o sbagliato.

Francois Jullien (Pensare l’efficacia – Laterza 2006) ricorda l’Ulisse dalle mille risorse, l’Ulisse abile, “astuto”, ingegnoso, polytropos” che rappresenta l’archetipo dell’uomo che utilizza una razionalità diversa e una diversa abilità: “la metis […] “il fiuto”, così come si parla di fiuto negli affari. […] La metis è […] la capacità di trarre vantaggio dalle circostanze, di vedere come la situazione evolve e sfruttare in essa l’orientamento favorevole […] dare prova di metis significa scoprire i fattori “portanti” in seno alla situazione per lasciarsi trasportare da essi”.
Surfare piuttosto che Modellare, suggerisce ancora Jullien. E se fosse questa una prospettiva per il futuro prossimo venturo?

In e Out

Vero. Il valore delle cose dipende sempre più dalle informazioni che in esse sono contenute. Il futuro si trasforma da tempo a luogo. Il mouse è la nuova chiave a stella. Reale e virtuale sono i nuovi contesti spazio temporali nei quali vivamo tra destini ineluttabili e speranze di libero arbitrio.

Ma l’intera storia dell’umanità, a partire almeno dalla “scoperta” del linguaggio, non è altro che una storia di evoluzioni ed innovazioni biologiche, culturali, tecnologiche.

Dove sta allora la novità?
Nelle modalità con le quali lo sviluppo e il cambiamento tecnologico sono connessi ai processi culturali, sociali, economici, che caratterizzano l’attuale modernità.

Il fatto che sia possibile conseguire una laurea, o lavorare, a distanza, trasforma, ad esempio, non solo il modo con il quale siamo abituati a studiare o lavorare, e conseguentemente la concezione e il rapporto con i quali storicamente ci siamo ad essi riferiti, ma anche il nostro modo di pensare e vivere lo spazio, le distanze, le relazioni con gli altri, siano essi studenti o lavoratori come noi, referenti in quanto professori o datori di lavoro, istituzioni come l’università o l’impresa.

Insieme al modo di studiare e lavorare cambia insomma il modo di socializzare, di vivere, di pensare.

I vantaggi?
Maggiore flessibilità nella gestione dello spazio e del tempo; possibilità di cambiare città senza necessariamente mettere a rischio il posto di lavoro o gli studi universitari; riduzione dei costi e dei tempi di spostamento; possibilità di dedicare più tempo ed essere più partecipe alla vita familiare; gestione più flessibile dei tempi e dei contenuti delle attività di formazione e aggiornamento; maggiore autonomia e, in svariati casi, motivazione.

E per quanto riguarda invece gli svantaggi?
Minore tutela per la salute; incremento delle spese domestiche; minori tutele sindacali; perdita delle forme tradizionali di relazione, comunicazione e apprendimento.
In modo particolare proprio il fatto di studiare o lavorare da soli, di ritrovarsi confinati ciascuno nel proprio atomo, nella propria isola, rende in qualche modo più impellente la necessità di supplire al deficit di comunità che viene a determinarsi, di individuare più occasioni di scambio e di reciprocità.

Cattive compagnie

La TV crea miti. Li metabolizza. Li distrugge. Occupa pagine intere di quotidiani, tabloid, settimanali. Alla televisione dedicano attenzione persone, intellettuali, personalità di ogni tipo.

Nelle nostre affollate e supertecnologiche metropoli, dove si raffreddano i rapporti umani e si lasciano un sacco di persone escluse, dove i genitori sono sempre più indaffarati e stanchi per avere anche il tempo di giocare con i propri figli, sono davvero tanti gli ingredienti che spiegano e giustificano il predominio della cattiva maestra televisione.

Se guardiamo al mondo dei più piccoli, la mancanza di luoghi nei quali essi possano incontrarsi e giocare con i loro coetanei senza necessariamente dover prenotare un campo di calcetto o la pizzeria, la pericolosità, vera e presunta, dei quartieri nei quali abitiamo, la sempre minore capacità di formare della famiglia e della scuola, contribuiscono ad esempio a dare un alone di oggettività al fatto che bambini e ragazzi di ogni età si ritrovino, per necessità o, peggio ancora, per routine, quotidianamente sbattuti per ore davanti ad uno schermo sempre acceso (i più fortunati finiscono con l’essere i video – pluralisti, quelli che hanno almeno la possibilità di alternare la TV con la play station, il game boy, il computer).

Ma anche se guardiamo al mondo degli adulti, ci accorgiamo che in fondo le cose non vanno un gran che meglio: schiacciati dallo stress, dal lavoro, dalle responsabilità, dalle difficoltà economiche, anche i “grandi” riescono sempre più raramente a uscire di casa quando viene la sera, a ritrovarsi in discoteca, in balera, al cineforum o a un concerto, a seconda dei gusti e delle età, e finiscono fatalmente sdraiati sul divano, alle prese con la quotidiana sfida per la conquista del telecomando.

E’ probabile che nella meticolosa, scientifica, masochistica, puntualità con la quale riempiamo le nostre case di televisori, spesso uno per ciascun componente della famiglia, e ci precludiamo finanche la possibilità di una comunicativa litigata con mariti, mogli, figli, per decidere su quale canale sintonizzarsi, sia racchiuso un ulteriore indizio delle complesse dinamiche che talvolta si stabiliscono tra carnefici e vittime, ma ciò non toglie nulla alla questione centrale: la televisione deve in massima parte la sua forza e importanza alla possibilità – capacità di agire su un’enorme quantità di solitudini involontarie.

E’ innanzitutto grazie a questa sua capacità che essa è diventata, in particolar modo per le generazioni più giovani, una delle più importanti agenzie formativa di valori, modelli di comportamento, stili di vita.

La televisione ci tiene compagnia, ci include, ci fa sentire meno soli. Da “piccoli” così come da “grandi”. In casa, quando siamo soli di giorno o stanchi di sera, E fuori, quando domani potremo commentare con i compagni di classe l’ultima puntata di “Art Attack”, ripetere con i colleghi di ufficio i tormentoni più simpatici di “Zelig”, verificare durante la pausa pranzo con quanti milioni di nostri connazionali, secondo i dati Auditel, abbiamo condiviso la visione del film della sera precedente.

La televisione seleziona gli avvenimenti e le informazioni alle quali abbiamo accesso. Influisce sui percorsi attraverso i quali si determinano le preferenze e le scelte di ciascuno di noi. Stabilisce criteri per rappresentare la realtà e definire ciò che è vero.

Consumatori vs Cittadini

Sì, essere cittadini è cosa diversa dall’essere consumatori.

In quanto consumatori siamo orientati, indotti, persuasi a scartare tutto quanto non collima con i nostri gusti, non incontra le nostre preferenze, non usiamo, non incrocia le nostre abitudini, ha per noi scarso interesse. Piuttosto che identificarci nel soddisfacimento di bisogni articolati, desideriamo cose, oggetti, prodotti che rispondano al nostro bisogno di sentirci persone di successo.

In quanto cittadini, al contrario, abbiamo bisogno proprio della diversità delle proposte e della pluralità delle soluzioni per formare le nostre opinioni, per partecipare con un autonomo punto di vista alla costruzione del discorso pubblico.

“Sovranità del consumatore significa che i singoli utenti possono scegliere come vogliono, soggetti alle limitazioni rappresentate dal sistema dei prezzi, ed anche alle loro capacità economiche ed esigenze. […] L’idea della sovranità politica si basa su fondamenti diversi. Non dà per definiti o scontati i gusti degli individui. Esalta l’autogoverno democratico, inteso come requisito del governare attraverso la discussione, accompagnato dal dover dare conto delle proprie opinioni in ambito pubblico”. [Sunstein]

Nell’ambito del pubblico l’esigenza fondamentale è insomma “[…] il miglioramento dei metodi e delle condizioni del dibattito, della discussione e della persuasione”. [Dewey]

Se si confondono i due ambiti accade che invece di elaborare o maturare ragioni e argomenti che ci consentano di operare scelte meditate, ci ritroviamo sempre più spesso a decidere sull’onda di suggestioni istintive, ammiccamenti amichevoli, promesse improbabili. Che si scelgono sindaci, senatori, presidenti di provincia o di regione con approcci e metodologie sempre più vicine a quelle che siamo soliti adoperare quando scegliamo un profumo o una cravatta. Che si affrontano questioni come la sicurezza per slogan, cavalcando le spinte più emotive e meno intelligenti.

Consumiamo, dunque siamo

Avete mai provato a portare il vostro orologio Swatch da un rivenditore per farlo aggiustare? Nel caso intendiate farlo, sappiate che vi sentirete rispondere, in tono molto cortese, che non è possibile farlo. Che se tenuto con cura, uno Swatch non si rompe mai. Ma che una volta rotto, se ci tenete a rimanere nel club di quelli che pensano che “Time is what you make of it”, non avete altre possibilità che comprarne uno nuovo.

Affermare che siamo sempre meno interessati a chiederci “chi siamo” e che diamo sempre più valore al “cosa abbiamo” non basta più a dare conto della radicalità del mutamento in atto.
La fase nella quale il processo di induzione e di manipolazione dei bisogni era riferita sostanzialmente ai prodotti, alle merci, ai beni di consumo si avvia ad essere definitivamente alle nostre spalle. Nel mondo nel quale ci catapultiamo ogni mattina uscendo di casa, imponenti fattori culturali, economici, sociali, politici, ci spingono a pensare, e a credere, che tutto ciò che dura, ivi compresi le idee, i sentimenti, le persone, rappresenta un disvalore.
Consumiamo vite e non solo prodotti. E ciò ci dice probabilmente qualcosa di significativo circa il ruolo e l’importanza del consumo nell’attuale fase della modernità.

Attorno al consumo organizziamo le nostre vite.
Per strada come a casa, in auto come in ufficio, le nostre giornate sono scandite da spot, suggerimenti pubblicitari, consigli per gli acquisti che ci annunciano un futuro bello, giovane, ricco, di successo.

Ciò che consumiamo definisce le nostre identità.
Il valore d’uso dei beni, dei prodotti, dei servizi incide sempre meno sulla definizione delle nostre preferenze: ancora una volta, avere sempre nuovi abiti, nuovi telefonini, nuovi computer, nuovi software, nuove automobili o anche nuove barche e nuove case, è importante “a prescindere”.
Altrettanto indicativo è ciò che accade nell’ambito della sfera pubblica, laddove associare buona politica a nuova politica pare essere diventato una sorta di imperativo categorico, come dimostra la frequenza con la quale vengono dati nomi nuovi a contenitori, organizzazioni, partiti, concezioni e modi di fare politica “vecchi” con la speranza, solitamente vana, che alla novità del nome corrisponda la novità della “cosa”.

C’è una diffusa tendenza ad abusare del termine nuovo, dietro il quale si finisce spesso per nascondere cose note, brutte, ingiuste. Si finisce col perdere di vista il fatto non banale che nelle nostre vite c’è sempre spazio, nella buona come nella cattiva sorte, per cose più nuove semplicemente in quanto successive alle precedenti. E che in realtà senza la memoria, senza la capacità di riconoscere quanto permane nel variare delle circostanze e delle condizioni, non ci sarebbe ragione di parlare di cose che valgono.

Facimme ammuina

La famiglia, lo Stato, il partito, l’impresa, le strutture tendono a perdere consistenza, autorevolezza, capacità di dialogo, in modo particolare nei confronti delle generazioni più giovani.
La stessa teoria sociale fa fatica a darsi modelli, scenari, contesti, in grado di leggere e interpretare ciò che accade.
Il risultato?
I nostri stati di essere, e i nostri modi di fare, finiscono col ricordare sempre più da vicino quelli dei marinai imbarcati a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina Borbonica allorquando, in occasione delle visite a bordo delle Alte Autorità del Regno, veniva loro impartito il comando “Facite Ammuina” .
Di cosa si tratta?
Presto detto: “All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tiene nient’ a ffà, s’aremeni a ‘cca e a ‘llà”.
Accade insomma che, mentre nel mondo là fuori piccoli e grandi eventi si susseguono come indipendenti dalla nostra volontà, ci scopriamo sempre meno in grado di comprendere, meno interessati a capire.
L’assordante rumore di fondo che pervade le nostre giornate ci segnala il carattere frenetico, il deficit di consapevolezza, la mancanza di scopo, che contraddistingue le nostre vite, ci avverte che ciò che facciamo ha sempre meno senso.
Facimme ammuina. E finiamo col sentirci come “anime sperdute che si dibattono in una boccia di vetro”. Che fanno i conti, giorno dopo giorno, con vecchie e nuove paure. Che cercano rifugio e identità in un’automobile, un tatuaggio, nell’ultimo modello di telefono cellulare o di lettore mp3. Siamo esseri senza radici e senza memoria perennemente in cerca di prodotti in grado di conquistare uno spazio nelle nostre anime. Almeno fino alla prossima novità.

Coppi e Bartali

Il fatto che nella fase attuale le “fabbriche” che producono identità siano decisamente in crisi determina insomma effetti significativi sul terreno culturale, economico, politico, sociale. Sapendo chi siamo, avendo un’identità riconoscibile, abbiamo ad esempio più ragioni e motivazioni a competere, quale che sia l’esito, nell’arena democratica.
La difficoltà di riconoscersi in quanto componenti di comunità stabili, in una fase in cui le agenzie che tradizionalmente assicuravano identità di lunga durata vivono una crisi per molti aspetti strutturale, determina al contrario un indebolimento delle appartenenze e ciò fa sì che diventi sempre più difficile impiantare rapporti umani duraturi, condividere obiettivi di lungo termine, riconoscerci stabilmente nella durata e dire, per questo, di essere con altri. Non è dunque un caso che a questa contrazione del futuro sul presente sia connessa la produzione di solitudine, dato che quando abbiamo una storia solida alle spalle e molto futuro davanti disponiamo per ciò stesso di risorse da condividere con altri.

Il fatto di potersi dichiarare seguaci di Bartali o di Coppi, del Partito Comunista o della Democrazia Cristiana, del Napoli o dell’Internazionale, e potersi riconoscere per ciò stesso all’interno di comunità formati da tanti, come noi, comunisti, democristiani, seguaci di Bartali e del Napoli e così via discorrendo, non è insomma soltanto un modo per dichiarare la propria fede politica o sportiva, ma anche uno straordinario strumento di costruzione di identità e, allo stesso tempo, un potente antidoto alla produzione di solitudine involontaria.
Non a caso, ogni qualvolta vengono recise le radici con il nostro passato e le strade verso il futuro diventano più strette, si riducono drasticamente anche le possibilità di connetterci con altri e ci sentiamo più soli.

La signora in marketing

Nel corso di un seminario di aggiornamento rivolto ai responsabili del marketing di una multinazionale del settore moda, la gentile e colta signora seduta due posti più in là, verso il centro del tavolo della presidenza, ha concluso più o meno con queste parole la sua relazione: “Quando decidete di lanciare un prodotto, non dimenticate che ciò che le persone cercano oggi non è la fama, ma la notorietà. La prima ha il pregio di durare, ma la si costruisce nel tempo, e purtroppo siamo destinati ad averne sempre di meno; la seconda è meno stabile e prestigiosa, ma ha il vantaggio dell’immediatezza e soprattutto rappresenta un traguardo possibile anche per chi non compierà mai un’impresa storica, per chi non ha le qualità o la fortuna per diventare un divo della musica, del cinema, dello sport. E’ esattamente su questa voglia di essere riconoscibili senza doversi impegnare troppo che dovete puntare”.

Gli inquilini del cimitero di Lowhill

In una bellissima storia di Dylan Dog, il fumetto culto delle generazioni post Tex Willer, l’indagatore dell’incubo si trova alle prese con una categoria molto speciale di morti viventi.
Diversamente dai loro colleghi dei film dell’orrore, canonicamente assettati di vendetta e di sangue, gli inquilini del cimitero di Lowhill, la cittadina nella quale l’autore Michele Medda ha ambientato l’avventura, ritornano alla vita semplicemente perché intendono recuperare tempo, quello che si sono accorti di non aver speso bene nel corso della loro vita, impegnati come erano a correre avanti e indietro, giorno dopo giorno, come forsennati.
Il messaggio è fin troppo evidente, così come le sue connessioni con le vite che ci ritroviamo quotidianamente a vivere. La modernità sta cambiando, assieme al nostro approccio con il tempo, il rapporto con le culture, le storie, i modi di fare e di dire che abbiamo ereditato.
Al tempo dei senza tempo la parola chiave è “correre”. Niente più tempi morti nelle nostre vite. Non possiamo permettercelo. A nessuna età. Come dimostra l’agenda settimanale di un qualunque figlio della middle class italiana dagli 8 anni in su: la scuola e i compiti, tutti i giorni; sport, teatro o ballo, due o tre volte a settimana; l’appuntamento col dentista per dare una controllata alla macchinetta il mercoledì; il cinema o la festa di compleanno di qualche compagno di classe (o di modulo) il venerdì o il sabato; la domenica col papà, in particolare se ha la ventura di essere figlio di genitori separati.
E’ una vita da stressati. Che ci sfugge. Nella quale il tempo diventa sempre più prezioso. Tiranno. Impalpabile. Irrecuperabile. Incomprensibile. Irraggiungibile.
La morale della storia sembra, almeno a prima vista, abbastanza semplice.
Il tempo è denaro. Divora ogni cosa. E dunque bisogna andare al massimo. Preferibilmente a gonfie vele.
Conoscere le ragioni o la meta? Non è indispensabile. Ciò che conta davvero è non restare indietro. Raggiungere l’obiettivo. Qualunque esso sia. Ovunque esso sia. A qualunque costo.

Time machine

Il tempo inafferrabile, che è la misura di tutte le cose, che tutto toglie e tutto dà, che non lascia alternative, non è stato e non è sempre lo stesso tempo né dal punto di vista scientifico, né da quello filosofico, né, tanto meno, da quello sociale. E ciò produce effetti e conseguenze sulle nostre vite, in particolar modo in questa fase nella quale i cambiamenti appaiono sempre più veloci e radicali e il modello sociale fondato sulla stabilità – dei valori, della famiglia, del lavoro – vive una profonda crisi.

Nella fase precedente, chi ad esempio entrava in fabbrica come apprendista, si ritrovava nel corso degli anni operaio generico, specializzato, professionalizzato, fino a diventare a fine carriera, se proprio tutto era filato per il verso giusto, caposquadra o capoturno. E una aspettativa di carriera in qualche modo equivalente attendeva l’impiegato comunale o l’addetto alla contabilità in azienda. Per tutti, paga base, contingenza, scatto di anzianità ogni 2 anni, rinnovo del contratto ogni 3 o 4 anni, età e ammontare della pensione facilmente prevedibili non appena conquistato l’agognato posto di lavoro.
E’ stata la storia di mio padre Pasquale, alla Società Meridionale Elettrica prima e poi, in seguito alla nazionalizzazione, all’ENEL; di Raffaele Parola, papà di Tonino, all’Italsider; di Gennaro Traino, papà di Salvatore, alla Mecfond; di Francesco Strazzullo, papà di Rosario, alla FIART.
Le stesse vite da mediano di tanti loro coetanei di Milano, Genova, Taranto, Bologna, Torino. La fierezza di poterci mandare a scuola. La voglia di darci una vita migliore di quella che avevano avuto loro. La convinzione che i loro sacrifici erano ripagati dal maggior rispetto sociale di cui godevano assieme alle proprie famiglie.

Nella fase attuale, per dare l’idea dei tanti cambiamenti che ci aspettano o ai quali ci dobbiamo semplicemente abituare usiamo dire che la vita lavorativa è sempre meno un posto e sempre più un percorso (troppo spesso a ostacoli). E che presto o tardi coloro che potranno raccontare di aver lavorato in una sola fabbrica o in un solo ufficio troveranno posto di diritto nel Guinness dei primati, diventeranno personaggi da fiera delle rarità.

Who has time

Who has time? But then, if we do not ever take time, how can we ever have time?

Ricordate? E’ la visionaria macchina da presa dei fratelli Wachowski a proiettarci in un mondo chiamato Matrix. In un futuro dominato dalle macchine. Reso possibile dalla finzione.
Morpheus, Neo e Trinity sono al cospetto del Merovingio. L’improbabile scopo, farsi consegnare il Fabbricante di Chiavi. La missione impossibile, salvare Zion, l’ultima roccaforte della razza umana.
E’ la disperata lotta contro un nemico che non può essere battuto. Una straordinaria metafora del difficile rapporto che noi, eredi dei grandi sconvolgimenti determinati dall’avvento della società industriale, abbiamo con le macchine, la realtà, il tempo, il consumo.

Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché pensiamo si possa parlare di tempo, tecnologie, realtà, consumo privilegiando uno specifico punto di vista. Quello di chi si prefigge di indagare lo spazio nel quale sono più evidenti le connessioni esistenti tra i diversi concetti e le conseguenze che esse determinano sulle nostre esistenze, nei confini di ciò che siamo e di ciò che per noi ha valore. Di approfondire questioni relative ai cambiamenti che si determinano nelle nostre vite ogni qualvolta cambia il nostro rapporto con il tempo, all’incidenza sempre più importante del consumo, al ruolo rilevante e controverso che in tali processi rivestono le nuove tecnologie, alle sempre più estese relazioni esistenti tra mondo reale e realtà virtuale.

What’s future?

Proprio nell’era digitale appare più difficile definire il luogo dove le forze in campo si confrontano, dove avviene lo scontro politico, così come è più difficile identificare chi siano i dominanti e chi i dominati, dove siano, in altre parole, i veri centri di gestione del potere.

E’ in atto un processo di progressivo slittamento dalla democrazia dei cittadini verso la democrazia dei consumatori che sta producendo dei cambiamenti irreversibili nei nostri modi di vivere, pensare, partecipare. Cresce il senso di fatalità, l’accettazione incondizionata del reale così come ci viene offerto dallo spazio simbolico e virtuale.

Da un lato, viviamo le nostre vite da operaio, impiegato, professionista, studente, dirigente, professore, imprenditore, in città incerte, senza volto e senza identità, esaltati e perseguitati dalla possibilità di essere “raggiungibili” senza soluzione di continuità, in cielo, in terra e in ogni luogo.

Da un’altro si sviluppano nuove opportunità, di carattere non solo ludico, in molti casi come conseguenza, non predeterminabile ex ante, di un libero confronto di idee. Diviene possibile definire nuove identità e cerchie di condivisione. Possiamo trasformarci da meri consumatori a produttori di contenuti.

Le nostre rughe ce le siamo guadagnate

La parte ricca del mondo sembra avere sempre più paura di scoprirsi vecchia, decrepita, prossima alla fine, per molti versi inutile. Nonostante l’ingegneria genetica, l’oggettivo allungamento della vita, la sconfitta di molte malattie, le nostre aspettative di futuro diminuiscono piuttosto che crescere. Ci aggrappiamo con tutte le nostre forze al presente, a ciò che dura un attimo e va costantemente rinnovato, al fascino del nuovo che porta con sé, per il fatto stesso di essere tale, significati positivi.

Nelle nostre culture, società, economie globalizzate, nelle quali il significato dei valori di libertà ed uguaglianza è cambiato in maniera profonda, l’aggettivo “nuovo” tende sempre più a perdere la sua neutralità, a rendersi indipendente dall’evento, dal fatto, dalla cosa a cui è associato, per diventare una promessa “a prescindere” di esiti, approdi, risultati migliori di quelli precedenti (vecchi). Facciamo sempre più fatica a pensarci in quanto appartenenti a una famiglia, un partito, un gruppo, una nazione, una comunità, uno Stato. Parlare di vecchi valori è come parlare di valori in disuso. Le idee se sono vecchie sono ritenute per ciò stesso logore e, soprattutto, perdenti.

Viviamo come ossessionati dalla necessità di cogliere sempre nuove opportunità, di raggiungere sempre nuovi traguardi. Ci scopriamo impegnati a sbarazzarci di antichi usi e conoscenze prima ancora di averne acquisiti degli altri. Ogni qualvolta pensiamo di lasciarci alle spalle una quotidianità che sentiamo mediocre, povera, stressante, insoddisfacente, ci diciamo pronti a cominciare una nuova vita.

Marcello Musto: un marxiano a Berlino

Redatti tra l’autunno del 1857 e la primavera del 1858. Nel pieno della crisi economica internazionale. Con la speranza di una ripresa del movimento rivoluzionario dopo la sconfitta del 1848.
Otto quaderni rimasti ignoti anche a Engels. Che costituisco la prima stesura della critica dell’economia politica, il primo lavoro preparatorio de Il capitale. Che vengono dati alle stampe a Mosca tra il 1939 e il 1941 ma rimangono pressoché sconosciuti fino al 1953, anno della pubblicazione a Berlino. Che nel 1968 vengono tradotti per la prima volta in Italia.

Di cosa stiamo parlando?
Dei Grundrisse, naturalmente. Che Eric J. Hobsbawm ha definito «la stenografia intellettuale privata» di Marx.
Perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché i Grundrisse, con le loro numerose osservazioni relative ad argomenti che non saranno mai più sviluppati rivestono enorme importanza per la comprensione del pensiero di Marx.
Perché l’editore Routledge – Taylor & Francis Group, in occasione del 150° anniversario della loro stesura, sta per pubblicare i saggi inediti di 30 autori di 25 diversi paesi (sono già in cantiere le versioni in tedesco, Dietz Verlag, e in cinese) con la prefazione proprio del grande Eric Hobsbawm.
E perché ideatore, curatore e co-autore del volume è Marcello Musto, 31 anni, una vita passata a studiare e a scrivere tra Berlino, Amsterdam e il resto del mondo “perché lì ci sono le fonti e perchè all’estero hanno l’abitudine di leggere le cose che gli mandi, non si chiedono quanti anni hai o se sei già professore ordinario, valutano il tuo progetto e ti mettono in condizione di realizzarlo”.

Tre gli obiettivi principali di questo straordinario lavoro di ricerca:
“i) far emergere il Marx per molti verso “altro” rispetto a quello diffuso dalle correnti dominanti del «marxismo» del ‘900;
ii) dimostrare l’importanza dei Grundrisse per la comprensione dell’intero progetto teorico di Marx;
iii) evidenziare la fecondità e l’attualità del pensiero di Marx”.

Sarebbe tutto. Se non fosse che il volume non ha ancora un editore italiano. Incredibile? Vero!

The universum graduate survey 2007

In un bell’articolo (Fitness Culturale) di Antonio Carlo Larizza su Nòva 24 Ora, viene citata l’edizione 2007 del rapporto The universum graduate survey.
Detto che l’articolo in questione è da leggere tutto per i nostri ragionamenti segnaliamo che il 61% del totale del campione (laureati europei, risposta multipla) considera “formazione e aggiornamento gratuiti” i migliori benefit (60% straordinari pagati; 25% ricevere prestazioni mediche a condizioni vantaggiose; 17% possibilità di guidare un’auto aziendale. E che secondo uno studio del Centro di ricerca sull’organizzazione aziendale dell’Università Bocconi, un terzo dei lavoratori considera l’aggiornamento e la crescita professionale più importante della retribuzione.

Questioni di identità

Delusione e sfiducia sono i sentimenti predominanti, i soli capaci di accomunare donne e uomini di più generazioni. Si fa sempre più incombente il rischio di finire soffocati dall’impasto paludoso di competitività globale e disintegrazione sociale con il quale si è costretti quotidianamente a fare i conti. Mentre il caos, l’anomia, la violenza, spingono a dubitare degli ordinamenti e delle leggi, a mettere in discussione la saggezza dei padri, a rifuggire le responsabilità, a cercare rifugio nell’autorità e nei poteri forti.

A rendere ancora più intricata la faccenda ci sono poi le questioni di identità, quelle che investono le modalità con le quali ci si riconosce stabilmente nel tempo con altri.
Si tratta dell’insicurezza per certi versi più insidiosa e difficile da combattere, quella che è dentro ciascuna persona, che determina una condizione diffusa di sfiducia tormentosa, che ha a che fare con la percezione di se stessi nel mondo, con l’idea di cosa è importante e cosa invece non lo è.

I processi di modernizzazione, con particolare incidenza durante le fasi di transizione, scompaginano orizzonti, credenze, modi di vedere e interpretare il mondo; l’equazione «niente dura dunque niente ha valore» produce effetti devastanti sulla fiducia nel futuro, sulla voglia di partecipazione, sulle personalità.

A essere messe in crisi, fino al limite della rottura, sono le identità conquistate, costruite, alle quali ci si è abituati.
Modelli relazionali sempre più volatili, evanescenti, difficili da mantenere a fronte della solidità, a tratti persino della rigidità, della fase precedente sono in modi diversi il prodotto di tali processi, così come l’iperattivismo spesso inconcludente che accompagna le vite di un numero sempre più consistente di persone e la flessibilità delle reti sociali, che richiede una costante e non banale capacità di riconfigurare il proprio ruolo.

Competizione collaborativa da geni

Giugno 2007. Su Nature vengono pubblicati i risultati della ricerca condotta nell’ambito del programma ENCODE (the Encyclopedia of Dna Elements, 10 i paesi e 80 i gruppi di ricerca partecipanti) che svelano il comportamento di una prima, piccola, preziosa parte del nostro codice genetico.
Il fatto è di quelli rilevanti. Ancora di più lo sono le sue conseguenze. Per la scienza. E per i comuni mortali che da essa si aspettano rimedi e soluzioni per vivere meglio e più a lungo.

Sono trascorsi più di 80 anni da quando Ogburn e Thomas analizzarono 150 casi di scoperte multiple indipendenti e svelarono al mondo che alla base dell’inarrestabile progresso della conoscenza ci sono scienziati e tecnologi che, presi dallo stesso furore scientifico e alle prese con gli stessi problemi, approdano alle medesime soluzioni. Ma quella alla quale ci prepariamo ad assistere si presenta come una vera e propria nuova corsa all’oro. Con in palio una petita assai preziosa, il genoma umano. E una sorpresa: al tempo della società liquida, di internet e dei consorzi internazionali di ricerca più che in ogni altra fase per vincere non basta competere. Occorre collaborare. Interagire. Sapendo che saranno in tanti ad arrivare quasi fino al traguardo. E che a vincere sarà, come sempre, uno solo.

Due le parole chiave: competizione e collaborazione. Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Si gioca su un campo tanto vasto e inesplorato che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.

Come tutte le storie che si rispettano, anche la nostra ha un protagonista principale. Si chiama Piero Carninci. È senior scientist al RIKEN, Genome Science Laboratory di Saitama, in Giappone. Come direttore scientifico di Fantom 3, il consorzio promosso da RIKEN con 45 istituti di ricerca di 11 paesi, ha sviluppato la tecnologia e prodotto dati complementari a quelli inizialmente pianificati dal consorzio ENCODE. È uno dei molti autori del paper pubblicato su Nature. Un tocco di straordinario genio italiano in un mondo dominato da USA e Giappone. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato della ricerca sul genoma. E su cosa ci aspetta nel futuro prossimo venturo.

Carninci non ama i giri di parole. Spiega che, una volta completata la mappatura del genoma, ci si è resi conto che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né l’inizio né la fine delle parole, né la punteggiatura né la grammatica. Aggiunge che l’individuazione delle regioni che codificano per proteine ha permesso di comprendere le parole. Che oggi l’obiettivo è comprendere come le “parole” sono correlate l’una con l’altra (punteggiatura, grammatica, ecc.). Che la prossima sfida porta dritto alla comprensione della loro logica.

Il National Institutes of Health (NIH, USA) – racconta – ha lanciato nel 2003 il programma ENCODE proprio con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie (protocolli per trasformare RNA in informazione) per l’analisi del genoma e applicarle ad una piccola parte (l’1% del totale) del DNA. Si può considerare tale programma come una sorta di prova generale. Resa possibile dalla ricerca di tanti. Ad esempio RIKEN. Che non a caso continuerà a collaborare con ENCODE sia per ciò che riguarda la pianificazione degli esperimenti che per lo sviluppo di tecnologie ad hoc.

Riecco le parole chiave.
Competizione. RIKEN che dal 2001 sviluppa indipendentemente tecnologie per capire dove sono gli mRNA (gli RNA che producono proteine) ed i loro promotori (le sequenze che fanno svolgere al genoma la sua funzione principale: produrre RNA, ogni tipo di RNA, che ha non solo la funzione di trasportare e tradurre informazioni ma anche quella di coordinare il complesso lavoro teso a rendere integrate ed efficienti le migliaia e migliaia di componenti attive della cellula, di contribuire a regolare l’espressione del DNA).
Collaborazione. Le tecnologie complementari di RIKEN ed ENCODE. L’utilizzo da parte di ENCODE della tecnologia ideata da Carninci per identificare senza alcun dubbio l’inizio della trascrizione dei geni, le sequenze che promuovono la trascrizione, chiamate “promotori”.

Capire i promotori – spiega lo scienziato italiano – è essenziale per capire come e quando il genoma agisce. In pratica il promotore è un interruttore che dice “accendi”, “spegni” e, se “acceso”, quanto bisogna produrre.
I diversi tessuti esprimono RNA differenti e quindi proteine differenti. Ad esempio, il muscolo esprime proteine necessarie alla contrazione muscolare, il cervello esprime proteine importanti per l’attività neuronale.
Diversi promotori controllano l’espressione di diversi RNA (e quindi proteine) in diversi tessuti e in questo contesto i RNA che non codificano retroagiscono con il DNA, modificano l’espressione di mRNA dal DNA e quindi modificano il livello di proteine prodotte dall’RNA.

Sembra facile, come ricordava un simpatico omino coi baffi ai tempi di Carosello. Ma non lo è. Perché in tanti avevano definito tutto questo “junk”, spazzatura. E perché la strada del progresso scientifico è da sempre costellata di abbagli, errori, torti, orrori.
Tornando alle scoperte multiple indipendenti di RIKEN ed ENCODE, Carninci spiega perché a livello scientifico è importante che più gruppi che utilizzano tecnologie diverse arrivino alle stesse conclusioni. Grazie agli sforzi di molti gruppi si è capito – continua – che la parte del genoma che produce RNA è almeno il 75%, forse il 93% (a Fantom 3 abbiamo stimato almeno il 63%). La maggior parte di questi RNA non codifica per alcuna proteina. Molti degli RNA prodotti, e molte delle sequenze regolatrici, sono soggette ad evoluzione più rapida di quanti ci si aspetta per delle regioni del genoma che hanno funzione.

Quest’ultimo punto è particolarmente importante, determina un cambiamento di paradigma – aggiunge ancora Carninci. Fino ad ora si riteneva che le sequenze di DNA più essenziali e vitali fossero quelle più lungamente conservate durante l’evoluzione. La regola era: sequenze conservate uguale sequenze funzionali; sequenze non conservate uguale sequenze non funzionali o non importanti. Era una regola troppo grossolana. Confrontando il genoma umano con quello di altri mammiferi ci si è accorti infatti che molte regioni funzionali non sono conservate, che ci sono delle regioni che hanno una evoluzione molto più rapida del resto del genoma. Ciò non solo cambia in maniera significativa l’approccio nella ricerca di elementi funzionali nel genoma, ma è assai affascinante dal punto di vista della comprensione dei processi evolutivi.

Grazie alla pubblicazione del lavoro del NIH abbiamo, per questo 1% del genoma, una mappa molto dettagliata dei geni e delle sequenze che ne regolano l’espressione da cui si potrà partire per “attaccare” il restante 99%. Inoltre abbiamo appreso parecchie regole che è probabile valgano per tutto il genoma. Per tornare all’esempio del libro di 3000 pagine, anche solo il contenuto di 30 di esse può aiutarci a capire il tipo di linguaggio usato, lo stile, il vocabolario, la grammatica, il grado di novità, quanto si impiegherà a leggere tutto il libro, come studiarlo, a chi farlo leggere.

La morale della storia?
ENCODE, RIKEN ed altri consorzi continueranno ad analizzare le sequenze per il restante 99% del genoma umano con le tecnologie sviluppate in questa occasione. Nuove tecnologie verranno sviluppate a partire da quelle usate oggi. L’1% sono solo il punto di partenza – ribadisce Carninci -. Ci sarà un ENCODE per organismi modelli con il genoma molto più piccolo come ad esempio il moscerino della frutta (drosophila melanogaster). Ci saranno molte e rilevanti conseguenze concrete per tutti noi.

Comprendere il funzionamento di base del genoma (la logica mediante cui i geni vengono transcritti), imparare il linguaggio, vuol dire ad esempio imparare come modificare questo linguaggio mediante farmaci e terapie mirate.
Il fatto di trovare che ci sono tanti RNA che non producono proteine suggerisce che questi RNA regolino il comportamento ed il prodotto (output) del genoma; usando questi RNA, si potrà in futuro controllare il comportamento deviante del genoma come, ad esempio, le malattie.
Infine c’è il fascino della conoscenza, la possibilità di porsi mete sempre più straordinarie, come quelle che si riferiscono al cervello umano (Carninci ci rivela che ci sta lavorando; aggiunge che è troppo presto per parlarne; promette che saremo tra i primi ad essere informati dei suoi risultati).

La nostra storia per ora si ferma qui. Speriamo che vi sia piaciuta. Che vi abbia suggerito qualcosa circa le ragioni per le quali assieme agli scienziati e alle loro idee sono importanti i processi organizzativi che essi attivano e hanno alle spalle. Circa le caratteristiche dei processi di competizione – collaborazione in atto. Circa le ragioni per le quali “leggere” il DNA è molto importante per il nostro futuro. E per quello delle generazioni che verranno.

I fattori portanti

Francois Jullien (Pensare l’efficacia – Laterza 2006) ricorda a propria volta l’Ulisse dalle mille risorse, l’Ulisse abile, “astuto”, ingegnoso, polytropos” che rappresenta l’archetipo dell’uomo che utilizza una razionalità diversa e una diversa abilità: “la metis […] “il fiuto”, così come si parla di fiuto negli affari. […] La metis è […] la capacità di trarre vantaggio dalle circostanze, di vedere come la situazione evolve e sfruttare in essa l’orientamento favorevole […] dare prova di metis significa scoprire i fattori “portanti” in seno alla situazione per lasciarsi trasportare da essi”.

Eustazio, Ulisse e il polipo

Donatella Puliga e Claudia Piazzini (La memoria e la parola, Le Monnier) scrivono che “un antico commentatore dell’Odissea, il monaco bizantino Eustazio, paragonava Odisseo a un polipo, che per i Greci è l’animale astuto per eccellenza: possiede infatti la capacità di mimetizzarsi, assumendo il colore dell’ambiente che lo circonda e degli oggetti a cui si attacca; secerne inchiostro, con cui si nasconde al nemico; organizza trappole efficaci per catturare i pesci di cui si ciba, servendosi dei suoi lunghi tentacoli. I Greci chiamavano il polpo polyplokos, “dalle molte pieghe”, in riferimento ai numerosi tentacoli che lo dotano di infinita mobilità; una definizione assai vicina a quella di polytropos, “dai molti giri”.
Il paragone tra Odisseo e il polipo, suggerito da Eustazio, ci fa capire cos’era per i Greci la metis, l’astuzia: un’intelligenza pratica, l’accorta prudenza che consiste nel sapersi adattare a ogni situazione attraverso la mutevolezza”.

Rispetto

Citazioni e note a margine da Sennett

21. IL RISPETTO NON COSTA NIENTE?

30. lo sviluppo di un qualsiasi talento porta con sé un elemento fondamentale di ogni arte e mestiere: fare qualcosa per il solo piacere di farlo bene, ed è questo aspetto della professionalità che garantisce all’individuo un senso profondo di stima di sé.

42. la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale. [Marshall Berman, l’esperienza della modernità, Il Mulino, 1999, pag. 154].

43. Pico della Mirandola [Sulla dignità dell’uomo] e l’uomo artefice di sé stesso 43. HILLMAN E DAIMON

44. Riesman era ossessionato dal senso di responsabilità, era mosso da questa sua sensibilità.

47. nessuno può costruirsi un futuro solido odiando il proprio passato.

57. come dice Adam Smith, provare simpatia spesso significa immaginare falsamente come propria la sofferenza di un altro.

65. c’è reciprocità nel termine riconoscimento. Fu il filosofo Fichte il primo ad inserire la parola riconoscimento nel linguaggio giuridico, esplorando come le leggi possano essere strutturate in modo che la costituzione riconosca le esigenze di stranieri e migranti. Rousseau aveva ampliato il dibattito in senso democratico, vedendo nel riconoscimento reciproco un problema di comportamento sociale, così come di diritto. Negli scritti di John Rawls, riconoscimento significa rispetto per le esigenze di chi è diverso da noi; negli scritti di Jurgen Habermas, riconoscimento significa rispetto per coloro che sono portati a dissentire in base ai propri interessi.

68. DIGNITA’ DELLA PERSONA E DIGNITA’ DEL LAVORO

69. esiste un divario enorme tra il volere agire bene nei confronti degli altri e il riuscire a farlo.
69. UNA COSA E’ CONOSCERE LA VIA E UN’ALTRA E’ PERCORRERLA (MATRIX).

73. ci sono tre vie per conquistare rispetto:
attraverso la crescita personale, in particolare sviluppando abilità e competenze;
attraverso la cura di sé;
dando agli altri.

85. ogni essere umano possiede una “motivazione alla riuscita”, la spinta a fare bene qualcosa. [David McClelland].
Nel lavoro come nell’istruzione, il giudizio “tu non hai potenzialità” è devastante come mai potrebbe esserlo un’osservazione del tipo “hai fatto un errore”.

90. la competenza può essere posta al servizio del mestiere, oppure al servizio della padronanza sugli altri.

93. il mestiere, dice Thorstein Veblen, porta l’artigiano al rispetto di sé ma, bisogna aggiungere, non necessariamente al rispetto per gli altri.

95. negare o nascondere l’influenza di coloro grazie ai quali si è cresciuti fa sì che la forza e la capacità di un individuo sembrino qualcosa di totalmente proprio.

101. ci sono una varietà di cose che gli individui possono fare anziché perdere tempo in continui confronti [Howard Gardner, formae mentis: saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, 2000]

104. LA PROFESSIONALITA’ PRODUCE RISPETTO DI SE’

105. INDIPENDENDENZA E CONDIZIONE ADULTA.

111. servitù volontaria: “vorrei comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un tiranno solo, che non ha forza se non quella che essi gli danno, che ha iil potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono sopportarlo, che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero subirlo invece di contrastarlo …. E’ il popolo che si fa servo, che, potendo scegliere se esser servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca. [Etiene de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Torino, La Rosa, 1995].

114. CON LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE L’ADULTO RISPETTATO E’ L’ADULTO CHE LAVORA.

115. da Locke in poi l’infanzia si amplia e poi nasce l’adolescenza.

118. l’adulto che ha coscienza del legame ancora esistente con il bambino che fu ha una comprensione più profonda del suo presente. [Freud]

119. la trasgressione produce colpa, l’insufficienza produce vergogna (chi copia un esame si può sentire colpevole, chi non lo passa prova vergogna).

119. “c’è qualcosa di ostile in noi stessi che impedisce all’amore di completarsi e raggiungere la perfezione” [Hegel]. Gerhart Piers parla della vergogna come un senso profondo di incompletezza, anche di fronte a chiare prove di realizzazione o gratificazione; la persona che non riesce a provare questo senso di compiutezza immagina ci sia qualcosa di sbagliato dentro di sé.
Le esperienze concorrenziali dell’economia di mercato alimentano il senso di colpa nei lavoratori adulti; la sconfitta sul mercato provoca la perdita della stima di sé. [Adler]

120. LA DISEGUAGLIIANZA ERODE IL RISPETTO.

121. si prova vergogna quando qualcuno viene reso visibile pur non essendo pronto ad essere visibile.

122. spesso i problemi diventano evidenti solo dopo essersi trasformati in errori. Nel sistema politica come nelle aziende si parla del bisogno solo dopo che sono capitati i guai.

123. autonomia come un processo di conversione della necessità in desiderio [Erik Errikson]; autonomia come capacità di trattare gli altri inn quanto differenti da sé; una forza di carattere basata sulla percezione degli altri; essa cioè istituisce una relazione fra le persone, anziché sancire una differenza che le isola. [Winnicott]

125. autonomia come accettazione della possibilità di non riuscire a capirsi.
Autonomia significa accettare dell’altro quello che tu non capisci, un’eguaglianza opaca. Nel farlo, tratti la realtà della sua autonomia al pari della tua. Naturalmente il rapporto prevede reciprocità.

125. Il popolo deve avere fiducia nei suoi governanti; se ha fiducia, accorda loro una libertà di azione senza sentire bisogno di consultazioni, monitoraggi e supervisioni costanti. Se non godesse di questa autonomia, il governante non potrebbe mai fare una mossa. [Locke]
BERLUSCONI SEGUACE DI LOCKE?

127. c’è bisogno di coesione sociale perché una persona ha sempre bisogno dell’altra per raggiungere un senso di completezza [Emile Durkheim].

132. INSEGNARE A PESCARE E NON REGALLARE IL PESCE.

137. COMPASSIONE E SOLIDARIETA’

141. lo scopo della protezione sociale è di occuparsi del bene dell’assistito, e dovrebbero essere del tutto irrilevanti i sentimenti dell’assistente sociale. Assistere senza compatire è il principio base per qualsiasi tipo di welfare state laico. [Harendt]

146. LA SENSIBILITA’ (SOLIDARIETA’) E’ FEMMINA?
RISPETTARE SENZA AMARE [SOLIDARIETA’ FRA ESTRANEI]

150. la carità implica sottomissione; la pietà produce disuguaglianza.

161. la deistituzionalizzazione del welfare è indice di un più ampio mutamento in corso nella società contemporanea: un attacco alle istituzioni rigide del mondo del lavoro e della vita politica. In un caso come nell’altro, si sta affermando la convinzione che le comunità possano rispondere ai bisogni sociali delle persone meglio delle burocrazie.

161. LO SCRIVANO BARTEBLY.

162. Julien Sorel, protagonista de “Il rosso e il nero”, impara ad adattare velocemente il suo comportamento, le sue espressioni, nonché il vestito, ogni volta che sale un gradino della scala sociale e tuttavia si accorge che si tratta solo di apparenze e dunque soffre di anomia (Durkheim).

164. in uno stato moderno il potere reale, che non si esercita né né nei discorsi parlamentari né nelle enunciazioni dei sovrani, ma nell’uso quotidiano dell’amministrazione, è necessariamente e inevitabilmente nelle mani della burocrazia. Della militare come della civile. [Max Weber]

176. l’autonomia, lo abbiamo visto, non è semplicemente un agire; essa richiede anche una relazione nella quale una parte accetta di non essere in grado di comprendere qualcosa dell’altro. Tale accettazione garantisce l’eguaglianza nella relazione. L’autonomia presuppone connessione ed estraneità, vicinanza e impersonalitàà.

177. CAPIRE DI COSA HANNO BISOGNO GLI UTENTI E ASCOLTARE IL LORO PARERE.

180. ORGANIZZAZIONI PIATTE E CORTE.

181. alla IBM nel 1965 esistevano 23 anelli gerarchici che separavano il vertice dalla base; nel 2000 soltanto 7.

182. nel 1965 gli investitori tradizionali tenevano le azioni in media per 46 mesi; nel 2000 per 8 mesi.

183. WINNER TAKE ALL – CHI VINCE PIGLIA TUTTO.

183. la rivoluzione informatica permette all’unità centrale operativa un colpo d’occhio istantaneo sull’organizzazione nel suo complesso.

184. l’organizzazione flessibile riesce a funzionare come istituzione totale più della piramide burocratica tradizionale.

185. oggi nessuna nuova azienda può essere creata sul principio dell’impiego a vita. L’azienda flessibile è divenuta un modello per il welfare.

185. welfare flat. Welfare piatto. Welfare short. Welfare corto.
185. mentre il prezzo resta il riferimento principale per il mercato dei beni di consumo, il costo da solo non è un indice di qualità in materia di istruzione o sanità.

186. gli utenti del welfare non possono essere considerati dei clienti qualsiasi di un mercato qualsiasi: essi hanno bisogno di consigli disinteressati e in un mercato i venditori o chi offre servizi non sono disinteressati.

187. WELFARE: DA DIRITTO PER TUTTI I CITTADINI A BONUS AUTOFINANZIATI PER I RICCHI E CARITA’ PUNITIVA PER I MENO ABBIENTI.

187. nel mondo degli affari, l’eccesso di domanda rispetto all’offerta aumenta i profitti; nel welfare state, la domanda superiore all’offerta produca miseria.

190. ASSOCIAZIONE E COMUNITA’ GESELLSCHAFT E GEMEINSCHAFT.

193. COFFEE HOUSES – FACCIA A FACCIA – LLOYD’S.

194. NON CONFONDERE AIUTO E AMICIZIA. + ANZIANI E – GIOVANI VOLONTARI.

196. bonding (tessere legami – interno – identità) e bridging (gettare ponti – esterno – pluralità sociale).

198. architettura della simpatia: movimento che va dall’identificazione con persone che si conoscono all’identificazione con sconosciuti.

198. sono molto soddisfatto quando risalgo la strada che ho appena fatto e la vedo pulita, senza i mucchi di spazzatura che la ingombravano.
LO SPAZZINO INTERVENTISTA DI VIVIANI.

200. l’importanza dell’abilità nel lavoro utile separa l’assistenza dalla compassione, impedisce che la pietà sommerga la relazione.

207. il rispetto è un modo di esprimersi. Vale a dire, trattare gli altri con rispetto non è una cosa automatica, anche con la migliore volontà del mondo; portare rispetto significa trovare le parole e i gesti che lo rendano convincente.

209. LA ZIA SORDA DI TALLEYRAND

214. un uomo o un gruppo che riesca a donare collanine di conchiglia obbliga chi le riceve; in futuro costoro dovranno rendere il dono, ribaltando le parti della cerimonia. Nel frattempo, però, ognuna delle parti rimane legata all’altra dal vincolo di reciproca assistenza. Questo scambio trasforma i nemici in amici.
CHI RINGRAZIA ESCE FUORI DALL’OBBLIGO.

215. le relazioni mettono radici solo se lo scambio non è equivalente. Lo scambio asimmetrico socializza [Marcel Mauss]
216. il welfare state deve all’individuo qualcosa di più del semplice ritorno monetario dei contributi versati.
“Il lavoratore ha dato lla sua vita e la sua opera alla collettività e ai suoi datori di lavoro …. Coloro che beneficiano dei suo servizi non possono pensare di assolvere il proprio debito nei suoi confronti semplicemente pagandogli un salario. Lo stato stesso, come rappresentante della collettività, gli deve, come gli devono i suoi datori di lavoro, e anche con il suo concorso, una certa sicurezza nella vita, contro la disoccupazione, lla malattia, la vecchiaia e la morte.”[Marcel Mauss]

216. l’’asimmetria tra lavoro e protezione sociale è il socialismo come lo intendeva Mauss.

217. la reciprocità sta a fondamento del mutuo rispetto. … il donatore restituisce qualcosa alla società.

218. uno scambio economico è una transazione breve; le nuove forme istituzionali di capitalismo sono particolarmente brevi.

219. SCAMBIO CAPITALISTICO: SIMMETRIA E SCARSITA’ DELLA RISORSA TEMPO.

221. esiste una tensione fra rispetto di sé e rispetto reciproco.

222. gli scambi rituali costruiscono il rispetto reciproco; lo scambio porta la gente a esteriorizzare, e ciò è necessario per lo sviluppo di qualità relazionali.

225. la questione è come aprirsi all’esterno mantenendo un solido senso sé.

226. troppa rigidità = troppa fragilità [Lévi-Strauss]

227. l’antropologo chiama bricolage il processo di smontaggio di una cultura in pezzi e il suo allestimento eri il viaggio. Lévi-Strauss chiama “meteci” (métics) coloro che praticano il bricolage, trasformando l’accezione classica del termine greco per indicare gli stranieri nell’idea di gente che può ricordare da dove proviene anche sapendo di non poterci più vivere; questo genere di viaggio egli lo chiama “meticciato” (métissage), un percorso lungo il quale c’è un cambiamento ma non la perdita della memoria. Il viaggiatore, quindi, conserva un certo grado di sicurezza e fiducia in sé mentre fa fronte, e accetta, la diversità e l’incoerenza della nuova situazione.

228. l’importanza del passaggio da una conoscenza tacita a una conoscenza esplicita.
TACITO – ESPLICITO – TACITO COME TESI – ANTITESI – SINTESI

230. il filosofo Michael Polanyi dice che l’ambito del tacito racchiude ciò che sappiamo più che ciò che possiamo dire.
Michail M. Bachtin e il primato del contesto sul testo.
Maurice Merleau-Ponty e la sicurezza ontologica.
Freud sostiene invece che il sapere tacito e la sicurezza ontologica diano un falso senso di sicurezza.

234. LA RESA DI DEWEY E LA RINUNCIA TEMPORANEA AL CONTROLLO DI SE’ E DELL’AMBIENTE CIRCOSTANTE. LASCIARSI ANDARE.
POSARE LO SCUDO.

236. è necessario che cambi qualcosa nel profondo dell’individuo. Rivolgersi verso il mondo esterno significa che il prigioniero riforma anziché essere riformato.
SENNET E RORTY

236. divario fra linguaggio e realtà.
Secondo Daniel Kahneman l’assunzione di rischio ispira depressione e ansia anziché speranza; la gente si concentra su ciò che deve perdere piuttosto che su ciò che può guadagnare; i lavoratori si sentono giocati, non giocatori. Ne risulta quella che Albert Hirschman chiama mentalità di defezione piuttosto che di protesta.

237. IL RISCHIO SENZA POTERE GENERA DEPRESSIONE

238. PRIMA CAMBIAMO POI CE NE ACCORGIAMO

241. per trattarsi con reciproco rispetto le persone dovrebbe fare a pezzi i presupposti taciti e le visioni condivise del mondo.
ROMPERE PER COSTRUIRE

247. fin dall’inizio della sua carriera mio zio fu convinto che il capitalismo, insistendo unicamente sulla condizione materiale e sul prestigio degli individui, non fosse in grado di superare il divario della disuguaglianza.

249. ogni scambio positivo con il nemico rischia di indebolire la coesione di classe.
COSCIENZA DI CLASSE E RAPPORTO PARALIZZANTE FRA SE’ E IL MONDO.

254. la buona volontà unita all’improvvisazione – il jazz sociale – non crea vincoli.

255. i 3 codici moderni del rispetto: realizza te stesso in qualche modo; prenditi cura di te; aiuta gli altri.

255. “il compito di una società civilizzata è di eliminare quelle diseguaglianze che trovano la loro origine non nelle differenze individuali, bensì nell’organizzazione sociale.
SALVATORE VECA E LA SOFFERENZA SOCIALMENTE EVITABILE.

Daimon Mediterraneo

C’era una volta la questione meridionale. Che adesso non c’è più. Dissolta più che risolta. Lasciata cadere piuttosto che abbandonata.
Le ragioni? Tante.
Una classe dirigente meridionale che pensa più al proprio destino che a quello della nazione. Una classe dirigente nazionale che non ci crede, non ci pensa e se ci pensa pensa che oggi è il Nord la vera questione da affrontare.
Sta di fatto che la storica questione, che per oltre un secolo e mezzo ha appassionato intellettuali, politici, cittadini, operai, contadini, militanti e non, del Sud e del Nord, giace dimenticata. Senza più avere una dimensione politica. Senza mai aver avuto una dimensione globale.

Ci sono molti modi per raccontare il Mezzogiorno oggi.
Si può essere tentati dall’utopia e inseguire una qualche versione meridionalista del celeberrimo “I have a dream”. Cedere al fascino del viaggio simulato nel “Sud che ci piacerebbe indipendentemente da quello che c’è”. O più semplicemente chiedersi da quali punti di vista e a quali condizioni lo sviluppo della società dell’informazione può rappresentare per il Sud l’occasione per ridurre disuguaglianze e ritardi, per determinare e cogliere opportunità, per favorire la diffusione di modelli, sistemi, produzioni e processi innovativi di sviluppo.

Quattro indicazioni utili per le iniziative meridionaliste prossime venture.

La prima ci ricorda che la storia della solidarietà è bella, travagliata e controversa.
Bella della bellezza propria dei valori importanti. Quelli che infiammano i cuori e segnano le vite. Che permettono di condividere idee, passioni, fatti, significati. Di riconoscere nell’altro uno di noi. Di scoprire e sentire di non essere soli.
Travagliata perché richiede comportamenti coerenti. Responsabili. Consapevoli. Dunque niente affatto scontati.
Controversa perché in quanto tale riesce assai di rado a incidere sui processi reali che attraversano la società. In particolare quando resta confinata nello spazio dei valori, quando non riesce a stabilire connessioni con la rappresentanza e gli interessi.

La seconda ci dice che prendere atto del fatto che la solidarietà da sola non basta, vedere il confine esistente tra ciò che è proprio del dominio della solidarietà e ciò che invece non lo è, tra ciò che essa può fare e ciò che invece no, rappresenta probabilmente la maniera migliore, di certo la più utile, per riconoscere la sua importanza e il suo valore, così come quello delle pratiche individuali e sociali a essa connesse.

La terza ribadisce che per vincere una battaglia non basta che sia giusta. Bisogna che sia sentita propria da chi è impegnato a combatterla.
Qualunque battaglia per essere sentita propria deve tenere insieme la testa e il cuore, gli interessi e i valori.

La quarta ci riporta alla necessità che il Sud sappia contare innanzitutto sulle proprie forze. Sia capace di pensare, in primo luogo dal Sud, il futuro del Sud. E ciò ci riporta a sua volta al ruolo e alla funzione della società civile meridionale, al rapporto e alle differenze tra leader e classe dirigente, al protagonismo dei cittadini meridionali.

A Sud un certo punto si è pensato che il Sud fosse cambiato. Stesse cambiando. In un modo che – anche se non eliminava distanze, squilibri, dualismi, ritardi, e soprattutto non riusciva ad assumere carattere e valore generale, a fare cultura, a determinare svolte – rimaneva comunque per molti aspetti significativo.

La verità è invece che il Sud, nel quale non mancano esperienze e realtà positive, nel suo complesso non riesce a innovare comportamenti, strategie e politiche. E dunque continua a essere artefice, prigioniero e vittima della consistenza e della profondità dei propri problemi “storici”, a rimanere lontano dai livelli di sviluppo e di qualità della vita centrosettentrionali, a non valorizzare adeguatamente il proprio capitale umano e sociale.

Ma se ciò che non funziona è proprio il quadro, l’insieme, il contesto, che fare?
Nella nostra personale agenda, alla voce “cose da fare al più presto”, abbiamo trovato:
1. Favorire a ogni livello (a partire naturalmente dalla scuola), percorsi di educazione alla legalità e al rispetto delle regole.
2. Investire in socialità e formazione.
3. Promuovere lo sviluppo di reti sociali e tecnologiche.
4. Attivare nuovi strumenti di sostegno finanziario con l’obiettivo di favorire e accompagnare lo sviluppo di imprese innovative.
5. Sostenere gli sforzi di coloro, in primo luogo i giovani, che cercano di costruirsi un futuro mettendo su un’attività autonoma o una piccola impresa.
Puntando decisamente sull’intreccio tra innovazione tecnologica, creatività e contenuti.
Attivando percorsi di formazione mirati all’acquisizione di competenze organizzative e di gestione.
Favorendo ipotesi di collaborazione tra imprese, scuole, università, società di promozione e di sviluppo.
Individuando concrete ipotesi di lavoro, veri e propri piani di impresa, che guardino in primo luogo ai temi dello sviluppo sostenibile, dell’accesso alla società dell’informazione, dell’incremento di nuove professionalità, del lavoro a distanza.
6. Valorizzare le vocazioni e le identità meridionali. Evitare di dissipare patrimoni fatti di tradizione, cultura, storia, capacità di fare.
7. Attivare localmente una domanda in grado di sostenere la diffusione delle nuove tecnologie e dei nuovi media.
8. Monitorare le attività locali, raccogliere e diffondere le esperienze più significative, valorizzarne i risultati.

Nel Mezzogiorno non si è mai compiutamente affermata una classe dirigente intermedia in grado di definire e perseguire, dal Sud, percorsi credibili di emancipazione e sviluppo culturale, sociale e politico per il Sud.
Nessuna società cresce e si sviluppa se a “fare” sono solo i “capi”. E se tra i pochi che “fanno” ciascuno continua a fare per conto suo.

Il tema è di quelli ineludibili. Tra i tanti nodi da sciogliere c’è quello che riguarda la connessione tra società e istituzioni, la valorizzazione dei corpi sociali intermedi, delle autonomie funzionali e sociali, dei poteri decentrati, della società civile, che è particolarmente importante.
è su questo terreno che può infatti formarsi una classe dirigente che sappia contribuire alla promozione e allo sviluppo delle risorse culturali, sociali e produttive locali; che sappia cercare innanzitutto in se stessa le energie per risolvere i propri problemi.
Senza semplificazioni. Senza rimanere vittima della suggestione dell’uomo forte. Cercando, con pazienza e lavoro, di rafforzare la struttura democratica della società, di incentivare l’autonomia e la responsabilità, di favorire l’adozione di strategie innovative, di affermare un’idea di mercato fatto di regole, norme che garantiscano la concorrenza, che impediscano lo sfruttamento di posizioni dominanti, che favoriscano la qualità dei prodotti e dei sistemi produttivi.
è su questo terreno più che su ogni altro occorre a nostro avviso sparigliare le carte. Rompere un meccanismo troppo improntato sull’uomo solo al comando. Costruire i ponti e le reti in grado di connettere idee e persone, scelte istituzionali e strategie imprenditoriali, modi di vita e tempi di lavoro. Per fare quel salto di qualità che a partire dalle persone porta a cambiare le regole e il sentire collettivo. Per diffondere, accanto a una nuova cultura dei diritti, un’etica dei doveri e delle responsabilità dei cittadini ancora troppo debole. Per promuovere un nuovo protagonismo della società meridionale.
Formare una classe dirigente significa in fondo anche questo: far crescere a ogni livello la capacità di individuare problemi e trovare soluzioni, la voglia di agire in maniera autonoma e di non rinunciare ad assumersi responsabilità. Pensando con la propria testa. Agendo con le proprie mani.

L’idea che il secolo scorso possa essere simboleggiato dalla scoperta dell’atomo e quello attuale dalla rete, per quanto non susciti in questa fase la stessa euforia da “terra promessa” che a un certo punto ha caratterizzato la diffusione di Internet e lo sviluppo dell’economia digitale, sintetizza in maniera efficace la profondità, la complessità, la novità dei cambiamenti in corso e rappresenta dunque un primo significativo fattore di discontinuità con la fase precedente.
Prendiamo la figura dell’imprenditore. Nel passato più e meno recente il capitano di ventura, il capitalista weberiano, l’imprenditore schumpeteriano, è sostanzialmente un eroe solitario, un self-made man; oggi l’imprenditore ideale è quello che sa pensarsi come un nodo intelligente (molto meglio naturalmente se con tanti soldi a disposizione) di una catena ampia di valore, di un sistema largo di affari e relazioni. E lo stesso processo per molti aspetti condiziona lo sviluppo della società e della politica.
I soldi contano un po’ di meno, le idee e la capacità di collegarsi, di connettersi con le persone, i sistemi e i contesti istituzionali, dal livello locale a quello nazionale e internazionale, contano un pò di più.

Un secondo rilevante fattore di discontinuità può essere individuato nel fatto che l’incertezza non solo cresce, ma per molti versi si istituzionalizza e diventa inquietudine.
L’attentato alle Twin Towers c’è l’ha come sbattuto in faccia, ma in realtà abbiamo cominciato a metabolizzare dosi massicce di incertezza con i tempi dell’innovazione tecnologica, che si accorciano sempre più, con le società “avanzate” che quei cambiamenti tendono sempre più a prendere a modello, con la trasformazione e in qualche caso la dissoluzione delle strutture intermedie, con le difficoltà e la crisi degli Stati nazione e delle Costituzioni nazionali e il contemporaneo ampliamento dei poteri assai meno “comprensibili” delle grandi corporazioni e delle lobbies economiche e finanziarie internazionali.

Il gioco cambia oramai ripetutamente, e con esso le regole, i ruoli e i poteri dei diversi giocatori in campo. Cosicché siamo costretti continuamente a fare i conti con la marcata tendenza alla concentrazione dei poteri in poche mani e la contemporanea necessità di ridefinire gli spazi di effettiva incidenza democratica.

Il terzo elemento di discontinuità si riferisce a un ambito più propriamente economico e ci dice che al tempo dei bit le differenze tra i diversi settori produttivi sono meno importanti, in quanto essi rappresentano l’insieme delle risorse di cui un dato Paese o regione possono disporre.

Nel nuovo contesto, la questione dunque non è più se sviluppare l’industria o i servizi, il turismo o il terziario avanzato, ma come fare in modo che le città interagiscano con i distretti tecnologici, con lo scopo di costruire, in primo luogo attraverso la riorganizzazione e la valorizzazione del sistema scolastico e formativo, l’insieme di cultura, servizi, infrastrutture che determinano la qualità ambientale, indispensabile per vivere meglio e invogliare gli investitori a scegliere un determinato territorio piuttosto che un altro.

Allo stesso tempo, si tratta di capire come rivolgere energie e attenzione alla possibilità di creare lavoro nei segmenti di mercato sociale volti alla soddisfazione della domanda di reintegrazione, di assistenza e di cura delle persone, dato che i servizi alla persona saranno decisivi per impedire che lo sviluppo tecnologico determini fenomeni di disintegrazione sociale, di emarginazione o di vera e propria perdita di identità per fasce sempre più consistenti di cittadini.
Il quarto fattore di discontinuità riguarda l’organizzazione e la struttura dei sistemi produttivi.
L’economia digitale non elimina certo le differenze tra grandi, medie e piccole aziende, né le gerarchie che a esse sono connesse. Eppure, ancora una volta, non si può negare che da un lato è più vasto il sostegno a processi di formazione di imprenditorialità diffusa e dall’altro crescono le possibilità di integrazione e di accesso a risorse critiche di competenza di tipo tecnologico, organizzativo e di comunicazione.
Occorre perciò dire con molta nettezza che se la questione, come pensiamo, riguarda le opportunità, oggi esse sono assai più numerose e significative che nel passato più e meno recente.
Per le ragioni che abbiamo più volte evidenziato. Perché nei cambiamenti di fase le gerarchie precedenti sono obiettivamente meno forti, i lacci un po’ meno stretti, le frontiere un po’ più a portata di mano. Perché in Italia e in Europa le iniziative che, puntando su ricerca e innovazione, sono volte a creare le basi per una maggiore competitività dei sistemi territoriali, che nella nuova fase hanno un’importanza strategica più marcata di quelli aziendali, sono davvero numerose e passano in primo luogo per la capacità di dotarsi di reti di informazione e di comunicazione efficienti. Perché le persone, il patrimonio di conoscenze e di competenze che ciascuna di esse rappresenta, contano sempre di più.

Il fattore umano si impone sempre più come l’elemento principale di differenziazione competitiva. Al di là dell’attuale ciclo negativo di mercato e del conseguente rallentamento – o addirittura inversione – della tendenza di crescita occupazionale, la capacità di reperire, motivare e trattenere personale altamente qualificato può veramente fare la differenza. […] Per anni abbiamo potuto attingere a questa risorsa vitale che non avrebbe altrimenti potuto trovare sbocchi adeguati, trasformando così una tragedia nazionale, quella della disoccupazione intellettuale, in una grande opportunità. […] Ma non è tutto: il livello di condivisione degli obiettivi dell’azienda e la stabilità del personale nel posto di lavoro sono estremamente migliori rispetto ai livelli classici dell’industria statunitense. Viene così evitata la dispersione di conoscenze ed esperienze acquisite, preservando un prezioso patrimonio di know-how aziendale che in altri ambienti verrebbe periodicamente vanificato.

Proviamo per un attimo a immaginare che abbia ragione John Keats. E che per capire a cosa serve il mondo bisogna pensare al mondo come alla “valle del fare anima”.
E proviamo poi a seguire James Hillman. Nella sua idea che recuperando l’anima al mondo si possa ricreare una psicologia politeistica, pagana, polimorfa, meridionale, antindividualistica, mediterranea, che ci riporta alle distinzioni, al mito.
Ad Ares, che irrompe nelle nostre case ogni volta che accendiamo la televisione. Ad Afrodite, che ci parla attraverso la pubblicità e i grandi magazzini. A Ermes, che vive nella comunicazione o nel mercato azionario. A Era, la forza, i legami, i vincoli della famiglia. A Pan, che “riporta la psiche alla sua radice insita nell’istinto naturale, semi-animale, procurando un radicale mutamento di coscienza, un allontanamento totale da dove si era prima”.
Proviamo adesso a chiederci come mai, in questo fantasmagorico mondo chiamato economia digitale, uomini del Sud, stiano lasciando il segno, siano tra i principali protagonisti del sogno digitale non solo italiano, stiano segnando il corso della storia ancora giovane e tuttora tribolante dell’economia dei bit, in modi e forme del tutto inedite.
Nel passato più e meno recente non sono naturalmente mancati donne e uomini meridionali che abbiano saputo conquistare con le proprie idee e le aziende spazi significativi sui mercati mondiali. Ma ciò è avvenuto sempre all’interno di segmenti specifici di mercato. Spesso importanti. A volte prestigiosi (valga per tutti l’esempio della moda). Ma in ogni caso di nicchia.
Ora per la prima volta uomini, idee e imprese del Sud conquistano un ruolo da protagonista non solo sul terreno economico ma anche su quello politico e sociale.
Per una volta insomma l’impresa meridionale fa cultura. Assume un valore di carattere generale, con successi che meritano di essere analizzati ed emulati.

Quelle che, nel momento in cui molte cose si stanno sciogliendo nell’aria, la gran parte delle reti organizzative si regge sulla forza dei legami deboli, e le capacità e le idee delle persone contano di più che nel passato, rendono meno improbabile l’affermazione delle capacità creative, visionarie, degli uomini del Sud, forse maggiormente predisposti a “un radicale mutamento di coscienza, un allontanamento totale da dove si era prima” e dunque più pronti a fare il salto dentro la rivoluzione digitale.

Pan e futuro, dunque.
Potrebbe essere uno slogan per la riscossa. La chiave per cogliere fino in fondo alcune opportunità. Per mettere a valore culture, storie, voglia di fare. Per definire contesti più ricchi dal punto di vista culturale e sociale prima ancora che economico e produttivo. Per non rinunciare ai diritti. Né a un’idea di società giorno dopo giorno un po’ meno ingiusta. Per ripensare le tante storie del Sud dentro una cultura e una storia mitica. Creativa. Flessibile. Capace di dare identità e di cogliere le differenze. Capace di coniugare l’innovazione, le tecnologie, con la memoria. E magari di dare concretezza a una “vecchia” idea di Abramovitz, la teoria del “catching up”21, che in buona sostanza afferma che quando in un Paese (o in una regione) meno sviluppato vengono immesse nuove tecnologie, si ha una crescita media della produttività del lavoro superiore a quella dei Paesi (o delle regioni) leader e di conseguenza si avvia un processo di riduzione degli squilibri, fino alla loro progressiva scomparsa.
Cosa occorre ancora?
La consapevolezza che non vi sono diritti ai quali non corrispondano doveri. E che assolvere i propri doveri è la strada più efficace per garantire meglio i diritti propri e le libertà di ciascuno.
è una consapevolezza che non si vende. Si conquista. Facendo ancora una volta ciascuno i conti con il proprio dáimon. Pensandosi a livello sociale come parte di una rete dinamica di eventi interconnessi in cui nessuno è fondamentale e ciascuno dipende dalla qualità e dalla coerenza delle relazioni con gli altri. L’insieme delle connessioni determina la qualità della struttura dell’intera rete, la sua capacità di assicurare al più ampio numero di persone il più ampio paniere di diritti concretamente esigibili.

È intorno a questi temi che si può provare a vincere la sfida meridionale pour excellence: costruire una classe dirigente meridionale, fare il salto di qualità che a partire dalle persone porta a valorizzare il capitale umano e sociale, a rispettare la cosa pubblica e le regole, a rendere possibili ipotesi e percorsi di sviluppo.

L’idea è che si possa partire da qui per vivere un finale di partita diverso. Per far emergere le storie di successo. Raccontarle. Diffonderle. Moltiplicarle.
Mostrando efficienza. Onestà. Voglia di fare.

Per una questione che non c’è più sono dunque ancora tante le questioni non risolte. Cosicché una parte del nostro Paese continua ad avere livelli di civiltà, vivibilità, sviluppo significativamente più bassi di quelli del Centro-nord.

Lo spreco dei saperi

Brain drain. Cervelli che fuggono. Cervelli che a Napoli sono soliti anticipare i soldi per comprare carta e penna e a Trieste risparmiare sulle spese per raggiungere il laboratorio. E che appena mettono piede negli USA o in Giappone si ritrovano catapultati nel mondo magico della ricerca con la erre maiuscola. Dai parco giochi di periferia a Disneyland. Tutto quanto fa opportunità. Crescita professionale. Valorizzazione del proprio genio.
Ci sarà un motivo se l’edizione 2006 dell’European Innovation Scoreboard redatto dal MERIT e dal JRC per conto della Commissione europea, colloca l’Italia tra i sette Paesi che si sono lasciati trainare nella classifica dei 33 paesi (i 27 UE più Croazia, Giappone, Islanda, Norvegia, Svizzera, Turchia e USA) relativa alla propensione all’innovazione. Non sorprende che Giappone e Germania siano tra i 6 paesi considerati leader d’innovazione, né che USA, Regno Unito e Francia siano tra gli 8 che più hanno adottato tecnologia e prodotto know how. Sorprende almeno un pò che l’Italia non sia neppure tra gli 8 paesi che si sono adoperati in maniera significativa per migliorarsi.

Va detto che nel rapporto con USA e Giappone la stessa Europa non sembra reggere il confronto. Pia Locatelli, parlamentare europea PSE, ha ricordato ancora nel giugno 2006 che 400.000 ricercatori laureati in Europa in scienze e tecnologie si trovano negli USA. E le stime forniteci da Philippe de Taxis du Poët, responsabile della Sezione Science & Technology della Delegazione UE in Giappone, dicono che i circa 7500 ricercatori europei lì presenti rappresentano il 24,9% del totale dei ricercatori esteri, a fronte del 48,4% dell’Asia e del 17,7% del Nord America.
Difficile fare salti di gioia. Ma qui è Rodi. E qui, come scriveva il grande vecchio di Treviri, bisogna saltare.

Ma torniamo a casa Italia. Alle ragioni della fuga. Che sono naturalmente tante. Di ordine economico. Organizzativo. Culturale.
La scarsità, ai limiti della decenza e oltre, delle risorse investite in ricerca e sviluppo è quella che più delle altre rischia di condannare il Paese al definitivo declino. In un incompleto elenco di fattori non possono mancare la scarsa propensione sia all’interazione che alla competizione tra istituti e strutture di ricerca; la troppa appartenenza e il troppo poco merito nella selezione delle risorse umane; l’università che, in particolare dopo la “riforma”, riesce sempre meno a essere una incubatrice di opportunità per chi ci lavora e ci studia; la differenza abissale nel modo di concepire la ricerca da parte delle grandi imprese italiane rispetto a quelle dei paesi leader.
Facciamo un esempio?
Piero Carninci, cervello italiano di stanza in Giappone, dove è direttore scientifico del Fantom 3 Consortium (200 scienziati di 45 istituti di ricerca di 11 paesi), risponde così alla domanda relativa al ritorno economico che Riken (l’azienda promotrice del consorzio) si aspetta dalle sue ricerche: “Essendo un non-for-profit il suo obiettivo principale non è fare utili ma avere budget e ritorno di immagine. Il primo arriva dai contributi del governo, dalle attività di spin-off che nel tempo diventano indipendenti e producono business, nuova occupazione, etc., dalle royalties (per la ricerca sul trascrittoma per ora si possono stimare intorno a 1 milione di euro/anno). L’immagine viene dalla tanta ricerca che facciamo, dai risultati che otteniamo, dal riconoscimento da parte della comunità scientifica. Direi che oggi Riken ricava non più di 1/5 di ciò che spende per la ricerca ma naturalmente si lavora per migliorare questo rapporto”.
Le grandi aziende italiane? Hanno deciso da tempo che la ricerca scientifica è un lusso e la possibilità di competere nei settori di eccellenza uno spreco di risorse. Il risultato? A parte la Fiat, con tutti i se e i ma del caso, la grande industria italiana è un’industria che non c’è più, a partire dai settori a più alta tecnologia.
Sta di fatto che il nostro è il solo Paese OCSE a presentare un deficit strutturale nella bilancia tecnologica dei pagamenti. Che il rapporto tra laureati che vanno via e laureati che vengono in Italia è all’incirca di 10 a 1. Che sono in aumento sia i cittadini con alta qualifica che risiedono permanentemente o per periodi lunghi all’estero sia quelli che lasciano l’Italia per un periodo abbastanza lungo da richiedere la cancellazione della residenza. Che siamo il paese europeo con meno studenti universitari stranieri e meno occupati stranieri in attività scientifiche e tecnologiche.
Tutto questo non si traduce solo in una perdita secca di cervelli e di risorse investite per formarli. Accade anche, ovviamente, che i cervelli in fuga contribuiscano in misura significativa alla ricerca e allo sviluppo dei paesi nei quali lavorano. Che l’Italia per utilizzare i risultati delle ricerche dirette dai tanti Carninci in giro per il mondo deve comprare i brevetti (tecnicamente viene definito trasferimento tecnologico inverso). E che tutto ciò non è certo il massimo per la nostra bilancia tecnologica dei pagamenti.
È come nei racconti circolari di Borges, dove inizio e fine si intrecciano, si confondono, si sovrappongono: la scarsa propensione all’innovazione favorisce la fuga di cervelli, la fuga dei cervelli contribuisce ad abbassare il tasso di innovazione, un ancor più basso tasso … e così via discorrendo.

Per quanto tempo continueremo a pensare di potercelo permettere?

Tre geni, due domande e una provocazione

I tre geni in questione sono Richard P. Feynman (1918-1988), vincitore del Premio Nobel per la fisica nel 1965; Robert K. Merton, sicuramente tra i grandi della sociologia di ogni tempo; Peter B. Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960.

La prima domanda è: cosa li tiene assieme in questo contesto?
Il fatto che il primo abbia ricordato (prolusione in occasione del conferimento del Premio Nobel, su Science, n° 153, 12 agosto 1966, pp. 699 – 708) che “abbiamo l’abitudine, quando scriviamo gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche, di rendere il lavoro quanto più rifinito possibile, di nascondere tutte le tracce, [… di non dire …] come la prima idea che si era avuta era sbagliata [… cosicché finiamo col perdere di vista …] quello che si è fatto veramente per arrivare a quei risultati”; che il secondo abbia fermato a più riprese la propria attenzione (Teoria e struttura sociale, Il Mulino, pag. 13) sullo “scoglio costituito dalla differenza che esiste tra la versione finita del lavoro scientifico così come si presenta nelle pubblicazioni e il corso dell’indagine realmente seguito dal ricercatore”; che il terzo abbia scelto provocatoriamente, era l’anno di grazia 1963, di intitolare una sua conferenza alla televisione inglese “Il saggio scientifico è un inganno?”.

La seconda domanda è: perché vi raccontiamo tutto questo?
Perché la storia della scienza ci dice che genio, caso e organizzazione sono tre fattori fondamentali per il buon esito della ricerca scientifica. E perché gli articoli, i saggi, le monografie che tralasciano di dare conto di intuizioni, false partenze, errori, conclusioni approssimative, risultati accidentali che caratterizzano il lavoro di ricerca finiscono con l’essere di impedimento al progresso scientifico.

La provocazione viene purtroppo da sé: per quali vie le patrie “università fabbriche di crediti” e “strutture di ricerca a finanziamenti limitati” potranno farsi incubatori di genialità, collaborazione, interazione, qualità, capacità, sviluppo?

Chi c’è, se c’è, batta un colpo.

La mobilità delle menti fa bene al sapere, lo spreco e la dispersione no

È bene non fare confusione. Evitare di finire come Massimo Troisi che, in Ricomincio da tre, deve arrendersi al luogo comune che vuole che un napoletano non possa viaggiare ma soltanto emigrare.
Cosa intendiamo dire? Che la fuga di cervelli (brain drain) è solo una parte del fenomeno dei “cervelli che si spostano”, che comprende anche lo scambio di cervelli (brain exchange), la circolazione di cervelli (brain circulation) e lo spreco di cervelli (brain waste).
Di cosa si tratta? Secondo l’Ocse (1997) il primo definisce il flusso complessivamente equilibrato di risorse ad alta qualificazione tra due paesi; la seconda il flusso di risorse con le stesse caratteristiche che scelgono altri paesi per completare e perfezionare gli studi, fare le prime esperienze lavorative e poi tornare a casa per mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite; il terzo il flusso di risorse ad alta qualificazione che, nell’ambito di uno o più paesi, si sposta verso impieghi diversi rispetto a quelli per i quali sono stati formati.
Il messaggio nella bottiglia potrebbe essere il seguente: il fatto che di notte tutti i gatti sembrano grigi non vuol dire che lo siano. Come dimostra il fatto che la circolazione e lo scambio di cervelli fanno solo bene alla salute. Dei cervelli, dei paesi dai quali provengono e di quelli che li ospitano. La fuga e lo spreco decisamente no.

Il prototipo Pirelli

È bene dirlo subito: per quanto sia dura resistere, leggere il libro di Carlo Ghezzi e Marica Guiducci con l’ansia di correre all’ultimo capitolo, laddove si narra delle vicende che hanno portato Sergio Cofferati a Bologna, è un clamoroso errore.

“La strada del lavoro” è infatti molto di più della testimonianza in presa diretta, della pur preziosa ricostruzione di passaggi significativi della storia repubblicana da parte di “una voce di dentro”. È prima di tutto il racconto di un modo di vivere il sindacato e la politica. Il modo di chi sa pensare e decidere con la propria testa. Di chi vive l’utopia come progettualità sociale, come esito di processi nei quali convivono idee e concretezza, passioni e realismo. Di chi anche nelle fasi più difficili sa indicare una prospettiva, non si abbandona al pessimismo e alla sfiducia. Di chi non si riconosce nella politica tutta schiacciata sulla figura del leader, insofferente verso la fatica e le regole della partecipazione, perennemente tesa a semplificare, sostanzialmente antidemocratica. Di chi sa che bisogna tenere assieme le lotte di ogni giorno per migliorare le condizioni di vita e di lavoro e quelle per la difesa della democrazia, contro il terrorismo, le strategie economicamente neoliberiste e antisolidaristiche sul piano sociale.
Riformismo e radicalità: è su queste basi che viene costruito quel “prototipo Pirelli” che non si sarebbe affermato senza gruppi dirigenti autorevoli, con una diffusa capacità di confrontarsi con i lavoratori, di interpretare le loro esigenze, di ricercare soluzioni condivise anche quando sanno che sono dolorose.

Su “La strada del lavoro” si incontrano insomma tante cose.
Il valore del lavoro, senza il quale, non manca di sottolinearlo Paul Ginsborg nella sua bella prefazione, il “ciascuno è indebolito nella sua soggettività e privato dell’appartenenza alla comunità”. I diritti e i doveri della cittadinanza. La giustizia come prima virtù della società. L’idea di un’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale. L’idea di una politica fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, a cui occorre dare un senso, che per questo non può non costituire la preoccupazione di ogni uomo libero.

Sta qui la forza del libro. Nella sua capacità di trasmettere tutto questo attraverso le storie che racconta. Quando a fare da protagonisti sono Carlo Gerli o Giuseppe Fenzio così come quando sono Bruno Trentin o Luciano Lama. Senza retorica e senza ideologismi. Con una tensione politica che traspare da ogni pagina, da piazza Fontana alle vicende del Corriere della Sera, dagli autoconvocati a tangentopoli, dal terrorismo che ritorna all’elefante CGIL che fa da diga e si ritrova solo.

Un racconto insomma tutto da leggere. Con un’assenza e un sospetto.
L’assenza è quella del Sud d’Italia e in larga parte si spiega con la le radici e storia, privata e pubblica, del protagonista. In larga parte però non vuol dire del tutto e forse sarebbe utile domandarsi perché: i) in quanto questione generale, da tempo quella meridionale è “una questione che non c’è più” anche nel sindacato; ii) il movimento sindacale meridionale incontra crescenti difficoltà a svolgere un ruolo e una funzione nazionale.

Il sospetto, del quale lo stesso Ginsborg si fa interprete, è che l’affetto che lega Ghezzi e Cofferati abbia indotto una sorta di autocensura intorno alle ragioni che hanno portato l’ex leader della CGIL ad “abbandonare il campo”.
Vero? Falso? Possibile. Ma forse per comprendere cosa è successo occorre scegliere un punto di vista meno usuale, guardare sì al Cofferati mosso “più dagli eventi che da un intimo convincimento” come al Cofferati “vero”, ma in un’accezione diversa da quella che sembra suggerire Ginsborg.
Proprio la capacità di cogliere il potenziale insito nella situazione, di rifiutare i modelli, di puntare sui fattori portanti, di comprendere gli eventi, di puntare sul rinnovamento a venire della situazione, è il filo rosso che tiene assieme il percorso sindacale e politico di Cofferati, nei lunghi anni nei quali sembrava condannato a rimanere il numero due del sindacato dei chimici così come nelle straordinarie iniziative per la difesa dell’articolo 18.
In questo senso Cofferati è davvero “cinese”. Per il suo modo di intendere l’efficacia dell’azione sindacale e politica. Per la “naturale” propensione a ritenere che nei momenti di difficoltà, quando gli eventi non sono propizi, ci si debba “ritirare” e, “non agendo”, così facendo, aspettare che ogni cosa sia compiuta. Per la innata convinzione che la scelta di stare in campo ad ogni costo non è mai destinata, “di per sé”, a produrre gli effetti desiderati.
Facciamo un esempio?
L’anno era il 1995, e chi scrive aveva di fronte, nella stanza al quarto piano di Corso d’Italia, proprio Cofferati e Ghezzi. Ricordo che opposi un orgoglioso, coraggioso, coerente “no” alle diverse soluzioni che mi venivano prospettate per risolvere la questione politica che avevo aperto. E che con una collera che mai più avrebbe avuto nei miei confronti Cofferati mi congedò sottolineando che, a prescindere dalle ragioni e dai torti, la mia scelta avrebbe prodotto più danni della peggiore delle proposte che lui e Ghezzi mi avevano fatto.
Mi costa ancora fatica ammetterlo, ma la profezia di Cofferati si è avverata. Naturalmente, le sue scelte del tempo non sono state ininfluenti nel determinare tale esito, così come probabilmente non lo sono state, per tornare al punto, quelle di D’Alema e Bertinotti nel determinare il suo approdo a Bologna. Ma nella strategia cinese ogni movimento contribuisce al divenire complessivo. E forzare gli eventi è sempre la peggiore delle opzioni possibili.

Carlo Ghezzi e Marica Guiducci
La strada del lavoro
Prefazione di Paul Ginsborg
Baldini Castoldi Dalai Editore
Pagg. 300
Euro 17.00


Angelo della dimenticanza

Un post di Antonio Dini che rimanda ad un articolo del New York Times. La notizia che un gruppo di ricercatori made in usa ha scoperto i segreti del “deja vù”. Le ricerche che in tutto il mondo fervono per comprendere sempre di più come funziona il cervello umano.
C’è n’è abbastanza per tentare di saperne di più. O no?

Rispetto. Citazioni e note a margine dal libro di Richard Sennett

21. IL RISPETTO NON COSTA NIENTE?

30. lo sviluppo di un qualsiasi talento porta con sé un elemento fondamentale di ogni arte e mestiere: fare qualcosa per il solo piacere di farlo bene, ed è questo aspetto della professionalità che garantisce all’individuo un senso profondo di stima di sé.

42. la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale. [Marshall Berman, l’esperienza della modernità, Il Mulino, 1999, pag. 154].

43. Pico della Mirandola [Sulla dignità dell’uomo] e l’uomo artefice di sé stesso 43. HILLMAN E DAIMON

44. Riesman era ossessionato dal senso di responsabilità, era mosso da questa sua sensibilità.

47. nessuno può costruirsi un futuro solido odiando il proprio passato.

57. come dice Adam Smith, provare simpatia spesso significa immaginare falsamente come propria la sofferenza di un altro.

65. c’è reciprocità nel termine riconoscimento. Fu il filosofo Fichte il primo ad inserire la parola riconoscimento nel linguaggio giuridico, esplorando come le leggi possano essere strutturate in modo che la costituzione riconosca le esigenze di stranieri e migranti. Rousseau aveva ampliato il dibattito in senso democratico, vedendo nel riconoscimento reciproco un problema di comportamento sociale, così come di diritto. Negli scritti di John Rawls, riconoscimento significa rispetto per le esigenze di chi è diverso da noi; negli scritti di Jurgen Habermas, riconoscimento significa rispetto per coloro che sono portati a dissentire in base ai propri interessi.

68. DIGNITA’ DELLA PERSONA E DIGNITA’ DEL LAVORO

69. esiste un divario enorme tra il volere agire bene nei confronti degli altri e il riuscire a farlo.
69. UNA COSA E’ CONOSCERE LA VIA E UN’ALTRA E’ PERCORRERLA (MATRIX).

73. ci sono tre vie per conquistare rispetto:
attraverso la crescita personale, in particolare sviluppando abilità e competenze;
attraverso la cura di sé;
dando agli altri.

85. ogni essere umano possiede una “motivazione alla riuscita”, la spinta a fare bene qualcosa. [David McClelland].
Nel lavoro come nell’istruzione, il giudizio “tu non hai potenzialità” è devastante come mai potrebbe esserlo un’osservazione del tipo “hai fatto un errore”.

90. la competenza può essere posta al servizio del mestiere, oppure al servizio della padronanza sugli altri.

93. il mestiere, dice Thorstein Veblen, porta l’artigiano al rispetto di sé ma, bisogna aggiungere, non necessariamente al rispetto per gli altri.

95. negare o nascondere l’influenza di coloro grazie ai quali si è cresciuti fa sì che la forza e la capacità di un individuo sembrino qualcosa di totalmente proprio.

101. ci sono una varietà di cose che gli individui possono fare anziché perdere tempo in continui confronti [Howard Gardner, formae mentis: saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli, 2000]

104. LA PROFESSIONALITA’ PRODUCE RISPETTO DI SE’

105. INDIPENDENDENZA E CONDIZIONE ADULTA.

111. servitù volontaria: “vorrei comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un tiranno solo, che non ha forza se non quella che essi gli danno, che ha iil potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono sopportarlo, che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero subirlo invece di contrastarlo …. E’ il popolo che si fa servo, che, potendo scegliere se esser servo o libero, abbandona la libertà e si sottomette al giogo: è il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca. [Etiene de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Torino, La Rosa, 1995].

114. CON LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE L’ADULTO RISPETTATO E’ L’ADULTO CHE LAVORA.

115. da Locke in poi l’infanzia si amplia e poi nasce l’adolescenza.

118. l’adulto che ha coscienza del legame ancora esistente con il bambino che fu ha una comprensione più profonda del suo presente. [Freud]

119. la trasgressione produce colpa, l’insufficienza produce vergogna (chi copia un esame si può sentire colpevole, chi non lo passa prova vergogna).

119. “c’è qualcosa di ostile in noi stessi che impedisce all’amore di completarsi e raggiungere la perfezione” [Hegel]. Gerhart Piers parla della vergogna come un senso profondo di incompletezza, anche di fronte a chiare prove di realizzazione o gratificazione; la persona che non riesce a provare questo senso di compiutezza immagina ci sia qualcosa di sbagliato dentro di sé.
Le esperienze concorrenziali dell’economia di mercato alimentano il senso di colpa nei lavoratori adulti; la sconfitta sul mercato provoca la perdita della stima di sé. [Adler]

120. LA DISEGUAGLIIANZA ERODE IL RISPETTO.

121. si prova vergogna quando qualcuno viene reso visibile pur non essendo pronto ad essere visibile.

122. spesso i problemi diventano evidenti solo dopo essersi trasformati in errori. Nel sistema politica come nelle aziende si parla del bisogno solo dopo che sono capitati i guai.

123. autonomia come un processo di conversione della necessità in desiderio [Erik Errikson]; autonomia come capacità di trattare gli altri inn quanto differenti da sé; una forza di carattere basata sulla percezione degli altri; essa cioè istituisce una relazione fra le persone, anziché sancire una differenza che le isola. [Winnicott]

125. autonomia come accettazione della possibilità di non riuscire a capirsi.
Autonomia significa accettare dell’altro quello che tu non capisci, un’eguaglianza opaca. Nel farlo, tratti la realtà della sua autonomia al pari della tua. Naturalmente il rapporto prevede reciprocità.

125. Il popolo deve avere fiducia nei suoi governanti; se ha fiducia, accorda loro una libertà di azione senza sentire bisogno di consultazioni, monitoraggi e supervisioni costanti. Se non godesse di questa autonomia, il governante non potrebbe mai fare una mossa. [Locke]
BERLUSCONI SEGUACE DI LOCKE?

127. c’è bisogno di coesione sociale perché una persona ha sempre bisogno dell’altra per raggiungere un senso di completezza [Emile Durkheim].

132. INSEGNARE A PESCARE E NON REGALLARE IL PESCE.

137. COMPASSIONE E SOLIDARIETA’

141. lo scopo della protezione sociale è di occuparsi del bene dell’assistito, e dovrebbero essere del tutto irrilevanti i sentimenti dell’assistente sociale. Assistere senza compatire è il principio base per qualsiasi tipo di welfare state laico. [Harendt]

146. LA SENSIBILITA’ (SOLIDARIETA’) E’ FEMMINA?
RISPETTARE SENZA AMARE [SOLIDARIETA’ FRA ESTRANEI]

150. la carità implica sottomissione; la pietà produce disuguaglianza.

161. la deistituzionalizzazione del welfare è indice di un più ampio mutamento in corso nella società contemporanea: un attacco alle istituzioni rigide del mondo del lavoro e della vita politica. In un caso come nell’altro, si sta affermando la convinzione che le comunità possano rispondere ai bisogni sociali delle persone meglio delle burocrazie.

161. LO SCRIVANO BARTEBLY.

162. Julien Sorel, protagonista de “Il rosso e il nero”, impara ad adattare velocemente il suo comportamento, le sue espressioni, nonché il vestito, ogni volta che sale un gradino della scala sociale e tuttavia si accorge che si tratta solo di apparenze e dunque soffre di anomia (Durkheim).

164. in uno stato moderno il potere reale, che non si esercita né né nei discorsi parlamentari né nelle enunciazioni dei sovrani, ma nell’uso quotidiano dell’amministrazione, è necessariamente e inevitabilmente nelle mani della burocrazia. Della militare come della civile. [Max Weber]

176. l’autonomia, lo abbiamo visto, non è semplicemente un agire; essa richiede anche una relazione nella quale una parte accetta di non essere in grado di comprendere qualcosa dell’altro. Tale accettazione garantisce l’eguaglianza nella relazione. L’autonomia presuppone connessione ed estraneità, vicinanza e impersonalitàà.

177. CAPIRE DI COSA HANNO BISOGNO GLI UTENTI E ASCOLTARE IL LORO PARERE.

180. ORGANIZZAZIONI PIATTE E CORTE.

181. alla IBM nel 1965 esistevano 23 anelli gerarchici che separavano il vertice dalla base; nel 2000 soltanto 7.

182. nel 1965 gli investitori tradizionali tenevano le azioni in media per 46 mesi; nel 2000 per 8 mesi.

183. WINNER TAKE ALL – CHI VINCE PIGLIA TUTTO.

183. la rivoluzione informatica permette all’unità centrale operativa un colpo d’occhio istantaneo sull’organizzazione nel suo complesso.

184. l’organizzazione flessibile riesce a funzionare come istituzione totale più della piramide burocratica tradizionale.

185. oggi nessuna nuova azienda può essere creata sul principio dell’impiego a vita. L’azienda flessibile è divenuta un modello per il welfare.

185. welfare flat. Welfare piatto. Welfare short. Welfare corto.
185. mentre il prezzo resta il riferimento principale per il mercato dei beni di consumo, il costo da solo non è un indice di qualità in materia di istruzione o sanità.

186. gli utenti del welfare non possono essere considerati dei clienti qualsiasi di un mercato qualsiasi: essi hanno bisogno di consigli disinteressati e in un mercato i venditori o chi offre servizi non sono disinteressati.

187. WELFARE: DA DIRITTO PER TUTTI I CITTADINI A BONUS AUTOFINANZIATI PER I RICCHI E CARITA’ PUNITIVA PER I MENO ABBIENTI.

187. nel mondo degli affari, l’eccesso di domanda rispetto all’offerta aumenta i profitti; nel welfare state, la domanda superiore all’offerta produca miseria.

190. ASSOCIAZIONE E COMUNITA’ GESELLSCHAFT E GEMEINSCHAFT.

193. COFFEE HOUSES – FACCIA A FACCIA – LLOYD’S.

194. NON CONFONDERE AIUTO E AMICIZIA. + ANZIANI E – GIOVANI VOLONTARI.

196. bonding (tessere legami – interno – identità) e bridging (gettare ponti – esterno – pluralità sociale).

198. architettura della simpatia: movimento che va dall’identificazione con persone che si conoscono all’identificazione con sconosciuti.

198. sono molto soddisfatto quando risalgo la strada che ho appena fatto e la vedo pulita, senza i mucchi di spazzatura che la ingombravano.
LO SPAZZINO INTERVENTISTA DI VIVIANI.

200. l’importanza dell’abilità nel lavoro utile separa l’assistenza dalla compassione, impedisce che la pietà sommerga la relazione.

207. il rispetto è un modo di esprimersi. Vale a dire, trattare gli altri con rispetto non è una cosa automatica, anche con la migliore volontà del mondo; portare rispetto significa trovare le parole e i gesti che lo rendano convincente.

209. LA ZIA SORDA DI TALLEYRAND

214. un uomo o un gruppo che riesca a donare collanine di conchiglia obbliga chi le riceve; in futuro costoro dovranno rendere il dono, ribaltando le parti della cerimonia. Nel frattempo, però, ognuna delle parti rimane legata all’altra dal vincolo di reciproca assistenza. Questo scambio trasforma i nemici in amici.
CHI RINGRAZIA ESCE FUORI DALL’OBBLIGO.

215. le relazioni mettono radici solo se lo scambio non è equivalente. Lo scambio asimmetrico socializza [Marcel Mauss]
216. il welfare state deve all’individuo qualcosa di più del semplice ritorno monetario dei contributi versati.
“Il lavoratore ha dato lla sua vita e la sua opera alla collettività e ai suoi datori di lavoro …. Coloro che beneficiano dei suo servizi non possono pensare di assolvere il proprio debito nei suoi confronti semplicemente pagandogli un salario. Lo stato stesso, come rappresentante della collettività, gli deve, come gli devono i suoi datori di lavoro, e anche con il suo concorso, una certa sicurezza nella vita, contro la disoccupazione, lla malattia, la vecchiaia e la morte.”[Marcel Mauss]

216. l’’asimmetria tra lavoro e protezione sociale è il socialismo come lo intendeva Mauss.

217. la reciprocità sta a fondamento del mutuo rispetto. … il donatore restituisce qualcosa alla società.

218. uno scambio economico è una transazione breve; le nuove forme istituzionali di capitalismo sono particolarmente brevi.

219. SCAMBIO CAPITALISTICO: SIMMETRIA E SCARSITA’ DELLA RISORSA TEMPO.

221. esiste una tensione fra rispetto di sé e rispetto reciproco.

222. gli scambi rituali costruiscono il rispetto reciproco; lo scambio porta la gente a esteriorizzare, e ciò è necessario per lo sviluppo di qualità relazionali.

225. la questione è come aprirsi all’esterno mantenendo un solido senso sé.

226. troppa rigidità = troppa fragilità [Lévi-Strauss]

227. l’antropologo chiama bricolage il processo di smontaggio di una cultura in pezzi e il suo allestimento eri il viaggio. Lévi-Strauss chiama “meteci” (métics) coloro che praticano il bricolage, trasformando l’accezione classica del termine greco per indicare gli stranieri nell’idea di gente che può ricordare da dove proviene anche sapendo di non poterci più vivere; questo genere di viaggio egli lo chiama “meticciato” (métissage), un percorso lungo il quale c’è un cambiamento ma non la perdita della memoria. Il viaggiatore, quindi, conserva un certo grado di sicurezza e fiducia in sé mentre fa fronte, e accetta, la diversità e l’incoerenza della nuova situazione.

228. l’importanza del passaggio da una conoscenza tacita a una conoscenza esplicita.
TACITO – ESPLICITO – TACITO COME TESI – ANTITESI – SINTESI

230. il filosofo Michael Polanyi dice che l’ambito del tacito racchiude ciò che sappiamo più che ciò che possiamo dire.
Michail M. Bachtin e il primato del contesto sul testo.
Maurice Merleau-Ponty e la sicurezza ontologica.
Freud sostiene invece che il sapere tacito e la sicurezza ontologica diano un falso senso di sicurezza.

234. LA RESA DI DEWEY E LA RINUNCIA TEMPORANEA AL CONTROLLO DI SE’ E DELL’AMBIENTE CIRCOSTANTE. LASCIARSI ANDARE.
POSARE LO SCUDO.

236. è necessario che cambi qualcosa nel profondo dell’individuo. Rivolgersi verso il mondo esterno significa che il prigioniero riforma anziché essere riformato.
SENNET E RORTY

236. divario fra linguaggio e realtà.
Secondo Daniel Kahneman l’assunzione di rischio ispira depressione e ansia anziché speranza; la gente si concentra su ciò che deve perdere piuttosto che su ciò che può guadagnare; i lavoratori si sentono giocati, non giocatori. Ne risulta quella che Albert Hirschman chiama mentalità di defezione piuttosto che di protesta.

237. IL RISCHIO SENZA POTERE GENERA DEPRESSIONE

238. PRIMA CAMBIAMO POI CE NE ACCORGIAMO

241. per trattarsi con reciproco rispetto le persone dovrebbe fare a pezzi i presupposti taciti e le visioni condivise del mondo.
ROMPERE PER COSTRUIRE

247. fin dall’inizio della sua carriera mio zio fu convinto che il capitalismo, insistendo unicamente sulla condizione materiale e sul prestigio degli individui, non fosse in grado di superare il divario della disuguaglianza.

249. ogni scambio positivo con il nemico rischia di indebolire la coesione di classe.
COSCIENZA DI CLASSE E RAPPORTO PARALIZZANTE FRA SE’ E IL MONDO.

254. la buona volontà unita all’improvvisazione – il jazz sociale – non crea vincoli.

255. i 3 codici moderni del rispetto: realizza te stesso in qualche modo; prenditi cura di te; aiuta gli altri.

255. “il compito di una società civilizzata è di eliminare quelle diseguaglianze che trovano la loro origine non nelle differenze individuali, bensì nell’organizzazione sociale.
SALVATORE VECA E LA SOFFERENZA SOCIALMENTE EVITABILE.

Il vino dei mietitori

Franco Araniti, poeta che scrive nel dialetto dei “quadarari”, gli stagnini di Dipignano, nelle serre cosentine calabresi; Emilio Argiroffi, medico, poeta, pittore, sindaco di Taurianova, Senatore della Repubblica; Giuseppe Coniglio, poeta dialettale, bracciante agricolo, mastro costruttore di muri a secco; e poi ancora Adele Pantuso di Verzino, insegnante, Bruno Pierozzi, pittore, Oreste Lupi, capitano nei mari del mondo, sindaco di San Donato Milanese.

Si chiamano così le donne e gli uomini, le persone, protagoniste delle “Dissestate Rime” di Sandro Taverniti, calabrese, dirigente della CGIL (Federbraccianti, Confederazione, SPI, attualmente segretario regionale dello SPI Molise), da sempre “costretto” a fare i conti con “una strana voglia di scrivere / quasi una pena sottile / scoprendo sotto la coltre / degli anni ormai numerosi / le opposte e uguali paure / di vivere e di morire”.

È una strana voglia che chi ha letto “Quando Maria Cantava”, il volume di racconti pubblicato qualche anno fa, conosce bene. È la strana voglia che siamo certi attraverserà “Nel paese dei due Re”, il volume di prossima uscita che racconta la “sua” Calabria. È una strana voglia che in questa sua raccolta di poesie si presenta con particolare forza e intensità.

In parte contribuisce in questo senso il carattere stesso della poesia, il suo essere, fin dai tempi antichissimi dei canti a batocco dei contadini e dei racconti dei cantastorie, significato, suono, ritmo.

Ma ciò che davvero colpisce è la sensibilità, l’appassionata semplicità, il sapore autentico delle “Dissestate rime / per vecchi brindisi/ d’uomini di fatica/” attraverso le quali Taverniti racconta i suoi stati d’animo, i volti, le storie, i luoghi della sua terra.

Nelle poesie di Taverniti i luoghi hanno un’anima anche quando “tutte le braccia sono ormai ferme / muti i canti delle vendemmie / e i sudati mietitori coi rimbrotti / dalla massaia più non pretendono / l’apro vino dalla verde borraccia”.
Nel giocare con le parole e con le rime egli non esita a scrivere “nel sacchetto del vomito / dell’aereo nella tempesta / così per dissimulare la paura / Parole senza cura”.

Il fatto è che Taverniti è una persona vera. Che scrive di persone vere. Di quelle che sarebbero balzate in piedi per applaudire la grande Anna Magnani che, al truccatore che la stava preparando per una scena, disse “Non mi togliere nemmeno una ruga. Le ho pagate tutte care”. Di quelle senza effetti speciali. Nel cuore, talvolta, soltanto un rimpianto. O una spina.

Giampiero Assumma: ritratto di un fotografo

La fotografia è sempre un incontro con l’imprevisto. Quello che dà senso all’immagine che ti porti dentro. Che ti fa chiudere gli occhi. E scattare.
Giampiero Assumma è stato a lungo un ircocervo. Metà laureato e metà artista. Il lavoro di odontoiatra che gli permetteva di comprare rullini e attrezzature, viaggiare, conservare una certa indipendenza nella scelta di temi e soggetti. Tre anni fa la scelta. Alle spalle Napoli, la professione, la sicurezza economica, le vite parallele. Davanti a sé Parigi. E la fotografia.

La deindustrializzazione di Bagnoli, i viaggi della speranza a Lourdes, le feste religiose siciliane, il mondo dei bodybuilders, la caccia al pescespada, la condizione (dis)umana negli ospedali psichiatrici giudiziari italiani, le collaborazioni come fotografo di scena (per “Il regista di matrimoni” di Marco Bellocchio ha vinto il premio Cliciak Ciak d’oro – ritratto d’autore 2007) sono alcune tappe della sua ricerca intorno alle relazioni tra gli uomini e il territorio, la religione, la follia.

Se gli chiedi quando e perché è cominciato, ti risponde che il ricordo è sbiadito. Ti racconta della madre “costretta” a girare per casa tenendolo in braccio per fargli vedere e rivedere i quadri che amava. Della scomparsa prematura del padre. Dei tramonti di settembre. Del paesaggio che lentamente si rivestiva della nostalgia della perdita. Della ricerca di risposte per lui troppo grandi. Della voglia di fissare momenti di cui forse un giorno avrebbe colto il significato.
La fotografia – ti dice – permette di chiudere un cerchio magico, di recuperare un senso alle cose, di annullarsi nella scena che si presenta allo sguardo.

Se gli chiedi cosa lo ha portato da Napoli a Parigi ti risponde che considera Napoli e il Sud un luogo “visivamente” assai formativo. Che non c’è però chi organizza la fase di “postproduzione”. Che il lavoro artistico deve fare i conti con percorsi sempre troppo lunghi, tortuosi, devianti. Che in Italia la cultura non ha ancora il posto che merita.
Sarebbe stato sbagliato ritardare ancora – conclude -. Nel mondo là fuori ci sono tante cose che vale la pena raccontare.

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