Ricomincio da tre

enakapata3 NapoliRomaMilanoReggioEmiliaNapoli. Tutta una parola. Tutto in 2 giorni. Tutta in treno. Il bellissimo libro di Weick che ho portato con me, Senso e significato nell’organizzazione, non l’ho neanche aperto. In compenso Luca mi ha raccontato un pò di cose di sè. Delle cose che ha in mente di fare. Accade quando abbiamo un pò di tempo per stare da soli assieme. E come sempre quando accade sono contento. Di più. Sono felice. Ancora di più. Mi vengono idee.
L’idea è il viaggio di Enakapata  che continua. Nel senso che andando in giro per presentarlo continuiamo a incrociare persone e storie che meritano di essere raccontate. E poi mi piace l’idea di utilizzare questo blog per ridarvi indietro, attraverso il racconto, almeno un pò dell’affetto che ci dimostrate leggendo il nostro libro e scrivendo le vostre impressioni, idee, recensioni. Stamattina ne ho parlato con Luca, gli ho detto cosa intendo fare, ho precisato che naturalmente lui è libero di partecipare oppure no e con mia grande sorpresa, a quell’ora del mattino la percentuale di rischio che ti bocci qualunque proposta è tra il 98 e il 99%, ha fatto un cenno con la testa, penso volesse dire che gli  sembrava  una buona idea.
Mah. Si vedrà. Per intanto anch’io ricomincio da tre.  Dalle presentazioni di Napoli, Bologna e Milano. Cercherò di fare in fretta. Perché il viaggio continua. E lunedì è già Benevento.

p.s.
il primo che indovina a che ora del mattino ho parlato con Luca vince una copia omaggio di Enakapata con dedica da ritirare durante la presentazione nella sua città.

Borrelli, Rotella, Malafronte, Ferrante, Lorusso

enakapata3Marika Borrelli: L’ho letto in tre ore, l’altro ieri sera tra un po’ di Barcellona-Chelsea e il letto.
Ne ho fatto indigestione. Infatti, ho sognato il Riken, il ramen, il bar delle “ragazze”, tutto assieme, preoccupandomi se poi la Fender di Luca sia mai arrivata a destinazione.
Mentre leggevo – conoscendo già il contenuto del libro perché il prof. Moretti ne distribuisce camei su FB ogni tanto – mi è venuto in mente un documentario visto su Discovery Channel: True Tokio, o una cosa così. E ho cominciato a fare automaticamente paragoni tra il diario di Moretti&son e la descrizione (agrodolce) del tipo che a Tokio ci lavorava e viveva già da un po’.
Lo dico perché Enakapata – come il documentario – è soprattutto la proiezione di vite su un luogo diverso da quello quotidiano. Ed è la diversità del luogo che cambia la ricostruzione di un ricordo e lo ricompone. Vincenzo ci racconta della sua famiglia e Luca ci racconta del padre, stimolato dagli eventi che in quei desueti luoghi accadono.
Un diario a due voci, svelto, appetibile (molti riferimenti gastronomici, siamo italiani! Ed a Tokio si può anche mangiare male), dettagliato come per sistematizzare due esistenze per un mesetto sradicate da quell’humus vischioso e bellissimo che è Napoli, nonostante tutto. Con la meticolosità di Moretti father alle prese con un sistema cognitivo (quello dei nipponici) inverso: vedi il metodo di contare sulle dita, per esempio!
E con il rammarico di fondo dell’impossibilità per noi Italiani di avere una ricerca universitaria degna. Ci prova, Vincenzo, a descrivere il Riken, tempio pressoché perfetto per scienziati e ricercatori, evidenziando il coraggio dei nostri compatrioti a trasferirsi agli antipodi, lui con il rimpianto della pastiera.
Ma cosa mai potrebbero pensare i giapponesi di noi, se leggessero questo libro che li descrive e descrive due napoletani alle prese con Tokio? Sembra l’analisi di Las Meninas che ne fece Focault: un gioco di rimandi iconici il cui differenziale era il prodotto di una proiezione, appunto.

Mauro Rotella on Tesionline.it

Assunta Malafronte: Da qualche giorno ho terminato la lettura del vostro libro. Avvincente. La cosa che mi è piaciuta di più è l’aver alternato la “pancia” (le storie di vita) alla “testa” (la ricerca), rendendo la lettura scorrevole ed interessante. Non ho mai visitato il Giappone e prima di leggere il libro nemmeno ci avevo mai pensato. Però, prima di partire, farò un bel corso di inglese e  appena arrivata andrò a mangiare dalle ragazze!

Tommaso Ferrante: Na capata … ò sasiccio… le prime 40 pagine so state peggio di una palillata in fronte. Le ho lette almeno 3 volte per comprenderei qualcosa :-). Sembra il libro per l’esame di teoria dell’informazione e telecomunicazione. Ti farò sapere alla fine. Un abbraccio.

Rosa Lorusso: Sono pienamente d’accordo con l’idea che non si può prendere senza lasciare, né chiedere senza dare, ma aggiungerei che non si può dare se non si è a propria volta ricevuto.
Prescindendo dai nostri valori e orientamenti possiamo arricchire la nostra vita e la vita altrui, convinti che più si condivide più ci si arricchisce.
L’aggettivo che a mio parere meglio racchiude quest’opera è coinvolgente. Chi possiede la speciale abilità di renderti partecipe nella relazione del sapere riesce a farti entrare in un interessante vortice comunicativo che incoraggia la voglia di contribuire alla costruzione di questo meraviglioso e mai terminato edificio della cultura.
Mi sono sentita particolarmente coinvolta in questo viaggio; a volte mi sembrava di essere lì con i protagonisti di quest’avventura.

Avitabile, Cofferati, Geronazzo, Pepicelli, Annibale

enakapata3Enzo Avitabile: Credere nei sogni e nelle probabilità. In questo libro c’è questo. Attraverso il viaggio voi credete nel sogno e nella probabilità dell’incontro. Il che significa dire la verità. Io i miei miti li ho incontrati tutti. Dal primo all’ultimo. Io stasera per rendere omaggio a questo evento e a questo libro io vi voglio far sentire una devozione dialettale nostra antica. L’idea è quella di usare lo strumento lì dove non arriviamo con le parole. La contaminazione è anche questo, lo scambio è anche questo. Sono convinto che tutto questo sia in sintonia con Enakapata, un libro che parla di una città diversa, di una Secondigliano diversa, un cemento che si muove verso il futuro nel rispetto di una storia, di un passato, di una cultura.

Sergio Cofferati: Luca e Vincenzo un po’ di risposte ce le hanno date. Un po’ di reticenza rimane ma è comprensibile,  dato che non è sempre semplice rendere noto il percorso che nella testa di ciascuno di noi inizia e porta a delle conclusioni come sono quelle materiali di un libro che consegna il tuo pensiero agli altri e dunque alla loro lettura, alla loro interpretazione.
Io credo che per stasera possiamo accontentarci, poi la curiosità si risolve attraverso la lettura e, d’altro canto, se avessimo capito tutto i poveri autori sarebbero palesemente danneggiati.
È giusto invece lasciare un robusto fondo di curiosità al lettore se deciderà, come spero, di diventare tale. Poi vedremo tra qualche tempo quale sarà stato il grado di accoglienza (non per contare il numero di copie vendute; guardate, questo è ovviamente importante per loro, ma forse non è la cosa più importante).
Siccome l’editore li ha stimolati a commettere questo atto del quale porteranno poi anche delle conseguenze, vedremo se sarà invogliato a chieder loro di ripetere la stessa esperienza in un altro luogo e magari in un altro modo.
A me piacerebbe molto un approccio rovesciato, che cioè al prossimo giro Luca si occupi dell’argomento che in un modo o nell’altro è connesso al lavoro e che invece al suo povero babbo che avrà, come ha già adesso, un’età nella quale merita un po’ di rispetto, sia dato invece lo spazio per il tempo libero, la possibilità di dare sfogo alle sue curiosità anche senza restare vincolato al necessario aplomb di chi, occupandosi di scienza e interloquendo con persone di cotanto senno come quelle di cui si parla libro, è inevitabilmente portato ad avere.
Dunque, vi ringrazio della vostra presenza e se l’editore è d’accordo appuntamento in qualche luogo al prossimo libro nella formazione che decideranno loro.
Lo dico perché a me il libro è piaciuto molto, vi ho trovato elementi di novità nella forma e nel contenuto che non sono affatto disprezzabili. Mi sentirei, cosa che non faccio molto di frequente quando mi capita di presentare qualche libro, di sollecitare esplicitamente gli autori a riprovarci.
Negli altri casi non dico niente, e tanto basta. Qui invece c’è davvero un elemento di novità che varrebbe la pena di sviluppare, di approfondire, passando ancora per il vivere assieme, per  qualche altro viaggio, per qualche altro pezzo della vita in comune tra padre e figlio.
Poi, perché no, c’è anche un altro fratello, Riccardo, che magari, avendo da quel che mi ricordo un carattere un po’ più irriverente, possa essere nei confronti del padre un po’ meno gentile di quanto non sia stato Luca. Grazie, buona serata e buona lettura.

Renzo Geronazzo: Gli autori affrontano il tema, fondamentale per il nostro futuro, della ricerca scientifica e dell’innovazione con leggerezza e tono disincantato ma, nel contempo, con estremo rigore intellettuale.

Geremia Pepicelli: Ciao Vincenzo, ti scrivo per trasferirti qualche pensiero ed emozioni suscitate dal tuo ultimo lavoro. Tutti noi, in maniera più o meno consapevole, attraverso la lettura siamo alla ricerca di conferme, rassicurazioni, risposte suscitate dal nostro vissuto quotidiano, qualcosa che si agganci alla nostra vita e quanto più questa operazione risulta efficace tanto più la lettura ci restituisce soddisfazione: tutto ciò si è magicamente riproposto nella lettura di “Enakapata”. A cominciare dall’emozione intensa di pensare ad un’esperienza così importante prima vissuta e poi tradotta in un libro insieme ad un figlio; ho una figlia di 21 anni con la quale spesso ci confrontiamo su mille temi ed è stato bellissimo vivere attraverso la vostra esperienza una simile possibilità, fatta di differenze e di sinergie, visioni a confronto e grande affetto. Penso che Luca sia proprio fortunato ad aver recepito attraverso di te il messaggio di apertura che tuo padre ti aveva così teneramente consegnato.
Ogni giorno vivo nella mia Azienda esattamente la stessa frustrazione che hai descritto nel confrontare il sistema di ricerca giapponese con quello che esiste in Italia. Ogni giorno le persone attive, competenti e “per bene” di questo nostro paese si scontrano con qualcosa che sembra sovrannaturale e gli impedisce di creare esattamente le stesse condizioni organizzative che hai trovato al Riken. Sembra tutto impossibile e distante ma tutti noi sapremmo cosa fare se non ci venisse impedito con una pressione invincibile da un potere economico-politico teso al mantenimento di posizioni di potere personale anziché del benessere collettivo, l’imposizione della raccomandazione che schiaccia costantemente la meritocrazia. E se l’Italia sembra culturalmente ed organizzativamente lontana dal Giappone, Napoli lo è almeno altrettanto dalle migliori esperienze italiane. E quindi, attraverso il vostro libro siamo qui ancora una volta a chiederci cosa fare: come la cambiamo la situazione? Tu lo dici e noi lo sentiamo che “si può fare”. Forse una strada semplice e concreta è quella che ci avete suggerito indirettamente nel libro; apriamo gli orizzonti ai nostri ragazzi, diamogli la possibilità di vedere e toccare con mano come è possibile “fare bene”, come si sta bene in una società dove il rispetto degli altri e del  bene comune è un valore fondamentale e che non grava per niente sui singoli. Facciamoli uscire dal torpore stucchevole di una cultura folkloristica che ricopre, con una patina invisibile eppure coriacea, tutta la nostra esistenza, sociale e lavorativa. Forse quando torneranno, se torneranno, avranno qualche strumento in più, sapranno ancor più “cosa fare”. Vincenzo, Luca, un grazie infinito per il vostro lavoro.

Vincenzo Annibale: La prima “orecchia” si trova a pagina 30, l’ultima a pagina 195, la penultima del libro. Avevo adottato il vecchio metodo (piegare le pagine nell’angolino in alto) per segnalare le cose più interesanti. Alla fine sono una ottantina quelle che resteranno per sempre con l’angolo piegato. Tante chicche inserite in un libro che per fortuna ho letto ed ho trovato ricco di notizie, di suggestioni e di riflessioni.
Si racconta anche di un padre e di un figlio, del mantra della pastiera, di treni che fanno i treni, di come la spazzatura prodotta a Tokyo da 35 milioni di persone viene raccolta senza drammi, ma si parla soprattutto di genio e caso che si alleano, di cultura del merito, di funzione sociale della scienza, di rispetto per il lavoro e per chi lavora ad ogni livello, di educazione intesa come cultura, del vedersi riconosciuti i risultati raggiunti, di rispetto delle regole.
Purtroppo non si racconta dell’Italia. Si parla di Giappone visto con gli occhi di un padre ed un figlio curiosi di conoscere e di farci conoscere un altro mondo, una cultura, una civiltà distanti anni luce da noi e non per questioni di chilometri.
L’ultimo appunto di viaggio riguarda ovviamente il ritorno a Napoli e racchiude una frase che da sola spiega la sensazione che si ha leggendo Enakapata: se partire è un po morire, talvolta è vero il contrario.

Della Sala, Orlando, Lagomarsini, Gianfagna, Asfoco, Conforti

enakapata3Roberta Della Sala: Ieri pomeriggio a Bologna presso la libreria Coop Ambasciatori è stato presentato un anomalo e originale testo, o meglio, un diario di viaggio che percorre due binari paralleli che hanno imparato ad incrociarsi: la scienza e la città.

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Valerio Orlando, again: Caro Vincenzo, ho finalmente (ma ero dispiaciuto come accade quando viene il tempo di separarsi dalle cose amate) terminato di leggere il tuo libro. Di nuovo complimenti. Credo sia un documento importante che spero possa trovare massima attenzione sia negli ambienti che decidono/programmano il futuro della ricerca in questo paese, sia semplicemente (serendipity) tra qualche giovane che possa cosi trovare un’occasione per sognare. Spero di sentirti presto. Valerio.

Andrea Lagomarsini: Vincenzo non ti smentisci mai.. il libro è bellissimo.. una commistione di pezzetti che all’unisono conducono al risultato .. un onore avere un angolino di spazio.. quando riusciremo a organizzare la presentazione.. e purtroppo penso andremo a ottobre visto che giugno è martoriato dalle elezioni… Porta anche TUO FIGLIO!

Andrea Gianfagna: Dear Vicienz’, ho letto con interesse e piacere il Diario che hai scritto together tuo figlio Luca, sulle esperienze del vostro viaggio in Giappone. Complimenti. Mi è venuto  in mente un proverbio di Campanasce, leggendo la tua interpretazione, molto accattivante, della serendipity.
Il proverbio recita: “la vecchia nun vulea murì pecché autre cose vuleva verè (dove veré sta per scoprire)”, mi sembra che in questo proverbio ci sia, in nuce, lo sviluppo della teoria della serendipity.
Ma veniamo a noi. Sono stato in Giappone nel 1968 per oltre 20 giorni a Tokyo, Kyoto, Nara ed Osaka e devo dirti che condivido molte delle tue valutazioni sui giapponesi e sul sistema Giappone, anche con le relazioni che tu fai, confrontandole con ciò che avviene in Italia.
Volevo tuttavia dirti che la cosa più importante che mi è capitata nel viaggio in Giappone in compagnia di Julien Livi (fratello di Yves Montand) e segretario del Sindacato Alimentaristi della CGT, è stata la presa di coscienza che il mondo si deve valutare non solo con i criteri europei ed americani, e che l’Asia, il Giappone richiedono altro. Il tuo diario conferma. Domo arigato per il tuo lavoro ed auguri, affettuosamente.

Sabrina Asfoco: Ciao Moretti senior, ho letto il tuo libro e l’ho trovato divertente e leggero. Si, sei riuscito a parlare di scienze e tecnologia con leggerezza. Bravo anche Luca. Un abbraccio.

Antonio Conforti: […] E’ il Vincenzo che parte da Secondigliano e senza più parlarne esplicitamente, traccia lungo tutto il libro un filo invisibile di napoletanità e di tradizione popolare, alla quale non rinuncia comunque, anche se fra mille contraddizioni.
E’ il fiume carsico dello stesso Luca, molto più giovane e strutturato verso una valorizzazione del “nuovo”, che tenta di portare indietro,verso il luogo d’origine, i simboli del mondo visitato, dalla cucina al gadgets, perché si sedimentino nella comunità alla quale appartiene come ulteriore patrimonio di ricchezza.
E’ la pervicace, spettacolare ritrosia a comunicare nell’inglese universale che hanno quasi tutti i giapponesi, che sembrano rifiutare così l’omogeneità imposta dall’esterno. […]

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Fermate il tempo, voglio scendere

Ebbene sì. Il tempo inafferrabile, che è la misura di tutte le cose, che tutto toglie e tutto dà, non è stato e non è sempre lo stesso tempo né dal punto di vista scientifico, né da quello filosofico, né, tanto meno, da quello sociale.

Basta pensare ad Albert Einstein e alle sue teorie della relatività ristretta e della relatività generale per rendersene conto. O anche ai 40 anni e poco più trascorsi da quando, era il 1967, nel corso della tredicesima Conferenza Generale dei Pesi e delle Misure, si è convenuto che un secondo è un intervallo di tempo che contiene 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra i due livelli iperfini dello stato fondamentale dell’atomo di cesio 133. O ancora al fatto che il tempo dei romani non è lo stesso tempo di Benedetto da Norcia, quello dei contadini medioevali non è lo stesso dei lavoratori dell’industria tessile inglese del diciannovesimo secolo, così come quello scandito dall’alternarsi del giorno e della notte non è lo dell’orologio a molla da taschino e poi da polso.

Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché produce effetti sulle nostre vite, in particolar modo in questa fase nella quale i cambiamenti sono più veloci e radicali e il modello sociale fondato sulla stabilità – dei valori, delle istituzioni, dei rapporti sociali e umani – vive una profonda crisi.

Viviamo il tempo dei senza tempo. In cui non basta fare presto. Bisogna essere veloci. A prescindere. Sempre di più. A ogni età.

Hai già 6 anni? La scuola e i compiti, tutti i giorni; sport, teatro o ballo, due o tre volte a settimana; l’appuntamento col dentista per registrare la macchinetta il mercoledì; il cinema o la festa di compleanno di qualche compagno di classe il sabato; la domenica col papà.

Correre, correre, correre ancora. Per andare dove?

In una bellissima storia di Dylan Dog, il fumetto culto delle generazioni post Tex Willer, l’indagatore dell’incubo si trova alle prese con una categoria molto speciale di morti viventi. Diversamente dai loro colleghi dei film dell’orrore, canonicamente assettati di vendetta e di sangue, gli inquilini del cimitero di Lowhill ritornano alla vita semplicemente perché intendono recuperare tempo, quello che non hanno speso bene nel corso della loro vita, impegnati come erano a correre avanti e indietro, giorno dopo giorno, come forsennati.

E se provassimo a scendere alla fermata prima?

Annibale, Maxtraetto, Orlando, Ugolini, Pennone, Potecchi, Splendore

enakapata3Vincenzo Annibale: Fino al 10 marzo è una chicca. Avevo deciso di piegare le pagine interessanti per poi commentarle. Fino ad ora ho fatto una novantina di “orecchie”. Dopo il 31 marzo mi mancherà il giappone (è anche un invito al visitarlo insieme a tante altre affascinati cose, che poi dirò tutte insieme). C’è da sperare che socializzi altri viaggi.

Maxtraetto: Il fil-rouge sella serendipità è la vera capata che sconvolge le mie sinapsi da un po’ di tempo. Destino, fato, caso, dharma, coincidenza, occasione, opportunità, parole che all’inizio credevo sinonimi di serendipità. Se non accompagnate da: attenzione, apertura mentale, storia, organizzazione, desiderio, potrebbero esserlo ma la capacità di mettersi continuamente in gioco è l’anello mancante. Con l’umiltà di chi apprezza gli insegnamenti e con la voglia di affrancarsi da pensieri che si ritengono fondamentali. Per me bella la coincidenza dell’arrivo del vostro libro con le riflessioni che stavo facendo intorno a “carpe diem”.
Un abbraccio.
http://solchi.blog.dada.net/

Valerio Orlando: Carissimo Vincenzo, solo per dirti che mi porto il tuo libro (e di tuo figlio!) in giro per Roma e per il mondo. Bello. Bellissimo. Cerco di non leggerlo con gli occhi di chi sa. E mi riesce facilissimo. Ma più che i contenuti e i luoghi che conosco e riconosco, mi godo proprio la scrittura. Quell’insieme di riverberi che rivelandosi o celandosi, raccontano ora l’uomo e ora l’artista. Spero di sentirti presto. Un abbraccio. Valerio

Bruno Ugolini on l’Unità del 6 Aprile 2009

Domenico Pennone: Da non perdere. Il viaggio che tutti vorremmo fare. Portandosi dietro molto passato e tanto vissuto, cercando quello che altrimenti non potremmo nemmeno immaginare. Enakapata, il libro di Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio è tutto questo e tantissimo altro ancora. Un viaggio cosi bello, così avvincente che fatichi a non pensare che sia finto. E invece è tutto vero, raccontato con passione ironia e a tratti anche con un pizzico di sana malinconia.
MetroMagazine

Alessia Potecchi: Cari Vincenzo e Luca, sono contentissima di partecipare alla presentazione del vostro libro a Milano, la mia città, e vi ringrazio molto per avermi invitata. Ho trovato la vostra pubblicazione molto affascinante e nello stesso tempo fresca e originale. Leggendo sembra di compiere il vostro viaggio e ci si trova immersi nella cultura giapponese scoprendo tanti aspetti sociali e culturali che fanno riflettere a confronto con il nostro quotidiano. Trovo che il libro offra diversi spunti di riflessione e sia un’ottima lettura che incuriosisce sempre di più strada facendo…..Tanti tanti complimenti, vi auguro un grosso successo e sono sicura che sarà così! A presto.

Nunziante Splendore: Cosa ha spinto un sociologo napoletano a lasciare per un mese il suo lavoro, le sue abitudini, i suoi affetti più cari per trasferirsi in Giappone ad intervistare, a scoprire, ad annusare, condividere e integrarsi in un mondo completamente diverso dal suo? La risposta in questo libro, Enakapata, scritto da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio. Già ma cosa vuol dire enakapata e perché? Enakapata è un verso nippo napoletano inventato dagli autori, che vuol dire è una capocciata, una cosa da urlo, uno sballo qualcosa di diverso dall’ordinario, qualcosa che ti fa capire quello che avevi sotto il naso ma non avevi mai riflettuto. Ne esce fuori un diario, il racconto di una vita, un grido di dolore, un grido di conforto e di smarrimento e di ritrovamento, quasi un urlo di speranza verso il futuro. Ho intravisto un doppio livello di lettura in questo libro: il primo come fanno gli scienziati a scoprire l’imponderabile, il secondo livello è solo vivendo intensamente che possiamo realizzarci. Il professore Moretti ci rassicura e ci tranquillizza. Tutto funziona per genio e per caso. L’importante è capire, dare un senso ad un insieme di flussi che ci travolgono, ci invadono ci sfiorano, ci arricchiscono. Un po’ come vivere in un ambiente straniero ostile e completamente diverso dal nostro e dare un senso a ciò. Il libro ci indica due vie la prima razionale la seconda ancora da studiare: imparare l’inglese e scoprire che non è di grandissima utilità per la vita quotidiana giapponese, la seconda aiutarsi con il genius napoletano, il tutto condito con un metodo di lavoro straordinario: 17 ore filate di lavoro come un vero giapponese. Tutto ciò si scopre leggendo Enakapata, storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo. Alla fine del libro due domande: la prima: che tipo di diario poteva scrivere un ipotetico scienziato giapponese in missione in un centro di ricerca napoletano; la seconda: Paghiamo per dieci anni una ventina di alte teste giapponesi pensanti e mettiamoli al servizio della ricerca italiana ne uscirà qualcosa di diverso oppure no?

Risi, Aliberti, Del Vecchio, Pennone, Panachia, Ugolini

enakapata3Vincenzo Risi: Caro professor Moretti, sappia che stamattina le voglio molto male. Stanotte ho iniziato a leggere il suo libro e sono riuscito a chiuderlo solo dopo le 3… Scherzi a parte, in un sol colpo sono a più della metà e le posso dire che è un racconto meraviglioso. Non lo dico per farle piacere, ma perchè lo penso davvero. E’ divertentissimo, ho riso da solo che un altro po’ i coinquilini mi prendevano per pazzo, e nei punti dove parla della sua Secondigliano e in particolare di suo padre mi sono commosso tantissimo. Sono arrivato all’intervista con Marchesoni, e l’analisi che ne esce sul sistema ricerca in Italia fa molto riflettere. Va bè, a questo punto conto di finire il libro in breve tempo! Le farò avere un parere nel complesso.

Sabato Aliberti: Grazie per questa Kapata. Non commento il libro. Non sarei obiettivo dato l’affetto e l’ammirazione che nutro per Vincenzo e indirettamente per Luca, conosciuto di persona ma ancor più a fondo attraverso le parole scritte nel libro. Voglio solo ringraziare i due autori per per avermi dato la possibilità di vivere qualche giornata in Giappone. Presso il Riken Institute, nelle vie della città, in albergo, nel bar a colazione. Ho vissuto l’ansia di Vincenzo, lo stupore e il disincanto di Luca. Sono stato presente all’incontro con il premio Nobel, con gli scienziati, Carninci e F. Nori e le tante altre persone che hanno accompagnato i nostri nel loro viaggio. Non ho sentito la necessità di immaginare niente! La dettagliata e magnifica descrizione di un viaggio di un’esperienza di ricerca, trasformata in una foto artistica che rappresenta i contrasti e le similitudini di realtà apparentemente così distanti sotto il profilo antropologico. Due culture a confronto! Delle foto artistiche estremamente varie nei soggetti: paesaggi, scene urbane e rurali, ritratti, stili life, soggetti folkloristici, popolari e mistici, così come ritratti delle personalità incontrate. Un gioco di luce e ombre di colori e di bianco e nero, frammenti di vita quotidiana del presente e del passato, di una realtà vissuta ma ancor più “sentita”. Razionalità ed emozioni unite. Grazie per tutto questo.

Beppe Del Vecchio: … un ringraziamento agli autori del libro. Un libro “piccolo” ma compresso. Una vera bomba (direi una vera capata). Ricco di concetti che vanno ben oltre il racconto. Uno strumento. Ha la capacità della chiarezza e la grandezza della semplicità.

Domenico Pennone: Azz Vincenzo che bel libro che hai scritto! Il commento lo devo maturare, non meriti na’ cosa arronzata:-).

Rosalba Panachia: Caro Moretti, ho da poco finito di leggere il suo libro e devo dire che… è ‘na capata! Complimenti a lei e a suo figlio! Poi io mi sono divertita particolarmente a riandare con la mente, grazie ai racconti suoi e di Luca, a quei primi tre mesi del 2008 che ho passato in Giappone, e a tutto “lo yin e lo yang” (molto più yin, naturalmente) che quel paese mostra ai nostri occhi non solo occidentali, non solo italiani, ma anche (e soprattutto) NAPOLETANI! Per la serie “l’importanza del punto di vista”! Concordo sul fatto che è stato un peccato non poterci incontrare a Tokyo, ma da quel che ho letto dei suoi ritmi nipponici e da quello che so essere state anche le mie giornate intense, mi sa che era abbastanza naturale… Comunque è stato bello poterci finalmente conoscere da vicino alla presentazione alla Feltrinelli, e spero ci terremo in contatto. Mata aimashou! Arrivederci!

Bruno Ugolini on Storie di oggi

De Biase, Romano, Illiano, Marcone, Zagaria, Cervone, Romano

enakapata3Luca De Biase: Enakapata è un colpo di genio. Il racconto scritto in forma di diario da Vincenzo e Luca Moretti sul loro viaggio da Secondigliano al Giappone. Nello stupore di ogni gesto, di ogni differenza, di ogni pensiero. Nell’approfondimento delle dinamiche antropologiche e tecniche del Riken, un megacentro di ricerche genetiche di Tokyo. Bellissimo libro, ispirato dalle persone che lo popolano, come lo scienziato Piero Carninci, il Nobel Ryoji Noyori e don Peppe detto “Testolina”. Un colpo di genio. Che in lingua napoletana “è ‘na capata”. Enakapata.

Tiziana Romano: Mi è piaciuto all’ennesima potenza. Salve prof. Moretti, Le scrivo a proposito del suo libro Enakapata. Esilarante nel senso buono del termine. Un po’ come Luca mettevo in ordine la camera prima di partire e mi sono imbattuta in questo libro. Ho iniziato a leggere e mi son trovata alle 3 del mattino che ancora leggevo. Io sono una studentessa universitaria e leggere questo libro è stato vedere nella realtà, cosa c’è fuori dal mondo universitario (italiano).  Al di là dei numerosi fatti che sono menzionati nel libro, mi ha affascinato tanto la struttura del Riken, il fatto della collaborazione e competizione sana.  Tutto è incentrato sul merito e lavoro di squadra  in modo da creare armonia. Mi piace. Le aggiungo, inoltre, che non c’è una parte del suo libro che non mi è piaciuta. Certo ho trovato un po’ di difficoltà nel capire: genomi, Rna, Dna, proteine & company però mi son divertita. Complimenti. Per Luca anch’io c’ero al teatro Bellini al Japan Week  è stato bello tra kimono, danze e strani strumenti musicali ….  solo un po’ noioso quando per circa un quarto d’ora hanno scritto qualcosa su un foglio lunghissimo. Complimenti ad entrambi.

Luca Illiano on MediNapoli

Angelo Marcone: Caro Vincenzo, volevo ringraziarti per il tuo invito alla presentazione di Enakapata. Mia moglie ed io siamo stati molto contenti di essere venuti. Ti confesso che  ho avuto qualche difficoltà  a ‘entrare’ sul serio nel libro ma, stamane, evidentemente dopo una elaborazione notturna automatica, mi sono reso conto che è veramente un bel lavoro. Il mio ex capo, nell’azienda elettronica dove lavoravo era solito chiedermi di un mio progetto: ‘Angelo, funziona o non funziona?’. Ebbene, credo che il libro sia veramente un bel progetto ‘funzionante’ e quindi grazie a te e tuo figlio per la bella realizzazione. Sono del Vomero ma ho insegnato qualche anno in una scuola di Secondigliano e quindi i tuoi racconti mi hanno ricordato un periodo particolare della mia vita che ricordo con piacere. D’altra parte i racconti del Giappone mi hanno anche portato ad un vita fa, in cui alcuni miei colleghi di lavoro, giapponesi, cercavano di condividere con me il loro modo di vivere e di progettare l’elettronica ed il software. Cordiali saluti.

Cristina Zagaria on Voltapagina, again

Francesco Cervone on Antonella Romano Blog

Antonella Romano
, again, on Antonella Romano Blog

Iucci, Zagaria, Romano, Iossa, Strazzullo, Gonzalez, Comunitàzione, Di Domenico, Vesupreme, Lieto

enakapata3Stefano Iucci: Dunque, non voglio buttarla giù troppo pesante, ma nei Ricordi di egotismo di Stendhal c’è scritto che l’unica giustificazione per… scrivere di Sè è quella di essere assolutamente sinceri. Ecco io credo che uno dei pregi di questa kapata sia la sincerità degli autori nel raccontare le proprie esperienze (comprese difficoltà, paure, incomprensioni). Non è un giudizio psicologico o moralistico, nel senso che questa sincerità si fa scrittura. E’ insomma una sincerità letteraria, l’unica possibile in un libro.

Cristina Zagaria: È  stata ’na kapata!!!!!!!!!! … Funziona … l’ho letto … senza fatica in un giorno … è un libro diverso … e questo credo sia un grande pregio, con diversi punti di interesse … e questa è la sua forza …
Riassumendo le mie tre pagine di appunti, la prima cosa che mi ha colpito è lo stile. Il libro è scritto come fosse un continuo scambio di mail. Ci sono anche alcune parti in inglese. Moretti è un blogger appassionato e si vede. La sua scrittura è veloce, moderna, fresca.
E poi c’è la teoria della Serendipity, non vorrei sbagliarmi, perché vado a memoria e cerco di semplificare, ma è quel modello scientifico secondo cui partendo da un dato anomalo si arriva ad elaborare una nuova teoria o ad ampliare una teoria già esistente, stravolgendo il punto partenza (non è fantastico!!!! Non dico solo nella scienza o nella sociologia, ma anche nella vita).
Attenzione, però, il diario non è assolutamente un trattato scientifico, io direi piuttosto che è un’avventura, sul cui sfondo si delinea anche il bellissimo rapporto tra padre e figlio.
Vincenzo, infatti, lo sa, le pagine che più ho adorato del diario sono quelle scritte da Luca, studioso di cultura giapponese, che riesce a portare il lettore a passeggio nelle vie di Tokyo, tra presente e passato, tra realtà e leggende. […]
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Antonella Romano: Ho appena finito di leggere Enakapata (troppo curiosa per aspettare la presentazione). Mi è piaciuto molto. Sembra contenere tutto. Due punti di vista (padre e figlio) che si intersecano. Due culture (Occidentale e nipponica) a confronto. Il Suo diario è stato a tratti esilarante (la testata, l’ambasciata e la storia di “ammazzarli quando sono piccoli”etc… comicità allo stato puro); a tratti istruttiva (parte scientifica); senza fare a meno dell’approccio sociologico (deformazione professionale). Quanto alle pagine di Luca, è riuscito ad unire storia e descrizione dei luoghi con molta cura per i dettagli (sembrava quasi di esserci). Troppo spesso è difficile parlare di storia, tradizioni o narrare di luoghi senza annoiare. E “il suo erede” ci è riuscito. Mi è venuta voglia di andarci in Giappone (anche se un mese senza pasta e pizza…ecco forse due settimane possono bastare!). La saluto. A domani. Complimenti e in bocca al lupo.

Luisa Iossa: Di mestiere faccio la libraia, e dovrei quindi esprimermi come tale…ma con il tuo libro proprio non ci riesco…come amica e persona che ti vuole bene dico che è semplicemente “tutto te stesso”. Ti ritrovo in ogni rigo, mi sembra anzichè leggere di ascoltarti, per non parlare di Luca che si è già confermato figlio di tale padre (e direi tale nonno).La vera scoperta per me è proprio Luca, ed è a lui quindi che faccio i miei in bocca al lupo, ma so già che questo può solo farti felice…Enakapata Forever!

Alessio Strazzullo on Ciò che penso e qualche volta scrivo

Irene Gonzalez: Cmq è trooooooooooooooopp bell!!!

Red on Comunitàzione, Il punto di incontro per la comunicazione e il marketing

Salvatore Di Domenico: Caro Enzo, sai il bene che ti voglio, ma non è questo il motivo per cui ti scrivo. Stamattina appena sveglio poso lo sguardo su Enakapata e incomincio a leggere. La posizione dove mi sono trovato a leggere non era tra le più comode. Ma nonostante tutto mi sono fermato solo quando le gambe hanno iniziato a   farmi male e ho pensato che le pagine del tuo libro sono come le patatine fritte e i pistacchi… quando inizi non è facile smettere. P.S. scusa per il paragone Salvatore

Red on Vesupreme, storie di eccellenze napoletane

Antonio Lieto on Marketing Media Comunicazione Innovazione

Un Presidente chiamato cavallo

Ci vorranno poco più di 4 anni. Quelli necessari affinché gli abitanti di Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole, da cui dista per l’appunto 4,2 anni luce, possano leggere, grazie ai lori potentissimi supercannocchiali atermici intelligenti, i commenti seguiti alla consultazione elettorale per l’elezione del Presidente dell’isola culla della civiltà nuragica (da Nuraghes, torri in pietra di forma tronco conica risalenti al II millennio a.C.).

Di certo non rimarranno sorpresi. Loro hanno un altro modo di valutare le cose e di misurare il tempo. E poi di quel curioso Paese a forma di stivale sanno praticamente tutto. A scuola i ragazzi ne studiano la storia e la cultura e i musei sono pieni di opere d’arte che riproducono fedelmente i capolavori di Leonardo, Michelangelo, Raffaello. Che ad un certo punto ci sia stato quel Gaio Giulio Cesare Germanico, come si chiamava, Caligola, sì, lui, il terzo imperatore di Roma, quello che tra le tante stravaganze pare avesse eletto Senatore un cavallo, in fondo cosa importa. Non è stato mica l’unico scellerato comparso sulla Terra. Anche a considerarne solo il pezzetto chiamato Europa che dire di Hitler e Stalin, tipacci che al confronto Caligola è quasi un’educanda.

Eppure c’è chi giura di averli visti corrucciati. A causa di quello strano ometto che imperversa nelle Tv dispensando ottimismo a piene mani anche nelle situazioni più improbabili. Non è particolarmente importante, né lo è il suo paese. Non è neanche particolarmente alto, nonostante una comprovata abilità con tacchi e scalini. Non è particolarmente giovane o bello, nonostante il disperato feeling con il lifting. Eppure piace. Vince. Convince. Dove arriva lui tutto diventa torbido. Indistinto. Si omogeinizza. Si confonde. L’opposizione? Sbiadisce. Si smacchia. Sparisce. Nonostante laser e supercannocchiali.

Facciamo un esempio? Nell’isola dei Nuraghes lo strano ometto è riuscito a far eleggere un Signor N. N come Nessuno. Senza che nessuno si sia scandalizzato. Anzi. In molti l’hanno considerata la prova provata della sua potenza.

A Proxima Centauri ancora non lo sanno. Ma hanno deciso di fare del 2010 l’anno di George Orwell. La Fattoria degli Animali al posto della Divina Commedia. 1984 invece del Don Chisciotte. Non è che ci siano pericoli. Ma è sempre meglio ricordare.

Mai dire mai

enakapata3Per Luca è la prima volta. Lui fino ad oggi ha litigato più con le note che con le parole. Per me no. Io sono Moretti il vecchio. E non mi ricordo neanche più da quand’è che faccio a pugni con i pensieri.
L’affettuosa complicità di amici come Sabato Aliberti, Salvatore Casillo, Sergio Cofferati, Luca De Biase, Biagio De Giovanni, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi ha permesso ai miei libri di finire sugli scaffali e a me di imparare molte cose. Ma è inutile negarlo. Questa volta è diverso. Speciale.
Quando ho chiesto a Luca di venire con me in Giappone ho pensato che per lui potesse essere un’esperienza importante. Gli piace viaggiare, studia giapponese,  ama le culture orientali, gli piace persino cucinare giapponese,  quale occasione migliore?, mi sono detto. E poi avevo un bel ricordo del nostro viaggio in Australia, nel 2000, in occasione delle Olimpiadi. E poi ero terrorizzato dal mio pessimo inglese e dalla mia scarsa capacità di sopravvivenza. E poi ai tipi che fanno, per scelta e per caso, la vita che faccio io, fa un gran bene stare per un pò assieme ai propri figli. E poi potrei dire di altri mille e poi. Ma mai e poi mai avrei pensato di scrivere un libro insieme a mio figlio. E invece eccoci qua. Cosi insieme e così diversi.
Perché le cose che ha raccontato lui io non avrei mai potuto raccontarle. Perché mentre lui faceva il turista io lavoravo. Perché senza quelle sere passate assieme a leggere, rileggere, correggere non sarei tornato a Secondigliano, alle mie radici, là dove per me tutto è cominciato.
Anche per questo Enakapata non è solo un diario. Ma anche un gioco. Un tradimento. Una prepotenza. Un augurio.
Il diario dà conto di come è nato e di cosa è stato il viaggio a Tokyo e al Riken, istituto di ricerca tra i più importanti del mondo. Dove io e Luca siamo rimasti dal 3 al 30 marzo 2008. Dove continuiamo a tornare con il pensiero. Il discorso. L’immagine. La posta e la chiacchiera. Elettronica e no.
Il gioco consiste nella contrazione giapponesizzazione di un’espressione assai di moda nello slang under 30 dalle parti del Vesuvio, «è ’na capata», letteralmente «è una testata», in senso figurato «è in», «è una cosa che colpisce», «è qualcosa di straordinario». Il resto lo scoprirete leggendo il libro.
Chi lo ha letto lo ha trovato bello, ma su questo conviene che io taccia. Mio padre avrebbe detto “Ogni scarrafone è bello ‘a mamma soia” o anche, meglio, “Acquaiuò, l’acqua è fresca? Manco ‘a neve“, e tanto basta.
Posso dire invece che spero che lo compriate. Di più.  Che vi piaccia a tal punto da indurvi a consigliarlo agli amici. A regalarlo. Ancora di più. Io ci credo. E voi?
Buona lettura.

La struttura delle rivoluzioni scientifiche | Thomas S. Khun

29. Scienza normale significa una ricerca stabilmente fondata su uno o più risultati raggiunti dalla scienza del passato, ai quali una particolare comunità scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il fondamento della sua prassi ulteriore.

38. La verità emerge più facilmente dall’errore che dalla confusione.

40. Lo scienziato che scrive ha maggiori probabilità di veder danneggiata la propria reputazione professionale che di accrescerne il prestigio.

66. Michael Polanyi ha argomentato che gran parte della riuscita di uno scienziato dipende da una conoscenza tacita, cioè da una conoscenza che è stata acquisita attraverso la pratica e che non può venire articolata esplicitamente.

75. La ricerca governata da un paradigma deve essere una maniera particolarmente efficace di introdurre cambiamenti di paradigma. Le novità fondamentali di fatto e teoriche infatti portano proprio a questo. Prodotte inavvertitamente da un gioco che procede secondo un certo insieme di regole, la loro assimilazione richiede la elaborazione di un altro insieme di regole.
Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1979, pag. 75

76. La scoperta comincia con la presa di coscienza di un’anomalia, ossia col riconoscimento che la natura ha in un certo modo violato le aspettative suscitate dal paradigma che regola la scienza normale; continua poi con un’esplorazione, più o meno estesa, dell’area dell’anomalia, e termina solo quando la teoria paradigmatica è stata riadattata, in modo tale che ciò che era anomalo diventa ciò che ci si aspetta. L’assimilazione di un nuovo genere di fatti richiede un adattamento, non semplicemente additivo, della teoria; finché  tale adattamento non è completo – finché la scienza non ha imparato a guardare alla natura in maniera differente – i fatti nuovi messi in luce non possono in alcun modo considerarsi fatti scientifici.

89. L’anomalia è visibile soltanto sullo sfondo fornito dal paradigma. Quanto più preciso è tale paradigma e quanto più vasta è la sua portata, tanto più riuscirà a rendere sensibili alla comparsa di un’anomalia e quindi di un’occasione per cambiare il paradigma.

103. Una volta raggiunto lo status di paradigma, un teoria scientifica è dichiarata invalida soltanto se esiste un’alternativa disponibile per prenderne il posto.

105. Abbandonare un paradigma senza al tempo stesso sostituirgliene un altro equivale ad abbandonare la scienza stessa.

117. Coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure nuovi arrivati nel campo governato dal paradigma che essi modificano.

119. Consideriamo qui rivoluzioni scientifiche quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito, completamente o in parte, da uno nuovo incompatibile con quello.

119. Le rivoluzioni scientifiche sono introdotte da una sensazione crescente, anche questa volta avvertita da un settore ristretto della comunità scientifica, che un paradigma esistente ha cessato di funzionare adeguatamente nella esplorazione di un aspetto della natura verso il quale quello stesso paradigma aveva precedentemente spianato la strada.

138. I paradigmi forniscono agli scienziati non soltanto un modello, ma anche alcune indicazioni indispensabili per costruirlo. Allorché impara un paradigma, lo scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri tutti assieme, di solito in una mescolanza inestricabile. Perciò quando i paradigmi mutano, si verificano di solito importanti cambiamenti nei criteri che determinano la legittimità sia dei problemi che delle soluzioni proposte.

138. Poiché nessun paradigma risolve mai tutti i problemi che esso definisce e poiché non succede mai che due paradigmi lascino irrisolti proprio gli stessi problemi, le discussioni su paradigmi implicano sempre la stessa questione: quali problemi è più importante risolvere? Questione dei valori.

140. In periodi di rivoluzione, quando a tradizione della scienza normale muta, la percezione che lo scienziato ha del suo ambiente deve venire rieducata: in alcune situazioni che gli erano familiari deve imparare a vedere una nuova Gestalt. Dopo di che, il mondo della sua ricerca gli sembrerà in varie parti incommensurabile con quello in cui era vissuto prima.

180. Poiché i nuovi paradigmi sono nati da quelli vecchi, di solito essi contengono gran parte del vocabolario e dell’apparato, sia concettuale che operazionale, che aveva appartenuto al paradigma tradizionale. Ma raramente essi usano questi elementi ereditati dalla tradizione in maniera del tutto tradizionale. Entro il nuovo paradigma, i vecchi termini, concetti ed esperimenti entrano in nuove relazioni tra di loro.

190. Il punto in discussione consiste invece nel decidere quale paradigma debba guidare la ricerca in futuro, su problemi molti dei quali nessuno dei due competitori può ancora pretendere di risolvere completamente. Bisogna decidere tra forme alternative di fare attività scientifica e, date le circostanze, una tale decisione deve essere basata più sulle promesse future che sulle conquiste passate. Colui che abbraccia un nuovo paradigma fin dall’inizio, lo fa spesso a dispetto delle prove fornite dalla soluzione di problemi. Egli deve, cioè, avere fiducia che l nuovo paradigma riuscirà in futuro a risolvere i molti vasti problemi che gli stanno davanti, sapendo soltanto che l vecchio paradigma non è riuscito a risolverne alcuni. Una decisione di tal genere può essere presa soltanto sulla base della fede.

213. Il termine paradigma compare molto presto nelle pagine precedenti e la maniera in cui viene introdotto è intrinsecamente circolare. Un paradigma è ciò che viene condiviso da una comunità scientifica e, inversamente, una comunità scientifica consiste di coloro che condividono un certo paradigma.

214. Una comunità scientifica consiste di coloro che praticano una comunità scientifica.
I membri di una comunità scientifica vedono se stessi e sono visti dagli altri come gli unici responsabili del perseguimento di un insieme di finalità condivise, compreso l’addestramento dei loro successori.

217. Un paradigma governa, innanzitutto, non un campo di ricerca ma piuttosto un gruppo di ricercatori. Qualsiasi analisi di uan ricerca scientifica che sa governata da un paradigma o che infranga un paradigma deve cominciare cn l’individuare il gruppo o i gruppi responsabili.

218. Una rivoluzione è una specie molto particolare di cambiamento che comporta una sorta di ricostruzione dei dogmi condivisi dal gruppo.

219. Le crisi non sono necessariamente prodotte ad opera della comunità che ne fa l’esperienza e che talvolta subisce una rivoluzione in conseguenza di esse.

225. Se tutti i membri di una comunità rispondessero a ciascuna anomalia considerandola come una causa di crisi o abbracciassero ogni nuova teoria avanzata da un collega, la scienza cesserebbe di esistere. Se, d’altra parte, nessuno reagisse alle anomalie o a teorie assolutamente nuove in materie che comportano alti rischi non vi sarebbe quasi nessuna rivoluzione. Il situazioni come queste il ricorso a valori comunemente condivisi anziché a regole comuni che governano la scelta individuale può essere la maniera in cui la comunità distribuisce i rischi e assicura il successo duraturo della sua impresa.

230. La natura e le parole vengono conosciute assieme. Per fare uso ancora una volta dell’utile frase di Michael Polanyi, il risultato d questo processo è una tcita conoscenza che viene appresa facendo scienza piuttosto che acquisendo regole per farla.

232. Stimoli molto differenti possono produrre e stesse sensazioni; lo stessos timolo può produrre sensazioni molto differenti; il percorso dallo stimolo alla sensazione è in parte condizionato dall’educazione.

238. Nell’uso metaforico non meno che in quello letterale del vedere, l’interpretazione comincia là dove finisce la percezione. I due processi non sono gli stessi, e che cosa la percezione lasci all’interpretazione perché la completi, dipende essenzialmente dalla natura e dalla misura della esperienza e dell’educazione precedenti.

244. Tradurre una teoria o una concezione del mondo nel proprio linguaggio non equivale a farla propria. Per ottenere questo effetto bisogna naturalizzarsi nel nuovo linguaggio, bisogna scoprire che si pensa e si opera in, e non semplicemente si traduce da, un linguaggio che precedentemente era straniero.

246. Presi come gruppo o in gruppi, coloro che svolgono attività all’interno delle scienze sviluppate sono fondamentalmente dei solutori di rompicapo. Sebbene i valori cui essi fanno ricorso nelle situazioni in cui si tratta di scegliere una teoria derivino anche da altri aspetti della loro attività, la dimostrata capacità di formulare e risolvere rompicapo presentati dalla natura è, nel caso di conflitti fra valori, il criterio dominante per la maggior parte dei membri di un gruppo scientifico.

247. Si ritiene di solito che una teoria scientifica sia migliore di quelle che l’hanno preceduta non solo nel senso che essa costituisce uno strumento migliore per la scoperta e la soluzione di rompicapo, ma anche perché in un certo modo essa fornisce una migliore rappresentazione di ciò che la natura è realmente.

251. La conoscenza scientifica, come il linguaggio, è intrinsecamente la proprietà comune di un gruppo o altrimenti non è assolutamente nulla. Per capirla dovremo conoscere le caratteristiche specifiche dei gruppi che la creano e la usano.

Lo straniero

“Con questa faccia da straniero sono soltanto un uomo vero anche se a voi non sembrerà”. Il verso è di Georges Moustaki. L’anno il 1969.  “Lo straniero” il titolo della canzone, traduzione niente affatto letterale di “Le Meteque”,  primo posto nella Hit parade italiana, oltre 500 mila copie vendute in Francia.

Quello che non tutti sanno è che l’idea della canzone nasce come risposta del cantautore greco naturalizzato francese a una signora che aveva la pessima abitudine di troncare le loro conversazioni, quando le opinioni di Georges non le piacevano, con un antipatico tendente al razzista “tais-toi, tu es un métèque” (taci tu, tu sei un meticcio).

Le ragioni per le quali vi raccontiamo tutto questo sono solo in parte evidenti. Evidente, anche solo a leggere le cronache, è che la banalità del male si annida dappertutto, va contrastata colpo su colpo; che lo straniero non deve avere necessariamente la pelle nera, gialla o rossa; che ci si può sentire stranieri anche vivendo da oltre 20 anni in una civilissima città del Centro Nord, come nel caso di un dirigente della locale Camera del Lavoro che in un bar del centro si è sentito dire, in risposta ad un parere espresso sul tema immigrati e sicurezza, “tu non puoi parlare perché sei del Sud”.

Meno evidente è l’idea che, aldilà dei nostri bisogni di semplificazione quotidiana, di segregazone, di differenziazione, occorrerà immaginarci come “immigrati spinti dal caso o dal destino su un territorio che non è il nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartiene”, come scrive Richard Sennett nel prologo de “L’uomo artigiano” (Feltrinelli 2008), per cambiare l’approccio con le limitate risorse del mondo e migliorare il nostro futuro.

Ma forse si può andare ancora più là. Fino a incrociare Levinas e l’idea che “l’origine dell’esistenza etica è la faccia dell’altro, con la sua richiesta di risposta; l’altro diventa il mio prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia mi chiama”.

Io, tu, lui, noi. Con queste facce da straniero.

Merit / Merito

Just look at the covers and headlines of the main weeklies and tabloids, at the most popular TV shows, at the mad scramble for even 15 seconds of fame, at quiz contestants trying to guess the number of beans in a jar; or at the day
traders now bereft of the internet ideology. It’s nice being rich. It gives prestige and social recognition. It’s worlds away from the effort of those who have a job or a profession, or write an article or a book, or paint a picture. And it has nothing in common with the demanding life of a businessman. The advantage is that everyone can dream of making it. The truth is that more people are born rich than become it, that the need of many is the dark side of the force of the wealth of few in a world that by definition does not have infinite resources, and that all this is hard to reconcile with the criteria of justice that should inform democratic, open societies in this controversial opening of the third millennium. The truth is also that an apology for wealth does not make any less common “the sensation of being sucked into a vortex in which all realities and values are annulled, exploded, deconstructed and recombined; an underlying uncertainty about what is fundamental,
what is valuable, and even what is real”.
The idea is that we can try to do much more – rewarding merit and reducing, if not actually eliminating, the inequalities that originate in our social organisation. It is a difficult idea, as we have often seen, particularly in Italy. But being aware that “encouraging merit in Italian society is not easy”, and that “in Italy the two essential values of merit, making individuals responsible for their actions and equal opportunities, are replaced by values of uncritical solidarity and weak permissiveness” does not mean giving up the urgent task of affirming the value of merit and fighting for fairer societies in which there is less inequality and more respect, in which education is more important than wealth, and the social recognition of what people know and can do is an essential part of a deep sense of personal selfesteem and of organisations’ sensemaking processes. Societies which reward the pleasure, at every level, of doing things properly because that is how they should be done.
All this suggests at least three further questions, that we might refer to the organisation of talent, to the definition of the educational system, and the search for strategies and actions that concretely guarantee equal opportunities for all in expressing and making the most of their talent throughout their lives.
The crux of the question is here, in my view, the point that will decide the country’s chances of making a radical change and suiting the word to the deed.
One thinks of Guido Dorso, and of the hundred men of steel with strong moral impulses and will, with clear ideas and programmes, who he thought should be entrusted with the Fate of southern Italy; of his praise of the concrete, what has always been lacking in southern intellectuals, with the result that none of the hundred revolutions that they had imagined has ever come to anything.
One thinks of Vincenzo Cuoco, and his idea that a revolution should be “desired and carried out by the whole nation for its need and not just be someone else’s gift”. A revolution that should represent a need and not a gift, because only then do people really choose the terrain of responsibility and involvement, indispensable factors for any change that aspires to be lasting.
One thinks of Dorso and Cuoco because affirming the culture and practice of merit in Italy’s institutions and society really is a revolution, and, as such, will not be a picnic. It will need men of steel, clear ideas and programmes, the responsible involvement of everyone taking part, and policies designed to eliminate any kind of access barrier.

Basta guardare alle cover e ai titoli dei principali settimanali e tabloid. Ai contenuti dei format televisivi di maggiore ascolto. Ai cacciatori di celebrità formato cluster da 15 secondi. Al popolo dei quiz pronto a indovinare il numero di lenticchie contenute in un vasetto. Ai day trading orfani della edeologia di internet. Essere ricchi è bello. Dà prestigio. Riconoscimento sociale. Niente di paragonabile con la fatica di chi ha un lavoro o un impiego, svolge una professione, scrive un articolo o un libro, dipinge un quadro. Niente a che vedere con il mestiere pur sempre impegnativo di imprenditore.
Il vantaggio è che tutti possono sognare di farcela. La verità che si nasce ricchi molto più di quanto lo si diventi. Che il bisogno di molti rappresenta il lato oscuro della forza della ricchezza di pochi in un mondo che per definizione non ha risorse infinite. Che tutto questo si concilia assai poco con i criteri di giustizia che dovrebbero informare società democratiche, aperte, in questo controverso inizio di terzo millennio. Che l’apologia della ricchezza non rende meno diffusa «la sensazione di essere risucchiati da un vortice in cui tutte le realtà e tutti i valori sono annullati, esplosi, decomposti e ricombinati; un’incertezza di fondo riguardo a cosa sia fondamentale, a cosa sia prezioso, persino a cosa sia reale».
L’idea è che si possa provare a fare decisamente di più. Dando valore al merito. Riducendo, se non proprio eliminando, le disuguaglianze che trovano la loro origine nell’organizzazione sociale. Idea difficile, come abbiamo visto a più riprese. In particolar modo nel nostro Paese. Ma essere consapevoli che «far sorgere il merito nella società italiana non è compito facile», che «i due valori essenziali del merito, responsabilizzazione degli individui sulle  proprie azioni e pari opportunità, sono da noi sostituiti da valori di solidarietà acritica e permissività lassista133» non vuol dire rinunciare alla possibilità, al compito, all’urgenza di affermare il valore del merito, di battersi per società più giuste. Società in cui ci siano meno disuguaglianze e dunque più rispetto, nelle quali l’essere colti sia più importante dell’essere ricchi, il riconoscimento sociale di ciò che le persone sanno e sanno fare sia una componente essenziale del senso profondo di autostima delle persone e dei processi di costruzione di senso delle organizzazioni. Società nelle quali si assegna un punteggio elevato al piacere, a ogni livello, di fare le cose per bene perché è così che si fa.
Tutto questo suggerisce almeno tre questioni ulteriori, che potremmo riferire all’organizzazione del talento, alla qualificazione del sistema educativo, all’individuazione delle strategie e delle azioni atte a garantire concretamente
a ciascuno eguali opportunità nell’espressione e nella valorizzazione del proprio talento per tutto l’arco della vita. Sta qui l’aspetto dirimente della questione. Il punto sul quale si gioca buona parte delle possibilità di fare il salto di qualità, di passare dalle parole ai fatti.
Viene da pensare a Guido Dorso. Ai cento uomini d’acciaio animati da forti impulsi morali e da forte proiezione della volontà, con idee e programmi chiari, ai quali egli pensava dovessero essere affidate le sorti del Mezzogiorno d’Italia; al suo elogio della concretezza, quella che è storicamente mancata agli intellettuali meridionali e che ha fatto sì che non una delle cento rivoluzioni che essi avevano fatto nelle loro teste fossero concretamente realizzate.
Viene da pensare a Vincenzo Cuoco. All’idea che una rivoluzione deve essere «desiderata e conseguita dalla nazione intera per suo bisogno e non per solo altrui dono». Una rivoluzione che deve rappresentare un bisogno e non un dono, perché solo in questo caso le persone scelgono consapevolmente il terreno della responsabilità e della partecipazione, fattori indispensabili per ogni cambiamento che aspiri ad avere un carattere duraturo.
Viene da pensare a Dorso e a Cuoco perché affermare la cultura e la pratica del merito nelle istituzioni e nella società italiana è davvero una rivoluzione e, come tale, non sarà un pranzo di gala. Richiederà uomini d’acciaio. Idee e programmi chiari. Partecipazione responsabile dei soggetti coinvolti. Politiche tese a eliminare ogni tipo di barriera all’accesso.

Making sense

The processes of conferring sense allow us to interpret, understand and activate the environments in which people operate and with which they interact.
Chaplin’s “speech to mankind” in The Great Dictator is one of the most marvellous, moving and involving examples of sensemaking of all times.
If is true, as Weick affirm, that sensemaking begins with a sensemaker, as much that the organization that involve oneself in sensemaking processes is, as such, an organization more capables to construct meaning, create knowledge and make decisions.

Anno nuovo. Elogio del vecchio

Napoli. Non solo Forcella, i Quartieri Spagnoli, Secondigliano. Anche Bagnoli. Antignano al Vomero. I Calmaldoli. Se metti per una volta da parte i problemi, anche solo come augurio per il nuovo anno, e vai in cerca di facce e voci quotidiane, ti potrà capitare di incrociare la signora che si complimenta con la giovane mamma ’e rimpetto (di fronte) dicendole “guarda a stu criaturo, me pare nu viecchio”. Dite che Napoli è una città nel bene e nel male particolare? Vero. Ma nel caso specifico non pertinente. A Milano, a Roma o a Palermo cambierebbe il dialetto ma non la sostanza. E a Londra al mio amico Fabrizio chiedono How old is he quando vogliono sapere l’età del suo Luca. E lui, ormai londinese provetto, risponde He is five years old. Proprio così. È vecchio di cinque anni.

Non ci siamo abituati eppure è vero: non è affatto inevitabile usare il termine vecchio come sinonimo di decrepito, logoro, inutile, in disuso, prossimo alla fine. Vecchio è anche ciò che dura e per questo ha valore, come dimostra il nostro interesse a visitare vecchie città, a custodire vecchi volumi, ad ascoltare vecchi long playing che girano su vecchi giradischi che si pensava sconfitti per sempre dall’avvento dei compact disc. Da vecchi, come racconta Hillman (La forza del carattere, Adelphi), portiamo a compimento il nostro carattere e  realizziamo il nostro destino. Se ancora non basta è utile ricordare che vecchio non è necessariamente il contrario di nuovo e che ciò che è nuovo non è per ciò stesso bello, desiderabile, positivo né una promessa “a prescindere” di   esiti migliori di quelli precedenti. La frequenza con la quale vengono dati nomi nuovi a contenitori, concezioni e modi di fare politica in realtà assolutamente tradizionali suggerisce a questo proposito qualcosa di significativo. Ne aveva scritto Sartori un pò di anni fa mettendo in guardia dall’insorgente novitismo, dalla ricerca ossessiva del nuovo ad ogni costo.

Fermiamo il mondo voglio scendere? Niente affatto. Si tratta piuttosto di dare valore alle cose più che ai loro nomi. Di usare le parole nel modo giusto per dare più senso e significato alle nostre esistenze. Di vivere vite con più radici, più carattere, più relazioni e dunque più futuro.

Every Breath You Take

I Rem cantano Bad day. Il telefono racconta di nuove possibili complicazioni.
Proprio così. Nei discount del dolore niente saldi. Si paga sempre a prezzo intero. Non è prevista ragione. Giustificazione. Senso. Accade. Ci addolora. Ci stravolge. Ci costringe a ridefinire ciò che per noi vale.
Mi appendo alle parole del mio amico R. La situazione della signora S. è seria ma non è compromessa. C’è spazio per la possibilità. Per la speranza.
Gli U2 cantano Beautiful day. Un giovane nero mi viene incontro. Penso che in questa città anche la carità riesce ad essere invadente. Provo fastidio. E’ a quattro – cinque passi da me e già comincio a dirgli che non ho soldi. Lui fa segno che ha fame. Io ripeto che non ho nulla, che non è giornata, che sono nervoso, che non ce la faccio più ad essere infastidito decine di volte al giorno da persone di varie età e di varia umanità che mi chiedono la carità, che non posso essere io a risolvere i problemi di tutti.
Siamo di fronte. La mia faccia e la sua. Mi da la mano. Mi ringrazia.
Procedo oltre. Due – tre passi ancora. Finalmente mi vergogno. Mi giro. Lo chiamo. Gli do 5 euro. Riprendo la mia strada. Penso che poco meno di un terzo del mio budget giornaliero se n’è andato così. E che lui non ha risolto nulla. Mi sono chiesto perché. Mi sono risposto perché la sua faccia mi ha chiamato. Penso che va bene così. Sting canta Every Breath You Take.

Collaborative Management (CM)

Collaborative Management (CM) is a business strategy that aims at networking capacity as an essential component of the competition processes, structurally and humanly, needs a creative synthesis between competition and collaboration, and so rejects the concept of technology without innovation.
The capacity of international collaboration, of coherent national systems, businesses, research institutes, is the crucial factor in competitiveness in this new century.
The winner is the one that gets there first and shows originality of vision and the ability to translate that vision into reality. But the field is so vast that winning is impossible without sharing data, information, points of view and knowledge.
The idea is that in the period of the liquid society, knowledge and the internet, more than ever before competition is not enough to win. People need to collaborate and interact, knowing that many are going to almost reach the finishing post, but, as always, only one is going to win.
A paradigmatic example is Riken’s collaboration with the Encode programme, launched in 2003 by the National Institute of Health (Usa), with the aim of developing new technologies52 for analysing the genome and applying them to 1% of the Dna. When the mapping of the genome was complete, it seemed clear that understanding how it worked was almost impossible: it was like holding a book with a monotonous sequence of 3 billion G, A, C, T53 in a line without knowing where each word begins or ends, and with no idea of the punctuation or the grammar. Identifying the areas that codify by protein meant being able to understand the words. Now we are trying to understand how the words are linked to each other. The next challenge is understanding their logic.
Competition. Since 2001 Riken has been developing its own technology to understand where the mRna  and their promoters are.  Collaboration – such as the Riken technologies that complement those of Encode, and the use by Encode of Riken’s technology for identifying when genes start to be transcribed and the promoters, and understanding how and when the genome acts.
Competition again: the winner is the one who attract the best talents from every part of the world, knowing that to attract the best scientists the living conditions for researchers and the capacity to attract the best young people are important.  Collaboration again. The Riken President’s vision gives very high points to the capacity to reward merit, organise talent, develop the possibilities of collaboration in all its forms, and to do research with institutes and centres of excellence from every part of the world.

Il Collaborative Management (CM) è una strategia di business che punta sulla capacità di networking come componente essenziale dei processi di competizione, che coniuga in maniera creativa competizione e collaborazione, che rifiuta il concetto di tecnologia senza innovazione.
La capacità di collaborazione internazionale dei sistemi paese, delle imprese, delle istituzioni di ricerca, delle imprese è il fattore cruciale di competitività in questo nuovo secolo.
Due le parole chiave: competizione e collaborazione.  Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Ma per vincere bisogna condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza.
Paradigmatico l’esempio della collaborazione del Riken con il programma Encode lanciato nel 2003 dal National Institutes of Health (Stati Uniti), con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie per l’analisi del genoma e applicarle a una parte, l’1 per cento del totale, del Dna. Completata la mappatura del genoma, è apparso evidente che capirne la funzione era pressoché impossibile: era come avere tra le mani un libro con una monotona sequenza di 3 miliardi di G, A, C, T messe in riga senza conoscere né dove comincia né dove finisce ciascuna parola, senza avere idea della punteggiatura, né della grammatica. Individuando le regioni che codificano per proteine è stato possibile comprendere le parole. Oggi si cerca di comprendere come le parole sono correlate tra loro. La prossima sfida è comprendere la loro logica.
Competizione: Riken che dal 2001 sviluppa tecnologie proprie per comprendere dove sono gli mRna e i loro promotori.
Collaborazione: le tecnologie Riken complementari a quelle di Encode. L’utilizzo da parte di Encode della tecnologia ideata dal Riken per identificare l’inizio della trascrizione dei geni, individuare i promotori, capire come e quando il genoma agisce.
Ancora competizione: si vince se si è capaci di attrarre i talenti migliori da ogni parte del mondo. Sapendo che per attrarre gli scienziati migliori sono importanti l’ambiente di ricerca, il living environment, la capacità di attrarre i migliori giovani.
Ancora collaborazione: è decisive la capacità di sviluppare in tutte le sue forme le possibilità di collaborare, di fare ricerca, con istituzioni e centri di eccellenza di ogni parte del mondo.

Prefazione per il lettore

Il carattere è il destino [Eraclito 15].
Esiste un qualcosa [ … carattere … ] che plasma ciascuna vita umana in un’immagine globale, comprendente le sue contingenze casuali e i suoi momenti speciali in attività inutili. Spesso gli ultimi anni sono dedicati ad esplorare tali particolari insignificanti, ad avventurarsi negli errori passati per scoprirvi configurazioni comprensibili [Hillman 15].
[…] Il pensiero è capace di dare origine alle proprie specie, di selezionare idee innaturali e di palesare la propria evoluzione; inoltre, un mucchio di pensieri asoslutamente inadatti soppravvive [Hillman 16].
I vecchi dovrebbero essere esploratori [Eliot 21].
[…] Per me questo significa: segui la curiosità, indaga idee importanti, rischia la trasgressione [Hillman 21].
[… L’alétheia è …] il tentativo […] di porci in contatto con la nuda realtà […] nascosta dietro il manto della falsità [Ortega y Gasset 21-22].
Il pensiero è una straordinaria modalità di eccitamento [Whitehead 22].

Prefazione dell’autore

Più luce, disse Goethe morendo [Hillman 23].
Avevano ingannato noi / o ingannati se stessi, gli antenati dalla voce pacata, / lasciandoci in eredità nient’altro che una ricetta d’inganni? [Eliot 24].
I vecchi soldati non fanno che combattere sempre, in ogni nuova causa in cui si impegnano, la prima delle loro campagne [Hillman 25].
Le idee sono forze che si impossessano della mente e non mollano la presa finché non gli abbiamo dedicato qualche pensiero [Hillman 25].
E’ dunque fondamentale per la nostra indagine disfare la coppia morte-vecchiaia, ricostruendo invece l’antica connessione tra vecchiaia e unicità del carattere. [Hillman 27].
E’ questa la sfida più audace: scoprire un valore nel diventare vecchi senza prenderlo in prestito dalle metafisiche o dalle teologie della morte. La vecchiaia in se stessa, una cosa a sé stante, liberata dal cadavere [Hillman 27].

Prefazione al libro

Questo libro è formato di tre parti principali, che seguono il tema del carattere attraverso tre fasi. […] Durare, Lasciare, Restare. Tre parti, tre idee portanti [Hillman 29].
Il carattere impara dal corpo la saggezza [Hillman 30].
Le facce vecchie sono segnate dal carattere, la loro bellezza rivela il carattere e la loro perdurante forza come immagini di intelligenza, autorevolezza, tragedia, coraggio e profondità dell’anima è dovuta al carattere[Hillman 30].
Essere unici è essere strani, diversi, atipici, senza uguali in alcun luogo. [Hillman 31].
L’immagine che rimane di noi, quel modo unico di essere e di fare che lasciamo nella mente di altri, continua ad agire su di loro, nell’aneddotica, nei rcordi, nei sogni; come modello ideale, come voce guida, come antenato protettivo: una forza potente all’opera in coloro che hanno ancora una vita da vivere [Hillman 31].

Longevità

Il dato statistico [… : … ] il dato che diventa il fato. [Hillman 37]
Se durare significa qualcosa d’altro e di più che superare in durata le aspettative statistiche, allora che cos’è che dura? […] una componente psicologica costante che ti segnala come un essere diverso da tutti glia ltri: il tuo carattere individuale. Tu. [Hillman 37 – 38]
Ciascuno di noi è un ciascuno. [James 40]
In quanto ciascuni siamo unici, perché ciascuno di noi ha, o é, uno specifico carattere che rimane lo stesso. [ Hillman 40]
Se consideriamo il carattere qualcosa di più di un insieme di tratti o di un’accumulazione di abitudini, virtù e vizi, e piuttosto come una forza in atto, allora il carattere potrebbe essere il principio informatore dell’invecchiamento del corpo. E l’invecchiamento diventa una rivelazione della saggezza del corpo. [ Hillman 42]
Quella di considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è n’idea utile. […] Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti. [ Hillman 45]
Mantenersi in carattere è mantenersi nella propria forma per durare. [ Hillman 46]
Invecchiando ha luogo, senza bisogno d forzature, una curiosa forma di estensione della vita. Passati i cinquant’anni, ci troviamo a volte alleati, nel pensiero, nel sentimento, nel ricordo, con i nostri genitori, più che con i nostri figli. [ Hillman 64]
Più indietro riesci ad andare con l’immaginazione, più la tua vita si estende. [ Hillman 65]
Più riesci a protenderti all’indietro, nel passato storico, e all’ingiù, verso ciò che è dopo di te e in basso, e all’infuori, verso l’altro da te, e più la tua vita si estende. La longevità si libera della capsula temporale. Questa è la vera longevità, un durare di più che dura per sempre, perché nn c’è capolinea. [ Hillman 67]

L’ultima volta

Ultimo rende avvenimento l’evento, lo eleva oltre il quotidiano, lascia un’impressione duratura. […] Perché? Perché cò che avviene alla fine di uan sequenza ne bolla la chiusura, le conferisce finalità. Echi di destino. [Hillman 69]
Portando a conclusione una serie di eventi che sarebbe altrimenti potuta durare all’infinito, l’ultima volta si pone al di fuori del tempo seriale, è trascendente. [Hillman 70]
L’ultima volta trasforma in  poesia l’amore, il dolore, la disperazione e l’abitudine. […] Solleva la vita fuori da se stessa. La trascendenza è appunto questo. Ci sentiamo scossi fin dentro le ossa, come se gli dei fossero discesi nel bel mezzo della nostra vita. [Hillman 70]
L’ultima volta è unica, singolare, fatale. [Hillman 71]
Mi piace immaginare la nostra psiche come una pensione piena di ospiti. […] Una soddisfacente teoria del carattere deve dare spazio a tutti, ai caratteristi, alle controfigure, agli addestratori di animali, alle comparse, agli attori che recitano soltanto una particina e si esibiscono in numeri inattesi. Spesso sono questi a dare allo spettacolo il suo tono tragico, o fatale, o demenziale. [Hillman 72]
Una cultura cieca alle complessità del carattere consente allo psicopatico le sue orge di violenza. Nessuno aveva notato alcunchè di strano perché nessuno aveva l’occhio per vederlo. […] Noi siamo quello che appariamo: vero, ma soltanto quando le apparenze sono lette in modo immaginativo, soltanto quando l’occhio che percepisce studia ciò che vede come se fosse un’immagine duratura.  [Hillman 75]
Nel dramma il carattere si rivela attraverso l’azione. [Aristotele 77]
L’idea di carattere è necessaria in una cultura perché nutre l’immaginazione. [Hillman 80]
Senza l’idea di carattere, nessuna persona ha un valore che duri. Se ciascuno è sostituibile, ciascuno è anche un vuoto a perdere. L’ordine sociale diventa come un battaglione sotto il fuoco nemico; siamo tutti pezzi di ricambio, rimpiazzi per riempire i buchi [Hillman 80]
Noi duriamo come immagini inventate, vuoi nei ricordi della famiglia, nei pettegolezzi dei detrattori o nelle parole dei necrologi. Il nostro carattere diventa fonte inesauribile di storie che aggiungono un’altra dimensione di vita alla nostra vita mentre già, come dati di realtà, stiamo sbiadendo. [Hillman 81]

Vecchio

Da durare a lasciare

Ripetizione

La forza della gravitas

Svegliarsi di notte

Stati di agitazione confusionale

Inaridire

La memoria

Irritabilità accentuata

Distacchi

Ars amatoria

Anestetizzati

Insufficienze cardiache

Ritorni

La forza della faccia

Da lasciare a restare

Il carattere filosofizzato

Il carattere delle virtù

Il carattere immaginato

Nonni

Vecchie bisbetiche

Le virtù del carattere

Il tocco finale

Pensare l’efficacia | Sottolineato e Note a margine

Francois Jullien, Il saggio è senza idee, Einaudi, 2002, pag. 109, Euro 10.00
Filosofia | Saggezza

Paragrafi
Un’alternativa nella cultura | Lo sconvolgimento del pensiero | Riaprire altri possibili nel proprio spirito | Per essere efficaci: modellizzare | O appoggiarsi sui fattori “portanti”: “surfare” | Domanda: quali sono i limiti di fecondità del modello? | La conduzione della guerra, non essendo modellizzabile, è forse per questo incoerente? | Nelle “Arti della guerra” cinesi: la nozione di potenziale della situazione | Sul coraggio: qualità intrinseca o frutto della situazione? | Valutazione – determinazione | Mezzo – fine | O condizione – conseguenza | Elogio della facilità | Processo: meditare sulla crescita delle piante | Modalità strategiche: l’indiretto e il discreto | Sul versante europeo: azione, eroismo, epopea | Sul versante cinese: il non agire | Azione / trasformazione | Mitologa dell’evento | Si tratta di empirismo? | Anche un contratto è in trasformazione (ma ance l’amicizia è un processo) | Progresso / Processo | Come pensare l’occasione? | Traslazione: efficacia / efficienza |   Obiezioni | La lunga marcia è un’epopea? | Cercare un margine per sopravvivere (anziché sacrificarsi) | Deng ha “trasformato” la Cina | Che cos’è un grande politico?

Filosofia | Saggezza
Attaccarsi a un’idea | Essere senza idea (privilegiata), sensa posizione fissa, senza io particolare, tenere tutte le idee sullo stesso piano
La filosofia è storica | La saggezza è senza storia
Progresso della spiegazione (dimostrazione) | Variazione della formula (la saggezza va rimugnata, “assaporata”)
Generalità | Globalità
Piano d’immanenza (che taglia il caos) | Fondo d’immanenza
Discorso (definizione) | Osservazione (incitamento)
Senso | Evidenza
Nascosto perché oscuro | Nascosto perché evidente
Conoscere | Realizzare (to realize): prendere coscienza di ciò che si vede, di ciò che si sa
Rivelazione | Regolazione
Dire | Non c’è niente da dire
Verità | Congruenza (congruo: perfettamente conveniente a una data situazione)
Categoria dell’Essere del soggetto |Categoria dl processo (corso del mondo, corso della condotta)
Libertà | Spontaneità (sponte sua)
Errore | Parzialità (accecati da un aspetto delle cose, non si vede più l’altro; non si vede che un angolo e non la globalità)
La via conduce alla Verità | La via è la percorribilità (per dove “va”, per dove è “possibile”)

Che senso che fa

Per chi oggi ha venti anni è difficile persino crederlo. Ma i nostri nonni dovevano fare per forza un nodo al fazzoletto quando avevano qualche incombenza, lavoro, appuntamento da non dimenticare. I post-it sarebbero stati “inventati” solo molti decenni dopo. Cazzuole, zappe,  chiavi semplici e doppie, a becco, ad anello, combinate, a tubo, a bussola, regolabili, snodate, a stella erano d’uso assai più comune delle penne. E coloro che erano soliti scrivere su un pezzo di carta “non dimenticare di comprare il pane” erano decisamente una minoranza. Poi arrivò László József Bíró, che osservando la scia lasciata da un pallone che continuava la sua corsa dopo essere finito in una pozzanghera ebbe l’idea della penna che ha cambiato il rapporto tra scrittura e popolo. Solo nel 1943 László József riuscirà a brevettare la biro (tra i primi a denominarla in questo modo sarà il grande Italo Calvino), ma gli elevati costi di produzione porteranno lui e il fratello György, che si era occupato della giusta viscosità dell’inchiostro (questione poi risolta grazie a Andor Goy), a vendere il brevetto al barone francese Marcel Bich. Sarà lui ad abbattere i costi del 90%, a presentare, siamo ormai nel 1945, la nuova penna, a commercializzarla in tutto il mondo e a diventare ricchissimo.
Come spesso accade a coloro ai quali la storia riserva la parte dei buoni, László morì povero a Buenos Aires il 24 novembre 1985; in compenso ancora oggi il 29 settembre, giorno del suo compleanno, in Argentina si festeggia il giorno degli inventori.
La morale della storia? Con la seconda metà del secolo breve la penna entra stabilmente a far parte degli utensili di casa. Finchè arriva Altair 8800 e comincia  l’era di sua pervasività il computer, dei telefoni portatili, dei dispositivi senza fili.
Un bip per ogni occasione. SMS, chiamata, videochiamata, mail, Facebook, Skype, Twitter. Cambiano i modi di comunicare e con essi cambiano i nostri modi di attribuire senso e significato, le nostre risposte alle domande circa chi siamo, ciò che c’è, ciò che vale. Questioni di senso. Alle quali dedicheremo la nostra attenzione dal prossimo Mese.

Il sogno di Obama. E di Crichton.

5 novembre 2008. Chicago. USA. A cantare Sweet home Chicago non sono mai stati così in tanti. Neanche al tempo dei Fleetwood Mac, di Eric Clapton, dei Blues Brothers. La festa coinvolge milioni di persone in tutto il mondo. Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti. Le attese sono tante. In che misura saranno soddisfatte sarà il tempo a dirlo. Ma per intanto è tornata la storia con la esse maiuscola. Scusate se è poco.

5 novembre 2008. Los Angeles. USA. Muore all’età di 66 anni Michael Crichton. 150 milioni di libri venduti. Noto anche all’amico della porta affianco grazie soprattutto a Jurassic Park.

5 novembre 2008. Kobe. Giappone. Al Riken Center for Developmental Biology Teruhiko Wakayama dirige il Laboratory for Genomic Reprogramming e grazie alla pubblicazione su Pnas (Proceedings of the National Academy of the Usa) dei risultati dell’esperimento da lui diretto riesce nella non facile impresa di conquistare uno spazio sui media di tutto il mondo. Nel giorno di Obama e di Crichton.

Cosa hanno fatto di tanto importante Wakayama e il suo team? Hanno clonato un topo estraendo il dna da una cellula di topi morti e tenuti in un congelatore da 16 anni. Il passo successivo? Provare a preservare specie a rischio. O anche ri-creare specie estinte. Come ad esempio il mammuth. Impresa teoricamente possibile da quando un team di scienziati russi ha ritrovato, l’anno scorso, la carcassa di un mammuth da poco nato conservato per 40 mila anni dai ghiacci della regione artica di Yamalo-Nenetsk.

Naturalmente la strada da percorrere è ancora lunga e difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile. Così come non è stato impossibile clonare un essere vivente partendo da cellule surgelate abbattendo il muro dei danni prodotti dal ghiaccio sul Dna.

E se domani gli scenari fantascientifici immaginati da Crichton diventassero realtà? Saranno maggiori i rischi o le opportunità? Saprà la comunità degli uomini gestire una tale rivoluzione? Difficile dirlo. Il mio amico Alessio pensa che un post-it ci salverà. C’è scritta una frase di Stieg Larsson: “Non esistono innocenti. Esistono solo diversi gradi di responsabilità”. Io non ne sono sicuro. Ma per intanto lo faccio girare.

Persone, processi e contesti

Sono le persone, o per meglio dire i processi che esse attivano con le loro idee, il loro talento, il loro lavoro, con la loro capacità di stabilire relazioni e creare network di qualità o è piuttosto la forza e la consistenza delle strutture nelle quali esse vivono, lavorano, studiano, si divertono a determinare il carattere, i successi e i fallimenti delle organizzazioni?
La risposta di Franco Nori, scienziato con oltre 500 pubblicazioni e oltre 5000 citazioni su riviste come Science, Nature, Physical Review Letters, Nature Materials, Nature Physics, che tra tante altre cose dirige il Digital Materials Laboratory (http://dml.riken.jp) al Riken, istituto di ricerca giapponese di fama mondiale, è decisa, per certi versi persino provocatoria.
Per quanto possa essere un genio straordinario, avere una mente eccezionale, per un ricercatore che vive in Zimbawe, Botswana, Namibia sarà difficile ai confini con l’impossibile che riesca a fare scoperte scientifiche che lasciano il segno.
Al contrario anche una persona mediamente intelligente, naturalmente preparata, che lavora in un laboratorio eccezionale, con molti dati, molti esperimenti, ha parecchie possibilità di vedere il dato anomalo, di fare la scoperta importante. Un laboratorio con queste caratteristiche genera un tsunami di dati e i processi di serendipity, le scoperte per genio e per caso, sono decisamente più probabili dove accadono molte cose, ci sono molti dati, si discutono molte idee, si inseguono molte teorie, si esplorano molte possibilità.
Non è un fatto di modestia o di umiltà, insiste. È che l’ambiente, le relazioni con i colleghi, la qualità della struttura, hanno un’incidenza enorme sulla possibilità di conseguire risultati in ambito scientifico.
Naturalmente, concede infine, il segreto sta nella combinazione dei due fattori: genio e impegno delle persone, ambiente – organizzazione fertile che permette al genio e all’impegno di germogliare, di esplorare possibilità, di scoprire vincoli, analogie e legami inediti fra fenomeni precedentemente non collegati fra loro.
E voi, cosa ne pensate?

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