Ieri sera l’ho vista. Ho visto come si fa. E vi assicuro che è stata un’emozione grande. Se state pensando che per me è facile dato che con le mani non so fare (quasi) nulla vi sbagliate. Non sul fatto che con le mani non so fare (quasi) nulla, of course. Sull’emozione. Sarebbe capitato anche a voi. Persino il grande Sennett, se trovo il modo di farglielo sapere, per una volta mi invidierà.
Dite che è il caso che vi sveli di cosa sto parlando? Della stesura della foglia oro. Se avete letto il libro sapete già che il mio amico Beppe Del Vecchio, restauratore, musicista, saggio e tanto altro ancora, me ne aveva parlato per la prima volta via Skype mentre ero al Riken di Tokyo, quando mi aveva raccontato dei due anni che gli ci erano voluti per capire, imparare, fare, tra gesso per doratura, colla di coniglio, bolo armeno, pennelli di vaio e martora, tentativi andati a vuoto. Prima del successo finale.
Il racconto mi era piaciuto molto. Ma sentire è una cosa, vedere un’altra. Adesso potrei persino chiedermi, con Weick, “come facevo a sapere che cosa pensavo se prima non vedevo che cosa ha fatto (Beppe)”.
Erano più o meno le 7 p.m. quando sono passato per un finto rapido saluto alla sua bottega.
Mi vede arrivare e mi dice entra che sto facendo una cosa che ti piacerà. Provo a dirgli che sono passato per un rapido saluto. Mi ridice entra che ti piacerà.
Sul banco da una parte la cornice. Dall’altra la foglia oro, che in realtà non è una foglia ma una lamina d’oro sottolissima, delicata eppure docile in quelle sue mani che la misurano, la tagliano, la catturano con il pennello di vaio passato più volte sulla tempia per elettrizzarlo, l’adagiano sulla preziosa cornice, la fanno aderire perfettamente su quel piccolo spazio accuratamente lavorato con il bolo armeno, la accarezzano quasi fino a che ogni singolo atomo si sposa con quello vicino, un pò più vecchio, che qualcuno aveva messo lì negli ultimi anni dell’800.
Ebbene sì, lo confesso. Resto stupito. Ammirato. Se ne acocrge. Tu lo fai con e parole, mi dice, io con la foglia oro. Non ci casco. Gli chiedo qual’è il segreto.
Il segreto non c’è, risponde. O, meglio, aggiunge, il segreto sta nella preparazione. Ma in realtà qualunque cosa si fa nella vita dipende dalla preparazione. La preparazione è fondamentale. Sempre.
Sorride. E’ come quando decidi di conquistare la donna che ti fa uscire pazzo, mi fa, quella per la quale saresti disposto a tutto. In realtà dipende tutto da come la corteggi, cioè dalla preparazione. Se sbagli lì, non hai speranza, la perdi. Ed è anche giusto così.
Un piccolo conflitto d’interessi
La pubblicazione della recensione di Alessio Strazzulo su Qlibri mi ha riportato alla mente una cosa che mi colpì allora al punto che ne parlai la sera della presentazione del libro a Napoli (potrei giurare, dirò soltanto che c’erano più di 100 testimoni).
Di che cosa si tratta? Della frase con la quale Alessio apre la sua recensione “Premesso il piccolo conflitto d’interessi che mi lega ai due autori …”.
Non vi svelo la natura del conflitto, che potete naturalmente leggere su Qlibri, ma ritorno su quella che a me appariva allora, e ancora di più appare adesso, come una piccola grande possibilità di cambiamento, di speranza, di futuro: Alessio che prima di scrivere le sue impressioni su Enakapata, avverte la necessità di dire a chi legge “guardate che io sono amico di Luca e di Vincenzo, e questo da un certo punto di vista mi rende meno distaccato e dunque meno credibile”.
Esagerato? Forse si. In fondo questo di Enakapata è prima di tutto un gioco. Forse no. In fondo il nostro Paese sta scrivendo il suo declino a forza di conflitti d’interesse.
Come dicevano gli antichi? La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Forse possiamo riderci su, oggi che tra Cesare e le sue amanti è tutto un sospetto. Forse possiamo pensarci su. E magari fare qualcosa affinchè siano quelli come Alessio la classe dirigente del futuro prossimo venturo.
Brand Care Magazine, Penitenti again
Brand Care Magazine: Un report sociologico-scientifico in forma di diario, scritto dopo un’esperienza di ricerca a Tokio e presso l’istituto Riken, importante centro giapponese in cui si studiano alcune delle componenti essenziali per la conoscenza del genoma (mRna).
Attraverso una scrittura polifonica, ritmata e orientata alla trasparenza espositiva, Enakapata, sia dal punto di vista espressivo che contenutistico, è l’elogio della serendipity. La polifonia e il ritmo sono resi nel diario non solo attraverso il resoconto alternato padre/figlio di fatti e impressioni, ma anche tramite l’affresco di un immaginario variegato di posti e soprattutto di personaggi: dai coetanei e conterranei di Vincenzo, originario di Secondigliano (degni di nota i “leggendari” Tonino Parola, Salvatore «’O beat», Gennaro «Topolino», Peppe «Testolina»…), a Sergio Cofferati, al premio Nobel per la chimica Ryoji Noyori, intervistato personalmente da Moretti-padre. Giocosa (e al tempo stesso malinconica) napoletanità, rigore professionale, ironia tipica di un figlio-che-accompagna-il-padre in una cultura conosciuta (Luca ha condotto degli studi sulla lingua giapponese): Enakapata è una continua commistione di modi di fare, di vedere, di cercare, di dire.
Un piccolo grande libro che, dato il modo leggero attraverso cui affronta argomenti di grande importanza, non si può non definire, senza retorica, coraggioso. Perché, come insegnano i Moretti, «Chi nun tene curàggio nun se cocca cu ‘e femmene belle».
Leggi l’ntera recensione a pag 75 di Brand Care Magazine.
Monica Penitenti: Letto? Bevuto! Divertente punto di vista partenopeo di parte del mondo nipponico. Interessante viaggio a due nel quale il lettore è condotto dal racconto dei sapori, dell’impegno, della nostalgia del noto e della curiosità per il nuovo: bello davvero!
Te voglio bene assai
Concerto dei Sogni. Il sogno di cantare in napoletano per i napoletani di Tadahiko Higashi, famoso architetto di Tokyo, divenuto realtà grazie all’incontro con Rosalba Panachia. Ne ho scritto un pò di giorni fa su NòvaLab Questione di Senso.
Su Nòva100 Della Leggerezza ho raccontato invece di Raffaele Grimaldi, giovane di Siano (SA) finito a Parigi e poi a Tokyo grazie alla musica e alla sua bravura, che l’ha portato ad essere l’unico europeo selezionato tra i 5 finalisti del Toru Takemitsu Award 2009.
Oggi ho parlato di nuovo di Napoli su NòvaLab Questione di Senso, purtroppo ancora delle sue storie di ordinaria maleducazione.
Fromm ha scritto che il problema non è essere egoisti, ma non amare abbastanza se stessi. Noi quando impareremo ad amare noi stessi e la nostra città?
Manfredi-Gigliotti, Masera
Giovanna Manfredi-Gigliotti: Enakapata ha accompagnato le mie notti di qualche mese fa. Mi ha colpito lo stile semplice ed efficace. Mi piacciono le scritture a quattro mani, perchè offrono una focalizzazione doppia degli eventi.
Non è il solito diari di viaggio, anche se ce ne sono stati di celebri e pregevoli (penso a Goethe o Guicciardini per esempio). Mi sono piaciute persino le citazioni musicali, come “Luci a San Siro”, che io adoro. Penso sia fondamentale riflettere sia sulle scoperte (ed “Enakapata” risulta interessante anche per questo), sia e soprattutto sull’ambiente che le rende possibili. Basti pensare alla “legge di campo”.
Purtroppo non capiamo quanto sia importate premiare e sostenere il merito, quanto sia essenziale la creatività, non solo il nozionismo. Forse, avendo messo tante volte da parte il merito, non riusciamo, nel nostro Bel Paese, neanche ad arrivare al nozionismo. Ma l’amore per la cultura si può trasmettere solo ad opera di chi vive la cultura. Certo “restare” è un grande merito e costa un doppio amore, per ciò che si fa e per il proprio Paese, che riesce ad “umiliare” costantemente chi cerca di rispettare tutte le regole per servirlo e rendergli onore.
Sono d’accordo con Quasimodo quando diceva che una terra è i suoi uomini e anche che “la poesia deve rifare l’uomo”. Senza spirito non si conquista alcunchè ed il rispetto delle regole, che è la prima forma di rispetto verso la legalità, cioè verso sè e gli altri, non confligge con la creatività.
Molto interessante è anche il discorso sulla “seredipity”, che a mio umile avviso si può riscontrare anche nella più semplice vita quotidiana; io la chiamavo “frecciolina”, “luce”, e ad essa devo le mie scelte più felici.
Ci sono molti spunti di riflessione nel vostro romanzo che vanno oltre il pur pregevole diario, che si fa leggere ben volentieri, e quindi lo rendono fruibilie a molti livelli e su diversi piani di lettura.
Anna Masera: … L’ho finalmente rivisto in occasione del tour per il lancio del suo libro scritto a quattro mani con il figlio musicista Luca, Enakapata (=”È ‘nà capata”, in napoletano, che dalle mie parti si dice “è una figata”, o “è geniale”): un diario-blog di viaggio e lavoro che vede padre e figlio napoletani in Giappone, incontro-scontro di culture diverse, “lost and found in translation” da Secondigliano all’istituto di ricerche genetiche Riken di Tokyo raccontato con intelligenza e ironia…
Leggi l’intero articolo su LaStampa.it
Riken World
Chi ha già letto Enakapata lo sa. Tutti gli altri lo sapranno. Il Riken è lo straordinario istituto di ricerca giapponese dove nel marzo 2008 ho cercato di scoprire la pillola rossa in grado di avvicinarmi a quel mondo di meraviglie scientifiche e tecnologiche, di farmi scoprire quanto è profonda la tana dell’innovazione, della buona scienza, del talento. Se vi interessa saperne di più intorno ai risultati del mio lavoro di ricerca potete cliccare qui e scaricare il .pdf, in italiano e in inglese, del rapporto di ricerca. Su Riken Research trovate invece highlight, podcast, frontline. E se non ancora non vi basta cliccate su http://bx.businessweek.com/riken/. Se questioni come la serendipity, il merito, i processi di competizione collaborazione, il rapporto tra talento e organizzazione sono entrate anche una sola volta nelle vostre vite non mancate di farci un salto. Sono convinto che non ve ne pentirete.
Carlossito’s spot
Lui si chiama Carlos Gonzalez y Reyero. È mio nipote. Studia a un tecnico alberghiero. Ma se lo cercate adesso lo trovate a Procida, in missione per conto del lavoro. Un giorno mi ha scritto su Facebook “zio, che ne dici se scrivo qualcosa per fare pubblicità a Enakapata?”. È un piacere, gli ho risposto. Questo che potete leggere di seguito il suo spot. Mi sembra carino. Estivo. Di quelli che si possono ascoltare per radio. Sulla spiaggia. Ma se decidete di farlo non dimenticate di contattarlo. Pare che nella sua vita precedente, quella brasiliana, abbia avuto modo di imparare pratiche Voodoo :->.
Sognate di intraprendere un viaggio meraviglioso, straordinario, avvincente alla scoperta di nuove culture? Non perdetevi Enakapata. È ‘nà capata.
Enakapata è un modo di essere. È un modo di vivere. È il buon ramen preparato da Luca. È la capata data da Vincenzo all’uscita della metropolitana di Ikebukuro.
Avvertenze: Il viaggio di Enakapata può dare assuefazione. Una volta partiti non si riesce a smettere. Sono stati registrati casi di svenimento. Tenere rigorosamente fuori dalla portata dei lettori a bassa pressione.
Aveva ragione papà
Passasse l’Angelo e dicésse Amen. Cominciò così. Il giorno che mio padre, Pasquale, se ne tornò trionfante con la sua Fiat 850 verde chiaro nuova di trinca. Fino ad allora l’unica sua concessione al demone del gioco era la schedina. Quella del totocalcio, of course. Al tempo la principale incarnazione del sogno nazionalpopolare di chiudere con la fatica ed i sacrifici ed entrare nel mondo dei ricchi dalla porta secondaria. Di vincere? Non se ne parlava. In tutta la sua vita avrà collezionato due 12, in quelle giornate nelle quali era impossibile non vincere, mettendo assieme una cifra che non bastava neanche per portare fuori a pranzo la famiglia. Ma un sogno è un sogno. E proprio lui non lo poteva certo abbandonare per una vile questione di denaro. Mi pare di sentirlo ancora mentre ci ripete fino allo sfinimento che i soldi sono la cosa più sporca, zozza e lurida che esiste sulla faccia della terra. E di certo sento ancora mia madre che gli grida addosso eh sì, voglio vedere senza soldi come facciamo ad andare avanti.
Papà era incredibile. Gli piaceva il vino? Ed eccolo pronto a rintuzzare gli “inviti” alla moderazione con ‘a carne fa carne, ‘o vino fa sangue e ‘a fatica fa jettà ‘o sangue. Era un lavoratore instancabile? Ed eccolo pronto a tirare fuori dal cilindro un guagliù, ‘a fatica s’adda piglià ‘e faccia. Se bestemmiava la Madonna dell’Arco, lui che da giovane era stato fujente, erano dolori seri. Se osavi contraddirlo in qualche sua decisione, ebbene sì, era anche abbastanza ‘nzisto, zittiva tutti con il classico in questa casa non c’è collaborazione.
Quella sera andò così. Lui arriva con la 850, io leggo il numero di targa, 90 60 64, dico questo sì che sarebbe un bel terno, aggiungo come morso dalla tarantola Passasse l’Angelo e dicésse Amen. Papà non dice nulla. Ma il sabato successivo (al tempo l’estrazione del lotto avveniva solo 1 volta a settimana) è in ricevitoria a giocare il terno secco sulla ruota di Napoli. Non succede nulla per circa 3 anni e mezzo. Fino a quando tra i 5 numeri estratti sulla ruota di Napoli non ci sono anche i 3 numeri di papà. Che però quel sabato, dopo quasi 3 anni e mezzo che non ha perso un colpo, si è scordato di giocare la bolletta.
Voi che avreste fatto? Papà non ha fatto una piega. Guagliù, qui se non si fatica, non si mangia. E’ meglio che ci mettiamo l’anima in pace.
Per me e i miei fratelli è ancora così. In fondo spero sia così anche per i miei figli. Magari con un pò meno lavoro e un pò più soldi. Ma il lavoro è un valore. Aveva ragione papà.
Penitenti, Monini
Monica Penitenti: Ho conosciuto VIncenzo, ho visto Luca quando era piccolino una volta, adoravo nonno Moretti e ho goduto della generosa ospitalità della casa di Cellole più d’una volta quando ero poco più che una bimba. Eppure non è stato il ritrovare nel libro quei personaggi, quei luoghi o alcuni dei figuri di Secondigliano che pure incontrai, a farmi amare il vostro libro. Ho amato la tenera ipocondria, carattere di famiglia, il bisogno di un cibo conosciuto, bisogno tale da eleggere il posto “delle ragazze” a casa giapponese, l’approccio al rigore nipponico, l’interesse per la ricerca che insieme ad altre molte cose mi hanno fatto bere le pagine velocemente e lievemente. Ancora l’andamento iniziatico del viaggio di un figlio che ritrova (lo ritrova?) un padre dalle molteplici apprensioni di padre partenopeo fino al midollo…
Enakapata mi ha divertito, interessato e ispirato. Grazie per aver fatto di quel viaggio a due, un viaggio per molti di noi. Il fascino e le contraddizioni del Giappone, partendo dal citato libro di Fosco Maraini, arrivando ai classici di Tanizaki, per approdare all’estrema Yoshimoto, passando per Murakami esercitano su di me suggestioni durature. Il punto di vista partenopeo del mondo nipponico mi mancava: resterà con me altrettanto a lungo.
Barbara Monini: Caro Luca, sono Barbara (Waschimps in realtà), cara amica di Carmine Rubino e Rita Palena.
Quando vi hanno incontrati a Bologna mi hanno riportato questa meraviglia, con tanto di dedica … e mi si è appicciato il cervello. Lo hanno fatto apposta, perchè mi occupo da anni di Giappone, è una passione di vita e di lavoro. Sono molte le cose che vorrei dirvi, ma non credo che basterebbe postarle sul blog … faccio prima ad annotare il libro ad ogni pagina.
Ma soprattutto questo progetto può e deve continuare, ed ampliarsi, e sarei molto felice di potervi essere utile.
Ti aggiungo che sono di Napoli e in partenza a luglio di nuovo per Tokyo dove inauguriamo una mostra stupenda all’Istituto di Cultura. Fatemi sapere voi in quale modo eterico o spaziotemporale possiamo entrare in contatto.
Un abbraccio forte, Barbara.
Totonno 3P
Al tempo di Secondigliano Totonno 3P aveva più o meno la mia età, era alto più o meno quanto me, era un poco più grosso e molto più forte di me, forse aveva fatto le elementari e forse no mentre io occupavo il mio primo istituto tecnico e litigavo con mio padre perchè bisognava fare i turni anche di notte e secondo lui non si poteva (e infatti non si poteva; oggi direi che ero un occupante su 2 turni per 7 giorni, mattina e pomeriggio only).
Totonno stava naturalmente per Antonio formato omm furnuto (uomo finito nel senso di adulto, mentre anche un bambino si poteva chiamare Antonio) e 3P non era la versione abarth della folle apologia della P2, che al tempo nemmeno esisteva, ma un chiaro riferimento a una supposta prorompente potenza virile che rappresentava il fiore all’occhielo del suo, diciamo così, curriculum vitae.
Di Totonno 3P non ricordo “imprese” particolarmente memorabili né come magliaro, né, per fortuna, come camorrista: lui era così, forte, fisico, una sorta di antenato dell’uomo che non deve chiedere mai, soddisfatto della sua forza, innamorato della sua mascolinità, hidalgo con qualche macchia e nessuna paura.
A Secondigliano tutti avevamo un soprannome. Io e i miei amici eravamo i poppisti (perché seguivamo la musica pop) o i comunisti (il perchè è facile da intuire) e a Totonno 3P quando mi incontrava piaceva molto tessere le lodi di uno dei suoi eroi preferiti: Ce Gaetano. Il rivoluzionario con la barba, quello amico del cubano, quello disegnato sulle magliette, si proprio lui, Ce Gaetano. Avevi voglia di ripetergli Che Guevara. Non c’era verso. Ce Gaetano era e Ce gaetano restava. Anche quando era di cattivo umore e mi diceva che io non ero un vero rivoluzionario (vero), che lui il mitra ce l’aveva (falso), che se volevo lui si sarebbe messo sulle mie spalle e mitra alla mano avremmo fatto una rapina memorabile (impossibile, pesava oltre 100 chili e in due saremmo stati quasi 4 metri, ci avrebbero presi subito), e poi avremmo finanziato la guerriglia (falso, avrebbe perso tutto giocando ‘a stoppa, versione made in naples rigorosamente d’azzardo del gioco del poker).
Perché vi racocnto tutto questo? Perché sono più di 35 anni che non ho notizie di Totonno 3P. E perché oggi mi ha scritto Monica. Che avevo visto un paio di volte un paio di decenni fa.
Monica mi ha rintracciato grazie a Enakapata. E allora perché non sperare? Dite che Totonno 3P non è omm da blog o da Facebook? Mai dire mai. Comunque chiederò a Tonino. Il mio amico del cuore. Di cui vi racconterò un’altra volta. Forse.
Sud, nuje simme d’o Sud
Nord batte Sud 3 a 2. Naturalmente mi riferisco al tour di presentazione di Enakapata che ha fatto tappa finora a Napoli, Bologna, Milano, Benevento e Torino. Perché se invece guardiamo alle questioni vere il distacco è molto più netto. Il Nord sempre più solo al comando. Il Sud che domina nelle classifiche della camorra, della mafia e della ndrangheta. Non solo quelle dei morti ammazzati. Ma anche quelle del controllo delle borse e di molti degli imperi finanziari del Nord. Per il resto? Ultimi posti nelle classifiche relative al livello di vivibilità. Veri e falsi disoccupati. Poche opportunità. Scarso senso civico. Meglio non parlare dell’efficacia e dell’efficienza delle istituzioni.
Che fare? Se si escludono gli approcci tipo Arma letale, Terminator, ecc. c’è ancora qualche altra possibilità?
p.s.
Il 21 agosto presentiamo il libro al Bed and Breakfast a casa di Margherita, a Porto Cesareo, e il 17 settembre alla Feltrinelli Libri e Musica di Palermo. Nel pianeta Enakapata il Sud si appresta dunque a fare il sorpasso. Ma purtroppo quello non conta. Purtroppo è solo un gioco.
Tollerante. Anzi no, ospitale
Ottobre 1912. Relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani: “Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. [ … ] I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
Marzo 2009. L’azienda dove lavora Emilia continua a crescere e a Brescia la sua esperienza può essere di grande aiuto. Due settimane di lavoro intenso. Tanti stimoli. Saperi e idee con le quali confrontarsi.
Accade una sera. I due giovani colleghi che parlano di “slavi” come di diavoli venuti su dalle più profonde viscere della terra. Emilia sente i muscoli tendersi. Nel suo lessico “slavo” uguale persona di razza inferiore, sporca, che ruba e violenta, semplicemente non esiste. È lì pronta allo scatto quando uno dei ragazzi le dice “a proposito, tu sei di Napoli, ma voi l’acqua ce l’avete?”. Starà scherzando? Farà sul serio? Talvolta è difficile rassegnarsi al peggio. “Non ti sarai mica offesa?, pensavamo fosse come in Sicilia dove spesso l’acqua non c’è” insiste l’altro. Non c’è dubbio. Fanno sul serio. Cetto La Qualunque direbbe “non vi sputo se no vi profumo”. Virgilio “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Emilia di norma se li mangerebbe vivi. Questa volta no. L’amarezza è troppa. Non trova le parole. Si ritrova vinta dal silenzio.
Giugno 2009. Il mio amico Antonio Riolo mi invia la mail che racconta della relazione che mi ricorda la storia di Emilia D. Troppe volte ritornano, mi viene tristemente da pensare. Mi soccorre Derrida, la sua idea di chiedere all’Europa di non fermarsi alla tolleranza (il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella “sua” casa) e di procedere verso quell’ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Il suo mi sembra un grido di speranza e di responsabilità. La speranza di un’Europa ancora capace di sognare. La responsabilità di fare ciascuno ogni giorno qualcosa affinché il sogno, centimetro dopo centimetro, diventi realtà.
Partecipare è giusto
Sulle strade della democrazia le scorciatoie davvero non esistono, in particolar modo quando le aspettative di futuro sembrano restringersi piuttosto che ampliarsi. Sta di fatto che mai come in questa fase l’esercizio della cittadinanza richiede responsabilità, impegno, continuità, coerenza, rispetto per le regole. Al tempo della modernità liquida non basta essere cittadini in sé, ma bisogna essere, sentirsi, diventare, cittadini per sé, possedere cioè una concezione e una consapevolezza alta dei diritti e dei doveri della cittadinanza. Proprio così. Se, come sostiene Bauman, “un punto possibile di approdo può essere quello di tornare a dare valore all’agorà greca, arrestando la sua privatizzazione e spoliticizzazione e riprendendo il discorso sul bene comune”, un primo passo nella direzione giusta è quello che, con il sostegno delle nostre parole e delle nostre azioni, ci consente un esercizio di responsabilità. E ciò suggerisce probabilmente qualcosa di importante circa la necessità di rendere ragionevole, percorribile, interessante, motivante, conveniente, la scelta di partecipare.
Fare le cose per bene perché è così che si fa; non tirarsi indietro; rinunciare ad ogni alibi o giustificazione di carattere culturale, economico, sociale; rispettare sempre e comunque, a prescindere, le regole: non è più solo una questione di sensibilità, di solidarietà, di civiltà, è una questione di razionalità, di convenienza, di interesse.
L’interesse del fornaio di Smith, che ci permette di trovare il pane caldo ogni mattina.
L’interesse dell’Ulisse Shakespeariano consapevole che “nessuno è padrone di nessuna cosa, per quanta consistenza sia in lui o per mezzo di lui, finché delle sue doti non faccia partecipi gli altri, né può da sé farsene alcuna idea, finché non le veda riflesse nell’applauso che le propaga”. L’interesse di chi non intende fare a meno dello streben, l’agire e tendere alla meta, che consente a Faust di salvarsi. L’interesse a ripristinare il dialogo, nel senso che abbiamo ereditto da Hans George Gadamer, per il quale “dialogare significa varcare una distanza, riconoscere l’altro nella sua irriducibile alterità per incontrarlo e comprenderlo”. L’interesse a farlo qui, nella ricca fetta di mondo nella quale viviamo. Ora, mentre fuori dalle nostre finestre le cose del mondo ci appaiono sempre più interdipendenti e globali.
Ruggiero, Cati, Stazi, De Luca
Antonio Jr Ruggiero: Cartoni animati cruenti, pesce crudo da mangiare e il Karate di Bruce Lee (che, tra l’altro, era di origini cinesi): gli stereotipi nostrani sulla terra del sol levante sono più o meno questi; come accade da altre latitudini, quando, pensando a noi italiani, parlano di pizza, spaghetti e mafia e la cosa non ci fa tanto piacere. Il libro “Enakapata – da Secondigliano a Tokio”, scritto a quattro mani dagli autori partenopei Vincenzo e Luca Moretti, racchiude in sé tanti significati, tra questi, anche l’intento di approfondire nel migliore dei modi la conoscenza di una cultura tanto lontana e tanto etichettata dagli occidentali. […]
Leggi su Futura l’intero articolo di Antonio Jr Ruggiero
Sergio Cati: Enakapata è un libro che si legge con grande piacevolezza e che mi ha ricordato i miei viaggi a Osaka.
Danilo Stazi: Caro Enzo, sono in aereo, riparto per l’India mentre leggo, interessato e onorato, il vostro libro. Ci sentiamo presto.
Valentina De Luca: Ho letto il vostro libro che mi sembra vi somigli molto: è serio e divertente, fuori dalle righe. Soprattutto interessante la capacità di mettersi a nudo, cosa che nessuno fa più, terrorizzati come siamo dalla possibilità di scoprire il fianco.
La terrazza
Le foto della terrazza della mia amica Anna Masera non ci sono più. O, per meglio dire, le foto con Francesco, Luca, Alessia, Giorgio, Cinzia, me e Anna sulla terrazza di Anna non ci sono più. Forse per la vendetta di un tabaccaio. Di certo senza nessuna conseguenza.
La serata è stata bellissima. Di più. Leggera. Ancora di più. Supercalifragilistiserendipitosa. Di quelle che nascono così, per genio e per caso. Di quelle che le vivi così e ne hai un piacere strepitoso.
Non ci credete? Allora state a sentire.
Sulla terrazza di Anna venerdì sera non ci saremmo arrivati senza Giorgio Fontana. Che fino a quella sera Anna la conosceva di nome, ma non di fatto. Li ho presentati io qualche ora prima. Io che Giorgio fino a quella sera lo conoscevo di nome ma non di fatto.
Dite che non è possibile? E che comunque detto così non ci si capisce nulla?
Allora ricomincio da Giorgio. Che è uno dei miei 523 amici sul pianeta Facebook. Che un giorno mi scrive e mi chiede se sono disponibile a presentare Enakapata a Torino. Che mette in moto la macchina che porta me, Luca, Cinzia e Francesco alle Librerie.Coop di Torino venerdì 5 aprile.
Con Anna invece siamo amici sul pianeta Terra da quasi 20 anni. Per un po’ di anni ho anche collaborato con la Stampa.it, il quotidiano online che lei dirige con eccellenti risultati (naturalmente è la “mia” opinione, ma ci tengo a sottolineare che è l’opinione del lettore e non dell’amico). Eppure sono quasi 10 anni che non la vedo (Anna). Sarà questa la volta buona? Pare di si. Anna c’è. Assieme a Giorgio. Al mio amico Sergio Negri, dirigente della Cgil piemontese. E ad Alessia Cerantola, govane studiosa e profonda conoscitrice della lingua, della letturatura e della società giapponese.
Alla presentazione non siamo in tanti. Ma questo già lo sapete. Quello che ancora non sapete è che si discute di lavoro. Di ricerca. Di raccolta della “monnezza”. Di cucina. Di serendipity. Di responsabilità. Di educazione civica. Visti dall’Italia e dal Giappone. Che la discussione a chi c’era è piaciuta molto. Che tra oggi e domani chi ha tempo e voglia potrà scaricarla su queste stesse pagine.
Tra i saluti e due dediche (due di numero, non due per modo di dire ☺) chiedo ad Anna di restare a cena con noi. Dice di sì. Di più. Dice di andare tutti a cena da lei. I magnifici sette. Sulla magnifica terrazza che affaccia sul Po. Mi ricordano abbastanza perspicace già da bambino. Ma alla mia età ci metto davvero poco a capire quando mi fanno una proposta che non si può rifiutare. Aperitivo al bar preferito da Cesare Pavese. Approccio fast da parte di Anna e di Luca, i nostri inviati al supermercato e poi a casa che se vuoi mangiare qualcuno deve pure cucinare. Slow quello del resto della Kapata Session, con fermata intermedia per comprare il gelato (come ogni napoletano che si rispetti, considero disdicevole presentarmi a casa di un amico/a a mani vuote; le sfogliatelle avrebbero fatto un altro effetto, ma anche il gelato non era male) e passeggiata lungo Po. Poi finalmente a casa. Si, avete letto bene. Non ho scritto a casa di Anna anche se eravamo a casa di Anna. È che io mi sono davvero sentito come a casa mia. E di ciò sono davvero grato alla mia mitica amica.
Considero la cura dell’amicizia una delle caratteristiche più belle del nostro essere “umani”. Di più. Lo so. Ancora di più. Ne ho fatto una scelta di vita. Eppure è sempre bello. Bello come rivedere una persona cara dopo più di 10 anni e sentirti come a casa tua. Bello come condividere uno sguardo o una confidenza. Bello come una serata supercalifragilistiserendipitosa. Bello come la voglia di ritornare ancora.
Don Peppe detto Testolina
Io speriamo che me la cavo: è stato l’ultimo esorcismo lanciato via Facebook poco prima della partenza per Torino.
Volete sapere come è andata? Venerdì notte le mie 5 ore le ho dormite benissimo. Il che significa che sono andato a letto contento. In pace. Soddisfatto. Sabato mattina sono rimasto sveglio a letto dalle 5.30 alle 7.20 senza battere ciglio. (Quasi) immobile. Per non svegliare Luca. Il che significa che mi sono svegliato contento. In pace. Soddisfatto. E mentre scrivo in questa declinante domenica di afa e silenzio (il silenzio esiste anche a Napoli, a patto naturalmente di abitare sulle scale) sono contento. In pace. Soddisfatto.
Tutte queste storie per dire che è andato tutto bene, che è venuta un sacco di gente, che si sono vendute tante copie del libro? Niente affatto.
C’erano poco più di 10 persone. Si sono vendute una copia di certo e un’altra forse. Non abbiamo fatto i video. La card memory nuova di zecca si è rivelata difettosa e abbiamo perso tutte le foto a parte le 6-7 (erano sulla card in dotazione con la macchina fotografica) che potete vedere cliccando su Flickr. Mi chiedo se non sia stata la forza del destino. Se non sia stata un’intrepida vendetta. Quarantanni dopo le scorribande torinesi di don Peppe detto Testolina, lui che era capace di raccogliere un sasso da Piazza Vittorio e rivenderlo come Pietra del Vesuvio, un’audace tabaccaio torinese rifila un pacco a chi ha osato raccontare in un libro le beffe perpretate a loro danno. Ma torniamo al punto. Luca ha fatto un numero dei suoi perchè davanti ad un negozio di cappelli ho osato dire che ne avrei volentieri comprato uno (chi ha letto il libro lo sa, quando vuole riesce ad essere odioso, nel caso specifico con argomenti tipo “è assurdo anche solo pensare di spendere 130-150 euro per comprare un cappello quando poi non risolvi niente, non avrai mai fascino, non ti può abbellire, non ti sta bene, ecc.”). L’aereo del ritorno ha fatto 2 ore di ritardo. E a Capodichino abbiamo perso l’autobus per mezzo minuto (accade anche a Napoli che partono in orario; quando tu sei in ritardo).
Ma allora sei scemo, direte voi. Come si dice a Napoli dove la “appoggi” questa tua contentezza e soddisfazione? Come fai a essere in pace con te stesso?
Questione di relazioni. Di rapporti umani. Di connessioni. Che sono la cosa più importante per esseri come noi.
Proprio così. La presentazione di Enakapata a Torino è stata una straordinaria occasione di sensemaking. Grazie innanzitutto ad Anna Masera, Alessia Cerantola e Giorgio Fontana. Ma per questo ci vuole un post a parte.
La Stampa.it, Cimmino
La Stampa.it: È un racconto di parallelismi: un diario di viaggio e lavoro, di leggerezza e contenuto. Padre e figlio, raccontano in maniera leggera e accattivante, a tratti commovente, della controversa periferia napoletana e dell’organizzazione scientifica in Giappone, di luoghi e volti della capitale nipponica appena incontrata e dei suoi paesaggi metropolitani stupefacenti, di serendipity, ramen e shinsetsu, di operai e magliari, in un alternarsi e incrociarsi di voci, sensibilità, generazioni.
Titti Cimmino: Enakapata: ma che senso ha? E’ stata la domanda che mi ritornava tra una pagina e l’altra. E’ un diario, mi rspondevo. Eppure la risposta non mi soddisfaceva. Comunque, leggo … e sempre ritorna quel “dove sta il senso” ma al tempo stesso maggiormente dalla scoperta, dalla lettura, che non il cntrario, come accade quando di solito, non si attende (abbiamo perso la capacità di aspettare?!) … non so spiegare meglio.
Il senso sono la forza e l’emozione, il credo che metto nelle azioni (per citare Emerson) che ritorna, imperativo categorico, a plasmare la mia quotidiana ricerca del senso, del sistema che funzioni, dell’efficacia … della qualità a 360 gradi coniugata. Ecco ciò che m’ha lasciato questo “viaggio” attraverso un tradimento, il vostro, attraverso la scoperta di due Anime, di due Persone della “mia” Terra.
Ma andiamo per ordine: dalla fine!
Come un taglio di Fontana sulla tela, così mi ha inciso lo stomaco e poi su, sino al cuore, quella frase di Luca “la certezza che all’estero le opportunità di dare un senso alla propria vita sono maggiori”. Mi sono chiesta perché … perché dovesse un giovane tornare in patria con l’amarezza dentro e la tristezza fuori quando gli si tuffano negli occhi il quartiere, i tassisti, i soliti (ig)noti che s’avvedono all’aeroporto anche se un pò in ritardo di non trovarsi di fronte a turisti ma a conterranei. Non so perché, forse sarà l’amore sì, che mi lega alla mia terra … e il senso di appartenenza forte all’Umanità. Il senso di appartenenza, perché c’è uns enso in questa nostra terra e lo scopri quando “muori”, in senso lato, cioè quando la lasci, o quando vi ritorni come se fossi stato su Marte ed invece sei (solo) stato a Kyoto o a New York … e ti chiedi erché qui quelle opportunità manchino.
Qui, a Napoli, per gradire, mancano perché quel sensemaking in realtà non è making: forse nemmeno ce lo si chiede il senso quale sia e dove sia … noi napoletani siamo troppo presi dal “tirare a campare”, a pensare al presente “vid ‘o ciel che te mena” mentre, voi ce lo avete scritto, “in Giappone quando fanno una cosa pensano al futuro” … noi no. E lì non si sta ad attendere nell’incertezza o nella precarietà, ma ci si “organizza”, nell’accezione principale del termine. E l’organizzazione si fonda sulle regole, sulla qualità dei legami, dei “link” (ti confesso, Vincenzo, che ho sorriso quando per la prima volta hai mutuato questo termine informatico per descrivere un “legame” umano … ma mò che ci penso preferisco il tuo link a questa mia pessima espressione :-)).
Rispetto, il “peso del rispetto”. Quel rispetto che da noi viene a mancare a meno che tu non appartenga al “Sistema”.
Sistema è invece ben altro dall’accezione che qui attribuiamo al termine (Gomorra docet, mi si perdoni il riferimento a vicende poco edificanti ma quanto mai reali e vicinissime).
Eppure ci sono da noi menti eccelse, e ce ne sono state di Persone che la nostra terra ha partorito, ma le menti da sole non bastano. Convengo, cari Vincenzo e Luca, “la priorità va assegnata all’ambiente, alle relazioni con i colleghi, alla qualità della struttura”.
Titti il senso? Dove sta il senso di questo diario? E ritorna la domanda.
A tratti un déjà vu: Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. Anche lì un viaggio, anché lì il padre e il figlio, anche lì una trama da superficie, un diario “appunto”.
Ma “le parole sono pellicola su acqua profonda” diceva Wittegenstein, e qui a profondità sta nel senso: per serendipity l’ho scovato. Sentirsi parte di un’unica struttura … ma sentirsene responsabili. Ne rispetto e nella ricerca costante tesa al bene comune. Una sola parola mi viene come allegoria, “sakura“: ecco come descrivo tutti e ciascuno di noi, da soli, mente illuminata o no, non si è nulla. In un sistema complesso ma organizzato nel rispetto e nella competizione sana puntando alla ricerca con l’efficacia a fare da scudo. E allora è na kapata ravvedersi che occorerebbe pensare l’occasione: quel kairòs, quel momento opportuno in cui intraprendere un’azione, quel momento opportuno che hai colto tu Vincenzo quando hai inviato il tuo primo link chiosando … “se son rose fioriranno”, quel momento in cui hai scelto, con Luca complice, di “partorire” a quattro mani quest’avventura di parole. “Fare le cose con le parole”, appunto, oltre che f”arle per bene perché è cosi che si fa”.
Il senso Titti? … Eccolo ancora … E lo esprimo con il meglio che la lingua delle origini ci abbia lasciato: la “metis“, il fiuto che hai avuto. Nello scoprire cioé i fattori portanti: organizzazione, efficacia relazioni.
E qui cnclud capovolgendo un punto di vista (a una matematica napoletana – viva – come me si puà perdonare?): ma ci pensate al Dna senza il contributo del “trascrittoma” Rna? Dovremmo imparare dall’ambiente che ci nutre, che ci ha trasformati da embrioni in Uomini.
Domani a pranzo preparerò per la prima vlta il ramen … la ricetta l’ho scovata in calce ad un diario … E’naKapata!!!
Tomo, Bombaci
Gianni Tomo: Un libro da leggere tutto d’un fiato, un racconto fatto di tanta cultura e che accompagna il lettore verso tante riflessioni …
Leggi l’intera recensione su Il Denaro
Gianni Bombaci: Enakapata è stato per me un vero e proprio coup de foudre, libro di un viaggio da Secondigliano a Tokyo e al Riken, istituto di ricerca tra i più importanti del mondo, attraverso alcune stazioni: da quella del genoma dell’ape che, come afferma il pluricitato Piero Carninci, è “l’insetto più sociale che esista”, alla “fermata” degli RNA, produttori di proteine, e poi la trascrizione dei geni, Franco Nori, il Kabuki, le dimensioni delle camere d’albergo e delle case a Tokio che “Andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo dato che tutti e sette i nani non ci vanno”, la numerazione dei piani delle case (il piano terra in Giappone si chiama primo, come a Messina), il papà di Vincenzo, il premio nobel Noyori, il caffè dalle ragazze, i terremoti che sono all’ordine del giorno (e della notte), la differenziazione della monnezza, gli effetti opposti che si ottengono chiedendo quattro cappuccini e un tè, se ci aiuta, per farsi capire, con le dita.
Il racconto adotta lo stile del diario, con l’innovazione del duo, quasi musicale, attraverso un dialogo non solo generazionale ma innestato su diversi approcci stilistici, direi quasi differenti poetiche e diversi retroterra, dei due scrittori (tra l’altro padre e figlio), che trovano nel libro una mirabile sintesi e costanti punti di incontro e di confronto.
Questo diario (come due vite parallele) si fonda sul viaggio (altro genere che ha attraversato metà della letteratura conosciuta). Qui verrebbe facile parlare dei grandi scrittori che hanno percorso questo luogo letterario. Da Omero fino a Calvino, attraverso Stendhal, Salgari, due grandi bugiardi gli ultimi due, il primo per omissioni crescenti, il secondo perché ha fatto conoscere a più di una generazione le avventure di mondi abbastanza sconosciuti, senza mai alzarsi dalla scrivania. Viaggiatori totali comunque.
Ma cos’è il viaggio? Il procedere “turisticamente” con la guida con la bandierina (o altro) visibile in alto, il seguire libretti turistici, che probabilmente mai si seguirebbero nella propria città o nel proprio paese, o è il soffermarsi sulle sensazioni, sull’osservazione stupefatta, “natale” oserei dire, sulla meraviglia spesso non spiegata (e che non si tenta neppure di spiegare, pena l’annullamento del viaggio stesso)? Cos’è che fa la differenza tra viaggiatore e turista?
Il viaggio di Enakapata si muove su tre piani principali: gli incontri scientifici e di ricerca con grandi ricercatori e scienziati giapponesi e italo-giapponesi (se così si può dire), il dialogo costante tra due generazioni (padre e figlio, talvolta in filigrana, tal’altra in netta evidenza), il percorrere un terreno assolutamente sconosciuto (il vero viaggio!), senza lingua e senza cibo amico. Con il principe De Curtis come nume tutelare e saldo riferimento culturale.
Ma il viaggio in due con l’uso di una tastiera a quattro mani non è esercizio usuale e usato. Mi sbaglierò di certo, ma non riesco a trovare precedenti in letteratura.
Addirittura nel libro appare una facilitazione (ad usum lettore) “semeiotica”, non subito, nelle premesse napoletane, ma dopo, quando i due arrivano in Giappone: Vincenzo (il padre) inizia le sue considerazioni cronologico-diaristiche con l’uso costante del procedere “europeo-italico”; Luca (il figlio) le fa precedere da caratteri giapponesi (kanji).
Un viaggio vero, non quello turistico, è fatto di richiami, non nostalgie. E che richiami!
Pag. 40: Ricomincio da tre …”L’appuntamento era al bar di Don Peppe “testolina”, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola”. Pensate: dettagli, personaggi, nomi e cognomi. “Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare , Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà, e non smette fino a quando l’amico non scende.”
Il viaggio a due è fatto (e che viaggio vero!) di ansie unilaterali e senza davvero ombra di senilità precoce generazionale. Due pagine di poesia pura intitolate “Una domenica bestiale”. Vincenzo e Luca si lasciano con, a detta del padre, la promessa da parte di Luca di farsi vivo al ritorno a casa sua (i due vivono separati a Tokio per la scelta, correttissima, di non mischiare lavoro (di Vincenzo) e svago (di Luca) . Luca non mantiene, a detta del padre, la promessa.
“Mi sento con Valerio Orlando. Lo incontrerò al mio ritorno. L’Inter gioca contro il Palermo. Ma Luca non si fa vivo. Mi ripeto un minuto e un altro pure che è adulto e vaccinato. Che posso tranquillamente seguire la partita e poi andarmene a letto. Ma rimane il fatto che si sarebbe fatto vivo per il ritorno. Che è una persona affidabile. Che mi conosce”.
Jazz, scrittura sincopata!
“Tergiverso ancora un po’. Poi mi dirigo verso casa di Luca.
E’ passata la mezzanotte ma lungo la strada che collega Wako a Narimasu, qui alla periferia di Tokio, incontro una ragazzina di 16-17 anni che torna tranquilla a casa. Due o tre persone anziane che vanno in bicicletta. Tanti giovani di varia età fuori dai locali e per la strada. Lo so che anche in Giappone non mancano problemi, tensioni, contraddizioni. Ma mi viene un po’ tanto il magone a pensare a casa Italia. Ai luoghi comuni, alle ansie, ai pregiudizi che siamo riusciti ad addensare alla voce “sicurezza”.
Vincenzo arriva, dopo considerazioni politico-tranquillizzanti, a casa di Luca. “Busso. Non risponde. Busso e chiamo. Niente. Lo faccio ancora. Il cuore in gola. La porta si apre. Mi guarda. Mi dice “sei incredibile”.
E Luca figlio, sulla sua tastiera di pianoforte-diario annota “Torno a casa e scopro che è saltata la connessione,
“Miii! Non ci posso credere”, deve essere un avvenimento storico. Dovevo sentirmi con papà su Skype, se ne parla domani. Per stasera non mi resta che dormire. E’ passata da poco la mezzanotte quando bussano. Ci metto un po’ a svegliarmi, apro ancora mezzo addormentato, tutto bene, è papà. Non sentendomi mi aveva dato per disperso. Non importa quanti anni hai, che tipo sei, se hai viaggiato o no. I genitori sono apprensivi di natura.”
Jazz, poesia, interplay: ecco il libro Enakapata.
“Proviamo a suonare solo le note necessarie” dice Joao Gilberto in un dialogo con Enrico Rava nelle notti newyorkesi dei primi anni settanta; proviamo a togliere peso alle parole, come ha fatto per una vita intera Italo Calvino. E aggiunge Luca “ci abbiamo provato con tutte le nostre forze. A suonare solo le note necessarie. A togliere peso al racconto.”
Ce l’hanno fatta davvero, Luca e Vincenzo. Cento racconti possono nascere da questo libro, con le sole note necessarie richiamate da Joao, con il “napoletano” in salsa giapponese minimalista.
Titti and me
L’arbitro aveva dato il fischio di inizio già da qualche minuto (a proposito, abbiamo avuto ragione io – quando una squadra supera le semifinali pareggiando al 93° poi vince la coppa – e Mou – Manchester sicuro finalista ma la coppa è della vincente tra Chelsea e Barcellona – ) quando ho scritto a Titti Cimmino via Facebook “mi mandi qualche riga su enakapata?, naturalmente quando finisci di leggerlo. e se ne hai voglia. un saluto affettuoso. a prescindere”.
Dopo pochi minuti la risposta, che ho letto solo stamattina nonostante sia riuscito a perdermi la diretta del primo gol del Barca.
“Ciao Vincenzo, a prescindere, ti avrei scritto qualche riga. E sarà fatto.
E’ un NonDiario … la prima “capata” è stata la foto sulla prima di copertina: è stato come sfondarmi l’immaginazione … uno stare al di quà di quelle vetrate che mi spingeva di là.. e il desiderio è stato di affacciarmi sul Centro Direzionale … poi, sforzandomi e forzando l’immaginazione a farsi reale, ho visto che al di là c’era un altro mondo … un Altrove .. .quell’Oriente che stiamo lasciando nella corsa affannosa (verso dove cosa?) e nella razionalità dei conteggi (di link e denaro e di popolarità) fatti di somme (mentre dovremmo sottrarre) senza accorgerci che al tavolo c’è Chi a tempo debito “farà Banco”.
E per serendipity ho trovato in quel nonDiario qualcosa che non riesco ancora a decifrare ma che “mi chiama” … continuo il mio “viaggio” tra le vostre pagine … Un diario fatto di pagine scritte talvolta a distanza di molti mesi. Pagine che come calamita mi costringono ad entrare in ogni periodo, ogni parola … forse a voler cercare il “sistema organizzativo”, forse a voler ostinatamente scoprire ciò che invece viene da sè … per serendipitty.
ti scriverò presto. un caro saluto a te.
Titti
Cosa aggiungere ancora?
Che già così mi sembra bello e incredibile. Così come mi sembra incredibile che persone che ancora non ho conosciuto “realmente” siano così gentili e disponibili. Persone come Titti. O come Giorgio Fontana. Che ha pensato e organizzato la presentazione di Enakapata a Torino. Di Giorgio vi racconterò presto. Per adesso grazie di cuore Titti.
Come ti erudisco il pupo
Tutto è cominciato con la ricerca diretta da Salvatore Casillo, Ordinario di Sociologia Industriale all’Università di Salerno e Direttore del Centro Studi sul Falso.La ricerca è poi diventata un volume, autori lo stesso Casillo, Sabato Aliberti e il sottoscritto, edito da Ediesse, che porta alla luce incongruenze, errori, furbizie, favoritismi e perversioni che caratterizzano l’Università italiana e offre elementi utili per individuare linee e regole serie, il più possibile condivise, di riprogettazione degli studi universitari (cliccate sulla copertina per leggere la scheda).
Infine il blog. L’idea di considerare le cose scritte un punto di partenza per continuare a discutere, a più voci, da più punti di vista, di università telematiche e di apprendimento online. L’auspicio che tutto questo possa rilevarsi di una qualche utilità, incontrare l’interesse e la voglia di interagire di coloro che intorno a questi temi lavorano, innovano, sperimentano.
Frame 22. Questioni di sensemaking
Diversamente dai poeti, dai giullari e dai filosofi, ai quali è dato concludere i loro racconti evocando l’allegoria, la sfida, il caso, la vertigine , approssimandoci alla meta proveremo a dare ordine logico, senso, alle idee, ai concetti, alle esperienze, alle relazioni, fin qui descritte e analizzate.
Cercheremo di farlo avendo alle spalle la serena consapevolezza che i pensieri, poco o tanto che costino, si pagano sempre con il coraggio ; che la razionalità con la quale operiamo scelte e assumiamo decisioni è limitata e che dunque l’incongruenza, l’incompletezza, l’errore sono sempre in agguato; che a una stessa domanda possono essere date per definizione più risposte giuste e che ciò fa semplicemente piazza pulita di qualunque pretesa di detenere il monopolio della verità. E avendo innanzi l’obiettivo di attivare un processo che è riflessivo, sociale, istitutivo di ambienti sensati, continuo.
Questioni di sensemaking, insomma. Che nel caso specifico possono essere indagate a partire dalle caratteristiche che, dal versante metodologico e dei contenuti, è utile abbiano i processi di apprendimento che utilizzano le nuove tecnologie dell’informazione per: i) risultare davvero efficaci; ii) aggiungere valore e qualità al nostro sistema educativo e formativo, quello universitario in primo luogo; iii) offrire a più ampie fasce di cittadini l’opportunità di accedere all’istruzione universitaria.
Si può cominciare sottolineando come persino in un mondo come quello attuale, dove, nel bene e nel male, tutto sembra diventato possibile, chiunque avesse avvertito il dovere o la necessità, avuto l’in-teresse o la voglia di guardare a quanto stava accadendo in Europa e nel mondo, o anche solo di leggere i documenti ufficiali prodotti, avrebbe dovuto senza troppe difficoltà rendersi conto che non si trattava di favorire la nascita di 10, 100, 1.000 Università esclusivamente telematiche o di immaginare che il futuro sarebbe stato assicurato dalla standardizzazione dei learning objects.
È possibile che – come si usa dire nella tradizione popolare riferendosi a più pruriginose e meno scottanti vicende – lo sapessero tutti tranne chi lo doveva sapere, nella fattispecie l’allora ministro con annessa maggioranza di governo? Difficile da credere. Più verosimilmente, se si vuole davvero comprendere ciò che è avvenuto, è utile connettere le scelte che sono state fatte con gli effettivi interessi che si è inteso privilegiare, che nel caso specifico non sono stati né quelli istituzionali, relativi cioè al sistema Università e al sistema Paese, né, tanto meno, quelli di coloro che nell’Università studiano o lavorano.
Sta di fatto che in un Paese come il nostro, che per ciò che riguarda l’e-learning non vanta certo una tradizione particolarmente significativa né sul terreno dell’internazionalizzazione (il fatto che al momento in cui scriviamo ancora nessuna Università italiana partecipi ad esperienze consortili di dimensione internazionale sul modello open university precedentemente descritto suggerisce a questo proposito qualcosa di sicuramente significativo), né su quello della propensione agli investimenti, né su quello della capacità di innovazione, una scelta così dichiaratamente sbagliata sul terreno delle strategie non poteva che avere conseguenze pesantemente negative.
Di certo non a caso il processo di crescita non ha riguardato né la qualità delle attività né quella dell’offerta formativa ma soltanto il numero di Università telematiche autorizzate ad operare sulla base del famigerato d.i. del 2003 che in un solo anno ha fatto sì che esse fossero quasi triplicate.
Dato questo contesto, la possibilità di invertire l’ago della bussola, di cambiare la tendenza, è più che mai legata alla volontà, capacità, determinazione di stare in campo, di provare a vincere una partita difficile, che si gioca a più livelli, a partire da quello legislativo, indispensabile per riparare alle storture più profonde introdotte dal decreto.
Ciò detto, si può aggiungere che, tra le mosse necessarie per giocare al meglio la partita, le quattro che seguono sono quelle alle quali a nostro avviso sarebbe utile assegnare una priorità.
La prima mossa si riferisce alle strategie e andrebbe orientata, come ripetutamente richiesto da più parti, dalla Conferenza dei Rettori in primo luogo, alla definizione di una via italiana all’e-learning che, sul modello delle open universities definisca standard condivisi di qualità, realizzi una mappatura delle esperienze in atto, individui tempi e percorsi credibili di inserimento, sostenga lo sviluppo di esperienze di cooperazione e di scambio, diffonda buone pratiche, stabilisca relazioni con le analoghe esperienze avviate negli USA e in Gran Bretagna. Diciotto mesi di lavoro e una struttura articolata a tre livelli (un’apposita direzione del MIUR incaricata di coordinare le attività; una cabina di pilotaggio con le rappresentanze di tutti i soggetti interessati, dai rettori agli studenti, passando per i fondi interprofessionali e le organizzazioni sindacali e datoriali; una task force con i rappresentanti delle esperienze più avanzate a livello nazionale, europeo e mondiale) per un progetto destinato a cambiare il futuro dell’apprendimento, non solo a distanza.
La seconda mossa si riferisce alle scelte metodologiche e punta sul Web come risorsa fondamentale intorno alla quale articolare i processi di apprendimento a distanza, in primo luogo in ambito universitario.
Il messaggio in questo caso è: Web, sempre Web, fortissimamente Web. Che naturalmente non vuol dire esclusivamente Web, dato che il suo utilizzo è assolutamente compatibile non solo con i percorsi di apprendimento in modalità blended, ma anche con i più tradizionali corsi in aula.
Molti fattori concorrono a nostro avviso a fare del Web la piattaforma pour excellence per persone di ogni età, sesso, condizione sociale, alle prese con la necessità di imparare a scuola, all’Università, per tutto l’arco della propria vita.
Tra essi almeno tre meritano di essere segnalati: i) il Web è una piattaforma che connette le persone, le rende nodi attivi della rete, valorizza le loro idee, le loro storie, il loro potenziale ed è dunque particolarmente indicata in una fase in cui, come abbiamo visto, i processi di apprendimento non sono attivati solo dalle risorse di conoscenza messe a disposizione dei discenti ma anche, soprattutto, dalle attività che questi ultimi svolgono per risolvere problemi e dal contesto sociale e lavorativo nel quale essi si collocano; ii) il Web è una piattaforma sempre aggiornata, raggiungibile sempre più velocemente e con un numero sempre maggiore di «periferiche» (telefoni, computer, TV, ecc.), sempre più a misura delle esigenze degli utilizzatori, gli unici a determinare il successo o il fallimento delle nuove applicazioni; iii) le applicazioni del Web 2.0, con la loro capacità di favorire le interazioni e le relazioni, di sviluppare i processi di condivisione e di collaborazione a distanza, rappresentano una naturale interfaccia per processi e percorsi di apprendimento nei quali la capacità di gestire informazioni e conoscenze, di connettersi con le persone e l’ambiente diventa una caratteristica sempre più fondamentale.
La terza mossa si riferisce alla realizzazione di un programma orientato a sviluppare le effettive capacità delle persone di usare le tecnologie, le risorse, gli strumenti, i contenuti oggi disponibili e a sostenere la voglia di conoscere, comunicare, partecipare delle persone di ogni età, cultura, genere, ceto sociale.
L’idea è che per questa via sia possibile avviare uno straordinario processo di inclusione sociale, di ottimizzazione di sistema, di diffusione di ambienti attivati nei quali quando si parla di tecnologia ci si riferisce non solo a un insieme di macchine inanimate ma anche alla capacità umana di usarle, governarle, sfruttarne al meglio le potenzialità.
Per quanto riguarda più specificamente i processi di inclusione si tratta di: i) motivare le persone e dare valore alle opportunità loro offerte dalle nuove tecnologie della conoscenza; ii) fornire loro gli strumenti e le competenze necessarie a utilizzarle in maniera adeguata; iii) sostenere lo sviluppo di reti e relazioni tra persone.
Per ciò che si riferisce invece ai bisogni di ottimizzazione basta sottolineare che le scarsa capacità dei 6,7 milioni di lavoratori classificabili come utilizzatori generici di strumenti di informatica di utilizzare in maniera adeguata le tecnologie dell’informazione si traduce in una perdita ogni anno in Italia di 15,6 miliardi di euro . Il dato è emerso da una ricerca condotta da AICA e SDA Bocconi e a propria volta realizzata sulla base di un’indagine realizzata dal-l’Istituto Nazionale di Statistica della Norvegia dalla quale risulta che ciascun utente non esperto di computer perde 171 minuti a settimana (38 per aiutare i colleghi in difficoltà con il PC, 22 per problemi di stampa, altrettanti in attesa di aiuto, 14 in manovre errate d’accesso ai data base, 13 per tentativi impropri di accesso a Internet, 12 e 11 per problemi legati rispettivamente all’uso maldestro dell’e-mail e dei programmi di elaborazione testi e 6 per problemi legati ai virus informatici) che moltiplicati per i 6,7 milioni suddetti produce un monte ore complessivo il cui costo totale è stato stimato per l’appunto in 15,6 miliardi di euro).
La quarta mossa prevede infine di definire un criterio di urgenza nell’allocazione delle risorse, da quelle, più ingenti, europee, a quelle nazionali e locali, e di assegnare ai tre punti precedenti un carattere di priorità (affinché la faccenda non appaia ancora più impervia di quella che è ed avere un ordine di grandezza al quale riferirsi è utile ricordare che negli anni che vanno dal 2000 al 2004 la sola Unione europea ha stanziato per progetti di formazione relativi ai diversi assi di propria competenza, 11,6 miliardi di euro).
Concludendo, si può dire che si tratta di rendere visibile il «filo della conoscenza» che permette di migliorare la nostra capacità di imparare, comunicare, comprendere, lavorare per tutto il corso della vita; di avere più opportunità ed essere meno esposti all’incer-tezza che ci assale ogni qual volta le cose intorno a noi cambiano, e con esse cambia il mondo al quale siamo abituati; di valorizzare la capacità individuale di arricchire quanto diversamente appreso e di personalizzarlo in base ai contesti effettivi di vita e di lavoro; di limitare i rischi di dispersione del nostro capitale culturale; di essere consapevoli che le risorse educative diventano attive nel processo di apprendimento nel momento in cui diventano gli arnesi che permettono ai discenti di fare (costruire) qualcosa di utile.
In definitiva, è la corrispondenza tra processi educativi e capacità di rispondere alla domanda reale delle persone, ai loro concreti bisogni nello studio, nel lavoro, nella vita, a fare la differenza, a determinare l’efficacia del processo. C’è bisogno per questo di forti motivazioni, chiarezza degli obiettivi, rigore metodologico, elevata qualità dei percorsi di apprendimento, consapevolezza che la stessa formazione universitaria non è più «il» punto di arrivo, integrabile al massimo con il Master o il Corso di Specializzazione, ma una tappa, per quanto importante, di una via all’apprendimento che siamo impegnati a percorrere per tutta la vita.
In questa direzione occorrerà probabilmente indirizzare gli sforzi futuri.
Frame 21. Casa Italia: come buttare l’acqua sporca e salvare il pupo
Perché negarlo? Se si guarda a ciò che accade in Italia, alla qualità di larga parte delle esperienze fin qui realizzate e dei risultati ottenuti in materia di e-learning è più facile essere presi dallo scoramento che dall’entusiasmo. Non toglie evidenza a questo semplice dato di fatto né la certezza che, come abbiamo visto, neanche nel resto del mondo mancano difficoltà e problemi, né la consapevolezza che anche nel nostro Paese esistono buone pratiche e sperimentazioni interessanti .
La questione è che le buone pratiche che pure qua e là si stanno realizzando sono sconosciute ai più e si disperdono in un universo caotico di «esperienze fai da te» troppo spesso sconnesse le une dalle altre.
L’e-learning italiano non ha ancora un cuore, un’anima. Fa fatica a fare sistema, ad abbandonare l’idea delle conoscenze organizzate in discipline e compresse in forme rigide, gerarchizzate, standardizzate, a passare da una concezione dell’apprendimento fondata sull’in-formazione ad una fondata sulla conoscenza, a sviluppare approcci cognitivi creativi, molteplici, differenziati, in grado di innalzare il livello delle motivazioni e delle aspettative di docenti e studenti.
Assieme alla difficoltà di fondo derivanti dall’essere approdato all’e-learning sulla base di un approccio prettamente tecnologico (per troppo tempo la discussione ha riguardato il tipo di piattaforma da adottare e ciò ha fatto sì che in molte Università convivessero una piattaforma «ufficiale» e altre legate a esperienze dei singoli Dipartimenti, Corsi di Laurea, ecc.), l’Italia paga la limitatezza degli incentivi morali, professionali, economici messi a disposizione dei docenti, gli scarsi investimenti in formazione e la conseguente difficoltà di reperire tra gli stessi docenti le competenze professionali necessarie a uno sviluppo davvero innovativo dei processi formativi a distanza, la mancata definizione di strutture di controllo organizzate sulla base di sistemi di competenze di livello alto.
Se questa è la situazione, di per sé oggettivamente poco felice, a livello generale, lo stato dell’arte si fa addirittura drammatico quando si guarda alle quattro Università che, nell’anno accademico 2005/2006, sulla base di quanto previsto dal d.i. del 17 aprile 2003, potevano definirsi telematiche.
Di certo non a caso, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), nella sua delibera relativa all’attivazione e al riconoscimento di tali Università telematiche, dopo aver espresso «una netta contrarietà all’inserimento nel sistema universitario italiano di un canale parallelo che, non opportunamente disciplinato, potrebbe condurre a una proliferazione di soggetti mossi da prevalenti interessi economico-commerciali» e aver sottolineato che «non appare infine chiara la normativa sul ruolo dei docenti all’interno del nuovo contesto didattico, né quella relativa ai criteri di valutazione della qualità e alla individuazione dei soggetti chiamati ad esprimersi sul punto» ritiene necessario, in riferimento a quelli che definisce «altri aspetti più squisitamente tecnici», redigere uno specifico allegato, di seguito integralmente riportato, nel quale si sottolinea che:
Il decreto interministeriale del 17 aprile 2003 concernente la definizione di criteri e procedure per l’accreditamento dei corsi di studio a distanza delle università è già stato oggetto di considerazione da parte della CRUI in un comunicato dove si indicava nel modello delle open universities britanniche un riferimento da privilegiare per dare attuazione alle innovazioni contenute nel testo. La proposta allora formulata si ispirava alla necessità di predisporre delle iniziative di cambiamento capaci di coinvolgere organicamente l’intero panorama universitario evitando di allestire interventi episodici confinati a realtà isolate del sistema. Due elementi meritano particolare attenzione e garantiscono il buon funzionamento del sistema: l’integrazione tra didattica e ricerca e il rispetto di requisiti minimi per tutte le università. Tale posizione, che tuttora anima il parere della Conferenza, viene rinnovata in questo documento e affiancata da una ricognizione sugli aspetti maggiormente problematici del decreto offrendo, nel contempo, elementi di riflessione e linee guida per tracciare un efficace percorso attuativo da intraprendere.
1. In primo luogo è da rimarcare l’assenza nel decreto di un richiamo alla questione del digital divide, ovvero al problema dell’alfabetizzazio-ne informatica e dell’accessibilità delle nuove tecnologie, al quale la Conferenza assegna invece una rilevanza prioritaria considerandolo sovraordinato all’esigenza di definire criteri di accreditamento. Va riconosciuta la necessità di approntare misure per facilitare, incentivare e promuovere l’utilizzo di strumenti informatici raccogliendo, in tal senso, l’invito diffuso dalla stessa Comunità Europea.
2. Si sottolinea l’opportunità di pervenire ad un’appropriata distinzione tra i significati di formazione a distanza – sufficientemente chiarita nel decreto (art. 3) – e apprendimento mediato da tecnologie telematiche, non di rado erroneamente assimilato alla prima. Infatti, i corsi a distanza vengono tradizionalmente predisposti per fronteggiare problemi di rigidità spaziale e temporale mentre l’impiego delle tecnologie basate sulla rete trova applicazione laddove emergono esigenze di flessibilità, personalizzazione e individualizzazione della didattica in un contesto dove l’interattività dei soggetti coinvolti diviene l’elemen-to portante del processo di apprendimento. Il richiamo all’interattività umana (art. 3) costituisce un aspetto irrinunciabile del programma d’azione e va realizzato attraverso il supporto di personale specificamente qualificato il cui ruolo, tuttavia, difetta di visibilità nell’econo-mia del decreto.
3. L’art. 4 del decreto, che regola l’attivazione dei corsi, fa esplicito riferimento sia ad università statali e non statali sia ad università telematiche, senza tuttavia chiarire i criteri di accreditamento di queste ultime. In particolare, è opportuno specificare se i requisiti finora adottati per l’istituzione delle università siano da estendere anche alle nuove università telematiche o se, al contrario, queste saranno oggetto di diverse regolamentazioni.
4. La CRUI propone inoltre di contribuire alle attività del Comitato di esperti (art. 5) delegando propri rappresentanti per poter interagire con i membri designati dai Ministeri competenti al fine di definire criteri di accreditamento dei soggetti erogatori di formazione on line e dei corsi universitari.
5. Per ciò che attiene alle tecnologie menzionate per l’implementazione del progetto (art. 2.1 dell’allegato tecnico del decreto), si ritiene inopportuno confinare la disponibilità degli strumenti utilizzabili entro un insieme predefinito, alla luce sia del rapido processo di obsolescenza cui sono sottoposte le risorse oggi in uso sia della incessante evoluzione di quelle in divenire. A fronte di un’eccessiva attenzione nei confronti degli aspetti tecnologici si devono registrare le lacune inerenti la gestione dei materiali e il controllo della loro qualità, la scalabilità delle risorse impiegate, le attività di tutoring e mentoring.
6. A partire da un’esigenza di chiarificazione generale in merito al ruolo di tutti i soggetti coinvolti, si pone in particolare la necessità di sgombrare il campo da equivoci in riferimento alle modalità che i Ministeri competenti intendono adottare per rapportarsi al mondo dell’univer-sità e delle comunità scientifiche di settore. Le disposizioni emanate non affrontano gli aspetti relativi ai criteri con cui gli esperti vengono nominati né chiariscono i requisiti che essi devono possedere (art. 5). In accordo ad una corretta logica di valutazione dei processi, preme inoltre ribadire l’opportunità di assegnare la fase di controllo ad organismi terzi, indipendenti e a loro volta accreditati. Un’incognita non trascurabile che pesa sull’impianto del decreto risiede infine nell’assenza di riferimenti alla disponibilità e reperibilità delle risorse finanziarie .
Cosa aggiungere ancora? Che tutto ciò conferisce semplicemente un alone di prevedibilità ai numerosi buchi neri che ad oggi costellano i cieli dell’Università telematica italiana e che si è cercato di rappresentare il più fedelmente possibile nel corso del primo capitolo di questa parte della ricerca. Che il lavoro di Salvatore Casillo e Sabato Aliberti fornisce, a chiunque abbia una qualche ragione, motivazione, interesse per rendersene conto, numerosi, significativi, argomenti a favore della tesi che siamo di fronte a un errore, che ci ostiniamo a pensare non irreversibile, di sistema. E che a riprova di ciò può essere citato, un esempio per tutti, lo scarso interesse suscitato dalla delibera della CRUI con annesso allegato appena citato e che invece, come si avrà modo di approfondire di qui a poco, conteneva alcune indicazioni che sarebbe stato assai utile tenere da conto.
Frame 20. L’università ci piace open
Si chiama OpenCourseWare Consortium l’iniziativa che sta riscontrando uno straordinario successo promossa dal mitico Massachusetts Institute of Technology (MIT) e che può essere a giusta ragione considerata una evoluzione del progetto OCW promosso nel 1999 da MIT e Sloan School of Management e sostenuto finanziariamente da «William and Flora Hewlett Foundation», da «Andrew W. Mellon Foundation» e dallo stesso MIT.
Nel solco di una concezione che ritiene che il sapere sia di tutti e che tutti debbano potervi avere libero accesso, di una missione mirata a rafforzare le competenze professionali di chiunque nel mondo attraverso corsi di formazione avanzati a distanza e di un approccio metodologico condiviso, il progetto OpenCourseWare permette agli utenti di tutto il mondo, senza distinzione di accesso tra docenti e discenti, di accedere via Web a contenuti, materiali e percorsi didattici strutturati in corsi sia universitari che di formazione continua che, anche se non forniscono alcun tipo di certificazione, debbono essere, per far parte del progetto, disponibili gratuitamente, di comprovata qualità, utilizzabili, adattabili, scalabili secondo le logiche dell’open source e della normativa SCORM.
Content partner del progetto sono il Consorzio Universia, che raggruppa Università e colleges di America Latina, Spagna e Portogallo; le Università e gli Istituti di alta formazione aderenti al Consorzio China Open Resources for Education (CORE), il Center for Open and Sustainable Learning (COSL) dell’Instructional Technology Department dell’Università dello Utah State.
Ad oggi aderiscono al progetto Università di 16 Paesi (Arabia Saudita, Austria, Canada, Cina, Colombia, Francia, Gran Bretagna, Messico, Olanda, Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Sud Africa, Tailandia, Venezuela, Vietnam) , sono 14 le organizzazioni affiliate (African Virtual University, China Open Resources for Education (CORE), Chulalongkorn University, Creative Commons, Fahamu, Institute for Electronic Governance, Japan OCW Consortium, National Institute of Multimedia Education, National Programme on Technology Enhanced Learning, Opensource OpenCourseWare Prototype System, Thailand Cyber University, Universia, Vietnam OpenCourseWare, The WiderNet Project eGranary Digital Library) e 35 i dipartimenti già attivi.
Sulla stessa lunghezza d’onda si sviluppa il progetto OpenLearn promosso dalla Open University .
Strutturato su due livelli (attraverso il primo, LearningSpace, si accede ai corsi, ai materiali didattici, ai contenuti tutti liberamente utilizzabili; attraverso il secondo, LabSpace, si possono condividere e riutilizzare le diverse risorse educative disponibili), permette anche in questo caso di sviluppare il proprio sistema di relazioni e le proprie conoscenze senza vincoli spazio-temporali.
Frame 19. Colorado eLearning
Ancora le campagne sono al centro delle politiche educative e ancora l’e-learning rappresenta la modalità scelta per erogare percorsi formativi in grado di attivare processi di riequilibrio e di pari opportunità a favore di cittadini socialmente in condizione di svantaggio.
Questa volta il protagonista è il Governo del Colorado, che già nel 2001, preso atto della disparità esistente tra la qualità dell’istruzione e dunque delle opportunità a disposizione dei cittadini che vivevano nei centri maggiori e quella dei cittadini delle aree rurali, ha avviato il programma E-Learning Task Force con il compito di colmare il cultural divide che si stava determinando attraverso la creazione di un sistema di apprendimento on line in grado di rappresentare un punto di riferimento per tutte le scuole dello Stato interessate a potenziare e qualificare la propria offerta formativa.
In buona sostanza, in questo caso la scelta non è stata quella di sostituire ma bensì di integrare il sistema formativo preesistente allo scopo di: i) migliorare percorsi scolastici e formativi più deboli; ii) implementare, potenziare, qualificare i programmi scolastici; iii) sviluppare programmi di fascia alta che altrimenti assai difficilmente sarebbero stati accessibili per i ragazzi delle aree interne.
Anche se i problemi sono lontani dall’essere completamente risolti (da una ricerca condotta dallo stesso Colorado Online Learning è emerso che nei distretti con meno di 300 ragazzi – oltre un terzo dei distretti scolastici, 60 su 178, rientrano in questa fascia – l’offerta formativa non supera quella di base pari a 50 corsi, mentre in quelli con oltre 3.000 studenti – 30 distretti su 178 – i ragazzi possono disporre in media di una scelta che supera i 200 corsi) il programma Colorado Online Learning sta facendo registrare un significativo successo: al momento della rilevazione era già utilizzato da oltre la metà dei 178 distretti scolatici ed offriva oltre 60 corsi di alta qualità da integrare nell’ambito dei piani formativi dei singoli distretti.
Frame 18. Nella terra dei canguri
Australian Flexible Learning Framework: di cosa si tratta? Di un programma di sviluppo dell’e-learning finanziato dal Governo centrale australiano e dai governi locali con 15 milioni di dollari australiani all’anno e volto a sostenere programmi di educazione tecnologica e professionale nelle aree rurali e tra le fasce svantaggiate della popolazione del continente nell’ambito di una strategia che individua proprio nella possibilità di apprendere a distanza la via maestra per realizzare politiche di riequilibrio a favore delle comunità indigene delle aree rurali e dei cittadini appartenenti alle fasce socialmente svantaggiate.
Due le mosse principali attraverso le quali i promotori del programma sperano di vincere la partita: i) assicurare l’integrazione dei diversi sistemi di e-learning implementati nel corso degli anni nei singoli territori attraverso la definizione di precisi standard di riferimento; ii) realizzare una diffusa rete territoriale di strutture attrezzate con computer portatili e sistemi di video conferenza connessi con banda larga via satellite (per fare un solo esempio, ad uno di questi centri è stata assegnata la missione di trasferire agli indigeni del Queensland occidentale le conoscenze e le competenze di base dei settori minerario, delle costruzioni, dell’ingegneria).
Le priorità definite nell’ambito del programma 2006-2007 sono quattro e precisamente: i) aumentare la capacità di apprendere attraverso l’utilizzo dell’e-learning nelle aree di intervento; ii) accelerare il processo di innovazione; iii) fissare gli standard e i protocolli per i fornitori VTE (Vocational and Technical Education, Formazione Professionale e Tecnologica); iv) rafforzare, sostenere, promuovere le potenzialità della VTE attraverso l’e-learning.
Frame 17. Finlandia, Francia e Italia a confronto
Altrettanto interessanti anche se di tenore diverso sono le indicazioni che emergono dalla ricerca comparativa promossa dalla CRUI sul rapporto tra Università ed e-learning in Finlandia, Francia e Italia . Nonostante alcuni limiti metodologici, peraltro prontamente evidenziati dagli stessi autori (il numero contenuto di casi studio finlandesi che non hanno consentito un’automatica sovrapposizione tra gli aspetti rilevati nel corso della ricerca e lo stato complessivo dell’istruzione universitaria nel Paese; il processo spontaneo che ha portato ad analizzare un numero tale di esperienze in Francia e in Italia da essere sicuramente significativo dal punto di vista quantitativo senza per questo possedere i necessari requisiti di rappresentatività statistica; ecc.), tale ricerca fornisce un contributo importante alla discussione in atto intorno allo stato e al futuro dell’e-learning in Italia e in Europa.
In maniera necessariamente sintetica, i risultati principali emersi possono essere così come di seguito indicati:
1. in tutti e tre i Paesi considerati le Università hanno superato la fase degli interventi spot e stanno definendo una politica per lo sviluppo dell’e-learning (in Finlandia il 100% degli Atenei mostra di possedere un approccio e una visione strategica rispetto al tema e-learning; in Francia tale percentuale si attesta intorno al-l’80% mentre in Italia, dove però, avvertono gli autori, il processo di sviluppo dell’e-learning è stato avviato più tardi, è di poco superiore al 65%);
2. ciò non si traduce tuttavia nella condivisione di un’impostazione omogenea da parte del corpo docente e delle diverse strutture di ciascun Ateneo, dato che, tanto in Finlandia quanto in Francia e ancor più in Italia, sono il protagonismo e il dinamismo delle singole Facoltà, Dipartimenti, docenti, a segnare l’effettivo stato dell’arte;
3. in Finlandia tutti gli Atenei partecipano ad almeno un consorzio, con punte di 30 partnership dedicate ai temi delle ICT ad uso didattico; in Francia tale partecipazione viene rilevata nell’82% del totale delle Università indagate, anche grazie agli incentivi previsti a livello nazionale; in Italia è il 67% degli Atenei coinvolti a dichiarare di essere impegnato in questo tipo di iniziative, e circa il 40% di essi segnala una presenza in almeno due consorzi;
4. pressoché tutte le Università finlandesi, il 75% delle francesi e l’82% delle italiane dichiarano di avvalersi di una propria struttura interna dedicata ai temi delle ICT e dell’e-learning, ma, mentre nelle Università finlandesi tali strutture sono impegnate in una pluralità di interventi strettamente legati allo sviluppo di attività di e-learning, in quelle italiane e francesi si rilevano ancora significativi margini di potenziamento, in particolar modo per quanto riguarda il ruolo di supporto pedagogico offerto;
5. nei tre paesi l’e-learning viene considerato innanzitutto in quanto modalità utile ad integrare ed arricchire le tradizionali attività in presenza e solo secondariamente in quanto offerta didattica tout court per chi, per ragioni di lavoro, di tempo, di scelta, non può o non intende frequentare l’aula; ad essere ritenuti strategici sono non a caso l’incremento della qualità dell’apprendimento degli studenti e l’offerta di un’elevata flessibilità alle modalità di fruizione della didattica (due obiettivi di potenziamento della didattica tradizionale), mentre si dimostra molto meno significativa l’attenzione verso la domanda di formazione degli studenti lavoratori;
6. nella grande maggioranza dei casi gli Atenei esaminati non solo non ritengono, diversamente da quanto avviene nei sistemi aziendali, l’e-learning una risposta efficace alla necessità di ridurre i costi, ma si dicono convinti che l’avvio di esperienze di e-learning di buon livello richieda investimenti consistenti;
7. nella classifica degli ostacoli maggiori alla diffusione delle attività i docenti occupano un posto assolutamente decisivo, al punto da apparire più rilevanti delle stesse necessità di investimento e finanziamento; in particolare la ricerca indica come prioritarie due resistenze di carattere soggettivo (verso l’accettazione di un approccio fortemente innovativo delle modalità di insegnamento e verso la sottovalutazione delle teorie pedagogiche e dell’impor-tanza dei momenti di didattica in presenza) e tre di carattere oggettivo (il mancato riconoscimento, a livello professionale, in particolar modo in Italia e Francia, del maggiore impegno necessario per progettare, realizzare ed erogare i corsi di studio on line; i nodi irrisolti di natura giuridica in materia di copyright e di proprietà intellettuale dei materiali didattici on line; la scarsità di competenze e di figure professionali dedicate atte a garantire una offerta didattica di qualità in modalità e-learning);
8. un fattore decisivo per la diffusione dell’e-learning nella formazione di terzo livello è il coinvolgimento dei docenti che vanno assistiti nella risoluzione dei problemi tecnici connessi all’utilizzo delle tecnologie informatiche e incentivati attraverso la definizione di condizioni agevolate di acquisto di hardware e software informatico e l’erogazione di incentivi finanziari per coloro che si impegnano in attività didattiche per via telematica;
9. gli investimenti per l’on line non superano mai il 5% del budget annuale di Ateneo; più specificamente i finanziamenti statali appaiono, tanto in Finlandia quanto in Francia e in Italia, decisamente più significativi di quelli dell’Europa e delle Regioni, ma mentre in Finlandia e Francia esiste una specifica voce di spesa nazionale, in Italia sono le singole Università a destinare all’e-learning una parte delle risorse ad esse destinate dal MIUR;
10. in Finlandia gli studenti che utilizzano servizi didattici on line non sostengono ulteriori costi rispetto ai loro colleghi in aula, mentre spendono in media il 13% in più in Francia e il 17% in più in Italia;
11. aggiungendo agli Atenei che già prevedono compensi aggiuntivi per i docenti che sviluppano attività on line quelli che dichiarano di volerlo fare in un futuro prossimo venturo, risulta che circa la metà del sistema universitario sarà interessato a breve da tale pratica;
12. nelle Università dei tre Paesi l’attività di ricerca finalizzata a indagare il fenomeno e-learning è destinata a crescere in maniera significativa anche dal punto di vista quantitativo.
Frame 16. Made in GB
A novembre 2006 l’Università di Bristol, Inghilterra, ha reso noti i risultati di una ricerca («InterActive Education: Teaching and Learning in the Information Age»), durata alcuni anni, avente l’obiettivo di indagare le possibilità di utilizzo delle nuove tecnologie del-l’informazione e della comunicazione al fine di migliorare l’insegna-mento e l’apprendimento nella scuola.
Cosa hanno scoperto i ricercatori inglesi?
Che anche dopo l’avvento delle NTI gli insegnanti continuano ad avere un ruolo centrale nei processi si apprendimento dei ragazzi, indipendentemente dal livello di utilizzo delle tecnologie. E che, nonostante i massicci investimenti realizzati, oltre un miliardo di sterline, le NTI continuano ad essere utilizzate nelle scuole in modo sporadico, frammentario, senza una strategia in grado di cogliere e sviluppare appieno le straordinarie possibilità connesse al loro utilizzo e sviluppo.
Almeno tre, secondo gli autori della ricerca, le principali ragioni dell’assai deludente rapporto esistente tra investimenti realizzati e risultati conseguiti:
1. lo scarto assolutamente eccessivo tra la spesa in hardware e software (reti, computer, programmi) e la spesa in formazione necessaria a sviluppare le capacità di docenti e studenti di usare le tecnologie per comunicare e apprendere di più e meglio, ad evitare che i computer diventino una sorta di suppellettili o, nel migliore dei casi, delle macchine per scrivere o fare calcoli;
2. la scarsa confidenza, in molti casi l’ostilità, degli insegnanti con le ICT, considerate più un ostacolo che un’opportunità (ancora una volta, senza qualcuno che li aiuti ad apprendere quali sono le possibilità metodologiche e di contenuto connesse all’utilizzo delle ICT in classe sarà molto difficile invertire la tendenza);
3. la diffusa, reiterata, colpevole sottovalutazione delle opportunità connesse ai processi di apprendimento di tipo informale.
La terapia che i ricercatori di Bristol propongono per invertire la tendenza si basa sulla costruzione di reti (network), una per ogni materia scolastica, nelle quali gli insegnanti lavorino a stretto contatto con i ricercatori per disegnare e valutare progetti che introducano l’utilizzo delle NTI come strumento di apprendimento. Combinando conoscenze di ricercatori e docenti ed esigenze e interessi degli studenti sarà possibile a loro avviso cogliere le opportunità connesse all’utilizzo delle NTI, determinare proposte d’uso in sintonia con le esigenze reali della classe, rendere disponibili per il lavoro delle classi i risultati raggiunti dai diversi network di ricerca.
Frame 15. La profezia di Drucker
Il nostro viaggio alla ricerca della teoria (dell’apprendimento) perduta può trovare forse un primo, provvisorio, punto di approdo che potrebbe essere così come di seguito sintetizzato:
1) il valore della risorsa educazione è per molti aspetti il prodotto delle connessioni esistenti tra la possibilità di disporre di più strumenti, linguaggi, conoscenze, competenze, e la possibilità di vivere, con altri, una vita maggiormente degna di essere vissuta;
2) la possibilità di conoscere, apprendere, imparare, per tutto l’arco della vita, è una risorsa fondamentale per avere maggiori opportunità, per ridurre i rischi di esclusione o emarginazione, per difendere meglio i propri diritti, per partecipare in maniera più consapevole alla costruzione del discorso pubblico, per incrementare il capitale sociale disponibile;
3) la qualità del sistema educativo, la credibilità, l’autonomia, il ruolo e la funzione delle sue istituzioni ad ogni livello, le attività e il protagonismo di soggetti pubblici e privati hanno un’incidenza rilevante nella definizione di politiche che si propongano credibilmente di sostenere le persone nei loro tentativi di perseguire variegati progetti di vita e più soddisfacenti livelli di cittadinanza, e di non finire preda della coercizione occulta o palese del potere dell’informazione.
Quello dell’educazione è insomma per molte ragioni, a cominciare da quelle appena esplicitate, un compito che spetta in primo luogo a chi, ad ogni livello, ha responsabilità di governo, anche se in una visione più allargata i soggetti impegnati possono essere molteplici, dato che in definitiva ciò che conta di più è il bene pubblico, non chi lo eroga; in particolare per quanto riguarda il nostro Paese, proprio la difficoltà di cogliere appieno la stretta relazione esistente tra contenuti dell’azione politica, investimento in risorse educative, sviluppo e valorizzazione dei luoghi dell’inclusione è una delle ragioni principali per le quali non si è diffusa una cultura della ricerca e dell’innovazione. Gli imprenditori e le aziende che hanno scelto l’innovazione sono rimasti sostanzialmente degli esempi isolati; il sistema nel suo complesso e in particolare la sua parte più debole, quella meridionale, sono rimasti così fortemente penalizzati.
I dati che emergono dall’edizione 2006 dell’European Innovation Scoreboard, redatto per conto della Commissione europea dal Maastricht Economic Research Institute on Innovation and Technology (MERIT) e dell’Institute for the Protection and Security of the Citizen (JRC) e che analizza la propensione all’innovazione di 33 Paesi (i 27 UE più Croazia, Giappone, Islanda, Norvegia, Svizzera, Turchia e USA) suggeriscono a questo proposito qualcosa di sicuramente significativo.
Dalla ricerca emerge infatti che i Paesi che presentano le caratteristiche, per produzione e diffusione di conoscenza, realizzazione di applicazioni scientifiche, registrazioni di brevetti, ecc., per essere classificati come leader d’innovazione sono 6 e precisamente (in ordine di risultato): Finlandia, Svezia, Svizzera, Giappone, Danimarca e Germania. I Paesi che invece hanno adottato tecnologia e prodotto know how più degli altri, e per questo sono definiti follower d’inno-vazione sono 8: USA, Regno Unito, Islanda, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Austria e Irlanda. Ancora 8 sono i Paesi che si sono adoperati in maniera significativa per migliorarsi e precisamente: Slovenia, Cechia, Lituania, Portogallo, Polonia, Lettonia, Grecia e Bulgaria. I Paesi che invece si sono semplicemente fatti trainare sono 7: Estonia, Spagna, Italia, Malta, Ungheria, Croazia e Slovacchia. Infine sono 5 i Paesi che sono stati classificati a livello individuale: Cipro, Lussemburgo, Norvegia, Romania e Turchia.
Non solo a livello individuale o tra Paesi tradizionalmente considerati ricchi e Paesi poveri, ma anche all’interno dei nostri brulicanti e moderni Paesi permangono insomma, su diversi piani e a più livelli, differenze rilevanti – in termini di possibilità di accesso, di esigibilità dei diritti di cittadinanza, di opportunità disponibili, di capacità di difendersi dal potere o di esercitarlo – a seconda delle conoscenze, delle competenze, dei saperi, di ciascuno. Uno dei principali compiti di uno Stato sociale ridisegnato, in particolar modo ma non solo nella parte di mondo che siamo soliti definire avanzata, rimane perciò quello di garantire l’accesso alla formazione e alla conoscenza per tutto l’arco della vita.
In definitiva, vista dal versante delle istituzioni, pubbliche e private, ad ogni livello, l’importanza della risorsa educazione sta nel ruolo determinante che essa può avere nella definizione di strategie, percorsi, progetti, che mirino a fornire strumenti, alfabeti, conoscenze, in grado di sostenere le persone nei loro quotidiani sforzi per vivere da cittadini e non da sudditi, e a ridurre il rischio che la consistenza e la profondità delle trasformazioni in atto determinino nuove grandi sacche di esclusione, ulteriori consistenti fasce di popolazione ad aspettative ristrette. Vista dal versante delle persone, la possibilità di imparare per tutto l’arco della vita ha invece, tra i suoi tanti e significativi vantaggi, quello di essere la principale risorsa che ciascuno di noi ha a disposizione per acquisire le capacità critiche necessarie a selezionare le diverse informazioni e per avere più opportunità ai tavoli della socialità, del lavoro, dello studio, del divertimento, e dunque della vita.
L’idea è insomma che in una società un po’ più giusta o anche solo meno ingiusta le persone possano ragionevolmente e con consapevolezza pensare di essere perché imparano e che su questo terreno sia possibile determinare convergenze significative tra soggetti e interessi diversi.
Dal versante del lavoro, ad esempio, conoscere di più significa avere più diritti e maggiore capacità di tutelare quelli acquisiti, essere più liberi, migliorare la propria occupabilità, lavorare con maggiore soddisfazione. Dal versante dell’impresa, poter contare su lavoratori più scolarizzati e professionalizzati è un fattore competitivo sempre più determinante, in particolar modo per quelle imprese che puntano sull’innovazione, sulla qualità di processo e di prodotto. Dal versante istituzionale (Unione Europea, governi nazionali, Länder, regioni, distretti, ecc.), mettere in atto politiche per la diffusione della conoscenza vuol dire aumentare la competitività dei sistemi territoriali e locali nel loro complesso, definire sistemi di protezione sociale più innovativi e avanzati, favorire processi di inclusione e di partecipazione dei cittadini.
Impariamo, dunque siamo.
E con questo è tempo davvero di procedere oltre.
Frame 14. Impariamo, dunque siamo
Il nostro viaggio alla ricerca della teoria (dell’apprendimento) perduta può trovare forse un primo, provvisorio, punto di approdo che potrebbe essere così come di seguito sintetizzato:
1) il valore della risorsa educazione è per molti aspetti il prodotto delle connessioni esistenti tra la possibilità di disporre di più strumenti, linguaggi, conoscenze, competenze, e la possibilità di vivere, con altri, una vita maggiormente degna di essere vissuta;
2) la possibilità di conoscere, apprendere, imparare, per tutto l’arco della vita, è una risorsa fondamentale per avere maggiori opportunità, per ridurre i rischi di esclusione o emarginazione, per difendere meglio i propri diritti, per partecipare in maniera più consapevole alla costruzione del discorso pubblico, per incrementare il capitale sociale disponibile;
3) la qualità del sistema educativo, la credibilità, l’autonomia, il ruolo e la funzione delle sue istituzioni ad ogni livello, le attività e il protagonismo di soggetti pubblici e privati hanno un’incidenza rilevante nella definizione di politiche che si propongano credibilmente di sostenere le persone nei loro tentativi di perseguire variegati progetti di vita e più soddisfacenti livelli di cittadinanza, e di non finire preda della coercizione occulta o palese del potere dell’informazione.
Quello dell’educazione è insomma per molte ragioni, a cominciare da quelle appena esplicitate, un compito che spetta in primo luogo a chi, ad ogni livello, ha responsabilità di governo, anche se in una visione più allargata i soggetti impegnati possono essere molteplici, dato che in definitiva ciò che conta di più è il bene pubblico, non chi lo eroga; in particolare per quanto riguarda il nostro Paese, proprio la difficoltà di cogliere appieno la stretta relazione esistente tra contenuti dell’azione politica, investimento in risorse educative, sviluppo e valorizzazione dei luoghi dell’inclusione è una delle ragioni principali per le quali non si è diffusa una cultura della ricerca e dell’innovazione. Gli imprenditori e le aziende che hanno scelto l’innovazione sono rimasti sostanzialmente degli esempi isolati; il sistema nel suo complesso e in particolare la sua parte più debole, quella meridionale, sono rimasti così fortemente penalizzati.
I dati che emergono dall’edizione 2006 dell’European Innovation Scoreboard, redatto per conto della Commissione europea dal Maastricht Economic Research Institute on Innovation and Technology (MERIT) e dell’Institute for the Protection and Security of the Citizen (JRC) e che analizza la propensione all’innovazione di 33 Paesi (i 27 UE più Croazia, Giappone, Islanda, Norvegia, Svizzera, Turchia e USA) suggeriscono a questo proposito qualcosa di sicuramente significativo.
Dalla ricerca emerge infatti che i Paesi che presentano le caratteristiche, per produzione e diffusione di conoscenza, realizzazione di applicazioni scientifiche, registrazioni di brevetti, ecc., per essere classificati come leader d’innovazione sono 6 e precisamente (in ordine di risultato): Finlandia, Svezia, Svizzera, Giappone, Danimarca e Germania. I Paesi che invece hanno adottato tecnologia e prodotto know how più degli altri, e per questo sono definiti follower d’inno-vazione sono 8: USA, Regno Unito, Islanda, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Austria e Irlanda. Ancora 8 sono i Paesi che si sono adoperati in maniera significativa per migliorarsi e precisamente: Slovenia, Cechia, Lituania, Portogallo, Polonia, Lettonia, Grecia e Bulgaria. I Paesi che invece si sono semplicemente fatti trainare sono 7: Estonia, Spagna, Italia, Malta, Ungheria, Croazia e Slovacchia. Infine sono 5 i Paesi che sono stati classificati a livello individuale: Cipro, Lussemburgo, Norvegia, Romania e Turchia.
Non solo a livello individuale o tra Paesi tradizionalmente considerati ricchi e Paesi poveri, ma anche all’interno dei nostri brulicanti e moderni Paesi permangono insomma, su diversi piani e a più livelli, differenze rilevanti – in termini di possibilità di accesso, di esigibilità dei diritti di cittadinanza, di opportunità disponibili, di capacità di difendersi dal potere o di esercitarlo – a seconda delle conoscenze, delle competenze, dei saperi, di ciascuno. Uno dei principali compiti di uno Stato sociale ridisegnato, in particolar modo ma non solo nella parte di mondo che siamo soliti definire avanzata, rimane perciò quello di garantire l’accesso alla formazione e alla conoscenza per tutto l’arco della vita.
In definitiva, vista dal versante delle istituzioni, pubbliche e private, ad ogni livello, l’importanza della risorsa educazione sta nel ruolo determinante che essa può avere nella definizione di strategie, percorsi, progetti, che mirino a fornire strumenti, alfabeti, conoscenze, in grado di sostenere le persone nei loro quotidiani sforzi per vivere da cittadini e non da sudditi, e a ridurre il rischio che la consistenza e la profondità delle trasformazioni in atto determinino nuove grandi sacche di esclusione, ulteriori consistenti fasce di popolazione ad aspettative ristrette. Vista dal versante delle persone, la possibilità di imparare per tutto l’arco della vita ha invece, tra i suoi tanti e significativi vantaggi, quello di essere la principale risorsa che ciascuno di noi ha a disposizione per acquisire le capacità critiche necessarie a selezionare le diverse informazioni e per avere più opportunità ai tavoli della socialità, del lavoro, dello studio, del divertimento, e dunque della vita.
L’idea è insomma che in una società un po’ più giusta o anche solo meno ingiusta le persone possano ragionevolmente e con consapevolezza pensare di essere perché imparano e che su questo terreno sia possibile determinare convergenze significative tra soggetti e interessi diversi.
Dal versante del lavoro, ad esempio, conoscere di più significa avere più diritti e maggiore capacità di tutelare quelli acquisiti, essere più liberi, migliorare la propria occupabilità, lavorare con maggiore soddisfazione. Dal versante dell’impresa, poter contare su lavoratori più scolarizzati e professionalizzati è un fattore competitivo sempre più determinante, in particolar modo per quelle imprese che puntano sull’innovazione, sulla qualità di processo e di prodotto. Dal versante istituzionale (Unione Europea, governi nazionali, Länder, regioni, distretti, ecc.), mettere in atto politiche per la diffusione della conoscenza vuol dire aumentare la competitività dei sistemi territoriali e locali nel loro complesso, definire sistemi di protezione sociale più innovativi e avanzati, favorire processi di inclusione e di partecipazione dei cittadini.
Impariamo, dunque siamo.
E con questo è tempo davvero di procedere oltre.
Frame 13. La libertà è il diritto di sapere delle cose
È opinione sempre più largamente diffusa che la conoscenza rappresenti, oggi in misura maggiore che in ogni altra fase della storia dell’umanità, non solo una straordinaria forza propulsiva, ma anche un fondamentale diritto delle persone, un fattore di libertà; che le categorie con le quali eravamo soliti definire il mondo e noi stessi nel mondo, nell’ambito di cerchie di identificazione date, in una fase che Lévy e Authier hanno definito come il quarto e ultimo spazio antropologico dell’evoluzione umana , appaiano del tutto inadeguate a definire il tempo attuale; che nessuna società che abbia davvero a cuore il proprio futuro, nessuna élite, gruppo dirigente, singola persona, che ritenga di non dover venir meno alle proprie responsabilità verso le generazioni che seguono, possa fare a meno di prendere sul serio la questione educazione, il diritto di ciascuno di imparare e stabilire relazioni in ogni contesto e per tutto l’arco della propria vita; che nella società della conoscenza il sapere non sia soltanto un fattore fondamentale di ricchezza ma anche uno dei luoghi della solidarietà tra gli uomini; che i saperi siano gli arnesi a partire dai quali ciascuno può ricostruire, in maniera autonoma, un proprio percorso, un proprio schema di relazioni, un proprio punto di vista pubblico; che offrire alle persone l’opportunità di scegliere percorsi per l’acquisizione di nuove competenze e conoscenze, e per la valorizzazione di quelle possedute, voglia dire perciò incrementare il loro capitale di abilità e competenze, ammortizzare gli effetti di possibili mobilità, favorire più ampie opportunità di scelta anche nell’ambito del tempo libero, ricreativo, socialmente impegnato; che sapere chi siamo, avere chiara la nostra identità, sia il primo decisivo passo per definire i caratteri di una più valida solidarietà tra le persone; che sia la ricerca di questa identità che ci spinge a costruire legami sociali fondati sugli scambi di conoscenza, sull’ascolto e la valorizzazione dei singoli, sulla democrazia aperta, diretta, partecipativa; che sia la possibilità di apprendere per tutto l’arco della vita la sola garanzia, il vero antidoto, contro il rischio di una società organizzata come una sorta di struttura neocastale nella quale coloro che hanno accesso convivono con una insopportabilmente grande massa di esclusi; che per questo sia importante conoscere; conoscere più linguaggi, perché è attraverso di essi che possiamo accedere e condividere il mondo che ci circonda, con le tante cose che lo popolano; conoscere per essere protagonisti nel processo di costruzione di cerchie alternative di discorso pubblico, per fare le domande giuste alla politica, per partecipare in maniera attiva e consapevole.
Non sono altro che parole? Niente affatto. E poi le parole sono importanti. In generale, perché, come abbiamo appena detto, è attraverso di esse che possiamo accedere alle cose del mondo. Nel caso specifico, perché sono parole autorevoli, sono state partorite in maniera faticosa nel corso dei decenni, si sono dimostrate impegnative non solo per le persone che le hanno pronunciate ma anche per le istituzioni che esse rappresentavano, hanno determinato spesso atti e risoluzioni concrete.
Volendo fare un solo esempio riferibile all’ambito della vecchia Europa si può sostenere senza tema di essere smentiti che sono davvero molti gli atti che testimoniano, a partire dal Memorandum sull’istruzione e la formazione permanente della Commissione Europea e dalla successiva comunicazione «Realizzare uno spazio europeo dell’apprendimento permanente», come si sia cercato di mettere in campo un’idea di educazione capace di tenere assieme saperi e saper fare, che non è riservata solo alla famiglia o alla scuola, che può essere di aiuto nella definizione di una più ampia concezione della cittadinanza nella quale trovino posto non solo i diritti ma anche i doveri, che investe sulla valorizzazione e sulla crescita professionale di nuove figure di insegnanti educatori. E in questo stesso contesto possono essere lette ancora le iniziative messe in piedi, su proposta della Commissione e con il contributo degli Stati membri, per delineare un approccio globale e coerente delle politiche nazionali nel settore dell’istruzione, nel quadro dell’Unione Europea, allo scopo di «migliorare la qualità e l’efficacia dei sistemi di istruzione e di formazione nell’Unione Europea; consentire a tutti di accedere all’istruzione e alla formazione durante l’intero arco della vita; aprire i sistemi di istruzione e di formazione sul mondo»; dare ai cittadini europei di ogni età la possibilità di accedere ai sistemi d’istruzione e di formazione formali e non formali; promuovere processi di cittadinanza; realizzare politiche attive di coesione sociale e culturale; migliorare la qualità e l’efficacia dei sistemi di istruzione e di formazione nel-l’Unione Europea; migliorare e sviluppare la capacità competitiva dell’Europa; contribuire anche per questa via alla costruzione di un nuovo e più avanzato modello di Stato Sociale.
Il fatto è che persino quando le parole, le intenzioni, gli atti non possono essere messi in discussione, permane la difficoltà relativa alla quantità e alla qualità dei fatti concreti che essi riescono a determinare. Nel caso specifico si può provare, con uno sforzo niente affatto banale, a concentrare l’attenzione su un solo aspetto di tale difficoltà, quello che si riferisce alle modalità con le quali rendere concretamente esigibile la promessa di garantire a tutti eguali opportunità di accesso alla conoscenza.
Al tempo in cui, come sostiene Amartya Sen , tutte le conquiste, quelle afferenti alla sfera privata così come quelle che si riferiscono alla sfera pubblica, sono mezzi per accrescere nelle sue molte forme la sfera delle libertà (che rappresenta, allo stesso tempo, il fine primario e il mezzo principale per conseguire lo sviluppo) e consistono nell’eliminazione dei vincoli che limitano o negano all’uomo l’opportunità e la capacità di agire secondo ragione e di costruire la vita che preferisce, la libertà di apprendere rappresenta il terreno di prova pour excellence di questa possibilità-capacità di espandere le libertà reali, e dunque le opportunità di crescita morale e materiale, per persone quali noi siamo, come dimostra il fatto che la via dello sviluppo si è rivelata più rapida ed efficace proprio in quegli Stati che, nonostante la povertà e l’arretratezza economica, hanno saputo varare per tempo vasti programmi di interventi sociali come campagne di alfabetizzazione o piani di assistenza sanitaria.
Se tutto questo è, come crediamo, vero, o almeno ad esso vicino, ecco che la questione potrebbe essere riferita alle modalità con le quali ampliare l’effettiva disponibilità di funzionamenti (stati di essere o di fare cui gli individui attribuiscono valore, le esperienze effettive che l’individuo ha deciso liberamente di vivere, ciò che ha scelto di fare o essere; definiscono la riuscita reale delle persone) e di capacitazioni (gli insiemi di combinazioni alternative di funzionamenti che una persona è in grado di realizzare, le potenziali possibilità di scelta; definiscono la libertà di riuscire) di cui ciascuna persona dispone in termini di risorse di conoscenza.
E ciò potrebbe a sua volta suggerire qualcosa di importante circa la necessità di definire strategie in grado di avviare interventi efficaci, di migliorare la gestione dei saperi, di superare il deficit di competenze non soltanto attraverso l’istruzione formale e il sistema scolastico ma anche attraverso la valorizzazione di processi e percorsi di apprendimento informali che consentano agli adulti di mantenere e aggiornare abilità e competenze (solo l’uso continuo nelle attività quotidiane mantiene livelli adeguati di competenza).
Politiche efficaci di apprendimento per tutto il corso della vita presuppongono di conseguenza una effettiva possibilità di accesso ai luoghi dell’apprendimento (casa, lavoro, comunità, società civile, ecc.) e una reale volontà delle persone che autonomamente devono sentirsi motivate a partecipare. Vanno perciò sostenute politiche pubbliche volte a sostenere le pari opportunità nell’accesso alla conoscenza per evitare che chi già sa e sa fare di più, chi possiede maggiori conoscenze e competenze, continui ad avere maggiori opportunità di chi è più indietro nella scala sociale e professionale.
In definitiva l’idea in questo caso è che esista una connessione forte tra questi due aspetti e che sia tale connessione a spiegare in larga parte le promesse mancate, il divario esistente tra qualità effettiva e potenzialità dichiarate dei processi di apprendimento, i numerosi ritardi e fallimenti di cui è costellata la storia dell’e-learning.
Frame 12. Mi connetto e apprendo
Da quanto siamo andati fin qui affermando appare evidente come nel corso degli ultimi cinquant’anni l’aspetto relazionale, sociale, connettivo sia diventato sempre più importante nell’analisi dei processi di apprendimento delle persone e delle organizzazioni.
È una storia che ha avuto molti e autorevoli protagonisti e ha conosciuto numerose evoluzioni che hanno investito in maniera sempre più diffusa i diversi aspetti del processo di apprendimento. Cominciata con le idee di Simon sull’importanza delle persone e delle loro relazioni per la comprensione del comportamento sociale delle organizzazioni, tale storia è approdata, per ora, all’idea di Siemens che la conoscenza e l’apprendimento sono legati più ai processi e al sistema di relazioni attraverso i quali si realizzano che ai contenuti di volta in volta prodotti e/o erogati.
Sta di fatto che nella fase attuale è il modo stesso di concepire, organizzare e gestire la conoscenza ad essere al centro di un processo di mutazione profonda.
Si consolida la consapevolezza che si acquisiscono saperi e si sviluppano competenze non solo studiando ma anche facendo, riflettendo, sperimentando, valorizzando l’esperienza; che la capacità di collaborare, connettersi, stabilire relazioni acquista una rilevanza strategica; che il docente è sempre più uno sviluppatore di ambienti di apprendimento appropriati; che il soggetto che apprende da passivo ricettore di informazioni ordinate e selezionate dal docente diventa il protagonista principale e attivo del processo di apprendimento, esso stesso produttore di conoscenza e costruttore di ambienti.
Si afferma insomma l’idea che non basta distribuire istruzione perché le persone apprendano, che tra informazione e conoscenza c’è uno spazio che impedisce alle conoscenze, diversamente da quanto accade alle informazioni, di essere trasmesse, che tale spazio va colmato dall’apprendimento.
Se questo è il quadro, le tecnologie acquistano tanto più valore quanto più il loro uso si sposta dalle applicazioni alle attività, dalla gestione logistica delle informazioni alla funzione di strumento cognitivo. È la capacità di determinare opportunità inedite, di dare voce al bisogno di relazione, connessione, costruzione, partecipazione e dunque apprendimento delle persone a decretare il loro successo o fallimento e dunque non serve pensarle e/o usarle come un «camioncino» che distribuisce ed eroga contenuti e/o informazioni sotto forma di courseware. Piuttosto che inseguire chimere, sognare la piattaforma in grado di cambiare il mondo della conoscenza, imitare la tecnologia dell’Università della porta accanto, è meglio sviluppare le potenzialità della «classe», migliorare la sua capacità di stabilire relazioni anche attraverso un rapporto «amichevole» con le tecnologie.
È ancora Siemens a tentare di articolare, a livello di istruzione universitaria, questo processo in tre fasi:
1) nella prima egli ritiene utile incrementare l’uso di blog, wiki, podcast, forum, ecc. per ampliare la capacità di partecipazione, interazione, discussione della classe, attività che vanno comunque continuate anche in aula;
2) nella seconda va realizzato un processo di contaminazione tra diverse modalità di presentazioni e di tecnologie collaborative (a questo livello le sessioni on line sostituiscono in parte, ma non del tutto le lezioni in classe);
3) nella terza l’intera attività didattica (presentazione contenuti, valutazione, collaborazione, conversazione, ecc.) viene svolta via Web.
Più facile a dirsi che a farsi? Sicuramente. Così come è evidente che non servono fughe in avanti. Raffigurazioni modello «isola che non c’è».
In faccende come queste le parole chiave sono quelle di sempre: pazienza e lavoro. E poi ancora capacità e voglia di individuare gli aspetti generali e di tenerli divisi da quelli più specifici ma non meno importanti. E di definire un ordine di priorità. Per quanto ci riguarda, riteniamo che nell’elenco per definizione provvisorio delle priorità sia necessario trovare posto ai seguenti temi:
1) metodologia, didattica, organizzazione, struttura dell’apprendi-mento in rete;
2) livelli di interazione e modelli di apprendimento dalla scuola primaria all’Università, al posto di lavoro;
3) come si progetta, si attiva un ambiente, si organizza una scuola on line;
4) chi sono, che ruolo hanno, cosa fanno il docente, il tutor, il mentore in un processo di apprendimento on line;
5) cos’è, come funziona, come si struttura e come si valuta una comunità virtuale di apprendimento;
6) quali sono le similitudini, e quali le differenze, a seconda della classe di età e della tipologia di studio e/o di istituto;
7) quali sono le relazioni e i rapporti con l’ambiente esterno, quello scolastico e quello sociale;
8) come si costruisce conoscenza per tutto l’arco della vita.
Si tratta di un elenco impegnativo. Come del resto è la strada che porta alla conquista di nuove opportunità. È una strada fatta di diritti. E di doveri. Come avremo modo di scoprire di qui a poco.
Frame 11. George Siemens
Ideatore del connettivismo (connectivism), George Siemens definisce la sua teoria intorno all’idea che saper fare qualcosa significa sapere dove trovare le informazioni che servono per farla; che è la cura delle connessioni, la capacità di essere presente con il proprio nodo nella rete della conoscenza a rendere possibile l’accesso, a determinare processi di inclusione; e che i processi di apprendimento sono riferibili all’ambito della socialità più che a quello dell’informazione.
In buona sostanza secondo Siemens nella fase attuale di sviluppo tecnologico e sociale il fattore chiave dei processi di apprendimento è la capacità di connettersi alle reti del sapere, e dunque il fulcro di un processo di apprendimento efficace non è tanto costituito dal-l’accumulo progressivo delle informazioni (il contenuto) quanto piuttosto dalla cura delle connessioni che rendono possibile l’accesso a tali informazioni: the pipe is more important than the content within the pipe.
La sua è un’idea di conoscenza che valorizza gli ambienti informali, la continuità dei processi di apprendimento, la capacità di selezione delle informazioni, la personalizzazione dei percorsi formativi formali, la propensione all’adattamento, lo sviluppo delle relazioni, la pratica della condivisione, l’utilizzo della rete.
Ma, se la rete è al tempo stesso il luogo in cui si concretizza l’ap-prendimento, dove strutturare percorsi di e-learning efficaci, dove le informazioni si moltiplicano a dismisura, è inevitabile che, insiste Siemens, l’asse del ragionamento si sposti dalla possibilità, sempre meno realistica, di accrescere le proprie conoscenze all’infinito alla capacità di restare connessi, di far parte con il proprio nodo (ambiente di apprendimento personale) alla rete di nodi connessi attraverso la quale fluisce la conoscenza.
Ciascun componente della rete mette a disposizione ciò che sa; il sapere di ciascuno è costituito dall’insieme delle conoscenze di tutti i componenti della rete; più che conoscere ogni singolo contenuto è utile conoscere il percorso per acquisirlo in maniera semplice; saper fare qualcosa vuol dire sapere dove trovare le informazioni necessarie per fare qualcosa.
Com’è stato giustamente sottolineato, questa impostazione cambia completamente anche il nostro rapporto con le informazioni. Se non ci dobbiamo più preoccupare di rincorrere le informazioni per aggiornarci su tutto quello che potrebbe risultarci utile, possiamo limitarci ad imparare solo quello che veramente ci interessa. Il tempo così risparmiato può essere allora dedicato a migliorare i rapporti e le connessioni con gli altri nodi che fanno parte del nostro sistema di apprendimento, ad affinare il livello del nostro contributo alla rete, a perfezionare – attraverso le relazioni interpersonali – la nostra capacità di decisione: scegliere cosa imparare e riuscire a comprendere la reale portata di una nuova informazione sono elementi fondamentali per sfruttare nel modo migliore un ambiente di apprendimento in rete.
Frame 10. Ikujro Nonaka e Hirotaka Takeuchi
Per Ikujro Nonaka e Hirotaka Takeuchi ogni organizzazione è strutturata in molteplici comunità di interazione che incarnano altrettanti nodi di elaborazione del sapere: sono le persone che con la loro capacità di apprendere e adattarsi creano conoscenza e dunque le organizzazioni hanno tutto l’interesse a massimizzare i benefici derivanti da tali processi creando contesti e percorsi di sviluppo della creatività e della conoscenza dei singoli.
La conoscenza può essere esplicita o tacita. La prima è razionale-mentale, sequenziale, digitale-teorica, si riferisce a tutto ciò che è manifestabile attraverso sistemi formali di comunicazione, presenta struttura e contenuti logici e linguistici, è trasmessa per mezzo di libri, manuali, corsi. La seconda è corporea, legata all’esperienza, simultanea, analogica-pratica, prodotta da intuizioni, nozioni personali, esperienza, cultura e valori morali, trasmessa attraverso metafore, analogie, esempi pratici, e può essere tecnica (se si riferisce alla manualità, alle abilità pratiche, alle arti) o cognitiva (se si riferisce all’elaborazione, a modelli, schemi, paradigmi mentali, prospettive che ciascuno crea).
Nonaka e Takeuchi assegnano a cinque parole chiave la definizione della loro idea di sviluppo della conoscenza:
1) intenzionalità: gli obiettivi del processo devono essere definiti e condivisi da chi vi partecipa anche se talvolta una dose di indeterminatezza può contribuire allo sviluppo di nuove idee;
2) autonomia: le conoscenze emergono soltanto se chi lavora lo fa in piena autonomia, è capace di cogliere le opportunità che il processo offre e le sa gestire;
3) ridondanza: più le informazioni disponibili sono sovrabbondanti più ampie sono le possibilità di gestire in maniera positiva le spinte all’innovazione generate dal processo;
4) caos: la definizione di schemi mentali e processi organizzativi più rispondenti ai bisogni dell’organizzazione richiede caos creativo, spesso generato da situazioni di crisi;
5) varietà: l’apporto di conoscenze diverse è decisivo per rispondere in maniera efficace ai dilemmi organizzativi.
Con una sintesi efficace delle due visioni al tempo prevalenti Nonaka e Takeuchi definiscono il proprio modello organizzativo middle-bottom-up e affidano al management intermedio una funzione fondamentale di cerniera tra la conoscenza esplicita e strategica del top management e la conoscenza tacita che caratterizza gli operai di linea: è ai capi intermedi che tocca gestire il processo di trasformazione della conoscenza, tenere assieme strategia e innovazione.
Si crea conoscenza, si sviluppa know how e apprendimento nella misura in cui si riesce da un lato a risolvere problemi specifici sulla base del contesto di riferimento e dall’altro e conseguentemente a modificare tale contesto.
L’organizzazione che apprende deve essere in grado di operare continue conversioni di conoscenza (da esplicita a implicita e viceversa, attraverso un processo di interiorizzazione-esteriorizzazione) e di creare campi di interazione nell’ambito dei quali sia possibile condividere conoscenza e modelli mentali, socializzare, creare nuova conoscenza: è la spirale senza fine che è alla base dell’innovazio-ne, il motore che spinge verso la creazione di ulteriore conoscenza.
Il processo di creazione e di trasformazione della conoscenza non è automatico; richiede leadership riconosciute, obiettivi ben definiti, forti motivazioni allo scambio; muove dalle persone, coinvolge il gruppo e l’organizzazione, diventa conoscenza (capacità dei dipendenti, sistemi tecnologici, sistemi manageriali, valori, norme) e dunque occasione di vantaggio competitivo; fa sì che ciascuna organizzazione rappresenti un nodo della rete di produzione e scambio di conoscenza, servizi e beni con altre organizzazioni sulla base di un processo che è allo stesso tempo conservativo (dell’identità) e adattivo, capace cioè di facilitare l’evoluzione delle competenze distintive e ridefinire costantemente il proprio rapporto con l’ambiente.
Frame 9. Chris Argyris e Donald A. Schon
Si deve ad Argyris e Schon l’idea che i contesti organizzativi, le relazioni tra persone, organizzazioni e società, e i loro significati, possono essere letti dal punto di vista della conoscenza.
È la conoscenza che a loro avviso consente di valutare criticamente successi e insuccessi di una data organizzazione; di ridefinire costantemente azioni ordinarie e indirizzi strategici; di accogliere e valorizzare punti di vista ulteriori rispetto a quelli prevalenti; di sperimentare innovazioni tecniche e organizzative; di collocare gli eventi all’interno di un contesto mentale e di dare loro un senso; di sostenere le persone nei loro potenzialmente mai finiti tentativi di crescita culturale e professionale.
Le organizzazioni possono essere per questo definite come costrutti cognitivi che attraverso l’individuazione e la correzione di errori e anomalie modificano la propria memoria, la propria mappa concettuale, il proprio modo di essere e di operare.
Per Argyris e Schon in un’organizzazione che apprende tutti i componenti contribuiscono a ridefinire, arricchire, tradurre in linguaggio comune le diverse abilità: l’individuazione e la correzione di errori che non pongono in discussione gli aspetti chiave della mappa cognitiva mettono in moto un processo di apprendimento a giro singolo (single-loop learning), mentre la scoperta e la correzione di errori che producono un mutamento di tale mappa determinano un processo di apprendimento a giro doppio (double-loop learning).
Diversamente dai contesti di apprendimento individuale laddove l’individuazione e la correzione dell’errore rimangono esperienza del singolo, l’apprendimento organizzativo incide e determina insomma conseguenze, più o meno positive a seconda delle scelte operate, sull’intera struttura.
Frame 8. Conoscenza capitale
Si deve ad André Gorz l’idea che nell’attuale fase di evoluzione delle società economicamente più sviluppate le principali risorse da valorizzare non sono più le grandi masse di capitale fisso materiale, bensì il capitale immateriale, ossia il capitale umano, il capitale conoscenza, il capitale intelligenza. Si tratta a suo avviso di un patrimonio di risorse che il sistema capitalistico non è in grado di riprodurre secondo le proprie logiche e i propri metodi e che però gli sono indispensabili perché rappresentano il terreno sul quale si gioca lo scontro politico-sociale presente e futuro. «La conoscenza, detto altrimenti, è divenuta la forza produttiva principale nella cosiddetta knowledge society» .
Si tratta di un cambiamento importante.
L’approccio classico, che associa l’apprendimento all’infanzia e all’adolescenza di ciascuna persona, lascia il posto a una visione che considera l’apprendimento non solo un mezzo per avere maggiori possibilità di accesso al lavoro o per migliorarne la qualità, ma anche uno strumento per comprendere e interpretare meglio la realtà, per essere più capaci di relazionarsi con gli altri, per esercitare con più consapevolezza i diritti di cittadinanza, per partecipare più attivamente alla costruzione del discorso pubblico . Visto dal versante dell’organizzazione produttiva, il lavoratore della conoscenza – diversamente da quello fordista, indotto a spogliarsi delle proprie conoscenze e a ripetere le semplici operazioni necessarie alla catena di montaggio – utilizza appieno la propria cultura e le proprie esperienze, è un componente coinvolto e attivo del processo produttivo.
Nell’età della conoscenza l’attività umana non può essere insomma ridotta alla produzione di merci in vista del loro scambio. Il valore non è più «naturalmente» oggettivabile e ciò si traduce inevitabilmente nella necessità di considerare modalità di accesso ai beni non necessariamente circoscritti all’ambito del mercato. Si afferma un’economia plurale, si determina un processo di continuità tra vita lavorativa e vita privata, le forme personali di sapere e di esperienza diventano altrettanti momenti di integrazione nel processo di valorizzazione dello stesso capitale, viene sfruttato appieno il cosiddetto general intellect, che Gorz definisce come l’insieme di intelligenza, cultura, creatività prodotto da una collettività in attività extralavorative, non remunerate e perciò prive di valore di scambio.
Dato questo sfondo, sono almeno due le domande principali alle quali le teorie cognitive e dell’apprendimento sono chiamate a rispondere in via prioritaria: i) come incontrare, comprendere, interpretare i bisogni culturali e di apprendimento affermatisi nell’at-tuale fase di sviluppo delle società cosiddette avanzate?; ii) come orientare lo sviluppo dai mille volti, metodologici, contenutistici, tecnologici, dell’apprendimento?
Ancora una volta sono le domande a guidarci e, come sempre, sono tante, diverse, non sempre coerenti, spesso contrastanti, le risposte possibili.
Si può aggiungere la propria tessera a quella degli iscritti al club sempre in fermento degli apocalittici. O a quello altrettanto numeroso degli integrati. Si può semplicemente sperare in meglio, immaginare che tutto prima o poi in qualche modo si aggiusti. Si può saggiamente ritenere che questo vecchio mondo è sopravvissuto a catastrofi peggiori. E che tra quelle che ancora lo attendono l’e-learning non è certo la più rilevante. Si può, come il poeta cinese, sospirare profondamente, ma invano, per i fiori che cadono.
La risposta che qui si propone ha caratteristiche diverse, ha una storia importante alle spalle, si basa su un’idea di fondo, si sviluppa secondo un approccio prudenziale.
La storia è quella scritta da studiosi come Herbert H. Simon, Chris Argyris e Donald A. Schon, Ikujro Nonaka e Hirotaka Takeuchi, Karl Wiig, George Siemens.
L’idea è che prendere sul serio il futuro dell’apprendimento a distanza, a livello universitario ma non solo, vuol dire in primo luogo prendere sul serio la necessità di pensare, di fare teoria.
Anche senza la provocatoria genialità con la quale Albert Einstein amava affermare che «se i fatti e la teoria non concordano bisogna cambiare i fatti», rimane il dato incontrovertibile che i nostri modi di conoscere, di imparare, di sapere, di saper fare sono strettamente connessi con ciò che cambia nella società; che società che dichiarano di ritenere il sapere la fonte principale di ricchezza non possono non prendere sul serio l’impegno di assicurare a tutti eguali possibilità di accesso; che sul terreno della conoscenza ancor più che su ogni altro terreno a dettare la frequenza del passo non può che essere chi sta più indietro.
L’approccio prudenziale è quello che contraddistingue il bravo direttore amministrativo che non perde mai di vista la realtà dei numeri e sa governare le tante insidie che in essa si celano e nel caso specifico ci aiuterà da un lato a definire il più precisamente possibile gli ambiti di discussione, e dall’altro a pensare alla risposta in quanto esito, risultato, percorso mai definito una volta per sempre, piuttosto che in quanto principio, assioma, asserto, dato.
Frame 7. Dieci anni dopo
7 maggio 1997. La cornice, splendida, è quella di Palazzo Serra di Cassano, simbolo della rivoluzione napoletana del 1799 e sede del-l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. L’occasione, la presentazione di Dell’Incertezza. Tre meditazioni filosofiche, al tempo l’ultima fatica del filosofo Salvatore Veca .
Chi scrive ha il compito di introdurre, in quella sala grande e colma di pubblico, il dibattito, al quale partecipano, con l’Autore, Riccardo Dalisi, Sebastiano Maffettone, Corrado Ocone. L’emozio-ne è tanta. Il tentativo, quello di scrutare i segni del tempo, di interpretare il cambiamento in uno scorcio di millennio vissuto con la storia alle calcagna. Pensieri e parole indugiano sul carattere rapido, impetuoso, del mutamento tecnologico, sugli effetti che esso produce a livello sociale, sulla necessità di ridefinire, ogni qualvolta ciò accade, il nostro armamentario di credenze, di modi di vedere e di interpretare il mondo.
L’aumento dell’incertezza da una parte. Il valore delle connessioni dall’altra. Nel mezzo noi, dediti a condividere il disagio sociale che l’incertezza produce, a limitarne per questa via la portata, a definire identità, a scoprire ragioni, motivazioni, sentimenti che possano indurci a considerare le nostre vite più degne di essere vissute.
Dieci anni dopo, il mondo là fuori cambia sempre più incessantemente, il rumore di fondo si fa semplicemente più assordante, le domande continuano a vivere, a moltiplicarsi, come definitivamente affrancate dalla necessità di trovare risposta.
Da una parte, le più ampie possibilità di accesso alle informazioni, ai saperi, alla conoscenza determinano opportunità prima inimmaginabili; conoscenza e socialità appaiono concetti correlati più che in ogni altra fase della storia dell’umanità; le connessioni conquistano un rilievo sempre maggiore nel lessico e nella teoria filosofica, sociologica, delle organizzazioni; saperi e saper fare si riferiscono meno alla sfera fisica e più a quella immateriale; l’apprendimento diventa un processo che privilegia la connessione di nodi specialistici e di fonti di informazione.
Dall’altra, la società della conoscenza appare insicura, liquida, sotto assedio ; le strutture «tradizionali» tendono a perdere consistenza, il capitale sociale si impoverisce, le persone sono meno interessate a partecipare all’azione politica collettiva ; il potere si presenta come comando senza autorità ; non c’è ordine di priorità nel-l’accesso alla notizia, cosicché alla proliferazione dell’informazione corrisponde la scarsità della conoscenza ; è più difficile stabilire rapporti umani stabili ed obiettivi di lungo termine ; nei conflitti la posta in gioco diventa la defezione più che l’inclusione o l’accesso ; la retorica edeologica enfatizza la quantità di gigabyte, di telefonini, di blog, di ore di connessione a disposizione di ciascuno piuttosto che l’uso che effettivamente se ne fa; ogni cosa sembra sciogliersi nell’aria.
Nel mezzo noi. Qui. Ora. Costretti a fare i conti con i cambiamenti che le nuove tecnologie hanno prodotto nei nostri modi di vivere, di lavorare, di divertirci. Impegnati a ridefinire le nostre identità. A dare un senso alle nostre vite.
È mentre tutto questo accade che proveremo a ragionare di e-learn-ing e di Università telematiche. Di una storia ricca, sì, di potenzialità, di sperimentazioni, di buone pratiche, ma anche di fallimenti ; nella quale, come abbiamo visto nel corso del primo capitolo, il sistema universitario italiano nel suo complesso non solo non brilla per creatività e originalità, ma appare come una realtà estremamente frastagliata dove coesistono, a livello non solo di singoli Atenei ma anche di Facoltà, di Dipartimento, di Corso di Laurea, approcci significativamente diversi sia dal punto di vista delle metodologie che da quello delle tecnologie e dei contenuti.
Frame 6. È la domanda a guidarci
Il film è Matrix. Il primo della ormai mitica trilogia dei fratelli Wachowski. La scena quella del «Goth club from hell». La musica, frastornante, quella di Rob Zombie. Le parole quelle dell’affascinante Trinity: «It’s the question that drive us, Neo. È la domanda a guidarci, Neo». La domanda è: «What’s Matrix? Che cos’è Matrix?».
Che cos’è l’e-learning? Perché, a quali condizioni, per chi esso può rappresentare, nell’Università in primo luogo, una reale opportunità di sviluppo delle possibilità-capacità di apprendere per tutto l’ar-co della vita? Quale giudizio è possibile dare sull’esperienza «Università telematiche» così come essa si è determinata sulla base del d.i. del 17 aprile 2003 modificato dal d.i. 15 aprile 2005, nell’anno accademico 2005/2006, nel nostro Paese?
Sono queste le nostre domande. Quelle che nella sostanza affronteremo, ci guideranno, nel prosieguo di questo lavoro.
L’idea, per taluni versi la scommessa, è che sia possibile cercare e trovare risposte senza farsi prendere dai pre-giudizi. Senza bisogno di schierarsi a prescindere. Né tra le file degli apocalittici, né tra quelle degli integrati.
Si tratta di un’idea, di una scommessa, niente affatto semplice.
Nelle attuali società globalizzate è sempre più difficile resistere al fascino del «nuovismo», al dominio di modelli culturali nei quali l’aggettivo «nuovo» tende a perdere il proprio significato letterale, a farsi indipendente dall’evento, dal fatto, dalla cosa a cui è associato, per diventare una promessa «a prescindere» di esiti, approdi, risultati migliori di quelli precedenti.
Da una parte ci sono la poca voglia di ricordare, la scarsa propensione a considerare che in realtà tutto ciò che dura mostra, per ciò stesso, di avere valore, la conseguente associazione del termine «vecchio» con superato, sorpassato, logoro, inutile, perdente. Dal-l’altra e conseguentemente ci sono la ricerca a tratti maniacale, molto spesso a-contestualizzata, di novità, la tendenza a perdere di vista il fatto che c’è per definizione sempre spazio per cose nuove semplicemente in quanto successive alle precedenti.
Persino nell’ambito della sfera pubblica associare buona politica a nuova politica pare essere diventato una sorta di imperativo categorico, come dimostra la frequenza con la quale vengono dati nomi nuovi a contenitori, organizzazioni, partiti, concezioni e modi di fare politica «vecchi» con la speranza, inesorabilmente vana, che alla novità del nome corrisponda la novità della «cosa».
L’idea, la scommessa, è che esista insomma uno spazio per evitare una tale deriva. E che tale spazio possa essere esplorato. Con pazienza e rigore. Con interesse e curiosità verso punti di vista diversi, ulteriori. Con la consapevolezza che il prossimo porto nel quale ci ritroveremo a riparare è lo stesso dal quale, presto o tardi, occorrerà ripartire.
Ciò detto, è utile aggiungere che, per rimanere a Matrix, anche la nostra prima domanda ha le sue pillole rosse e blu tra le quali occorre scegliere prima di intraprendere il viaggio:
1) la pillola blu, quella che ci fa tornare a casa e ci fa svegliare convinti di aver sognato mentre tutto ritorna come era prima, è a nostro avviso quella del teorico dell’apprendimento, del progettista di interventi formativi, del tecnologo che pone l’accento, in un ordine davvero non facile da individuare, sulle metodologie didattiche piuttosto che sulle tecnologie utilizzate o sui processi di distribuzione dei contenuti e in questo modo determina decine di definizioni possibili;
2) la pillola rossa, quella che ci aiuta a comprendere la realtà, a scoprire almeno un pezzo di verità costi quel che costi è invece quella che prende atto che un numero sempre maggiore di persone sceglie ogni giorno il World Wide Web come luogo privilegiato dei propri processi di comunicazione e di apprendimento e conseguentemente definisce e-learning qualsiasi processo di apprendimento che avviene attraverso l’utilizzo di Internet.
Per quanto riguarda la seconda domanda, quella relativa ai tratti possibili del futuro prossimo venturo, diremo per ora che i prossimi capitoli possono essere a giusta ragione considerati come il tentativo di dare ad essa, almeno in parte, risposta.
Per quanto riguarda infine la terza domanda che dire se non che ancora una volta e più di ogni altra volta i fatti parlano da soli?
«L’Università che non c’è» non c’è in primo luogo perché la fase di avvio, quella che con linguaggio più specialistico viene definita di start up, è stata e continua ad oggi ad essere garantita dall’ambiguità della norma stessa. E dall’oggettiva, eccessiva elasticità con la quale essa può essere applicata, come dimostra ad esempio l’insopportabi-le articolo che consente a ciascun Ateneo di «raggiungere i requisiti minimi di docenza entro la durata normale del corso che si attiva».
Come spiegare altrimenti il fatto che quattro Atenei che hanno in organico complessivamente 2 professori ordinari, 0 professori associati e un ricercatore dichiarano al contempo un’utenza sostenibile pari a 7.396 studenti? E, nel caso specifico dell’Università «Telematica Management Audiovisivo TEL.M.A.», come si è potuto concederle di avviare le attività senza che avesse i requisiti minimi di docenza e la dotazione logistica e le attrezzature tecniche per operare? Qual è la ratio che permette di dichiarare a distanza di poche righe che l’utenza disponibile è indicata in 200, 1.000 e 950 unità quando non esistono docenti sufficienti e la qualità e la quantità delle strutture risultano non conformi agli standard richiesti? E che dire ancora di convenzioni che definiscono partnership tra i contraenti, dispensano crediti con criteri rigorosamente a pioggia, prospettano una relazione diretta tra la possibilità di fare gli esami mancanti nella sede dell’Ordine o dell’Associazione alla quale si aderisce e il numero di aderenti che si iscrive ai corsi?
Sta di fatto che la qualità e la quantità di eccezioni, anomalie, mancato rispetto degli standard minimi iniziali sono, pur in un quadro di formale rispetto della norma, talmente tanti da apparire davvero insostenibili, in particolar modo in un ambito, quello che si riferisce all’istruzione universitaria, assolutamente strategico per il sistema Paese.
A chi giova tutto questo? Perché dare questo tipo di risposta alla domanda di istruzione universitaria on line incuranti delle grida di allarme che da più parti pervenivano e mentre nel resto del mondo, non solo quello economicamente più sviluppato, la ricerca, la sperimentazione, le buone pratiche facevano passi da gigante?
Sono state queste domande a guidarci. Le risposte sono venute quasi da sole.
Risposte che, se da un lato confermano il deficit di virtù civiche di cui soffre il Paese, dall’altro evidenziano, motivano, dimostrano, la possibilità di una decisa inversione di rotta.
L’idea in questo caso è che non servano fabbriche di lauree. Che occorrano fabbriche di idee. Di conoscenze. Di competenze. Di futuro. E che i sistemi di apprendimento a distanza possano rappresentare una risorsa importante anche nel nostro Paese. Ma di questo si avrà modo di dire diffusamente nel corso dei prossimi due capitoli.
Frame 5. Aggiungi un posto a tavola
Chi avesse la voglia, la curiosità o la ventura di selezionare la voce «Università telematiche», sul sito Offerta Formativa realizzato dal MIUR in collaborazione con il CINECA, troverà che, nell’anno accademico 2006/2007, assieme a Università Telematica «Leonardo da Vinci», Università Telematica «Guglielmo Marconi», Università Telematica Internazionale «UniNettuno», Università «Telematica Management Audiovisivo TEL.M.A.» operano l’Università Telematica «Giustino Fortunato», l’Università Telematica «Pegaso», l’«Uni-versità Telematica delle Scienze Umane UNISU», l’Università Telematica Internazionale «UNITEL», la «Telematica Universitas Mercatorum».
Un trend, sia detto senza alcuna irriverenza, da moltiplicazione dei pani e dei pesci per Università che continuano a nascere spesso senza rispettare i requisiti minimi di docenza, con approcci metodologici, tecnologici e contenutistici tutti da verificare, con una cultura improntata al «fai da te» che non ha eguali né in Paesi tradizionalmente all’avanguardia come il Canada, l’Australia, gli USA, la Gran Bretagna, né in Paesi emergenti come India, Cina, ecc.
È la maledizione dell’anomalia a cui il nostro Paese non sembra, in una pluralità di contesti e di storie, potersi sottrarre? Forse no. Forse stavolta il tutto ha radici meno difficili da comprendere e, a volerlo, da estirpare. Come ad esempio quelle che emergono da un articolo pubblicato sul sito http://www.studenti.it in relazione agli intrecci tra l’«Università Telematica delle Scienze Umane UNISU» e «Universitalia», centro di assistenza allo studio al quale si rivolgono studenti per le più svariate ragioni interessati, costretti, attratti dalla prospettiva di affrontare l’impegno sicuramente più economico che intellettuale necessario a sostenere «11 esami in 10 mesi».
[…]
La morale della storia è evidente almeno quanto deprimente. L’auspicio è che la durezza del gioco non pregiudichi del tutto la voglia di giocare. E di lottare. Per un obiettivo straordinariamente semplice e altrettanto importante: dare dignità, valore, senso al diritto allo studio. Dalla scuola materna all’Università. Per tutto l’arco della vita.
Frame 4. Credit hunter
Il cacciatore di crediti può essere a giusta ragione considerato una delle più significative conseguenze inattese prodotte dal d.m. 509/99. Le tre brevi storie che seguono aiuteranno a comprenderne le caratteristiche principali.
La prima storia è quella di C. P., brillantemente laureatasi (laurea triennale) in «Scienze della Comunicazione» dopo aver sostenuto 32 esami con risultati eccellenti (una media ponderata dei voti tra il 29 e il 30). Nel corso del lavoro di tesi, il relatore chiede a C. P. come ha fatto a fare 32 esami in 3 anni ottenendo peraltro risultati tanto brillanti. La risposta della ragazza è spontanea quanto fulminante: «La cosa più importante è riuscire a resettare completamente la memoria ogni volta che si finisce un esame. Meno rimane, meglio è. Altrimenti non ce la si fa».
La seconda storia ha per protagonista M. D., che in una calda giornata di fine giugno si presenta per l’esame di «Sociologia Industriale» da 3 CFU. Dalle risposte alle prime domande traspare chiaramente che M. D. ha studiato. Taylorismo e fordismo li conosce a fondo. E se la cava bene anche sull’evoluzione del concetto di tempo nella società industriale. Ad un certo punto il professore le dice: «Aris Accornero a questo proposito scrive che…». Dallo stupore dipinto sul volto della ragazza capisce che non sa chi è. Di questi tempi la cosa non sarebbe così rilevante se Accornero non fosse, oltre che un importante sociologo, l’autore del manuale sul quale la ragazza in questione ha imparato le cose che ha appena ripetuto su Taylor, Ford, il concetto di tempo, ecc.
La terza storia è quella di P. D. G. Logorroico e confusionario almeno quanto intelligente, lui la faccenda la racconta da solo così: «Il non perdere tempo è diventato un’ossessione. […] Si corre a destra e a manca per cercare di non perdere i corsi, i seminari, i laboratori, le prove intercorso, i corsi di formazione, il lavoro part time, gli esami, fino a quando non si comincia a riflettere e a selezionare gli obiettivi. Ma purtroppo anche questo non basta, perché nessuno sta lì ad aspettarti. Tempo soggettivo e tempo sociale continuano a fare a pugni e l’unica possibilità è quella di ritornare a correre, più forte di prima, per riguadagnare il tempo perduto».
La morale delle tre storie è presto detta: l’Università «riformata» produce cacciatori di crediti. Credit hunter, per l’appunto. Che per definizione non hanno tempo per apprendere. Per approfondire. Per capire. Possono al massimo imparare. Fare l’esame. Resettare. Imparare. Fare l’esame. Resettare.
Con il passare degli anni il cacciatore di crediti subirà una ulteriore mutazione: al tempo dell’Università «riformata» i crediti infatti non si conquistano, si riconoscono. La caccia ai crediti si struttura, di norma, nell’ambito di una convenzione. A cacciare non è più il singolo iscritto, ma l’Associazione, l’Ordine, la Struttura, l’Organizzazione. E naturalmente non sfuggono alla regola le Università telematiche.
Frame 3. I fantastici quattro
I numeri sono presto detti: 4 Università, nate tutte solo dopo la «riforma», 15 Facoltà, 20 corsi di studio, 2.513 studenti, 3 docenti di ruolo, a fronte delle 81 Università, 545 Facoltà, 3.076 corsi di studio, 1.158.455 studenti, 60.728 docenti di ruolo che rappresentano l’uni-verso totale di riferimento nell’anno accademico 2005/2006.
I numeri sono numeri, e negare la limitata incidenza quantitativa del fenomeno «Università telematiche» sul totale dell’universo indagato vorrebbe dire negare l’evidenza. Ciò detto, va aggiunto però, continuando a usare il lessico caro ai maghi dei numeri, che molte e consistenti ragioni sconsigliano di determinare ogni sorta di equivalenza tra questo oggettivo dato di fatto e una supposta scarsa rilevanza del suddetto fenomeno.
Due di queste ragioni meritano in particolare di essere esplicitate:
1. il sempre più vasto e autorevole novero di coloro che, sulla base delle potenzialità connesse allo sviluppo delle Nuove Tecnologie dell’Informazione (NTI) e al loro utilizzo in ambito didattico, ritengono l’on line la vera nuova frontiera dell’apprendimento (il fatto che l’Unione europea almeno dal 2000, anno della definizione dell’e-Learning Action Plan «Designing Tomorrow’s Education», abbia individuato nell’e-learning un asse fondamentale delle politiche culturali, dell’istruzione e dell’informazione al punto da prospettare la possibilità di rimodellare intorno ad esso l’intero sistema educativo al tempo della società dell’informazione può suggerire a questo proposito qualcosa di certamente significativo);
2. la qualità e la quantità di soggetti che si stanno adoperando per promuovere e diffondere l’insegnamento on line a ogni livello. Per fare anche in questo caso qualche esempio, si possono citare le esperienze delle Università di Paesi come il Canada e l’Australia o le attività legate alla costituzione di consorzi sul modello open university alle quali partecipano non solo le Università di Paesi tradizionalmente all’avanguardia come USA e Gran Bretagna ma anche quelle di Paesi come la Cina, l’Argentina, il Vietnam, la Cambogia.
Frame 2. Friendly law, but law
Con un improbabile gioco di parole si potrebbe dire che con il passaggio dal latino all’inglese come lingua di riferimento per mercanti, navigatori, studenti, studiosi di ogni parte del mondo impegnati a comunicare, scambiare esperienze, avviare progetti, sviluppare attività, il «dura lex, sed lex» di antica memoria ha lasciato il posto al più duttile «friendly law, but law».
Molto è stato già detto e scritto, nel corso di questo lavoro di ricerca, circa le ragioni per le quali la deliberata ambiguità, nel senso canonico di definizione confusa di situazioni alternative che generano più significati e interpretazioni, della norma, unitamente alla sua «facilità d’uso», questo uno dei significati dell’aggettivo «friendly», hanno finito col produrre effetti collaterali così numerosi e rilevanti da mettere in discussione l’utilità prima ancora che l’efficacia della cura. Ci si può dunque qui limitare a focalizzare l’attenzione intorno agli effetti determinati, data anche la particolare configurazione organizzativa delle quattro Università in questione, per quanto riguarda:
1. i criteri di accreditamento dei corsi di studio a distanza e le azioni di verifica e di valutazione della qualità del piano formativo previste nell’ambito dei diversi regolamenti didattici;
2. l’attivazione del sistema di valutazione costante della qualità dell’organizzazione e dei risultati della didattica secondo criteri nazionali ed internazionali;
3. i criteri di accreditamento di nuove Università telematiche e le specifiche tecniche del sistema di e-learning che tali Università sono tenute ad adottare secondo i d.i. del 17 aprile 2003 e del 15 aprile 2005 in particolare per ciò che si riferisce all’esplicitazione della metodologia didattica adottata e dei servizi offerti (certificazione del materiale didattico, tutela della privacy, caratteristiche e modalità delle prove di verifica del profitto, vincoli nella scelta dei crediti formativi annuali conseguibili, ecc.), alla definizione delle modalità di stipula del contratto tra studente e Università ivi compresa l’eventuale rescissione da parte dello studente, al piano di reclutamento del personale (almeno 9 docenti e 18 tutor per ogni 100 studenti immatricolati per ciascun corso di laurea triennale, almeno 6 docenti e 12 tutor per ogni 100 studenti immatricolati per ciascun corso di laurea specialistica, non più di 40 studenti per ciascuna classe affidata a un tutor), alla dotazione tecnologica (caratteristiche della piattaforma, comprovata compatibilità con i servizi previsti nella Carta, risorse per la manutenzione e l’aggiornamento, congruità tra capacità tecnologica e utenza prevista, ecc.).
È utile sottolineare come i rischi di «distorsione», per continuare a utilizzare questo eufemismo, siano stati a tal punto e da sempre così evidenti da aver indotto la Conferenza dei rettori delle Università italiane a deliberare più volte in proposito in maniera oltremodo netta e significativa, come si avrà modo di constatare più diffusamente nel terzo capitolo.
La bombonera
Perché la bombonera invece di la bomboniera? Perchè la bomboniera è solo una bomboniera. Mentre la bombonera è prima di tutto il mitico Estadio Alberto J. Armando “La Bombonera” dove gioca il Boca Juniors di Buenos Aires, la città di Luis Borges e di Diego Armando Maradona. E poi perché della bombonera in questione non sapevo neppure l’esistenza fino a qualche giorno fa quando … ma forse è meglio cominciare dal principio.
Quando sono a Napoli, alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri mi piace passarci a prescindere, e a prescindere mi ritrovo sempre a comprarci qualche cosa. Settimana scorsa era la volta degli Adelphi in offerta. Provo a fare una polemica sulle etichette sulle quali si legge 1 pezzo 15% di sconto, 2 pezzi 25%. So essere un mago, ma che dico un maestro della polemica. Commento a mezza voce che i libri non sono saponette che si vendono a “pezzo”. Faccio palla corta. Nel senso che una solerte libraia mi spiega che le etichette le fa l’editore e che i libri sono presenti così in tutte le librerie di tutta Italia. Per poi chiosare etichettandomi come il solito pedante lettore al quale non va mai niente bene. Mi tengo la spiegazione (così è, se mi pare) e l’etichetta (la solerte libraia è anche una mia cara amica) e mi ritrovo come rapito dal fatto. Quale fatto? Il fatto che ad essere in offerta ci sono i libri di Canetti, di Galasso, di Capra, di Kundera. A Kundera mi fermo. Una giunonica fanciulla ha appena preso 7-8 copie de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e sta per andare alla cassa. La guardo. Mi sorride. Accompagna il sorriso con rapide parole. E’ per la storia dei libri venduti a “pezzi”. Ma ormai mi sono fatto coraggio. Le chiedo cosa ne fa di 7-8 copie dello stesso libro. Mi risponde che è per una cosa molto speciale. E che dovrà prendere 7-8 copie di più libri. La guardo ancora. Le chiedo se conosce Enakapata. Mi risponde no. Ma non si ferma qui. Mi chiede se penso che il mio Enakapata possa reggere il confronto con Canetti o Kundera. Ormai ho perso. Ma non per questo abbandono. Le rispondo che per quanto mi riguarda con Canetti non ce n’è per nessuno, o quasi. E che per Kundera non sarei altrettanto categorico, non fosse altro che per il nome, Milan.
Lei mi guarda esterefatta. Non le dico del mio cuore nerazzurro. Faccio un passo. Prendo Enakapata dallo scaffale. Lo pago. Glielo dono. Ricevo in cambio un sorriso. Sono decisamente soddisfatto.
La fanciulla va. Chiedo alla mia amica libraia a che servono tante 7-8 copie dello stesso libro. Davvero non lo sai, mi dice?, davvero, rispondo. I libri si usano anche come bomboniera. Non mi sembra vero. Poi penso a tutte le volte che sarei stato felice di portare a casa un libro piuttosto che un oggetto in argento o in ceramica. Comincia a sembrarmi una bella idea. E’ una settimana che vado in cerca di amici che debbono fidanzarsi, sposarsi, risposarsi. Ho per loro una proposta che non si può rifiutare: Enakapata. La Bombonera.
Gnerre, Potecchi, Pirone, Casillo
Edmondo Gnerre: Complice l’essere fresco di un viaggio a Tokyo, la lettura di Enakapata è stata estremamente interessante. L’ho acquistato dopo la presentazione fatta a Benevento e l’ho letto tutto d’un fiato in poche ore: prima a Milano durante l’attesa per il rientro a Napoli (con due ore di ritardo), poi al mare, sulla spiaggia di Paestum. Ho apprezzato soprattutto la freschezza del linguaggio e l’acuta osservazione del Giappone, che è davvero un altro pianeta!
Alessia Potecchi: Ho trovato Enakapata interessante, fresco e originale. Non soltanto per i contenuti ma anche per la stesura grafica di diario incrociato e alternato, dove si intersecano molto bene le diverse esperienze dei due autori durante il viaggio in Giappone: quella di Vincenzo, incentrata sul discorso professionale e quindi legata alla ricerca, e quella di Luca, che ci fa immergere nella storia e nella cultura nipponica con una descrizione di storie e luoghi visti con gli occhi da ragazzo.
Un diario giapponese che riesce a fondere originalità ed intelligenza, situazioni e personaggi creando pagine che attirano, coinvolgono, stupiscono, fanno vivere in prima persona il viaggio dei protagonisti.
Nel titolo, originalissimo, è racchiuso gran parte del significato di questa pubblicazione: “Enakapata” una parola nippo-napoletana, inventata dagli autori, che vuol dire “una capocciata”, una cosa da urlo, che stupisce e che è fuori dall’ordinario. Proprio partendo dal titolo vorrei analizzare alcuni aspetti che ho trovato belli ed interessanti.
Come dicevo, lo stupore che accompagna questo viaggio è di due tipi:
il primo, di carattere scientifico e tecnologico, ci permette di conoscere la realtà di questo super-centro di ricerca, il Riken, dove si è a contatto con gli strumenti e macchinari giusti per fare ricerca con una quantità di risorse e una qualità di risultati impensabili qui da noi in Italia. Lascia davvero a bocca aperta l’organizzazione giapponese in materia di ricerca: rispettare le regole, privilegiare la qualità, l’autonomia, la capacità di assumersi delle responsabilità importanti e premiare il merito ad ogni livello della scala gerarchica, insieme al confronto, al gioco di squadra di chi ha la capacità di collaborare ed interagire con altri team. Una realtà che ci stupisce e che dà una grande lezione al nostro paese ma anche all’Europa per quanto riguarda le risorse e gli investimenti dedicati alla ricerca. Incredibili le interviste fatte da Vincenzo per i contenuti, la descrizione di scenari lontani anni luce da noi e dalle possibilità così poco incoraggianti date ai nostri giovani ricercatori che, pur essendo spesso molto bravi, sono costretti a cercare lavoro all’estero. Segnalo inoltre la storia della Serendipity cioè dell’importanza del dato imprevisto e anomalo che diventa strategico nel progresso scientifico, proprio come racconta Carninci in una delle interviste.
Poi c’è l’altro tipo di viaggio, la “capocciata” di Luca che va alla scoperta delle meraviglie e delle curiosità della cultura giapponese. E ancora una volta lo stupore, il fatto straordinario, ci fa vivere la storia del Giappone anche qui con i suoi aspetti e le sue realtà così distanti dai nostri luoghi a dal nostro quotidiano. Belle e intelligenti le descrizioni della vita in Giappone, dei suoi monumenti e tesori ricchi di arte e storia millenaria. Ma anche molto coinvolgenti e divertenti gli aspetti che riguardano i negozi, lo shopping e la cucina giapponese.
Trovo poi che nel libro ci sia molto, anzi moltissimo, di Vincenzo, della sua storia personale, della sua esperienza professionale e del suo impegno nel sindacato.
Trovo che questo aspetto sia molto bello; quando in un libro come questo, che descrive un viaggio, emerge così bene e così forte la storia di chi scrive vuol dire che il lavoro è un lavoro ben fatto, fatto e scritto con il cuore, come tutto quello che Vincenzo fa. Ne esce uno spaccato di vita e storia personale dove c’è un grande amore per le proprie origini e per la propria terra. La sua Secondigliano che porta sempre con sè. E poi la sua famiglia, molto commovente quando parla di suo padre e dei suoi insegnamenti. Viene poi fuori il Vincenzo sindacalista che ha a cuore il lavoro e la condizione dei lavoratori proprio a partire dalla realtà della sua terra. Ci viene qui in mente, visto che Vincenzo dirige un’importante sezione della Fondazione Di Vittorio, proprio Giuseppe Di Vittorio e il suo insegnamento. Nella sua lunga militanza e nel suo impegno che lo hanno portato ai vertici del sindacato non ha mai dimenticato, nei suoi scritti e nella sua azione, la sua terra del Sud dov’è nato e cresciuto e non ha mai dimenticato la sua gente, l’ha sempre portata con sè. Accanto a questo aspetto ho ritrovato poi nel libro l’ironia bellissima di Vincenzo, la sua semplicità e modestia e poi una caratteristica importante che ci accomuna: il tifo sfrenato per l’Inter.
Questo è quello che io ho colto in questo libro, viaggiando con gli autori pagina dopo pagina.
Francesco Pirone: Un diario di viaggio doppio, nel senso che il libro, scritto a quattro mani, alterna le pagine dei diari di viaggio dei due autori, padre e figlio, che vivono insieme. I diari iniziano dal difficile quartiere di Secondigliano a Napoli, per poi svilupparsi attraverso il racconto dell’esperienza di viaggio in Giappone che per Vincenzo, il padre, è l’occasione per raccogliere materiali per uno studio sociologico sull’organizzazione di un centro di ricerca d’eccellenza mondiale – il Riken – dove lavora il premio Nobel per la chimica Ryoji Noyori. Per Luca, il figlio, invece, è l’occasione per approfondire il suo interesse per la cultura giapponese e per supportare, moralmente e soprattutto praticamente, il padre nella sua impresa. La redazione del diario diventa l’occasione, attraverso il tipico sguardo comparativo dei viaggiatori, per riflettere e mettere a confronto la terra di partenza – Napoli e l’Italia – con quella d’arrivo – Tokyo e il Giappone. Ma il libro offre di più. Propone un doppio sguardo, parallelo, che è indicativo non solo di un diverso interesse verso la cultura nipponica, ma forse anche di una diversa sensibilità generazionale: da una parte il figlio che, da cultore della civiltà nipponica, si sofferma sulle tradizioni e sulle pratiche di vita contemporanee che osserva nei diversi ambienti di Tokyo; dall’altra parte, il padre che, da ricercatore sociale, osserva il Giappone soprattutto attraverso il filtro della sua ricerca sull’organizzazione dei centri di ricerca d’eccellenza e sul ruolo che in essi ha la serendipity. Nel racconto, tuttavia, emergono le personalità dei due autori, la loro umanità e il loro modo di approcciare il viaggio e il confronto, non sempre facile, con la propria e le altre culture, in una narrazione della vita quotidiana dove si evidenzia chiaramente la centralità di internet, sia per le pratiche di lavoro, sia per la cura dei rapporti personali.
on Quaderni d’altri tempi
Antonio Casillo: Un racconto di parallelismi. Un diario di viaggio e lavoro. Di leggerezza e contenuto. L’Italia e il Giappone, Secondigliano e Tokio. Padre e figlio, l’integrazione e la sorpresa. Sparta e Atene, ma anche l’essere ed il poter essere. La ricerca e la scoperta serendipitosa. Collaborazione e competizione.
Enakapata è un continuo incitare al nesso. Alla ricerca dell’insight, del collegamento illuminante, che si svela senza mai preavviso, ma solo a chi lo cerca con caparbietà e lucidità. Con intraprendenza, ma con organizzazione.
Chi nun tene curaggio …
Frame 1. Comodi, comodi
Sfondo bianco. Varie tonalità di grigio e verde acqua. Logo. Collegamenti alle varie sezioni del sito. In primo piano il riquadro con uno studente sdraiato, foglio A4 tra le mani, computer aperto ai piedi. Sfondo del riquadro di un grigio molto tenue. Taglio informale. Ambiente rilassante. Approccio ammiccante. A destra, in alto, il messaggio: «I nostri studenti adorano le comodità» .
Sarebbe decisamente troppo facile approfittare del gioco di parole – comode lauree per studenti che adorano le comodità – indotto dallo slogan che specialisti sicuramente geniali del marketing on line hanno scelto per comunicare con i potenziali utenti di uno dei quattro Atenei che, nell’anno accademico 2005/2006, rappresentavano il totale delle Università telematiche presenti nel nostro Paese. Sta di fatto però che termini come comodità, facilità appaiono estremamente indicativi, non solo dal versante della domanda ma anche, soprattutto, da quello dell’offerta, per spiegare le attività degli Atenei telematici oggetto di questa ricerca, l’esplosione del fenomeno Università telematiche, gli inevitabili approdi in assenza di una chiara inversione di tendenza.
Metodologie didattiche e contenuti, requisiti minimi di docenza e dotazioni tecnologiche, convenzioni e modalità d’esame: non c’è ambito che possa dirsi immune dal fascino indiscreto dell’accomodamento, complice un quadro di riferimento normativo che da un lato sembra voler definire, e prescrivere che siano rispettati, vincoli, standard, procedure che garantiscano la qualità e la serietà dei diversi corsi di studio e dell’altro non individua in maniera cogente le sanzioni atte a garantire una reale corrispondenza tra la norma e la sua applicazione.
L’espressione «sembra voler definire» va, in questo caso, intesa in senso letterale: sarà utile dunque, prima di procedere oltre, specificare in maniera più dettagliata questo aspetto della questione.
About Frame
Da quando, nel gennaio 1975, Altair 8800, il primo personal computer della storia, è apparso su Popular Electronics, dando ufficialmente inizio ad un’avventura che in meno di trent’anni porterà alla vendita di un miliardo di computer e all’incontro di almeno due miliardi di persone con mouse, tastiere, posta elettronica, Internet, il termine frame, nella sua accezione di cornice, riquadro, struttura, è entrato a far parte del lessico di un numero sempre più vasto di individui di ogni tipo e di ogni parte del mondo.
La scelta di usare tale termine per raccontare, dare senso, tenere assieme eventi, fatti, idee, proposte che si riferiscono al fantasmagorico mondo dell’e-learning, al ruolo e all’importanza che in esso rivestono le Università telematiche, in primo luogo quelle che a tale titolo operavano, sulla base del d.i. del 17 aprile 2003 come modificato dal d.i. del 15 aprile 2005, nel nostro Paese, nell’anno accademico 2005/2006, è dovuta però a una sua accezione molto meno popolare, partorita dal genio di Erving Goffman , che, nei suoi aspetti fondamentali, può essere così sintetizzata: per comprendere un flusso di eventi è necessaria una cornice cognitiva che consenta di collocarli in un contesto sociale; il passaggio da un livello all’altro della realtà, la gestione della complessità sociale, sono traducibili nell’attività di togliere e mettere cornici (framing).
L’auspicio è che l’attività di framing possa contribuire a fornire un contesto alle nostre storie senza perdersi nei labirinti del caso per caso.
Face Brolo Book
Fine aprile 2009. Sera. Cerco di sapere qualcosa di più su Brolo, il comune dove sono stato chiamato a partecipare, per conto della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, all’iniziativa, promossa dal Sindaco Salvo Messina e dal consiglio comunale con la partecipazione attiva del sindacato, “1° Maggio 2009. Una festa tanto attesa”.
In casi come questi Wikipedia si rivela più utile che mai. La pagina dedicata a Brolo comincia così: “Brolo (Brolu in siciliano) è un comune di 5.646 abitanti della provincia di Messina”. Ed è così che il piccolo comune siciliano entra ufficialmente a far parte della mia geografia.
Perché vi racconto tutto questo?
Perchè quello di Brolo è stato un 1° Maggio particolare. L’occasione da un lato per ricordare e per così dire “riabilitare”, con tanto di “revisione” degli atti processuali e di consegna agli eredi di pergamena, i quindici operai che nel 1921 vennero ingiustamente condannati per la loro partecipazione allo sciopero contro il licenziamento di un giovane operaio, finito tragicamente con l’uccisione di una bambina di 10 anni, Angela Barà; dall’altro per connettere l’importanza del lavoro, il suo valore, in una giornata emblematica come il 1 Maggio, ad un atto di riappropriazione collettiva di un pezzo della propria memoria e della propria storia.
Questione di identità. Di valorizzazione di quella risorsa preziosa che ci permette di sapere chi siamo. Questione di cerchie di condivisione. Di valorizzazione dei contesti nei quali ci riconosciamo con altri e ci sentiamo in buona compagnia.
Identità e condivisione che emergono forte dalla discussione, dalla demo di un possibile film di Italo Zeus, dalla bellissima poesia in siciliano che il consigliere Enzo Avena ha scritto per ricordare quei fatti.
L’aspetto ancora più interessante è che per Brolo tutto questo non è un episodio ma fa parte di un progetto politico che punta molto sul rapporto tra memoria e futuro.
Nasce così l’idea di istituire una Biblioteca Multimediale, diretta in primo luogo ai più giovani, e di intitolarla a Rita Adria. Nasce da qui il progetto “Io Ci Sono”, che a partire dall’11 maggio intende “fermare” in una grande istantanea tutti le facce e dunque le storie dei brolesi residenti e di pubblicare poi le foto in un libro che il Sindaco Messina ha voluto definire la prima grande novità editoriale del 2010.
Brolo. Dove facebook diventa realtà.
Benevento, 18 Maggio 2009
Ma la crema di Strega è un dolce o non è un dolce?
Sono da un pezzo passate le 10 p.m. quando l’enigma finalmente si scioglie e l’ottima Maria Rosaria Napolitano, prof. di Marketing alla Sannio University e fino a quel momento impeccabile skipper dell’equipaggio della 1° Benevento Enakapata Dinner deve ammettere la sconfitta: sì, la crema di Strega è un dolce. E che dolce.
Ma se volete sapere cosa ci facevamo a Benevento è meglio cominciare dall’inizio. O quasi.
L’appuntamento con Luigi Glielmo è intorno alle 5.30 p.m. nei pressi della Prefettura. Luigi l’ho conosciuto a Procida complice Salvatore che con gli anni assomiglia sempre più a un personaggio partorito dalla fantasia di Hemingway.
Luigi è uomo di mare, appassionato di jazz, prof. di Controllo Automatico al Dipartimento di Ingegneria dell’Università del Sannio e tanto altro ancora ed è stato lui, assieme all’Associazione Umanitas e alla sua presidente Stefania Ferrara, ad organizzare la presentazione di Enakapata all’Università del Sannio.
Con Cinzia ci muoviamo da Bacoli in perfetto ritardo, alle 3.35 p.m., ma riusciamo non so come ad arrivare all’appuntamento con Luca e Salvatore in perfetto orario,come non manca di sottolineare la perfida guidatrice. Alle 4 p.m. in punto si parte, alle 5.40 p.m. l’incontro con Luigi, i saluti, i 4 passi verso la sede dell’incontro.
Il buon giorno si vede dal mattino, così come l’organizzazione accurata : microfoni, registratori, addirittura la videocamera, la sala presto popolata, l’incontro con i prof. colleghi – amici di Luigi, cito per tutti Felice Casucci, delegato per la cultura dell’ateneo sannita.
Ci sono tanti ragazzi, immagino studenti di Luigi e dei suoi colleghi, e la cosa mi fa molto piacere, così come mi fa piacere la presenza della mia studentessa special, Suor Maria Rosa Lorusso, psicologa che segue il mio corso di sociologia dell’organizzazione a Salerno per non so quale abilitazione all’insegnamento. Ha una gran bella testa e la sua partecipazione attiva ha dato un contributo significativo alla mia attività in aula.
Di cosa si è discusso? Soprattutto di Serendipity, di organizzazione della scienza, di processi di competizione – collaborazione. Troppo secondo Cinzia, Luca e Salvatore, che hanno rilevato che il libro non è solo questo. Inevitabile oltre che estremamente interessante, secondo me, perchè imi piace l’idea che il libro possa essere anche un’occasione per discutere di talento e di organizzazione.
Loro sostengono che forse con una discussione più “leggera” gli studenti avrebbero partecipato di più. Io ribadisco che di certo le persone che sono intervenute nella discussione hanno segnalato un interesse intorno al tema che produrrà ulteriori approfondimenti. Tutta saluta. per noi e per Enakapata. Ci mettiamo a ridere tutti e quattro, in realtà molto contenti della bellissima serata. Che avrà una conclusione altrettanto degna. Quella di cui vi ho raccontato all’inizio. Di cui cercheremo di rinverdire presto il piacevole ricordo.
Milano, 14 Maggio 2009
A Milano in treno ci sono andato l’ultima volta con Salvatore, e in fondo sono sopravvissuto. E poi anche oggi sono previste due tappe. La prima con partenza alle 7.54 a.m., destinazione Roma. La seconda con partenza alle 11.30 a.m. da Termini e arrivo prevsto a Milano alle 3.29 p.m..
Durante le 4 ore di viaggio qualche chiacchiera, una ricca provvista di noia e 3 cose da segnalare:
il racconto di un operaio che lavora sulla linea dell’alta velecità tra Firenze e Bologna. Sta sulla macchina che trafora. 6 turni di notte, 6 turni di pomeriggio, 6 turni di mattina, 3 giorni a casa, giù in Basilicata. Baracca singola con bagno e parabolica. Rumeni e marocchini visti come il fumo negli occhi;
la scoperta, complice la mia spilletta logo quadrato rosso rigorsamente CGIL, che quel signore che continua a gridare a telefono da quando è salito a Bologna è il fratello di un mio amico diregente del sindacato scuola in Sicilia;
la telefonata di Gianni (il mio amico che ha organizzato il tutto) che mi avvisa che cause di forza maggiore gli impediranno molto probabilmente di partecipare alla presentazione. Conoscendolo so che alla Società Umanitara sarà comunque tutto a posto ma rimane il fatto che la notizia non è decisamente di quelle migliori.
La mia testa decide che a Bologna sono stato troppo agitato. E che stasera come va va. Non ci crederete eppure funziona. Mi calmo. Ha ragione Osvaldo. ‘A capa é na sfoglia é cipolle.
Alla stazione troviamo Ciro Russo. Sono emozionato. Mi ha pescato su Facebook qualche mese fa. Alle scuole medie dfacevamo coppia fissa. Sono 40 anni che non lo vedo. Meglio di Carramba che sorpresa.
Stasera rivedrò anche Cristina. Con lei sono almeno 15 anni che non ci si vede. Incredibile ma vero. E poi arrivano mio cugino Romeo, i miei amici Antonio e Vincenzo, Loredana l’amica di Alberto, i librai della Feltrinelli con il libro. E poi ci sono Alessia Potecchi e Luca De Biase, e poi arriva l’eroico Gianni.
Chissà la folla, starete pensando. E invece no. Perchè oltre a loro ci saranno state altre 9-10 persone.
Il giorno dopo Gianni lo definisce un flop. Io nn sono daccordo. Non solo perché mi è capitato molto di peggio al tempo de “la Casa dei diritti”, a Genova in 3 a presentarlo e in 2 a partecipare. Ma perchè c’è stata una bella discussione. Ho rivisto un pò di amici. Ho stabilito link con bella gente che non conoscevo. Ho trascorso una bellissima serata con amici vecchi e nuovi.
La mattina dopo Reggio Emilia. Riunione di lavoro e poi pranzo con pasta con le cozze e paranza fritta con persone straordinarie modello Amici miei. Ma questa è un’altra storia. Che forse un giorno vi racconterò.
Bologna, 23 Aprile 2009
Come molte delle cose che mi accadono anche questa comincia un pò per genio e molto per caso.
Nel corso dell’ultimo anno Sergio l’ho incrociato più volte e sulle “principali” l’ho trovato tranquillo, per certi versi persino rilassato. Forse Bologna la rossa e fetale non lo ha amato come merita. Forse è stato lui che non ha saputo farsi amare di più. Ma in fondo io devo soltanto chiedergli se gli va di presentare il libro.
Ne parlo con Angelo Lana. Mi dice che l’idea non gli dispiace. Mi dico che è difficile che mi ricapiti la fortuna di un editore così. Chiedo il numero alla mitica Magda. Chiamo. Gli dico che ho scritto assieme a mio figlio Luca un libro che racocnta la nostra esperienza in Giappone. Gli chiedo se ha voglia e tempo di presentarlo. Mi dice subito si. Aggiunge che le Librerie Coop gli sembrano il posto giusto.
Metto in moto la macchina. Fila tutto liscio. Fino ad una settimana prima della presentazione. Quando mi viene in mente che lui è il Sindaco di Bologna. Che per quanto il libro sia bello io e Luca a Bologna non siamo certo delle celebrità. Che se non viene nessuno alla presentazione faccio una pessima figura.
Scatta il Piano Plus. Coinvolgere mio fratello Antonio, che a Bologna vive da più di 30 anni. Torturare la mia amica Roberta Della Sala, che a Bologna ci è arrivata da un anno per la laurea magistrale dopo la laurea triennale a Salerno. Chiedere aiuto a tutti gli amici reali e virtuali che in qualche modo hanno o hanno avuto a che fare con Bologna. Una per tutti. Cristina Zagaria. Che prima di approdare a la Repubblica Napoli ha lavorato alla redazione di Bologna. Per aiutarmi invia mail e mette annunci su Facebook. Mi sembra incredibile e invece è vero.
Nel treno verso Bologna continuo a ripetermi che funzionerà, ma il fatto che me lo ripeta non serve certo a tranquillizzarmi. Sento Cinzia. Lei e Luca sono già in albergo. Li raggiungiamo. Mettiamo via i bagagli. Andiamo a fare un giro in centro. Incontro Roberta. Poi Alessandro Pecoraro di Oltregomorra, con il quale conto come Fondazione Di Vittorio di organizzare una serie di iniziative sul tema legalità, lavoro, diritti. Parliamo di un sacco di cose. Ma io penso sempre alla stessa cosa.
Piove. Facciamo un giro. Non piove. Ancora un giro. Piove ancora. Meglio andare in libreria.
Non c’è ancora nessuno per la presentazione, ma manca ancora mezzora. Cinzia e Roberta chiacchierano. Io vado avanti e indietro come un carcerato.
Mi maledico e poi mi maledico ancora. Mi ripeto che le presentazioni dei libri le devono fare gli scrittori veri, quelli che loro arrivano, fanno i tipi “sostenuti”, firmano autografi, trovano tutti là che pendono dalle loro labbra, non come me che a momenti devo preparare anche il tavolino con le sedie mentre Luca già da 3 giorni mi ha comunicato che lui quello che poteva fare l’ha fatto e non ha nessuna intenzione di farsi trascinare in questa overdose di ansia da presentazione. Giuro che mi ha detto più o meno così. Giuro che se fosse davvero possibile odiare i propri figli queste sarebbero le occasioni nelle quali ci riuscirei alla grande.
Esco. Ritorno. Riesco. Ritorno. Lo facico ancora. Miracolo. Lo spazio che ci è stato assegnato è pieno di sedie e di persone. Merito di Roberta e di Antonio. Merito di Sergio. Merito della libreria. Non importa.
La discussione fugge via piacevolissima. Il Sindaco che non fa il sindaco ma il curioso, l’amico, il lettore, l’intervistatore. L’abbraccio affettuoso con Carmine Rubino e Gennaro Pastore, amici amici amici della Secondigliano della mia gioventù. Le dediche, ebbene sì, ai lettori conquistati. La foto ricordo che mannaggia mi sono dimenticato di chiamare tutto il resto della Band. La cena, le chiacchiere e il vino con Angelo, Cinzia, Antonio, Stefano e Luca.
Domani si ritorna a casa. Anzi a lavoro. Ma stanotte la testa sul cuscino la metto felice.
Napoli, 17 marzo 2009
Sono 2 mesi che abbiamo presentato il libro a Napoli. Fino a quando il mio amico Carninci non scopre la maniera per recuperare l’elasticità e dunque l’efficienza del mio cervello (lo so che lui lavora per il cervello di tutti, ma intanto io mi guardo il mio) mi tocca coccolare la mia poca memoria. In questi casi lo faccio con piacere. Lei quasi lo avverte. E mi regala le 10 cose 10 che (ancora) non ho dimenticato:
l’attività di amici e parenti per la buona riuscita dell’evento; ammetto di aver avuto la sensazione di esagerare quando ho visto che non mi rispondevano al telefono e mi evitavano per strada, ma non ho avuto pietà;
la sala eventi de la Feltrinelli Libri e Musica di p.zza dei Martiri piena piena piena di facce conosciute e no; a fare la differenza con le altre volte sono i tanti amici di Luca ma io per intanto mi compiaccio con me stesso di non aver avuto pietà;
il momento di panico, quello che non manca mai e rischia creare l’incidente ancora prima di cominciare; non ricordo più come e perché è successo, ma ricordo bene che c’è stato e che mi ha procurato un disturbo all’occhio sinistro che è andato via solo due giorni dopo;
i pensieri gentili di Cristina Zagaria, la sua dolce fermezza, l’elogio del figlio nonostante un padre che non sta zitto mai;
il talento dirompente di Enzo Avitabile, le parole e la musica, il cuore e le mani;
i volti felici di amici e parenti, l’imbarazzo e il piacere ad ogni dedica, il senso condiviso di una sera;
gli occhi di Luca;
la gioia di Laura e Riccardo;
la ricerca di un portafoglio perduto e mai più ritrovato (il mio, of course);
il tempo ritrovato (di una cena) con Cinzia, Angelo, Alessio, Luca, Stefano, Federica, Tarcisio, Gianni;
le chiacchiere gioiose fino a casa, della serie domani è un altro giorno, ma intanto questo ha funzionato alla grande;
l’ultimo è per un sospeso, per un pensiero che verrà, proprio come quella bella abitudine ormai andata quasi del tutto persa di pagare un caffé, un sospeso per l’appunto, per la persona che lo chiederà.