Il Valore della legalità. Conversazione con Marcelle Padovani

Credo di aver avuto intorno ai 14 anni quando ho incrociato per la prima volta l’espressione “anomalia italiana”. Sono passati quarant’anni, sono stati abbattuti il muro di Berlino e le Twin Towers e l’anomalia è ancora tutta lì. Basta dire scudo fiscale, lodo Schifani, lodo Alfano, guardare al modo in cui se ne discute su gran parte della stampa italiana e su quella del resto del mondo per rendersene conto con una evidenza che fa male. Di più. Nell’era Berlusconi l’anomalia è come teorizzata, rivendicata. Si favoriscono gli evasori fiscali, li si premia. Si fanno leggi ad personam, si delegittimano istituzioni e poteri autonomi, si alimenta l’insofferenza verso le regole ad ogni livello. Insomma: perché la partita “cultura della legalità e rispetto delle regole” non è stata ancora vinta dalla democrazia italiana? Quale fase stiamo attraversando?

Di questo e molto altro abbiamo discusso con Marcelle Padovani (Corrispondente permanente di Nouvel Observateur in Italia, autrice di film reportages sulla mafia e di numerosi volumi, tra i quali La Sicilia come metafora, con Leonardo Sciascia, Cose di Cosa Nostra, con Giovanni Falcone, e Mafia, Mafias, uscito in Francia da poche settimane) “Le mie impressioni su questo periodo sono molto contraddittorie – argomenta la giornalista –. Se mi avesse fatto la stessa domanda qualche anno fa è probabile che le avrei risposto con più ottimismo. La cosa che trovo preoccupante è che è diventato legge sparare sulla legge e sulle regole. Quasi come se ci fosse una gara a chi la dice più grossa contro le strutture della convivenza sociale, del rispetto verso l’altro, dell’osservanza, appunto, delle regole. Credo che questo sia uno dei momenti più bui che io abbia vissuto in questo Paese.

Eppure ho vissuto in Italia altri momenti molto duri. Ricordo ad esempio i giorni del rapimento di Aldo Moro. Ricordo tanta angoscia, ma allo stesso tempo una capacità di mobilitazione e di partecipazione che ci portava a incontrarci per strada, nelle piazze, dappertutto, per parlare e confrontarsi. In quel momento lì ho realizzato che il terrorismo in Italia non sarebbe stato sconfitto dalle leggi eccezionali, che per fortuna non ci sono state, o dalla repressione, com’è accaduto ad esempio in Germania, ma dalle persone, dalle piazze, dalle fabbriche, che ebbero in quella fase un ruolo importantissimo.

Ciò che intendo dire è che in quel momento che sembrava così buio c’era una grande consapevolezza di che cos’è uno Stato, e delle ragioni per le quali uno Stato non può venire a patti con dei delinquenti travestiti da rivoluzionari rossi.

Il Mese E oggi?

Padovani Purtroppo nella sensibilità popolare non incontro più questa volontà di rispondere assieme ai grandi problemi, a volte non so nemmeno se ci sia la consapevolezza dei grandi problemi. Mi domando ad esempio se oggi l’italiano medio si interroghi sugli attacchi alla Costituzione, se la famiglia media si lamenti del fatto che l’evasione fiscale cresce, che c’è insofferenza verso tutto ciò che è diverso, che non c’è più voglia di rispettare e neanche più semplicemente di tollerare chi non la pensa come te. Penso di no, e penso che questa mancanza di sentire comune sia preoccupante.

Il Mese: Rispettare le regole è giusto, eppure il fatto che sia giusto non basta a farle rispettare. Perchè la cultura delle regole si diffonda e si traduca in pratiche c’è bisogno che i cittadini siano indotti a ritenere “conveniente” il rispettarle. Da osservatrice, “esterna” ma non troppo, delle faccende italiane, cosa pensa del fatto che il sistema Italia ad ogni livello di fatto non premia i comportamenti rispettosi delle regole?

Padovani: Più volte mi sono ritrovata a fare paragoni con la Francia: un paese dove effettivamente c’è un rispetto diffuso per la legalità, dove quel che è vietato di norma non si fa. E poiché ho avuto ed ho molte ragioni per amare questo paese, mi sono altrettanto spesso chiesta perchè in Francia sì e qui noi.

La prima risposta che mi sono data è che in Francia il cittadino si confronta con un’amministrazione che lo rispetta. Se una persona ha un problema con il fisco può fissare un appuntamento, parlare con il personale preposto, chiedere chiarimenti, definire modalità di pagamento, discutere le scadenze, ecc… Quello che intendo dire è che c’è un modo dell’amministrazione di accogliere i cittadini che favorisce molto l’adozione di comportamenti virtuosi da parte di questi ultimi. In Italia invece l’amministrazione assomiglia troppo spesso a una macchina ideata per romperti le ossa, per complicarti la vita. È un’amministrazione arrogante, rigida nella forma ma non nella sostanza.

Secondo me, dunque, c’è il senso dello Stato proprio perché, mi si passi il “bisticcio” c’è lo Stato che è nato con Carlo Magno nell’800 e che gradualmente si è radicato e ha allargato la sua influenza, anche territoriale. Uno Stato che ha fatto della centralizzazione una risorsa importante per sviluppare tra i cittadini il senso dell’interesse collettivo.

Il Mese: Alla connessione forte tra centralizzazione e senso dell’interesse collettivo che lei suggerisce si potrebbe di primo acchito obiettare che ci sono numerosi esempi che dimostrano il contrario, valga per tutti quello della Germania.

Padovani: Non conosco bene l’esempio tedesco, ma credo si possa dire che ogni Land in Germania amministra come se fosse uno Stato. In ogni caso quello che mi pare davvero controproducente è il fatto che ci siano tante leggi diverse sullo stesso argomento da parte delle Regioni, delle Province, dei Comuni. In Italia accade spesso che Regioni ed enti locali si sovrappongano tra loro e con lo Stato, si muovano nello stesso spazio, cosicché non si capisce mai bene chi è responsabile di una cosa e chi no e tutto questo finisce, da un lato per determinare disordine, scoraggiamento, e dall’altro per rappresentare una spinta oggettiva a risolvere tutto con il contatto personale, con la richiesta del favore, con l’incitamento a corrompere. Tutto questo è avvilente, per la pubblica amministrazione e, ancora di più, per il cittadino.

Il Mese Ha mai pensato che in Italia fosse possibile una strada diversa?

Padovani Sì. Ricordo un episodio che mi colpì molto. Era il 1973, ero da poco arrivata in Italia e diretta a Fiumicino, con l’autobus, da Roma Termini. A un certo punto mi accorsi che stavamo andando al paese e non all’aeroporto. Mi prese l’angoscia, parlavo male l’italiano, chiesi all’autista e questi mi spiegò che avevo sbagliato mezzo. Ma non si fermò qui, perché, cosa da non credere, mi portò all’aeroporto con l’autobus. La grande generosità degli italiani, la loro innata capacità di improvvisare, di trovare delle soluzioni, di mettersi a livello dei problemi delle persone mi aveva fatto immaginare che le regole potessero non essere indispensabili. È una “fantasia” che mi è passata molto presto.

Per tornare allo Stato che non c’è, ancora negli anni 70 una signora mi ha raccontato una storia che per me ha dell’incredibile. Questa signora si era trovata in difficoltà e aveva dovuto portare tutti i suoi gioielli al Monte di pietà della sua città, Palermo. L’anno dopo, quando va a pagare e ritirare i gioielli, arriva con 20 minuti di ritardo rispetto alla scadenza stabilita e l’impiegato le spiega che non può più riscattare i suoi gioielli: in pratica li ha persi. La signora in questione si dispera, torna a casa, piange, si sfoga con che le dice vieni, andiamo da don Carlo. Don Carlo è un mafioso, si fa raccontare i fatti, poi dice alla signora di tornare il giorno dopo. L’indomani lei torna, lui le dà i gioielli e lei paga soltanto quello che avrebbe dovuto pagare all’amministrazione per recuperarli. Ecco, la mia domanda è: è “intelligente” uno Stato che si comporta così con i suoi cittadini?

Il Mese: Proviamo a guardarla anche da un’altro lato. Peter Schneider, nel pieno del ciclone tangentopoli, siamo nei primi anni 90, scrive su Micromega: “Quando un popolo si sceglie per decenni dei capi corrotti, quel popolo non può diventare automaticamente pulito mandando a casa o in galera i suoi capi. I comportamenti assimilati durante il periodo della grande corruzione non si estinguono di colpo. Né possono essere aboliti per decreto. […] Gli italiani non possono ingannare sé stessi e pensare di essere immuni dalla corruzione”.

A quasi 20 anni di distanza alcune cose sono cambiate, molte altre, purtroppo, no. Perché questo deficit di ruolo della classe dirigente?

Padovani: La classe dirigente è attualmente al potere in Italia è totalmente irresponsabile. Quando un presidente del Consiglio dichiara che tra un po’ ci saranno il 50 per cento degli italiani che non pagheranno il canone Rai, legittimamente tale dichiarazione viene letta come un incitamento a non pagare.

Un ceto dirigente che dà questo esempio, che pensa che la ricchezza ti metta al di sopra della legge e delle regole può fare molto male al proprio Paese. Bisogna auspicare che il primo tempo, quello dell’accondiscendenza, persino dell’ammirazione, lasci al più presto il posto al secondo, quello in cui si chiede conto dell’operato delle classi dirigenti, ad ogni livello. Da questo punto di vista ritengo sia indispensabile salvaguardare la capacità della magistratura di essere autonoma, di svolgere il suo compito con imparzialità e garanzia di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Mettere in discussione questa autonomia significa oggi condannare l’Italia a un ritorno al medioevo.

Il Mese: Quando nel 2002 lessi “Dodici anni dopo”, la prefazione alla nuova edizione di Cose di cosa nostra, mi piacque molto quella sua immagine del virus della legalità che si propaga. Ancora oggi resto convinto che l’esercizio consapevole della responsabilità da parte dei cittadini sia la risposta più efficace e credibile alla crisi identitaria, legale, morale che attraversa il Paese. Ma se la convinzione è rimasta, nutro molti più dubbi sulla possibilità di vederla realizzata. Lei oggi scriverebbe ancora che il virus della legalità in Italia si sta diffondendo?

Padovani: Oggi risponderei che il virus della legalità per il momento si è addormentato, ma che prima o poi si risveglierà. Vorrei spiegarmi con due esempi. Il primo si riferisce al 1976, anno in cui ci fu un lungo sciopero dei netturbini romani. Era luglio, faceva un caldo atroce e a quel tempo abitavo al primo piano in un palazzo qui a Trastevere. Sotto le finestre i cumuli di “monnezza”, come si dice a Roma, si facevano sempre più alti e naturalmente, con il caldo, l’odore diventava ogni ora più nauseabondo. Mi chiedevo come fosse possibile tutto questo quando un giorno vidi arrivare dei giovani con dei piccoli carri che cominciarono a raccogliere l’immondizia. Naturalmente scesi e chiesi chi fossero; la risposta fu “Siamo del Partito Comunista Italiano, apparteniamo alla sezione qui dietro”. Segnalai l’episodio in un mio articolo per indicare quella che per me era una vera cultura della legalità, un esempio virtuoso di governo alternativo del territorio.

Il secondo episodio si riferisce ai giorni nostri. Oggi abito in uno stabile popolare dove vivono una trentina di famiglie e dove è stata introdotta la raccolta differenziata. Ebbene è una battaglia continua quella che combatto assieme ad altre due o tre persone affinché si utilizzino nel modo giusto i vari contenitori. In particolare sembra sia un problema comprendere che dove c’è la spazzatura biodegradabile non si deve mettere la plastica. Ogni giorno devo togliere dal contenitore della biodegrabile i sacchetti di plastica, che non lo sono, li devo svuotare dal loro contenuto e mettere nel contenitore che raccoglie plastica, vetro, metallo. Ecco, direi che questa “piccola” grande differenza tra il 1976 e 2009 segnala qualcosa di significativo circa il decadimento dell’attenzione e della passione per la legalità.

Acqaiuolo, l’acqua è fresca? Manco ‘a neve

La rivoluzione non è un pranzo di gala neppure quando è digitale. Si può emergere e stare dalla parte dei vincenti. Ma ci si può anche ritrovare emarginati, esclusi, iscritti a forza nel club sempre affollato degli svantaggiati.

Contano le opportunità. L’esperienza. Il genio. Il caso. L’intuito. Quello che ad esempio anche al tempo dei nuovi media non ti fa perdere di vista l’importanza della selezione e della completezza delle fonti. Non solo perché una società può dirsi a giusta ragione pluralista proprio se e in quanto può disporre di visioni e punti di vista alternativi. O perché oggi più che mai il potere di informare si interseca saldamente con il potere di formare. Ma perché se si sottovaluta questo aspetto si finisce come i troppi investitori che per decidere quali titoli comprare si sono accontentati delle indicazioni delle società di rating che per fare le loro costose analisi vengono pagate dalle emittenti titoli che pagano più volentieri le società di rating che considerano i loro titoli ottimi invece che quelle che li giudicano medio o bassi.

Per sottolineare che una domanda veniva fatta ad un interlocutore interessato e dunque non attendibile a Napoli da ragazzi si usava dire “Acquaiuolo, l’acqua è fresca? Manco ’a neve”. Oggi si potrebbe definirla anche una sorta di antesignana definizione di una malattia sempre più diffusa, il conflitto di interessi.

Dite che è ora di accorgersi che tutto il mondo è paese? Niente affatto. Perché nei paesi normali quando ci si accorge di essere malati non si discetta di né di persecuzioni né di investiture popolari. Semplicemente ci si cura. Scusate se è poco.

La democrazia dei cittadini

enakapata3Sto scrivendo per Rassegna Sindacale la recensione di La democrazia dei cittadini,  bellissimo libro curato da Iginio Ariemma che raccoglie gli scritti di Pietro Scoppola dall’Ulivo al Partito Democratico  e sono inciampato ne La casa dei diritti, un mio libro pubblicato nel 2002.
Nella pagina dei ringraziamenti cito con affetto i miei amici Ettore Combattente, Luca De Biase, Gerardo Di Paola, Teresa Granato, Luigi Morra, Colomba Punzo, Luigi Santoro, Rosario Strazzullo, Riccardo Terzi. Poi Sergio Cofferati, al tempo leader della CGIL ed autore della prefazione,  Salvatore Veca, i cui libri e la cui amicizia mi hanno insegnato altri modi di guardare alle cose della politica e della vita e, udite udite, “mio figlio Luca, del quale la circostanza mi ha permesso di  scoprire una confidenza con i punti e le virgole (questioni di sintassi, insomma) che non gli conoscevo. A lui sono grato per la meticolosa opera di rilettura del testo. E per avergli sentito dire che “nonostante il genere non sia il massimo, il libro si può leggere”.
Come tutte le cose della mia vita, belle o brutte che siano, non me ne ricordavo più, nel senso che non me le ricordo a comando, mi tornano in mente se e quando si crea qualche link.
Confesso che mi ha fatto piacere trovare un antenato alla nostra collaborazione per Enakapata. Come dice il proverbio? Non c’è due senza tre? Chissà, forse bisognerebbe chiederlo a lui. O forse meglio di no.

Uno di due

enakapata3 Ebbene si, si ricomincia.
Il prossimo appuntamento è per il 7 novembre a Capo Miseno, dove  la presentazione del libro sarà il pretesto per ragionare di università, di ricerca scientifica, di innovazione, magari con qualche raffronto  tra Giappone e Italia.
Il 25 novembre sarà invece la volta di Caserta, dove invece il tema scelto dagli organizzatori è lo scambio culturale tra le generazioni.
Ecco, tra le cose che continuano a piacermi di tutta questa storia ci sono sicuramente le diverse angolazioni con le quali si può leggere Enakapata. La scienza. Il rapporto tra padre e figlio. Secondigliano e Tokyo. L’umanità di magliari e Nobel Prize.
La cosa che mi piacerà di meno sarà ritrovarmi a discutere senza Moretti il giovane. Se siete frequentatori abituali già sapete che da qualche setimana ha un lavoro. E se non lo siete non perdetevi d’animo, appena un pò di scrolling e avrete modo di sapere tutto  ma proprio tutto su questa grande novità.
Lo so che ci voleva. Il titolo del post l’ho scritto io, non voi. Ma se e quando accadrà mi mancherà tantissimo. Enakapata è il nostro viaggio. In ogni caso vi farò sapere. Promesso.

p. s.
Prima che me lo chiedete voi, ve lo dico io. I turni di Moretti il giovane lo impegnano 6 giorni a settimana, cosicché incastrare la sua agenda con la mia e con quelle di coloro che organizzano le presentazioni è un’impresa titanica. Senza bisogno di dircelo abbiamo deciso di dare priorità al libro, e ogni volta che abbiamo una data si va comunque. Naturalmente lui conta sul fatto che tanto sono io quello che sta sempre in mezzo. Vorrei sfatare questo mito. C’è qualcuno che mi aiuta? Io sono certo che Moretti il giovane da solo se la caverebbe benissimo. E voi?

Tecknos, dunque Apai

Tecknos, dunque Apai. Quando la testa fa rima col cuore. Grazie. Semplicemente. Sinceramente.

Un’agorà nel cuore di Napoli

“Qui non c’è opinione pubblica. E allora poco importa che questo quartiere rimanga imbalsamato. L’essenziale è che rimanga una sacca di voti eccezionale, una volta per l’uno, un’altra volta per l’altro candidato. Qui ci sono i deboli, e nella realtà chiunque sia al potere, di questi deboli non si ricorda più”.

Sono passati 5 anni da quando don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità, mi ha detto queste parole. In cinque anni sono successe tante cose. Per lui, ma di questo a don Antonio non piace che si parli, e per il quartiere. Ad esempio nell’ottobre 2005 è nata l’associazione Onlus “L’Altra Napoli”, creata da “un gruppo di napoletani dentro, residenti e non, che condivide l’amore per la propria città natale, un forte sentimento di riscossa e la voglia di rimboccarsi le maniche”; perchè “Napoli è una città che sa dare tanto, tutto, e quando chiede aiuto non può essere abbandonata al suo destino”; perché “di questa città sul golfo potremmo lavarcene le mani, ma ci resterebbe sopra il sale”. Due anni fa il progetto “Rione Sanità ieri oggi e domani”. A settembre di quest’anno il tour “Miglio Sacro”, dalla Basilica di San Gennaro extra moenia alla chiesa di Santa Maria alla Sanità, fino alle catacombe di San Gaudioso, un percorso nella cultura per riscoprire tesori e umanità fuori dal comune.

La morale della storia? Occorre dare valore all’agorà greca, arrestare la sua privatizzazione e spoliticizzazione. È importante riprendere il discorso sul bene comune. Non rinunciare a costruire pubbliche opinioni che adottano propri criteri autonomi di giudizio intorno a ciò che è giusto e ciò che vale nell’ambito dello spazio pubblico.

Sembra facile, in particolare nell’era digitale, dove per certi versi è più difficoltoso definire il luogo dove le forze in campo si confrontano, dove avviene lo scontro politico, e dove si fa più fatica ad identificare chi sono i dominanti e chi i dominati, dove sono, in altre parole, i veri centri di gestione del potere.

La presenza delle spine non deve però farci scordare della rosa.

Alla presentazione del Miglio Sacro don Antonio Loffredo ha detto, riferendosi alla Sanità, che “questo quartiere ha fretta, questi ragazzi hanno fretta”. Fretta di liberarsi dai luoghi comuni. Fretta di formare una loro pubblica opinione. Fretta di farla contare. Fretta di comunicarla al mondo. E questo al tempo dei nuovi media è sicuramente molto più facile.

Ci voleva

enakapata3 Valeria l’ho avvistata su Skype ieri sera. Era nella casa di Aux en Provence. Da poco di ritorno da Marsiglia. Detto che se ancora non sapete chi è Valeria e cosa ci fa a Aux en Provence lo potete leggere qui, aggiungo che con questo amore di ragazza è sempre un piacere fare quattro chiacchiere.
Gli occhi luminosi, il sorriso dolce, mi ha raccontato dei suoi studi, delle tante piccole grandi incombenze che chi si trova nella sua situazione deve ogni giorno affrontare, dell’atteso, imminente trasloco nella nuova casa.
Poi siamo finiti a parlare di lui, Moretti il giovane. Mi ha detto di avergli scritto una mail, anche perché lui non si era ancora fatto vivo. Da parte mia nessuna meraviglia, of course. Perché se è vero che il tipo è solo un falso sprucido è altrettanto vero che la finzione gli riesce alla grande. Se poi ci aggiungete che in  queste settimane è stato impegnato in un doloroso conflitto, ancora non del tutto risolto, con un dente del giudizio e in un inedito coinvolgente rapporto con il suo nuovo, anzi primo, lavoro, capite bene che il tempo per scrivere a Valeria proprio non lo poteva trovare.
A proposito del lavoro di Moretti il giovane. Sapete qual’è stato il commento di Valeria? Zio, ci voleva.
È proprio vero. Ci voleva. Sarà per questo che da una settimana sono sempre contento anche se il Milan vince a Madrid e la Juve sembra non morire mai. Ci voleva. Sicuramente per la madre e per me. Forse per il fratello. Soprattutto per lui.
In questo mondo di pacchi e veline si fa fatica a pensarlo. Ma il lavoro è un valore.  Un diritto. Un’occasione importante di crescita.
Valeria lo sa. Mi ha detto che l’amica che l’ha ospitata a Marsiglia è una sociologa, che le hanno offerto un dottorato, che sembra avviata verso una bella carriera.
Zio, queste cose qui in Francia accadono ancora, ha aggiunto raggiante. E in Italia?

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Chiamapechino

Secondigliano non è solo camorra

Antonio Parola, Umberto Pastore, Antonio Rubino, Pasquale Ruggiero, Salvatore Traino Mercoledì ho rivisto Salvatore Traino. Erano più di 30 anni che ci eravamo persi di vista. Aveva saputo di Enakapata da Tonino Parola, ha comprato e letto il libro, mi ha cercato e trovato via internet, mi ha scritto, ci siamo sentiti, siamo stati qualche ora assieme a parlare di noi oggi e di noi allora, la cosa forse più scontata, di certo più sentita, che potevamo fare.
Ci siamo un pò infreddoliti in Piazza Plebiscito e poi siamo saliti a casa mia, dove abbiamo bevuto il tea bello caldo preparato da Luca a casa sua (giuro che è possibile, anche senza appartenere alla categoria dei maghi), gli ho passato un pò di indirizzi mail e di numeri di telefono che lui non aveva del vecchio gruppo di Secondigliano.
La sera stessa mi ha mandato alcune foto. Un paio mi hanno fatto andare il cuore fuori giri. Oggi il messaggio: Sono riuscito a contattare Umberto e Carmine, per tuo fratello è più difficile. Mi rimandi l’e-mail di Carmine? Ho Vista  impallato e su Ubuntu non l’ho salvato. Tutto bene a Reggio? Continuamo nelll’impresa di metter insieme questi Secondiglianesi. Ti sono arrivate le foto? Un abbraccio. Salvatore.
Tra un pò gli scrivo. Per intanto mi piace raccontarlo qui. Mi piace Enakapata che è ‘na capata perchè mi fa ritrovare gli amici dei miei anni secondiglianesi. Mi piace quest’idea di Secondigliano che non è solo camorra. Mi piace l’idea che questa idea possa aiutare le tante persone perbene di Secondigliano a sentirsi almeno un pò più orgogliosi. Mi piace persino pensare che Roberto Saviano  possa sentire almeno un pò più forte la solidarietà di tutte queste persone e almeno un pò meno forte la solitudine.
Questo per oggi potrebbe essere tutto. E invece no. Perchè nella foto che vedete  a fianco c’è anche, sulle scale, Tonino Rubino, che almeno in questa vita non potremo  incontrare più. Tonino non sembrava, era davvero un personaggio uscito dai romanzi di Jack Kerouac. E forse non poteva che lasciarci così, come un personaggio creato dal profeta della beat generation. E’ passata una vita, ma mi è sempre mancato un pò. Adesso mi manca un pò di più.

Ho riso molto e pensato anche di più

enakapata3 Monica Vitaloni: Ciao Vincenzo … libro letteralmente divorato … ora mi sento un po’ più serendipitosa, con una gran voglia di vedere il Giappone ed in procinto di provare la ricetta dei Ramen di Luca! 😀 … ho riso molto e pensato anche di più … è un libro che fa riflettere e che apre la mente!
Complimenti a te e a Luca davvero di cuore!!!

La Cina spacca l’Occidente

PARTE I PECHINO-WASHINGTON COPPIA DI FATTO

John C. HULSMAN – L’Occidente è finito perché l’America vuole allearsi con la Cina
La Grande Recessione evidenzia la rivoluzione geopolitica globale. L’Europa, divisa e decadente, è un museo. Per pagare il conto di Bush, Obama guarda a Pechino e all’area dell’Oceano Indiano. Il futuro è degli Stati nazionali.

Giorgio ARFARAS – Nelle mani dell’Asia
La crisi globale evidenzia i limiti della simbiosi economica sino-americana. Gli Usa devono comprimere i consumi per ridurre il debito interno ed estero. La crescita sarà trainata dai consumatori asiatici, o non sarà.

Fabrizio MARONTA – Chi vince e chi perde
La crisi ridisegna i rapporti di forza globali. Chi ne esce meglio finora è la Cina, seguita dall’India. I più colpiti, nel mondo che conta, sono gli Stati Uniti e alcuni paesi europei. Russia e America Latina in bilico. Il Medio Oriente paga l’austerità.

Sergio ROSSI – Oltre il dollaro
La crisi rivela i limiti dell’‘impero a credito’ e impone di rivedere il sistema dei pagamenti fra nazioni. Alcune idee per sostituire il regime basato sulla moneta statunitense con una moneta internazionale. Il piano Keynes e le proposte cinesi.

Francesco SISCI – Americina
I cinesi possono dare libero sfogo al loro amore per l’America, con cui stanno costruendo un duopolio di fatto. Il vincolo economico reciproco è stato perseguito da Pechino per assurgere a junior partnerdi Washington. Limiti e rischi dell’operazione.

Fabio MINI – Chimerica è una chimera
Un duopolio globale è implausibile. L’avvicinamento fra Cina e America avviene in circostanze non volute, infelici: Pechino resta inferiore e Washington è in declino. Ordine mondiale e ordine delle cose.

Thomas ZHU – L’orgoglio ferito dei cinesi di frontiera
Snobbati dai connazionali dell’interno, osteggiati dalle minoranze locali, gli han del Xinjiang esibiscono con fierezza i loro successi economici. E accusano: Pechino ci ha tradito, per la gioia dei secessionisti.

Jean-Léonard TOUADI – Soccorso giallo: la crisi battezza Cinafrica
Il continente nero è devastato dalle conseguenze della Grande Recessione. La Cina ne profitta per consolidarvi la sua penetrazione economica e geopolitica, con l’appoggio delle élite locali. L’Occidente ha altre priorità.

PARTE II L’OCCIDENTE DIVISO DALLA CRISI

Federico RAMPINI – Noi europei al bivio: o ci uniamo o non contiamo più
La Cina punta al G2 con gli Usa, alle sue condizioni. Le potenze europee, ormai residuali, dovrebbero fondersi in un solo polo. Non saremmo alla pari con i due colossi, ma almeno potremmo partecipare alla partita globale.

Paolo QUERCIA – Ultima chiamata per l’Italia
Tra anniversari malinconici e dogmatismi, rischiamo di perdere di vista opportunità e minacce nel mondo che cambia. Che cosa conta per noi? Estero vicino ed estero rilevante. L’importanza di partire dalle nostre necessità.

Federico FUBINI – Attenti al Fondo
L’Fmi come barometro dei nuovi equilibri. La Cina impone sempre più il suo peso economico, politico e finanziario. India e Brasile pensano in grande, mentre Giappone e Stati Uniti segnano il passo. Chi rischia di più è l’Europa.

Mattia DILETTI – Il ‘realismo magico’ di Obama
L’America non può rinunciare al suo spirito missionario, ma nemmeno concedersi il lusso dell’interventismo ‘umanitario’. Da questa contraddizione scaturisce l’ideologia dell’attuale Casa Bianca. Che cosa resta del sogno americano.

Tomàs F. SUMMERS SANDOVAL JR. – L’America non capisce il suo razzismo
L’elezione di Obama è stata salutata come la fine della questione razziale. Niente di più sbagliato. La razza resta un pilastro della società statunitense e un potente fattore di discriminazione, specialmente in tempo di crisi.

Enrico BELTRAMINI – L’Obama-pensiero tra Reagan e Malcolm X
Il presidente americano ha saputo lanciare al paese un salvagente etico per evitare che sprofondasse nelle sabbie mobili della crisi. Una sapiente miscela di liberalismo politico e conservatorismo morale, solidarietà e responsabilità, Stato e individuo.

Simone NELLA e Alessandro POLITI – Pakistan, i ching e la Bomba
Washington e Pechino condividono alcuni interessi nell’Afpak, a cominciare dalla lotta al jihadismo. Di qui a immaginare una cooperazione sinoamericana molto ne corre. Le ‘linee rosse’ cinesi: no a Balucistan e/o Pashtunistan indipendenti.

PARTE III HAI DETTO ECONOMIA?

Oswald SPENGLER – È la demografia, bellezza’ (a cura di Giorgio ARFARAS)
conversazione con Oswald SPENGLER, editorialista di Asia Times a cura di Giorgio ARFARAS

Rosario AITALA – Il nuovo triangolo delle mafie parla cinese
La crisi globale ha rafforzato il potere delle grandi organizzazioni criminali, che dispongono di denaro in abbondanza. Pechino come hubdi un sistema di traffici che ha i principali mercati in Europa e America. I predatori migliorano le prede.

Carlo STAGNARO – Viva i paradisi fiscali!
La demonizzazione degli ‘uncooperative tax havens’ esprime la competizione fra gli inferni occidentali ad alta fiscalità e alcuni piccoli Stati, ben amministrati, a bassa fiscalità. Il caso delle Isole Cayman e quello del Delaware. La retromarcia di Obama.

Mauro GUERRA e Fabio PANZERA – Lo shadow banking e le quattro isole dell’economia mondiale
La distribuzione di prodotti costituiti ‘impacchettando’ i crediti a bilancio segna la crisi finanziaria in corso. L’incerto futuro delle banche americane e l’emergere dei colossi bancari cinesi. Usa, Cina, Europa e America Latina come poli dell’assetto planetario.

Mauro BUSSANI – Crisi delle regole e regole della crisi
L’improvvidenza del diritto, non la sua mancanza, è alla radice dell’attuale tempesta economico-finanziaria. Le lacune del modello americano e l’illusione mercatista. Cinque criteri e una Corte per ridisegnare il sistema globale.

Marco SAVINA e Rodolfo VISSER – La ballata dei numeri zero
Dalla realtà virtuale alle dure repliche dei fatti: come e perché si è arrivati al disastro che ancora scuote il mondo. Le follie dei manager e i dilemmi di Obama. La chimera del ‘mai più’. Chi ha rotto paga? Non proprio.

A fratemo Enzo. Enakapata. Enzo Avitabile

NapoletanaCi siamo incontrati ieri sera a Napoli. Alla Feltrinelli Libri e Musica. Si parlava di libri e di gente con Cinzia e il mio amico Gianni Giannantonio, che dirige la “bottega” di Piazza dei Martiri. Non ricordo se è stato lui a dirmi dell’assegnazione del Premio Tenco a Enzo. Ricordo di aver pensato finalmente. Di aver aggiunto gliene manca almeno un altro. Quello di Salvamm’ ’o munn non poteva che essere suo. E invece.
Il nuovo disco si chiama Napoletana, canti e musica scritti nel cemento. Mentre chiacchiero con Gianni faccio un cenno di saluto. Ancora chiacchiere. Faccio in tempo ad essere  maleducato, senza volerlo of course,  ma ciò non basta a giustificarmi, con la mia amica Li, quando Enzo si avvicina. Ci abbracciamo. Mi chiede di Luca. Del libro. Tutto ok, gli dico. Aggiungo che si fa fatica a farlo “vivere” in giro per l’Italia. Che sto facendo un sacco di chilometri per promuoverlo. Bisogna stare sempre sul pezzo, mi dice. Un libro, come un disco, una volta fatto, non si può abbandonare.
Arriva il CD. Enzo se lo rigira tra le mani. Glielo chiedo. Me lo passa. Mentre mi allontano gli dico di non muoversi che lo pago, lo apro e mi ci mette la dedica. Lo sento dirmi aspetta, che te lo regalo. Mi volto. Sorrido. A me fa piacere quando gli amici comprano i miei libri. E anche quando lo regalo lo faccio solo se promettono che, se gli piace, lo regaleranno a loro volta. Quindi … vado e torno.
Enzo chiede un pennerello. Non c’è. Prova con la penna. Non va. Il suo produttore gli ricorda che hanno altri impegni. Non esiste. Ormai ’a pigliato ’a nziria. O pennerello, o pennerello. È Gianni a risolvere la questione. Enzo scrive: A fratemo Enzo. Enakapata. Poi lo firma. Poi mi guarda negli occhi. E mi dice vai a casa e ascoltalo da solo. In pace.
L’ho fatto. E vi assicuro che è stata un’emozione incredibile. È nà capata. Che dico, nù capatone.
Le canzoni sono bellissime. C’è magia. Poesia. Tradizione. Musica. Anima.
È Enzo Avitabile, gente. Cosa fate ancora qui a leggere. Andate a comprarlo.

p.s.
Ho scritto a Li una sentita mail di scuse. Quello che ho scritto naturalmente non ve lo dico.  Ma se per caso la incontrate non dimenticate di metterci una buona parola.

China Green Business

Su Repubblica del 4 ottobre un articolo che dà un altro bel colpo ai luoghi comuni sulla Cina.

Su Repubblica del 23 settembre un articolo di Federico Rampini sull’asse China Usa nella green economy .

Susanna Musetti

enakapata3 A Vincenzo e Luca
Sono Susanna, ho acquistato il vostro libro Venerdì scorso a Sarzana, vi ricordate, ho chiesto la vostra e-mail (che mi è stata gentilmente scritta da Luca in terza di copertina) per mandare i miei commenti.
Più che commenti o critiche, le mie le considererei delle riflessioni , o se vogliamo quello che mi ha trasmesso il vostro libro.
Abbiate pazienza se alcuni punti non corrispondono a quello che effettivamente volevate trasmettere con questo diario, ma spero che vi faccia piacere, ricevere lo stesso, quello che è andato a finire nella mia scatola dei ricordi.
Quando come noi, si lavora tanto dietro la stesura di un libro, è piacevole sapere quello che ne è rimasto nel lettore. Ed io ho fatto tesoro di tutte le critiche e commenti che mi hanno inviato, li ho persino inseriti in un sito, dove il lettore può andare a leggere in qualsiasi momento.
Volutamente ho trascritto soprattutto i giudizi negativi o le citazioni sciocche, perché proprio da queste si capisce che cosa ha recepito realmente il lettore. Non vi dico cosa mi ha scritto: “Lo sbirulino un po’ matto, ma stranamente intelligente”, che voi conoscete come Andrea Lagomarsini, ed è proprio grazie a lui che sono venuta alla vostra presentazione e ho letto il vostro libro.
Mi dispiace di essere arrivata in ritardo e di essere riuscita a seguire solo l’ultima parte della presentazione, perché in questo caso mi sono persa le vostre considerazioni in merito.
Anch’io come voi sono da sempre stata affascinata dal Giappone dalle sue origini, storie e dalle tradizioni radicate negli anni.
Entriamo nel vivo commento al libro.
All’inizio, mi sembrava una cronistoria giornalistica, quasi delle veline radiofoniche, poi ho capito che era un diario di viaggio e, sono entrata nella storia solamente al vostro arrivo in Giappone. Ho trovato piacevole il confronto padre e figlio, in effetti è divertente leggere due risvolti dello stesso episodio ma scritti da due persone diverse.
Nel leggere il libro mi hanno fatto sorridere alcuni aneddoti che avete scritto, dalle prime colazioni che avete fatto, difatti dovrebbe essere stato traumatico privare un napoletano di caffè e cornetto, episodio che vi è rimasto ancora più impresso proprio perché siete napoletani; poiché: tanti sono gli italiani che possono fare a meno di fare colazione, o privarsi del caffè mattutino. “Togli tutto ma non il caffè a un napoletano”.
Però sottolineandolo avete messo in luce e portato a paragone due modi diversi di vivere, di cibarsi, e di fare colazione.
Un altro fatterello su cui vorrei soffermarmi è quello della puntualità, sì, sicuramente il Giappone è un popolo metodico, ripetitivo e puntualissimo, basta pensare che per secoli i giapponesi sono stati abituati a meticolose regole da rispettare per il rispetto altrui, inculcategli fin dalla nascita.
E molti sono coloro che vedono la puntualità e la precisione di uno stato come il gran pregio di un paese e, pensano che lo stato funziona perché il popolo è preciso e puntuale, la puntualità e la perfezione in assoluto, non un minuto in più o in meno, non si può sgarrare perchè è la loro filosofia di vita; per altri o forse per noi italiani questo pregio è visto come un difetto, poiché lì, niente, riesce a rompere la monotonia.
Difatti ho un’amica napoletana che per lavoro vive in Giappone da diversi anni, ma ogni tanto e direi spesso, stanca degli stereotipi, deve tornare in Italia per respirare e prendere una boccata di ossigeno, e allora tutto le torna alla normalità quando prende il pendolino “Roma Napoli” che è puntualmente in ritardo o l’appuntamento con gli amici che sfora sempre della famosa mezz’oretta di ritardo, che lei chiama il “Ritardo accademico”
Anch’io trovo che lei abbia un modo diverso di vivere dal mio e pensare che quando vive a Napoli siamo solamente a poche centinaia di chilometri di distanza, figuriamoci paragonare uno stile di vita a migliaia di chilometri, ove entrano in gioco proprio gli usi e costumi diversi del paese.
Per ultimo quello dei bimbi che passeggiano da soli, in questo caso la differenza non c’è perché eravate a oriente invece che a occidente, basti pensare che i bambini spagnoli vivono di notte, difatti i figli di alcuni amici che vivono in Spagna vanno tranquillamente da soli a prendere il pane, in farmacia, ecc. traumatico per noi italiani solo pensarlo invece loro lo fanno e non solamente di giorno ma anche in piena notte. Poiché questo è il loro modo di vivere.
Poi ho scorto che tra le righe del libro è stato affrontato un grosso problema dello stato Italiano, una lacuna, e questo l’avete scritto in forma delicata quasi per paura di offendere le istituzioni, in questo mi riconosco poiché anch’io nel mio libro ho scritto in forma così delicata e raffinata che quasi quasi il lettore ha letto senza rendersene conto di alcune considerazioni da me fatte pesanti e reali. Scusate se in corsivo ve ne cito alcuni paragrafi ma è solamente per dare più enfasi a quello che sto dicendo. ”non mi sembrava un coglione una testa di cazzo, come ritenevo coloro che erano dall’altra parte del Parlamento. Un leader, capace solo di pavoneggiarsi e di governare lo stato solo per rimanere nei libri di storia …”.
Allora diciamolo a caratteri cubitali e urliamo alle istituzioni che se vogliamo che l’Italia emerga, bisogna adeguarsi, destinando alla ricerca una percentuale più alta del Pil, questo per favorire lo sviluppo tecnologico ma soprattutto per fare passi avanti. Ed è ora che lo Stato aumenti di gran lunga le sue aspettative in merito per non essere i fanalini di coda. Stiamo arretrando invece dovremmo adeguarci, solo in questo modo si può dire di essere un paese aperto e all’avanguardia, cercando di abbattere i carenti posti di lavoro…. È vergognoso, che da sempre, gli italiani siano costretti ad emigrare oltre oceano per fare ricerca.
Teniamoci i cervelloni ed investiamo un po’ di più nei settori specifici.
“I talenti vanno scoperti, coltivati plasmati e lo stato che accetta tutto ciò che gli altri gli propongono senza riflettere, ha la mente limitata, e la mente recintata diventa arida, vuota, impersonale, mutilata. E un governo che ha la mente mutilata è uno stato incapace di governare o fornire stimoli, desideroso solo di mantenere intatto il ruolo di spettatore passivo, con un “annichilimento intellettuale non solo per se ma anche per i suoi cittadini”.
Finalmente conclude starete pensando, sì, termino qui, dicendole Vincenzo che il suo papà può essere solo che contento di aver faticato tanto facendo due lavori pur di far studiare i figli, e mi sembra che nel suo caso, ne sia valsa la pena.
Mi tenga aggiornata dei suoi diari di viaggio, ha fatto bene a scrivere questo libro poiché così manterrà eterna questa esperienza ed è persino riuscito a condividerla e trasmetterla agli altri.
Ho solo una curiosità ma il codice a barre inserito nella terza di copertina a cosa serve?
E poi non ho capito, perchè avete dimorato in due alloggi diversi, perchè eravate ospitati o per studiare il fenomeno sociologico da due punti diversi?

P.S
Stamani mentre mangiavo la mia foccaccina istintivamente mi è venuto di dare un morso metterla nella busta di carta, poi tirarla fuori dare un altro morso e riporla. Che scema mi sono detta subito dopo, non sono mica in Giappone.

P.S per Luca
Grazie, mi hai risolto il problema della cena. Se vorrai ti farò sapere come è andata la tua ricetta. Ciao

Cornuti e mazziati

enakapata3 Ci credete che questi viaggi in giro su e giù per l’Italia per raccontare Enakapata mi piacciano un sacco? Immagino di si. Farete molta più fatica a credere che sono anche molto faticosi. Impegnativi (anche, per il mio livello di reddito, dal punto di vista economico). E’ una delle grandi tragedie della mia vita. Ma di che ti lamenti, in fondo fai le cose che ti piacciono. Assolutamente vero. Ma per farle faccio tanta fatica. Sì, vabbé, ma in fondo ti diverti. Assolutamente vero. Ma ciò non toglie che … Basta ci rinuncio. Tanto, come diceva mio padre, alla fine si finisce sempre  cosi. Cornuti e mazziati.
A proposito di divertimento, quest’ultimo viaggio a Sarzana è stato non solo estremamente interessante, bello, gratificante, ma anche l’occasione per sperimentare un nuovo futuro per i Moretti&Moretti.
Di cosa si tratta? Non ve lo dico, of course.  Al massimo posso darvi un assaggio di com’è dura la vita di un padre che, per genio e per caso, si è ritrovato a scrivere un libro insieme al figlio.

2 Ottobre, in treno da Roma verso Firenze:
V.: … Bisogna che aumenti la presenza di Enaapata nelle libreria. Mi dovrò inventare qualcosa.  Non c’è niente da fare, bisogna stare sempre sul punto. Non so come fai tu a vivere senza pensare a nulla.
L.: Niente di meno! Non vedi tu come stai combinato e al contrario io come sto bene? Immagino che adesso col lavoro cambierà molto ma per i miei primi 26 anni ho cercato davvero di avere un approccio taoista nei confronti della vita.
V. Adesso mi butto giù dal treno. Anzi butto giù te.
L. Siamo sui treni ad Alta Velocità. Non è tecnicamente possibile. Senza contare che hai giurato che per rispetto ai pendolari se ti suicidi non lo farai mai buttandoti sotto a un treno.

2 Ottobre, in treno da Firenze verso Sarzana
V.: L’altro giorno a Roma in Cgil ho rivisto A. R., è stato affettuoso, effervescente, pirotecnico come al solito.
L.: Sarà che quello di sindacalista è un lavoro usurante, ma dei tanti sindacalisti che ho conosciuto nella mia vita non ce n’è ancora uno normale. Sì, sarà che il lavoro è usurante.

3 Ottobre, in albergo a Sarzana
V.: Mannaggia, ho perso l’orologio!
L.: Pà, come hai fatto a perderlo, ieri sera tardi ce l’avevi, guarda bene.
V.: Ho guardato dappertutto.
L.: Guarda meglio.
V.: No, l’ho perso. No, l’ho trovato. Nella tasca laterale della giacca. E’ che io la giacca non la porto quasi mai.

3 Ottobre, in treno da Sarzana a Firenze
V.: Mannaggia, ho perso il telefono!
L.: Pà, come hai fatto a perderlo, in stazione ce l’avevi, guarda bene.
V.: Ho guardato dappertutto.
L.: Guarda meglio.
V.: No, l’ho perso. No, l’ho trovato. Nella tasca laterale della giacca. E’ che io la giacca non la porto quasi mai.
L.: Pà, ma quale giacca, telefono e portafoglio! Tu é perz a capa. Ma da un sacco di tempo.

That’s all, folks! Se decidete di scrivere un libro, e decidete di farlo con vostro figlio, preparatevi.  Tanto alla fine si finisce sempre così. Cornuti e mazziati.

La Nazione

enakapata330/09/09 NAZ – Sarzana – Un viaggio tra i «cervelli» e i loro luoghi
La Nazione – (on – line) – 30/09/09 – pag. 26
IL LIBRO: L’AFFASCINANTE DIARIO DEI MORETTI, PADRE E FIGLIO

IN «ENAKAPATA, Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo» c’è anche Sarzana.
Un libro scritto a quattro mani da Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio, un diario stranissimo che comincia a Secondigliano e si conclude a Tokyo passando appunto per Sarzana. Nel 2007 infatti Vincenzo Moretti, presente alla prima edizione di Tecknos a Sarzana incontra tante persone interessanti che fanno cose interessanti. Tra queste un ingegnere fisico, una vita da ricercatore, scienziato, imprenditore, una storia incredibile alle spalle legata anche al Giappone, e con Piero Carninci, lo scienzato che ha messo in discussione il dogma del Dna. Il libro è anche e soprattutto il resoconto di un viaggio nel quale padre e figlio si occupano di ricerca scientifica, là dove si concentrano i «cervelli» del pianeta, di luoghi e volti della capitale giapponese, di serendipity e di shinsetsu (ospitalità), in un alternarsi e incrociarsi di voci generazionalmente lontane ma intimamente accordate, e inoltre di periferia napoletana, in un confronto paradossale. Un libro sorprendentemente vitale, fisico, che prende i sensi, scritto con una lingua prensile che con leggerezza, in maniera accattivante, divertente, a tratti persino commovente, porta lontano il lettore, in un mondo sconosciuto e affascinante.

Sarzana, tre anni dopo

enakapata3 Sono passati 3 anni, ma voi questo lo sapete già. Ma nonostante i problemi, le difficoltà, la crisi, la banda Apai non ha rinunciato al suo evento, ma di questo potrete leggere domani su Nòva 100.
Quello che ci piace raccontarvi adesso è che a Sarzana, nell’ambito di Tecknos Duepuntozero ci saremo anche io e Luca, e naturalmente Enakapata e Tokyo e la serendipity e Secondigliano e il ramen e ancora tante altre delle cose che abbiamo fatto e visto in Giappone.
Ma Enakapata a Sarzana non sarà solo un viaggio verso ciò che è già stato. Non solo perché con Andrea Lagomarsini,  Laura  Marchini, Marco Marchi e company non è possibile guardare solo al passato. Ma perché Tecknos è davvero un evento serendipitoso, che favorisce naturalmente e piacevolmente l’incontro di menti preparate capaci di cogliere il dato anomalo, imprevisto e startegico e dunque in grado di realizzare connesioni e creare valore per genio e per caso.
Non ci credete? Seguiteci e vedrete.

A Sarzana ci incontrammo

enakapata3 30 settembre 2006. Andrea Lagomarsini è il presidente di Apai Srl, giovane, dinamica impresa che sviluppa sistemi e tecnologie per la domotica e la sicurezza.
Andrea legge un mio articolo su Nòva 24 e mi invita al numero zero di Tecknos, giornata di discussioni, dimostrazioni, confronti intorno al tema innovazione.
Come sempre devo fare un po’ di conti con gli dei del tempo, ma alla fine decido di andare. Come speravo a Sarzana incontro tante persone interessanti che fanno cose interessanti. Tra queste Antonio Esposito, ingegnere fisico, una vita da ricercatore, da scienziato, da imprenditore.
Come me è made in Naples. Più di me ha una storia incredibile alle spalle. Che scopro ha a che fare anche con il Giappone. E con Piero Carninci.

È il 1994 quando al Cnr di Napoli mi propongono di lavorare per un anno in Giappone. Non sono convinto. Chiedo ed ottengo di limitare l’esperienza a sei mesi. A Tsukuba rimango cinque anni, per due anni insegno alla Technical University di Monaco, poi l’approdo a Ginevra, dove ancora oggi
vivo e lavoro.
Uno che se ne va di malavoglia dalla propria città non ci torna più per molte ragioni. Perché conosce storie, culture, contesti, persone, punti di vista diversi. Perché scopre che tutto questo gli piace. Perché si cala nei nuovi contesti, si fa contaminare da essi, li contamina a propria volta. Perché si ritrova catapultato in una sorta di paradiso della ricerca a fronte di una realtà, quella del Cnr, dove anche le razioni di carta e penna erano un problema.
Ero abituato alle giostre di paese. Mi ritrovo a Disneyland.
Giuro che non esagero. Un mese di lavoro a Tsukuba vale sei mesi a Napoli. Lì ho potuto giocare con gli strumenti e i macchinari giusti, fare ricerca, sperimentare, con una quantità di risorse e una qualità di risultati per me impensabili in Italia.
A Tsukuba incontro Piero e nasce un’amicizia fatta di calcio (nel senso del gioco del pallone) e di scienza. Nel 1997 con Vittorio Palmieri, Luca Casagrande, Gennaro Ruggiero e Francesco Vitobello scopriamo l’RD39, Effetto Lazarus. Che non è il titolo di un film di James Bond. Ma il numero di repertorio ed il nome con il quale si può rintracciare, al Cern di Ginevra, la suddetta scoperta.
Di cosa si tratta? Della possibilità di «resuscitare» le sfoglie di silicio utilizzate per la rilevazione di particelle. Rigenerarle. Farle rivivere. Immergendole in azoto liquido a meno 207 gradi Celsius.
A Napoli per ora non penso di tornare. Ma a Napoli, insieme a Vittorio e Francesco, due della vecchia band di Lazarus, ho messo su la Incept, che sviluppa Technology on Demand. Investendo, facendo ricerca, impresa, cerco di dire che continuo ad amare la mia città.
Lo ritengo il mio esperimento più difficile. Ma ci credo. E non intendo rinunciare alla possibilità di ridare indietro alcune delle cose che l’università e le strutture di ricerca della mia città mi hanno dato, almeno un po’ di ciò che ho imparato in giro per il mondo.

Questo è tutto. Anzi no. Perché, qualche giorno dopo, Piero mi svelerà che Antonio a Tsukuba era chiamato «Dony», nientepopodimenoche l’adattamento made in England della seconda parte del cognome Maradona; che assieme sono diventati famosi per la danza fatta a centrocampo dopo ogni goal (lancio millimetrico di Piero dalla difesa, stop a seguire e rete di Antonio); che il team era soprannominato Rvc, Russian Vodka Ceremony, invece che Japanese Tè Ceremony, in omaggio ai
colleghi russi che al termine della partita erano soliti dissetarsi con una bottiglia di Vodka. Mentre le stelle italiane stavano a guardare.
A questa parte della storia io non ho mai creduto. Forse fareste bene a non crederci neanche voi.

Riparare è giusto

Non so voi, ma io per molti anni ho pensato che l’ideatrice del principio di riparazione fosse mia madre. Come tantissime altre mamme in quei “favolosi” anni 60, per lei il rattoppo, l’aggiusto, la riparazione erano una filosofia prima ancora che una necessità. Più avanti sarebbe venuto il tempo dell’usa e getta ma nel frattempo molti di noi, grazie ai sacrifici dei papà operai che volevano il figlio dottore, avevano conosciuto il grande John Rawls e imparato che le ineguaglianze sono giustificate soltanto se producono benefici compensativi per i componenti meno avvantaggiati della società e sono collegate a cariche e posizioni aperte a tutti (principio di riparazione).  E che per questo sarebbe necessario che i decisori decidano come se non avesser nessuna conoscenza (velo di ignoranza) circa la razza, il genere, il censo, ecc. che ci sono stati assegnati dalla lotteria sociale.

Pura teoria? Niente affatto. In particolare se si usa “teorico” come sinonimo di “astratto”. Nella realtà senza il principio di riparazione la “società dell’accesso”, così tanto richiamata in letteratura, nei documenti ufficiali dei governi nazionali ed europei e così poco perseguita nella concreta attività dei governi, semplicemente non esiste.

Che fare allora? Naturalmente tante cose. Qui c’è lo spazio per una: creare le condizioni affinchè tutti possano imparare. Sempre. Perché è questo il modo più realistico per evitare che chi non per propria colpa si ritrova indietro veda aumentare la distanza che lo separa da chi è integrato. E perché il sapere trasforma il lavoro, i modi di vivere, i modi di essere e di comunicare.

Come farlo? Ad esempio facendo della formazione continua il principale strumento di gestione delle trasformazioni del lavoro (suggerisce qualcosa il fatto che il Rapporto “The universum graduate survey 2007”, questionario a risposta multipla, indica che il 61% dei laureati europei considerano la “formazione e l’aggiornamento gratuiti” il migliore benefit?). Favorendo  la costruzione di legami sociali fondati sugli scambi di conoscenza. Dando valore al merito. Facendo dei processi di apprendimento lungo tutto il corso della vita l’asse strategico attorno al quale ripensare il modello sociale nei paesi cosiddetti avanzati.

Cose da non credere. Migliorando le abilità e le capacitazioni delle persone crescerebbero anche la conoscenza capitalizzata e la competitività, l’economia e le imprese. Provare per credere.

Il nuovo contratto di lavoro in Cina

Su Economia e Management un articolo sulla nuova struttura contrattuale in Cina e altre risorse.

Wang Xing e China Serendipity Lab

Su Nòva24 di oggi un articolo sul fondatore di xiaonel, la versione Made in China di Facebook.
Da tenere presente anche China Serendipity Country, pubblicato il 7 luglio 2009.

Palermo mia cara

enakapata3 L’ultima volta a Palermo? Una vita fa. Naturalmente l’ultima volta che ci sono stato veramente, con la testa e col cuore, e non l’ultima volta che ci sono passato da turista. Era il giugno 1992, un anno difficile da dimenticare. 36 giorni prima, l’eccidio di Capaci era costato la vita a Giovanni Falcone, a sua moglie, agli uomini della scorta. Eravamo arrivati da Napoli, nonostante il mare forza nove, per partecipare alla manifestazione promossa da CGIL, CISL e UIL, “L’Italia parte civile”. Ricordo la città partecipe e solidale invasa da decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia. Ricordo l’amarezza con la quale l’avevamo lasciata. La manifestazione appena conclusa. Il nostro ingresso nel bar. Il giovane proprietario che ci chiede i motivi della nostra presenza nell’isola. La fierezza della nostra risposta. La sfida nei suoi occhi. Lui che a Napoli ci viene ogni anno. Ma per cose serie. Come la partita della Juve allo stadio San Paolo.
Questa volta no. Questa volta è stato tutto bello. Dall’inizio alla fine. Certo Enakapata. Ma non solo quello. Anzi neanche soprattutto.
Non ci credete? E allora provate voi ad arrivare in una soleggiata giornata palermitana dopo una notte assolutamente tranquilla nonostante la Tirrenia non fosse attrezzata per farci vedere via satellite Inter Barcellona. La sera prima si era abbattuta su Palermo una vera e propria bufera? Noi neanche lo sapevamo, almeno fino a quando non hanno cominciato a squillare i maledetti cellulari. E questo è niente. Perchè nonostante l’evidente disappunto di Moretti il giovane comincio a chiedere ai passanti di una buona pasticceria e a una buona pasticceria, che dico, ottima, arriviamo davvero, e in meno di 10 minuti. Pasticceria Mazzara, dal 1909, provare per credere. Mangiamo dolci che è una meraviglia, le persone sono tutte attente e gentili, paghiamo poco più di 11 euro per 6 dolci, 3 caffè, 1 latte freddo, 1 succo di frutta (al tavolo, a Napoli in un posto equivalente ce ne sarebbero voluti 30). E non finisce qui. Perché ci mettiamo a chiacchierare e scopriamo che il simpatico signore che ci serve i dolci si chiama Franco Di Modica e scrive testi per cabarettisti siciliani. Gli regaliamo il libro, ci invita a tornare e ad assistere al nuovo spettacolo, da gennaio ad aprile 2010.
Morale della storia? In 2 giorni alla Pasticceria Mazzara ci siamo tornati 5 volte, e ne è sempre valsa la pena.
E poi, e poi? E poi i giri per i mercati a caccia di storie e di spezie. E poi Enakapata e Antonio e Francesco e Teodoro e Lia e Roberta e… E poi le strade e le chiese. E poi le sarde, la frittura  e gli involtini di pesce spada. E poi il ritorno e la Via Lattea. E poi un padre e un figlio che diventano sempre più amici. Lo so che lo sapete già. Ma Enakapata è nà capata soprattutto per questo.  Nonostante la fatica, le corse, le spese. E’ così bello che mi sembra un sogno. Anzi no, come diceva l’Ernesto? E’ un sogno quando sogni da solo. Quando sogni con gli altri è realtà.

ANSA e la Repubblica Palermo

enakapata3ANSA Palermo, 16 settembre 2009: Qual e’ lo stato della ricerca in Italia? A giudicare dal libro di Vincenzo e Luca Moretti, padre e figlio, che portano notizie fresche dal Giappone, il Belpaese
non è messo bene. Vincenzo Moretti, professore a contratto di  Sociologia dell’Organizzazione all’Università di Salerno, lo scorso marzo è andato per un mese in Giappone, accompagnato dal figlio che studia culture orientali. Il viaggio è diventato un libro: ”Enakapata”, edizioni Ediesse, che sara’ presentato domani a  Palermo, alle 18, alla libreria Feltrinelli.
Il titolo parte dall’espressione napoletana ”è ‘na capata” e si accorda con assonanze orientali. Moretti padre, autore, sempre per Ediesse, del ”Dizionario del pensiero organizzativo”, comincia a concepire il viaggio nel Sol Levante quando scrive una mail a un ricercatore, ovviamente italiano, Piero Carnici, che coordina il Fantom International Consortium, dove lavorano 192 cervelli di 11 paesi. Moretti gli chiede se nelle ricerche dello studioso, il caso abbia avuto un ruolo. La risposta non si fa attendere ed è si. La serendipity, che aiutò Fleming a scoprire la penicillina, anche nelle ricerche dello studioso italiano ha avuto un significato, portando lui e il suo gruppo alla scoperta di Rna non codificati, al di fuori del dogma centrale della biologia molecolare.
Nel panorama dei cervelli in fuga dall’Italia, Carnici è uno dei tanti accolti a braccia aperte all’estero. Questione di soldi? Non solo: il Giappone spende il 3,6% del Pil per la ricerca (l’80% dei fondi proviene dal settore privato), ma il finanziamento, dice uno degli interlocutori di Moretti, è un mezzo, non lo scopo dell’attività di ricerca; e se i risultati non arrivano, è destinato a restare un episodio nel Paese dove l’organizzazione non è seconda al talento.

la Repubblica Palermo, 17 settembre 2009: Esiste nel mondo una distribuzione equa dei cervelli, almeno dal punto di vista culturale e tecnologico? La risposta prova a darla una storia nippo-vesuviana, ambientata tra Napoli e tokyo, intitolata Enakapata, il libro scritto da Vincenzo e Luca Moretti.
Generazioni sensibilità e differenze si mettono a confronto insto sarcastico e goliardico, dove si fa un parallelismo tra il luminare che ha messo in discussione il dogma del Dna e l’uomo che tende ad arrangiarsi. Figure agli antipodi e divise da chilometri e chilometri di terra e mare, che però potremmo quasi paragonare a degli eroi.

Riegler, Pagano

enakapata3Siglinde Riegler: Magari sono una che si entusiasma facilmente, ma leggere Enakapata mi ha fatto intravedere aspetti sorprendenti del Giappone, lasciandomi un po’… invidiosa? Forse. Un esempio? Il concetto di “kyoiku”, educazione intesa come cultura di rispetto delle regole … l’idea che ci sia un paese che “predilige i toni bassi, la modestia, l’understatement (…) che investe con forza e ad ogni livello sulla cultura e sulla valorizzazione del merito nonostante continui a considerare importante l’anzianità, la famiglia, il clan”.
Un altro mondo è possibile? Pare proprio di sì! Dove trovo il modulo per chiedere asilo politico al Giappone.
Altro aspetto che mi ha colpita: le riflessioni sul concetto di “serendipity”…che mi piacerebbe approfondire! Un elemento di leggerezza (non di superficialità) che permette di fare inaspettati balzi in avanti…il contrario del cocciuto accanimento sterile, pesante ed ottuso!
Ed infine: in Enakapata ho trovato degli spunti interessantissimi di riflessione sulle organizzazioni. A proposito della creazione di senso, della condivisione dei valori, della necessità che il genio individuale venga sostenuto dall’impegno delle organizzazioni affinché i saperi e il saper fare non vadano perduti; a proposito del bisogno di una continua azione di retrospezione attraverso la quale il gruppo che lavora insieme per un obiettivo definisce e rafforza la propria identità confrontandosi su ciò che si è fatto e sui risultati…riassumendo: l’importanza di dare valore alle regole, alla responsabilità, al rispetto, al Lavoro. In tutti i contesti in cui viviamo, per viverci meglio! Ecco, credo che in Enakapata si racconti di ricerca, ma si parli, in fondo, di vita, di come si potrebbe viverla meglio.
In Giappone, dopo 54 anni di opposizione, hanno vinto i democratici: sarà forse un caso?

Alessandra Pagano: Ieri ho cominciato a leggere il diario che ha scritto insieme a suo figlio e devo dire che veramente “ENAKAPATA”!
Banale forse come complimento ma io che ho sognato per una vita di visitare il Giappone e che ho avuto la possibilità di andare lì solo due anni fa ho rivissuto, attraverso le parole di suo figlio, quelle stesse emozioni.
Già la foto di copertina mi ha fatto riascoltare come per magia la vocina della metropolitana che avvisa i viaggiatori di trovarsi a Roppongi.
A breve arriverò alla fine e ho già deciso di comprare una copia per una mia carissima amica che, per coltivare appieno la sua passione per la ricerca, ha lasciato questa “povera patria”.
Spero di non essere stata troppo invadente con questo messaggio.

P. S.
Troppo forte anche il suo riferimento a Casperia dato che, pur essendo nata a Napoli e avendo avuto la geniale idea di tornarci a vivere da sola all’eta di 23 anni, ho trascorso a Rieti tutta la mia infanzia assieme alla mia famiglia!
A presto.

Shanghai Maglev Train

Verificare se è di produzione tedesca

Rosario Strazzullo

Guardare le relazioni annuali Agicom, il sito Assinform, Repubblica Economia

Telefonica (Spagna) 8% delle azioni del  3° operatore cinese

La prima compagnia mondiale di telecomunicazioni è cinese

indiani e cinesi fanno centrali a carbone
cosa fanno i cinesi sulle rinnovabili

repubblica affari e finanza di ieri

arpu (quanto spende ogni cliente di traffico)

Renzo Geronazzo

september 2010
costruire l’itinerario
differenze Cina Giappone (dimensione, idea di nazione, lingua, storia)
Nanchino: capitale Sud
Pechino: capitale Nord
Siang: antica capitale
Shangai: capitale economica e scientifica (Pudong 1.000.000 abitanti,Cappella)
La Cina, non esiste, esiste la terra di mezzo
Centri Confucio
Raccontiamo ciò che vediamo
Raccontiamo l’organizzazione delle città, della scienza, del talento
Raccontiamo gli scenari
Qualità della scuola e dell’istruzione univeristaria
Controllare il raking mondiale
MagLev cinese: treno a lievitazione magnetica unico al mondo
Giuseppe Rao: Addetto all’innovazione scientifica, tecnologia e industriale all’Ambasciata d’Italia a Pechino
giuseppe.rao@esteri.it

‘E sbagliat palazz

enakapata3 Ieri mattina. sabato. Ore 12.00. L’appuntamento è alla Feltrinelli Libri e Musica di Piazza dei Martiri. Io e Luca arriviamo 10 minuti prima. Moretti il giovane deve comprare dei regali. Facciamo un giro. Prende Ti racconto il 10 maggio e Juve – Napoli 1-3, la presa di Torino di Maurizio de Giovanni (Edizioni Cento Autori) più Seventies, una raccolta in 3 cd di grandi successi anni 70. Poi si mette in fila per pagare mentre io esco fuori per vedere se è arrivato. Antonio Gravina c’è. Si rivela subito una persona molto particolare. Ma di questo avremo modo di parlare altre volte. Passano pochi minuti e arivano la moglie Trudy e il figlio Francesco. Entriamo. Riusciamo a sederci al bar mentre prendiamo bibite e caffé. Un’ora di straordinario piacere. E Trudy che ad un certo punto dice “questa storia è cominciata con un parrucchiere che ha sbagliato palazzo e ha bussato per caso alla nostra porta”.
Il déjà vu è inesorabile. Secondigliano. Mio padre. Il suo “guagliò, se pienze ‘e fa ‘e capa toia cu mmé ‘e sbagliat palazz”. La discussione che vorrebbe finisse lì. Il tempo che  ridefinisce i poteri e le possibilità.
Enakapata è nà capata anche per questo. Per le facce e le storie che mi sta facendo incontrare. Per il tempo e i ricordi che mi sta facendo ritrovare.  Se spero che tutto questo duri per sempre? A volte. Mentre mi organizzo per il prossimo viaggio.

Dampyr a Palermo, tra qanat e nà kapata

enakapata3Forse ve l’ho detto già che sono anche un vecchio napoletano superstizioso. O forse ve lo sto dicendo adesso. Ma vi assicuro che quando stamane mi sono accorto che il numero di settembre di Dampyr, il  fumetto edito dal mitico Sergio Bonelli che ha preso nel mio cuore il posto di Dylan Dog che aveva preso il posto di Tex Willer (naturalmente non tutto il posto, solo il primo posto), è ambientato a Palermo, non vi nascondo che ho provato un attimo di sincera felicità. Enakapata e Dampyr nello stesso mese a Palermo. Buon segno. Direi ottimo. E poi come ogni volta accade con le storie di Dampyr si imparano un sacco di piccole, grandi cose.
Ad esempio tutto le volte che sono stato a Palermo  nessuno mi aveva mai parlato dei qanat: “costruiti dagli arabi con tecniche proprie dei persiani, sono delle strette gallerie sotterranee scavate dai muqanni, “maestri d’acqua”, con delle semplici zappette”. Continuo? Non sapevo che i regali ai bambini non arrivano a Santa Lucia né a Natale ma nel giorno dei morti. Nè che nella lingua palermitana il verbo declinato al futuro non esiste.
Sapete che vi dico? Chiamo il mio amico Antonio Riolo e gli chiedo se trova il modo di farci farci fare un giro nel qanad del gesuitico basso, che pare sia il più bello e il più facile da visitare.
Dite che sono esagerato? Che Antonio ha già fatto tanto per la presentazione di Enakapata a Palermo? Ma no.  I siciliani in quanto ad ospitalità non temono confronti. Io comunque ci provo. Nel caso vi faccio sapere.

Ho visto robot che voi giovani neanche immaginate. Firmato: il nonno

enakapata3Lo vogliamo dire? E diciamolo. E’ per me motivo di soddisfazione la frequenza con la quale Google Alert mi segnala notizie riguardanti il Riken. Tra le ultime ricordo i Display OLED destinati a costare come stampare un giornale, RIBA, il robot che si prende cura degli anziani (segnalatomi anche dalla mia amica Alessia Cerantola direttamente dal Giappone), i cacciatori di raggi cosmici.
Dite che io non ho nessun merito? Vero. Ma solo in parte. Perchè sono stato tra i primi (forse il primo, ma come si fa a dirlo?) a scrivere dell’organizzazione di questo istituto, dei processi di competizione collaborazione che contraddistinduono le sue attività, dell’importanza che in esso viene assegnato al merito.
Tornato in Italia, sembravo un marziano. Il Ri che? Il Riken, signori, una straordinaria  fabbrica di scoperte scientifiche, per genio e per caso.
Meditiamo gente, meditiamo.

Gravina

enakapata3Antonio Gravina: Ho letto il vostro libro che ha cambiato la mia vita. Mi piacerebbe comunicare con voi, senza disturbare volevo conoscervi se mi si è concesso, sono un piccolissimo imprenditore napoletano a cui piace viaggiare soprattutto in Asia, mi lascio molto influenzare dalle culture e cerco di portare un piccolo contributo delle mie conoscenze nella nostra città.
Il concetto di serendipity è la versione più bella di collaborazione costruttiva che abbia mai potuto pensare o scrivere o raccontare … l’ho usato in un meeting interno con 30 persone che sono rimaste estasiate. Complimenti!!

P. S.
Sono di Secondigliano … ma adesso vivo al centro di Napoli e lavoro nel sud Italia.
A presto.

Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà

enakapata3[…] Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe «Testolina», di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa.
Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà, e non smette fino a quando l’amico non scende.
L’aspetto positivo della faccenda è che si riusciva a sopravvivere anche senza i telefonini. Quello negativo è che talvolta si esagerava con lo spirito di gruppo.
Ci ripenso e comincio a ridere da solo. No, non sono impazzito. Almeno non ancora. Si tratta del giorno in cui mi sono fidanzato. Il 6 settembre del 1976. Un lunedì. L’appuntamento con lei è per le 10.30 alla Mostra d’Oltremare, dove da qualche giorno è cominciata la Festa Nazionale dell’Unità. L’anno prima Maurizio Valenzi è stato eletto sindaco di Napoli. Un sindaco comunista, in realtà del Pci, per una città che ha dovuto fare i conti con Lauro, con i Gava, con il colera.
L’atmosfera è decisamente di festa, l’attesa per il comizio conclusivo di Enrico Berlinguer già enorme. Sto per uscire di casa quando mi chiama lui, uno dei pilastri della Secondigliano Band, per dirmi che ha deciso di venire con me.
La cosa mi sorprende non poco. Lui è persona informata dei fatti. E sa che vado alla festa per lei. Glielo ricordo ancora. Risponde offeso che lui non sarà certo un problema. Non ci resta che andare. Alle 10.20 siamo sul posto. Appena qualche minuto e arriva lei. Non so cosa pensate voi del fatto che io non fossi solo. So che mi ci è voluta mezza giornata buona prima di riuscire a prendere per mano lei e a seminare lui. Complice lo stand con i libri di Brežnev e di Kim Il Sung.
Lui non se lo aspettava. Lei invece sì. Non riesco a dire quello che volevo dire come lo volevo dire. Per fortuna l’amore non è solo cieco. È anche sordo. Lei mi dice sì. E io riesco ad evitare ancora per un’ora lui. Il resto del pomeriggio assieme. Ma ormai è andata.
È sera quando ci ritroviamo io e lui senza lei alla stazione della metropolitana di Campi Flegrei. Destinazione casa. Sono felice. E la felicità può giocare brutti scherzi. Farfuglio che mi dispiace di essere scomparso e che spero che lui mi possa capire. Mi conferma che lui mi capisce. Ma aggiunge che anch’io devo capire lui. Che si è annoiato. E ci è rimasto anche un po’ male. Rimango senza parole. Anzi no. Gli dico a muso duro che no, io non lo capisco. Che lui là non ci doveva proprio venire. Lui sta per arrabbiarsi. Io di più. Facciamo prima a scoppiare a ridere.

Gaetano

enakapata3Lo vogliamo dire? E diciamolo. Noi ci siamo piaciuti. E  non sempre accade. Telefonate e messaggi sms lo hanno “soltanto” confermato.
Non ci credete? Ascoltate il podcast su RAI Radio 3. E se poi vi piace giurate che lo fate girare. Come disse Zia Concetta a mio nipote Davide (lei si riferiva ai Moretti) fatelo crescere e moltiplicare.
Ciò detto, la porzione Enakapata del mio cervello è già proiettata sulla prossima tappa del viaggio, quella che il 17 settembre ci porterà a la Feltrinelli Libri e Musica di Palermo.
Anzi no. Rewind. C’è tempo per parlare di Palermo. Oggi il post di Enakapata è dedicato a Gaetano. Il terzo dei miei fratelloni. Che sta attraversando un momento di quelli tosti davvero. E che ieri ha chiuso il suo messaggio a me e Luca con un “sono contento e fiero di voi” che mi ha commosso. Dite che è  la vecchiaia che avanza? Dite pure. Per una volta non me ne importa niente.

All we hear is Fahrenheit

enakapata3Lo confesso. Il titolo non è solo un omaggio  al genio dei Queen e alla mitica Radio Ga Ga, ma anche il pretesto per ricordarvi che domani 31 agosto, dalle 17.00 alle 17.30, si parla di Enakapata a Fahrenheit, sulle frequenze Rai Radio 3, nel corso del programma condotto da Tommaso Giartosio.

Sperando che siate davvero in tanti a sintonizzarvi vi ricordo che potete interagire inviando:

una mail all’indirizzo fahre@rai.it
un SMS al numero 3355634296
un commento a I vostri favoriti

Buona partecipazione.

Zio Peppino

enakapata3[…] Luca un po’ si diverte e un po’ fa la faccia modello «pà, questa già l’hai raccontata 1387 volte». Comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò.
Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de «La Settimana Enigmistica»; nel senso che poteva ripetere pressoché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.
Zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali «essersi sistemato» equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa vent’anni. Fino a che una mia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, sei in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.
In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano.
Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle sei sorelle. Ora non sosterrò che Luca si è commosso, lui che quando gli ho detto che se mi succede qualcosa gli toccherà prendersi cura di me mi ha risposto «già il verbo è sbagliato, quello giusto non è curare, ma terminare», ma sono certo che la storia gli è piaciuta. In fondo fa lo sprucido per darsi un tono. Anche se in effetti la cosa gli riesce molto bene. […]

From Porto Cesareo to Fahrenheit

enakapata3Molti di voi (forse) lo sanno già. Il prossimo appuntamento è per il 31 Agosto. Dalle 17.00 alle 17.30.  Quando Enakapata sarà ospite di Fahrenheit, programma cult di Radio 3. L’auspicio è, naturalmente, che siate in tanti a sintonizzarvi e ad interagire, ma su questo avremo modo di tornare nei prossimi giorni.
Oggi vi diciamo invece che la presentazione  al
BeB A Casa di Margherita è stata un successone. Non ci credete? E allora leggete qui: una trentina di partecipanti,  una bellissima discussione, 14 copie del libro vendute,  uno splendido concerto jazz, una magnifica mangiata di triglie fritte, cocomero, fichi d’india e sangria a volontà (e vi assicuro che di volontà ne abbiamo dimostrato tutti tanta).
That’s all, folks. Per ora.

A casa di Margherita

enakapata3A casa di Margherita stiamo  trascorrendo giornate molto belle. Non al BeB che i mitici Trisolini Brothers hanno voluto dedicare alla propria mamma. Ma proprio a casa della mamma, una straordinaria signora vicina agli 80 anni che ci ha lasciato la sua casa, quella nella quale vive a Veglie, per l’intera settimana.
In queste occasioni si fa in fretta a dire parole già dette,  persino scontate, ma vi assicuro che siamo rimasti semplicemente conquistati dalla gentilezza, dalla dolcezza, dall’ospitalità di mamma Trisolini e anche se (forse) lei non sa neanche cos’è un blog non intendiamo rinunciare al piacere di dirle anche su queste pagine il nostro semplice, affettuoso, sincero, grazie.
Il resto lo sapete. Tra qualche ora l’appuntamento è alle ore 21. Al BeB A Casa di Margherita, a 4 km da Porto Cesareo.  Si dirà forse di scienza e di serendipity, di Tokyo e di Secondigliano,  di colazioni improbabili e di radici, di  certo di molto altro ancora.  A seguire, ma questo lo sapete già, concerto jazz del Francesco Fornarelli Quartet.

P.S.
Domani non mancate di tornare da queste parti. Vi racconteremo tutto ma proprio tutto quello che è successo. Promesso.

Truffi, Rossi

enakapata3Corrado Truffi, again: Per continuare nella critica, “poco interessante da fuori” vuol dire che certe pagine di diario con la cronaca pura e ripetitiva della giornata non servono e un po’ annoiano. Se privato doveva essere, sarei stato più curioso di capire meglio la vita a Secondigliano e gli amici, o qualcosa di più sul Giappone di Luca… e meno dettagli “quotidiani”.
Sulle “cose illuminanti”, oggi mi è capitato di leggere qualcosa che mi ha fatto scattare dei link con Enakapata, e ne ho scritto sul mio blog.

Bernardo Rossi: Avete scritto il libro assoluto vagheggiato da Mallarmé, la recensione è più lunga del previsto, ma arriverà presto.

Corrado Truffi: Ci sono alcune cose davvero interessanti ed illuminanti, in questo libro. Ma la forma di doppio diario privato è spesso troppo ripetitiva e poco interessante da fuori.

SetteTreOttoZeroTreTreOtto

enakapata3Niente 081, al tempo, per le telefonate urbane, non si usava. Prima 7547547 e poi 7380338. Era il numero di telefono di casa a Secondigliano. Per diversi anni servito soprattutto per ricevere la telefonata di metà pomeriggio  di papà. Niente chi parla, lui prima della voce riconosceva l’odore. La domanda inesorabile come il passato: ci sono novità? La risposta quasi:  NN (Nessuna Novità). Forse il telefono era troppo veloce per il livello medio di accadimenti in una famiglia operaia come la nostra. Forse era la consapevolezza che da lì a qualche ora papà sarebbe tornato a casa e anche se c’era qualche novità meglio dirgliela di persona. Forse era che il telefono ci sembrava più utile per parlare con amici e fidanzate (al tempo l’unica “chat”  disponibile D. In ogni caso papà non si è mai perso d’animo, al punto che le rare volte in cui non telefonava quasi quasi ci prendeva l’ansia. Esagerati? Forse. Ma papà lavorava con la corrente elettrica e con la corrente elettrica non si scherza D.
Perchè vi racconto tutto questo? Perchè mi piace. E perchè mi sembra un modo simpatico per annunciare le novità di casa Enakapata, che anche in questo difficile mese di Agosto non mancano.
Avete pronta carta, penna, tastiera, touch screen? E allora scrivete:
21 Agosto. Ore 21. BeB A Casa di Margherita, a 4 km da Porto Cesareo, presentazione di Enakapata e, a seguire, concerto jazz di Francesco Fornarelli Quartet.
31 Agosto. Ore 15.00 – 15.30.  Enakapata è ospite di Fahrenheit, programma cult di Radio 3.
Per ora mi sembra abbastanza, ma voi ogni tanto passate da queste parti.
Papà? La prossima volta che lo sogno glielo dico. No, la volta dopo. La prossima mi ha promesso un terno secco sulla ruota di Napoli. Sperando che non sbagli casa come un mese fa.

Ariemma, De Cunzo, Cerantola

enakapata3Iginio Ariemma: Il libro di Vincenzo Moretti e di suo figlio Luca – Enakapata, Ediesse 2009 – è sicuramente un bel libro. Il titolo è azzeccato. Enakapata significa “è una testata”, cioè una cosa straordinaria che colpisce, in una forma linguistica che è certamente napoletana, ma per certi versoi richiama anche il nipponico. Infatti è la narrazione del viaggio, dal 3 al 30 marzo, compiuto dai due autori a Tokio, per scoprire e studiare il centro di ricerca Riken. Ma hanno ragione a scrivere che “non è soltanto un diario. Ma anche un gioco. Un tradimento. Una prepotenza. Un augurio”.
Tutte queste cose si trovano nel libro. Specialmente se si va da Tokio a Napoli o più precisamente a Secondigliano; e viceversa. Perché l”a spazzatura non può essere organizzata da noi come a Tokio, città di 35 milioni di abitanti? Perché “In Giappone si possono regolare gli orologi con il passaggio dei treni”? E così via.
A me è piaciuto molto anche la forma del diario, scritto a due voci, in modo intrecciato, con alcune pagine di Vincenzo ed altre di Luca, ma senza stacchi che indichino subito le parole dell’uno o dell’altro. Soltanto dal contesto si comprende chi scrive. Ha ragione Luca quando dice che il padre è “come un cingolato” che macina cose e pensieri avanti e indietro, con encomiabile cocciutaggine. Del resto senza questa cocciutaggine non sarebbe stato possibile un viaggio di tale natura. […]

L’intera recensione di Ariemma  a settembre su Rassegna Sindacale.

Gianluca De Cunzo: Salve prof., ho finito di leggere Enakapata, ed eccomi pronto per un recensione più approfondita, anche per verificare se ho capito il senso indipendentemente dal racconto.
L’importanza conferita alla ricerca in Giappone è sicuramente maggiore rispetto all’attenzione che il nostro paese dedica alla stessa. Ciò giustifica maggiori fondi, apparecchiature migliori, proprio perché la ricerca rappresenta la chiave del futuro, per diversi motivi. Artefice di tutto ciò è sicuramente una classe politica diversa dalla nostra, che peraltro anche in questi giorni sta facendo il suo… (è un eufemismo ovviamente). E’ ancora da sottolineare la presenza di due elementi essenziali come la collaborazione e la disponibilità di strutture adeguate senza che l’una sia prediletta riispetto all’altra. Una buona organizzazione produce buoni risultati anche qaundo coinvolge un gran numero di persone, come nel caso della raccolta dei rifiuti in Giappone (mentre noi in Italia la paghiamo a peso d’oro per tenerla sotto casa, chissà perché…)
Una efficace organizzazione produce risultati migliori sia nelle piccole che nelle grandi cose, certo c’è sempre il rovescio della medaglia ma è quel minimo tollerabile dovuto al cosiddetto errore standard.
Tutto questo spiega anche perché gli stessi ricercatori si sentano maggiormente coinvolti nei progetti cui fanno parte.
P.S.
Inutile scrivere commenti sulle parti del testo dedicate alla sua vita da adoescente…

Alessia Cerantola: Enakapata è un libro dalle molteplici letture e interpretazioni. Per me è stato soprattutto un viaggio alla riscoperta di una città conosciuta e vissuta come Tokyo.
Guidata dal racconto delle ricerche sulla serendipity del professor Vincenzo Moretti, e animata dal desiderio di confrontare le mie esperienze in Giappone con quelle di altri viaggiatori, ho gustato con piacere le descrizioni della città. I due Moretti, padre e figlio, come due moderni esploratori urbani, hanno tinteggiato scorci e descritto abitudini di una città dall’aspetto caleidoscopico e in continua trasformazione. Quello che si ricava riunendo questi frammenti è, prima di tutto, un’essenziale guida turistica per il viaggiatore che finisca per caso o volontà in Giappone e che voglia iniziare a conoscere l’aspetto, la storia e la vita di Tokyo. E poi un insegnamento: nonostante non manchino le incomprensioni, linguistiche e culturali, il Giappone può diventare per certi aspetti un modello. In fondo, un paese in cui i treni arrivano in orario, i bambini possono tornare a casa da soli dall’asilo o da scuola, i cittadini fanno un’attenta raccolta differenziata, la ricerca scientifica è sostenuta e incentivata, non è così “strano”. Insomma, Enakapata è anche un libro per confrontarsi con il Giappone e riflettere sull’Italia.

Enakapata al mare

enakapata3Peccato che ci abbiano già pensato Franco Battiato e Giusto Pio, autori della canzone portata al successo da Giuni Russo nell’estate del 1982, l’anno  della conquista della terza Coppa del Mondo da parte dell’Italia, quella del sorriso di Sandro Pertini e dell’urlo di Marco Tardelli. Sulle note di Un’estate al mare, anche Enakapata al mare avrebbe potuto essere un successone. Ve la immaginate?
Per le strade straordinarie della scienza
che consentono fantastiche scoperte
guarda come il talento è coltivato
ci sarà nuovo cibo per la mente
Enakapata al mare
voglia di viaggiare
da Secondigliano a Tokyo
insieme al padre e al figlio  sotto l’ombrellone
Enakapata al mare
voglia di incontrare
Peppe Testolina
oppure un premio Nobel  sotto l’ombrellone.

Detto che non ci tenenia a sapere cosa ne pensate :-), aggiungiamo che Enakapata è al mare anche da un altro punto di vista, quello che si riferisce alla presentazione del prossimo 21 agosto al B&B A casa di Margherita. Per chi è  dalle parti di Porto Cesareo l’auspicio è che ci sia il tempo e la voglia di farsi vivo. Per chi invece no su queste pagine faremo come sempre in modo di tenervi informati. Sperando più di sempre che la cosa vi faccia piacere.
Per intanto a tutti buone vacanze.

Serendipity Lab

enakapata3Chi non ha letto il libro e se lo ricorda (anche chi lo ha letto?) lanci pure la prima mail, ma il serendipity travel di Enakapata non comincia domenica 2 marzo 2009, giorno della nostra partenza per Tokyo, destinazione Riken, ma venerdì 25 ottobre 2005, quando su La Stampa.it pubblico l’articolo che parla di Piero Carninci e delle sue scoperte.
Da lì in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi serendipitosi, a partire da quelli che portano me e Cinzia Massa ad intervistare Piero per il numero di Gennaio Febbraio 2006 di Technology Review.
La cosa bella (almeno dal mio punto di vista), è che il viaggio continua. Naturalmente attraverso questo blog. Poi ancora sul terreno delle idee, com epotete leggere ad esempio su Nòva Review. Da qualche giorno con un vero e proprio Serendipity Lab, che speriamo da settembre, anche con il vostro aiuto, di far diventare un luogo dove confrontare idee e progetti nati per genio e per caso, grazie al talento e all’organizzazione.
In attesa di più connessioni ed interazioni più fresche e riposate, buona lettura.

L’uomo artigiano | Sottolineato e Note a margine

Il vaso di Pandora –  Hannah Arendt e Robert Oppenheimer (11)
Le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno (11)
Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così. (12)
Discorso e azione come caratteristiche dell’essere umani (14)
Homo Faber (perché) e Animal Laborans (come) (15-16)
Animal laborans, Anomia, Operaio alla catena, Oppenheimer (16)
Che cosa ci rivela su noi stessi il procesos di produrre cose materiali? (17)
E’ possibile realizzare una vita materiale più umana, se solo si comprende meglio il processo del fare (17)
Fare le cose per bene perché é così che si fa (17)

Il progetto – L’uomo artigiano; guerrieri e sacerdoti; lo straniero (18)
La maestria designa un impulso mano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere bene un lavoro per se stesso (18).
L’intimo nesso tra la mano e la testa (18)
La resistenza e lambiguità possono risultare esperienze istruttive; per lavorare bene, l’artigiano deve imparare da quelle esperienze, anziché combatterle (19).
La motivazione cnta più del talento (20).
Motivazione, talento, organizzazione (20)
Il bravo artigiano usa le sue soluzioni per scoprire nuovi territori; nella sua mente, la soluzione di un problema e l’individuazione di nuovi problemi sono intimamente legati (20).
Il bravo artigiano di Sennett e il bravo democratico di Veca. Nella discussione pubblica siamo artigiani della parola? (20)
Mi sembra più realistico indagare come si possa modificare o regolare il comportamento concreto, piuttosto che esortare a un cambiamento dei cuori (21).
La questione “convenienza” (21).

Le tribolazioni dell’artigiano
Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il alvoro ben fatto per se stesso (27).
L’artigiano è la figura rappresentativa di na specifica condizione mana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno (28).

Why Riken è ‘na capata

enakapata3Ancora sul mondo Riken i link relativi agli ultimi articolati segnalati su Business Exchange. Con l’avvertenza di non perdere di vista il fatto semplice ma non banale che i risultati che da quelle parti si ottengono sono il prodotto di una ottima organizzazione, di sistemi di valutazione efficaci, di politiche di costante valorizzazione del talento e del merito.
Aggiunto che se volete saperne di più sul modello organizzativo Riken potete cliccare qui, eccovi i link promessi:
Sense of Attraction
A timid knockout mouse separates conflicting emotional behavior for the first time
How the turtle’s shell developed
Buona lettura.

The face, the body, the city

enakapata3Oggi le cronache raccontano di giapponesi in fuga dall’Italia, causa prezzi troppo elevati e le troppe truffe. Pessima notizia. Dall’articolo di Repubblica di oggi un dato fa riflettere, quello che si riferisce al milione di visitatori previsti per il 2009 a fronte dei 2,17 milioni del 1997 e dei 1,47 milioni del 2007, e un dato fa sorridere, quello relativo ai commenti del Sindaco Gianni Alemanno, modello svogliata difesa d’ufficio (Roma è una città accogliente dove si può spendere poco rispetto ad altri capitali europee), del presidente della Confcommercio Cesare Pambianchi, modello addò coglio coglio tanto in Giappone chi ci è mai stato (i giapponesi vengano da un Paese che forse ha qualche mariuolo in meno, ma dei prezzi estremamente eccessivi per i turisti), dell’Assotravel-Confindustria modello e la crisi dove la mettiamo (la flessione dei turisti del Sol Levante nel nostro Paese è dovuta essenzialmente alla grave crisi economica che attanaglia da tempo il Giappone).
Per fortuna il Giappone conosce anche l’altra Italia, quella della scienza, della moda, dell’arte.
A proposito di arte ieri abbiamo raccontato di Humanized, il volto, il corpo, la città, la mostra monografica di Onze a Tokyo, dal 18 luglio al 1 agosto, nella prestigiosa sede dell’Istituto di Cultura a Kudanshita. Se siete da quelle parti è un appuntamento da non perdere. Se invece ve ne state qui in attesa di tempi (si spera) migliori, non perdete l’occasione per visitare il sito dell’autore e della mostra.
Buona visita a tutti. Quelli che stanno là. E (ahimé) quelli che stanno qua.

Ciuccio ’e fuoco

enakapata3Me lo disse papà che ero ancora bambino. La chiamavano «Ciuccio ’e fuoco» per quella sua innata tendenza ad attaccar briga, per quel suo carattere ribelle, per quello che una donna poteva ribellarsi ai suoi tempi. Io però la ricordo soprattutto per il suo affetto. Per l’uovo di papera a zabaione con “una” goccia di marsala che mi preparava quando passavo per casa sua prima di andare a scuola alla Masseria Cardone, (sarà stato l’uovo, lo zucchero o il marsala a “gocce”, ma i miei professori delle medie si sono ricordati per un pezzo della mia, chiamiamola così, “vivacità”). O per la visita del 5 aprile, giorno di san Vincenzo, quando affrontava un viaggio a piedi di quasi 3 km, lei sempre più anziana e claudicante, io sempre più vicino al traguardo dei 18 anni, per portarmi in regalo un pacco di biscotti, perché il “Santo va rispettato” e perché, come quasi tutti i miei coetanei primogeniti, portavo il nome del nonno.
Era famosa anche per i suoi modi di dire, quelli ufficiali, come «’e sfuttute vann ’mParavìso», e quelli fatti in casa, come «’e figlie quanno se fanno gross addeventano parient laschi» o, rivolto a Davide, figlio di mio fratello Gaetano, che non vedeva da tempo «ah, tu sì nù Moretti, bravo, crescete e moltiplicatevi».
Un esempio puro di comicità il «Pascà, mò è murì solo tu» con il quale abbracciò piangendo mio padre il giorno della morte dell’amata sorella Maria, che le valse il gesto prosaicamente scaramantico di papà e il secondo e definitivo soprannome di  «Highlander» (ne resterà una sola). Per non parlare delle visite domenicali al cimitero con regolare sediolina pieghevole nel corso delle quali prendeva in giro fino all’irrisione e oltre il marito morto che l’aveva tormentata per una vita intera.
Lei era fatta così. Prendere o lasciare. C’è che nella mia vita è stata una persona importante. E mi piace ricordarla qui.

p.s.
Se avete letto il libro lo sapete già, lei è, era, Zia Concetta.

B come Benni. No, come Bugia

Sono trascorsi undici anni, sembra tre vite fa, da quando assieme al mio amico Mimmo abbiamo chiacchierato con Stefano Benni di pescatori, bugie, immaginazione. Quelli che potete leggere di seguito sono alcuni passi scelti. L’edizione integrale la trovate qui.

“I pescatori sono dei bugiardi architettonici, hanno tutta una struttura della bugia. Ho coniato apposta per loro questa famosa legge del coefficiente di retrodilatazione del pesce narrato: quando un racconto comincia il pesce è due metri, ogni minuto che passa il pesce si restringe di qualche centimetro e alla fine si ottiene un pesce di un metro. A questo punto si divide per due e quella è la reale lunghezza del pesce. È una metafora dell’immaginazione.
“Nell’immaginazione ci sono due mostri. Uno è l’Aleph. Ognuno partecipa all’immaginazione di tutti, legge libri che altri hanno scritto, ed è bellissimo poter partecipare a dei sogni che appartengono a tutti. Poi c’è l’unicità, che non è separatezza e che vuole dire che se io ti chiedo qual è il tuo Pinocchio, qual è la tua Alice nel Paese delle meraviglie, qual è il tuo Don Chisciotte, so che questo è diverso dal mio e che in quanto tale va rispettato.
“Non dobbiamo avere tutti, come fa credere la televisione, le stesse tre o quattro figure in testa. L’unicità della propria immaginazione è assolutamente un diritto dovere perché è qualcosa che ha che fare con la personalità, la capacità di scegliere, con l’autonomia come scelta culturale. E questo non coincide, tranne che in casi rari di snobismo, con una separatezza dagli altri. L’immaginazione o è nutrita dall’Aleph di tutti gli altri o si immiserisce.
“Sulla bugia mi piace ricordare un’altra cosa: gli unici che sembra non debbano dire bugie sono i bambini, e ciò la dice lunga sul fatto che la bugia è un fatto di autorità. I bambini non possono dire bugie, devono dire la verità! Poi, quando sei grande, Previti, Clinton [anno 1998, ndr …] più che bugiardo sei [considerato] furbo, astuto. Quando la bugia è “produttiva” in qualche modo è accettata: quello che ci spaventa nella bugia del bambino è l’idea che non ci dica la verità, che non riconosca la nostra autorità”.

Opere che parlano di hikikomori (from Wikipedia)

enakapata3Hikikomori (film).
Rozen Maiden
(manga e anime). Il protagonista viene presentato inizialmente come un hikikomori.
Welcome to the NHK
(romanzo, manga e anime): non solo il protagonista è un hikikomori, ma la storia è esplicitamente dedicata a presentare il fenomeno sociale in questione.
Yamato Nadeshiko Shichi Henge
(manga e anime). La protagonista, Sunako Nakahara, vive inizialmente come un’autoreclusa (hikikomori). Inoltre è un’appassionata di cinema horror.
Hikikomori, adolescenti in volontaria reclusione
libro scritto da Carla Ricci, antropologa che vive a Tokyo. Nel libro si analizza il fenomeno Hikikomori nelle sue varie sfacettature. La chiave di lettura fa emergere che non si tratta di un problema solo personale ma Hikikomori porta alla luce le contraddizioni e i lati oscuri di ogni società.

FONTE: WIKIPEDIA

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Hikikomori

enakapata3Conosci l’hikikomori? È un termine  giapponese usato anche in prsicologia, che indica il progressivo rifiuto della società e chiusura in se stessi di bambini, adolescenti e adulti. Un fenomeno molto diffuso in Giappone, ma che sembra stia dilagando nelle società più moderne. Sto leggendo un articolo a riguardo su una rivista giapponese e, anche se non c’entra con la serendipity, ho pensato comunque di segnalartelo. C’è un riferimento anche su wikipedia.

È stata Alessia Cerantola, nella bella mail che mi ha mandato con la recensione  del libro che ho pubblicato l’altro giorno, a segnalarmi questo fenomeno che conoscevo nella versione fatta in casa (in senso letterale della casa di amici e parenti stretti) ma non conoscevo con questo nome e devo dire che (a me) le percentuali di cui si parla su Wikipedia (20%) fanno paura.
Se fossi Dylan Dog direi che la segnalazione di Alessia ha messo  in moto il mio 5 senso e mezzo. Vedremo se ne viene fuori qualcosa. Per intanto potrebbe essere l’occasione per una discussione tra i lettori di Enakapata.
Se ci siete, provate a scrivere un commento, un’opinione, una considerazione.
Buona partecipazione.

Combattente, Grazioli

enakapata3Ettore Combattente: Diversamente da Alessio Strazzullo che ha scritto una bella recensione del libro dei Moretti, dico che la mia amicizia con Enzo c’entra e c’entra direttamente in quel che penso del libro. Sono amico e rifletto per questo sull’amicizia, un libro nato su un’amicizia in tempo di  globalità; un’amicizia che si evolve in  rapporti fraterni, leali, disinteressati, che vanno oltre il comune interesse intellettuale.
E’ questa  una capacità umana di Enzo, io che l’ho incontrato per contingenze politiche e ci siamo conosciuti come amici e compagni, lo testimonio con “interesse”. Mi diceva che suo padre soleva dirgli “fattell’ cu’ chi è meglio e’ te’ e fance’ e’ spese”. “Meglio” in senso metaforico, come  sapere, cultura, professionalità. Infatti come si può diventare amico di uno scienziato bio – fisico italiano emigrato in Giappone, per l’attrazione  del valore del merito che vige in in quel paese, alla distanza di migliaia di chilometri attraverso la posta elettronica? Per un cultore di scienze sociali con una  lunga esperienza nel mondo sindacale? Ed entrare in una comunità intellettuale attraverso  l’intelligenza dell’epistemologia? Enzo Moretti ci è riuscito. Ed ha scritto  un libro su quest’ amicizia e insieme a  Luca di tante altre nate da un viaggio in quel paese.
Enakapata  ha aperto a lui e a noi un mondo  lontano dalle nostre  frequentazioni giornaliere  dalla spasmodica  tensione  ad avere ragione, direbbe l’appassionato di Totò , a “prescindere”.

Daniela Grazioli: Mi son presa ‘na kapata: letto con interesse, stupita e divertita per l’alternanza delle due penne  (attualizzate in computer) ed intrigata dall’oscillazione tra serio e faceto. L’ho già consigliato a Simone ed amici. Grazie.

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