Ho detto tutto

enakapata3Ebbene sì. Ho deciso di battere Peppeniello e di designare 3 vincitori, ognuno naturalmente vinciotre della copia autografata di Enakapata. La ragione mi pare resa evidente dalle motivazioni, e dunque, come diceva uno dei mitici fratelli Capone, “Ho detto tutto”. Si potrebbe aggiungere qualcosa sul rapporto partecipanti al gioco – votanti, ma non qui e non ora. Aggiungo invece con piacere che sono sinceramente grato a tutte/i coloro che hanno partecipato e ancora parteciperanno a giochi di Enakapata.
Con questo, bando alle chiacchiere.
Vincono la copia autografata di Enakapata:

Giuseppe Giordano per il suo metacrostico. È  stato definito geniale, stupendo e tante altre cose ancora, è stato il più votato, ma, come è stato giustamente rilevato, in senso proprio il suo non è un acrostico. A lui va dunque il premio per l’opera più creativa e affascinante.

Deborah Capasso de Angelis perché è stata la più votata tra gli acrostici veri e propri, perché in particolare il suo acrostico in inglese è veramente bello e perché ad un certo punto ha rischiato di battere nel voto popolare persino Giuseppe Giordano.

Adriano Parracciani perché secondo Sabato Aliberti, Luca Moretti e Alessio Strazzullo è stato quello che ha saputo meglio tenere assieme il gioco, la bellezza letteraria (dell’acrostico) e  il contenuto (del libro).

Citarsi Addosso [3]

Il leader è “qualcuno che altera o guida il modo in cui i suoi seguaci “pensano” il mondo dando ad esso un “volto” ineluttabile. Un leader sul lavoro è qualcuno che dà agli altri un senso diverso del significato di quello che fanno ricreandolo in una forma diversa, un “ volto” diverso, nella stessa maniera in cui un pittore o scultore o poeta che fa scuola fornisce ai suoi seguaci un modo diverso di “vedere” e quindi di dire e di fare e di conoscere nel mondo. Un leader non dice le cose “come stanno”, le dice come potrebbero essere, dando da quel momento in poi a ciò che “è” un “volto” diverso. […] Il leader è un fornitore di senso. Il leader incarna sempre le possibilità di sfuggire a quello che potrebbe altrimenti apparirci incomprensibile, o a quello che potrebbe altrimenti apparirci un mondo caotico, indifferente o incorreggibile – un mondo sul quale non abbiamo alcun controllo definitivo”.
[Thayer, 1988, pp. 250-254, cit. in Weick, 1995, pag. 10]

Giocare è semplice.
Si tratta di commentare con degli esempi  (vita quotidiana, letteratura, musica, cinema, ecc.) le considerazioni  di Lee Thayer.
Non ci sono limiti. Né di spazio (da 1 riga a 1 milione) né di tempo. E potete tornarci su tutte le volte che volete.
Buon apprendimento a tutte/i.

Tautogramma Enakapata

enakapata3Nuovo gioco, nuova corsa. L’idea è arrivata ancora una volta via Facebook, ma stavolta il sasso nello stagno l’ha gettato Francesco Caruso. Cos’è un tautogramma l’ho imparato dopo il suo messaggio: uno scritto in cui le parole iniziano con la medesima lettera. Il nuovo gioco ha una sola regola, anzi due: si possono usare solo le lettere (una sola, naturalmente) che compongono la parola Enakapata; non si può usare la k per comporre parole come ke, ki, kiara, ecc. That’s all, folks. Buona Partecipazione.

Deborah Capasso de Angelis
Nessuno nasce nella nefandezza. Nessuno nutre nel nido neonati nefandi. Nessuno nasce nazista.

Keep kindness, kiss keenly, kill kingbird, knot kismet.

Promessa. Parole, pesanti pietre, penetrano profondi pensieri.

Tutto taceva troppo tranquillo! Trasportata, tosto trascrivo tautogrammi

La Musa
Bandana&banana, Bacucca, Babbeo, Bamberottolo: BALORDI! Baldanzosamente baritoneggiano, barbugliano bizzosi – “badilate, badilate!” – bastonando baldi benpensanti barricadieri. Banditi, bracconieri, buoniannulla, BASTARDUME!

E di ENAKAPATA
Egea era euforica; esteticamente esile, efebica, eclissò eterea entro elevatore, ed essendo estate, evinse essere epoca esatta: evadere, evadere! era eccepibilmente eccitata; enigmaticamente, evocava estrosi espedienti: evitare escursioni estere. Ella era ellenica ed edonista – “efkaristò” – esclamò ebbra entrando. ecco, era eliaco Eden. Ermete echeggiò: “efkaristò?” erano entrambi emozionati esternandosi enfatiche effusioni. “Egea…” “Ermete…” era entusiasmo endogeno, eccellenti evasioni. echinocactus ed euphorbia, elicrisio ed edera. era, ebbene, efflorescente estate.

“Pò-Pò-Pò, PiO-PiO-PiO” pigola petulante pulcino Pancho; “porca paletta Pancho!” parlotta papera Polda – “per piacere Pancho, papà Pinco potrebbe prenderla prosaicamente!” papà papero, passata paura per puma poco placido, pensato pressare pisolino pomeridiano. “Pii-Piii-Piiii, PiOO-PiOOO-PiOOOO” prorompe precipitoso Pancho. “Panchooo!” Polda perde pazienza. “piccolo prepotente, proprio persecutore!” – predicozzo per punire pestifero Pancho – piano piano, pulcinetto pigola placato “pio-pì, pì-pì” “piuttosto” – pensa – “prenderò panni per partire – piii – partirò per posti privi papere pedanti!”

Clarissa casuale cardiologa [in C]
Credendolo con collasso ciclo cardiaco completo, Clarissa corse con CGRP – conosciuto composto chimico con caratteristica capacità contrazioni cuore – cercando cavità capace convergere corroborante. Camillo continuò camminare carponi causa cute cuoio capelluto crivellata; Clarissa constatando cicatrice craniale, cautamente condusse Camillo canapè cremisi, costringendolo coricarsi con capo chino. Camillo, colorito cadaverico, chiese caffè corretto con cointreau; categorica, Clarissa costrinse costui calmarsi con camomilla.

Concetta Tigano
Eterea estate,
espugni effimeri equilibri.
Eterno equinozio,
esalti estranei eremiti.
Entrambi esprimono estasi ed ebrezze.
Eludendo errori…evochiamo efficaci Elisir!!

Trasformi
timide tentazioni, teneri turbamenti,
tessendo trasparenti tele.
Trasmetti
tumultuose tempeste, traboccanti torrenti
tacendo.

Nessun nomade naufraga nelle nuvole
Niente, nemmeno nubi e nebbie nuociono
Noi, nuovi nostalgici, nuotiamo nelle nostre nostalgie
Noi nocchieri naufgaghiamo nella natura, nelle nuvole
Nuove nebbie nascondono nostro Nadir
Nuove ninfee nascono, nuotano nel nostro nuovo nulla.

Viaviana Graniero
L’ACINO ALL’ASTUTO (LA VOLPE E L’UVA IN A)
Anticamente , animale astuto, acuto, assai ambizioso, accusando assenza alimentare, avanzava affamato. Arrivò ad appezzamento affollato abbondanti, altissimi acini. “Ah! anelato alimento…” allora atleticamente allungò arti, ancora… ancora… Azz! Arduo arrivarci…
“Aspetta” asserì “Assurdo arrendersi, arguzia aiuterà, avrò acini assolutamente!”
Allora, allontanato affaticamento, ancora accennò anomali acrobazie. Accipicchia! Abilità acrobatiche assolutamente assenti…
Alfine, allontanandosi amareggiatamente, affermò ” Assurdo affannarsi alacremente: acini ancora acerbi, assimilarli avvelenerebbe!”
ASSIOMA: Accort’ ambizioso! Assai amaramente affogherai… abbassa ali!

ALBACHIARA (in a… cantabile, ma con qualche licenza metrica… e non solo!).
Aliti adagio allontanando attenzione
addormenti annottando
apri ante all’aurora
accechi alias alba
arzilla alias aria …
Assumi aspetto arrossato, ammirata
assai ammaliante allorché assorta:
avendo ardori, aspirazioni …
Anacronisticamente addosso assente
abito appariscente,
alcuno ad apprezzare,
anche ad ammirare…
Adesso angelicamente attraversi autostrada
addentando alimento, abbecedario
aneli approfondire
ancora accenni ad arrossire (?!) …
Allora affronti ambiente apertamente
assai autenticamente
appare ancora agli amici
anima, auspici …

Kyoto kermesse: Kung-fu? Kendo? kick-boxing? kabuki?????…. karaoke!!!!

Kurosawa Kollossal: “Kimono killer knockout kilt killer!”

Peter Pan (in p… e a modo mio eh! si fa per ridere!!!)
Peter Pan, personaggio prossimo pensione, pensa poter perpetuare perennemente preadolescenza…. (paradigmatico!)
Prende probabilmente pillole (più pericolose prozac!)…
Privo professione, perdigiorno, propina panzane piccole puelle.
Prospetta parecchi portenti: parapendii, posti paradossali, piroghe per pirati, piccoli palazzi posti profondità piante portentose.
Poi puntualmente Peter Pan piazza prontamente piccole pesti perdute, porge pezza per polvere, pasta per pulire pavimenti, pentole per preparare peperonata…
Perciò pronto precetto: Puelle, prudenza! praticate plurimi pretendenti, punite poco pietosamente panzanatori pari Peter Pan!

Paradisiaco Pellegrinaggio (Divina commedia in p)
Poeta, parte per Paradiso, passando prima per paese pienamente peccaminoso, poi per purgatorio. Per pilota, poeta persino più popolare!
Pensionato preistorico piroga per percorso paludoso (pare pipì!), portandolo presso porta peccaminosa. Poster puntualizza previdenza ” Perdete prospettive, penetrando!”
Post parlatoria plurimi peccatori puniti perennemente, poeta prosegue pellegrinaggio per purgatorio. Punizioni passeggere, peccatori presto partiranno per Paradiso, previa preghiere parentado.
Perciò pure poeta prosegue per punto più prominente, popolato persone perfette. Permutato pilota: puella paradisiaca! Poeta prova poderoso palpito petto… pure pube (pesante peccato!)
Puella presenta patriarca perfettissimo “piacere!”, poeta percepisce potenza, proferisce paternoster, prega per prossime pubblicazioni popolari, possibilmente pure per plurime pecunie!

Dora Amendola
Teorizzando tormentosi trasporti, temibili trasferte, trafiggendomi tu taci troncando teneri tempi… talché, trovando tosta terapia, tutti tornano tranne te tediosa tendinite!

Preparare polpettoni pesanti per parenti pedanti potrebbe pregiudicare prossimi pranzi… pertanto propinarli paga!
Pensare producendo parole profonde può parere pleonastico primariamente per persone psicologicamente piccole.
Trote trotterellanti traversano torrenti turchesi tramando truffe taglienti toccanti trattorie tarantine.

Maria Maddalena Fea
Torino-Toronto traversata terrificante: tuoni terribili tartassavano turbìne, tempesta trapanava timpani, tazze tremavano, terrorista tenebroso trasportava teschi, topi transitavano trotterellando. Tacevamo tutti!

Nacque nano nella nuvolosa Norvegia. Nottetempo nuotava nascosto, naufragando nomade nel nonconformismo nichilista. Nutrimenti nocivi: nicotina, narghilè. Nutrimenti non nocivi: noci, nocciole, nespole, nettarine, nasello, nebbiolo. Nefrite nefasta necessitò nosocomio. Noncurante naviga nelle nuvole, non nasconde nudità, niente noia, nostalgia, nel nuovo nirvana.

Nidia Vedana
Aiuto! Accorrete! Affogo! Aiu….
Ammise affranto: assassinai Antonio: amava Anna.
Anni addietro aveva avuto antipatiche allergie agli acari, asma atipico; aveva addirittura assunto ansiolitici anti-age. Assurdo? Assolutamente autentico: accaduto ad Antonio.
Aspettaaaaaaaaaa!!!!Arrivooooooooo!!! Andato. Accipicchia. Avessi accelerato avrebbe aspettato almeno alcuni attimi.

Ah, avessi allora ascoltato avvertimenti! Avrei ampiamente accolto amore. Accidenti!

Astri argentei ammaliano anime addormentate

Avevano aspettato ansiosi. Adesso, alfine, all’alba autunnale aprirono adagio ampie ali azzurro acqua alzandosi accorti, avanzando alti, ammirando Alpi, Appennini, altitudini assai ammalianti, aspirando aria avvolgente, aggiungendo alcune allegre acrobazie. Affrontarono agitati anche attimi angoscianti, abbagli assassini. Avanti, ancora avanti. Altrove, aldila’, attendevano anatre, albatros, allodole, allocchi, animali africani, amici, anche – azzarderei -amori.

Roberto De Pascale e Miyuki Hasegawa
(in caratteri Occidentali)
kyou kara kyouto kayou kyoukai konsaato kaishi, kekkou,
kono kaijou kayoukyoku kiku koto kanpeki.
(in caratteri giapponesi)
今日 から 京都 歌謡 協会 コンサート 開始, 結構, この 会場 歌謡曲 聞く こと 完璧
(Traduzione)
Da oggi iniziano i concerti dell’Associazione di Musica Tradizionale Giapponese di Kyoto, l’acustica di questa sala si puo’ considerare perfetta.

Cinzia Massa
Nipponico Noyori. Nella Napoli negligente, nichilita, negata non nascono Nobel. Nella Napoli narcotizzata, nolente, nomade, neanche. Nebulosa notte. Neapoli numen necesse.

Stefania Bertelli
Per piacere puoi porti, prossimamante, più parco per pretendere parole preziose possibili, per persone perfette, pur povere pecunia (parlo personalmente)…però pronte per parlare, presentare paradossi, proporre pedanti pagine, piene pamphlet. Porgo panegirico pullulante peana, per particolari parti prosodiche per programmi pubblici. Percossa petulanti pensieri, posso perorare perditempo penosi, per produrre premi perenni.
Perdindirindina….

Daniele Riva
Know-how KO: karma kaputt, kleenex…
(sembra un delirio incomprensibile: in realtà è un tizio che si trova con il computer in avaria, “invoca” alcuni santi del paradiso e alla fine, come il grande Troisi, non gli resta che piangere…)

Esulando dal tema prettamente Enakapata e nipponico, ho una versione tautogrammatica della poesia “Alla sera” di Foscolo:
POMERIGGIO PASSATO
Probabilmente perché paragoni
postremo passo, più piacevolmente
plani! Plaudonti prendendo passione,
pecorelle pervenute ponente,
poi più pallide precipitazioni
portanti procella prepotente,
però pregata procedi, padroni
poveri palpiti perdutamente.
Poiché poni pensieri ponderare
passo per prossimo periodo, prendo
perciò perizia precario passare
preoccupazioni procurate; pendo
per pace piana proposta: posare
proposito pugnace preferendo.

Partenopei partirono per paese posto poco ponente. Passarono per paesaggi paradisiaci parlando padre pargolo. Pigramente presero parte performances piacevoli. Poi pubblicarono prosa ponderata.

Bruno Patrì
Ad Aosta andarono alcuni alpini, avevano amato: auree albe, ammalianti ancelle austriache, alte anglosassoni, anonime abbronzate, angeliche andaluse, aborigene australiane, assatanate argentine, acchetate americane, accigliate armene, affezionate amazzoni, accomodanti artigiane, acconsenzienti agrigentine, accreditate ambasciatrici, acide albanesi, acquose anconetane, acrobatiche albine, aggressive astigiane, affezionate arizoniche, addette alla anagrafe, assassine ariane

Lucia Rosas
Tentativi tentando testi, tentai tentatore testi tamburellati , trovare termini, tasti trovati troverò terminando tossendo temendo tonta temeraria

Felicia Moscato
Pietro Paolo Pancio, Pittore Poco Pratico, Promise Pince Paride Per Puro Poco Prezzo
(è la filastrocca delle 13 P che mi insegnò da piccola la buonanima di mio nonno … a  me faceva sempre sorridere … non sarà il massimo, ma nel mio piccolo voglio sorridere di nuovo)

Adriano Parracciani
Enakapata è elemento enzimatico; escogita esercizi ed esorta energie elaborative, esportando educativi ed efficaci enacrostici elegantemente editati

Vincenzo Moretti
Papà, per piacere puoi passare per Perugia per portare presso Padova pacchi postali per portalettere partecipanti prossima partita pallavolo pescivendoli – postini?

I poppisti

enakapata3Di Totonno qualche volta vi ho parlato. Alto, robusto, forzuto, simpatico, atteggiato, ignorante q.b., in un mondo in cui tutti avevano prima un “soprannome” e poi un nome e cognome – Peppe ‘a lenta, Pippone, Gennaro Topolino, don Peppe Testolina, Gigino schifo d’ommo e così via -, a lui era stato affibiato quel “tre palle” che si portava appresso con ostentato orgoglio, come a imperituro acclarato riconoscimento del fatto che quando il gioco si faceva, per così dire, duro, potente come lui non c’era nessuno.
Se fosse stato uno Jedi sarebbe stato il suo lato buono della forza. Quello che gli permetteva di parlare di politica senza capirci niente, tanto lui era rivoluzionario come Cè Gaetano. Quello che quando provavi a dirgli che era Che Guevara, gli  faceva rispondere “e che differenza c’è, conta quello che ha fatto non come si chiama”. Quello che gli aveva  permesso di coniare il termine “poppista” per definire me, Salvatore ‘o beat, Tonino Parola e tutto il resto della band.
Poppista, cioè seguace della musica pop, nella sua Weltanschauung una sorta di poveraccio che perde tempo appresso a Joan Baez, Crosby, Stills, Nash & Young e similari quando ha in casa dei come Mario Merola e Pino Mauro.
A raccontarle tutte ci vorrebbe un libro intero, vi dirò per questo solo della sera in cui  nel bar di don Peppe mi si avvicinò con fare comprensivo, mi mise una mano sulla spalla, mi disse oggi ‘e fatt l’ommo venenno cu chelli ddoje guaglione, pure se erano nu poco brutte. A proposito, ma pecché ‘e poppiste so tutte brutte? Cercai di spiegargli che non erano brutte, che si vestivano da maschio,  che non si truccavano, mi avete sentito voi?, lo stesso lui.
Lo ametto, dovevo capire e non capii, ma a quei tempi si usava. Si usava cosa? La cosa che dissi a Totonno: e poi si proprio ‘o bbuò sapé, ‘e poppiste so belle dentro.
Mi guardò con comprensione. Di più. Preoccupato. Ancora di più. Al punto da non profferire ulteriore parola. Con l’esperienza di oggi ne  avrei approfittato, avrei preso le mie due buste di latte e me ne sarei tornato a casa. Allora invece no.  E gli dissi che d’é, nun parli cchiù? Viciè – mi rispose -, io stavo parlann ‘e femmene e tu me parli ‘e trippa.
Sono passati 40 anni. Ma quando ci penso sento ancora i pugni sul flipper do ricciulillo e la risata con il risucchio di Peppe ‘a lente che a momenti rischiamo di perderlo per sempre. Sono andati avanti per un bel pò a sfottermi: Viciè, è bella dentro, ma ‘a fora nun se pò guardà. E’ la legge del chi sbaglia paga. Non è la peggiore, volendo si impara anche. Le leggi brutte, quelle brutte assai, sarebbero venute dopo. Ma di questo stasera non voglio parlare.

Enacrostico Fuori Concorso

enakapata3Ancora della serie una regola è una regola, in questa pagina gli acrostici arrivati fuori tempo massimo e che quindi non partecipano al concorso.
E se lo immaginassimo come un cantiere sempre aperto? Un ponte verso il gioco prossimo venturo? Voi se vi sovviene un nuovo acrostico  non esitate a inviarlo. A pubblicarlo penseremo noi.

La Musa
Era Necessario Abdicare. Kronos Aveva Provocato Atteggiamenti Troppo Aberranti
Ecco Ninfa Ancella. Kaos A Palazzo. Abbaruffata Tra Abbadesse
Ecatombe Narvali A Kyoto: Accorrete Per Arginare Triste Accadimento
Endecasillabi Nodose. Assortamente Katrina Annotava Perifrastiche Attive Tratteggiandole Accuratamente
Erano Nere Aquile, Kandahar Appariva: Pietrosi Altopiani Tipicamente Afghani.

Dora Amendola
Ecchimosi Nere Ammantano Kevin: Aveva Pericolosamente Affrontato Tornanti Alpini
Eccola Nadia: Assaporando Kebab Ancheggia Per Ankara Tutta Allegra
Essendo Nano, Abdul Kassam Attraversò Pistoia A Testa Alta
Elisa Non Apprezza Koala Australiani, Preferisce Topi Africani
Entrando nell’arena Karim aspettò pazientemente ansimanti tori assassini

Valeria Atteo
E Nessun Altro Kaos Aveva Prima Attanagliato Tanto Amore
Era Nuda Adesso Ke Aveva Provato A Tenerlo Accanto
Era Nervosa Adesso Ke Aveva Perso Altro Tempo Amando

Luca Moretti
Eterne Notti A Kyoto. Amori Passionali Attendono Tenui Albe

Miyuki Hasegawa
In caratteri occidentali
Eien-ni Nanokori Academic-ni Kagaku-wo Aisuru Partner-ga Achikochikara Takusan Atumarutokoro

In caratteri giapponese
永遠に 名が残り アカデミックな 科学を 愛する パートナーが あちこちから たくさん 集まるところ

Traduzione
Consacrando il proprio nome all’immortalità, in questo luogo si riuniscono i colleghi amanti della scienza accademica provenienti da ovunque

Nidia Vedana
Everybody: Never Again! Keep Auschwitz People Alive. Teach Always

Maria Maddalena Fea
Eterna Noia A Kyoto, Avrei Preferito Avere Torbidi Amori

Adele Gagliardi
Enzo Non Aveva Kiesto Aiuto Per Andare Tranquillamente Avanti

Laura Fichera
E, Nell’Antico Kimono, Asconde Prudentemente Audaci Testi Amorosi
E’ Notte Al Kilimangiaro, Aquila Percorre Alta Terra Africana
E’ Nell’Arte Kabuki, Asiatica Poesia, Assoluta Teatrale Armonia
Eucalipto Nutre Acrobatico Koala, Animale Presente Ardente Terra Australiana
E Nell’Ampio Kay-way Alla Pioggia Aiuto Tranquillo Abbiamo
Esistono Nauseanti Assassini Ku-klux-klan Anonimi Putridi Animali Turpemente Arroganti
E Nell’accogliere Kirieleison Alto padre Ascoltaci, Tremebondi Aiutaci
Esiste Nell’Avvolgente Kriss, Asiatico Pugnale, Arte, Tecnica, Armonia

Gerardo Navarra
Ernesto Non Aspettava, KIller Amato, Passionario, Armato, Temerario, Amorevole

Enacrostico Poll

enakapata310  voti
Giuseppe Giordano

9 voti
Deborah Capasso de Angelis

4 voti
Maria Maddalena Fea

3 voti
Cinzia Massa

2 voti
Adriano Parracciani

1 voto

Sabato Aliberti (f.c.), Paola Bonomi, Guglielmo Festa, Valeria Gonzalez, Vincenzo Moretti, Bianca Paganelli, Carmela Talamo

21 partecipanti e 48 acrostici, questo l’esito del gioco Acrostico Enakapata proposto da Adriano Parraciani, ideatore di Sottolineato.
Da adesso e fino a domenica prossima chi ne ha voglia può votare e far votare quello che ritiene più bello. A fianco di ciascuno dei partecipanti ho messo un numero (in ordine di apparizione), si vota indicando il cognome o il numero. :-))))

1. Maria Maddalena Fea
Entrando Nell’Agognata Kermesse Avvicinerò Politici Attempati Torturandoli Appassionatamente

2. Sabato Aliberti
Enzo, Navarra, Anna, Killer Anche Parracciani Acrostici Talentuosi Appostarono
E Non Abbandonare Katia, Altrimenti Perdi Ancora Tanto Amore!
Eccomi Nell’Antica Kioto A Pensare Al Tuo Ardore
Enzo Non Amò Kiara, Anzi Partì Amareggiato, Tanto Angustiato!

3. Deborah Capasso de Angelis
Eccoli Numeri Ambiziosi Ke Arrivano Prevedibili A Travestire Armonie
Everybody Needs A Key A Particular Access To Authenticity
Emotiva Narrazione Ambiziosa Keyworld Argute Parole Accarezzano Turbolenti Anime

4. Adriano Parracciani
Enakapata: Napoletani A Kyoto; Anzi, Prima A Tokyo Andarono
Ehi, Non Abbiamo Killer Abbastanza Pratici A Terminare Adriano
E’ Napoletanità Amara, Kafkianamente Angosciata, Pur Amandola Tanto, Ancora
Enakapata: Nipponico Amore. Karaoke A Parte, Anche Totò Andrebbe
Enakapata: Napoletani Allontanatesi Kilometri A Palate, A Tokyo Arrivarono

5. Irene Gonzalez
Estri Nascenti Accolsero Kimoni Antichi Proponendo Altrove Tempi Ascolti

6. Anna
Ecco, Nemmeno Avessi Kapito A Proposito Ancora Tutto, Amore.

7. Giuseppe Giordano
Esile Nobile Ardente Karma Anela Pacato Auspicio: Tanto Amore
Era Nuova Attesa: “Kaira Ama Pino?” Attesa Tanto Amara
E(N) = Ak ∪ Ap →A  T(A)
Sia E l’insieme degli Eventi a cui partecipano gli attori di una rete (es.: post in un forum)
Sia N il numero dei nodi (attori della rete)
Allora: l’insieme delle relazioni che uniscono gli N attori  attraverso gli Eventi: E(N) è descritta dall’Unione della matrice di affiliazione A dei primi k nodi e la matrice di Affiliazione dei p restanti nodi,  (dove N=k+p) e dalla loro unione si definisce la matrice di affiiazione completa A che, moltiplicata per la sua trasposta, T(A) definisce la matrice di adiacenza delle rete completa degli N nodi in ENAKAPATA: E(N) = Ak ∪ Ap → A  T(A)

8. Guglielmo Festa
Entrai Nell’ Amata Kabul A Portare Amore Tranquillità Ascolto

9. Lucia Rosas
Egli Non Aveva Kapito Astioso Provava Ancora Tanta Amarezza
Erano Nuovi Auspici Ke Aprivano Porte Animando Tanti Ardori
Ecco Non Arrivano Ke Appelli Per Averti Trovato Amore
E’ Nobile Anima (di) Klee Aleggia Parlando Ancheggiando Tortuosi Arabeschi
E’ Notevole Avversario Kasparov Annuii Pensando Tormentati Arrocchi
E’ Nell’Antico Kalahari Amico Poeta Ancora Tutta Acerba
Elementi Naturali Artistici Kahlo Artista Pazza Annunciò Turbinosi Auspici
Esaurita Narrazione A Kiamata Ancora Provo Affondo Toccata Ammirata

10. Valeria Gonzalez
Ensemble, N’ Accepte K’ Amour Passionné, Autrement Trouvé Ailleur

11. Riccardo Moretti
E’ N’Avventura Ke Aiuta Per Attraversare Momenti Amari
Essendo Napoli Andata Ko Aiutarla Puoi Amarla Tanto Anche (con Vincenzo Moretti)

12. Vincenzo Moretti
Entrando Nell’Antica Kyoto Ascoltò, Poi Aspettò, Trovando Amore
E Nun Alluccà Kabuki. A Piazzetta Augusteo Teatro Abbasta

13. Gerardo Navarra
Eva Non l’Afferrò, Kostrinse Adamo Promettendogli Amore: Tentazione Amara!

14. Paola Bonomi
Eccoti  Notte  Avvincente. Kimoni Aperti Protesi Al Tramonto
E’ Notte Ancora. Kimono Avvolgimi e Proiettami Al Teatro Astrale

15. Daniele Riva
È Necessario A Kyoto Andare Per Apprezzare Terra Amata

16. Carmela Talamo
Empatica Narrazione Affascinante Ke Accorpa Parenti Amici Transitati Affettuosamente

17. Bianca Paganelli
Estasiato Nell’Azione Kamikaze Ambisci Paradisi Ammazzando Tante Anime?

18. Stefania Bertelli
Eziandio Noi Abbiamo Kant A Parlare Ai Tanti Amici
Essendo Nato A Kyoto Attende Pazientemente Altri Turisti Aerotrasportati
Eppur Nostro Amato Kolbe Aveva Pensieri Tutti Apostati
Eccoci: Noi Anime Kiare Avanti Possenti Autori Tesoro Ameno
Eccolo Nuovo Attore Keynesiano Americano Presidente Avventurarsi Terreno Ascoso
Effettivamente Noi Arranchiamo Koala Animali Protetti Avanziamo (pian pianino
ascendendo) Torre Avita

19. Cinzia Massa
E’ Necessario Avere Karma Attraente Per Allacciare Tante Amicizie

20. Concetta Tigano
Entra Nell’Anima Klimt Audace Pittore Austriaco Tanto Amato!!!

21. Alessandro Trovato
E Noi Audaci Klingon Andiamo Protervi Alla Terra Amata

‘O primmo estratto

Il babà da Augustus? Preso. I libri alla Feltrinelli? Pure. Resta la cumana, destinazione Bacoli, dove oggi ci vengono a trovare due cari amici. La notizia buona? La cumana è puntuale. Dite che non dovrebbe essere una notizia? Ma dove credete di essere, in Giappone?
Entro nella cumana, poso babà e libri, prendo ‘O principe piccerillo, la traduzione in lingua napoletana di Roberto D’Ajello del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, essa stessa un capolavoro, quando mi si avvicina un giovanotto in arancione, sandali ai piedi, con i libri di Krishna. Sorrido. Sorride. Mi propone un testo. Gli dico che Cinzia l’ha comprato già. Non mi dice chi è Cinzia, mi chiede un piccolo contributo. Sorrido. Sorride. Gli do due euro. Per me sono tanti. Ma ho simpatia per i seguaci di Krishna. Di più. Mi ricordano i tempi del Gruppo Alternativo Incazzati di Secondigliano e il cantio corale di “Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare”.
Mi rimetto le cuffie, comincio a leggere, neanche un minuto, entra un signore con la fisarmonica e comincia a suonare a mezzo metro da me. Mi tolgo le cuffie, Asle Rose e lui assieme non vanno. La prende come una manifestazione di interesse. Gli faccio segno di no con la testa. Se ne va deluso.
Mi rimetto le cuffie, ricomincio a leggere, altro uomo in fisarmonica più bambina con tamburello. La ragazzina avrà dieci anni, forse ci è nata sulla cumana, ha il pregio di sorridere sempre, un sorriso vero, nonostante il raccolto sempre troppo magro. La guardo, sorrido, faccio no con la testa.
Riprendo a leggere, stavolta passano tre pagine prima che con la coda dell’occhio mi accorgo del babà che si sposta. E’ il quarto, l’uomo con i bigliettini, un giro e li appoggia senza una parola sul sedile, un altro giro e li riprende. Lo guardo, gli sorrido, ma il mio budget giornaliero per la sezione “facite ‘a carità, rifrisco all’anema de muort vuost” è stato abbondantemente superato.
Mi dico Vicié, forse i due euro li hai dati a chi ne aveva meno bisogno. Mi rispondo  Vicié, mò non solo hai speso due euro ma ti vuoi far venire anche i sensi di colpa? Oggi è sabato. Hai puntato tutto sul primo estratto. E sulla corsa delle 9.40 è uscito Krishna. La cumana è arrivata a Lucrino. Scendo. Ma se pò campà accussì?

Orrait

E ’nguaiato tutta ’a grammatica: la condanna era definitiva, la colpa il non avere fatto una cosa come diceva lui. La possibilità di farla come l’avrebbe fatta lui? Semplicemente non era prevista. Un pò perché nel fare le cose lui era davvero come l’amico della porta accanto di Massimo Troisi, un mostro, nel senso che era un “mastro” in tutto o quasi. Un pò perché anche se una cosa la facevi benissimo lui ci trovava sempre un difetto, la sbavatura che si poteva evitare, il particolare che si poteva curare meglio.
Lo vogliamo dire? E diciamolo. Quando faceva così non ce la facevi a sopportarlo. Di più. Ti levava la salute di dosso. Ancora di più. Era comme ’a morte ’ncoppa ’a noce do cuollo.
Vi state chiedendo se tutto questo ha inciso su di me?  E perché mai avrebbe dovuto? Io non ho mai saputo fare niente di pratico. E soprattutto non ho mai voluto imparare a fare niente di pratico. Il saper fare comporta aspettative. Genitori, mogli, figli, sorelle, fratelli che si aspettano che tu aggiusti cose che loro non sanno aggiustare. E ti criticano fino alla ferocia se non lo aggiusti nel modo in cui loro ritengono vada fatto. Manco ai cani. Certo ho rischiato. Come quella volta che ho fatto venire mio fratello Gaetano da Secondgliano al Vomero, roba da due ore e mezzo anche tre di traffico tra andata e ritorno più la “mission impossible” finale, trovare un posto dove parcheggiare a via Palizzi, più un paio d’ore buone con pinze, cercafase, cacciaviti, prima di accorgersi che la lampadina sul comodino che non riuscivo ad accendere da due mesi era semplicemente svitata.
Dite che doveva accorgersene subito? E perché? Gaetano è un uomo razionale. Pensa che qualunque persona normale prima di mettere in moto un meccanismo infernale controlla se la lampadina è svitata o è fulminata.
Dite che così facendo riconosco di non essere normale? Potrei rispondere “e chi lo è?”. Preferisco definirmi un sincero keynesiano.
Non funziona lo scaldino? Chiama l’idraulico e fai circolare la vil moneta. La moneta non è disponibile? Chiama un parente o un amico. L’amico non ce l’hai? Ti rimane l’opzione “impresario di Shakespeare in love”: Si risolve, come?, non lo so, è un mistero!
Dite che sono una persona impossibile? Lui lo era più di me. Eppure è stato molto amato, dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro, dai conoscenti. Sapete che anche io mi arrangio? Deve essere una questione di simpatia. Come faceva quella canzone che a lui piaceva tanto? Orrait, i song veri nais, che ci posso fà.

Per un’etica della convenienza

“Un’idea | un concetto | un’idea | finché resta un’idea | è soltanto un’astrazione | se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia | rivoluzione”. Ricordate? Era Giorgio Gaber che cantava la fatica di usare le parole tenendo assieme il dire con l’agire.

La parola “altro” è da questo punto di vista paradigmatica. Perché se ci si ferma al dire si possono riempire interi volumi, basti pensare alla dichiarazione dell’Unesco sulla diversità culturale come patrimonio dell’umanità o a Ryszard Kapuscinski (“l’incontro con l’altro è la più importante delle esperienze”; L’altro, Feltrinelli) e a James Hillman (“l’altro diventa il nostro prossimo precisamente attraverso il modo in cui la sua faccia ci chiama”; La forza del carattere, Adelphi) nelle pagine in cui ricordano Emmanuel Lévinas. E perché persino sul terreno del “dire” le cose non filano mai lisce come piacerebbe a noi.

Il fatto è che le parole chiamano altre parole; che con le parole formuliamo concetti e categorie di pensiero; e che le categorie di pensiero hanno bisogno di essere ri-formulate e re-interpretate.

È il punto, importante, sul quale concordano Jurgen Habermas e Jacques Derrida (Giovanna Borradori, Filosofia del Terrore, Laterza) riferendosi a concetti come “tolleranza”, “dialogo”, “sovranità”, “cosmopolitismo”, “perdono”, “diritto internazionale”, “globalizzazione”.

Per Derrida la tolleranza è il lato gentile della sovranità, il volto buono del più forte che acconsente ad accoglierti nella sua casa. È attraverso la ridefinizione dei concetti di cittadinanza, tolleranza, cosmopolitismo che si può pensare a una cittadinanza universale che non si associ a un superstato mondiale e a una sovranità nazionale che non si appiattisca su un patriottismo di spirito, di destino e si rispecchi nel rispetto per la costituzione, patrimonio comune dei cittadini. Una tolleranza che non sia paternalista, di matrice cristiana, condizionata e concessa dall’autorità superiore. Da qui l’idea di procedere oltre, verso quel concetto di ospitalità incondizionata che rappresenta a suo dire l’unico modo per avere con “l’altro” un rapporto tra eguali. Da qui la richiesta che la differenza dell’Europa sia “nel non rinchiudersi sulla propria identità e nel farsi avanti esemplarmente verso ciò che essa non è, verso l’altro capo o il capo dell’altro”.

Habermas assegna dal suo canto ai concetti e ai valori democratici propri del mondo occidentale, alla capacità intrinseca della democrazia di dare soluzione a ogni conflitto, la possibilità di risolvere le contraddizioni che caratterizzano la modernità. A suo dire la tolleranza moderna non è unilaterale e monologica come quella introdotta dall’Editto di Nantes ma, posta a base di una democrazia di eguali raccolta attorno alla propria costituzione, diventa dialogica e perfettibile.

Su un piano solo in parte diverso Thomas H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, Laterza) riconduce alla categoria dei diritti di cittadinanza tanto i diritti civili quanto quelli politici e quelli sociali, definendo così un vincolo stretto tra la possibilità delle persone di essere titolari di diritti e la loro appartenenza a una data comunità, mentre Luigi Ferrajoli (I fondamenti dei diritti fondamentali, Franco Angeli) mette in risalto l’antinomia tra il carattere universale dei diritti fondamentali e il loro “confinamento entro gli angusti spazi della cittadinanza statuale”. A suo avviso non possono essere la lotteria biologica e sociale, il paese o la famiglia dove ci ritroviamo a nascere e a crescere a legittimare “il nostro diritto ad avere di più”. Ma è davvero realistica l’idea di una “cittadinanza universale” che superi la dicotomia fra diritti dell’uomo e diritti del cittadino, “riconoscendo a tutti gli uomini e le donne del mondo, in quanto semplicemente persone, i medesimi diritti fondamentali”?

Si potrebbe naturalmente continuare con le parole e i loro significati, ma ci pare invece più utile sottolineare che le tante, diverse, interessanti idee di cui abbiamo detto fin qui hanno come principale comun denominatore il fatto di essere fuori moda, di non avere appeal. Le voci di dentro della società italiana sono chiare: tolleranza, ospitalità, diritti? No grazie! Le parole del consenso sono ronde, sicurezza, repressione, esplusione.

Invertire la tendenza? Difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

Si potrebbe ad esempio non farne solo una questione di etica. Quando si parla di accoglienza e di ospitalità, così come di regole e di legalità o di élites e di classi dirigenti il cambiamento accade se e quando appare “conveniente”. Le persone cambiano i loro modi di dire e di agire non tanto quando il cambiamento è giusto ma quando il cambiamento conviene. Forse parte da qui Richard Sennett (L’uomo artigiano, Feltrinelli) quando scrive che oggi più che mai è necessario indagare come si può modificare o regolare il comportamento concreto piuttosto che esortare a un cambiamento di cuori. Di certo è utile partire da qui per affrontare la questione relativa alla determinazione delle condizioni, del contesto, atto a favorire tale cambiamento.

Il filosofo Francois Jullien (Pensare l’efficacia, Laterza) sottolinea a questo proposito l’importanza di puntare sui fattori portanti, di trarre profitto dal potenziale della situazione e fa l’esempio del coraggio, che l’umanesimo europeo considera una qualità umana mentre in Cina è per l’appunto pensato, come del resto il suo complementare, la pavidità, un effetto del potenziale della situazione. “Ora, se il coraggio è inteso non come una virtù, concepita da un punto di vista morale, ma come un effetto del potenziale della situazione, il generale dovrà domandarsi non se le sue truppe sono pavide o coraggiose ma come operare per spingere, o costringere, il suo esercito al coraggio”. E perché la cosa non sembri troppo “altro” rispetto al nostro contesto, ricorda Niccolò Machiavelli (Dell’arte della Guerra) che scrive di Cesare che, dopo averli circondati, comprende che per sconfiggere i germani deve offrire loro una via di fuga, poiché nella situazione di accerchiamento perfetto nel quale si trovano essi non possono che combattere con disperata furia e bellicosità.

Si parli di coraggio o si parli di accoglienza a nostro avviso è di estremo interesse il fatto che quanto più dalle virtù individuali ci si sposta sul terreno del creare e cogliere le condizioni per sfruttare il potenziale della situazione, tanto più c’è bisogno di élites e classi dirigenti all’altezza del compito, il che potrebbe suggerire qualcosa di interessante circa la peculiarità della crisi italiana.

Tornando più specificamente al punto, ancora da Sennett viene una ulteriore sollecitazione quando insiste sulla necessità di pensarci come “immigrati spinti dal caso e dal destino su un territorio che non è nostro, come stranieri in un luogo che non possiamo dominare perché non ci appartene”. Il tema di Sennett è il rapporto dell’uomo con l’ambiente, ma ancora una volta questo nesso tra “senso di spaesamento e di straniamento” e messa in moto di “pratiche concrete di cambiamento” appare di grande utilità per i nostri “eroici” tentativi di dare senso e concretezza alla cultura dell’accoglienza.

Sentirsi stranieri, cogliere il potenziale della situazione, sfruttare i fattori portanti per cambiare il nostro approccio con l’Altro. Più che un messagigo nella bottiglia, una traccia utile per future esplorazioni.

Il fabbricante di ombrelli

Per il filosofo Francois Jullien la Cina è la sola possibilità di “prendere le distanze dal pensiero da cui proveniamo, […] di interrogarlo nelle sue evidenze, in ciò che costituisce il suo impensato”. Per il giovane Davide, scuola, volley, diciottanni e un sogno a un palmo di naso, è “una moltitudine di persone – formica con poca voglia di integrazione e tanta capacità di occupare ogni spazio disponibile”. Per Pietro D., il protagonista della nostra storia, padre e marito di giorno, studente di quinta liceo la sera, è un pezzo di memoria, un ricordo della vita da artigiano in quella bottega dove la sola traccia di “modernità” era un trapano verticale, realizzato da un vecchio torniere, che girava tramite la cinghia di un motorino attaccata da un lato al trapano e dall’altro al motore di una lavatrice, il tutto bloccato su un banco in legno che aveva più di 200 anni. Gli attrezzi necessari alla rifinitura? Tutti costruiti a mano e riposti nel cassetto di un banchetto, anch’esso senza età, insieme a balene (le stecche di ombrello), pezzi di legno, cacciaviti, pinze, tronchesi, martelli piccoli e grandi. Lo sgabellino dove ci si sedeva? Un reperto “storico”, sottratto ai tedeschi negli anni dell’occupazione. In tutto erano in tre, compreso il titolare, e realizzavano, rigorosamente a mano, ombrelli costruiti su legni pregiati interi (Ginestra, Malacca, Ciliegio, Corniolo, Olmo, Castagno, Frassino, Nocciolo, Bamboo), con la punta finale in corno di bue, utilizzando insegnamenti, modi, strumenti, tecniche, tramandati da padre in figlio.
I clienti? Tutti quelli che, potendoselo permettere, avevano fatto dell’eleganza il proprio stile di vita. Cinesi compresi. Perché, sottolinea Pietro, anche se i cinesi ricchi sono “pochi”, qualche decina di milioni, sono così tanto ricchi da poter cercare in ogni prodotto qualità e particolarità. Poi racconta senza fatica dell’arrivo in bottega dei clienti cinesi, della scelta accurata dei tessuti e dei legni, delle fotografie a ciascun ombrello,  tessuto, legno, così da poter controllare, all’arrivo in Cina, l’esatta corrispondenza con quanto ordinato. 120 euro più i costi di spedizione il prezzo di ogni ombrello, che ai ricchi cinesi costa tra i 250 e i 300 euro.
La storia di Pietro pare voglia dirci che “poco” e “molto” sono avverbi quanto mai indefiniti quando si riferiscono alla Cina. E che chi ha più idee, prodotti, servizi e sistemi di qualità ha più possibilità di collocarli sui mercati mondiali, Cina compresa. Dite che dobbiamo preoccuparci?

Assunta Malafronte e Gerardo Navarra

Il commento di Assunta è dall’undici ottobre duemilanove che è rimasto lì dove  lo ha postato lei, in calce alla pagina di Enakapata100. Nessuna censura, of course. Ma non me la sono sentita di portarla in prima  pagina. Troppi complimenti. Solo per me. Più la sindrome del political correct. Più il fatto che Assunta è una “mia” ex studentessa.
Oggi è arrivato il commento di Gerardo, “mio” ex studente, in calce alla pagina Citazione. L’ho letto. Ho sorriso. Mi sono ricordato del commento di Assunta. Mi sono detto Vincenzo a volte sei esagerato. Di più. Insopportabile. Rilassati. E che sarà mai. Facciamo che l’entusiasmo degli ex studenti bisogna tararlo del 50%. Di più? Del 75%. Ancora di più? Del 90%. Resta il fatto che anche se la loro laurea se la sono già presa continuano ad avere affetto per te. Come Antonio. E Antonio. E Antonio. E Vincenzo. E Roberta. E tanti altri.
E allora sapete che faccio? Assunta e Gerardo ve li propongo qui chiatti chiatti. Nel senso metà fisico, s’intende. Buona lettura.

Assunta Malafronte
“Ogni libro ha un’anima. L’anima di chi scrive e quella del lettore”.
Nel mio percorso di studio ho avuto modo di conoscere molti prof. ma solo pochi ricordo ancora con affetto. Moretti è uno di loro. Uno di quei pochi. E’ una persona che ha una straordinaria capacità: riesce ad insegnarti le cose senza farti sentire il “peso” di essere uno studente. Ti trasmette cose che vanno al di là dello studio. Ecco, il suo libro è proprio così. Non è solo il frutto di una ricerca, ma è un racconto di vita, di una grande città, di personaggi, di incontri, di amori, di aspettative, di ricordi. Questa è l’anima che ho sentito scorrere nelle pagine di quel libro. Un mega “in bocca al lupo” al mio magnifico prof.!!!

Gerardo Navarra
ENAKAPATA è realmente na ‘CAPATA, nei pensieri, perchè fa riflettere e non poco.
ENAKAPATA: è il vecchio e il mare?…NO
ENAKAPATA: è il “vecchio” e il giovane, il vulcano che brontola e la pianura fertile, il capocomico e la “spalla” che lo rende tale, l’arzigogolo e la sobrietà.
L’ho letto divertendomi, poi, mi sono reso conto che mi ha fatto riflettere in modo serio. Tante verità. Anche tristi. Non a caso, Luca scrive: “La saggezza popolare recita che partire è un po morire. Forse talvolta è vero il contrario.”
ENAKAPATA inizia con un parallelismo, padre-figlio e finisce con un’amalgma, una fusione oserei dire tenera, sempre padre-figlio.
ENACAPATA: è analisi empirica, che scaturisce da un viaggio, reale, bello, suggestivo, didattico, viaggio fatto per lavoro e per piacere, e proprio per questo che dietro un sorriso spesso spunta una riflessione arguta e seria.

No, a Maronn ’e ll’Arco no

È stata la mia giovane amica Maria Clara Esposito a lanciare, su Facebook, il grido di dolore: “No, a Maronn ’e ll’Arco no”. E all’amica che le scrive “Alle prese con le feste di paese? Io sono stata svegliata dalla banda per la festa di un certo Sant’Antuono!”, risponde “non si tratta di festa di paese … magari! c’è questa specie di setta di “devoti” della Madonna dell’Arco in tutta la provincia di Napoli, che da gennaio fino a Pasqua, ogni domenica mattina girano per le strade della città urlando e strepitando canti e preghiere che dovrebbero invocare la Madonna. La cosa brutta è che si fingono fedeli, ma vanno solo a caccia di soldi. È un fenomeno curioso e avallato da cammorristi e delinquenti locali. Pensa che tra i doni che si fanno alla Madonna spesso ci sono siringhe e pistole d’oro”.
Immagino che voi vi sareste scandalizzati, incazzati, indignati. Io  no. Io ho pensato Maronn, e mò chi c’ho dice a Maria Clara. Chi le dice cosa? Che papà è stato fujente, cioè devoto della Madonna dell’Arco, uno di quelli che andava in giro, scalzo, vestito di bianco, fascia azzurra, statua della Madonna in spalle, che urlava, strepitava canti e preghiere, agitava il fazzoletto bianco con le monete per invogliare i passanti a lasciare il proprio obolo alla Madonna. Chi le dice di quella vecchia foto nella quale siamo ritratti io, Antonio e Gaetano, Nunzia non ancora ancora nata, mamma e la nonna nella parte posteriore di una vecchia Ape Piaggio che papà si era fatto dare in prestito, con i cappellini con in punta la spilletta della Madonna dell’Arco, sorridenti, felici di aver visto la festa del lunedì in Albis al santuario della Madonna dell’Arco, orgogliosi del fatto che quando papà era più giovane anche lui era entrato vestito di bianco in chiesa e si era buttato faccia a terra. Chi le dice che a casa nostra quando papà metteva dopo il mannaggia la Madonna dell’Arco (non ne vado fiero, of course, ma la verità è che la bestemmia da noi era di casa; talvolta ho pensato fosse “solo” un intercalare, altre volte un modo per invocare e manifestare affetto ai santi, altre volte addirittura il pretesto per creare situazioni paradossali, come quando papà giocava a carte – ho detto giocava, dunque niente soldi in palio -, scopa a 11 e pizzico a 21, con il suo amico Cosimo Pellecchia e ad ogni pigliata dell’altro bestemmiava avendo in risposta un immediato “sempre sia lodato”) era il terrore, perché significava che papà era davvero arrabbiato nero e ci avrebbe in ogni caso punito, fosse anche solo per l’oltraggio che aveva fatto alla Madonna di cui era devoto. Chi le dice della mia gioia quando, dopo le abiure della mia piccola grande rivoluzione culturale post 68, studiando antropologia all’università, ho potuto ridare dignità, senso, cultura a una parte della mia vita che tenevo accuratamente nascosta.
Lo so che vi sembra troppo, ma sapete com’è, a pensarlo non è come a scriverlo, basta un attimo. E dopo? Dopo mi sono detto che Maria Clara ha ragione. Mi sono sentito triste. Mi sono detto per fortuna che papà questa se l’è risparmiata. Poi mi sono come ribellato: No, a Maronn ’e ll’Arco no.
Il controllore mi ha guardato. Ho messo in tasca l’Iphone. Ho assunto l’espressione “aggiate pacienza”. Gli ho dato il biglietto. L’ha timbrato e ha girato le spalle, lo sguardo fisso modello “ma vedite nu poco”. Per fortuna la fermata dopo era la mia.

Persone e Webpersone

di Adriano Parracciani
Vincenzo Moretti dice che io e lui siamo diventati amici e complici ancora prima di conoscerci, ed aggiunge che a lui questa cosa è gia capitata; ma questo lo trovate scritto nel suo bel libro Enakapata.
Confermo le parole di Vincenzo, e qui si riapre il dibattito sul tema dell’amiciza nell’epoca di facebook già acceso e scaldato da un recente articolo di Maria Laura Rodotà.
Bisognerebbe presentare a MLR queste esperienze non per dimostrarle che ha torto, ma per con-dividere e con-vincere con i fatti. Qui ci troviamo di fronte ad una empatia di tastiera , amicizia e complicità digitale prima che analigica (“prima di conoscerci”, dice Vincenzo). Che poi non si capisce perchè ci si debba stupire quando in passato c’era l’empatia tutta epistolare fatta di carta ed inchostro.
Certo: confermo che esiste anche l’indifferenza, l’odio e l’ignavia di tastiera.
Non faccio parte della schiera degli apologeti della rete. Provo per il genere umano il distacco sufficiente per respingere l’illusione e la falsa retorica della webfratellanza, ed anzi vedo all’opera i futuri grandi fratelli telematici di orwelliana memoria.
Ciò detto rimane la grande rivoluzione epocale che le webtecnologie stanno alimentando. Le persone di stanno trasformando in webpersone, individui che fanno parte di un tessuto connesso, tessuto essi stessi, dotati di vita analogica e digitale. Le webpersone hanno gli stessi pregi e difetti delle persone; anche alle webpersone piace vedersi, toccarsi, camminare sotto la pioggia e bere una birra con gli amici. Non ci sarebbe differenza se non fosse per le enormi opportunità in più che hanno persone con il prefisso web.

da Note su Facebook

Casa Pivano

Primi anni 70. Come tutte le mattine papà mi porta il caffé a letto alle 6.05-6.10. Alle 6.30 siamo come tutte le mattine in lotta per l’ultimo giro in bagno. Alle 6.40-6.50 la mitica Fiat 850 verdino chiaro esce come tutte le mattine dal garage di Peppe destinazione Ferrovia. Come tutte le mattine papà va a marcare il cartellino almeno mezzora prima di iniziare a lavorare (eh si, ci potrebbe sempre essere un’imprevisto e al lavoro non si può fare tardi) all’Enel di via Galileo Ferraris. Per me invece niente metropolitana. Niente ITIS Augusto Righi. Avere il permesso da papà di non andare a scuola è stata dura. Ma ce l’ho fatta. Gli ho detto che era per un mio amico. Ho aggiunto che da un mese le stavo  appresso e ora la grande Fernanda Pivano ci aveva dato appuntamento a casa sua, a Trastevere. Mi ha detto “e chi é”. Gli ho detto come, ha conosciuto Cesare Pavese, ha tradotto Jack Kerouac e Allen Ginsberg, ha portato in Italia il mito della Beat Generation. Mi ha detto “e chi sono?”. “Va bbuò, pà, con te si può parlare solo di Altafini, Sivori, Aurelio Fierro e Peppino di Capri. Per me questa è una cosa importante e mi dispiace assai se non la posso fare. E poi faccio una figura di niente con il mio amico, con la scrittrice e con gli amici che mi hanno organizzato l’appuntamento”. “Va bé, fà comme vuò tu, tanto ò ssaie, se nun viene promosso, a stagione viene cu mmé a purtà a cardarella”.
Detto che poi ci sono finito davvero a fare per qualche giorno l’aiutante muratore (ma non certo per colpa della Pivano, erano l’elettrotecnica, l’elettronica e la meccanica che proprio non mi venivano giù), confesso che quando io e Antonio E., eccellente chitarrista e aspirante poeta, siamo arrivati fuori alla sua porta ho inspirato forte prima di premere il campanello. Mi sono chiesto: la Pivano è un mito, e noi? Mi sono risposto: noi  siamo un giovane intellettuale (a fine anno rimandato, sic!) alternativo di Secondigliano con un amico poeta che vuole leggere le sue poesie a Fernanda Pivano per avere consigli e opinioni. Driiin. Driiin.
La porta aperta, la visione del mito, il profumo di incenso.  Lei ci saluta, ci offre biscotti e Coca Cola (l’unica cosa che disturba un pò due alternativi che più alternativi non si può nemmeno col candeggio come noi), ascolta le poesie di Antonio, è tenera nel commento, decisa nel rappresentare la distanza che c’è tra scrivere poesie e pubblicare e tra pubblicare e mangiare. Ancora due biscotti e poi a casa si ritorna a casa.
Cosa è successo dopo? E’ successo che per tutto il viaggio di ritorno io e Antonio  siamo stati felici come due bambini.  E’ successo che io che non mi ricordo mai niente me lo ricordo ancora. E’ successo che quella grande signora ha conquistato per sempre un posto nel mio cuore. Per voi non lo so, ma per me è tanto.

Gente di Secondigliano | Nennella

Nennella penso di averla vista l’ultima volta che aveva 7 – 8 anni. La volta precedente neanche la ricordo più. Per genitori due splendide persone. Lui con i suoi turni in fabbrica, lei ogni mattina lì, nel bar di fianco alla salumeria di don Alfonso.
Gli anni si sono succeduti ad uno ad uno, poi a dieci a dieci, ma io non ho mai smesso di parlare di Nennella. Non che ci fosse una ragione. Così,  come tributo alla Secondigliano che non mi sono mai voluto togliere di dosso.
L’amicizia con il fratello Rosario. La straordinaria gentilezza del padre, don Gaetano. Gli inviti domenicali a pranzo. Le mangiate  maccheroni, ragù, carciofi fritti, contorno, frutta e per finire “ò spasso”. Nennella che a due anni mangiava piattoni di pasta che adesso a “noi” del Vomero ci bastava per due e volendo anche per tre.
Luca prima e Riccardo poi Nennella l’hanno conosciuta senza averla mai vista. Era lì con noi ogni volta che a tavola facevano i capricci. “Se qui ci fosse stata Nennella”. “Se vi vedesse Nennella”. Fino al fatidico “papà ce fatto ’a palla tu e Nennella”.
Da una settimana Nennella al gioco della vita non ci gioca più. A neanche quarant’anni le è bastata la sua voglia matta di volare giù.
Hanno dato la colpa alla depressione. Acqua. A Secondigliano per morire ci vuole di meno, di più.  Rassegnazione? Ancora più acqua,  se Nennella avesse  saputo cos’è la rassegnazione sarebbe ancora qui. Disperazione? Poteva essere, se però non avesse avuto quel figlio di dieci anni da lasciare solo. Liberazione. Si, liberazione. Mi sembra la parola giusta. Liberazione.

Gente di Secondigliano | Antonio Gravina

A sentirlo sembra un personaggio da “La leggenda degli uomini straordinari”. E in fondo anche a conoscerlo con quel look modello Steve Jobs e gli occhi profondi non lo vedresti male a fianco di Sean Connery. È un imprenditore ma non ti dice di capitale. Piuttosto dell’importanza di avere ogni tanto la testa sgombra, di riprendersi un pò del proprio tempo, di leggere per ritrovare i propri pensieri. È un imprenditore ma non ti dice di profitto. Piuttosto delle idee che lo ispirano e gli danno l’energia positiva per fare quello che vuole fare nella maniera più straordinaria possibile. Sulle tracce dei migliori. Qualunque cosa facciano. In qualunque parte del mondo lo facciano. È un imprenditore. Alle prese ogni giorno con faccende di capitali e profitti.
Antonio Gravina è fatto così. Nessuna via di mezzo. L’eccellenza per scelta. La curiosità per destino. Bracciata controcorrente. Come quando lascia la scuola contro il volere dei genitori. Sentivo di poter fare qualcosa di meglio lavorando – racconta -, anche perché, stupidamente, avevo scelto un istituto per geometra che non mi stimolava abbastanza. So che non sta a me dirlo, ma ero bravo, mi piaceva studiare,  apprendevo facilmente, e quel tipo di scuola mi annoiava.
Visto da un certo punto di vista, diresti ancora oggi che nel cambio ci ha perso. Comincia vendendo biancheria. Calzini. Libri. Abbigliamento again. Il servizio militare. Poi l’approdo nel suo attuale universo.
Ho cominciato in uno scantinato come Steve Jobs – mi dice mentre sto lì a congratularmi con il mio quinto senso e mezzo -, ci sono dieci anni di lavoro prima di arrivare a Bespoke.
La stessa filosofia nel lavoro e nella vita: conoscere le cose direttamente, da vicino; confrontarsi con persone ed esperienze di ogni parte del mondo;  non fermarsi ai “si dice”; cercare sempre un punto di vista originale.
Mi dice che il mondo trabocca di persone interessate, superficiali o anche solo distratte che mentre cercano di imitarti ti spiegano che quello che vuoi fare tu loro già lo fanno o lo hanno fatto meglio di come lo potresti fare tu senza essere riusciti a cavare un ragno dal buco.
Il ritornello è sempre lo stesso, non si può fare. La mia esperienza, le mie letture, i miei viaggi dimostrano che invece si può. Si può cosa – gli faccio -.  Si possono fare cose belle che ti fanno stare bene in maniera semplice – risponde-.
Londra è la capitale della moda, anche nel nostro settore, da molti decenni, e quando ci sono stato la prima volta ho visto parrucchieri fare cose che noi italiani neanche immaginavamo. Lamentandocene.
Adesso ti metti a citare anche Blade Runner – gli faccio -. Lasciami finire – mi fa -.
La prima, semplice, domanda che mi sono fatto è stata: perché parrucchieri che vanno a Londra da molti anni prima di me, e hanno visto quello che ho visto io, non hanno trasferito in Italia quel modello vincente, smettendo di lamentarsi, facendo qualcosa di innovativo, conqistando maggiori opportunità, soddisfazioni guadagni? Lo so che tu stai pensando che la stessa cosa vale per la ricerca, l’impresa, la politica, ecc., ma io preferisco rimanere sul punto.
Un punto che tu chiami isomorfismo, io benchmarking e che in estrema sintesi si può ridurre al rifiuto dell’idea che da noi non si può fare.
Va bene, è difficile, ci si mette lo Stato, la burocrazia, le tasse, la cultura, i concorrenti, i mille altri piccoli grandi impedimenti, ma si può fare.
Si può fare a patto di smontare tutto il sistema di credenze preesistenti, di rinunciare alle nostre piccole certezze, di ribaltare l’approccio che abbiamo ereditato da persone valide ma cresciute in anni in cui invece di sognare ci si arrangiava. Io non mi accontento di sembrare un vip con una bella automobile, delle belle vacanze, una o più belle case di proprietà. Io sono un imprenditore. Dunque un innovatore. E il cambiamento non lo aspetto. Lo realizzo ogni giorno.
Questo è quanto, più o meno, mi ha detto Antonio un paio di settmane fa. Quello che gli ho detto io glielo ho detto ieri sera. A voi ve lo racconto domani. Magari dopo che mi avete detto quello che gli avreste detto voi.

Chesta è ‘a morte soia

A long time ago. L’autunno caldo riscaldava i nostri cuori di ragazzo e alla voce “lotte” anche io potevo annoverare l’occupazione dell’Istituto Tecnico Industriale Statale di Caivano (Na). Era l’ultimo dell’anno, e papà era come ogni anno incaricato di comprare e cucinare il capitone. Per la verità, più che un incarico era una necessità, perché nostra madre, che mal sopportava qualunque tipo di pesce (della serie puzza, fa fummo, sporca ’e piastrelle da cucina e dopo pé pulezzà aggià fà nà faticata), per il capitone nutriva un vero e proprio risentimento, che dico, un odio sincero.
A pensarci adesso, il modo in cui venivano uccisi i suddetti capitoni era da codice penale, tipo la rana della barzelletta: metti i capitoni vivi nella pentola con acqua fredda; accendi il fornello; non mollare mai il coperchio fino a quando i capitoni non passano a miglior (per chi se li mangia) vita. Ora, come in tutte le  faccende della vita, il fatto che una cosa non era mai capitata non voleva dire che non sarebbe mai capitata e così quella volta uno dei capitoni riuscì a fuggire dalla pentola e a infilarsi tra la cucina e il lavello. Non vi dico cosa fu. Mamma che imprecava invocando la caccia al capitone. Papà che “metteva ’a coppa” ricordando che se lasciava il coperchio i capitoni in giro sarebbero diventati sette (come da devozione, uno per ciascun componente della famiglia, compreso zio Peppino, non fa niente che Gaetano all’epoca aveva 6-7 anni e Nunzia 2-3). Io, Antonio e zio Peppino che ridevamo da pazzi, Gaetano che ci guardava come dei matti e Nunzia che piangeva.
Tanti anni dopo debbo ammettere che papà adottò la strategia giusta. Cucinati i capitoni rimasti nella pentola, li mise in un piatto, spostò la pentola con l’acqua bollente sul tavolo, spostò la cucina, si infilò dietro al lavello, riacchiappò con l’aiuto di un panno lo scivoloso fuggiasco, lo buttò nell’acqua bollente, riaccese il fornello e pronunciò il fatidico verdetto: “chesta è ‘a morte soia”.
Sapete che vi dico? Certe volte sogno di essere governato da persone come papà. Naturalmente non come papà nel senso di muratore, piastrellista, idraulico, elettricista con la quinta elementare come papà. Nel senso di governanti in grado di definire una strategia per affrontare i problemi, di metterla in pratica, di risolvere i problemi e di dire ai cittadini “questa è la morte sua”.
Dite che con il capitone è più facile che con la fuga dei cuori e dei cervelli? Come negarlo. Ma se fosse stata la stessa cosa papà non avrebbe fatto il muratore, piastrellista, idraulico, elettricista ma l’uomo di governo.

Senza testa e senza cuore

Ebbene si. Ogni tanto il grido di dolore che si leva da tutta Enakapata affinché chi ha letto il libro invii qualche riga di recensione, commento, riflessione viene raccolto e accade così che @mici che presto diventeranno amici come Nello Maresca inviino, all’indirizzo enakapata@gmail.com (no, che non mi arrendo),  messaggi  come questo:
L’eccellenza non ha fissa dimora!
Questo è il messaggio che è arrivato a me leggendo il libro di Vincenzo e Luca Moretti, “Enakapata”.
Semplice, intuitivo e scritto con il cuore (napoletano). L’eccellenza espatria, come i nostri validissimi ricercatori, ma è anche un fluido che riempie le forme che le diamo. Ancora una volta, le persone prima di tutto possono creare le forme.
Bravissimi Vincenzo e Luca Moretti.

Detto che gli @mici sono amici anche perché esagerano con i complimenti, e aggiunto che i complimenti fanno sempre piacere (in particolare quando hai raggiunto il tempo in cui non è più conveniente cambiare idea circa il fatto che nella vita non contano i soldi ma le soddisfazioni) la riflessione di Nello mi riporta su un tema che mi sta molto a cuore, quello a cui si riferisce con “L’eccellenza non ha fissa dimora”.
Cito testualmente da un mio articolo su Il Mese del giugno 2008:
È bene non fare confusione. Evitare di finire come Massimo Troisi che, in Ricomincio da tre, deve arrendersi al luogo comune che vuole che un napoletano non possa viaggiare ma soltanto emigrare.
Cosa intendiamo dire? Che la fuga di cervelli (brain drain) è solo una parte del fenomeno dei “cervelli che si spostano”, che comprende anche lo scambio di cervelli (brain exchange), la circolazione di cervelli (brain circulation) e lo spreco di cervelli (brain waste).
Di cosa si tratta? Secondo l’Ocse (1997) il primo definisce il flusso complessivamente equilibrato di risorse ad alta qualificazione tra due paesi; la seconda il flusso di risorse con le stesse caratteristiche che scelgono altri paesi per completare e perfezionare gli studi, fare le prime esperienze lavorative e poi tornare a casa per mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite; il terzo il flusso di risorse ad alta qualificazione che, nell’ambito di uno o più paesi, si sposta verso impieghi diversi rispetto a quelli per i quali sono stati formati.
Il messaggio nella bottiglia potrebbe essere il seguente: il fatto che di notte tutti i gatti sembrano grigi non vuol dire che lo siano. Come dimostra il fatto che la circolazione e lo scambio di cervelli fanno solo bene alla salute. Dei cervelli, dei paesi dai quali provengono e di quelli che li ospitano. La fuga e lo spreco no.

Cosa è cambiato in questo anno e mezzo? Che assieme ai cervelli se ne vanno sempre più anche i cuori, quelli dei giovani che nel nostro paese trovano sempre meno il modo di realizzare le loro aspirazioni.
Ci sarà un modo per invertire l’ago della bussola?

Chi ce vò bene appriesso ce vene

Chi me vò bene appriesso me vene. Era uno dei  detti preferiti da papà per indurci a seguirlo in qualche gioco, passeggiata,  ecc. quando già avevamo superato l’età del “chi  vò venì cu mmé mette ‘o dito ccà sotto” (lui con il palmo della mano aperta all’ingiù, noi felici di farci acchiapare il dito quando chiudeva la mano) e  non  avevamo ancora l’età del “se vulite venì, venite, o si nno facite comme ve pare”. Lui era fatto così. Se non lo assecondavi, “si pigliava collera”, naturalmente quando si giocava, perché quando si faceva sul serio o si faceva come diceva lui o si faceva come diceva lui.
Lo so che più passa il tempo più ho modi strani di associare le cose, ma a me questa storia di  “chi me vò bene appriesso me vene” mi è tornata in mente qualche giorno fa, dopo che il mio amico Salvatore, al quale avevo mandato il .pdf di “Legalità, ti voglio Bene”, mi ha inviato una mail molto affettuosa con la domanda difficile finale incorporata: “Vincenzo, ma secondo te in Italia c’è ancora spazio per la legalità e il rispetto delle regole?”.
Io ritengo che la parola amico, quando è usata a proposito, comporti un grande privilegio e molti piccoli obblighi, cosicchè ci ho pensato un pò su e poi ho così risposto a Salvatore: “Carissimo Sasà, non so rispondere alla tua domanda. Punto. Dopo di che, come  dice il saggio cinese, solo se in inverno ti prendi cura del seme in primavera puoi sperare di veder spuntare la pianta. Insomma noi ci proviamo. Pò, chi ce vò bene appriesso ce vene”.
La morale della storia? Non ci sta. Anzi si.  Noi lottiamo, amiamo, piangiamo, ridiamo, insomma viviamo, rispettando le regole. Chi ce vò bene appriesso ce vene.

Secondigliano, mon amour

enakapata3[…] È tutto il giorno che continuo a pensare a Secondigliano. Non tanto per i 25 anni e passa che ci ho trascorso. È che a Secondigliano ho comprato il mio primo disco, un 33 giri di vecchi successi di Peppino di Capri. E il mio primo libro, Lavoro salariato e capitale di Karl Marx. Da Secondigliano sono partito per occupare la mia prima scuola, l’Istituto Tecnico Industriale Statale Francesco Morano di Caivano. E per andare al mio primo concerto rock, The Incredible String Band alla Mostra d’Oltremare. A Secondigliano sono stato ragazzo. Fidanzato. Tifoso. Studente. Comunista. Ho vissuto la mia vita da mediano. Con mio fratello Antonio; Tonino Parola, figlio di Raffaele, operaio all’Italsider; Salvatore Traino, detto ò beat, figlio di Gennaro, operaio alla Mecfond; Stanislao Nocera, figlio di Cosimo, operaio alla Mangimi Chimici Meridionale; Antonio e Carmine Rubino, figli di Gennaro, pensionato; Umberto e Gennaro Pastore, figli di Antonio, artigiano. Tutti soci fondatori del Gruppo Alternativo Incazzati di Secondigliano. Con regolare sede in via Corso d’Italia. Ampio sottoscala condiviso con una compagnia di prosa napoletana. Da “Non ti pago” di Eduardo De Filippo a “Howl” di Allen Ginsberg. Dalla musica di Charlie “Bird” Parker alle canzoni di Massimo Ranieri. Niente spocchia. Nessuna puzza sotto al naso.
Per me Secondigliano è tutto questo. E molto altro ancora. Oggi deve essere la giornata mondiale del déjà vu. Mi tornano in mente senza un ordine preciso. Ma sono proprio loro. Senza ombra di dubbio.
Giorgio Gagliardi, tecnico della Radaelli, milanese, che mi presenta la donna, napoletana of course, destinata a diventare la più importante della mia vita.
Don Peppe detto Testolina, che nella Torino dell’autunno caldo raccoglie sassi per strada e li vende come pietre del Vesuvio. Uomo capace di giocare e di perdere, in quegli stessi anni, 700 mila lire giocando una partita a scopa. Vince chi fa sette punti. 100mila lire a punto. Una partita sola. Senza rivincita. Una vita da magliaro e un sogno. Vedere Ciro, l’ultimo figlio maschio, diplomato. Almeno per lui vuole un destino diverso. Ed è strenuamente convinto che solo la scuola possa darglielo. Il fatto è che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino dei re. Figurarsi in quello dei magliari. Sarà la sconfitta più dolorosa della sua vita.
Peppe detto “a lente” a causa della marcata miopia, discreta ala destra, esponente di seconda fascia della band dei magliari, più piccole truffe che fantasia, non ha ancora 30 anni quando supera il traguardo dei 200 comuni che gli hanno consegnato il foglio di via.
Totonno detto “tre palle”, meglio lasciar perdere per quale ragione, che quando Pippone, l’eleganza fatta “paccotto”, gli chiede di affacciarsi dal finestrino per vedere quale stazione si stanno lasciando alle spalle risponde “siamo a Alemagna panettoni”.
Gennarino De Rosa, detto Topolino, forse per i baffetti radi o forse no, operaio in una piccola fabbrica di calzature, un destino segnato dalla colla e dai tacchi.
Pasqualino detto “ò ricciulillo” in omaggio alla folta chioma che fu, che ha in sorte una sorella di nome Margherita e il tormento del nostro sorriso malizioso mentre intoniamo, si fa per dire, “perché Margherita è buona, perché Margherita è bella, perché Margherita è mia”, ogni volta che lo vediamo avvicinarsi.
Tutto vero. Giuro. Com’è vero che Secondigliano mi è rimasta appiccicata addosso anche quando, con il matrimonio, mi sono potuto spostare al Petraio, magica scalinata tra Chiaia e il Vomero, uno degli scorci più incantevoli di Napoli. Forse è per questo che non mi sono mai del tutto rassegnato all’infinito degrado del mio quartiere. Che, non potendo naturalmente impedirlo, ho cercato almeno di esorcizzarlo. Con l’ironia. Con il ricordo. Penso al tormentone interpretato fino allo sfinimento e oltre con Luigi Santoro, mio maestro e compagno alla Cgil. Io che propongo di organizzare un convegno dal titolo “Secondigliano non è solo camorra”, lui che risponde serio che si può fare. A patto di affidare a lui l’intervento centrale. Titolo: “… è pure munnezza”. Luigi è così. Prendere o lasciare. Battuta sempre pronta. Mai banale. L’organizzazione prima di tutto. Se ti può stressare ti stressa. Se può farti venire i sensi di colpa te li fa venire. Però non ti lascia mai solo. Lui c’è. E tu sai che su di lui puoi contare. Sempre. Comunque su Secondigliano ho continuato a pensarla a modo mio, anche se a sentire lui io ho sempre pensato e fatto a modo mio. Adesso che ci penso, qualcosa di vero ci deve essere, perché una volta anche il grande capo, Sergio Cofferati, mi ha detto che ho il difetto di fare sempre di testa mia, che non sto a sentire nessuno. Ma quella volta era molto arrabiato con me per faccende legate al sindacato campano. O forse poi me lo ha detto anche qualche altra volta. Comunque quella è un’altra storia, che forse un giorno racconterò. In questa c’è che nelle diatribe tra le bande giovanili del Vomero e quelle di Secondigliano, quando con l’apertura della linea 1 della metropolitana i “tamarri” di periferia si sono potuti finalmente riversare in massa nei quartieri “alti” della città, non ho avuto dubbi a schierarmi dalla parte giusta. Naturalmente quella di Secondigliano.
In questo diario il mio quartiere non ci sta insomma per una questione di folklore. Né per nascondere le sue vergogne. Non sarebbe giusto. E neanche possibile. La mia è piuttosto una dichiarazione d’amore. Per tutto quello che esso ancora rappresenta per me. Per le tante persone perbene che ci sono vissute. Per tutte quelle che ci vivono ancora. Forse dovrei scrivere che è soprattutto per loro che non bisogna perdere la speranza. La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse.

Enakapata Movie

Forse ve l’ho già raccontato. O forse no. Del mio @mico regista che leggendo di zia Concetta e papà mi ha chiesto di mandargli una bozza di sceneggiatura che lui magari lo faceva diventare un “corto”. Io, naturalmente l’ho presa come dovevo prenderla, come un gesto di amicizia, come si dice, una cosa carina. E invece no. Perché ieri l’ho me lo sono ritrovato in chat con la medesima reiterata richiesta. E allora ho capito che le sue intenzioni sono serie, come disse la signora Assunta quando Totonno tre palle le si presentò in casa con cravatta, 11 rose rosse e scatola maxi di Baci perugina per “appuntare” ufficialmente il fidanzamento di fatto con la figlia Carmela.
Cosa succederà adesso? Manderò le mie due paginette al mio @mico Francesco.
Cosa succederà dopo? Probabilmente nulla. Perché non è detto che le mie due paginette piacciano a Francesco. E perché anche se gli piacciono non è detto che trovi il modo di tirarne fuori qualcosa.
Vi sembro strano se vi dico che a me tutta questa storia già così mi piace un sacco? E poi sono o non sono un mago della serendipity? Io per intanto scrivo. Il resto, se accade, ve lo faccio sapere.

La nota della salute

Con Anna e Gerardo siamo amici da una vita, anche se tra le cose della vita non sempre riusciamo a districarci in maniera tale da trovare più spesso il tempo di stare assieme. Ieri sera però ci siamo riusciti alla grande.
Vogliamo cominciare dalle pizze fatte da Anna? Erano così buone che con Alessandro, Anna, Barbara, Cinzia, Federica, Gerardo, Gianni, Sondra, Valeria (notare il rigoroso ordine alfabetico, please) abbiamo deciso di fondare la Compagnia della Pizza e di vederci ogni inizio anno per i prossimi 30 anni (fatta una rapida addizione mi sono rifiutato di impegnarmi oltre) per celebrare il nostro vincolo di amicizia. Immancabile quanto inutile (tra non molto il verbo ascoltare lo potremo eliminare dal vocabolario) la  discussione sul rapporto dei ragazzi con Facebook, con me unico tra i grandi (nel senso di over 40, of course) a sostenere la causa dei social network. Infine la più magica, paranoica, insinuante, comica, eroica osservazione che un/a amico/a può fare su Enakapata: “però a me tra gli amici non mi hai citato”.
Chi è stato/a non ve lo dico. Vi dico invece  che aveva i titoli per farlo. Aggiungo che è finita come ogni volta a ridere, tra uno sfottò di chi su Enakapata c’è e una citazione della più nota “nota della salute” di tutti i tempi, quella stilata da Tommasino in Natale in Casa Cupiello.
Dite che c’è qualcuno che non la conosce? Rispondo  che non è vero ma ci credo. E ve la regalo direttamente da You tube. Buona visione.

Era un giovidì, signò

From Enakapata. Thursday, September 11 2006
Non avevo dubbi. Ma mentre metto a punto il corso per il nuovo anno accademico ripenso con piacere all’interesse riscosso dal modulo sulla Serendipity. Un interesse che l’esempio di Carninci ha sicuramente contribuito a rafforzare. Thomas Kuhn e la struttura delle rivoluzioni scientifiche, il cambiamento di paradigma, l’inganno del saggio scientifico, le scoperte multiple indipendenti, il rapporto tra genio e caso sono diventate anche grazie a lui qualcosa di più del “solito” programma del corso di sociologia dell’organizzazione da studiare “a pappardella” per sostenere l’esame e cancellarlo dalla memoria il giorno successivo. Mi convinco sempre più che per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reali. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità.
Esce oggi un mio nuovo articolo dedicato ancora alla serendipity e all’organizzazione della scienza. Lo spazio tiranno costringe Pierangelo Soldavini, vicecaporedattore di Nòva, a sforbiciarlo qua e là. La cosa gli riesce con una maestria che la sintesi che segue non riesce di certo ad eguagliare.
Il punto di partenza è dato dal concetto di Serendipity, sconosciuto ai più, buffo anzichenò, con un certo non so che di magico, una sorta di supercalifragilistichespiralidoso della ricerca sociologica che dobbiamo al genio di Robert K. Merton. Quello di arrivo dalla possibilità che l’interazione di menti preparate in ambienti socio cognitivi serendipitosi moltiplichi ed acceleri le opportunità per tutti quei soggetti – città, università, imprese – che intendono puntare sull’innovazione, scrutare i segni del tempo, ridefinire il proprio ruolo nella società, conquistare nuovi spazi di mercato.
L’idea è insomma che per questa via si possa crescere di più. Sfruttare di più e meglio le opportunità. A sostegno dell’idea cito ancora una volta il lavoro di Carninci. Ricordo che in Italia non ha avuto la possibilità di stabilirsi come ricercatore, pur avendoci provato per diversi anni, sia in campo universitario che nell’industria biotecnologia. Che mentre le domande con le quali era solito fare i conti dalle nostre parti erano del tipo: prenderò il prossimo stipendio? devo cambiare lavoro? se non compero la carne ma mangio solo spaghetti, riesco ad avere i soldi per fare benzina e andare in laboratorio?, giunto in Giappone le domande prevalenti sono diventate di colpo: come capire la funzione del genoma? come sviluppare tecnologie che permettono l’analisi in parallelo di molti geni? Evidenzio il fatto che in Giappone, come negli Stati Uniti, le strutture di ricerca sono organizzate, la ricerca è un investimento in sapere, il ricercatore è considerato un produttore di conoscenza e di brevetti per lo sviluppo del paese. Indico la necessità di prendere atto della oggettiva difficoltà del nostro Paese ad uscire dai confini della sperimentazione, a delineare una prospettiva nella quale le eccezioni diventino la regola, le buone pratiche la norma. Sottolineo che si tratta di un prendere atto che non significa subire, ma piuttosto comprendere fino in fondo tali difficoltà per incrementare le effettive possibilità di superarle. Come? Ad esempio attivando processi di sensemaking, cioè considerando la realtà come il risultato dell’attività delle persone che danno senso in maniera continua alle situazioni che hanno istituito e nelle quali si trovano calate. Esplicito l’idea che il sensemaking possa favorire il passaggio dal modello di efficacia basato sulla massimizzazione del rapporto mezzi – fini, a quello basato sulla capacità di sfruttare al massimo il potenziale insito nella situazione data. Concludo sostenendo che in Italia esistono molte condizioni, in termini di intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione, favorevoli allo sviluppo di ambienti socio cognitivi serendipitosi e dunque all’attivazione e allo sviluppo di processi virtuosi “per genio e per caso”. Che davvero nell’Italia delle cento città questa può essere questa una maniera utile per sostenere processi di sviluppo dal basso, diffusi, di qualità. In particolar modo se saranno le istituzioni, le università, le imprese a interpretarne la necessità e ad accompagnarne la crescita. A favorire la loro propensione a (ri) definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali operano. A incentivare la loro voglia di fare rete.

Potsu-potsu

enakapata3Si scrive potsu-potsu. Si pronuncia, più o meno, po(t)zu-po(t)zu. Significa schizzechea. Cosa vuol dire schizzechea? Ma allora, come dice Riccardo, state proprio a pezzi. Ma come, c’è anche la canzone di Pino Daniele, Vorrei rubare per un’ora, qualche sorriso e qualche storia, però il tempo sta cambiando, schizzechea. Schizzechea sta per “piove rado, lentamente, piano, appena”. Ebbene si. Pare che il giapponese,  come il napoletano, sia una lingua decisamente onomatopeica.
Non lo sapevate? Neanche io e Cinzia fino a ieri sera. Quando abbiamo imparato che Vincenzo in giapponese si dice Vincenzo. Dite dove sta la novità? Ci sta, ci sta. Perché ad esempio Roberto in giapponese si dice Roberuto. Perché Vincenzo uguale e Roberto no? Perché nella lingua giapponese non esistono sillabe tronche, ad eccezione di quelle che finiscono in N. La N è insomma l’unica consonante che può rimane tronca. Vi state chiedendo se ieri sera io e Cinzia abbiamo cenato con amici giapponesi? La risposta è no. Patrizia e Roberto, che ci hanno invitato nella loro bella casa, sono napoletani doc. Così come Barbara, alla quale dobbiamo la conoscenza di Patrizia e Roberto. Il fatto è che per Patrizia, Roberto e Barbara il Giappone è passione, cultura, studio, lavoro. Il giapponese è la loro seconda lingua. Il Giappone la loro seconda casa. L’ospitalità e la cena deliziosa, la buona compagnia, le chiacchiere intorno al Giappone e alla Cina, al giapponese e al napoletano, a Froncois Jullien e a Ivan Morris, al pensiero dell’efficacia e alla nobiltà della sconfitta ci hanno consentito di trascorrere una bellissima serata.
Sarà l’età (non scatecollatevi a fare sì sì con la testa, vi potrebbe venire un dolorino dietro al collo), ma mi convinco sempre più che un bel libro, una bella chiacchierata, una bella passeggiata e una bella donna (anche un bell’uomo, of course, ma in queste faccende ognuno parla per sé) sono tutto ciò che serve nella vita per essere felici. Ci vediamo l’anno prossimo.

Overamente è ‘na capata!

enakapata3Luigi Della Corte: Ve lo ricordate il fratello di Parascandolo, nel film “Così parlò Bellavista”? Ecco, chi scrive è “fratello di”, in questo caso di Renato, una delle “comparse” di Enakapata (quello della cartolina, per capirci).
La faccio breve: penso che il libro abbia molti pregi.
Anzitutto: esce fuori dallo schema “in viaggio con papà”. Il “diario” di Vincenzo e Luca in Giappone è fatto “alla pari”, senza passare da rituali, iniziazioni o passaggi di testimone o altro. È quasi una vita domestica, dove l’eco di Napoli arriva e porta le sue nostalgie di sempre.
Altro pregio: si parla di università e di eccellenze, di ricerca, di innovazione. E si dice che sì servono soldi (e tanti) per portarle avanti, ma che da soli i soldi non bastano. Servono sopratutto teste pensanti e idee da mettere in circolazione liberamente. Non è una ovvietà ripeterlo, in una Italia che – non solo nell’ambito universitario – sembra fatta di “compartimenti stagni” e di tagli alle spese, di mancanza di coordinamento e forse (ahinoi!!!) di finalità.
Infine, la cosa che mi ha colpito di più: Enakapata è una “foto” dei tempi di oggi. Email, cartoline, skype, telefonate e quant’altro. Relazioni che nascono e crescono attraverso vecchi e nuovi mezzi di comunicazione, che non temono le distanze: una società globale che ha voglia di comunicare, di confrontarsi e – una volta tanto – di capirsi. Un mondo che, nonostante tutto, overamente è ‘na capata!

Ma io e Adriano siamo amici? E io e Concetta? E io e Bruno? E io e …

Vincenzo, I’d like to add you to my professional network on LinkedIn. Il messaggio è quello di prammatica, ma l’invito viene da Carninci, che peraltro è da un bel po’ che non sento. È domenica mattina e lo stress non è quello dei giorni migliori. Mi connetto alla piattaforma LinkedIn, digito login e password, accetto la richiesta di Piero, mi metto a sistemare le mail in entrata e in uscita. […]
Ma io e Piero siamo amici?, mi domando. Sì, certo, mi rispondo. Ma sono quasi 2 anni che ci conosciamo e non ci siamo ancora visti una volta che fosse una, mi dico ancora. Non un caffè preso assieme. Non una stretta di mano. Vero, controbatto. Ma ci siamo sempre sentiti ben accolti nella cerchia dell’ospitalità. Abbiamo condiviso il piacere della conoscenza. Abbiamo trovato impressioni e connessioni come solo ai veri amici accade.
Eppure qualcosa non torna. Sono come preso da un attacco di mancata fisicità. Com’era diverso a Secondigliano. Se si stava a scuola, bene. A lavoro, anche. Ma in tutti gli altri casi la parola d’ordine era una sola: stare tutti assieme.
L’appuntamento era al bar di don Peppe Testolina, di fronte a casa mia, a fianco della merceria gestita dalla signora Carmela, la mamma di Tonino Parola. Se qualcuno mancava? Facile. Si passava a prenderlo a casa. Due le possibilità. La chiamata via citofono, modello classico. Oppure la chiamata a cappella, modello Lello. Chi è Lello? Lello Sodano, quello che all’inizio di
Ricomincio da tre inizia a gridare Gaetano, Gaetanoooo, Gae-tano, Gae-tà e non smette fino a quando l’amico non scende. […]

Assieme a Cinzia, ho inviato per la prima volta una mail a Piero Carninci a inizio ottobre 2005. Sono diventato suo amico su LinkedIn il 27 maggio 2007.  Ci siamo scritti e  parlati via Skype più volte nel corso dell’anno. Ho stretto la sua mano per la prima volta a Tokyo la sera del 3 marzo 2008. Magie di internet. Tecnologie che riarredano il mondo nel quale viviamo. E mentre siamo intenti a disporre le nuove cose, a dare significato le parole che le definiscono,  a gestire l’incertezza che ad esse è associata, ci scopriamo in un mondo diverso da quello al quale eravamo  abituati.
Prendiamo la parola amico. Su Facebook ne ho quasi 800. Alcuni li conosco da una vita. Altri da poco. Altri ancora li ho conosciuti o li conoscerò grazie a Facebook. Con parecchi di loro mi scrivo, scambio idee e contenuti con più regolarità di quanto accada di fare con molti amici “in carne e ossa”. Eppure ogni volta mi viene da dire “siamo amici su Facebook”.  Perché? Perché non c’è “una parola una” che definisce questo rapporto? E se fosse l’ora di inventarla?

Noci, nucelle e castagne ‘nfurnate

enakapata3I remember. Ricordo che il momento dell’abbrancata era quello più eccitante del cenone della vigilia. Dopo, con i dolci, sarebbe tornata l’armonia e la pace che si addicono al Natale, ma quello era il momento della competizione. Di più. Della più accanita, agguerrita, fraticida, chiassosa, giocosa lotta dell’anno.
Come si svolgeva? Noci, noccioline, mandorle, castagne infornate, ecc. venivano riversate al centro del tavolo e ad un cenno di papà io, Antonio e Gaetano e Nunzia cercavamo di abbrancare”, cioé di afferrare, conquistare, accaparrare quanto più era possibile. Le gomitate si sprecavano. Così come le risate. E i tentativi quasi sempre infruttuosi di infilare le mani sul bottino già conquistato da fratelli e sorella.
Era quasi una lotta senza quartiere. Estremamente divertente. Che aveva fine solo quando mamma, gerla in mano, passava in rassegna la “truppa” intimando la restituzione del “maltolto”. A suo dire era per evitare il sopraggiungere di fastidiosi mal di pancia, ma noi abbiamo sempre pensato che intendeva evitare soprattutto che le “scorte” si esaurissero prima del tempo, il giorno della Befana.
La più bella ex contadina del mondo, nostra madre, su questo punto era inflessibile. Il procedimento era lo stesso a Pasqua. Le letterine piene di buoni propositi sotto il piatto di Papà. Papà che con grande “sorpresa” le notava, le leggeva, si commuoveva e ci dava mille lire ciascuno, mamma che passava con la mano aperta per ritirare le milel lire che le avrebbe conservate lei per quanto ci servivano.
Le avete mai viste voi le mille lire di papà? Neanche noi.
Tanti anni fa ho scritto che il Bel Paese lo vedo proprio così. In balia di chi pensa che non resta che abbrancarne i pezzi, che siano di territorio, di media, di magistratura o di quant’altro poco importa. Il tutto senza divertimento. E senza che si intraveda chi abbia la capacità e i “titoli” per avviare il gioco e stabilire le regole. Che a tutt’oggi (l’oggi di più  di dieci anni fa) non ci sono. Aggiungendo che forse sarebbe stato il caso di cambiare il gioco. E coloro che ne erano i protagonisti.
Ma che faccio, è Natale e mi metto a fare ragionamenti politici? Perdonatemi. Un abbraccio affettuosi a tutti voi. Buon Natale.

Enakapata Sottolineato

enakapata3Sottolineato, una splendida idea – pagina promossa su Facebook.  Una telefonata. Un pò di chiacchiere formato chat. Intersezioni, interazioni, connessioni. La voglia di incrociarlo alla prima occasione davanti a un buon caffé. Per fare quattro chiacchiere formato chiacchiere. E magari “inventare” qualcosa assieme.  It’s “my” Adriano Parracciani, folks. Quelle che potete leggere di seguito sono invece la sua mail e la sua recensione.

Ti mando su gmal una recensione di Enakappata. Non ho fatto come invece sono solito fare, varie riletture a freddo con relative correzioni; quindi scusa per gli errori e/o strafalcioni che troverai. Ho finito il libro da qualche giorno e non volevo meritarmi il carbone nella calza della Befana quindi mi sono detto meglio inviare subito il commento anche perchè devo rimettermi sotto a terminare la pazzia in cui mi sono imbarcato: un romanzo thriller storico. A  presto. Adriano.

Inizio a leggere le prime righe. Uno scienziato italiano quarantenne dirige in Giappone un consorzio di cervelloni che sta rivoluzionando le conoscenze sul DNA. Ho capito, si deve trattare di un romanzo di fantascienza, non ce dubbio. Le righe che seguono però smentiscono la mia ipotesi: è scienza; proprio quella vera con la esse maiuscola.
Il testo scorre agevolmente e subito si comprende che Vincenzo Moretti, l’autore, ha una fissa: quella della serendipity nella scienza. Il Moretti sociologo vuole sapere quanto conta il caso nella ricerca, se la casualità è tanto importante quanto il genio, e se conta più il talento o l’organizzazione per avere successo. Se ne va quindi in Giappone per un mese a studiare la cosa, portandosi il figlio Luca, bassista ed ex studente di fisica, che gli farà da tutor-assistente-traduttore-spalla-bandante-figlio, ma non solo. Il Moretti bassista, è infatti il contro-canto del Moretti sociologo in questo libro-blog di viaggio.
I due Moretti hanno un problema, per esplicita dichiarazione del sociologo: sono di Secondigliano. Essere di Secondigliano e voler combattere, con la dignità ed il rigore, l’ironia ed il luogo comune.
Essere di Secondigliano, però, e non perdere la speranza: uhm..dura. “La verità è che non ci credo. Almeno oggi non ce la faccio. Domani. Forse” dice Vincenzo prima di partire. Quello che scopre del Giappone non lo aiuterà a ricredersi, tutt’altro.
Ma torniamo alla ragione del viaggio. Capire se quel centro di ricerca nel Sol Levante può essere preso ad esempio come modello organizzativo innovativo e vincente. Studiare il modello Riken, ed il sociologo lo fa con il metodo scientifico; intervistando quelli che contano: gli scienziati italiani che lì eccellono, i ricercatori, i nobel e alcuni semi-dei dell’industria giapponese. Interviste incontri, visite,
appunti, articoli analisi e riflessioni alla fine permettono di scoprire la ricetta vincente.
Competere anzi collaborare è loro paradigma; lì fare rete è una cosa che si fa, che si applica, non come in Italia dove è solo una frase da consulenti, che si usa dire e ri-dire perchè è di moda. “Come dice Joda a Luke nel quinto episodio della saga di Star Wars, provare non esiste. Esiste fare o non fare”.
Serendipity e processo organizzativo basato sul merito, vera condivisione, forte collaborazione e sana competizione, non guerra; voglia di “cimentarsi con l’inedito” e comprendere che “fare ricerca in giro per il mondo fa bene alla ricerca”. “Senza soldi non si fa ricerca” ma il Giappone lo sa e provvede.
Mia nota tra parentesi (In Italia, non solo a Secondigliano, tutto questo non si può fare. Menti italiane eccellono all’estero perchè in questa italia con la minuscola, l’eccellenza è abolità, così come il merito, il rispetto, la responsabilità e svariate cosette di questo genere).
Come ho detto, il bassista ed il sociologo sono napoletani. Non che questo sia ne un pregio ne un difetto, lo dico perchè questa essenza partenopea si annusa in tutto il libro, come è giusto che sia. Tante righe sono dedicate ai ricordi di gioventù, a Secondigliano, agli affetti familiari ed alla napoletanità.
Le innumerevoli citazioni di Totò mi rendono la valutazione di Enakapata assolutamente parziale; a me, che sono una specie di zio Peppino, ne bastano tre per definire un libro automaticamente eccelso. Durante l’incontro dei Moretti con Tonomura (Mister Hitachi, nominato National Tresure dall’Imperatore) che aveva notato come i due avessero lo stesso cognome, Luca interpreta addirittura il mitico ritornello “Vincenzo mè padre a me”.
I due Moretti vanno alla scoperta del Giappone e attraverso Enakapata lo fanno scoprire anche a noi. E cosa si scopre? Un altro mondo!
– in Giappone il Karaoke è una vera mania; (Oh no eviterò di andarci);
– in giappone neanche i fandanzati si chiamano per nome;
– non si mangia per strada, tant’è che non ci sono i cestini;
– le stanze andrebbero bene per Cucciolo e Pisolo;
– le cose vengono costruite a regola;
– s’indossano le mascherine per proteggere gli altri dai propri virus;
– è sconveniente starnutire in pubblico;
– il lavoro è finito quando è finito non quando suona la campanella;
– si da valore alla responsabilità, al rispetto, al lavoro;
– il colore del grembiule degli scolari dipende dal profitto;
– per contare chiudono le dita invece di aprirle;
– se possono fare una volta “prima” allora possono fare sempre “prima”;
– la spazzatura te la ritirano a casa
– parlano poco la lingua inglese (ehi, come noi);
– tanta gente ma niente prepotenze, spinte o casini;
– i mezzi pubblici spaccano il secondo, sono confortevoli, puliti e silenziosi;
– si rimane colpiti quando si guasta la metro;
– la bellezza è un ossessione.
Come dicono i Moretti, sti giapponesi sono dei “tipi strani”. Dopo un mese, al ritorno, Luca conferma l’amarezza iniziale di Vincenzo; “La saggezza popolare recita che partire è un pò morire. Forse talvolta è vero il contrario”.
E’ l’amara conclusione rispetto a quello che potrebbe essere ed che invece non è.

Riccardo e il ritratto del nonno

Riccardo ha appena compiuto 14 anni. Una settimana fa l’ho trovato a casa mia che guardava il disegno a matita del nonno e scriveva. Gli ho chiesto cosa stesse facendo. Un ritratto del nonno, mi ha risposto.
Il suo ritratto del nonno è questo:
Quell’oscuro abisso era costeggiato da un contorno ondulato di ciglia lunghe e sottili, sotto cui si ergeva come un monte solitario quel suo enorme naso, forse un pò goffo, ma pieno di espressione. Sotto, una bocca lunga e sottile era contornata da qualche ruga appena accennata. Sopra gli occhi, si estendeva una pianura rosa costeggiata ai due lati da due boschi bianchi come la neve.
Il punto, almeno il mio, non è né la somiglianza né, tantomeno, la qualità letteraria  del ritratto. Il punto, almeno il mio, è la motivazione. Quella che l’ha portato a casa mia. Ad osservare il disegno del nonno. A scrivere il suo ritratto.
Riccardo frequenta il primo liceo scientifico. L’altro giorno ha avuto la pagella del primo trimestre. Sua madre, da sempre più presente di me in queste faccende, è andata a scuola per ritirarla e per parlare con i proff.
Quando sono passato il giorno dopo, ho saputo che Riccardo e la sua classe erano andati al cinema e che la prof. che li aveva accompagnati era tornata superarrabbiata perché  i ragazzi avevano lasciato di tutto per terra. Dopo di che aveva  rimarcato l’esigenza di parlarne nelle sedi d’istituto, aveva ribadito che una cosa del genere non poteva essere lasciata passare in silenzio e aveva concluso sottolinenando che era stato solo grazie a Riccardo, Francesco e Alessio, che avevano raccattato tutto quanto era possibile raccattare, che era stato possibile non sprofondare per la vergogna.  La cosa ha avuto un seguito già il giorno successivo in classe quando un’altra prof. ha  voluto fare personalmente i complimenti a Riccardo, Francesco e Alessio per ciò che avevano fatto.
Il punto, almeno il mio, non è quello di raccontare quanto sono bravi ed educati Riccardo,  Francesco e Alessio. Sia perché in fondo hanno fatto soltanto ciò che andava fatto , sia perché messa così la faccenda fa fatica ad avere un valore generale.
Il punto, almeno il mio, è che ancor più dei ragazzi che hanno  avuto un comportamento responsabile sono stati le proff. che, valorizzando tale compertamento, hanno posto le basi per l’attivazione di circuiti virtuosi, di buone pratiche, di processi di isomorfismo.
Il punto, almeno il mio, è che deve essere conveniente essere educati, rispettosi, responsabili affinché si diffonda la cultura dell’educazione, del rispetto, della responsabilità. E che nella determinazione di questa convenienza sono decisive le motivazioni delle persone. E, ancor di più le azioni delle famiglie, delle scuole, delle imprese, dei governi a ogni livello.
Elementare. Ma niente affatto semplice. E questa volta non c’entra il mio punto di vista. Basta guardare a casa Italia.

Di giappoletani, di naponici e di altre sciocchezze

enakapata3Roberto De Pascale lo  conoscete già. Ve ne ho parlato in un post di qualche settimana fa commentando le foto e il post che aveva inviato da Ikebukuro. Oggi sulla pagina di Enakapata su Facebook ha postato questo messaggio:
Fino ad ora in Giappone ho conosciuto tre “giappoletani” d.o.c.: uno è Girolamo Panzetta, presentatore TV ed uomo immagine della cultura tradizionale napoletana; il secondo è Salvatore Cuomo, visto esternamente puo’ sembrare un giapponese ma ha un cuore (anche se un pò “acciaccato”) totalmente napoletano, vero rappresentante della Cucina Napoletana in terra di Yamato; il terzo è Pietro Cristo, poliedrica figura, capace di fare l’arbitro di calcio come l’attore in film con Takeshi Kitano, che ogni settimana si collega tramite “feed radio” ad orari indecenti pur di seguire, in diretta, le partite del Napoli. Come la forza in Luke Skywalker, la Serendipity scorre forte in queste persone”.
Di “naponici” (il neologismo definisce in questo caso i napoletani che coniugano la creatività partenopea e l’approccio al lavoro nipponico) avevo raccontato più o meno nello stesso periodo su Della leggerezza.
La domanda potrebbe essere: dato che il giappoletano ha già scelto il Giappone per realizzare le proprie aspirazioni, si può fare ancora qualcosa affinché almeno i naponici vivano le loro vite “per genio e per caso” trovino le loro strade serendipitose da queste parti?

Zia Concetta e papà

L’effetto “livella” della morte l’ho imparato da piccolo, alla morte di un mio vecchio zio, mezzo alcolizzato, nulla facente (anzi nò, qualcosa la faceva, ogni tanto picchiava moglie e figli)  grazie a un bel manifesto listato con su scritto “dopo una vita dedicata alla famiglia e al lavoro, serenamente come visse si è spento eccetera eccetera”.
Dite che così non vale? Non lo so. Quello che so è che mia zia per anni ogni domenica è andata al cimitero con la sua brava sediolina pieghevole e ha allietato il deceduto consorte con ingiurie, sberleffi e anatemi di ogni tipo.
Dite che così non serve a niente? Non lo so. So che a un certo punto la zia l’abbiamo soprannominata Highlander. E che è stata l’ultima dei Moretti della sua generazione a morire, quando i 90 anni li aveva già lasciati alle spalle da un pezzo.
Zia Concetta era un personaggio unico e con le sue sotrie di vita si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Con papà, il più piccolo dei fratelli, (è quello che vedete nel disegno), c’era stato una volta un siparietto tragicomico di quelli che sembrano usciti dalle commedie di Eduardo.
Scena. Letto di morte di zia Maria. Personaggi. Papà che piange inconsolabile la sorella a cui era particolarmente legato. Zia Concetta. Che arriva claudicante. Abbraccia papà. Piange. Lo abbraccia più forte. Gli dice “Pascà, simme rimasti io e te, mò devi morire solo tu”. Papà che la spinge via, si tocca là dove non batte il sole e le risponde “Cuncé, ma pecché, nun può murì primme tu, ca tieni vintanne cchiù é me?”.
Se avesse potuto, credo che anche zia Maria sarebbe scoppiata a ridere. Di certo non se la prese per la risata che si propagò presenti.
Perché vi racconto tutto questo? In primo luogo per ricordare papà, che era davvero una grande anima anche se io non l’ho mai capito fino in fondo fino a quando non c’è stato più. E poi perché questa storia a Natale in un modo o nell’altro in famiglia ce la raccontiamo sempre. E quest’anno mi piace raccontarla anche a voi. Tanto, se non la volete sapere, potete anche cliccare da un’altra parte. Tanto io non mi offendo. Noooo.

Fare è pensare

enakapata3Né carne né pesce. Si intola così una bella nota di Irene Gonzalez su Facebook dove l’autrice scrive ad un certo punto: ” […] Mi piacerebbe che sulla carta di identità di questa persona ci potesse essere scritto: UOMO DI CULTURA, ma è pur vero che la vaghezza a cui queste tre parole sono condannate nel mondo di oggi sparirà difficilmente, visto che a sparire, oggi, è sempre più il significato delle parole e quindi delle cose. E delle persone.
Ecco la mia riflessione: fare cultura è promuovere il pensiero, le idee, la bellezza, l’utilità pratica di qualcosa tanto impalpabile quanto importante per la vita di ogni ora, di ogni tempo, di tutto il tempo […]”.

Da quando non ho più la televisione la sera devo reinventarmi le ore o i minuti prima del sonno. Ieri ho cercato un libro, sono inciampato in Richard Sennett e nel suo L’uomo artigiano, mi sono detto ma sì, è il momento di rileggerlo, nelle prime  tre  righe della prima pagina, quella dei ringraziamenti, ho letto “Voglio dichiarare il mio debito speciale nei confronti del filosofo Richard Foley. Ero arrivato a un punto morto del mio libro, quando Foley mi domandò: “Quale è l’intuizione che la guida?”; d’impulso risposi: Fare è pensare” e non ho avuto più dubbi.

Karl Weick nei suoi vagabondaggi intorno al senso e al significato nelle organizzazioni (Raffaello Cortina, 1997) l’ha definita retrospezione, in estrema sintesi l’attività del ripensare, dell’osservare e dello spiegare a posteriori a partire dall’analisi del vissuto significativo.

Senso, significato, fare, pensare. Per me Enakapata è un pò tutto questo. Sono grato a Irene, a Richard e a Karl (gli ultimi due mi perdonino la confidenza poetica) per avermelo ricordato.

Come si fa ricerca. E come si pulisce la città. Questo lo avete detto voi

enakapata3Cinzia Massa: Bacoli (NA). Cittadina di circa 30 mila abitanti. Dalla primavera di quest’anno è cominciata la raccolta differenziata porta a porta su aree sperimentali. Cosa significa? Che su un territorio abbastanza vasto il porta a porta viene eseguito in aree con densità abitativa bassa, lasciando il libero arbitrio alle altre zone del territorio dove sono ubicati fatiscenti cassonetti in cui depositare carta, plastica (in pochissime aree) e indifferenziato, ovvero di tutto di più!
Sul porta a porta il Lunedì ed il Venerdì viene ritirato l’organico (n.b. in sacchetti di plastica non biodegradabili e neanche trasparenti, per intenderci in buste di supermercato), Martedì e Sabato l’indifferenziato, Mercoledì la carta ( anche essa in sacchetti da supermercato) Giovedì la plastica e il vetro. Mi chiedo e vi invito a riflettere con me … è possibile che un simile sistema funzioni? Come viene controllato il porta a porta? E dove viene scaricato? Non sarà una trovata per ottenere i finanziamenti e non restarne fuori? Come tutte le cose credo che anche la raccolta porta a porta debba essere fatta in tutto il paese e bene oppure no. E che vada controllata.

Concetta Tigano: Vivo a Catania … meglio non commentare!

Carmela Talamo: Somma Vesuviana. Non ci sono nata ma… ci vivo. Raccolta differenziata porta a porta: giorni dispari umido, martedì plastica. giovedì e (badate bene) domenica indifferenziata, per tutti gli altri rifiuti sempre differenziati compresi quelli ingombranti e gli oli isola ecologica dove entri solo con la tessera. Certo la cittadina non è grande come Napoli, certo i costi di gestione per la raccolta sono praticamente raddoppiati … certo tante altre opposizioni, ma funziona e da qualche parte bisogna pur iniziare. Il sindaco è pure del pdl ma se funziona funziona.

Ancora Daniele Riva segnala questo link

Andrea Lagomarsini: Non sai come si fa R&D in Italia, morendo di fame, richiando di fallire ogni anno, avendo la colite e sopratutto non dormendo la notte. Ecco come si fa. Capisco perché se un progetto di innovazione italiana va avanti poi é vincente. Con tutto quello che ha dovuto patire per nascere e crescere, chi lo ammazza più. Che tristezza!

Adriano Parracciani: Provo: solo talento crei; solo organizzazione produci; talento e organizzazione innovi.

Daniele Riva: Qui da me – non sono a Tokyo, ma nel profondo Nord lecchese – è proprio quello che accade: martedì sacco viola trasparente con determinati rifiuti, venerdì sacco trasparente con gli altri tipi di spazzatura, entrambi i giorni viene raccolto anche l’umido in sacchi biodegradabili in mater-bi. Se solo provi a sgarrare ti lasciano il sacco con l’avviso. Tutto il resto (erba, ingombranti, macerie, vetri, ferro) viene portato nella discarica comunale. Penso che sia un modello esportabile anche a Napoli.

I rami della tua assenza

Su certe cose papà non tornava indietro nemmeno se piangevi in tedesco. Tu gli dicevi che la cosa che ti stava chiedendo non l’avevi mai fatta? E lui ti rispondeva “guagliò, dint’ ‘a vita ce sta sempe nà primma vota. Meglio mò, ch’aroppo”. Adesso sarebbe facile dargli ragione. La verità è che non c’è stato mai bisogno di dargliela. Quando era vivo, perché se la prendeva e basta. Adesso che è morto, perché ce l’ha.
Oggi è la volta di Enakapata. Che per la prima volta racconta di un libro diverso da Enakapata. Un libro troppo bello. Ma è meglio cominciare dall’inizio. Cioè dall’altro ieri sera, galeotto Facebook e chi si collega.
Irene: un giorno lontana da napoli e già mi manca tutto … ma se pò fà?
Vincenzo: domani sera stai a roma?
Irene: sì, vieni?
Vincenzo: se mi ospiti si, alle 9.00 p.m. si presenta un libro meraviglioso che tra l’altro volevo regalarti. Fammi sapere.
Irene: e se venissi pure io e dopo ce ne andiamo a casa insieme?
Vincenzo: eccellente, mi fai felice.
Irene: allora zio, la presentazione dov’è?
Vincenzo: Libreria Bibli. Il libro si chiama “I rami della tua assenza”, l’autore è Guido Stabile, è un poema in versi che tratta di un’esperienza di perdita. Io l’ho trovato meraviglioso, nonostante non vada matto per i libri di poesia.
Irene: ua zio, capita a fagiuolo, la mia tesi è incentrata sul tema dell’assenza.
Vincenzo: grande.
Irene: serendipity.
Ieri sera la presentazione a Roma. Una serata stupenda come il libro e il suo autore.
Mi fermo qui. Anzi no. Vi regalo La borsetta dal libro di Guido.
Apro la porta, mi tolgo le scarpe, non la pena.
Bianca e cuoio mi sorprende sempre la tua borsetta.
Frammento di inquitudini e rifugio nascosto,
l’affascinante caos di un’antica bttega,
la scintillante luce delle pietre preziose.
Incato nel mercato di Antibes, stordimento nel suk di Aleppo.
Il mondo della mia compagna, il mondo delle donne.
Il mondo dei maschi, vuole entrare, are la borsetta e si affaccia,
fruga con la volontà del sesiderio, gesto sempre inconcludente.
Di solito le cose non sono mai dove pensiamo,
neanche l’amore è là dove lo cerchiamo,
nelle donne e nei sogni c’è sempre un altrove,
voli spezzati, dischiuse ferite,
sentieri persi nella notte, invisibil combinazioni.

Come si fa ricerca. E come si pulisce la città.

enakapata3 Tre riflessioni in risposta a un aggiornamento di stato su Facebook “Sarà capitato anche a voi? Come si fa ricerca in Italia? Come si risponde al dilemma talento e/o organizzazione? “, e alla citazione che potete leggere su questo blog. Due temi molto ma molto caldi come la ricerca e la raccolta differenziata. L’idea che possiate essere in tanti ad avere voglia di interagire. Ne abbiamo cominciato a discutere ieri sera con Antonio Cilardo, giovane e assai valente direttore di Tutti in Piazza, con la prospettiva, naturalmente ancora tutta  da verificare, di farne argomento di inchiesta, reportage, studio. Se n’est que un debut, dunque,. Sta anche a a voi fare in modo che continui, qui, su Facebook, sui vostri blog, dove vi pare. L’approccio è quello che conoscete. Pensieri. Opinioni. Casi studio. Esperienze da confrontare e/o da copiare. Eccetera eccetera.

Antonio Cilardo e Valeria Gonzalez

Grazie di cuore ad Antonio Cilardo per la bella recensione su Tutti in Piazza, e speriamo siate in tanti a trovare la voglia e il tempo di leggerla. E un bacio affettuoso a Valeria Gonzalez che anche da Aux en Provence non manca di dedicarci ogni tanto un pensierino come questo: “S’encapar” in provenzale significa “riuscire, andar bene” … hihihi, ke kapata !!!.
Visto che ci siamo vi ricordo l’iniziativa “A Natale regala Enakapata”. Dite che è l’ iniziativa è mia ? E allora? Ciò non toglie che è un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Che Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot (ti) fa solo piacere. E soprattutto che è bello, come disse la mamma allo scarrafone suo.

会席料理 Kaiseki Ryori

[…] Tonomura ha predisposto che la cena si svolga nel ryokan, locanda tradizionale in stile rigorosamente classico, naturalmente nel senso giapponese del termine: pavimenti in tatami, stanze prive di mobili, porte scorrevoli in legno e carta, giardini interni per la cerimonia del tè.  […]
La cena è in stile kaiseki ryori, l’alta cucina tradizionale giapponese. Kaiseki letteralmente significa “pietra in grembo” ed è riferita all’antica usanza dei monaci Zen di mettere una pietra calda nei loro kimono in modo tale che durante le lunghe meditazioni potessero sopportare meglio il digiuno, in seguito questo termine serviva ad indicare il pasto che accompagnava la cerimonia del tè. […]
Quello che caratterizza il kaiseki è l’abbinamento di cibi, rigorosamente di stagione, di colori ed estetica delle portate in un’alternanza caldo – freddo. L’insieme di questi elementi crea l’esaltazione delle pietanze attraverso più sensi: vista, olfatto, tatto, gusto.
Per prima cosa ci portano dei tovaglioli caldi con cui lavarci le mani, poi servono dei sukizuke, piccoli antipasti fatti con farina di fagioli accompagnati da fettine di radice di zenzero. Dopo i sukizuke è la volta di hassun e mokozuke rispettivamente piatti di sushi e sashimi accompagnati da verdure crude. Takiawase, verdure accompagnate da zuppa di tofu. Yakimono, ovvero pesce fritto in una speciale pastella. Tomewan, zuppa di miso, condimento ottenuto dai semi della soia gialla, e riso.
Il piatto che più mi colpisce è però il gohan, riso condito con pesce e verdure di stagione crude su cui viene versato il cha (tè giapponese) bollente, in questo modo il pesce viene cotto al momento e il risultato è una zuppa dal gusto unico.
Per finire il dolce, mizumono, fatto di frutta e panna. È una serata indimenticabile anche per la simpatia di Tonomura e della sua assistente Kimi. Ci capiamo perfettamente in inglese, finalmente qualcuno che lo parla.

Fuori tema

Per una volta sola solo una domanda solo in parte fuori tema:
Cosa ne sarebbe stato di questo Paese se le sue classi dirigenti, al tempo del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro, si fossero comportate come quelle  attuali?
Con questo, con il tema fuori tema, non ci gioco più. Torno a Enakapata. Ma solo perché non posso tornare in Giappone. E restarci.

Tu chiamale se vuoi, recensioni

AAA A tutti quelli che hanno letto Enakapata e non hanno ancora mandato un pensiero, un commento, una recensione la Befana porterà una calza piena piena di carbone.
Come rimediare? Scrivendo a
enakapata@gmail.com ciò che pensate del libro. L’unica regola è la sincerità. Altrimenti le calze con il carbone, come le pizze di Peppiniello, passano a due.
Detto di una delle mie ultime sempre più farneticanti iniziative per diffondere Enakapata tra gli abitanti del pianeta Facebook segnalo Sottolineato, la bella pagina ideata da Adriano Parracciani. Mi piace molto l’idea di condividere “le frasi che sottolineiamo nei libri che leggiamo. Quelle che mettiamo in evidenza, che ci stimolano, che salveremmo dalla distruzione, quelle del copia e incolla”. Mi ricorda un progetto che sto un pò trascurando ma che anche grazie ad Adriano forse presto riprenderò, Citarsi Addosso.
Se un giorno deciderete di atterrare sul pianeta Facebook, e naturalmente ancor di più se ci siete già, non mancate di partecipare.
Buona citazione a tutti.

Un haiku è per sempre

奥まった場
家族から出す
いい考え

okumatta ba
kazoku kara dasu
ii kangae

storie segrete
come una famiglia
grandi idee

Hattori Ransetsu
(1654 – 1707)

Totò, Luca e la Feltrinelli Express

Se state pensando che è un fotomontaggio, vi sbagliate, è proprio Moretti il giovane al lavoro. Se state pensando che è una fortuna lavorare in un posto così, guardate le foto su Flickr per capire fino a che punto avete ragione.
A La Feltrinelli Express di Napoli Centrale su 1100 mq  di superficie di vendita potete trovare 25 mila libri (titoli), 9 mila dischi,  4 mila home video, 2 mila giochi.  Se passate per Napoli non perdete l’occasione. Se siete Napoli, cosa aspettate a visitarla? La Feltrinelli Express è aperta dalle 7 di mattina alle 10 di sera 365 giorni all’anno.

Luca al lavoro a La Feltrinelli Express di Napoli
Luca al lavoro a La Feltrinelli Express di Napoli

Accadde un autunno

Il ’69, il lavoro, i diritti raccontati ai giovani
Alba Orti e Vincenzo Moretti

Cosa voleva dire studiare e lavorare 40 anni fa, al tempo dell’autunno caldo, delle conquiste operaie e dell’unità sindacale? Cosa vuol dire invece oggi? E ancora: cosa ha significato lo Statuto dei Lavoratori per gli studenti e i lavoratori di allora? E cosa significa per gli studenti e i lavoratori oggi? E infine: cos’è cambiato nella scuola e nel lavoro, sul terreno dei valori, dell’organizzazione, delle opportunità, nel corso di questi anni? E cosa invece no?

Il senso di Accadde un Autunno, iniziativa promossa dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e dallo SPI CGIL Nazionale, attraverso Progetto Memoria, è in buona sostanza qui, nel tentativo di rintracciare risposte possibili alle domande difficili, di condividere storie, racconti, testimonianze intorno alla condizione della scuola e del lavoro oggi e alla fine degli anni ’60, intorno alle conquiste e alle trasformazioni rese possibili dall’iniziativa e dalle lotte operaie e sindacali fino alla conquista dello Statuto dei Lavoratori di cui ricorre nel maggio del 2010 il 40esimo anniversario.

L’idea, l’auspicio, è che attraverso il racconto sia possibile ancora una volta non solo favorire l’incontro di generazioni diverse intorno a questi temi, ma anche indicare cause, segnalare conseguenze, ripensare senso e significato di quella straordinaria stagione di lotta, di proposta, di cambiamento, che va sotto il nome di autunno caldo e di questa lunga stagione di incertezza che sembra ridurre sempre più le aspettattive di futuro, in primo luogo quelle delle giovani generazioni.

Con Accadde in Autunno contiamo in definitiva di contribuire alla riflessione e alla discussione intorno al rapporto tra scuola, lavoro e società, tra scuola, lavoro e libertà, tra scuola lavoro e partecipazione, tra scuola lavoro e democrazia, tra scuola, lavoro, condizione e protagonismo delle donne. Com’è oggi e com’era 40 anni fa.

Andremo perciò alla ricerca degli elementi di continuità e, più verosimilmente, delle differenze tra le lotte per la conquista di una “scuola per tutti” e le attuali proposte e mobilitazioni per una scuola capace davvero di rispondere prima di tutto alle esigenze di chi ci studia e ci lavora, contro il disegno restauratore del ministro Gelmini; tra le 150 ore definite nel contratto nazionale di lavoro e la raccolta di firme per la legge di iniziativa popolare sull’educazione permanente; tra gli anni del lavoro nella grande fabbrica per tutto l’arco della vita e il lavoro e la sua rappresentanza al tempo della società liquida, incerta, precaria.

Protagonisti dell’iniziativa saranno i ragazzi del 4 e 5 anno delle scuole superiori di diverse città italiane, i loro insegnanti, i loro nonni e zii (i lavoratori e delegati di allora), i giovani lavoratori e delegati che oggi sono impegnati a difendere e ad allargare i diritti di chi lavora.

La raccolta di testimonianze e racconti si concluderà nel marzo 2010, mentre i risultati dell’iniziativa saranno diffusi nel maggio dello stesso anno in concomitanza per l’appunto con il  40esimo anniversario dello Statuto dei Lavoratori.

Il jazz di Marsalis e il soul di Scaffidi

Ancora a proposito di connessioni, a pagina 17 del meraviglioso libro di Wynton Marsalis (Come il jazz può cambiarti la vita, Feltrinelli) guardate cosa ho trovato: Ci vogliono coraggio e fiducia per condividere certe cose. Molte volte è lo stesso atto del rivelare ad avvicinarti alle persone. Mentre conosci una persona, allo stesso tempo apprendi qualcosa del mondo e di te stesso, e se riesci a mettere a frutto ciò che apprendi, il mondo e te stesso ti sono sempre più vicini.
Questa è invece la mail che mi ha inviato Enzo Scaffidi da Brolo:
Carissimo professore,
come le avevo promesso, nel nostro incontro, in Brolo per la presentazione del suo libro Enakapata, mi permetto di esprimerle il mio pensiero, visto che l’ho finito di leggere.
Vi ho trovato un racconto avvincente, ricco di ironia, di tensione, ma anche divertente e paradossale, specchio del mondo in cui viviamo. Vi ho trovato storie straordinarie che entrano in modo indelebile nel nostro immaginario per far parte della nostra memoria.
La lettura di questo libro credo emozionerà il lettore per un racconto vissuto in prima persona; una storia fatta di storie vere, di persone incontrate in un lungo viaggio in un paese lontano e diverso dal nostro. Talmente diverso da essere posto agli antipodi per cultura, costume, dove il rapporto tra diritti e doveri è del cento per cento in quel paese asiatico, mentre nel nostro i diritti vengono reclamati tutti, ma i doveri hanno una percentuale molto bassa.
Nonostante questa differenza, credo che il suo libro non voglia dare la formula per risolvere alcuni dei nostri problemi, in primis, la raccolta della spazzatura, ma evidenziare che se si vuole una cosa si può fare, basta avere volontà e responsabilità. In fondo al vaso di Pandora è nascosta la speranza, che è poi l’ultima a morire.
Vi ho trovato, molto bello, il rapporto con suo figlio, un rapporto fatto di grande stima, di fiducia, di grande amicizia e di grande educazione. Sono purtroppo, sentimenti rari nelle famiglie odierne, dove i genitori anzichè parlare, sentire i propri figli, sembrano arrendersi, concedendo loro tutto per paura di sentirsi rifiutati. Bisogna, anche con i figli, rischiare di credere, avere coraggio, proprio come amare.
Credo che la lettura di un buon libro, come il suo, non è altro che una conversazione piacevole con una persona che vuole dare il suo contributo a una vita giusta e migliore per tutti. Con simpatia. Enzo Scaffidi.

La mia morale della favola? Semplicemente che sono un uomo molto fortunato.

Una fabbrica di connessioni

Alla mia età le principali o le hai imparate o le hai imparate. La vita accade. Ti toglie e ti dà.  Quelli più allenati sanno prendere meglio ciò che viene loro dato. E sanno accettare meglio ciò che viene loro tolto. Proprio così. Quelli allenati sanno. Nel senso di conoscono. Nel senso di  sono consapevoli. In tutti i sensi.
Naturalmente non è mai facile. C’è sempre un dolore che quando capita a te ti sembra particolarmente ingiusto e inaccettabile. C’è sempre qualcuno meno bravo e più fortunato di te. C’è sempre qualcosa che tu avevi pensato  e qualcun altro è riuscito a realizzare. Quelli allenati non vivono fuori dal mondo. E’ che hanno definito un diverso ordine di priorità.  Cercano ancoraggi. Volti. Storie. Senso. Significato. Quando non li trovano? Aspettano che passi la nottata, perché alla loro età che la nottata passa o l’hanno imparato o l’hanno imparato.
Sapete cosa ha risposto Antonio Tubelli, in tempi lontani buon dirigente sindacale  oggi eccellente cuoco, alla figlia che in qualche modo lo “rimproverava” di aver lavorato una vita senza aver messo da parte una lira? Che invece le lasciava qualcosa che vale davvero, come “un po’ di rapporti con un po’ di bella gente”. E come dimenticare la gioia  di quella sera a via Caracciolo, quando Salvatore Veca mi rivelò che le nostre vite possono dirsi tanto più degne di essere vissute quanto più ampie sono le relazioni e le connessioni che riusciamo a determinare con altri esseri, come noi, umani.
Quando presentammo il suo meraviglioso libro, Dell’Incertezza (Feltrinelli, 1997), volli intitolare il mio piccolo intervento proprio “Delle connessioni” come omaggio alla sapienza così diversa e così uguale di Antonio e Salvatore.
Lo so che ve ne siete accorti, ma per me la forza di Enakapata sta prima di tutto nel suo essere una fabbrica di connessioni. Questo blog ne è una piccola grande testimonianza. Le mie fatiche hanno senso per questo. E di questo sono sinceramente e profondamente grato a ognuna/o di voi.

Quale politica per la transizione italana

Strano ma vero, il racconto di La democrazia dei cittadini si dipana tra parole chiave come amicizia, cittadinanza, Costituzione, democrazia, futuro, giovani, leader, movimenti, partecipazione, PD, Ulivo, o anche Berlinguer, De Gasperi, Moro in maniera lieve e appassionante.

A renderlo tale è innanzitutto la concezione dell’amicizia come valore fondamentale non solo nella sfera personale – il sentimento profondo che lega Scoppola e Ariemma, Autore e Curatore del volume, Presidente e Vice dell’Associazione “I cittadini per l’Ulivo” -, ma anche nello spazio pubblico. Questa dimensione politica dell’amicizia emerge a più riprese, ad esempio quando Scoppola scrive che “I cittadini per l’Ulivo […] devono instaurare tra le varie componenti, oltre che un rispetto reciproco, un clima di amicizia, senza il quale è difficile dare vita ad una volontà politica comune”, o quando individua nell’amicizia la risposta alla solitudine involontaria, o ancora quando pensa all’amicizia come a una leva importante per definire i caratteri di un welfare rinnovato.

Poi ci sono le qualità umane e politiche di Scoppola, il suo tenere sempre alto lo sguardo, la consapevolezza che “con i personalismi i partiti non salvano la loro visibilità e identità, ma vanno semplicemente alla sconfitta”, che c’è un urgente bisogno di “persone di buona volontà, contente di fare il loro mestiere, disposte a lavorare per l’Ulivo, che non cercano candidature”, che la vera ambizione non può che essere quella di “tirar fuori il Paese dalle secche in cui lo ha cacciato una politica ispirata solo agli interessi personali e alle logiche di mercato”.

Scoppola insomma non è solo “un cattolico a modo suo” che vive “la fede come scelta, come rischio di un impegno senza riserve, come scommessa”, ma anche “un politico a modo suo” che concepisce la politica come disegno per il futuro, come terreno di confronto e di iniziativa per persone che intendono contribuire, con la loro testa e le loro mani, al processo di rinnovamento della democrazia italiana.

Sia chiaro. Il libro non concede nulla all’antipartitismo, del tutto estraneo alla cultura, alle convinzioni, al percorso politico di Scoppola e di Ariemma; esso mette piuttosto in evidenza le ragioni per le quali alla crisi della repubblica dei partiti bisogna rispondere con la repubblica dei cittadini, la più idonea a definire progetti e selezionare classi dirigenti all’altezza delle nuove sfide.

Sul nesso tra crisi della democrazia italiana e scarsità di classi dirigenti Scoppola torna più volte, ad esempio quando afferma che “la transizione, a trentanni dall’assassinio di Moro, è ancora incompiuta perchè senza guida, affidata a iniziative molteplici e contradditorie” o quando, nell’ultima intervista a Repubblica, sottolinea che “la transizione italiana è povera di veri leader politici, di grandi disegni, di cultura”.

Scoppola e Ariemma non pensano a leader modello “un uomo solo al comando”, ma piuttosto a gruppi dirigenti rappresentativi, ricchi di personalità di primo piano, in grado nel nuovo contesto di produrre beni identitari, di rappresentare valori e ideali, di proporre programmi e prospettare soluzioni ai problemi del Paese.

La democrazia dei cittadini è un libro che vale anche per questo, perché ricostruisce in maniera mirabile il senso di una storia, dall’Ulivo al Partito Democratico, nella quale a tutti coloro che, si identifichino o meno con un partito, sono interessati alla politica, al valore della Costituzione, all’incontro tra mondo cristiano e sinistra come condizione e fine per costruire un nuovo e più robusto costume morale, civile e politico degli italiani, viene chiesto di mobilitarsi, singolarmente e attraverso le loro associazioni, per alimentare il processo democratico.

Le connessioni, le domande, che tengono assieme soggetti, progetti, contenuti e luoghi della “nuova” politica, hanno origine anche in questa storia. Non solo “Perché nasce il Partito Democratico? Su quali radici può già contare? Quale il suo retroterra sociale e culturale? Quali valori e interessi intende rappresentare? Quale il rapporto con i movimenti?”, ma anche “Noi che ci stiamo a fare? Cosa facciamo per mettere in circolo nuove energie, per sostenere il radicamento sociale e territoriale del nuovo partito, per favorire il confronto di idee e gruppi dirigenti, per cambiare in meglio i partiti, la politica, il Paese?”.

Per Scoppola e Ariemma ripartire dalla base, dalla società civile, dal mondo della cultura, dall’esperienza de “I Cittadini per l’Ulivo” vuol dire prima di tutto questo. Non basta chiedere ai partiti. Per costruire una cultura comune a partire dai temi etici, dalla giustizia sociale, dai giovani occorre che le energie presenti facciano sentire la loro voce, assumano le loro iniziative sul territorio, diano senso all’appartenenza comune, “vadano avanti come l’idea stessa di processo richiede, senza aspettare le decisioni dei vertici”.

La democrazia dei cittadini è in definitiva un libro appassionante perché racconta e suggerisce quella politica che, da Aristotele ad Hanna Arendt, è fatta di partecipazione, di cui non è sufficiente ricercare il fine o lo scopo, a cui occorre dare un senso.

Cercansi cittadini disposti a contribuire con il proprio mattone.

Leggerlo Enakapata. Regalarlo nù capatone

A Natale regala Enakapata. E’ un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot (ti) fa solo piacere. E’ bello, come disse la mamma guardando lo scarrafone suo. Leggerlo Enakapata. Regalarlo nù capatone.
Queste le quattro righe quattro con le quali da qualche giorno ho lanciato Natale Enakapata, ‘a Befana nù capatone, la campagna natalizia per quelli che hanno già letto Enakapata e per quelli che invece no.
In queste ultime settimane mi sono chiesto spesso se non sia ora di smetterla di fare viaggi, di spendere tempo e  soldi, di dare fastidio ai miei amici su Facebook, per promuovere Enakapata. Perché non lo faccio? Perché per ora mi piace più di quanto mi stanchi, anche se mi stanca molto. Perché una ragione ci deve essere se più della metà delle persone che vengono alle presentazioni comprano il libro. E perché spero che un giorno o l’altro il passaparola l’abbia vinta sui distributori che non lo pubblicizzano e sui librai che non lo ordinano.
La morale della storia? Fino a quando ce la faccio, vado avanti, nonostante Luca che quando non lavorava non mi aiutava senza sensi di colpa (per fortuna li ho io quelli di tutta la band) e adesso che lavora non mi aiuta e basta.
Su Flickr troverete perciò le nuove foto (e le vecchie di Noyori, Tonomura, Nori e Carninci nello stesso album).  Su Scomunicando il resoconto della presentazione a Brolo. Per le prossime news, incluse quelle relative alla traduzione del libro in giapponese, bisogna aspettare ancor un pò. Speriamo.

Noyori says

Domani c’è un eurostar (senza av, che da Napoli in giù non si usa) che parte alle 8.42 destinazione Villa San Giovanni, poi traghetto per Messina e poi in auto a Brolo assieme al mio amico Teodoro Lamonica. A Brolo rivedrò  tra gli altri Max Scaffidi, l’uomo che mille ne pensa e diecimila ne fa e che assieme a Teodoro ha organizzato tutta la faccenda presentazione di Enakapata.
Tra i miei impegni del giorno segnalo l’invio a Rassegna di un articolo di presentazione di Accadde in autunno, iniziativa della Fondazione Di Vittorio e del Sindacato Pensionati della CGIL , l’aggiornamento dei contenuti di Immaginazione Poteri Diritti, il corso con gli studenti del Margherita Di Savoia, la sosta alla Feltrinelli per ritirare i libri da portare domani alla presentazione perché in Sicilia non se ne trovavano a sufficienza. Non mi piace ma funziona così, se non hai scritto il Codice Da Vinci o giù di lì con la distribuzione è dura, molto dura. Che fare? Io, l’autore – facchino. Voi, rompere i cabasisi al vostro libraio fino a quando non ordina il libro.
Tra una cosa e l’altra ho cercato naturalmente anche di pensare a cosa raccontare domani, quando via Google Alert mi è arrivata la seguente news: i premi Nobel Leo Esaki (physics, 1973), Susumu Tonegawa (medicine, 1987), Ryoji Noyori (chemistry, 2001), Makoto Kobayashi and Toshihide Maskawa (physics, 2008) (da sinistra nella foto) hanno incontrato i giornalisti per protestare contro i tagli del governo alla ricerca.
Cosa hanno detto? “It is essential to establish Japan as a nation driven by the creativity of science and technology, to constantly gather talented individuals to the scientific world and to steadily continue to accumulate knowledge“. In particolare Noyori, che ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare durante il mio soggiorno a Tokyo ha sottolineato senza giri di parole che “We need more money, not less”.
Cosa ha fatto il Primo Ministro Yukio Hatoyama? Ha deciso di incontrarli per ascoltare la loro opinione. Uguale a ciò che accade da noi. Mi piacerebbe parlarne domani a Brolo.

Bella

Ieri a Caserta è stata davvero una gran bella serata, nonostante Luca non abbia potuto esserci causa lavoro (quanto tempo mi ci vorra ancora prima di abituarmi ad associare Luca e lavoro?; per ora la cosa continua a sembrarmi strana tendente al buffo).
Si, la mia parola chiave  per definire la serata è decisamente “bella”. Si attaglia alle Librerie Pacifico, alle persone che la dirigono e ci lavorano, al fatto che anche loro abbiano comprato il libro, all’aria che si respirava nel corso della discussione, alla gentilezza e alla competenza delle persone che vi hanno partecipato, alla commozione che ho provato nel rivedere amici che non incontravo da tempo.
Questi miei vagabondaggi qui e là per l’Italia mi confermano che si può parlare di scienza, di merito, di serendipity, ma anche di rapporti tra generazioni, di culture, di regole, con leggerezza ma senza superficialità, con spirito critico ma senza qualunquismo, con consapevolezza delle difficoltà ma senza rinunciare a cercare risposte e, soprattutto, senza rinunciare a fare la propria parte.
Sabato sarò a Brolo, ma di questo faremo in tempo a parlare ancora. Per intanto ancora grazie di cuore a tutti quanti hanno reso possibile questa bella serata.

La testata di Ikebukuro

Roberto De Pascale l’ho conosciuto a inizio  mese nel corso della presentazione di Enakapata a Capo Miseno. Per lui il Giappone è una cultura e una passione prima ancora che un lavoro e mi aveva fatto piacere quel suo accenno alle atmosfere  nelle quali si era riconosciuto, ancora di più perché su Giappone e dintorni il merito è tutto di Luca.
Ieri Roberto mi ha inviato questa mail:
Caro Vincenzo,
ti scrivo da Tokyo in un momento libero tra impegni di lavoro e il sonno profondo dovuto alla stanchezza. Ho sempre detto che in Giappone non basta una giornata di 24 ore. Proprio stamattina sono passato nella Stazione di Ikebukuro e mi son venute in mente le tue parola alla presentazione del Libro a “Cala Moresca” su dove, e sopratutto come, era nato il titolo del libro.
In effetti mi sono trovato davanti a questa trave dell’ingresso della stazione alquanto bassa, ma a misura giapponese, e mi son trovato a ridere cercando di immagginarmi la scena della tua “Kapata” nella trave. Puoi immaginare le facce dei giapponesi che mi vedevano ridere da solo. Ho tirato fuori il cellulare con fotocamera e son venute fuori queste due foto che ti invio in allegato.

Mi dispiace non essere presente alla serata di Caserta, torno il 26 da Tokyo.
Buon lavoro e a presto.

Le foto sono quelle che vedete qui e qui, ma posso confessare che mi fa letteramente impazzire questa lettura “militante e partecipata” di Enakapata? Il fatto che diventa sempre più l’occasione per nuove connessioni e rapporti di amicizia? Che mi fa sentire un pò un vero scrittore il fatto che persone che prima non conoscevi riconoscano luoghi e fatti raccontati nel libro, ne scrivano, li fotografino e così via discorrendo? Dite che l’ho confessato? Please, wait a moment!  Perché io la testata l’ho data nella parte alta della porta della metropolitana ma Roberto ha ragione due volte. La prima, perchè a Capo Miseno me lo ha chiesto, e io pensando che parlassimo della stessa cosa ho risposto si, inducendolo all’errore. La seconda perché nel libro ho scritto “all’uscita della metropolitana” invece che “all’uscita dalla metropolitana”, cosa che, grazie a Roberto, sarà mia cura correggere nella seconda edizione prossima ventura.
Posso aggiungere, se prometto che poi la smetto, che tutto questo mi ricorda il genio, il caso, la letteratura? Di più. Che mi piace talmente tanto che quasi quasi appena torno a Ikebukuro vado a dare la testata nel posto giusto? Fatto. Per il resto giudicate voi.

Il turnista. Ovvero: Vicié, ‘e figlie sò figlie

Settimana Enakapata quella che comincia oggi. Mercoledì presentazione del libro a Caserta, alle 17.00, alla Libreria Pacifico, in Piazza Vanvitelli, con la partecipazione ormai straordinaria di Moretti il giovane, perché lui lavora a turno, per 5 ore al giorno, 6 giorni su 7, ed è per un puro colpo di fortuna che mercoledì alle 14.00 finisce e può raggiungermi a Caserta (continuate a leggerci, prometto che vi farò sapere in anteprima l’ora e il giorno in cui lo strozzo :D). Sabato invece, alle  17.30, presentazione a Brolo, provincia di Messina, nella sala multimediale Rita Atria, rigorosamente da solo, perchè turno o non turno “lui” non può  venire certo fino laggiù di sabato per tornare la domenica sera (e se lo avessi già strozzato? It’s impossible. Come direbbe Filumena Marturano, Vicié, ‘e figlie sò figlie :D). Vuol dire che mangerò tanti di quei dolci siciliani che solo a raccontarglielo gli farò venire un attacco di bile, senza parlare del salame di maiale nero di Brolo di cui mi ha detto il mio amico Gianni Bombaci.
Questa settimana diventerà più intensa anche la “campagna” Natale Enakapata ‘a Befana è nu capatone (vedi già tremare i miei 633 amici di Facebook Planet).
Il messaggio è per Natale regalate Enakapata. E’ un libro, e tra una papaccella e un pezzo di baccalà un pò di cultura non guasta. Costa poco, e con la crisi che c’è qualche risparmio da investire in Bot(ti) fa solo piacere. E’ bello, come disse la mamma guardando lo scarrafone suo.
Buon pacchetto a tutti.

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